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Vento, la mia prigione

di Andrea Iovinelli




Era giunto il momento. Le possenti correnti d’aria arrivavano fin là, superando barriere, coste e muri. Il fiume di vento in piena era impressionante e Baru aveva l’accecante paura di commettere un errore che non l’avrebbe perdonato. Allacciò i moschettoni della vela, e li ricontrollò, di fretta ma attentamente, uno ad uno. Inspirò profondamente e spinse le gambe tremanti verso le tavole di lancio che s’affacciavano all’interno del grande canale. Pochi metri alla tavola; il ruggito del vento era sempre più fragoroso e i brividi sulla sua pelle sempre più frequenti.

Avrebbe lasciato la sua terra, i suoi amici e i suoi familiari. Li salutò, immaginando il volto di ognuno di loro. Tralasciò solo suo padre Doren, la causa della sua fuga nascosta. Una fuga che lo allontanava per sempre da una vita miserabile, rinchiusi tra le mura del villaggio a soffrire la fame, aspettando di essere uccisi senza pietà da qualche comunità rivale e, soprattutto, senza aver mai saputo come fosse il mondo al di fuori di quel recinto.

Ancora più freddo e ancora più aria. Le correnti iniziarono ad avvolgerlo e, brontolando, iniziarono a sollevare qualche lembo della vela. Il rumore iniziava a farsi assordante e si univa agli scocchi e alle frustate del vento sui tessuti. Baru inspirò ancora, prese la vela e la portò di fronte a sé. Poi raccolse il cappuccio d’apertura, vi infilò una grossa pietra e ricontrollò la fune che lo collegava alla vela primaria. Calpestò i primi palmi di tavola. Si fece avanti, con il vento che ormai lo travolgeva, alzò il braccio e lanciò con tutte le forze il cappuccio di spinta; pochi istanti di attesa e poi saltò nel vuoto, aspettando e pregando che la vela si aprisse.


Erano finalmente pronti al tuffo nell’insondabile.

La cortina invisibile era là da tre lunghi secoli e nessuno sapeva cosa avrebbe mai potuto rivelare al mondo esterno. Tutti l’avevano dimenticata, nell’euforia di una ritrovata e duratura pace internazionale, in un’epoca d’intensa prosperità e serenità.

Il Sistema di Disgregazione Molecolare, una sfera intangibile di pura energia distruttiva, meglio nota come Gabbia, era stato il più geniale, inespugnabile e decisivo sistema di difesa mai costruito dall’umanità.

Tuttavia, nei suoi primi azzardati e forzati esperimenti, prima che giungesse ad una piena e sicura funzionalità, furono molte e spesso tragiche le conseguenze della sua frettolosa attivazione. Il più drammatico incidente fu quello che coinvolse l’intera metropoli di Prima, ritrovatasi all’improvviso sotto attacco nemico quasi del tutto indifesa: in mancanza di valide e immediate alternative, i funzionari governativi e militari decisero per la sua accensione. La Gabbia si eresse con efficacia perfetta e impedì ogni ulteriore penetrazione delle forze nemiche all’interno della sua area sferica, ma Prima rimase esclusa da tutto il resto dell’universo per un periodo di tempo che è tuttora inspiegabilmente indeterminato.

Da allora, dal tempo di quella ormai nota a tutti come "anomalia di Prima", le Gabbie furono progettate per avere una limitata durabilità in regime di completa indipendenza, ma soprattutto si capì la causa dell’anomalia, evitando così che si replicasse la tragedia che cancellò in pochi attimi un’intera metropoli e i suoi abitanti.

Nel corso dei tre secoli passati, venne acclarato che gli oggetti che si infrangevano sulle pareti esterne della sfera non andavano distrutti, ma si materializzavano all’interno della superficie stessa in un punto diverso e aleatorio: nella battaglia di Prima infatti, furono molti i velivoli nemici che penetrarono la cortina difensiva spuntando poi intatti all’interno della Gabbia, anche se in tutt’altro luogo. Altri, meno fortunati, si materializzarono sempre lungo la superficie interna del globo di energia, ma nel sottosuolo, disintegrandosi inevitabilmente all’istante.

Ora la sesta missione del progetto "Riscoperta", dopo anni di studi ed esperimenti fallimentari, aveva finalmente localizzato, con ragionevole sicurezza, un punto preciso di accesso sulla superficie esterna della sfera che li avrebbe trasportati in un luogo libero, sgombro e sicuro all’interno della Gabbia.

- A tutte le squadre, siamo sulle coordinate prefissate; assetto stabile. Comunicare stato di pronto.

