Guarda in alto!
di Andrea Iovinelli
Il tredicesimo giorno di veglia. Finalmente erano allineati, amici, fratelli
e semplici sconosciuti, leali concorrenti a fronte di quell’unico comune nemico
che era il Muro.
Si contendevano il diritto di Sfida: la possibilità esclusiva di compiere il Balzo. L’estremo tentativo di donare una nuova dimensione al loro vecchio, logoro e ormai sempre più stretto mondo; o di donargli una nuova morte.
La Collina del Vento si stendeva sotto i loro piedi, calda e verdeggiante. Docile, aggraziata e allungata, affiancava fedelmente la lunga costa accompagnandola per grossa parte dello stesso territorio Soohit. Il sole era alto e raggiante e il cielo era finalmente chiaro e terso, spazzato da raffiche di vento sostenute e possenti.
Kejas osservava i suoi compagni, tutti giovani, intraprendenti e gagliardamente incoscienti. Ne ammirava, non senza un pizzico d’invidia, le figure leggere e agili, riflettendo su quante magnifiche acrobazie avrebbe potuto compiere se a suo tempo, alla loro età, avesse posseduto le conoscenze che lo arricchivano ora. Per un attimo il pensiero di riuscire a sollevare la sua stazza imponente dal terreno gli apparve impossibile, quasi pazzesca, frutto davvero delle fantasie di un giovane Soohit ancora trasognante.
Gli bastò però il delicato riaffiorare del profumo del mare, sospinto dalle forti correnti in risalita alle loro spalle, per dimenticare quanto fosse folle la sua impresa e risollevarsi di morale.
Sarebbe stato l’ultimo della lista a tuffarsi nel vuoto. La tensione saliva passo passo con i preparativi ed i riti che procedevano ormai ininterrotti, incalzati da una certa urgenza che era dettata dal momento particolarmente propizio delle condizioni atmosferiche. I tamburi propiziatori risuonavano rombando potenti per l’intera valle, rotolavano per gli agili declivi che li circondavano e ritornavamo indietro mischiandosi ai roboanti suoni emessi ritmicamente, in armoniosa sincronia, come risposta. Non aveva paura, Kejas; perlomeno non quella di morire. Gli altri nove precedenti tentativi, in questo senso, lo aiutavano molto. L’unico nella storia del popolo ad aver sfidato l’avversa sorte così tante volte e in modo tanto sciocco e testardo. Ciò che più lo turbava semmai, era il timore di tornare indietro ancora una volta sconfitto e umiliato. Sentiva che non sarebbe stato più in grado di sopportarlo. Un’onta e un peso insopportabili.
Il potente rullare delle grancasse si placò in seguito al gesto ampio e compassato dell’anziano Vatek.
- Lamat! - gridò ad un tratto il saggio Vatek. Era il turno dell’ennesimo giovane coraggioso e dietro di lui avrebbero sfilato ad un ad uno tutti gli altri. Kejas lo guardò con gli occhi del maestro che vede il suo allievo riuscire a realizzare la sua massima aspirazione, e in lui improvviso sopraggiunse opprimente un senso misto di orgoglio e afflizione. Chiuse gli occhi, nella vivida speranza di riuscire ad abbracciarlo ancora una volta.
Lamat si tuffò nel vuoto assoluto che s’affacciava oltre lo strapiombo della collina. Si librava leggero e sicuro, era molto alto, e la corrente lo sospingeva con sicurezza e stabilità verso il cielo azzurro. Poi all’improvviso gettò la sua ala in basso ad acquistare velocità, e si diresse verso la Gola del non ritorno. E scomparve.
Kejas probabilmente avrebbe saputo sue notizie solo se il giovane fosse stato capace di conquistarsi il diritto al Balzo, e forse solo se ne fosse stato capace anche lui.
Gli passarono tutti davanti, in una sorta di rito silenzioso e ossequioso. Il vento, fresco e sicuro, il solo compagno dei loro pensieri agitati che precedevano l’imminente tuffo. Il profondo rispetto per il sacrificio e per la nobile causa comune, anteposti persino al proprio effimero e sfuggevole destino, era commovente. Presero il volo uno dopo l’altro, nessuno tanto codardamente saggio da tirarsi indietro. Il non sapere quanti di quegli intrepidi ragazzi avrebbe rivisto era un pensiero che lo feriva e lo mortificava profondamente.
