Mala tempora
di Andrea Iovinelli
Il direttore Olsen entrò nella sala riunioni col passo e la faccia di
chi non voleva perdere tempo; posò la sua consolle sul tavolo e si lasciò
letteralmente cadere sulla poltrona. Sbuffò, si stropicciò gli
occhi stanchi e poi, nell’attesa che calasse il silenzio richiesto, iniziò
a ticchettare nervosamente con le dita sul tavolo.
Quando la sala divenne muta, si schiarì la voce e iniziò a esporre i fatti. - L’intrusione è di livello alpha-rosso ed è stata rilevata questa mattina presto - disse squadrandoli lentamente uno ad uno. Iniziarono a volare per la stanza imprecazioni di ogni sorta fino a quando, sommerso nell’anarchia e nel caos più assoluto, Olsen non impose in modo brusco la propria autorità sbattendo un pugno sul tavolo.
Ottenuta l’attenzione dei convenuti, proseguì: - Abbiamo una nuova emergenza, signori. E prima che possiate iniziare a lagnarvi inutilmente, vi comunico subito che dovremo operare in un tratto temporale che non è di nostra competenza. Solitamente, almeno.
Lo strepitio si riaccese; lo sgomento fra i convenuti fu tale che un paio di loro schizzarono in piedi. - Ma stiamo impazzendo?! - urlò Gavor.
- Per favore, Gavor, non ho intenzione di ripetermi! - Olsen non poteva proprio permettersi che l’opinione del suo più carismatico ispettore influisse sul giudizio degli altri. Matel Gavor si riaccomodò e il direttore poté continuare. - Oggi non voglio sentire lamentele; la situazione è già di per sé abbastanza critica. Il Primo Reparto non può occuparsene e...
- Il Primo Reparto! - ripeterono tutti in coro, più sbalorditi di prima.
- È una follia, non siamo preparati ad intervenire in un simile contesto! - riattaccò Gavor, quasi a sfidare l’autorità di Olsen, e questi non si trattenne dal lanciargli un’eloquente occhiata di rimprovero.
- Vogliono provocare un qualche paradosso? - soggiunse Avod Kharil, stimato studioso di fisica quantistica, con veci di consulente esterno sugli interventi temporali.
- Kharil, ti prego, non mettertici anche tu. - lo pregò Olsen, mentre il vocìo aveva ripreso inarrestabile. - Il nostro compito è evitare che accada una simile disgrazia, l’hai dimenticato? E ora un po’ di silenzio! - sbottò, battendo di nuovo il pugno.
Riacquistato il giusto rispetto, proseguì riabbassando il tono di voce: - Non c’è tempo da perdere... Il soggetto da fermare è un genio nel campo della fisica ma, al momento, è anche altamente instabile. Ha commesso un... azzardo, diciamo così, che si è tragicamente trasformato in una disgrazia; e per porvi rimedio rischia di far implodere, o quantomeno sconvolgere, il piano temporale su cui muove il nostro continuum. Dobbiamo fermarlo, impedirgli di agire ulteriormente in modo scorretto.
- Chi è, da dove salta fuori questo pazzo? - chiese Gavor seccato.
- Sono cinque mesi che lo teniamo d’occhio e non è un pazzo, ci tengo a sottolinearlo: è il professor Elia Lindt, e non c’è bisogno che sia io a presentarvelo.
La sala sprofondò in un pesante, soffocante silenzio. Tutti i presenti rimasero letteralmente a bocca aperta. Scioccati ancora più che stupiti.
- Bene, passiamo all’analisi e alla programmazione della fase operativa. - Riprese solerte Olsen, destandoli dall’intorpidimento. - Nulla dovrà essere lasciato al caso e non potremo permetterci di sbagliare, perché, soprattutto questa volta, non avremo una seconda possibilità.
- Ci mancava solo il dottor "Tempora"
- mormorò Gavor tra se e se, scuotendo la testa.
Braille gli si affiancò; i due continuarono a passeggiare lungo il viale
che attraversava il sovraffollato luna park. Superarono la fila di temerari
pronti a lanciarsi nella simulazione del vecchio shuttle, capace si spingerli
fino a tre G, e continuarono a camminare fino a quando non si ritrovarono circondati
dal necessario isolamento.
- Allora? - si fece avanti Olsen, curioso come mai.
- Ci sono novità, purtroppo.
Braille si fermò e gli indicò una panchina su cui accomodarsi e poter parlare indisturbati.
- Perché, purtroppo?
- Le cose si complicano. - Braille s’accese una sigaretta e riprese: - C’è qualcuno che manovra dall’interno, che ci mischia le carte, e non abbiamo afferrato subito chi era veramente a muovere i fili.