- Qui Alfa, pronto.

- Beta, pronto.

- Squadra di Sicurezza, pronto.

- Ricevuto. Prepararsi, lancio imminente. Sala di monitoraggio, funzionalità attive?

- Monitoraggio completo e funzionante.

- Dare avvio alla registrazione.

La scomodità consisteva nel fatto che il punto era stato localizzato sulla superficie esterna della Gabbia a circa trecento metri di altitudine. Secondo i calcoli e i dati delle mini sonde robotizzate, in seguito al passaggio attraverso la superficie le squadre si sarebbero ritrovate nell’estrema periferia nord-est. Il condizionale però era d’obbligo. E il rischio di ritrovarsi sotto trenta metri di terra o a centocinquanta d’altezza, senza neanche la possibilità di aprire il paracadute, era concreto e ben presente nella mente degli audaci esploratori. Venne dato ordine di accedere gli schermi interni delle visiere, e una piccola finestra che inquadrava con precisione il punto di accesso, si attivò nella zona in alto a destra.

- Tre, due, uno, lancio! - ordinò il professore Hais Klim, capo della spedizione.

Dietro i primi tre androidi sfilarono i restanti cinque uomini del gruppo, e poi si accodò Klim. Il primo degli androidi centrò perfettamente le coordinate di entrata e quando toccò la superficie della Gabbia si disperse in un luccichio opalescente, come se fosse stato avvolto e ingoiato da una massa semiliquida e gelatinosa.

Gli altri dietro non fecero altro che seguire la traiettoria del primo, tentando di centrare la stessa area di quasi due metri di diametro. Uno a uno si tuffarono all’interno di un breve bagliore e scomparvero. E lo stesso fece dopo di loro la seconda squadra. Dall’altra parte sapevano solamente che avrebbero trovato un ambiente ostile, frutto di un misterioso microclima interno alla sola Gabbia, incessantemente battuto da un vento furioso che soffiava da sud, l’origine del quale era un enigma irrisolto; sarebbe spettato a loro poi, nel corso dei lunghi giorni della loro missione, scoprire il resto. Sempre che vi fosse qualcos’altro da scoprire.


Lontano, in fondo all’orizzonte tremolante, c’era tutto un mondo che aspettava solo di essere rivelato. Fato lo osservava con gli occhi lucidi e incantati, il pensiero che viaggiava già distante e sognante, con tutta la forza modellante della sua fantasia.

- Dai, Fato, andiamo giù - la voce dolce di Aleja.

- Sto qui un altro po’.

Aleja rimase muta, chiusa nella sua rispettosa timidezza; si alzò a testa bassa e scese le scale che portavano al piano di sotto.

Si recava spesso all’ultimo piano dell’edificio più importante del Posto, quello che era anche il punto più alto d’osservazione. Scalarlo era faticoso ma immensamente gratificante, perché quando esausti si raggiungeva la sommità, si veniva ripagati da uno spettacolo mozzafiato. La piana sottostante si stendeva sotto i suoi occhi spazzata da un vento feroce ed insinuante, instancabile, ed era colma di picchi più o meno alti che gareggiavano ad allungarsi verso il cielo sempre terso e in movimento.

Il vento era la loro eterna prigione. Le sbarre invisibili e indistruttibili di un popolo intero; un confine invalicabile e fatale. Quasi sempre mortale. Il dio Vento.

Per loro la perturbazione era costante da tempo immemore. Per il loro tempo era già preistoria. Poteva e doveva essere un’anomalia, ma la breve storia del popolo dei Veleggiatori, stanca di attendere invano un suo improbabile termine, aveva finito per consacrarla e farne quasi un dono divino. Un esplicito messaggio recapitato intenzionalmente per riavviare i figli della terra verso il giusto sentiero, senza possibili fraintendimenti. Nessuno ricordava più l’era in cui governava la quiete dell’aria, quando la città era animata da persone che viaggiavano libere e senza ostacoli, tra il luccichio abbagliante delle insegne luminose e il brusio continuo e caotico del rumore di fondo. Il rumore delle tecnologia perduta.

Fato si sentiva legato e desiderava solo fuggire, allontanarsi da un futuro che non aveva scelto ma che gli era stato imposto. Fuggire e scoprire la magia degli spazi aperti, dell’immensità terrena. Annusare i venti degli altri Posti, osservarne i campi rigogliosi e le vette scoscese, assaporarne la pioggia, sporcarsi le dita di un’altra polvere. Voleva questo, Fato, e null’altro. Viaggiare, scoprire, crescere e non fermarsi più. Gli umili e semplici desideri che fa solo chi non li vedrà mai esauditi.

