Abitazioni rosa shocking

Antichi colori addio, adesso Bergamo stona
Trento Longaretti: tinte violente al posto di quelle della tradizione, legate alla pietra
«N egli ultimi anni si tende al colore violento, che spezza la tradizione, ce ne sono diversi esempi in città. I problemi sono due. C'è una questione di gusto, senz'altro. Ma c'è anche una questione tecnica». Trento Longaretti ci accompagna per le vie di Bergamo in visita al colore delle facciate, per osservarne cambiamenti e caratteristiche. Longaretti, pittore significativo del Novecento lombardo, per venticinque anni direttore dell'Accademia Carrara, dove ha insegnato tecnica dell'affresco e della pittura murale, si è occupato fino al 1978 della scelta delle tinte per le facciate degli edifici cittadini. Dice in questo freddo pomeriggio: «Sì, esiste anche una questione tecnica. Oggi si usano preparati pronti all'uso, colori che come collante usano resine viniliche, sintetiche (per esempio il Vinavil). Sono tinte sempre uniformi, che non invecchiano, come pannelli di plastica, forti e senza sfumature. Una volta si usavano colori che l'imbianchino preparava mescolando polvere colorata a calce, era il pittore che stabiliva la gradazione del colore. Queste tinte vivevano, respiravano, invecchiavano, si macchiavano, patinavano. Quelle di oggi sono molto, molto resistenti, difficile deteriorarle».
Cominciamo da Città Alta. Trento Longaretti indica un'abitazione al numero 1 di via Tre Armi, è una casa antica dall'intonaco rosso. Dice Longaretti: «Questo intonaco avrà una cinquantina d'anni, vede le macchie? Dove la tinteggiatura è protetta da grondaia e balconi ha un colore, dove prende sole e vento il colore è diverso. Non c'è uniformità assoluta. È una tinteggiatura invecchiata bene, il colore originale doveva essere rosso mattone, in linea con la tradizione di Bergamo che non è per forza grigia, ma di certo è sempre garbata. Vede, il Borgo Canale è stato negli ultimi anni in larga parte ridipinto con una certa vivacità, abbiamo rossi, gialli, rosa, ma tutti che tendono all'ocra, al mattone, sono legati alla pietra, alla terra, sono tutti delicati. E nessun colore è violento».
Tradizionalmente, sopra la pietra il muratore stende l'intonaco fatto con sabbia e calce idrata oppure cemento, viene spalmato con la cazzuola e tirato in maniera uniforme con quella specie di grossa pialla di legno che si chiama frattazza. Sopra l'intonaco veniva steso il colore. La prima eccezione al tradizionale garbo, alla gentilezza delle tinte bergamasche la incontriamo proprio in Borgo Canale, all'altezza del largo Sant'Alessandro. È una tinta rossa, forte, uniforme. Eppure, spiega Longaretti, è stata data quindici, venti anni orsono. Si stacca dall'armonia.
Scendiamo per il viale delle Mura e passiamo in rassegna quello che è il biglietto da visita della città verso la pianura, i palazzi si susseguono senza stonature di forme e di colori, prevalgono tinte smorte, dal giallo chiaro al grigio chiaro, tinte delicate, imparentate con la pietra. C'è tanta pietra nella Bergamo storica. Sosta nel piazzale della Fara, dal perimetro segnato da due segmenti di case, compaiono tinte calde, c'è un'intonazione che parte dalla Rocca e non stecca mai. Ci sono gli ocra, i bianchi e i grigi, ma hanno tutti una tonalità che li imparenta alla pietra, agli alberi, al prato, persino all'asfalto della strada.
Stride invece il rosso viola dell'edificio di piazza Mercato del Fieno visto dalla salita di via San Lorenzo, palazzo la cui facciata dà sulla piazza, facciata di delicata eleganza, rinascimentale, restaurata di recente, niente a che vedere il rosso-viola del muro posteriore. Anche il giallo della scuola elementare, ancora in piazza, non si inserisce bene nel contesto, risulta piatto, uniforme, figlio delle nuove tinte sintetiche. Longaretti racconta dei grigi «Con il grigio non si sbaglia mai, ma si rischia la monotonia. Il colore impegna di più, è una scelta più difficile, ma il colore è importante». Scendiamo lungo il viale Vittorio Emanuele, poco dopo la galleria incontriamo una villa di un rosso intenso, già «moderno». Sulla via Brigata Lupi si affaccia una parete giallo-polenta che contrasta in maniera forte con quello che sta dietro, ovvero con la linea pietrosa della Città Alta. Dice Trento Longaretti: «Vede, quel giallo è come una stonata in una sinfonia. Distrae l'attenzione da Città Alta, costituisce un richiamo forte per l'occhio, lo svia, ma poi non giustifica questo richiamo, non possiede un suo speciale valore artistico... Ho fatto una battaglia contro quel colore, anni fa, la Sovrintendenza la pensa come me, ma non esiste nessuna possibilità di modificarlo dal punto di vista dei regolamenti e delle leggi. Resta un esempio di scarsa sensibilità».