- Questi sono affari vostri. Io voglio solo sapere come devo comportarmi.
Olsen, com’era solito fare, tagliava corto; si premurava di ricevere da quell’uomo solo le notizie che lo interessassero direttamente, perché il pericolo di essere usati come strumento delle sue manovre era sempre presente e minaccioso.
- Pensiamo non sia stato un incidente. Forse è stato tutto organizzato e Lindt è stato messo in mezzo. Ma sia chiaro che sa bene cosa sta facendo e cosa rischia di scatenare, non è un ebete e nemmeno un incompetente.
- Chi sono? I loro servizi di spionaggio o è un’operazione ufficiale?
L’altro non rispose.
- Qualcuno li stia aiutando dalla nostra parte - riprese Olsen, - e voi state pensando ai miei uomini, è così? - Sorrise sprezzante. - Beh, vi sbagliate, Braille. I miei li conosco troppo bene, sono puliti. Tutti quanti. Cercate altrove, ma soprattutto non metteteci in mezzo alle vostre porcherie.
- Lei si preoccupi solo do fare bene il suo lavoro. Lindt deve essere fermato.
- Faremo ciò per cui siamo pagati. Lindt non ci darà altri grattacapi.
- Olsen, qui si gioca sporco - guadandolo. - Volevo solo farle capire questo.
- Mi sta dicendo che se Lindt dovesse rimanere coinvolto in un incidente, non le importerebbe nulla? Lei sa bene cosa comporterebbe... è proprio sicuro di volermi concedere questa libertà?
- Lei faccia ciò che ritiene più opportuno. E se dovesse ritrovarsi con un elefante che la rincorre, non stia a preoccuparsi di calpestare le formiche che troverebbe sul suo percorso.
- Questa è buona - disse Olsen ridendo sotto i baffi. - È frutto del suo genio o cose del genere ve le insegnano nei corsi d’addestramento?
- Lei faccia pure lo spiritoso, ma quelli dall’altra parte vogliono spazzarci via. Spero solo che le sia chiaro.
- Lo teniamo d’occhio, Braille. Le assicuro che non farà altri danni.
- Vorrei divertirmi come fa lei, sa? - Gettò
la sigaretta e si alzò per andarsene. - Ma ho paura che le preoccupazioni
ci toglieranno il piacere di sorridere per un bel po’ di tempo.
Le immagini che apparvero sullo schermo erano chiare e riprendevano l’ampio
atrio della stazione di teletrasporto di Melbourne. La visione ora si avvicinava
gradualmente focalizzandosi su una delle diverse file ordinate di viaggiatori
e poi stringeva in particolare su gruppetto familiare composto da padre, madre
e figlio di pochi anni. La risoluzione si abbassava leggermente ma rimaneva
abbastanza nitida per una buona osservazione degli eventi.
Il bambino, abbastanza grande, seguiva diligentemente mamma e papà dietro la lunga fila; erano tutti sereni o così pareva, e pronti a tornarsene a casa dopo qualche giorno di vacanza al sole dell’Australia. Il piccolo indossava una fascia-visuale e giocava con partecipazione ed emozione, come se vivesse realmente l’avventura virtuale, ma pur sempre con un atteggiamento composto. I suoi genitori invece erano rilassati e chiacchieravano distrattamente, scambiandosi di tanto in tanto qualche frase spezzettata solo per ingannare l’attesa. Il bambino disse qualcosa alla madre, leggermente spazientito; lei lo accarezzò sui capelli dolcemente come farebbe qualsiasi brava mamma.
A pochi metri dal loro turno, prima dei controlli doganali di routine, i due genitori iniziarono a innervosirsi un pochino di fronte ai capricci del piccolo che si era stancato di attendere. Lo ripresero, in modo educato e discreto, ma il bimbo scoppiò in lacrime.
Giunse il loro turno. Il poliziotto dopo pochi istanti comunicò loro che tutto era in regola e gli fece cenno di passare: il padre inserì la tessera personale, passò le sbarre orizzontali ruotanti e si avvicinò al portale; si girò per assicurarsi che anche sua moglie e suo figlio fossero passati regolarmente e poi varcò la soglia immergendosi nella gommosa immaterialità del fase zero, sfumando centimetro dopo centimetro sotto lo sguardo ravvicinato della telecamera; subito dietro di lui, ormai già assorbito nella parete invisibile dello spazio-tempo, svanì il bambino a cui si accodò anche la mamma.
