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Donna di picche

di Andrea Iovinelli




A
ª il recupero


A svegliarla sono i raggi del sole che la colpiscono sulle palpebre ancora chiuse, attraverso la serranda abbassata. O forse si sveglia a causa di una sensazione che percepisce solo inconsciamente.

- Ben svegliata.

Tyra salta sul letto, terrorizzata, gli occhi sgranati alla ricerca della voce. Poi lo vede.

- Chi siete? - la voce spezzata, ansimante, con i brividi che le corrono lungo tutto il corpo. L’albore dorato che invade la stanza le ferisce ancora la vista e cerca di ripararsi con il braccio.

- Non temere. Se sei viva è grazie a noi - le fa uno, rincuorante.

L’uomo, vestito elegantemente e dall’aspetto curato, indica contro di lei da quando si è tirata su, in direzione del petto. Solo allora Tyra si rende conto di essere nuda e pudicamente, in tutta fretta, risolleva il lenzuolo fino a coprirsi il seno. Si guarda attorno, ancora con la vista annebbiata e con un senso di angoscia persistente che non vuole abbandonarla, e si accorge che nella camera ci sono altri due uomini, nella penombra, pure loro avvolti nella stessa livrea di quello che le sta seduto di fronte con un blando sorriso sulle labbra.

Sembra essere il loro capo, pensa lei istintivamente.

- Sei in una casa di cura - riprende l’uomo, sempre rassicurante. - Siamo solo interessati alla tua salute più di quanto tu non possa credere, nient’altro.

- Stronzate. A questo mondo nessuno fa niente per niente. - Tyra, pur agendo solo di riflesso, è già sul piede di guerra. - Che genere di casa di cura è, questa?

- Suvvia, Tyra, che educazione! Ti sembra questo il modo di accogliere chi ti ha salvato la vita?

- Nessuno ve lo ha chiesto. Cosa volete da me? - Senza preavviso si sente mancare. Si poggia all’indietro sul gomito, portandosi una mano alla fronte. - Io... io non ricordo praticamente nulla… cosa mi è successo?

- Quante domande, e tutte assieme! Calma, calma... Sei ancora debole, lo vedi? Hai fame?

- Ho chiesto chi diavolo siete - grugnisce ancora lei, mezza svenuta.

- Fate portare un’abbondante colazione - dice il boss a uno dei suoi uomini. - Ho il piacere di costatare che le energie, quelle mentali perlomeno, non ti mancano.

Lei stringe i denti, rabbiosa e impotente.

- Ma davvero non ti ricordi di me? Sono rammaricato, veramente... La cosa più importante comunque, è che tu non abbia perso la tua ineguagliabile grinta, la tua distintiva impronta caratteriale. I tuoi ricordi puoi sempre tentare di ricostruirli, ma se perdi la tua identità... PUF! - schiocca le dita, - è come se non fossi mai esistito.

Il capo sorride infido, mentre lei, di rimando, gli butta addosso un’occhiata raggelante.

- D’accordo, basta giocherellare. Mi chiamo Slasko Svodiz, e sono il tuo angelo custode.

Tyra rimane impassibile e di colpo scoppia a ridere fino ad arrivare a tossire, sempre più forte, quando la gola le si serra di colpo. Si schiarisce la gola con le lacrime agli occhi e lo fissa: - Allora sentiamo, angelo: cosa dovrei fare per guadagnarmi il tuo paradiso?

- Nulla di speciale. Solo quello che sai fare meglio di chiunque altro.

Slasko si alza e si dirige alla porta. - Chiediamo solo di poter usufruire dei tuoi preziosissimi servigi, Tyra. Ma ne riparleremo, ora hai bisogno di riposo. - Fa per andarsene ma appena prima di passare la soglia si ferma, lasciando passare una vivace infermiera con il carrello della colazione. - Bon appétit, ma cherie - le canticchia mentre si allontana.