La città degli ultimi anni si è vestita di colore, si è allontanata dai grigi e dagli ocra. Dice Longaretti: «Io sono d'accordo con la scelta di dare colore. Ma ribadisco, bisogna essere delicati, soprattutto quando ci si trova in un ambiente storico. Vede, quel giallo non l'avremmo magari nemmeno notato se non si profilava proprio contro le Mura e Città Alta».
Eccoci in viale Papa Giovanni. La strada ha cambiato colore in questi anni in seguito al restauro di diversi edifici. L'ultimo sistemato è il palazzo ad angolo con la via Paleocapa. La scelta è caduta su un colore rosso che tende al viola, balconi e fregi in pietra (o cemento?) sono dipinti di grigio. Il contrasto è forte, ma per Longaretti l'esito estetico non è negativo, ha un suo interesse. In origine questo palazzo dei primi del Novecento era pure di un colore rossastro, ma di un rosso scuro che tendeva al mattone. Il maestro non è d'accordo con il giallo acceso e uniforme dell'edificio accanto. Il lato sinistro della strada (guardando verso il centro) prosegue con una certa vivacità cromatica, dopo il giallo una facciata di un rosso che va verso il mattone, quindi, oltre via Guglielmo d'Alzano, una facciata giallo senape e poi un giallino chiaro. «L'esito non è male», sostiene Longaretti. «È la quinta giusta per Città Alta».
Ed eccoci in via Fantoni dove spicca un edificio di un giallo limone che sembra quasi fosforescente. Ma il colore che più di tutti rompe con la tradizione e con l'armonia della città storica è quello della facciata che sta al numero 14 di via Angelo Mai, un rosso lacca che lascia davvero perplessi, che si stacca totalmente dal resto della strada, che non ha niente a che vedere con il sobrio colore della pur imponente facciata dell'edificio accanto, sede di una banca, progettato da Attilio Pizzigoni. Che cosa dice il maestro Longaretti? «È un segno dei tempi, io ho le mie idee, non penso siano la verità. Ma le dico una cosa. Una volta, noi pittori eravamo innamorati dei colori delle case di Burano. C'erano le massaie che ogni tanto uscivano con il secchio, la calce e le polveri di colore nel cartoccio e si divertivano a dipingere così le facciate delle loro basse casette. Era una meraviglia e i pittori ci andavano e cercavano di riportare quella magia sulla tela. Poi sono arrivate le tinte pronte, perfette, violente, ogni delicatezza si è persa. E i pittori non ci vanno più. Vede, io penso che ogni luogo abbia un suo carattere. Penso a quei paesini tutti bianchi sulla Costa Azzurra. Alle case tutte colorate di Positano. Ai colori delle facciate di Venezia... Sono caratteri maturati nei secoli. È importante che i luoghi conservino i loro caratteri, sono ricchezze anche queste».
Paolo Aresi

 

«Faremo ritinteggiare quelle facciate choc»
L'assessore Buzzanca: in alcuni casi il colore scelto non rispetta le indicazioni dei tecnici
«Abbiamo verificato il caso di alcuni degli edifici che appaiono sulle fotografie che avete pubblicato: i colori delle facciate sono stati decisi senza la nostra autorizzazione. Prenderemo provvedimenti». L'assessore all'Edilizia privata del Comune di Bergamo, Pierluigi Buzzanca, è contro «colore selvaggio»: ha preso carta e penna e ha chiarito la posizione dell'assessorato dopo avere letto le due pagine che il nostro giornale ha dedicato al tema del colore della città, cioè delle tinte che vengono scelte in questi ultimi anni per le facciate degli edifici. Due pagine in cui il pittore Trento Longaretti (responsabile delle scelte cromatiche per le facciate della città fino al 1978) ha «raccontato» i colori passeggiando per le vie e dove è stata presentata un'intervista a Paolo Ghilardi, pittore che sceglie le tinte per le facciate dei borghi storici dal 1980 fino ai nostri giorni. Longaretti e Ghilardi concordavano nel dire che il colore è importante, ma che le tinte non devono essere violente, che devono risultare comunque armoniche rispetto al contesto. Longaretti sottolineava anche l'aspetto storico, il valore del «grigio» tradizionale che ha caratterizzato la città nell'Ottocento e per buona parte del Novecento. Sul «grigio bergamasco» tornava anche l'architetto Pizzigoni, che citava, a proposito, una pagina di Gianandrea Gavazzeni. E Ghilardi concordava con un'altra caratteristica: il legame dei colori della città con la terra, con la pietra.
