Capitolo 1

 

12 aprile 1965

 

 Sulla rampa lontana poteva scorgere uno Zemjorka puntato contro il cielo che grondava foschia: il missile era piccolo come una fiammella in una stanza buia, come un palo della luce in mezzo alla steppa bianca di neve. Ma quel giorno, Zemjorka si sarebbe innalzato inesorabile e avrebbe divelto le sbarre della gravità e sarebbe uscito fuori dal pianeta come un bambino dalla culla.

 Pensava il giovane tenente Rostov seduto in tribuna che  quelli erano soltanto i primi passi e che non si sarebbero più fermati, che grandi mete li attendevano. Rostov sbatteva le ciglia per via del chiarore e le pupille fissavano il razzo e le mostrine scintillavano come le lamiere verdi e gialle di Zemjorka. Dovevano studiare nuovi materiali, nuove propulsioni, propellenti potenti, interagenti, efficienti, integranti... Rostov si trovava a Bajkonour da pochi mesi e aveva l'impressione di essere arrivato al centro del mondo, esattamente nel luogo più importante del pianeta Terra.

 Le tribune erette per l'evento erano ormai completamente affollate. I suoi compagni vociavano, scherzavano e Rostov sorrideva e guardava il palco e le grandi torri lontane e il Zemjorka che avrebbe portato una sonda automatica verso la Luna.

 Il giovane tenente era molto soddisfatto di sè. Da quel luogo sarebbe cominciata la colonizzazione dei pianeti. La Luna. Marte, rosso come il suo paese. Sarebbe nata una colonia sovietica su Marte al massimo in vent'anni, Rostov ne era sicuro. E gli americani li avrebbero inseguiti affannosamente, ma non li avrebbero mai raggiunti.

 I megafoni attaccarono l'Inno dell'Armata Rossa e tutti scattarono in piedi. Rostov era in buona posizione: vide il gruppetto salire i gradini del palco. Riconobbe chiaramente il segretario del Pcus, Leonid Breznev, e accanto a lui Alexej Leonov, Pavel Belyayev e Serguei Pavlovitch Korolev e sentì il cuore battergli forte.

 Ci furono i discorsi introduttivi, poi presero la parola Belyayev e Leonov. Belyayaev si limitò a un saluto. Leonov parlò con una voce chiara, forte e Vladimir Rostov restò ad ascoltarlo rapito perchè Leonov era un eroe, perchè Leonov era il primo uomo ad avere galleggiato nello spazio aperto. Era accaduto meno di un mese prima, il 18 marzo del 1965 e anche quella era una data da segnare, come il 12 aprile 1961 che stavano festeggiando: l'impresa di Gagarin compiva quattro anni.

 - Non ho avuto paura, compagni, - diceva Leonov - perchè la sensazione di fare parte del vuoto era troppo carica di bellezza. Non ho avuto paura perchè la sicurezza della nostra tecnologia è completa. Non ho avuto paura perchè sotto di me c'era la Terra e le sue nubi bianche e gli oceani così azzurri e... io non posso spiegare veramente quel senso di avere tutto davanti ai propri occhi, un tutto che è lì, sotto di te e potresti abbracciarlo. Galleggiando nello spazio ho pensato che dobbiamo andare avanti, che dobbiamo ritrovare l'universo che ci ha generato e di cui l'umanità fa parte. E sono orgoglioso che il mio Paese sia protagonista di questa pagina fondamentale della storia dell'uomo."

 Ora parlava Breznev. Rostov pensò ai suoi genitori a Mosca, al papà operaio, alla mamma commessa in uno spaccio di generi alimentari. Che cosa avrebbero dato per vederlo lì. "... Un compagno delle Repubbliche Socialiste Sovietiche - stava dicendo il segretario del Pcus - è stato il primo essere umano a varcare la frontiera dello spazio. Un compagno del nostro Paese è stato il primo a galleggiare nello spazio. Noi siamo orgogliosi di tutto questo e pensiamo che il significato sia chiaro: all'Urss è affidato il compito storico, epocale, di portare l'umanità verso lo spazio, verso l'universo. Una immane responsabilità che è consona al popolo sovietico e alla filosofia marxista e in sintonia con il radioso futuro avviato dal compagno Lenin. Ora, il primo gradino si chiama Luna, il secondo Marte. Il popolo sovietico sarà all'altezza del suo formidabile destino...

 Rostov si unì all'applauso scrosciante. La Luna e Marte. Il giovane tenente pensò al vettore N-1 Super Cosmos in corso di costruzione a Bajkonour.

 

10 febbraio 1967

 - Hanno fatto fuori Konchalovsky.

 Il capitano Vladimir Rostov guardò sorpreso il maggiore Valery Ryumin. Disse: - E' ufficiale?

 Ryumin annuì. - Sai come vanno le cose. L'hanno promosso.

 - Spedito a Plesetsk.

 - Esattamente.

 Rostov si sfregò gli occhi. Stava lavorando da ore davanti a quel minuscolo video in bianco e nero e le attese erano lunghe, i computer lenti, i risultati dei calcoli non arrivavano mai. Al contrario dei problemi che invece si presentavano rapidi e sempre numerosi e quando ne risolvevi uno se ne presentava subito un altro. Vladimir lanciò un'occhiata al video, pensò a quelle maledette valvole dell'ultimo stadio dell'N-1. Disse: - Perchè?

 Ryumin fece una smorfia. - Lo sai.

 - Super Cosmos.

 - Precisamente. Il Cremlino ha stabilito delle date. Il progetto lunare è pronto. Hanno scelto anche gli astronauti: Leonov e Makarov.

 Rostov lo guardò incredulo. - Davvero - fece Ryumin. - Sono ben informato. Leonov scenderà con il modulo sulla Luna, Makarov lo attenderà in orbita nella capsula Sojuz.

 - Perchè proprio Leonov?

 - Perchè si muove nello spazio come se fosse sulla Terra. Perchè per passare dalla Sojuz al modulo bisognerà uscire dalla capsula e muoversi nello spazio aperto fino al portello del "ragno" lunare. Al Cremlino hanno stabilito delle date. Ma non le stiamo rispettando.

 Rostov: - Hanno ragione. Non le stiamo rispettando.

 - Certo. Ma non è colpa nostra. I finanziamenti sono divisi con quel gruppo di imbecilli che stanno a Mosca, Chelomei sta sviluppando il programma alternativo. Così falliremo tutti e due. Cristo. E gli americani arriveranno per primi.

 - Perchè proprio Konchalovsky?

 Ryumin alzò le spalle. - Non potevano fare fuori il capo dell'ente spaziale. Volevi che licenziassero Mishin? Hanno scelto un capro espiatorio. - Ryumin scosse la testa. - Ci vorrebbe Korolev. E' morto troppo presto.

 - Ci vorrebbe che Gloushko si decidesse a costruire motori a ossigeno e idrogeno. Invece no. E' fissato con ossigeno e fluoro. Fissato.

 Rostov si alzò, disse a Ryumin che si sentiva stanco. Uscì dal centro, si calcò bene in testa il colbacco dell'Armata Rossa, sistemò i paraorecchi, infilò i guanti. Erano le tre del pomeriggio e c'erano dieci gradi sottozero. Al tenente Vladimir Rostov venne in mente che quel luogo non doveva essere poi così diverso da Marte: a parte il colore del cielo che lì era grigio come il ferro, espressivo come un muro di cemento e che su Marte invece doveva essere color arancio. Rostov era sicuro che il cielo su Marte fosse di colore arancio sebbene nessun satellite artficiale avesse inviato immagini o dati che potessero confermare quell'idea. Vladimir salì sulla sua autovettura nuova, una Niva 1600 di cui si sentiva orgoglioso. Sapeva bene che non era una sensazione di cui vantarsi, che possedere un oggetto era anche un po' riprovevole a meno che fosse di pubblica utilità. Ma il giovane tenente non riusciva a fare a meno di avvertire una sensazione piacevole quando saliva sulla sua auto e si metteva in viaggio per i viali immensi del cosmodromo e si sentiva solo e libero. La Niva diventava parte di sè. Un'estensione. Come un braccio in più. Rostov scosse la testa. Strane sensazioni. Mise in moto e ripensò a Marte. Si disse che ci sarebbero arrivati, su Marte, e presto: le sonde Mars 2 e Mars 3 erano a buon punto, sarebbero discese sul Pianeta Rosso entro gli Anni Settanta. Sarebbero arrivati prima degli americani. Sebbene loro avessero ottenuto un bel successo con Mariner 4.

 Rostov infilò il viale principale della grande "Y" che costituiva il cosmodromo di Tyuratam, trenta chilometri per ciascun braccio. Con una mano teneva il volante e con l'altra massaggiava il mento. Era pensieroso. La nuova navicella Soyuz sarebbe salita in orbita grazie alla spinta di un un razzo A2 "Zemjorka" perchè il Super Cosmos ancora non era pronto. In confronto al Super Cosmos, l'A2 era un nano. Era un buon razzo, affidabile. Ma il Super Cosmos N-1 sarebbe stato venti volte più potente, in grado di portare in orbita bassa un carico superiore alle cento tonnellate.