Tyra, spossata da quell’inattesa prova di forza psicologica, trova solo l’energia per sdraiarsi e cingersi il capo con le mani, chiedendosi quali sarebbero stati gli sviluppi pratici di quella misteriosa chiacchierata; ma soprattutto, cercando di far un minimo di chiarezza nell’oscurità quasi onnipresente delle sue memorie.

Perché di ciò che era e di ciò che faceva, Tyra ricorda poco o nulla.


2
ª il benvenuto


Benvenuta tra i nuovi creati. Benvenuta nella singolarità originale. Schiudi la visione sul piano della tua nuova esistenza rigenerata. Fiumi di quark vitali fluiscono ora nelle tue vene pulsanti di bit. Fontane scintillanti di elettroni si schiudono in alto sul campo argenteo, donando giovane linfa alla tua memoria mobile. S’accendono di bianco abbagliante multiple cascate di neutrini evanescenti, nello spazio concessoti per ogni tuo proposito. Ammira lo slancio dei possenti fotoni che si tuffano a spalancare le porte della percezione universale. Spalanca gli adamantini occhi davanti all’immenso spettacolo imbandito per la tua comparsa.

Ora sei parte del tutto.

E il tutto è parte di te.

Lascialo fondersi a te ed esso ti apparterà.

Potrai essere anche tu uno dei semi di Abele.


3
ª la rivelazione


Slasko gliel’aveva detto, ma lei non ha voluto crederci: - Ah, quasi dimenticavo: non pensare di poter andartene di qui senza essere notata - l’aveva avvertita, in una delle sue puntuali capatine pomeridiane, appena prima di uscire dalla stanza. - Per il tuo bene, lo sai. Solo per quello.

Mezz’ora più tardi Tyra, ancora incerta sulle gambe, aveva percorso quindici metri nel corridoio della corsia, poi era stata premurosamente ricondotta all’ovile e tenuta nel recinto con una sostanziosa dose di sedativi.

Poi accadde un episodio che non le risparmiò qualche pensiero di cui avrebbe fatto volentieri a meno e che le insinuò il tarlo di un timore imprecisato. Ancora intorpidita nei sensi e impacciata nei movimenti, Tyra, svegliatasi con la gola secca, prese un bicchiere già colmo d’acqua e, nell’avvicinarlo alla bocca, venne colta da un brivido indefinito che le fece contrarre i muscoli fino a farle frantumare il vetro in mille schegge. Lì per lì non diede molto peso all’evento, e, brontolando, il solo pensiero che la attraversò fu quello di aver infradiciato il letto.

Un paio di giorni dopo invece, durante la consumazione del pranzo, era distrattamente immersa nei suoi pensieri nel tentativo di far un po’ d’ordine; giunse a un livello di concentrazione intensa, e, senza che se n’accorgesse, deformò la forchetta che stringeva tra le dita come se fosse una finissima striscia di carta stagnola. La cosa la stupì per la prima volta in modo tangibile, lasciandole un pizzico di preoccupazione sulla punta dei nervi.

Fu solo nella nottata seguente però che cominciò ad allarmarsi seriamente. Il parco della clinica era immerso nel grigiore cupo e monocromatico di una notte nuvolosa e Tyra decise che era il momento propizio per avventurarsi nell’ennesimo tentativo di fuga.

Nella quiete assoluta dei corridoi vuoti, discese fino a pian terreno e di lì uscì indisturbata dall’edificio. Si diresse sul retro di quest’ultimo e, dopo essersi assicurata che nessuno sorvegliasse il luogo, attraversò di corsa il prato che si stendeva tra la palazzina e un fitto boschetto che separava la proprietà dal resto dell’abitato, fungendo da filtro naturale all’invadente contaminazione ambientale della megametropoli. A metà strada dalla recinzione esterna udì i primi guaiti e le grida frenetiche che li guidavano. Si voltò, sentendosi il fiato dei suoi inseguitori addosso, e quando tornò a guardare di nuovo di fronte a sé si ritrovò ciò che già s’aspettava di dover affrontare. Si arrestò di colpo, ansante, scrutando di sottecchi le ombre ben riconoscibili che si celavano nell’oscurità fitta.

