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Ladri d’anima
di Andrea Iovinelli



Giza lo portò sulle Dune Collinari che s’innalzavano delicatamente alle spalle del villaggio, nel punto più alto. Con parole secche, senza guardarlo mai negli occhi, gli raccontò della sua cattura nel Mare delle Sabbie, spiegò di come fosse stato costretto a coprire l’arrivo degli Umani, e della promessa di lasciare in vita i suoi familiari.

Jowa non capì subito il senso di quelle frasi. Poi volse lo sguardo verso l’oceano di sabbia che si stendeva all’orizzonte e vide la grossa nuvola scura stagliarsi contro il cielo terso, avanzando veloce e inarrestabile in direzione del villaggio. Quando la fusoliera lucida iniziò a brillare sotto il sole cocente, e la montagna grigia ed enorme si fece più vicina, gli fu tutto chiaro.

Era stato un pazzo e un illuso, nel credere alle loro vigliacche menzogne. Lo urlò in faccia a Giza, afferrandolo per la casacca e gettandolo a terra furiosamente.

Gli esseri umani erano giunti anche lì e avrebbero lasciato la loro impronta. Allora gridò con rabbia come se la sua disperazione potesse arrestare il loro incedere e iniziò a correre all’impazzata verso il villaggio con la speranza di arrivare in tempo a trarre in salvo qualcuno.

Ingenuo e forse fragile, il suo più caro amico li aveva traditi. Lo aveva portato lassù con la speranza e il desiderio di salvare anche Jowa senza sapere invece che così l’avrebbe solo condannato a un’eterna tortura. Non rivide più Giza, scomparve, e forse fu una fortuna. Perché se l’avesse incontrato di nuovo non sarebbe stato capace di ucciderlo.

Notte di vigilia fredda e senza ombre. Privato anche del conforto e della compagnia delle stelle. Di lì a poche ore avrebbero sferrato l’attacco alla Fortezza e Jowa avvertì il bisogno fisico di un sostegno morale. Avrebbe dovuto e voluto riposare, ma non riuscì a pensare ad altro che a Lita, la sorellina che gli era stata strappata.

Per tutta la notte rivide e rivisse le poche e lontane immagini che aveva di lei con sensazioni contrastanti, a volte commosso, altre esasperato. Se la figurava bellissima e ancora giovane come quando la portarono via. Poi, nella sua fantasia che temeva fosse la realtà, come se tutto fosse parte di un incubo a occhi aperti, la osservò girarsi lentamente verso di lui.

E Jowa inorridì ancora a quel pensiero, come se lo facesse per la prima volta.

Nei suoi occhi si ripeteva infatti la visione oscena del dolce viso sfregiato, privato del suo spiritoluce, di quello che per gli Shata era la fonte dei sentimenti e la miniera delle emozioni più profonde. Immaginava un foro orribile al centro della fronte da cui continuava a colare sangue, e il suo volto disteso, ancora sereno, del tutto indifferente alla sofferenza. Senza lo spiritoluce essi erano niente, freddi e insensibili esseri di carne in movimento, incapaci di provare sensazioni che fossero d’odio o d’amore, di pietà o di rabbia, d’invidia o di sacrificio.

I predoni dello Spirito Shata erano arrivati come demoni, avevano abbattuto le mura della città come cartapesta e schiacciato le loro abitazioni come se fossero immondizia. Avevano oltraggiato i corpi dei più indifesi, avevano rapito le ragazze più giovani ed infine, finalmente sazi delle loro follie, erano andati via senza che nessuno potesse fermarli.

Erano sbarcati insieme alla prima colonizzazione umana, microbi infettivi di una società e di una razza che predicavano la solidarietà praticando la sottrazione delle altrui risorse. E, con la malcelata indulgenza delle autorità sovragovernative, non se n’erano più andati.