- Bene... cioè, male - esordì impacciato il professore, ravviandosi i capelli. - Conosco quella scena: è la sequenza di quel bambino... Kajo, giusto?, disperso nel passaggio attraverso il traslocatore di Melbourne. È andata in onda su tutti i notiziari per una intera settimana. Perché ha voluto che la vedessi a tutti costi?
Elia Lindt ripeté ancora e ancora il gesto di ritoccarsi l’acconciatura, in quello che appariva in tutto e per tutto un tic maniacale.
- Beh, ha ragione, mi deve proprio scusare. Una semplice... formalità, diciamo così. Un suggerimento dei superiori, sa com’è... - concluse Nezeli, fingendosi irritato. In realtà aveva appena avuto ciò che desiderava: cogliere il messaggio emotivo che potevano comunicargli gli occhi di Lindt di fronte alla visione di quelle immagini; e avere quindi un riprova valida dei suoi sospetti.
- Mi dica, professore: lei pensa che un uso "improprio" del traslocatore, in un determinato luogo e in determinato momento, possa produrre spiacevoli effetti indesiderati sul corretto funzionamento dei comuni binari di traslocazione, proprio come nel caso che le ho appena mostrato?
- Io sinceramente... non saprei. Presumo di sì - abbozzando un mezzo sorriso.
- Ed è quello che pensiamo anche noi. Il problema però, professore, è che lei dovrebbe saperlo bene. - Nezeli tagliò corto.
- Cosa...? Non capisco.
- Si tolga quel sorriso dalla faccia, Lindt. Non c’è nulla di divertente ed è inutile tergiversare ulteriormente. Stiamo indagando su di lei da una settimana e abbiamo buoni motivi per credere che possa essere coinvolto in un qualche genere di affare clandestino connesso alle sue ricerche sul traslocatore STM.
Lindt si mostrò sorpreso, e cercò miserabilmente di sdrammatizzare. - Sta scherzando? È una burla, non è vero? - Il suo sorriso era tirato, di certo non rilassato né spontaneo. - Scommetto che dietro tutto questo si nascondono quei burloni dei miei assistenti... vero?
- Non sbaglia, no - sorrise a sua volta Nezeli, lui sì divertito dal miserabile tentativo di Lindt. - A tradirla sono stati proprio i suoi assistenti; un paio, per la precisione. Anche se sembra che lei stia architettando tutto da solo, lasciando il resto della équipe al di fuori di questo suo personale e pericoloso progetto.
Di colpo il sorriso affettato di Lindt scomparve. Appariva del tutto smarrito, immobile nel corpo come nei pensieri.
- Di che cosa verrei accusato, precisamente? - Balbettò, con gli occhi grigi vitrei e la mente di colpo lontana.
- Dell’ideazione e dell’impiego dannoso di una variante del traslocatore e, come diretta conseguenza, di omicidio colposo di Kajo, il bambino di Melbourne. - fece una pausa e lo osservò, studiando le sue reazioni. Poi riprese: - Non sappiamo ancora bene in che cosa consista tutta la faccenda che sta mettendo in piedi, ma prima o poi arriveremo a saperlo con certezza. È solo una questione di tempo. - Si fermò ancora, questa volta per guardarlo negli occhi, ma Elia Lindt volse lo sguardo altrove. - E comunque, confidando in una sua piena collaborazione, speriamo di accelerare le indagini.
Il professore chinò il capo e affondò le mani nei capelli, senza più curarsi della loro perfetta scriminatura.
- Ho un mandato della Procura, professore. Dovrà seguirmi e farebbe meglio a vestirsi.
Elia Lindt, uomo di fama e di successo, sembrava essersi trasformato di colpo in una specie di ameba. Si alzò, in uno stato di trance semi catatonica e si diresse verso le scale che conducevano al piano inferiore.
- Professore - lo richiamò Nezeli, - non si faccia venire strane idee; la casa è circondata dai miei agenti. - L’altro non si girò neppure, come se non avesse sentito nulla, e proseguì a scendere gli scalini.
Nei pochi minuti passati ad attendere con pazienza che il professore si vestisse e si preparasse, Nezeli gironzolò con discrezione per il salotto ampio e adorno. Si guardò un po’ attorno e si soffermò su qualche bella tela riconducibile al periodo neoclassico, ma cercò soprattutto di dare un senso all’eccentrico arredamento del soggiorno, un misto osceno di antiquariato di valore e arte contemporanea del ventesimo secolo: quando dio aveva distribuito il buon gusto, si disse Nezeli, il professor Lindt non doveva essere stato assente.