Fermi e allineati, severi nella loro divisa scura come le tenebre che li circondava, una serie di guardiani pronti ad arrestare la sua fuga.

Una linea, un muro umano che non sarebbe stata in grado di superare con le sue sole, ancora evanescenti forze. Decise di tornare sui suoi passi, di tentare di aggirare lo sbarramento che le opponevano e che le si stringeva sempre più attorno, quando a sfidare la sua audacia la raggiunsero i cani da guardia; la circondarono in un attimo, ringhiando minacciosi, eccitati e aizzati dalle loro guide. A Tyra sembrava non essere rimasta altra scelta che quella di arrendersi.

Poi di colpo, la disperazione lasciò posto alla rabbia, e l’istinto animale, quello della sopravvivenza, si sbarazzò della sua parte cosciente. Tyra agì e basta, preda di un impulso aggressivo che le era finora sconosciuto, e con un’agilità e una coordinazione che non avrebbe mai riconosciuto come proprie.

Armata delle sue sole mani, si avventò sui quadrupedi con la velocità e la leggerezza di una raffica di vento, passando la loro carne da parte a parte come se fosse burro, ferendoli mortalmente con dei tagli che potevano realisticamente essere associati solo a quelli di un’ascia; le sue dita fendevano le loro carni come lame affilate e in poche mosse ridussero in brandelli il gruppetto di cani latranti. Le sue azioni fatali, le mosse misurate e accurate, la spontaneità nel reagire, quasi automaticamente, alle offensive che le venivano lanciate contro, si sprigionarono in modo irrefrenabile dal suo corpo, riaffiorando con impeto nel momento cruciale, quello in cui la memoria passata, sopita ma non dimenticata, rivendicava il proprio diritto a essere parte della sua persona.

Ai primi uomini che raggiunsero il luogo dello scontro si presentò uno scenario terrificante, letteralmente immerso nel sangue delle povere bestie che era sparso ovunque, mischiato al terreno a imbrattare le cortecce degli alberi circostanti e a tingere l’erba soffice del sottobosco. Nessun eroe improvvisato mosse un dito contro Tyra. Rimasero lì, raggelati, con gli occhi colmi di quell’orrore inenarrabile che non lasciava spazio al più piccolo barlume di coraggio. Fu Tyra a battere le prime ciglia, a smuovere quell’aria pesante e ferale, inginocchiandosi e portandosi le mani al viso. Solo allora si rendeva conto di ciò che aveva appena fatto e non riusciva a crederci.

Turbata, confusa, la sua mente rigettava la visione di quella realtà che non voleva riconoscere come propria. Quella non era io, cercava di convincersi. Come ho potuto?… Chi sono? Cosa sono, veramente? Eppure la parte più profonda di se stessa le sussurrava insistentemente che quella era l’originale e pura essenza del suo ego, la realtà che tanto bramava e che continuava a sfuggirle di mano.

Scoppiò in lacrime e desiderò che nulla fosse vero, che niente fosse accaduto. Che fosse altrove. Un’altra persona in un’altra vita.

Ora però aveva ritrovato, seppur in frammenti, una parte della sua verità e non poteva più sfuggirle; che desiderasse o meno essere ciò che aveva scoperto di essere.

Gli uomini della vigilanza si resero presto conto del suo stato confusionale e la riportarono di peso nella sua stanza senza che Tyra si opponesse loro.