 La Niva viaggiava sotto il cielo color del cemento, nell'aria gelida di Tyuratam e Vladimir pensava che ce l'avrebbero fatta. Ancora un paio d'anni e Leonov avrebbe camminato all'interno di Clavius, certo. Anche se mandare via Konchalovsky era stato un errore, anche se il più grande dei progettisti, Serguei Korolev, era morto l'anno precedente.

 Vladimir scalò la marcia, le grandi rampe si stagliavano davanti al muso dell'auto. Pensò che quella sera sarebbe uscito, sarebbe andato a Leninsk, avrebbe incontrato Sonia. Vladimir sorrise. Desiderava incontrare Sonia.

 

 

4 luglio 1969

 Rostov restò a guardare l'immensa rampa nell'aria tremolante. Per la prima volta quel castello ospitava nel suo abbraccio d'acciaio N1, il missile sovietico più potente mai costruito, un motore di apocalittica potenza.

 Vladimir sentì una mano sulla spalla. Si voltò. - Ce l'abbiamo fatta - disse il maggiore Valery Ryumin.

 - Con due anni di ritardo - commentò il capitano Vladimir Rostov.

 - Sono arrivati prima loro.

 - Sembra.

 - Il Saturno 5 tra venti giorni porterà gli americani sulla Luna.

 Vladimir ebbe un sorriso. - Ci sono delle voci.

 - Quali voci?

 - Fa terribilmente caldo.

 - Trentasei gradi. Tasso di umidità novantuno percento.

 Vladimir si toccò il nodo della cravatta. Ryumin insistette: - Quali voci?

 Vladimir alzò le spalle. - Se questa prova generale va per il verso giusto, l'N-1 potrebbe volare molto presto. E il vecchio progetto lunare sarebbe pronto a partire. - Rostov alzò gli occhi verso il missile che svettava oltre il castello di travi d'acciaio. Era come un grattacielo di quaranta piani, aveva un diametro massimo di dodici metri. Alla base si apriva una larga "sottana" di motori.

 Ryumin scosse la testa. - Non volerà così presto. E tra venti giorni gli americani saranno sulla Luna.

 - Non è detto che debbano farcela. E se anche arrivano per primi sulla luna, siamo sempre tre a uno. - Vladimir rise. - Noi abbiamo la prima sonda nello spazio, il primo uomo e il primo "pedone spaziale".

 - E la partita è ancora lunga.

 Rostov annuì.

 Avvertirono un rumore profondo, una vibrazione del terreno. Il pubblico tacque, Rostov e Ryumin fissarono il ciclope. Videro le fiammate divampare alla base del primo stadio e poi il  tuono esplose e cominciarono a innalzarsi i vapori dalle trincee di raffreddamento inondate d'acqua e Rostov prese il binocolo e scrutò tra le fiamme.

 - Cristo! - gridò fra i denti. Ryumin non lo sentì. C'erano le fiamme e il ruggito rabbioso del gigante. E Rostov osservò più attentamente e imprecò di nuovo e nel giro di qualche secondo il tuono si spense.

 Ma le fiamme non cessarono di divampare.

 - Che cosa vedi? - gridò Ryumin. Vladimir restò con il binocolo incollato agli occhi.

 - Le fiamme si stanno alzando - disse Rostov. - Sono al di sopra del secondo stadio.

 - Impossibile.

 - Deve esserci un grosso guaio.

 - Fammi dare un'occhiata.

 Porse il binocolo a Ryumin.

  - E' il secondo stadio che brucia - gridò Ryumin. - Cazzo. E' il secondo stadio!

 

 

 10 gennaio 1973

 - L'ordine arriva direttamente dal Cremlino. - Il generale Anatolj Volkov lasciò correre lo sguardo sui presenti. Si aggiustò gli occhiali. Le decorazioni gli sbocciavano sul petto. - Nell'ambito della nuova strategia - disse l'ufficiale - la vostra funzione è fondamentale. Il nostro Gigante, il Super Cosmos, ha collezionato una lunga serie di fallimenti consentendo agli americani di arrivare per primi sulla Luna. Con risultati scientifici e sociali assai modesti per l'umanità. Di fatto l'impresa americana è stata un grande spettacolo, ma un sostanziale fallimento, un gioco terminato in fretta. Sono arrivati sulla Luna e poi si sono stancati del giocattolo. Questo dimostra ancora una volta la necessità della missione storica del Popolo Russo e del Socialismo. - Il tono di Volkov contrastava l'enfasi delle parole. Parlava quietamente come se facesse quattro chiacchiere in un salotto di Mosca. Disse: - Se fossimo arrivati sulla Luna, noi ci saremmo rimasti, avremmo costruito un avamposto dell'umanità, un trampolino verso l'universo. Avremmo realizzato una base spaziale, grandi laboratori scientifici. - Bevve un bicchiere d'acqua. Riprese. - Non siamo arrivati sulla Luna perchè il Gigante ha fallito. Per quattro volte è stato acceso sulla rampa. Ricordate: luglio 1969, giugno 1971, agosto 1971, novembre 1972. Quest'ultima volta pensavamo di avercela fatta, vero? è partito, ma dopo alcuni minuti ha deviato dalla traiettoria e abbiamo dovuto distruggerlo in volo.

 Il generale fece un sospiro. Fissò la platea del piccolo auditorium dove erano riuniti i responsabili dei numerosi uffici legati al progetto spaziale. - Dobbiamo ammettere francamente che il progetto N1 è fallito. Ma la partita non è chiusa. Occorre da parte nostra un immane sforzo di tecnica e di fantasia. Dobbiamo tornare ai tempi di Korolev. E' necessario sfornare al più presto un nuovo razzo facendo tesoro del fallimento del progetto G. Lo stesso compagno Leonid Breznev, ha espresso il suo autorevole pensiero in merito. Il Popolo Sovietico crede nella conquista del cosmo. Il compagno Breznev ha chiesto ai responsabili del progetto spaziale sovietico che per l'inizio degli Anni Ottanta il nostro Paese disponga di un missile di eccezionale potenza. Di un vettore ancora più capace del Super Cosmos.

 Vladimir Rostov, seduto in terza fila accanto all'inseparabile Valery Ryumin, sentì il sangue affluirgli al viso e contemporaneamente le mani raffreddarsi. Le parole del generale Volkov significavano una enorme responsabilità per il dipartimento della progettazione. Rostov si sentì come schiacciato da un peso. Avevano fallito con l'N1, come potevano sperare di creare qualcosa di ancora più potente?

 - Un razzo la cui spinta - stava dicendo il generale - dovrà essere decisamente superiore a quella del Saturno 5 americano, un vettore in grado di trasportare in orbita terrestre almeno centottanta tonnellate.

 La sensazione di gelo alle mani. Rostov lanciò un'occhiata a Ryumin.

 - L'Unione Sovietica realizzerà negli Anni Ottanta imprese spaziali che cambieranno la storia dell'umanità. La preparazione è già cominciata. Mi riferisco alla stazione spaziale Salyut che la tragedia della Soyuz 11 con il sacrificio di nostri tre valorosi compagni non interromperà. - Il generale si schiarì la voce, disse: - Onore a Georgi Dobrovolsky, Vladislav Volkov e Viktor Patsayev periti il 29 giugno 1971.

 Si alzarono tutti in piedi, la sala sprofondò nel silenzio. Rostov osservava il generale e provava un senso di commozione pensando ai tre compagni deceduti nella Soyuz. Pensò che era un brutto momento per il programma spaziale.

 Il generale riprese: - I nostri cosmonauti resteranno in orbita per mesi e mesi. Il prossimo 3 aprile lanceremo il nuovo laboratorio spaziale, Salyut 2. Una casa tra le stelle. Per restarci. Le lunghe permanenze in orbita sono il presupposto fondamentale per i grandi viaggi spaziali. L'altro elemento essenziale è il vettore, un razzo che deve possedere una grandissima potenza. Che voi preparerete. Sappiate, compagni, che questo missile possiede già un nome e che è stato il venerabile compagno Leonid Breznev a idearlo. - Il generale Volkov ebbe un breve sorriso. Rostov si sentiva agitato, stupito, ma al tempo stesso provava una grande ammirazione per quegli uomini che guidavano l'Unione Sovietica e credevano così profondamente nelle risorse tecniche e intellettuali del Paese. Volkov disse, e in quel momento la sua voce assunse una sfumatura di solennità: - Il missile si chiama Energija. E con Energija l'umanità raggiungerà il pianeta Marte.

 

 

10 settembre 1981

 - Non rispettiamo i programmi. Siamo in ritardo. Capisci?

 Sonja Rostova guardò il marito con un'espressione dolce. - State facendo tutto quello che potete - disse.