Poi, inaspettatamente, avvertì un leggero scalpiccìo di piedi scalzi proveniente dal secondo piano; pochi istanti dopo sentì i passi scendere lungo le scale che portavano al soggiorno. La prima cosa che Sanso vide spuntare dagli scalini furono i piedi, snelli e giovani, e ad essi seguirono un paio di bellissime gambe abbronzate, lunghe e sode ma niente affatto muscolose. Nezeli, sorpreso da quella impensata apparizione, strabuzzò gli occhi e rimase muto, in un’attesa che nel volgere di brevi attimi era divenuta palpitante.
La freschissima e splendente ragazza, che lui difficilmente avrebbe classificato nella categoria "maggiorenne", sembrò più meravigliata di Nezeli. - Oh, mi scusi! - gridò flebilmente non appena si accorse della sua presenza. - Non sapevo che ci fossero ospiti in casa.
Nezeli rimase letteralmente a bocca aperta. La fanciulla indossava solo una succinta camicetta, di qualche misura inferiore alla sua taglia, a mala pena sufficiente a coprirle le formose parti intime.
Gli si avvicinò tendendogli la mano, mentre con l’altra tentava di chiudersi i bottoni lungo l’ampia scollatura. - Perdoni il mio abbigliamento - disse per nulla imbarazzata, fingendo di possedere quel minimo di comune senso del pudore.
Quale abbigliamento?, si domandò Nezeli.
- Mi chiamo Helen Vishy. Lei è...?
Lui le strinse energicamente la mano, ancora imbambolato e con gli occhi fissi sui suoi, senza riuscire ad afferrare che sarebbe stato consono e educato presentarsi a sua volta.
- Il suo nome, intendevo... sarebbe? - ribadì lei un po’ imbarazzata.
- Io sarei... - destandosi dal torpore, si schiarì la voce - o meglio sono, Sanso Nezeli, procuratore di zona. Mi scusi, ero sovrappensiero.
- Oh - un altro stridulo gridolino. - Non pensavo che fosse una persona così... davvero, perdoni la mia impudenza. Sono ingiustificabile.
- Beh, in fondo sono io quello fuori luogo - disse sorridendole compiacente, quasi dovesse giustificarsi.
- E posso chiederle cosa fa qui?, oppure... - gli domandò cercando di abbassarsi ancora la camicia, senza riuscirci per due evidenti questioni di natura fisica: quella riguardante la prosperosità delle sue forme, troppe in quello spazio ristretto; e la seconda che interessava l’elasticità dei tessuti, poca o del tutto assente. - Ooh, sono irrecuperabile. La mia domanda era ancora inopportuna, vero?
- No, non si preoccupi. La sua presenza non è poi così sgradevole, sa? - Di colpo Sanso prese coscienza di ciò che stava dicendo e del suo atteggiamento da donnaiolo da strapazzo. Ma che cosa gli saltava per la testa?! Si stava comportando come un implume adolescente in preda ad un’irrefrenabile eruzione ormonale. Cercò di riacquistare un po’ del contegno perduto. - Comunque è giusto che lei sappia: sono qui per il professor Lindt, e dovrò accompagnarlo in Procura dove verrà trattenuto in attesa di ulteriori accertamenti. Mi dispiace, di più non posso dirle.
- Oh - esclamò Helen in tono mesto, accigliandosi.
- Pensa che impiegherà ancora molto a prepararsi? - le suggerì Nezeli, indicando il piano di sotto.
- A prepararsi? - ripeté lei, senza capire e indicando nella sua stessa direzione. - Io non saprei, procuratore... cosa doveva fare Elia di preciso, in laboratorio?
Sanso le sorrise. - No, no - quasi beffandosi della sua ingenuità, - non in laborato... - si bloccò senza riuscire a terminare la frase, il sorriso stroncato e gli occhi spiritati. - Non posso essere stato così stupido... - disse a se stesso a voce alta.
Nezeli si girò di scatto, percorse il soggiorno di corsa e si lanciò giù per le scale attraversandole con un solo balzo. Aprì la porta... appena in tempo per rimanere di ghiaccio. Si ritrovò un ampio, attrezzatissimo laboratorio scientifico, del quale nessuno all’interno del suo pur nutrito e meticoloso gruppo d’indagine aveva mai saputo nulla. Sul lato destro vi erano alcune apparecchiature ancora accese, dall’aspetto piuttosto spartano, e poi poco più avanti, semi nascosto tra una lunga scaffalatura e un immacolato tavolo da lavoro, trovò un piccolo traslocatore STM, un congegno dalla fattura artigianale ma perfettamente funzionante, perché del professor Lindt, in quella specie di cantina senza altre porte o finestre, non c’era più alcuna traccia.