4
ª la memoria


Due spari squarciano le tenebre. Dolore. Una sagoma nella penombra. Ride e gode. Ride sfacciato e di gusto. Ombra fra le ombre. Orma nascosta ma indelebile del passato. Spettro segreto di sagome ancora più oscure. Simulacri che mostrano il loro diabolico volto alla luce del giorno. Impuniti, indecenti. Chi c’è dietro di te, spettro? Falsità e inganni, vero? Inutile nascondersi. I soliti giochetti che si fanno fra compagni, fra persone che si stimano, che magari si vogliono bene. È sempre la stessa nenia dalla notte dei tempi, e così per sempre sarà. La linfa vitale del nostro essere: malignità, inutili bugie, stupide ripicche. Invidie, rimorsi, piccoli e miserabili come i loro padroni. È sempre la stessa solfa. È il mondo, la società, che spinge ad agire così. Due proiettili in un oceano di fiamme. Chi vuoi che se n’accorga? A chi vuoi che importi? Dolore. Due spari. Tradimento e delusione. Rabbia e impotenza. Spiace a tutti ma basta non prenderla come una questione personale. È il mondo che gira, e devi solo sperare che non ti prenda in mezzo. Cadono i giusti per mano degli ingiusti. Tanti che non lo meriterebbero, ci lasciano; troppi che non meriterebbero, rimangono. L’ombra che tutto avvolge, raggiunge e contamina. È uscito il tuo numero, avanti un altro. La vita ti volta le spalle e se ne frega.

Ma è davvero così per tutti?



5
ª il passato


Entra. Siede e accavalla le gambe. Guarda fuori, ostentando noncuranza. Sorride, con un riso che vuole irridere. Si volta.

- Eccomi a te. Hai chiesto di vedermi, vero?

- Chi sono?

- Non ti arrendi, eh?

- Cosa sono?

- Eri uno sbirro, lo sai.

- Parli al passato, e io sono qua.

- Per l’ufficio anagrafico sei cibo per vermi da... poco più di due mesi.

- Chi?

- Hanno sparato a te, sai? Non a me. Sei tu, che dovresti saperlo. Due colpi, a sangue freddo. Un vigliacco, sicuramente, perché ti ha sparato alla nuca... ma anche questo lo sai, no?

- Io ho la visione molto confusa, sfocata, di un volto. Ed è tutto molto... - si ferma un attimo, - avverto tutto a livello si sensazioni, e nient’altro; però sono ossessionata, notte e giorno, da questo viso indistinto e non ricordo, non so chi sia.

- Pensi sia quello del tuo assassino. - Ride, da vigliacco. - Ti ho appena detto che ti hanno sparato alle spalle. Non può in alcun modo essere una "visione" o un ricordo diretto. È probabile che sia più un qualcosa che il tuo cervello, un po’ danneggiato, rielabora in modo aleatorio, lasciandoti confusa e spiazzata. Nient’altro che un informazione sbagliata. O forse...

- Forse... dai, continua.

- Be’, forse, secondo la mia modestissima esperienza in questo campo, potrebbe essere il viso di colui che la tua mente ipotizza possa essere il colpevole. E ne è così convinta, che cerca di comunicartelo in ogni modo, cerca di convincertene fino, per l’appunto, all’ossessione.

- Già, forse è così. Io, in qualche modo molto vago, ho coscienza di quel momento, ma non ricordo nient’altro. Perché?

- Cara...

- Cara forse, ma non a te.

- Anche se non ne puoi più vedere le cicatrici e i segni, hai subito un delicato intervento chirurgico al cervello, te l’ho già detto. Mi fai ripetere sempre le stesse cose, Tyra... e mi fai pensare che l’operazione non sia poi riuscita così bene.

Tyra ignora la sua provocazione e si ferma a riflettere qualche secondo, poi riprende: - Ho posato gli occhi su qualcosa che non avrei dovuto vedere, vero?

- O che avresti dovuto fingere di non vedere.

- Tu sai tutto, e continui a nascondermelo. Perché l’hanno fatto? Quale segreto dovevano difendere? Cosa avevo scoperto di così terribile?

- Avrai modo di scoprirlo, se vorrai. Te lo assicuro.

- Ma tu chi diavolo sei, vuoi dirmelo?

- No, no... sbagli ancora. Non farmi ripetere sempre le stesse cose. Sono il tuo angelo custode. Te l’ho detto, ripetuto. Dovresti averlo capito, ormai.

- Io però non vedo le ali.

- Perché le dispiego solo in caso di bisogno, mia cara. Come ho fatto con te.

- Dici di avermi salvato, angelo, ma credimi... cadi nel tuo più grosso errore se speri che io possa essere la tua salvezza.


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