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Come nei peggiori incubi
di Andrea Iovinelli




Una bella giornata limpida e fresca. Di quelle in cui le più oscure abiezioni umane si manifestano al meglio delle loro possibilità, stagliandosi contro la luminosa meraviglia che le circonda. Riconobbe i suoi passi malfermi appena varcò la porta d’ingresso. Songer, ancora bambino, corse a nascondersi dietro la porta. Col suo incedere barcollante l’uomo sbatté più volte contro la mobilia, e alle bestemmie che ne seguirono si unì il rumore delle suppellettili scagliate a terra dalla rabbia.

"Giochiamo un po’ a nascondino, Songy caro?", cantilenava; accadeva spesso quando rientrava sbronzo e delirante, e aveva inizio la caccia. Un gioco che aveva per protagonisti un adulto e un bambino. Un gioco non comune.

Songer non sapeva cosa fosse la serenità familiare o l’affetto di un genitore. Conosceva solo le imprecazioni, le urla e le percosse che era solito riservargli il suo tutore.

Scesero improvvise le ombre del crepuscolo, le forme divennero brune e indistinte e i loro simulacri si allungarono minacciosi, fondendosi l’uno con l’altro. Si sentiva così piccolo e indifeso, e tutto intorno a lui improvvisamente si fece più grande e sproporzionato. La testa iniziava a dolergli e la stanza prese a roteare e a ondeggiare, dapprima lenta, poi sempre più veloce, quasi fosse preda di un vortice. Chiuse gli occhi, tremante, cercando di scacciare quelle visioni infernali, e inspirò profondamente. Doveva vincere l’orrore che lo paralizzava, se desiderava davvero sfuggire a quella cieca follia che sapeva bene, presto o tardi, l’avrebbe ucciso. Doveva agire e mettere fine, definitivamente, al suo castigo. Bastava solo togliere la vita al suo aguzzino.

Sentendo i passi di quest’ultimo risuonare in salotto, con estrema cautela, provò a schiudere le palpebre. Aveva il fiato corto, le gambe molli, e faceva fatica a vedere bene, perché le lacrime dell’esasperazione avevano colmato i suoi occhi. Si liberò dalla morsa della paura, strinse i pugni, e s’avviò verso il seminterrato. La scala di accesso al piano inferiore apparve di colpo così lunga, e quei gradini così alti; un percorso che si stendeva e s’allungava all’infinito fino a diventare una distanza incolmabile. Quello stanzino quadrato buio e umido era la sua unica via di salvezza, il rifugio ultimo in cui Janus non sarebbe mai stato capace di scendere. Ma era pure l’oggetto delle peggiori fantasie e dei timori più intimi che affollavano la sua immaginazione di bambino: un ricettacolo di insetti e di esseri mostruosi, pieni di zampette solleticanti, di chele e tentacoli che lo artigliavano e lo pizzicavano nel corso dei suoi incubi a occhi aperti di giorno e in quello delle sue frequenti notti insonni passate sotto le coperte.

"Songy?", continuava a chiamarlo. Songer, sempre ad occhi serrati, accelerò sorreggendosi al corrimano fino a quando, sul fondo della scalinata, arrivò a toccare la vecchia e consunta porta di legno. Il cigolio di quest’ultima svelò il suo nascondiglio, ma Songer confidava sul fatto che laggiù e in quelle condizioni, lui non sarebbe mai in sceso.

Entrò alla cieca nello scantinato, tastando il muro alla ricerca dell’interruttore della luce, ma trovò sotto i suoi polpastrelli solo qualcosa di flaccido e viscido. Gridò senza potersi frenare, balzò di lato urtando uno scaffale dal quale si riversò una cascata brulicante di minuscoli insetti che prese a colargli in testa, e poi scese implacabile lungo il collo, insinuandosi fin dentro i vestiti. Urlò, agghiacciato, quando ebbe la sensazione che stessero addirittura per intrufolarsi sotto la sua pelle, si dimenò freneticamente contorcendosi e battendosi su tutto il corpo, cercando di scacciarli. Poi, s’accese una luce accecante e non poté trattenersi dall’aprire gli occhi.