Ricordava bene quando gli avevano estirpato lo spiritoluce con una sola abile stilettata, per puro e diabolico sprezzo. Di come l’avevano privato della sua parte più preziosa condannandolo a convivere per sempre con uno spiritoluce bio-artificiale trapiantato. La sensazione agghiacciante di separazione angosciosa da qualsiasi tipo di realtà esterna e dalle sue molteplici forme di manifestazione. Quell’acre, lancinante senso di incompiutezza, come se fosse stato abbandonato al di qua di un muro invisibile e invalicabile, oltre il quale si sottraevano ai suoi sensi tutti gli immensi significati della creazione.

Siano dannati tutti i Terrestri, pensò Jowa pochi attimi prima di chiudere le palpebre sopraffatto dalla stanchezza.

Zajo entrò nella tenda con discrezione cercando di non interrompere la discussione.

Jowa lo notò con la coda dell’occhio. – Di’ pure, ci sono novità?

Prima di parlare salutò rispettosamente i convenuti. - Il colonnello Blackhead delle Forze di Sicurezza Terrestri, è qui fuori.

Gli ufficiali si guardarono in silenzio l’un l’altro.

- Beh, facciamolo entrare – decise Jowa.

In un’atmosfera di imbarazzo palpabile, il comandante e i cinque ufficiali che lo scortavano salutarono i Primi Guerrieri Shata lì presenti.

- Dunque, siete qui per...? – Jowa odiava gli inutili formalismi.

- Per comunicarvi che abbiamo ricevuto l’autorizzazione ufficiale ad appoggiarvi nel caso si verificasse un attacco dei predoni.

- Nulla che già non sapessimo, comandante. – Zajo, osservando il viso apparentemente impassibile del suo amico Jowa, intravide insorgere in lui un forte risentimento.

- Abbiamo fatto pressioni presso...

- Quindi aspetterete che ci massacrino, che ci schiaccino, e poi ci fornirete il vostro aiuto. – Sorrise amaro. – Molto gentile, da parte vostra.

- Mi spiace, eseguiamo solo degli ordini superiori. Non possiamo fare nient’altro – gli disse a testa bassa Blackhead. – E comunque, con i nostri mezzi, non potremmo fare poi molto.

- Sapete cosa faranno! – sbottò Jowa. - Siete qui per questo, per difendere la nostra gente da quei barbari senza scrupoli della vostra stessa razza! Sapete che porteranno via le nostre donne più giovani e strapperanno via loro l’anima insieme ai loro spiritoluce! – Il silenzio era totale e si poteva udire solo il respiro pesante dei presenti. Jowa continuò nella sua sferzante accusa: - Voi e la vostra burocrazia o politica dell’ipocrisia, siate stramaledetti! Cosa fate qui, qual è il vostro ruolo se non potete difenderci? – Ancora silenzio. – Arrivederci. Scusateci, ma abbiamo cose ben più urgenti da sbrigare!

Blackhead e suoi accennarono il saluto, ma Jowa li gelò sulla soglia con un ultimo sfogo. – Ditemi un’ultima cosa, colonnello. – Questo si fermò e lo guardò da sopra la spalla. - Quando la Fortezza arriverà a una decina di metri, pronta a passarci sopra e a stritolarci, aprirete il fuoco per mettere in salvo la vostra coscienza o fuggirete a gambe levate?

Il comandante si volse e i terrestri si congedarono senza fare un solo fiato.

Jowa, duro in volto, squadrò i suoi compagni uno ad uno fissandoli negli occhi e disse loro: - Dovremo vincerla da soli questa guerra, ma questo già lo sapevamo.

Shata si prepari a ricevere il dono della morte

che scenderà tra le fredde ombre di un’alba mai nata.

Tuoni squassanti e tempeste di sabbia si leveranno

all’orizzonte, e la terra invocando pietà rabbrividirà.

Alto sarà il prezzo dell’innocenza e muto il grido

di un dolore senza tempo, per sempre tradito

dalla debole e inerme mano nuda del mondo.

(I Neri Canti– 3,1)


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