 Vladimir scosse la testa. - Non basta - disse. - Non basta.

 - Anche i buoni progetti non bastano.

 Vladimir guardò sua moglie lì accanto, sul divano. Sonja aveva gli occhi più azzurri che mai Vladimir avesse visto. Quando la incontrò, quindici anni prima, ne rimase profondamente colpito, ma non era per via degli occhi che si era innamorato. Era stato perchè con lei si era trovato perfettamente bene. Come quando senti per la prima volta la Nona di Beethoven. Ti senti perfettamente bene. Lei era qualcosa di bellissimo che gli mancava: lei era la sua metà femminile. Era lei. Punto e basta.

 - Che cosa vuoi dire? - fece Vladimir.

 - Voglio dire che i progetti non bastano, Vladimir, se poi le saldature non sono corrette, se i materiali non sono del tutto adeguati, se le guarnizioni non resistono alle temperature...

 Erano i discorsi che facevano arrabbiare il maggiore Rostov. Vladimir si alzò di scatto, ma cercò di stare calmo. Andò nella stanza del piccolo Piotr. - Vieni con il papà? - Il bimbo aveva sette anni e gli occhi azzurri di sua madre; saltò in piedi come una molla.

 Andarono in bicicletta fino al grande parco di Leninsk perchè era una mattina calda di sole limpido, l'ideale per uno degli ultimi pic nic dell'anno. Piotr si lanciò nello sprint per chi arrivava primo alla fontanella. Come sempre, Sonja gli urlò di non correre. Dopo la fontanella cominciava quella che i ragazzi chiamavano la salita, si trattava, in realtà, di un chilometro e mezzo di falsopiano; Vladimir iniziò a fare l'andatura, la bici rossa fiammante di Piotr a ruota e la mamma in terza posizione. Alla curva che immetteva sull'ultimo rettilineo, Piotr scattò come una freccia.

 Stesero la coperta sul prato vicino a due betulle e il cielo era azzurro come raramente accadeva in quella pianura stepposa e c'erano piccole nuvole candide come borotalco. All'orizzonte si potevano scorgere le rampe di lancio del cosmodromo.

 Piotr disse: - Quando parte il prossimo missile?

 - Tra una settimana. Un satellite artificiale - rispose Vladimir.

 Piotr disse: - E' difficile costruire un missile?

 - Dipende - disse Vladimir - dalla dimensione del missile.

 - Potrei costruire un missile?

 L'uomo guardò il ragazzo e gli tornò in mente un giorno di tanti anni prima quando egli era adolescente e abitava all'estrema periferia di Mosca, al confine dei campi di granoturco. A scuola il professore di scienze aveva spiegato il funzionamento dei razzi, aveva parlato di Costantin Tsiolkovsky, il pioniere della missilistica. L'insegnante aveva detto che costruire un razzo non era difficile, soprattutto un razzo a combustibile solido. Aveva spiegato che i razzi funzionano grazie al principio di Newton: "Ad ogni azione corrisponde una reazione, uguale e contraria". Se prendi un palloncino e lo riempi di gas e poi fai un foro il gas fuoriesce con una certa forza. E' l'azione. Nel senso opposto della direzione del gas si genera una spinta: è la reazione. E infatti il palloncino si muoverà nel senso opposto al gas che esce.

 Lo stesso vale per i razzi. Fai uscire un potente gas dall'ugello verso il basso e il missile si alzerà verso il cielo.

 Semplice.

 Così Rostov e due complici si misero nell'impresa. Prima di tutto occorreva procurarsi il carburante: nitrato di potassio, zolfo e carbone, ben mescolati. Ovvero: polvere da sparo. E dove potevano i ragazzi procurarsi la preziosa miscela? Naturalmente nella cava a pochi chilometri dalle loro case, dove esplodevano le mine. Con domande mirate, ma non troppo, si fecero spiegare dall'insegnante il funzionamento dei razzi cinesi, le caratteristiche della polvere da sparo e gli accorgimenti per evitare di saltare per aria. Quando l'insegnante chiese a Rostov se stava costruendo un missile, Rostov rispose con uno no deciso.

 E continuarono a fare domande.

 Ed esperimenti.

 Andarono alla cava un giorno di aprile di gran sole e parlarono a lungo con il sorvegliante, dissero che stavano facendo una ricerca per la scuola e si fecero raccontare il lavoro e il perchè delle esplosioni e il sorvegliante si rivelò persino gentile e spiegò tante cose ai ragazzi e fece loro visitare il cantiere.

 Rostov e i due soci tornarono alla cava una settimana dopo, quando il sole era tramontato da un pezzo. Erano armati di torcia elettrica, zaini, palette e sacchetti. E di una serie di precauzioni che avevano dedotto dalle lezioni del professore di scienze e dal colloquio con il sorvegliante. Entrarono nella cava evitando accuratamente l'accesso principale.

 Il furto ebbe successo, trovarono un nascondiglio per gli esplosivi e cominciarono gli esperimenti. Con grande prudenza, utilizzando scatolette, piccole quantità di propellente, micce, detonatori.

 Fino ad un caldissimo giorno d'agosto. Quell'estate, i tre ragazzi avevano fatto volare numerose lattine e nella cantina di Boris Ivanov, quattordici anni compiuti da pochi giorni, avevano realizzato in segreto il loro razzo smontabile a misura di bicicletta: altezza totale cento centimetri divisi in tre parti che dovevano venire incastrate e avvitate sul posto del lancio. Pedalarono sotto il sole per un'oretta e arrivarono sudati fradici a uno spiazzo in mezzo al granturco che cresceva alto e rigoglioso (e che costituiva una valida protezione da sguardi indiscreti). Era uno dei pomeriggi più caldi di quell'estate della metà degli Anni Cinquanta in cui Stalin era uscito di scena e Nikita Kruscev avviava il tentativo di cambiare l'Unione Sovietica. I ragazzi montarono il missile, lo misero in verticale e sollevato da terra con l'ausilio di una buona impalcatura di sassi accuratamente selezionati nei giorni precedenti. Restarono ad ammirare l'ogiva e l'ugello faticosamente ottenuto aprendo ad arte il fondo di un bidoncino di ferro. In verticale, con il pennello e la vernice rossa i tre scienziati avevano scritto "Pioniere I". La polvere esplosiva stava nel serbatoio interno. Il progettista capo Vladimir Rostov gridò "At-tenti!" e i ragazzi scattarono impettiti. Poi Vladimir accese la miccia e subito, come regolarmente convenuto, i tre se la diedero a gambe levate gettandosi poi a terra tra le pannocchie. Si avvertì un rumore e i ragazzi trattennero il fiato e miracolosamente il missile si alzò e salì davanti ai loro occhi attoniti e arrivò forse a cinquanta-sessanta metri e poi cambiò direzione e si tuffò verso il basso.

 Esplose nel granturco a rispettosa distanza dai progettisti.

 Molti anni dopo, nel parco di Leninsk, il maggiore Rostov guardò suo figlio e gli disse che di lì a qualche anno un piccolo razzo avrebbe potuto costruirlo pure lui. Piotr annuì, diede un paio di morsi al suo panino. Poi si rivolse di nuovo a Rostov. Disse: - A che punto è Energija?

 

28 marzo 1981

 - Ma sapete bene che i piani governativi prevedevano il volo all'inizio degli Anni Ottanta.

 - Non siamo ancora pronti.

 - Non è un fatto positivo.

 - Ce ne rendiamo conto - disse il generale Igor Tarkovsky, del dipartimento progettazione del cosmodromo di Tyuratam. - Ma in coscienza stiamo facendo tutto il possibile.

 - Non basta - rispose in maniera asciutta il ministro della ricerca scientifica. Era seduto dietro un ampio scrittoio ottocentesco e i legni scuri, i tendoni e i tappeti davano allo studio un'impressione di grevità. Quella era precisamente l'impressione che negli anni Vladimir Rostov si era fatto di tutta la macchina statale sovietica. Greve e vecchia. Come il viso e i modi del ministro.

 Rostov disse: - Il primo stadio di Energija è ormai pronto per le prove operative.

 Il ministro assentì gravemente. - Il compagno Breznev è contrariato dai ritardi.

 Tarkovsky, Goubanov - ingegnere capo del progetto Energija - e Rostov restarono in silenzio. Si sentiva odore di polvere nella stanza. I tappeti del Kazakistan. I libri vecchi. Rostov pensò che quella convocazione a Mosca sapeva di ultimatum. O ci si sbrigava o si andava a casa. "Promossi" in qualche base dell'Armata Rossa in Siberia. Spediti in Afghanistan. Goubanov lo avrebbero mandato a progettare caldaie.

 

12 febbraio 1982

 - Temperatura comburente criogenico.

 - Ossigeno liquido a posto.

 - Temperatura combustibile.

 - kerosene a posto.

 - Pressione turbopompe.

 - A posto.

 - Iniettori.

 - A posto.