Il suo turno. Kejas fremeva impaziente, sotto la spinta del vento che lo incitava e lo incoraggiava; osservò incantato la valle che si distendeva al di sotto del valico, florida e rigogliosa. Presenti, anche se non fisicamente, i suoi compagni: Aly e il suo amore, nel suo cuore; il nonno e i suoi preziosi insegnamenti, insieme ad Albert, la sua scienza sconosciuta e le sue lezioni, nella sua testa.
Il Maestro Vatek lo osservò in un rispettoso e triste mutismo. Il suo animo era trafitto da un dolore mal celato dietro il velo di commozione che adombrava il suo irremovibile e distaccato sguardo. Kejas lo salutò con un lieve cenno della mano ed un sorriso beffardo appena abbozzato, in omaggio alla loro travagliata ma sentita amicizia. L’altro abbassò appena le palpebre per comunicargli in modo discreto lo stesso sentimento. Kejas mosse i suoi passi, silenziosi e fruscianti, verso la soglia del vuoto. Uno sguardo al cielo, uno alla valle sottostante, e poi socchiuse gli occhi per raccogliersi in un breve attimo di concentrazione. Li riaprì, inspirò a fondo e si lanciò in una sfrenata corsa verso il baratro.
Il niente sotto di lui. Solo il vento sospeso tra il niente a sostenerlo.
L’ala solida e forte s’adagiò sulle calde correnti in risalita. Kejas sorrise felice. Era sicuro che sarebbe riuscito nell’impresa che gli avrebbe permesso di realizzare il suo sogno.
Ora pensava solo a lasciarsi alle spalle la Gola del non ritorno dopo averla attraversata indenne e, sorridente e lanciato, ad appoggiare di nuovo i suoi piedi sulle verdi terre della Collina del Vento. Non era la gloria che l’avrebbe atteso, a guidarlo; e nemmeno la fama che si sarebbe conquistato, a sospingerlo. Adesso, il solo motivo per cui desiderava poter tornare indietro, era la febbrile voglia di poter rivedere il sorriso raggiante, leggero e sollevato di Aly.
Sotto di lui poteva scorgere in modo distinto le figure di tre dei suoi compagni sfidanti. Lo precedevano di alcuni campi e sembravano perfettamente sicuri e saldi sulle loro ali. Kejas non poté non lasciarsi catturare dallo splendore del panorama che lo circondava e per un breve momento distolse la sua concentrazione dalla guida della piccola "creatura" alata. Quando focalizzò di nuovo la sua attenzione sui comandi sobbalzò letteralmente sulla sua postazione, perché una delle ali era scomparsa dalla sua vista e non appariva nell’immediato campo visivo. I suoi occhi cercarono avidi e rapidi di rintracciare la sagoma colorata dell’apparecchio, ma faticava a distinguerlo, a scovarlo, confuso tra i mille colori della valle sottostante che inondavano la sua veduta. Poi, con la coda dell’occhio, mentre notava la repentina manovra di risalita di un altro sfidante lungo una fruttuosa corrente di risalita, notò un oggetto compatto e sfilacciato precipitare roteando su se stesso, in caduta libera.
Gli si mozzò il respiro mentre un nodo improvviso gli stringeva la gola. I suoi occhi, velati dalla lacerante visione, non riuscirono nemmeno ad osservare bene la fine, tragica, di quel volo maledetto. Il primo pensiero che lo trafisse fu che di quella giovane vita Soohit mozzata senza alcun pudore, con suo grande rammarico, non conosceva neanche il nome. E prima che lo struggimento lo coinvolgesse irrimediabilmente, la sua esperienza gli impose di cambiare rotta e di gettarsi all’inseguimento di quella corrente d’aria notata in precedenza. Dritto verso il suo Sogno.
Sono vivo.
È il giorno del mio primo risveglio.
Ho avuto paura. Appena ho aperto gli occhi. Appena LI HO VISTI.
Pianeta sconosciuto e razza aliena sconosciuta. Eppure dovrei essere contento.
Ho chiesto di poter scrivere e mi hanno subito accontentato. Non ci ho messo molto a farmi capire. Conoscono la scrittura.
Non ricordo niente, non so cosa sia successo.
Sono molto stanco.
Il nonno Yakob, instancabile, raccontava le avventure di Albert sempre allo stesso modo, sempre uguali, con la stessa animosità e le stessa partecipazione. Sembrava che fossero stampate nella sua mente, eppure per i piccoli spettatori erano evocative ed epiche come se le narrasse per la prima volta.