L'assessore Buzzanca ha annunciato ieri al nostro giornale che i controlli si faranno più stretti e che l'iter di approvazione dei colori delle facciate da oggi cambia anche per quanto riguarda i borghi storici. Ha detto Buzzanca: «Coloro che nei borghi storici restaureranno le facciate si faranno prescrivere dal pittore Paolo Ghilardi i colori suggeriti, ma poi dovranno passare anche dalla commissione edilizia, che li esaminerà sulla carta e, se necessario, anche nelle prove sull'intonaco».
Intanto l'ufficio tecnico ha incrementato l'attività di vigilanza: proprio l'altro giorno è stata bloccata la tinteggiatura di un edificio di via Angelo Mai, che adesso si presenta curiosamente tinteggiato a metà, di un colore rossastro. Dice ancora Buzzanca: «Il personale dell'Edilizia privata è quello che è, per il controllo dei cantieri, colore compreso, abbiamo due tecnici. Poi naturalmente ci sono i vigili di quartiere. Ma, a dire la verità, gli alleati più stretti dell'ufficio tecnico sono i vicini di casa: ai vicini non scappa niente».
Buzzanca commenta anche la lettera apparsa ieri su «L'Eco», lettera in cui parlava la proprietaria dell'edificio di via Angelo Mai, angolo via Maffei, dal colore rosso più «shocking» della città. «Ho letto che la proprietaria fa riferimento al diritto della proprietà privata, ma il fatto è che la fruizione è pubblica, cioè quei colori ce li dobbiamo godere tutti, per questo esistono regolamenti, e non da ieri. Il nostro assessorato è sensibile a questi argomenti». Buzzanca entra poi nel merito degli edifici segnalati a titolo di esempio nella nostra inchiesta e scrive: «Nessun rilievo può essere mosso, a mio avviso, ai nostri tecnici, in quanto l'edificio di viale Papa Giovanni (angolo Paleocapa) è stato colorato diversamente da quanto prescritto dal parere della commissione edilizia, la quale aveva richiesto che "la coloritura dell'edificio dovrà essere mantenuta come indicato nella scheda di inventario dei Beni Culturali Isolati allegata al Prg ("rossastra"); per quanto riguarda gli altri edifici la tinteggiatura è stata effettuata senza essere concordata con gli uffici preposti, dunque arbitrariamente e in violazione della norma regolamentare. Per quanto sopra saranno assunti i dovuti provvedimenti».
Ma che cosa significa «dovuti provvedimenti»? Lo spiega l'assessore Buzzanca: «In alcuni casi faremo rifare la tinteggiatura della facciata».
All'ufficio tecnico del Comune i pareri sono in sintonia con quelli dell'assessore. «Noi ci occupiamo dei pareri riguardanti la "città moderna", per i borghi storici l'esperto è il pittore Paolo Ghilardi. E, dobbiamo dire, in genere non ci sono problemi, le imprese ci presentano le campionature, noi diamo un parere che viene regolarmente seguito. In un secondo momento, quando la tinteggiatura dell'intonaco sta per cominciare, ci rechiamo sul posto a osservare la prova sulla parete. Perché un parere dato in astratto può non rivelarsi esatto, bisogna vedere il colore sul muro, confrontarlo con quello dei serramenti, delle gelosie, di tutto l'ambiente... Ma può anche accadere che qualcuno sfugga al controllo dell'ufficio tecnico magari semplicemente per ignoranza, perché pensa che basti la concessione edilizia e che il colore possa essere deciso in maniera indipendente, come in effetti avveniva una volta. Ma nel maggior numero dei casi gli interventi sono rispettosi».
All'ufficio tecnico del Comune prospettano numerosi esempi, citano via don Palazzolo, in fondo, vicino al distributore di benzina, la zona di piazza Sant'Anna e via Ghislandi, alcuni edifici di Loreto e Longuelo, dove negli ultimi mesi sono stati realizzati diversi interventi. «Abbiamo evitato contrasti violenti», dicono all'ufficio tecnico.
Paolo Aresi