Un tonfo sordo, e nel voltarsi Fato vide il paracadute di discesa che si apriva, riportando tranquillamente a terra Aleja. Ancora non sapeva cose provasse per lei; le voleva bene, ma i suoi sentimenti erano confusi e foschi. Forse per colpa del suo cuore, che era colmo e palpitante, ma solo del desiderio di fuga e di libertà. E Fato sapeva, con grande maturità e coscienza, che fino a quando non avesse soddisfatto quel sogno, non ci sarebbe stato posto per niente altro; nemmeno per lei.

Mentre il cielo si colorava del solito nitido viola, abbassò lo sguardo sui compagni più anziani, indaffarati nel gettare le reti per la caccia. Il rito si ripeteva quotidianamente, nella stagione delle migrazioni: i volatili, strappati alla loro rotta dall’impietosa forza dei venti, venivano risucchiati senza possibilità di scampo negli ampi viali che canalizzavano le violente correnti d’aria, e lì finivano per cadere nelle reti.

Li osservava nei loro sforzi misurati e attenti, nell’attività che era la base della loro povera ed umile esistenza, del loro vivere quotidiano fatto di piccole cose ben curate. Una constatazione dolorosa e opprimente, a volte ossessiva, per Fato e la sua inesauribile voglia di fuggire da quello che sarebbe stato anche il suo destino.

Arrivarono puntuali le prime prede. Tirarono le reti e perfino Fato ne udì lo schiocco fragoroso. Poche erano le prede che venivano catturate ancora intere; la maggioranza della cacciagione era purtroppo orribilmente sfracellata e immangiabile. Mentre i predatori più anziani, facendo forza sugli argani, ritiravano faticosamente le prime maglie già piene e traboccanti, i più giovani lanciavano quelle vuote, in un intrecciarsi di movimenti armoniosamente coordinati e frenetici.

All’improvviso qualcosa di molto più pesante cadde nelle reti, sradicandole quasi dai supporti. Tra i cacciatori c’era grande concitazione e i più piccoli correvano verso il centro del villaggio gridando qualcosa che Fato non riusciva a udire. Incuriosito e allarmato si precipitò al piano sottostante e indossò il paracadute di discesa. Prese la rincorsa e si lanciò nel vuoto con l’avventatezza e l’audacia tipica della sua giovane età; si lasciò cadere lungo le pareti del grattacielo per diversi secondi, frenando la caduta con molto ritardo, solo a pochi metri dal suolo.

- Fato, abbiamo preso uno dei Talpi! - gli disse ancora di corsa il fratellino Pota. - Dritto dritto nella rete! È mezzo morto! – per il piccolo la novità era eccitante.

Era un giovane ragazzo, probabilmente un suo coetaneo. Quando lo vide, conciato com’era, gli si strinse il cuore in un morsa gelida. Fato provò pietà e subito scacciò con indignata vergogna quel segno di debolezza, che mai sarebbe dovuto apparire in sé; non per coloro che osavano attaccarli e sterminarli senza nessuna distinzione.

- Il ragazzo ha diverse fratture, alcune molto brutte - dichiarò in un piccolo e improvvisato raduno Jor Mora, il capo della tribù, padre adottivo di tutti gli orfani. - Non penso che sopravviverà a lungo.

Un lieve mormorio d’inquietudine si sollevò dalla folla.

- Non sappiamo se sia uno sfortunato fuggitivo o il segno maldestro di un imminente attacco nemico. Comunque sia, teniamoci pronti a riceverli e dar loro ciò che si meriteranno.

Non ci fu bisogno di alcun segno d’approvazione a quelle parole. Tutti condividevano la "politica" d’azione scelta dal loro capo, giustificata dalla frequenza con cui, soprattutto nell’ultimo periodo, si susseguivano le furiose incursioni rivali. La causa erano le piogge particolarmente scarse che costringevano i popoli e le tribù vicine ad andare a caccia, di acqua e di cibo; rischiavano di lasciarci la vita, ma erano spinti dalla piena consapevolezza che l’avrebbero rischiata di più restandosene senza lottare. E il terreno dei Veleggiatori era molto ambito per la ricchezza della acque e la rigogliosità delle piantagioni. Attacchi sotterranei, volanti, paracadutati, attraverso le molle di risalita, oppure per mezzo delle condotte di raccolta idrica. Fato ricordava bene tutti quegli avvenimenti; così come i loro volti, la loro rabbia, la loro fame. E gli abitanti del Posto erano pronti a difendere se stessi e il loro territorio.


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