Si guardò attorno inorridito. La stanza era vuota e di certo non era il seminterrato. Non vi era più alcuna traccia di insetti o di mostriciattoli tentacolari e, come se non fosse abbastanza, non c’era alcuna luce, né lampada che potesse crearla. L’ambiente era invece cupo e soffocante, e nell’aria si respirava una strana fragranza dolce.

Songer, sempre più atterrito, si sentì picchiettare sulla spalla.

- Ta-naaa! – fece Janus, con un tono di voce musicale. L’orrore trafisse il bambino e gli impedì ogni atto. – Spiacente, fine del gioco. - Sempre canticchiando.

- A... aspetta, Janus... – disse Songer, con voce rotta, nel tentativo di bloccare la violenza che era smanioso di manifestare. - Non fa-farmi male, ti prego... volevo solo giocare un po’, e... e...

BANG. Janus, barcollante, osservò incredulo il tenue fumo che si alzava dalla pistola, improvvisamente apparsa nelle mani del suo figliastro. – Razza di piccolo bastardo... come puoi...? – Il colpo di pistola l’aveva passato da parte a parte all’altezza dello sterno. Eppure Janus, superato quel primo momento di puro smarrimento, continuava a parlare e ad agitarsi come se non fosse accaduto nulla. La cosa curiosa e raccapricciante insieme, era il fatto che non sembrasse far caso al grosso foro che gli trapassava il corpo e che lasciava persino intravedere attraverso esso.

BANG. Gli sparò ancora con le palpebre serrate e, nonostante il tentativo di Janus di pararsi col braccio, stavolta lo centrò in fronte. Cadde a terra con un tonfo pesante, attorniato da una pesante nuvola di polvere. Un plumbeo mantello di silenzio ricoprì la stanza.

Ma era ancora vivo e, anche se con un certo sforzo, sollevò la testa. - Pensi davvero di poterti liberare di me, moccioso? – farfugliò. Pochi attimi e prese a ridere di cuore, col suo pancione spropositato e gelatinoso che ballonzolava da tutte le parti. Si alzò claudicante e, continuando a ridere come se niente fosse, provò a braccarlo.

- Non ti libererai mai di me, Songer caro – cantilenò ancora, tastandosi la fronte e infilando le dita grassocce nel occhiello provocatogli dalla pallottola. Era quasi sopra di lui, pronto ad afferrarlo per il collo con la sua presa d’acciaio, e Songer restava immobile di fronte alla sua apparente immortalità. Di colpo, il suo voltò si deformò e si rimaterializzò con le fattezze dolci e tondeggianti di Marylee, la sua cara, amata, donna traditrice.

- Songer! – La voce era forte ma ancora lontana. Si sentì scuotere con un certo vigore. L’immagine di Janus-Marylee sparì all’improvviso, come se avessero spento la luce. Come se avessero interrotto un incubo.

- Ehi, amico, la gita è finita – le parole presero una tonalità più acuta e si fusero a mano a mano con le nuove, più nitide. Avvertiva tutte quelle sensazioni come se fossero ovattate. – Ehi, Songer, svegliati. – Un altro scossone alla spalla. - Apri gli occhi, siamo arrivati.

Faticò non poco a sollevare le palpebre, e i contorni dell’ambiente iniziarono a prendere forma e a farsi più nitidi, fino a schiarirsi nelle immagini limpide della realtà. Con la testa dolente, ancora un po’ disorientato, prese coscienza d’aver vissuto un sogno. O meglio, di aver rivissuto il suo passato in sogno.

Il viaggio che l’aveva portato al centro d’addestramento spaziale, ai confini della Terza Zona, era stato davvero bello e, paradossalmente, dopo tante corse e tanti affanni, in quel posto e in quel contesto, era riuscito perfino a rilassarsi. Attraversarono spazi immensi e desolati del cosmo, tra ammassi di stelle scintillanti, filanti nubi di polveri e gas, inoltrandosi ben oltre il settore esterno di Cignus Lambda, ai margini dello spazio esplorato, lungo quella che era stata definita la Nuova Frontiera e facendo di tanto in tanto brevi soste di rifornimento su qualche sperduto pianeta..