Radunava quel gruppo di giovani Soohit appena prima muta, spingendoli su per la collinetta, proprio dietro il mulino di Fasteg, e loro, seduti tra gli alberi minuti e ampi della piccola foresta, si perdevano tra il fiumiciattolo bisbigliato delle sue parole, immersi in un’atmosfera magica e senza tempo. Le suggestioni prendevano forma, si coloravano di cupi toni e nell’aria si sollevava l’odore acre e frizzante dell’inaspettato. Le fiamme della lampada alimentavano le inquietanti ombre delle loro vivide fantasie infantili, e proprio davanti agli occhi inzuppati di quei racconti, apparivano lugubri e confuse, le immagini di quel vicino passato, sospeso tra l’irreale e l’inconcepibile.
Erano il solito gruppetto: il suo fratellone Majo, i suoi numerosi cugini, gli amichetti di gioco, e lui, Kejas, piccolo primogenito della nobile Terza Casata. Un occhio agli spettri mossi dal fuoco, uno alla bocca socchiusa e balbettante del nonno, e il suo genuino pensiero abbracciato stretto allo sguardo timido di Aly. Lei si teneva a distanza, chiusa fra le sue minute spalle, impaurita dal pensiero che i tenebrosi sogni evocati da quei racconti la potessero portar via dal villaggio. Eppure era l’unica fra le ragazze che avesse il coraggio di esser lì presente, fra gli scostanti e burberi maschietti.
Già allora si distingueva dalle altre. Già allora era semplice e brillante come una goccia di rugiada. Aly, la sua amichetta del cuore.
Ci fu un fragoroso, un grosso boato nel cuore della notte... Bummm! - così il nonno iniziava la sua novella. Sempre con le stesse pause, con lo stesso tono e la stessa cautela. - Un bagliore improvviso e forte colpì le nostre case con una luce bianca e calda. Faceva freddo, era da poco iniziata la Stagione delle Lacrime, e l’aria che pizzicava di quell’umidità che ti si attacca addosso. Uscii dalla mia capanna, così come tutti i miei vicini impauriti, scrutai il cielo più chiaro che mai, e controllai che la stella a Perno si trovasse al suo posto. Sospirai, sollevato: la volta si reggeva ancora, solida, lassù... Il cielo era ancora solido e sicuro sopra le nostre teste. - prese fiato, inspirò lentamente, e continuò a catturare gli sguardi già incantati con il gesticolare magico ed armonioso delle sue mani - Ci guardammo senza capire, poi impauriti ci dirigemmo di corsa verso il mare giù alla Spiaggia Rosa. Pensavamo che qualche animale d’alto mare avesse speronato il faro inferiore. Niente. Sciocchi e sprovveduti, ancora senza una risposta al mistero che ci aveva destati, quando ci voltammo per far ritorno verso il villaggio, solo allora, stolti che fummo!, notammo una luce forte, tanto rossa da colorare il cielo sovrastante; ed il fumo, era grande e grigio e s’innalzava gonfio dietro la Seconda Collina. Corremmo e prendemmo torce e armi, trascinandoci dietro il vecchio Sah affinché vegliasse sulle nostre sorti. Sulla strada per raggiungere il luogo del grande fuoco c’era naturalmente la faticosa e irta salita, poiché allora non c’era ancora il macchinario di risalita per la Valle Alta. Così per arrivare sulla punta della collina dovemmo fermarci più volte a riposare, nonostante molti seconda muta c’incitassero, animati da una implacabile frenesia, a continuare e a continuare senza sosta. Poi, finalmente, passata la cima e con un gran fiatone in corpo, ci trovammo di fronte ad uno spettacolo terrificante.
Ci bloccammo, paralizzati dall’orrenda visione. Possenti fiamme si arrampicavano ruggenti e infernali a scalare il cielo e le esplosioni iniziarono a risuonare roboanti giungendo fino a valle. Lui, Albert, ma non sapevamo ancora che si chiamasse così, era lì, accasciato al suolo, ma il suo lamento era così debole che in un primo momento non lo notammo neppure. Era ferito in modo molto grave e non gli riusciva neanche di gridare e di farsi sentire, nonostante gli fossimo a pochi passi. Eravamo frastornati e confusi, perlomeno io lo ero. Quell’evento ci aveva così tanto sconvolti... Poi ad un tratto, con misteriose forze riuscì a sollevarsi, e vedemmo la sua maestosa e nera figura stagliarsi sullo sfondo ardente; il paesaggio era dominato dalle lingue di fuoco che avide consumavano la sua macchina alata e lui era in piedi, malfermo, che tentava invano di muovere qualche passo. Ci sembrò un visione demoniaca! La realizzazione delle Profezie! Era moribondo, gravemente ferito e visibilmente senza alcuna forza, e non passò molto tempo prima che cadesse a terra rovinosamente e inerme.