 Il colonnello Vladimir Rostov, vicecapo del progetto Energija aveva le mani fredde come se si trovasse in mezzo alla steppa senza guanti. Doveva andare tutto bene. Tutto bene. Quel figlio di puttana doveva filare liscio come l'olio. Come un figliol prodigo che ritorna a casa. Docile e convinto.

 - Pressione serbatoio ossigeno.

 - A posto.

 - Pressione serbatoio kerosene.

 - A posto.

 - Turbopompa fluoro.

 Rostov avvertì un profondo senso di preoccupazione. Era quello uno degli elementi più critici di tutto il progetto. Il fluoro consentiva di portare la temperatura di combustione a quattromila gradi realizzando un impulso specifico straordinario. Ma il fluoro era terribilmente corrosivo e instabile. Era necessaria una tecnologia perfetta per utilizzarlo. La loro tecnologia non era perfetta.

 - Turbopompa a posto.

 - Temperatura serbatoio fluoro.

 - A posto.

 Rostov teneva gli occhi incollati al video. Ancora pochi secondi e avrebbero saputo la verità. Erano indietro, molto indietro rispetto ai piani. Breznev in persona glielo aveva detto nel corso della sua ultima visita al cosmodromo. Il capo dell'Unione Sovietica in persona con quelle sopracciglia che sembravano cespugli sopra gli occhi piccoli e stretti. Breznev che era ammalato da anni, che si muoveva lento come un orso imbalsamato, che secondo alcuni era già morto; lo sguardo di Breznev si animava un poco soltanto quando parlava del programma spaziale. C'era chi giurava che soltanto allora negli occhi del vecchio capo del Politburo si accendesse una fievole vita.

 - Motore Uno Primo Stadio Energija. Accensione.

 Rostov strinse d'istinto i braccioli della poltroncina come se la vibrazione dovesse arrivare fin lì. Sul video apparve la rampa di lancio sotto il cielo grigio e freddo. Un bagliore alla base del razzo. Nella finestrella in alto a destra del video scorrevano i parametri. Pressioni, temperature, valvole, turbopompe...

 Stava andando tutto per il verso giusto.

 Forse era la volta buona.

 Gli occhi del colonnello oscillavano tra l'immagine e gli indicatori.

 Dieci secondi di accensione.

 C'erano progetti fermi da anni attendendo Energija. C'era la navetta spaziale Buran. La grande stazione spaziale.

 C'era Marte.

 Venti secondi di accensione.

 A posto, tutto a posto.

 Venticinque secondi.

 Temperatura camera di combustione quattromila gradi.

 Getto iniettori ottimale.

 Quello era il più grande razzo mai costruito dall'uomo, la macchina più potente mai apparsa sulla faccia della Terra. Rostov avvertì un brivido nella schiena.

 Trenta secondi.

 - Spegnimento Motore Uno Primo Stadio.

 Il colonnello Rostov si avvicinò al microfono. - La prova è andata nel migliore dei modi. Complimenti a tutti.  

 Boris Goubanov gli diede una pacca sulla spalla.

 

 

23 dicembre 1985

 Quell'uomo era sicuramente diverso. Diverso da Breznev, da Andropov, da Cernenko. Non poteva dire se fosse più in gamba, più capace, ma di certo quello era un uomo più aperto. L'uomo che davvero poteva cambiare l'Unione Sovietica. C'erano cose che dovevano cambiare. Vladimir Rostov pensava che il Paese non poteva più venire governato come se fosse un'immensa caserma. Lo Stato-caserma bloccava i cervelli.

 Il nuovo capo del Pcus aveva deciso di raggiungere Leninsk-Tyuratam proprio all'antivigilia di natale. Aveva riunito tecnici e dirigenti tutti insieme nel grande auditorium. E, cosa più strana di tutte, aveva invitato anche le signore.

 - La nostra grande Unione Sovietica ha bisogno di una nuova politica - stava dicendo il compagno Michail vestito con un impeccabile abito grigio - di un rinnovamento fondato sulla glasnost che porti ad una nuova organizzazione sociale. Non è facile, compagni. E' un'impresa di portata formidabile per tutto il popolo russo. E' necessaria la collaborazione di tutti, di ciascun uomo e donna. La libertà è un bene prezioso che va conquistato con l'impegno di ogni giorno. C'è bisogno di aprire le finestre in questa meravigliosa stanza che è il nostro Paese per fare entrare una grande ventata di aria nuova. E non soltanto. Aprire le finestre per guardare fuori, per capire il mondo, per cambiarlo.

 Rostov guardò il profilo di Sonja così dolce, delicato. Le labbra rosse, grandi. Sembrava rapita dalle parole del compagno Gorbaciov che parlava in maniera così diversa rispetto a Breznev. C'era calore nelle sue parole. C'era passione. Breznev e Cernenko e Andropov apparivano sempre eccezionalmente inespressivi. Gorbaciov sembrava avere iniziato la glasnost a partire dai suoi sentimenti.

 - Il programma spaziale - stava dicendo il compagno Gorbaciov - andrà avanti esattamente come prima, e più di prima. Ma dobbiamo capire che l'impresa spaziale è prima di tutto un'impresa per l'umanità intera e che è giunta l'ora di intensificare la collaborazione tra le potenze. Perchè l'obiettivo è identico, per tutti: aprire all'uomo la frontiera dello spazio.

 Intensificare la collaborazione tra le potenze. Che cosa voleva dire il segretario del Pcus? Rostov si agitò sulla sedia. Rostov pensava a Energija, al grande Energija che sebbene in ritardo e lento come un mastodonte preistorico avanzava verso la sua completa realizzazione. Che cosa voleva dire "intensificare la collaborazione tra le potenze?" Adesso che stavano ultimando quell'immane lavoro avrebbero dovuto passare i loro studi ai francesi o, peggio, agli americani? Si disse di non fare lo sciocco: Gorbaciov non era uno sprovveduto, non avrebbe mai "svenduto" Energija.

 

 

30 aprile 1987

 Quella sera le nuvole si erano incendiate e il tramonto era color del sangue e Rostov viaggiava sul pullmino che lo riportava a casa dopo il lavoro. Il mondo era rosso quella sera, rosso come Marte. I colleghi vociavano, ma egli non sentiva le chiacchiere.

 Marte.

 Quel pomeriggio avevano parlato concretamente del Pianeta Rosso. Erano venuti quelli del ministero. Il progetto era fattibile, era imperniato sulla riuscita del lancio di Energija.

 Gli occhi dell'ufficiale colsero uno stormo di uccelli che volava proprio verso il tramonto e creava figure come un balletto nel cielo.

 Un anno di volo, quindici giorni in orbita intorno a Marte, poi gli ugelli si sarebbero accesi per riportare l'equipaggio a casa. Non sarebbero scesi sul Pianeta Rosso, ma quella sarebbe stata comunque un'impresa storica. Un sogno, pensò Rostov con gli occhi che guardavano lo stormo nel tramonto.

 

 

15 maggio 1987

 Sonja abbracciò il marito sulla soglia di casa. Vladimir indugiò un poco più del solito, Sonja disse: - Andrà tutto bene. - Annuì con un sorriso. - Lo sento.

 Rostov fissò la ghiaia del vialetto, la smosse con la scarpa nera, lucida. - Certo - disse. Poi guardò l'orologio. Erano le 7.15 e il cielo era limpido e c'era la brezza. - Devo andare - disse. - Un bacio al bimbo... - fece un sorriso. - Se va male prepariamo le valige, se fallisce mi mandano a comandare una guarnigione in Azerbaigian. Sicuro.

 La moglie rise: - Andrà tutto bene. Volerà. - Puntò il dito verso il cielo.

 

 

 Sala di controllo di Tyuratam. Tutti i tecnici ai loro posti, monitor accesi, il responsabile del volo al centro. I progettisti sono ospiti, a malapena tollerati. Bip di computer. Occhiate fugaci, tensione.

 Dodici secondi al lancio.

 Il colonnello Vladimir Rostov osserva l'orologio: le 10.45. Di quello splendido giorno di maggio, senza una nuvola in cielo sopra la steppa che non ha fine. I bip dei computer. Le luci di controllo. Il colonnello spia i parametri dal video del tecnico che ha davanti.

 - Otto. Accensione primaria dei motori ausiliari.

 - Sei. Accensione motori ausiliari completata.

 Rostov tiene le mani strette a pugno. Deve andare tutto bene. Per non finire in Azerbaigian. No, non per quello. Non è poi così male l'Azerbaigian. Energjia è là fuori, prigioniero del castello d'acciaio, circondato da enormi trincee riempite d'acqua. E' là fuori da una settimana. E' uscito dall'hangar l'8 maggio, alle 7 in punto. Vengono sempre portati verso la rampa alle 7 in punto i loro missili. Ha voluto così Korolev fin da quel meraviglioso 1957 e la tradizione non è mai stata cambiata. I razzi si svegliano di buon mattino.

 - Quattro.