Ad attenderli un planetoide brullo e sterile, tempestato di strutture artificiali in metallo e materiali plastici sparse per tutta la superficie. La sua nuova casa, ovvero la sua nuova prigione, non sembrava un luogo accogliente e, come avrebbe scoperto solo più tardi, non lo sarebbe stato affatto.

L’avevano messo alle corde, chiuso in un vicolo cieco senza possibilità di scelta - perché non c’era nulla da scegliere tra il carcere e la semilibertà - e l’avevano costretto ad arruolarsi. Songer aveva considerato le alternative che gli si sarebbero potute presentare, e in fondo era contento del destino che gli era stato riservato. Poteva finire molto peggio.

Già... com’è che non sono ancora riuscito a farmi ammazzare?, pensava spesso, quasi sorpreso di quella che era di fatto una singolare anomalia. Un’idea che lo aveva sempre accompagnato nel corso delle sue malefatte, ma che non lo aveva mai spinto ad abbandonarle. Come quando si nasce e si vive sotto un vulcano: si sa che prima o poi ti esploderà in testa, e che ci rimarrai stecchito, ma questo non ti convincerà a cercare un’altra casa o, nel suo caso, a cambiare stile di vita.

Songer Traisio era un poco di buono. Era stato condotto per mano lungo le perniciose e miserabili vie del crimine fin da bambino e non era capace di essere altro che se stesso. Nel sangue, nelle ossa e nel profondo dello spirito che animava ogni sua azione, Songer era un malvivente; e niente o nessuno l’avrebbe mai trasformato in qualcos’altro.

Il molo orbitale che li accolse era piccolo ma funzionale. Dopo aver sganciato la sezione passeggeri dalla stiva dell’incrociatore, con poche e brevi operazioni, la adagiarono su una ben più maneggevole navicella adibita al trasbordo a terra. Traisio osservò dal suo finestrino tutte le laboriose e meticolose procedure che animavano il porto spaziale, l’altalena monotona dei bracci meccanici e il viavai organizzato degli addetti esterni ai container di materie prime, mentre nella sua mente continuavano ad affollarsi pensieri e domande. Perché là?, perché lui e quel gruppo di reietti? Cosa nascondeva l’avamposto della colonizzazione umana?



- Come procede l’avanzata della Seconda Divisione?

- Non bene, generale. O meglio, non procede. Ci superano in numero e "potenza di fuoco", sebbene il termine sia alquanto improprio.

- In parole povere, il nostro fronte d’attacco indietreggia?

- Praticamente sì. È stato costretto a muoversi in circolo, a ruotare su se stesso e... Ora ci sono dietro. Stiamo provando a contrastare le loro operazioni offens...

- Quante perdite?

- Ehm... Quasi tre battaglioni.

- Quei... quei cosi maledetti! Non pretendo di conoscere la loro filosofia o la loro biologia, né i loro costumi. No... Vorrei sapere solo cosa sono e cosa vogliono, niente di più. Sapere perlomeno questo aiuterebbe a combatterli, non crede maggiore?

- Sì, signore. Ma purtroppo dovremo riuscire a mantenere il controllo della Terza Zona anche senza dare risposta a queste domande.

- In queste condizioni assurde, dopo aver provato di tutto, che cos’altro possiamo fare?

- Nulla, generale. Null’altro che combattere e continuare a resistere. Sperando.

- Già... pregare forse è la sola cosa sensata che ci rimane da fare. Sembra tutto così... inverosimile. Se solo avessi saputo che la prima forma aliena intelligente che avremmo incontrato sarebbe stata questa... non avrei mai, mai, neanche lontanamente desiderato incontrarne una.


Un mostruoso tentacolo lo passò da parte a parte, squassandogli ossa, organi e tessuti interni, e il pavimento fu inondato da fiotti di sangue. Traisio osservava incredulo, con gli occhi sbarrati, mentre la propaggine si torceva e si dimenava spostandolo di peso, sbatacchiandolo da una parte all’altra della stanza.