Gli imberbi Soohit rimanevano letteralmente catturati da quei racconti, per loro leggendari, che rappresentavano invece la reale, avventurosa, triste, e infine tragica storia del loro recente passato. Il piccolo gruppo ancora voglioso di ascoltare all’infinito l’affascinante voce del nonno, alla fine e con fatica, veniva convinto a desistere e spinto giù al villaggio, pronto ad affrontare la lunga notte con gli occhi colmi delle fresche e fantastiche suggestioni. Il primo tratto di discesa, quello più erto e difficile, veniva scavalcato attraverso l’uso del filoalato: i marmocchi si azzuffavano per accaparrarsi i migliori bracci di discesa e le più vantaggiose postazioni di lancio; poi, al via del nonno Yakob, si lanciavano come forsennati, senza alcun timore, verso la valle sottostante. Il nonno si sentiva sicuro e sapeva che i piccoli non avrebbero corso alcun rischio, sia perché confidava nell’innata e spiccata abilità al volo della sua specie, sia perché era l’artefice materiale di quell’ambizioso progetto ideato e voluto da Albert, il suo amico uomo. Dopodiché scendevano lungo la docile collinetta semipianeggiante, nell’ultima parte del tragitto, ancora più festosi, rincorrendosi e giocando allegramente tra spintoni innocui e scherzi ingenui; tutto mentre Aly rimaneva isolata e timorosa, aggrappata alla sicura e rugosa mano dell’anziano.
Tra le multicolori fluorescenze delle lampade oltrepassavano la Porta dell’alba e poi superavano le prime basse mura di pietra che cingevano le abitazioni più periferiche, ai margini villaggio centrale. Lì, la maggior parte dei piccoli compagni, soprattutto i cugini più lontani e i semplici amici delle più basse casate, si disperdeva per andarsi a ritirare tra i fuochi accoglienti e caldi delle loro dimore. Majo, Kejas e Aly, insieme ai cugini più rispettabili, proseguivano invece all’interno delle seconde mura, fino a raggiungere il centro dell’abitato, dove le casate più nobili e onorate vi trovavano un alloggio privilegiato degno del prestigio e dell’influenza di cui essi godevano presso il resto dei conterranei. Yakob li accompagnava casa per casa, li accarezzava, gli donava il bacio della buonanotte, e guardandoli entrare nelle loro abitazioni accolti dai rispettivi parenti, li salutava con il semplice gesto delle quattro dita unita, loro segreto segno distintivo. Poi adagio, con il cuore in eterno conflitto tra amari ricordi e fresche gioie, si dirigeva verso la costa, pronto ad affrontare la sua abituale veglia notturna.
I sogni: li vedi.
Sognandoli certo, ma li vedi. E solo se lo vuoi veramente.
Sai che puoi realizzarli, ma che per farlo devi solo crederci. E nessuno finora aveva creduto abbastanza.
Molti avevano sacrificato la propria anima al proprio sogno, il sogno di un intero popolo. Altri gli avevano donato parte di sé, come nonno Yakob ed il suo braccio andatosene con un atterraggio di fortuna. Dopo essersi gettati nei venti dei Sette Passi o giù nel burrone del Monte della Speranza, dopo essersi inabissati nel Grande Blu, sempre, sempre senza successo, gli animi della conquista iniziavano a spegnersi, a placarsi inesorabili. Si appassivano gli stimoli scoraggiati dagl’insuccessi, e con essi la fiducia nella buona sorte e nella riuscita.
E senza fiducia, purtroppo, si perdeva l’imprescindibile sostegno della Saggia Casta.
Le speranze di allargare il territorio dei Soohit conquistando la vetta del Muro e il nuovo mondo aldilà di esso, si facevano di lido in lido sempre più deboli. Decine di lati trascorsi alla ricerca, lo studio, l’analisi di ogni minimo particolare, di ogni trascurabile dettaglio o di un impercettibile e involontario aiuto che potesse favorire l’impresa; e tutto quel tempo appariva ora sciupato, sprecato. Cresceva nella maggioranza dei Soohit, perfino nei Saggi Maestri, la sfiducia e il malcontento, come un morbo inarrestabile e fatale. Crescevano sconforto e pessimismo, incontrollabili. "Tempo perso, sprecato. Vite perse, sprecate", andavano imprecando, oltraggiando e disonorando la memoria di chi aveva donato tutto per il Sogno.