 Deve andare tutto bene per il futuro del programma spaziale sovietico.

 - Tre. Motori centrali pronti all'iniezione.

 Quello è il più potente missile mai costruito dall'uomo. Dritto sulla rampa come una freccia nell'arco.

 - Uno. Iniezione motori centrali primo e secondo stadio Energija.

 - Zero. Massima potenza al primo stadio. Lancio.

 Il fuoco in fondo al missile, l'immagine sul video si offusca.

La punta bianca di Energija che si alza lentissima al di sopra della rampa di lancio. Tremilacinquecento tonnellate di spinta. - Si sta alzando, si sta alzando! - grida Goubanov. I dati affluiscono ai monitor. Eccolo, immerso nei fumi e nelle fiamme, è lentissimo, ma si alza, eccolo, supera ormai tutta la rampa. E' solo un volo di prova. Energija ha ingaggiato la sua battaglia contro la  gravità terrestre. Sale dritto, il muso puntato al cielo. Non porta con sè nessun carico utile, soltanto un terzo stadio sperimentale. Potrebbe portare in orbita centocinquanta tonnellate. Ma questo è soltanto un volo di prova. Il primo volo di prova. Dopo tanti anni.

 - Manovra di inclinazione riuscita.

 Energija ormai vola come un'aquila, sale, abbandona il pianeta e ormai è piccolo, distante e non sale più dritto, ma traccia una curva che lo immetterà nella traiettoria per entrare in orbita.

 - Spegnimento primo stadio. Distacco. Secondo stadio portato alla massima spinta.

 Ce l'ha fatta, pensa Rostov. Il suo primo stadio ha compiuto il suo dovere. Due minuti e mezzo di accensione.

 - Secondo stadio accensione a posto. Inclinazione traiettoria a posto.

 Sta andando tutto meravigliosamente bene. Il gigantesco missile è un puntolino di luce. E' una realtà. L'idea dell'accensione contemporanea dei boosters e dello stadio principale si è rivelata ottima. Il colonnello Rostov si rilassa. Si commuove. Pensa che l'Unione Sovietica sarebbe stata fiera di loro.

 Non dovevano fallire.

 - Altitudine centoquaranta chilometri. Spegnimento secondo stadio. Distacco.

 Ora i grandi progetti possono ripartire, pensa Rostov. Buran, la loro navetta spaziale. Il progetto marziano.

 - Altitudine centosessanta chilometri. Perdita assetto traiettoria.

 Il colonnello Rostov richiude i pugni. Cosa cristo sta succedendo? Che cazzo gli prende?

 - Sistema di volo in avaria. Guasto al terzo stadio. Attenzione. Impossibile ingresso in orbita terrestre.

 

 

 

10 ottobre 1988

 - Non sono preoccupato. Non sono per nulla preoccupato.

 - E quella è l'espressione di un uomo sereno?

 - Certo. E' un'espressione serena.

 - Sono mesi che non ti vedo sorridere. Dal lancio di Energija.

 Vladimir Rostov scosse la testa. Erano le undici di sera, i bambini erano a letto. Prese la mano della moglie. La radio trasmetteva il Messia di Haendel. Fuori pioveva, si sentiva la gronda gocciolare, rare automobili schiacciare le pozzanghere. A Rostov piaceva la musica classica. Disse: - In Occidente nei negozi si vendono regolarmente dischi che utilizzano la tecnologia laser. Sono piccoli così. - Fece un gesto con la mano. Sonja alzò le spalle. - L'Occidente è diverso. Il  mercato favorisce lo sviluppo.

 - Un certo tipo di sviluppo - precisò Rostov.

 Sonja sospirò, osservò la loro saletta pulita con il divano rosso e la televisione in un angolo, la piccola libreria. - La richiesta è uno stimolo - disse.

 Rostov annuì. Disse: - Li chiamano compact disc, ricordano i dischi di memoria dei nostri calcolatori. Hanno cominciato a fabbricarli anche in Cecoslovacchia.

 - Fra non molto arriveranno anche da noi.

 - I dischi si sentono benissimo - disse Rostov. - In Occidente sentono il bisogno di cose che in realtà non servono.

 - E' tutto diverso. Sappiamo che in occidente ogni famiglia possiede il telefono, in molti possiedono un apparecchio che risponde al loro posto quando in casa non c'è nessuno e che registra i messaggi.

 - E tanta gente non ha neppure da mangiare.

 - Gorbaciov va verso l'Occidente.

 La fronte di Rostov si corrugò. Le note di Haendel nel piccolo soggiorno. La televisione spenta nell'angolo. Sonja indossava soltanto le calze e un camicione. Aveva ancora delle belle gambe. Rostov non ci faceva caso. Da mesi non ci faceva più caso. Disse: - Spero che Gorbaciov si renda conto che la grande Russia è un mosaico che è difficile mettere insieme, ma che è facile da scombinare. - Scosse la testa con forza. - I meccanismi della produzione si stanno inceppando. Più graduale, il cambiamento deve essere più graduale.

 - Non è semplice.

 Gli occhi di Vladimir Rostov incontrarono quelli di Sonja. La donna vide di nuovo nell'espressione di suo marito quella preoccupazione profonda che lo segnava da mesi. Sonja gli accarezzò la mano. Disse: - Che cosa succede?

 Rostov fissò la moglie, poi un angolo della bocca si piegò in un sorriso amaro. Deglutì a fatica. - Le Repubbliche Baltiche - disse - e le Repubbliche Caucasiche potrebbero chiedere l'indipendenza.

 - Non credo.

 - Invece è probabile. Lituani e Lettoni hanno già ottenuto il riconoscimento della ufficialità della loro lingua.

 - Non c'è niente di male. Non è questo che ti preoccupa.

 Rostov fece un gesto di insofferenza. - Non è solo questo, no. E' il programma spaziale che mi preoccupa, sono le voci che circolano. E' il bilancio dell'Urss che mi preoccupa.

 - Spiegati.

 - Parlano di un taglio alle spese per la ricerca spaziale. - Rostov sollevò gli occhi verso il soffitto. - Un taglio del trenta percento.

 - E pensi sia vero?

 - Penso sia vero, sì. L'economia sta andando a rotoli, il morale è basso. Le buone idee di Gorbaciov sono astratte, la realtà è un'altra cosa.

 - Ma Gorbaciov ha ragione, il popolo russo deve tornare libero.

 - Ma non deve tornare alla miseria e al caos.

 Rostov giunse le mani, le strinse. Disse: - Questo è uno dei passaggi più belli di Haendel.

 Sonja guardava il marito in silenzio, ne fissava il profilo. Il naso dritto, i capelli brizzolati ancora folti, il taglio acuto degli occhi. Rostov mormorò: - Le sonde Phobos stanno ormai arrivando a Marte, se avranno successo forse il futuro non sarà così negativo per l'ente spaziale. Qualche mese fa si è parlato di un possibile progetto marziano. Con equipaggio, sì. Sarebbe un sogno. - Rostov annuì con un leggero movimento della testa. - Ma è probabile che i tagli riguarderanno le missioni più impegnative.

 Sonja disse: - Ma non possono fermare Energija.

 

 

 

15 novembre 1988

 Sono le 9.22 di una gelida mattina. Rostov, Goubanov, Ryumin e Tarkovsky scrutano la rampa che custodisce il convoglio spaziale. I progettisti hanno scelto di stare fuori, nel vento freddo della steppa, in quella gelida mattina di novembre.

 Goubanov, l'ingegnere, l'unico civile, controlla l'orologio. Un minuto e trenta alla partenza. Il vento è gelido, ma non così forte da creare problemi a Buran. Energija si staglia con i suoi sessanta metri di altezza. E' la versione a due stadi, uno centrale più i due razzi laterali che potrebbero addirittura diventare otto nella versione più potente del vettore e portare in orbita fino a duecento tonnellate.

 Goubanov mormora: - Stavolta ce la fa.

 Ryumin annuisce, dice: - La rampa è a posto. Ce la fa di sicuro.

 Rostov: - E' la prima volta che vola con un carico di quel genere.

 Il vento della steppa è il respiro dell'inverno che galoppa sulle pianure russe. Nei progettisti ci sono dubbi, ansia, un senso di paura. Non riescono a non pensare al fallimento delle missioni Phobos lanciate verso Marte, ai problemi del terzo stadio di Energjia, al rinvio del primo lancio di Buran. Sono lì con i colbacchi calcati sulle orecchie insieme a tanta altra gente, in mezzo alla steppa deserta e alle rampe lontane.

 Goubanov guarda il cronometro. - Dodici secondi - dice. Sembra di intravedere del fumo alla base dei quattro grandi ugelli del primo stadio. A differenza dello shuttle americano, Buran è provvisto soltanto di piccoli propulsori per le manovre in orbita: la formidabile spinta per lasciare la Terra è fornita dai grandi motori del missile Energija. Buran è una specie di aliante spaziale.

 - Cinque secondi - mormora Goubanov.