Tutto accadeva però come se il corpo fosse di un altro. Non provava nessun dolore, nessuna sofferenza. Nemmeno una piccola sensazione latente. Era dentro di lui, viscido e poderoso, e scavava e si contorceva iniziando ad avvolgersi attorno al suo busto; eppure non c’era sofferenza in quella tortura puramente visiva. Solo un lacerante gelo che pian piano, sfuggente, iniziò a insinuarsi appena sotto la superficie della pelle. Le membra si fecero sempre più molli e un apatico torpore si diffuse lentamente per tutto il corpo. Provò a fare qualche passo, a muoversi piano e a ruotare su se stesso, ma non riusciva a liberarsene. Quel tentacolo era sempre lì, come se lo seguisse e lo spingesse, giocando col suo corpo, impedendogli ogni tentativo di disfarsene. L’angoscia e l’impotenza lo tormentavano, costringendolo in una gabbia di disperazione.

Il forte stordimento unito a quel supplizio incorporeo e indolore, lo gettò nel panico. Songer gridò per scacciare l’incubo, ma non udì alcun suono. Solo un leggero sibilo che sfuggiva dai polmoni. Provò ancora a urlare ma la sua gola ora era come paralizzata. Con terrore crescente, la stanza iniziò a ruotargli intorno, sempre più vorticosamente.

Nel tentativo di aggrapparsi a qualcosa, spinse con tutta la forza che aveva nelle gambe verso la parete; provò a tirarsi dietro il tentacolo che continuava a contorcersi nella sua pancia e che lo cingeva avidamente. Poi, vedendo che non riusciva a muoversi in alcun modo, si girò per far leva con le sue gambe contro l’essere stesso, e si paralizzò di fronte all’insensatezza di ciò che vide.

Là dove avrebbe dovuto trovarsi il corpo del mostro, l’immagine si dissolveva in una specie di buco nero dai contorni sfocati. Nel centro di quella macchia scura spariva tutto, e di quella che avrebbe dovuto essere la sua stanza non rimaneva niente. Quando si decise, gioco forza, a ignorare quell’irrazionale allucinazione, proseguendo imperterrito nel suo scopo, trasalì di nuovo, perché dall’oscurità di quel nulla spuntarono i volti dei suoi compagni di stanza, e poi quello del sergente Nellie, e dopo di questi quello di Marylee, il suo secondo incubo peggiore.

- Sei una nullità – gli disse lei, passando come al solito avanti agli altri.

- Sei la melma della feccia – le fece eco Nellie.

- Sei di troppo qui, mammoletta – lo canzonarono i suoi compagni.

Da dietro il gruppo spuntò all’improvviso Janus che gli si avventò contro e lo afferrò per il collo. Lo sollevò da terra e, giunto quasi sul punto di soffocarlo, lo scaraventò con violenza contro la parete, quasi come se fosse privo di peso. Songer con gli occhi fuori dalle orbite e senza fiato, in preda a forti convulsioni, fu sul punto di rigurgitarsi lo stomaco.

In quell’imperscrutabile marasma, in un fulmineo momento di lucidità mentale, si stupì di essere libero dalla morsa del mostro. Ma le urgenti "faccende" che si trovava ad affrontare, gli fecero subito accantonare quel pensiero. Tutto era o appariva inconcepibile, e questa irrazionalità non lo lasciava riflettere in alcun modo.

Turbato, esausto, decise di lasciarsi andare e di non opporsi più agli eventi che gli si sarebbero presentati. Chiuse gli occhi e desiderò solo che gli donassero la morte, unica via di fuga da quell’incubo senza uscita.

Gridò a lungo con tutto il fiato che aveva in corpo. E stavolta riuscì a udirsi.

Fu come spezzare delle catene d’acciaio o sradicare una pruriginosa appendice dal proprio corpo. Il panico agghiacciante che lo pervadeva cominciò gradatamente a spegnersi e pian piano si fece largo in lui un intimo senso di liberazione.

Seduto sul suo letto, stravolto da quell’incubo, si tastò addosso e intorno a sé. Scandagliò freneticamente la stanza in cerca del mostro e faticò ad accettare che la realtà fosse tanto tranquilla. Il cuore gli batteva a mille e aveva un enorme groppo in gola. Era stato tutto così intenso e terrificante che faticò a riprendere il normale ritmo respiratorio. Ci volle più di qualche attimo per rilassarsi e riacquistare in pieno le proprie facoltà fisiche e mentali; finalmente quieto, decise di scendere dal lettino, e nel poggiare le gambe a terra si rese conto di essere completamente zuppo di sudore.