Nell’ultimo Consesso Tecnico, spinti dall’onda di proteste del popolo, avevano deliberato l’abbandono definitivo della Sfida che solo nell’ultimo lato aveva avuto quindici vittime tra tutti gli sfidanti al Balzo. Il prossimo concorso, da disputarsi nel lido finale del lato, sarebbe stato l’ultimo. Poi non si sarebbe più organizzata alcuna Sfida. Per sempre.
Avevano deciso contro la loro stessa natura, votata anima e corpo al raggiungimento di quella meta insperata ma possibile. Perlomeno nei loro sogni. Il Sogno, era soprattutto il loro, nato dalle loro mani e dalle loro teste. Cresciuto e forgiato con i loro strumenti, i loro azzardati rischi e i loro meravigliosi mezzi. Se si era giunti a planare in cielo tramite quel gioiello dell’ingegno che erano le ali, era solo merito loro. E nonostante tutto questo, costretti dagli eventi a cedere alle pressioni del popolo Soohit prima, e poi, come conseguenza, del suo nobile e indegno Consiglio. Kejas si chiedeva cosa sarebbe accaduto in seguito. A cosa avrebbero votato il loro spirito, i Saggi Maestri della Casta?
La sfiducia cancellava i desideri. E senza desideri, i sogni erano destinati a rimanere tali.
Kejas lo sapeva, ne era più che convinto; e nonostante tutte le avversità, non si sarebbe mai arreso a questa accecante falsità.
Era ancora profondamente colpito dalla disgrazia accaduta al suo giovane allievo, ma proprio per questo, col passare dei giorni, la sua voglia di rivalsa si fece sempre più forte e ardente. Gli ultimi illuminanti appunti di Albert l’avrebbero aiutato a sollevarsi sopra a tutti. La sua convinzione poi trovava uno scaltro alleato nel mai del tutto sopito desiderio di essere proprio lui, di persona, a risalire di nuovo sull’ala, magari vincitrice, a cavallo delle onde del vento su fino all’irraggiungibile cima. All’ultimo assalto avrebbe partecipato anche lui. Ci avrebbe provato, contro ogni logica, ogni tradizione e ogni avversario. Li avrebbe sfidati, sfacciatamente, con la sola forza delle sue ragioni e della sua "creatura" alata.
(secondo giorno)
Ho capito che non riesco a sentire la voce di alcuni di loro.
Solo di alcuni però, e mi sono quasi fatto un’idea del perché. Sono convinto che parte della loro specie comunichi emettendo suoni su una frequenza troppo alta, non percepibile dall’orecchio umano. Escluderei ogni altra ipotesi, perché vedo muovere distintamente la bocca in ognuno di loro.
Il fenomeno si presenta soprattutto quando, quelle che penso siano le loro donne, mi accudiscono e mi prestano le loro cure.
In compenso però avverto fortissimo, penetrante e direi alquanto sgradevole all’olfatto umano (perlomeno il mio), il loro odore naturale.
Sono spaventati dal mio aspetto. Ma la sensazione è reciproca. Tuttavia sono d’indole pacifica e quieta, o almeno così sembra.
In fondo sono in contatto con loro solo da due giorni.
E ancora non sono riuscito a capire quanti giorni siano passati da... da quello che presumo sia stato un incidente. Forse nella fase di entrata nell’atmosfera, ma non ricordo nulla e questo non facilita le cose.
Proverò a scoprirlo nei prossimi giorni.
Come ogni secondo giorno, Kejas scese in paese per la lezione. Uscì dalla sua capanna in cima alla collina del casato quando era ancora ben visibile in cielo la terza luna e il sole sonnecchiava pigro sull’orlo dell’orizzonte orientale. L’aria era appena mossa ma fresca e frizzante, particolare questo che lo metteva sempre di buon umore.