 - Il vecchio Energija ce la fa. Porta su Buran come io porto su a casa il sacchetto della spesa - fa Ryumin. E annuisce vigorosamente con la testa. Ridono. Ecco la vampata accecante, ecco il rumore di terremoto, Rostov che afferra il binocolo, vede i ganci della rampa che si staccano, il fumo salire dagli ugelli come nebbia, come un lenzuolo bianco che vuole avvolgere la grande macchina. Rostov si morde la lingua, ha gli occhi incollati alle lenti: scorge tra i fumi il convoglio spaziale che comincia ad alzarsi con irreale lentezza.

 - Ce la fa! - grida Ryumin.

 

 

15 febbraio 1989

 Rostov picchiò un pugno sul tavolo. Guardò il direttore generale del ministero con odio. - Non c'è nessuna valida ragione per rinviare il lancio. Nessuna!

 Il direttore allargò le braccia. Guardò Tarkovsky, Goubanov, Rostov, il generale Ivanov gli altri responsabili di settore. - E' soltanto un rinvio - disse. - Dettato da problemi di bilancio. Questo non limita assolutamente la fiducia che il Cremlino nutre nei vostri confronti. Il primo lancio di Buran è andato secondo i piani, ogni obiettivo è stato raggiunto. Il sofisticato controllo a microonde funziona perfettamente e il compagno Gorbaciov in persona - ripeto - si è apertamente congratulato. Ma è un momento difficile per il nostro Paese.

 Goubanov mormorò: - Il progetto marziano?

 - Congelato.

 Rostov gridò. - Non è tagliando i fondi alle imprese spaziali che il nostro Paese risolverà i suoi problemi. Non è regalando più denaro alla Lituania e a tutti gli Stati Baltici che rinunceranno a proclamarsi indipendenti!

 Il direttore generale disse con voce piatta che il ministero preferiva concentrare gli sforzi sulle ricerche della stazione spaziale Mir.

 Il colonnello Rostov andò a grandi passi verso l'uscita, si fermò sulla soglia. Era furioso. Avrebbe voluto incenerire il direttore generale, il ministero, il ministro e lo stesso Gorbaciov. Sentiva nostalgia di Breznev, nostalgia dell'orso imbalsamato. Non gliene fregava niente della carriera, della promozione a generale, della cortesia e della buona educazione. Urlò ancora una volta. - Senza Energija non ci sarà nessun lungo viaggio spaziale nel cosmo. Lo ricordi al compagno Gorbaciov! E per la Russia non ci sarà più nessun viaggio nel progresso. Basta. Tutto finito. Finito!

 Uscì. La porta sbattè con violenza.

 

 

Aprile 1991

 Da molti mesi il colonnello Vladimir Rostov non accompagnava la moglie a fare le spese. Per un semplice motivo: i negozi di Leninsk erano desolatamente vuoti. I generi di prima necessità Rostov li trovava - ma non sempre - nello spaccio per gli ufficiali del cosmodromo. Gli sfizi e gli optional erano disponibili qualche volta al mercato nero. Ma i soldi per acquistarli erano sempre meno perchè l'inflazione galoppava e gli stipendi dei militari erano fermi come treni su un binario morto. I negozi apparivano desolati come la città che si svuotava, che aveva dovuto subire l'onta delle incursioni dei predoni della steppa, che addirittura non sapeva più a che Stato appartenesse: era russa, sovietica, kazaka? Rostov accompagnò Sonja perchè era una bella giornata di sole, perchè era il suo giorno di libertà. Perchè di lì a due mesi avrebbero abbandonato per sempre quel lembo di steppa. Al ministero avevano accettato la sua richiesta di trasferimento e da giugno il colonnello Rostov avrebbe preso servizio a Mosca. Arrivarono alla piazza dominata dalla imponente statua di Lenin, si avviarono verso il negozio all'angolo del grande palazzo che ospitava un comando militare. Sul cartello in vetrina era scritto a matita "pane". Dieci minuti di fila. Comprarono il pane e un vasetto di marmellata.

 Uscirono sotto il bel sole della piazza. Prese sottobraccio la moglie. Ancora una volta Rostov notò il marciapiede sbrecciato, le buche nell'asfalto che non veniva rifatto da anni: ogni volta ci restava male, non riusciva ad abituarsi alla decadenza e allora preferiva non uscire, fare casa e ufficio e basta. Avvertì improvvisamente uno strattone, Sonja urlò, Rostov si voltò di scatto, vide un giovane correre con la loro borsa con dentro il pane e la marmellata e qualche rublo. Il giovane era senza scarpe, aveva un maglione di lana con uno strappo sulla spalla. Il colonnello si lanciò all'inseguimento. I pochi passanti restarono fermi come se non riuscissero a rendersi conto. Rostov correva e sentiva le gambe pesanti, il fiato che gli raschiava la gola. Non lo avrebbe mai acciuffato: come un vecchio Salyut che volesse rincorrere Energija. Il giovane svoltò in una strada sulla destra. Dopo una manciata di secondi Rostov arrivò all'angolo: nella strada c'erano poche auto in sosta. Nient'altro. Nessun giovane con il maglione strappato e la loro borsa della spesa. In quel momento Rostov sentì la sirena. Si appoggiò al muro e ansimava come un cane e faticava a persino a pensare. Non era più giovane. Anzi, era vecchio, era in rovina anch'egli come quelle strade e quei palazzi, come la sua Unione Sovietica che era incapace di affrontare il peso della libertà.

 L'auto della Sicurezza si fermò accanto a lui, un biondino in divisa si affacciò al finestrino. Rostov disse che non aveva la minima idea di dove si fosse nascosto lo scippatore. Avvertì una fitta al petto, improvvisa, acuta. Si morse le labbra.

 - Tutto bene? - chiese il biondino.

 Rostov annuì.

 - Diamo un'occhiata intorno. Dovete andare alla Sicurezza per la denuncia.

 Rostov annuì di nuovo. Ancora la fitta. Si disse che doveva stare tranquillo, che ai controlli di sei mesi prima aveva dimostrato di possedere un cuore di ferro. L'auto della Sicurezza ripartì sgommando. Aveva il fanale posteriore rotto. Sonja raggiunse il marito pochi secondi dopo quando Rostov era ancora appoggiato al muro, ma l'ansito si era fatto meno violento. Il colonnello guardò la moglie che aveva ancora gli occhi umidi.- Mi dispiace - le disse.

 

 

1 giugno 1991, pomeriggio

 - Non possiamo lanciare la Soyuz, non possiamo riportare a casa gli astronauti.

 Rostov guardò interrogativamente Ryumin che allargò le braccia. - La preparazione della capsula è in ritardo. Non ci sono i soldi.

 - A questo punto.

 - A questo punto.

 - Che problemi?

 - I serbatoi di ossigeno. Mancano degli elementi. Bisogna aspettare.

 - Il Progress?

 - Il cargo può partire. Il razzo Zemjorka è pronto. Gli astronauti non soffriranno la fame.

 Il colonnello Vladimir Rostov si guardò intorno nel grande ufficio della progettazione: metà delle scrivanie erano vuote, metà dei terminali spenti. Disse: - Temo che i problemi si aggraveranno.

 Valery Ryumin schiacciò il cursore del computer. Lasciò andare il tasto. Disse: - Non è andandosene che si risolvono i problemi.

 - No, non si risolvono i problemi. - Rostov si mise le mani in tasca, avvertiva un senso di disagio. - Non si risolvono neppure a stare qui - aggiunse.

 - Io continuerò a lavorare qui. L'impresa spaziale non è conclusa, Gorbaciov lo ha assicurato.

 Rostov guardò l'amico, fece un sorriso amaro. - Gorbaciov ha promesso tante cose. Guarda come siamo ridotti. Energija e Buran cancellati. Anni, decenni di lavoro.

 - Gli americani non stanno molto meglio - disse Ryumin osservando un grafico sul video. - Tagliano e tagliano i fondi della Nasa. Hanno abbandonato la Luna, hanno cancellato il Saturno 5 e non possiedono più un razzo di grande potenza, hanno mollato il progetto marziano e non dispongono neppure di una stazione orbitante. Dopo gli Anni Settanta è come se avessero perso qualsiasi grande idea. - Fece una scrollata di spalle. - Anche lo shuttle - disse - viene dagli Anni Settanta.

 Rostov pensò che Ryumin aveva ragione. Disse: - Non mi consola pensare che anche gli Stati Uniti sono conciati male.

 - Non consola neanche me.

 Rostov ebbe una smorfia amara. - Ma noi stiamo peggio - disse. - Sta andando tutto a pezzi. C'è gente che soffre la fame.

 - Gorbaciov si è assunto una responsabilità tremenda.

 - Sta sbagliando.

 - Stiamo pagando gli errori di Breznev. Il sistema è basato sull'oppressione. Togli l'oppressione salta il sistema. - Ryumin allargò le braccia. - Non è colpa di Gorbaciov.