Songer aveva appena "subito" una nuova sessione di addestramento in "Sala Simulazione". Aveva vissuto un'altra menzogna; quelle simulazioni indotte a livello corticale erano così corporee e tangibili che la prima volta gli avevano provocato un fortissimo trauma neurologico, facendogli "guadagnare" venti giorni di riposo forzato a letto. La domanda che continuava a ripetersi e a cui nessuno lì dentro poteva rispondere, era sempre la stessa: non avrebbero potuto fargli fare un addestramento classico, bello duro, di quelli in cui ci si spacca in quattro e si consumano più calorie di quante se ne riescano ad assimilare?

- Puoi andare, Traisio – gli comunicarono dall’altoparlante, destandolo dal torpore.

Un clangore metallico accompagnò l’apertura della pesante porta, e tutt’attorno scomparve quel ronzio di apparecchiature elettriche che permeava l’aria.

- Quarantadue – disse in tono freddo l’ufficiale di turno, riconsegnandogli la sua tessera identificativa. – Avanti il prossimo – proseguì rivolgendosi agli altri in sala d’attesa.

Quarantadue centesimi. Aveva ancora tanta strada da percorrere davanti a sé, prima di poter scoprire a cosa l’avrebbe portato tutto quello.

Quegli addestramenti non avevano senso; non se ne era mai sentito parlare in nessun luogo, nemmeno vagamente. A cosa avrebbero potuto prepararli? Erano militari, e il loro addestramento doveva servire a qualcosa. Perché si ritrovavano a esercitarsi al confine dei territori esplorati, quando la guerra che presumibilmente avrebbero dovuto affrontare era all’altro capo della galassia? E perché dovevano allenarsi a subire incubi mostruosi ogni giorno, due volte al giorno, invece di esercitarsi a combattere corpo a corpo contro gli uomini delle Colonie Asteroidali?

- Forse quelli delle Colonie possiedono una nuova arma – gli suggerì Hany Kaj mentre ne discutevano in sala mensa. – Un qualche tipo di allucinogeno che induce alla pazzia giocherellando con le tue stesse ossessioni.

Hany era un settantatré centesimi da due settimane, e il giorno seguente venne trasferito. Songer sapeva solo che, continuando di questo passo, alla pazzia ce l’avrebbero portato i suoi stessi ufficiali istruttori. Non solo viveva e riviveva incubi dopo incubi, in quella stanza delle torture virtuali, ma ormai lo stesso patimento e le stesse angosce gli si presentavano puntualmente anche in sogno, mentre dormiva. Era divenuto davvero faticoso riuscire a districarsi, quotidianamente, anche durante la veglia, tra sogni spontanei, vecchi ricordi e simulazioni indotte.

Strappare l’esile ragnatela dell’irrealtà, calarsi in modo concreto nell’esistenza materiale, era divenuto sempre più logorante e richiedeva un’applicazione mentale e una concentrazione che portavano pericolosamente al limite dello sfinimento. Combattere continuamente con tutti i propri fantasmi del passato, gli amici rivali e i nemici complici, la morte degli affetti più cari o dei più odiati, ritrovare lo strazio dei sentimenti illusi e traditi, era semplicemente un nuovo tipo di tortura. E poi tutta quella lunga, interminabile serie di visioni e figure deliranti, orripilanti, che spesso si ripresentavano nel corso dei diversi sogni, reali o virtuali che fossero, concretizzando intime e nascoste paure, in un infinito supplizio. Una punizione troppo severa perfino per un balordo come lui. Una pena sproporzionata al crimine commesso, qualunque esso fosse.

Col passare dei giorni e dei mesi, a mano a mano che il punteggio di Songer aumentava, il confine che separava i differenti piani del suo vivere si fece sempre più confuso, talmente sottile che, allo stremo delle forze, si rifiutò di distinguerlo e lasciò la sua mente libera di interpretare tutto come un unico e piatto piano esistenziale.


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