Lungo il sentiero stretto e sterrato poté osservare le molteplici meraviglie che la natura offriva ai suoi occhi. Alla sua destra, ancora avvolta in una cortina densa e spessa di bruma, la sagoma scura e maestosa del Muro si ergeva sonnecchiante su tutto il paesaggio sottostante; alla sua sinistra apparivano invece le prime isolate abitazioni, alla periferia del perimetro esterno, che iniziavano a tingersi di un grigio violaceo, mentre gli uccelli mattinieri iniziavano a destare il resto della fauna circostante. Superò le prime mura e si avventurò nel villaggio centrale quando i bassi e chiari tetti delle case nobili iniziavano a tingersi dell’oro di quell’alba. Poteva udire distinti, echeggianti, i primi rumori ovattati dei risvegli: lo scricchiolio delle finestre aperte, i passi lenti e le basse voci ancora confuse, il canto dei volatili appostati sui frondosi alberi lì attorno, ora già sicuro e musicale, e il pianto pieno e disperato di un piccolo prima muta.
Fece pochi passi avvolto da quel mantello di sensazioni e poi svoltò all’interno di un piccolo vicolo ricavato tra due grandi abitazioni. Ad attenderlo, ancora indaffarato nelle prioritarie faccende di ripulitura, c’era il suo vecchio amico e confidente Rofat, titolare del miglior locale di ristoro dell’abitato interno. Un Soohit grosso e possente, spaventoso a vedersi, ma d’animo sereno e bonario. La sua bottega era ancora vuota ed era appena rischiarata, immersa in ombre polverose e raggi di luce isolati. Quando vide Kejas non poté trattenersi dal mostrare il suo solito e affabile sorriso stracolmo di incisivi.
- Eya, rispettabile Kejas!
- Eya, e buona luce al tuo locale, Rofat – rispose sedendosi al solito banco nell’angolo. – Portami una porzione della tua torta migliore e una tazza abbondante di latte di boka.
- Di solito il tuo stomaco a quest’ora si rifiuta di accogliere ospiti solidi... Siamo di buon umore, oggi? – gli disse poco dopo avvicinandosi con in mano la sua ordinazione.
- No, tutt’altro. Ed è proprio per questo – sbuffò Kejas stanco, ma con aria niente affatto scocciata. – Mi aspetta una giornataccia giù all’isola e non so se riuscirò ad uscirne vivo.
Rofat si accigliò, pensieroso. – I giovani seconda muta che stai seguendo per conto dei Maestri sono così indisciplinati? Sì, sono vivaci come è normale per la loro età, ma non mi sembrava fossero indiavolati fino a questo punto!
La luce del mattino nel frattempo penetrava sempre più all’interno del locale e le sagome buie e ombrate lasciavano il posto alle forme ben delineate della mobilia. Il viso di Kejas, da luminoso che era, si fece cupo, tirato, e le rughe attorno al naso gli si arricciarono vistosamente.
- No, no, non è questo, Rofat. Mi piacerebbe fosse solo quello – prese il suo bicchiere di boka, dolce e succoso, e inspirò profondamente. – Sono le pressioni che ricevo quotidianamente all’interno della Casta, a darmi pensiero e a mettermi in questo stato d’angoscia.
Rofat rimase muto, preoccupato anch’egli. Al gesto di Kejas che lo pregava di fargli compagnia si accomodò silenziosamente.
- In molti, all’interno della Casta, senza nominare il Consesso e quel porcile di ipocriti politicanti che è abitudine chiamare Consiglio dei Sacri, in troppi ormai pensano che si debba abbandonare l’idea di valicare il Muro. E vedono in me, nei miei seguaci e nei miei allievi, la fonte di maggior insicurezza.
- Ma che cosa... – cercò di interromperlo Rofat.
- È così, mio amico, fidati. Qui, nell’abitato interno, tra le casate nobili e tra i cattedrati ho più nemici che amici. O perlomeno, i miei amici sono molto meno rumorosi ed evitano di farsi notare mettendo in luce le loro idee. Mi temono. Temono la mia annosa dedizione alla causa del... – si fermò un attimo, guardandosi attorno quasi istintivamente, poi riprese – di Albert, l’umano. Vedono in me e nel mio appoggio alle teorie dichiarate eretiche un pericolo da sopprimere e da soffocare, a ogni costo. Così come per Albert e per il nonno, hanno identificato automaticamente il bersaglio, la vittima da sacrificare per i loro sporchi giochi da mercanti di consensi. E temo che farò la loro stessa...
- Non lo dire nemmeno per scherzo! – lo rimproverò Rofat prima che potesse pronunciare quelle brutte parole. – Hai l’appoggio di tanti, lo sai, e non devi arrenderti così di fronte alla sfacciata arroganza di quei vecchi arrivisti, degni solo di rincorrere una coppia lardosa di boka al pascolo.