 Rostov restò a guardare l'amico, la divisa verde kaki, le mostrine brillanti, il nodo della cravatta sempre impeccabile. - Doveva andare più cauto, molto più cauto. - mormorò.

 Ryumin scosse la testa. Disse: - Se accendi un cerino in una stanza piena di gas esplodi. Eppure devi accenderlo se vuoi vederci.

 - Non abbiamo ancora toccato il fondo, Valery.

 - Non è detto.

 - Temo possa succedere qualcosa di grave.

 Ryumin guardò lo schermo del computer. Ora presentava lo schema di un ugello: Ryumin partecipava alla progettazione di un nuovo motore a razzo, piccolo, ma provvisto di una strozzatura molto elevata con pressione e spinta formidabili. Il problema era dato dai materiali che potessero sostenere simili pressioni. - Un colpo di stato? - mormorò.

 Rostov si guardò intorno, poi fece di sì con la testa.

 Ryumin osservò lo schermo. - Un colpo di stato non risolverà nessun problema.

 

1 giugno 1991, sera

 Con la sua vecchia Niva è uscito di casa. Il sole tramontato da poco, ma ancora l'orizzonte è rosso come le sabbie di Marte. Le strade che portano al cosmodromo appaiono deserte. Rostov arriva al posto di guardia, la sentinella lo riconosce, solleva la sbarra. Il colonnello riparte lentamente e osserva le rampe di lancio profilarsi contro il tramonto e i suoi occhi si soffermano su quella che sta al centro e che è la più grande di tutte, un castello in confronto a semplici torri.

 Il colonnello avanza piano lungo la strada e vede ai lati i fili d'erba che si piegano per le raffiche di vento. E' uscito di casa dicendo a Sonja che aveva bisogno di una boccata d'aria; è salito in auto e poi automaticamente si è trovato sulla strada per il cosmodromo. E ora viaggia nella base che avrebbe dovuto unire la Terra ai pianeti, a tutto il Sistema Solare. La base dove entro il Duemila avrebbero dovuto salpare le navi per Marte e per le lune di Giove e per Venere... Il colonnello tiene il piede leggero sull'acceleratore e non confessa a se stesso il vero motivo di quella uscita. Osserva le rampe, il cielo che si incupisce. L'auto macina lentamente i chilometri.

 Sono passati ventisei anni. Un quarto di secolo a progettare, calcolare, disegnare, verificare, programmare... A bestemmiare contro i costruttori che non riuscivano a realizzare quanto progettato.

 La vecchia Niva arriva al centro della grande Y che costituisce la base spaziale, al limite del poligono di lancio di Energija. Rostov scende, sente il clangore dello sportello che si richiude. Poi ascolta: il silenzio è rotto dalle raffiche di vento.

 Il colonnello si incammina. E' vestito in borghese, con una vecchia camicia azzurra e una giacca a vento perchè la notte è fredda anche in queste belle giornate di giugno. Quando egli è arrivato la metà di quelle rampe non c'era. Non esistevano i Proton, le Salyut, le Soyuz, la stazione spaziale Mir... Non esistevano Energjia e Buran. Ne avevano fatte di cose, ma la strada dello spazio era lunga, e difficile, molto difficile.

 L'aria è profumata. Rostov scavalca le rotaie della ferrovia che trasporta i razzi dai padiglioni di assemblaggio alle rampe di lancio. Gli viene in mente suo figlio. Piotr ha scelto l'accademia aereonautica e frequenta i corsi di ingegneria spaziale. Egli lo ha sconsigliato. Gli ha detto che nella Russia di domani non ci sarà posto per coloro che sognano di viaggiare nel cosmo. Ma Piotr ha la testa dura e forse ha ragione. Rostov lo pensa mentre cammina sulla terra battuta e il cielo si è ormai fatto buio e c'è una bella luna a illuminare i passi. E' un momento difficile per il suo Paese e addirittura non si capisce se il grande cosmodromo di Bajkonour possa restare russo o debba diventare a tutti gli effetti del Kazakistan. In fondo si trova in pieno territorio kazako.

 Ma forse Gorbaciov ce la farà pensa Rostov mentre si avvicina all'immenso padiglione lungo duecentocinquanta metri, largo altrettanto. O forse verranno tempi ancora più cupi, anni tremendi.

 Gli occhi di Rostov incontrano un ciuffo di tulipani selvatici che cresce nella sabbia, accanto alla strada; il vento li piega fino al suolo, il vento fischia, si infrange contro il capannone gigantesco, rinfresca la sua faccia.

 I fari della camionetta di vigilanza. Il colonnello si ferma, la pattuglia lo raggiunge, lo riconosce, ma gli chiede comunque i documenti. Un giovane sergente gli domanda come mai si trova lì. Il colonnello risponde che quello è il suo ultimo giorno al cosmodromo. La pattuglia se ne va lasciando nell'aria odore di gasolio bruciato. Raggi di luna entrano dalle grandi aperture dell'hangar, Energjia dorme nella semioscurità. Rostov si ferma per un momento all'altezza degli ugelli poi cammina accanto alla macchina più potente mai costruita dall'uomo. "Un giorno - pensa il colonnello Vladimir Rostov fissando il suolo -  Energjia tornerà a volare. E porterà l'uomo molto lontano. Molto lontano. Cristo."

 Rostov solleva la testa. Il vento fischia nell'hangar e tiene compagnia al sogno addormentato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parte Seconda

 

L'idea

 

 

 

Capitolo II

Molti anni dopo

 

 

 

"Quello che serve è un'apertura

mentale tale da esaminare

anche le possibilità che potrebbero

sembrare troppo fantasiose."

                    Stephen Hawking

 

 

 - Se lo dimentichi.

 - Il mio collega ha ragione.

 - Ne siete sicuri.

 - Assolutamente - disse Alain Chabert, amministratore delegato dell'Esa.

 - Vede - continuò Chabert - davvero i nostri enti spaziali non sarebbero in grado di mettere in piedi una missione del genere, neppure in dieci anni. Per un motivo semplice: i governi hanno tagliato tutti i finanziamenti per la ricerca scientifica. La nostra attività è ormai limitata a mandare in orbita satelliti militari o per telecomunicazioni. Tutt'al più qualche satellite meteorologico.

 Graham O'Neill scosse energicamente la testa. - Questo lo so bene - disse. - So bene che cosa fanno Esa e Nasa e qual è la politica dei governi. Forse non mi sono spiegato bene. Volevo chiedere: i vostri enti spaziali sarebbero interessati ad un'idea di questo genere?

 Alain Chabert si grattò il mento grassoccio. Chabert aveva cinquant'anni di cui venticinque di servizio nell'ente spaziale europeo. Era entrato appena laureato. Ingegnere aerospaziale. Chabert ricordava benissimo che il giorno della sua assunzione coincise con il terzo lancio di Ariane 5, il grande vettore europeo che sembrava dischiudere nuove mete al Vecchio Continente. Il lancio da Kouru avvenne perfettamente. Chabert lo considerò un buon auspicio per la sua carriera e non si sbagliava: vent'anni dopo avrebbe raggiunto il vertice dell'ente. Lui era salito. Era l'ente che era sceso in basso.

 Chabert disse: - In astratto si tratta di un'idea interessante, certo.

 Bill Oldfield, vicedirettore generale della Nasa si schiarì la voce: - Sicuramente è un'idea interessante - disse.

 L'orologio di Chabert squillò. L'uomo chiese scusa, rispose. La voce femminile uscì a basso volume, ma chiara come se la donna fosse stata lì con loro. La voce si limitò a confermare uno slittamento d'orario per l'appuntamento di quella sera. Chabert guardò O'Neill. - Ho ancora mezz'ora - disse. Alzò le spalle. - Appuntamento con il generale Gonzales. Satelliti spia. Routine.

 Oldfield abbozzò un sorriso che tradiva amarezza.

 - C'è tempo per un tè - disse O'Neill sfiorando il comunicatore. Si alzò, camminò sul vecchio parquet di rovere fino alla porta finestra. Restò a guardare Trafalgar Square sotto di lui. Gruppi di turisti ordinati e guidati. Da quando l'avevano privatizzata, la piazza era sempre tirata a lucido. Chi voleva visitarla pagava il biglietto. Il gruppo finanziario che faceva capo a O'Neill pagava un canone di affitto al Comune. Avevano fatto lo stesso per le più importanti piazze e monumenti di Londra. Tutto "privatizzato", tutto efficiente. E le periferie scoppiavano, andavano a pezzi. Marcivano. E milioni di persone con loro.

O'Neill si voltò verso i due ospiti affondati nelle poltrone. - Posso contare sulla vostra collaborazione?

 Chabert guardò il parquet, poi osservò Oldfield. Oldfield aveva quarant'anni, occhi azzurri, capelli biondi e un fisico atletico. Un vero americano. Oldfield disse: - La sua è soltanto un'idea astratta. Come posso prometterle una collaborazione?