- Sono potenti e sono decisi a tutto. Ti accorgi anche tu che stanno facendo di tutto per mettere in cattiva luce qualsiasi cosa che riguardi anche solo labilmente Albert. Prima l’accusa di eresia, il bando delle sue idee, dei suoi scritti, dei suoi pensieri. Poi l’interdizione dei suoi progetti rimasi in sospeso o in fase di realizzazione. Ora, l’avrai notato, il boicottaggio di tutto ciò che di concreto, di utile è stato inserito nel corso dei tanti lati passati all’interno della nostra società e di cui facciamo uso abitualmente e non senza vantaggio: il furto del suo "Libro tecnico" all’interno della sala del consiglio; il filoalato di risalita alla Prima Collina maldestramente manomesso, e solo per poco non ci sono state delle vittime; il mulino su nella Valle, dopo lati di ininterrotto funzionamento, che si è inspiegabilmente rotto – sospirò pesantemente. – Adesso a cosa, o chi toccherà, eh?
La sua voce era rotta dall’emozione e dalla rabbia strisciante che lo divorava avidamente da dentro, senza che potesse far nulla per placarla. Rofat lo fissava, senza avere il coraggio di dire nulla.
- Tu poi dovresti saperlo bene! – continuò. - Non è stato forse "suggerito" ai gestori di tutti i locali del villaggio di evitare di servire tutti i piatti ideati dall’umano? – seguì un attimo di rassegnato silenzio. - Tentano di macchiare la memoria di quell’essere solo per trarne un vantaggio a loro favore, e tutto questo è insopportabile, spregevole. Vergognoso!
Kejas sollevò la testa di lato, poi guardando di fronte a sé incrociò quello dell’amico. I due si fissarono per lunghi e immobili attimi e in quello sguardo riuscirono a cogliere la cieca fiducia e l’appoggio sincero che nutrivano l’un per l’altro.
- Quando parli così non riconosco quasi più il mio vecchio cugino di una volta – proseguì l’arcigno gestore del locale. – Nei lati in cui eravamo ancora dei seconda muta avresti gridato a tutti la tua rabbia e la tua indignazione, minacciando di trascinarli giù dalla Prima Collina per la chioma! Che tempi quelli, cugino! E ora?
- Già, Rofat, tempi passati – rispose Kejas. – I lati passano e i tempi cambiano, mio amico.
- Già, è così. Ma i Soohit della Terza Casata no, mio nobile cugino – lo riprese sorridendo.
Detto questo si alzò e se ne andò, rimettendosi al lavoro dietro il suo bancone e lasciando il suo amico e cugino immerso nei suoi mille tormentati pensieri.
Il silenzio ovattato che ristagnava sul locale venne rotto improvvisamente dai primi puntuali avventori che entrarono a passo lento e indolente.
- Eya! Buona luce ai tuoi affari, Rofat – sbadigliò uno di essi.
Lo salutarono con un tono di voce basso, reso ancora incerto dalla sonnolenza che li pervadeva, si appollaiarono sopra gli sgabelli che contornavano il grande tavolo centrale e si accorsero della presenza di Kejas solo quando questo, finita la colazione e allontanatosi dal suo posto, rivolse un fragoroso ringraziamento al cugino e se ne uscì con andatura sostenuta.
- Eya, rispettabile Kejas! – rispose Rofat. – Attento a quelle teste senza ciuffo dei tuoi allievi!
Kejas si avviò verso l’isola, con il sole ora ben alto sopra il mare, e man mano che il percorso si accorciava e si inoltrava dal centro verso la periferia, incontrava sempre più gente in un continuo ed estenuante scambio di cordiali e amichevoli saluti di buon augurio.
I prima e seconda muta che uscivano da casa chi per andare alle lezioni e chi per andare ad aiutare nei lavori di famiglia, i molti onorevoli consiglieri e i saggi maestri che affollavano quel quartiere, le dame e le fanciulle che si recavano alla raccolta dei frutti dei boka e del suo pastoso latte: "Eya!", non faceva che ripetere, "eya!, onorevole", "eya!, nobile dama". Lasciatosi alle spalle la Porta del crepuscolo non riuscì a trattenere un profondo sospiro liberatorio. Di nuovo pace, serenità e il tranquillo sottofondo della natura; almeno per qualche attimo distante, con la mente e con i sensi, da pensieri ingombranti e preoccupazioni angosciose.
- Kejas! – balzò sul posto quando sentì gridare il suo nome alle spalle, colto di sorpresa in quell’estasi rigenerante. – Kejas! – ripeté la familiare voce preoccupante e preoccupata, che non avrebbe dovuto esseri lì in quel momento.