 O'Neill portò la mano al mento come se dovesse concentrarsi. - In linea di principio - disse.

 - In linea di principio certo.

 - In linea di principio non si combina nulla. Contano i progetti. Contano i soldi - disse Chabert. - E noi di soldi non ne abbiamo. Il suo gruppo li ha i soldi?

 O' Neill rise. - Parla in maniera franca - disse.

 - In maniera francese.

 - Il suo Paese lesina i finanziamenti.

 - Ma è pur sempre il principale sostegno dell'Esa. La Germania negli ultimi cinque anni ha ridotto i finanziamenti della metà. La Gran Bretagna, la sua Gran Bretagna, ha fatto la stessa cosa. L'Italia e la Spagna addirittura hanno tagliato le spese riguardanti lo spazio dell'ottanta percento.

 - Non volevo attaccare il suo Paese.

 - No, certo - disse Chabert con amabile accento francese - è soltanto per chiarire la realtà.

 - Negli ultimi cinque anni - fece Oldfield - la riduzione dei fondi Nasa è stata del quaranta percento. Il presidente attuale ha simpatia verso i progetti spaziali, ma il Congresso no. Il Congresso vorrebbe vederci sparire. Per le missioni scientifiche non abbiamo più una lira.

 Arrivò il tè. O'Neill tornò alla sua poltrona, disse al cameriere di allontanarsi. Egli stesso versò la bevanda agli ospiti. Il Big Ben rintoccò le cinque. O'Neill inarcò le sopracciglia. - L'abbiamo in affitto noi - disse. - Da sette anni. Ha ricominciato a funzionare perfettamente.

 - Mi faccia capire - disse Chabert con la tazza fumante in mano. - Lei ci convoca per parlare di una fornitura di motori a razzo prodotti dalla Rolls Royce, cioè da un'azienda del suo gruppo. E poi ci parla di questa idea. Posso sapere perchè?

 - Se vi avessi convocato per parlarvi di questa ipotesi non sareste neppure venuti.

 - Certamente - fece Chabert. - Ma non riesco a togliermi di dosso l'idea che lei ci stia prendendo in giro.

 O' Neill rise. - Sospettosi e permalosi, i francesi. - Sollevò la tazza, sorseggiò il tè lentamente. Quarantatre anni, Graham O'Neill discendeva dalla famiglia che nell'ultimo secolo aveva dominato la scena economica britannica. Ora il suo gruppo controllava Rolls Royce, Leyland e Bull. Disponeva di una forte partecipazione nella Mc Donnell Douglas. Investimenti finanziari attorno ai mille miliardi di dollari venivano realizzati senza che la solidità del gruppo si esponesse a rischi.

 Oldfield preferì il miele allo zucchero. Guardò il tè farsi più ambrato. Era un bel colore quello dell'ambra: gli ricordava il tramonto, gli ricordava qualcosa di caldo e di luminoso. Oldfield disse: - Perchè, Mr. O'Neill?

 L'orologio di Chabert squillò di nuovo. Lo avvisavano che l'aereo dell'Esa lo attendeva pronto a Gatwick.

 O'Neill fissò gli occhi azzurri di Oldfield. Disse: - Perchè bisogna aprire una nuova frontiera, perchè bisogna riprendere un certo vecchio discorso.

 - Allora lei parla seriamente - disse Chabert.

 - I francesi sono diffidenti, lo so. - fece O'Neill. - Lei lo sa, Chabert quale è stato il trend economico degli ultimi dieci anni? Lo sa? Certo che lo sa. Costantemente in discesa. Lei sa quanti milioni di disoccupati abbiamo in Europa? Qui a Londra abbiamo venti milioni di abitanti. Venti milioni. La popolazione attiva è considerata attorno ai nove milioni. La metà, la metà di questi non ha un'occupazione. Si rende conto, Chabert?

 O'Neill sospirò, appoggiò la tazza al vassoio, poi afferrò i braccioli. - L'economia mondiale sta andando a rotoli. Il nostro gruppo funziona ancora bene perchè la disgrazia degli altri è la nostra vita. Abbiamo effettuato investimenti oculati e lungimiranti a un tempo. Il risultato è questo: siamo tra i pochi grandi gruppi costantemente in attivo. Ma quante industrie hanno chiuso? Quante banche?

 - E' tutto vero, Mr. O'Neill, tutto vero. E' una discesa che il nostro sistema di sviluppo ha imboccato...

 - Una spirale, messieur Chabert. Una spirale. Che dobbiamo spezzare. Ho una mia teoria riguardante questo fenomeno. E non è precisamente economica. - Si voltò verso l'ospite americano. - Hanno tagliato tutti i programmi scientifici della Nasa, vero Oldfield?

 L'uomo annuì. O'Neill riprese la sua tazza. - E lei sa perchè lo hanno fatto?

 - Perchè non era economicamente conveniente.

 - Certo. E questo che cosa ha causato?

 - Arresto della ricerca scientifica spaziale.

 - E poi disoccupazione, Oldfield. Come in tanti altri settori. Disoccupazione e quindi riduzione dei consumi. Ma, soprattutto, ha creato demoralizzazione. Mi capite? Demoralizzazione. Di milioni di persone. Intere fasce di popolazione. Mi capite? Non si vuole più migliorare. Non si vuole affermare se stessi. Radersi al mattino o comprare la macchina nuova o leggere un bel libro. Niente interessa. L'impoverimento della popolazione è diventato una reazione a catena. Crolla l'economia e... - O'Neill fece una pausa, mosse la mano come se volesse schermirsi. Disse: - So di essere apocalittico. So di estremizzare, ma fior di sociologi lo dicono da anni. C'è davvero il rischio che finisca così: crolla l'economia e tutta la società le va dietro, come un castello di carte.

 Sorseggiò il tè. Oldfield fissò la libreria che ricopriva tutta una parete dello studio. Disse: - Sicuramente ci sono anche aspetti psicologici e sociologici che determinano questa congiuntura.

 O'Neill annuì. - Voi sapete bene che di questo passo, a forza di tagli, l'Esa e la Nasa verranno messe in liquidazione. Faccio un pronostico: tempo dieci anni. Ok?

 Gli sguardi di Oldfield e Chabert si incrociarono. Ci fu un momento di imbarazzo. Oldfield aggiunse altro miele nel tè. Chabert si schiarì la voce. Disse soltanto: - E' un'ipotesi non priva di fondamento.

 - Voi non volete che gli enti spaziali vengano sciolti.

 - No.

 - E allora dovrete lavorare con noi. La gente deve ricominciare a credere nel futuro.

 Chabert fece una smorfia ironica. - Non è facile - disse.

 - Non è facile - disse Oldfield.

 - Occorre una nuova mentalità.

 - Non c'è dubbio - fece Chabert.

 - Occorre una meta.

 - Un sogno - disse Oldfield.

 - Perfetto. Un sogno - disse O'Neill con il tè fumante in mano. - Occorre tornare a quel sogno. Tornare indietro di settant'anni. - Oldfield e Chabert restarono a fissarlo. - Dobbiamo riaprire la Nuova Frontiera - disse O'Neill.

 - Lo spazio.

 O'Neill annuì vigorosamente.

 - Lo diceva il presidente Kennedy - disse Oldfield.

 - Un'intuizione geniale, in anticipo sui tempi. E ora rischiamo di essere in ritardo - fece O'Neill.

 - Lo spazio non è più di moda - disse Chabert.

 - La stessa cosa me l'hanno detta i miei consiglieri di amministrazione. Ho risposto che anche l'America non era di moda prima che venisse scoperta.

 - Riaprire la nuova frontiera - disse Oldfield. - E' una parola. Abbiamo tutto il Congresso contro.

 - Anche il mio consiglio di amministrazione era contro. Era.

 Chabert parlò con voce forzatamente pacata. Avvertiva un'emozione che aveva dimenticato insinuarsi nel suo cervello. - Era. E adesso?

 O'Neill ebbe un'esitazione. - Favorevole - disse.

 - Stanziamenti? - Chabert continuava a parlare con un tono controllato, distaccato.

 - Per ora soltanto una ricognizione delle possibilità tecnologiche e dei partner potenziali.

 - Chi se ne occupa? - fece Oldfield.

 - Secondo lei chi?

 - Non saprei.

 - Me ne sto occupando io, non le pare? Io personalmente.

  L'orologio di Chabert squillò di nuovo. Era in ritardo.

 - La portiamo a Parigi noi, non si preoccupi - fece O' Neill.

 - Farei comunque tardi.

 - Aereo a decollo verticale da qui - fece segno con il dito. - Dal tetto del palazzo.

 - Riaprire la Nuova Frontiera - mormorò Oldfield.

 O'Neill appoggiò al tavolo la tazza fumante. - C'è un primo, grande territorio oltre la frontiera - disse. Chabert tossì nervosamente. O'Neill si alzò dalla poltrona. - Si chiama Marte - disse.