Prima ancora di voltarsi disse: - Aly? Che cosa succede, per le corna di boka?! E soprattutto, cosa ci fai qui?
Aly lo raggiunse di corsa. Era ansimante e molto turbata, tanto che Kejas lo poté leggere chiaramente nel suo viso e poi, guardandola attentamente, sempre più impensierito, nel tremore quasi convulso delle sue mani.
- Cosa sta accadendo?! – gli intimò, - Spiegati! Mi metti paura!
Appena ripreso il fiato necessario, Aly lo trascinò da una parte e gli fece segno di abbassare il tono della voce. Lo portò dietro un largo fusto rinsecchito di una albero e lì, una volta appurato che non vi fosse nessuno nelle vicinanze, iniziò a spiegargli cos’era che la portava lì in quell’ora, così turbata.
- Si tratta di Martys.
- Che cosa c’entra, Martys? Lo incontre...
- No – lo interruppe lei, - non sarà alla tua lezione, oggi. È corso da me, a casa mia, e mia ha chiesto di nasconderlo!
- Nasconderlo?! Ma cosa...
- Non interrompermi, Kejas! Non c’è tempo! Mi ha raccontato che è fuggito dalla sua capanna perché dei guardiani del Consiglio avevano avuto l’ordine di intimargli l’arresto per "lesa sacralità" ed "eresia". A Martys, capisci!? Il tuo allievo prescelto per la prossima Sfida! È un attacco indiretto nei tuoi confronti, ti vogliono fuori dalla Casta dei Maestri, fuori dai giochi e dal Consesso!
- Dov’è adesso? Dove l‘hai portato? – le chiese, il più calmo possibile, mentre la sua mente vorticava freneticamente alla ricerca di soluzioni, aggiustamenti, aiuti e quant’altro potesse ritornargli utile.
- Alla radura dove ci portava Yakob, dietro il mulino di Fasteg. C’è una grotta, ricordi?, lì sulla...
- Sì, ho capito. Ma adesso è fondamentale – e sottolineò con enfasi quella parola – che tu ne rimanga fuori; nessuno deve sapere quello che hai fatto e soprattutto quello che sai. Non farne parola con nessuno. Torna in casa, lavora come se niente fosse. Verrò io, stasera. Se potrò.
- Kejas... – fece lei, gemendo. – Fai attenzione. Martys mi ha detto che lo accusano di aver trafugato il "Libro tecnico" di... di quell’essere venuto dal cielo.
- Non è di me che dovresti preoccuparti, Aly. Quanto di quel povero giovane innocente. Vai ora, vai!
Senza aggiungere altro, i due si separarono. Kejas, guardandola allontanarsi, pensò quanto fosse meravigliosamente coraggiosa, eppure fragile e sensibile. La sua strabiliante forza, fisica e di volontà, scaturiva in lei naturalmente, spontanea, nei momenti peggiori, quelli più delicati di fronte ai quali tutti quanti, egli compreso, sarebbero crollati inoffensivi e arrendevoli, come fragili foglie al vento.
(37° giorno)
I Lungachioma. Da oggi li chiamerò così.
Sto facendo alcune ipotesi sul tempo trascorso dal momento dell’incidente e così ho provato a capire quanto sia lungo il loro giorno.
Secondo i miei molto approssimativi calcoli, il loro giorno dovrebbe durare pressappoco 18 delle nostre ore terrestri. I loro "contatori del tempo", i loro orologi granulari molto simile alle vecchie clessidre, non sono poi molto precisi.
Se ho fatto bene i conti è circa mese e mezzo, tempo terrestre, che sono qui.
Chi mi aiuta e mi sta vicino più di ogni altro lungachioma è un maschio, presumo piuttosto giovane, di nome Yakob (pronuncia con Y "dura" e aspirata).
È senz’altro il meno spaventato e non ha affatto paura di avvicinarsi e di confrontarsi. Cerca di capire, ma è dura, quanto lo è per me.
Il loro tempo, se ho capito bene, è suddiviso in tre stagioni differenti.
Tre sono anche le lune che appaiono periodicamente nel bellissimo cielo stellato. Ieri sera ne erano presenti due, quasi a sovrapporsi l’un l’altra, ed è stato uno spettacolo magnifico.
Ah, quasi me ne dimenticavo: domani sarà un grande giorno, un giorno memorabile, perché proveranno a rimettermi in piedi. A domani.