Scrittura creativa

Paolo Aresi dal 1991 tiene corsi in cui cerca di trasmettere alcuni elementi fondamentali dello scrivere di narrativa e, allo stesso tempo, cerca di creare confidenza, simpatia nei confronti dell'espressione scritta attraverso i mille giochi che si possono realizzare con la parola. Ha curato per la Grammatica Italiana di Noris e Mandurrino (biennio superiori) i capitoli relativi alla scrittura creativa. E ha pubblicato, nella collana dedicata ai giovani lettori de L'Eco di Bergamo, un agile manuale che proponiamo di seguito.

 

L'arte della scrittura

(come creare un "mondo" narrativo)

 

 

Qualche citazione, per cominciare...

“John Gardner mi mostrò come dire ciò che volevo dire e a usare il minimo numero di parole per farlo. Mi fece capire che tutto, assolutamente tutto, ha importanza in un racconto”

            Raymond Carver, Il mestiere di scrivere (Einaudi)

 

“Se le parole e i sentimenti sono disonesti, se l’autore bara e scrive di cose che non gli stanno a cuore o di cui non è convinto, allora non può aspettarsi che qualcun altro mostri interesse per il suo racconto”

            Raymond Carver, Il mestiere di scrivere (Einaudi)

 

“Se volete fare gli scrittori, ci sono due esercizi fondamentali: leggere molto e scrivere molto. Non conosco stratagemmi per aggirare questa realtà, non conosco scorciatoie”.

                  Stephen King, On Writing (Sperling & Kupfer)

 

 

“L’aspetto veramente importante della lettura, è che favorisce una disinvolta intimità con il processo della scrittura; si mette piede nel paese dello scrittore con tutti i documenti più o meno in ordine”.

                  Stephen King, On Writing (Sperling & Kupfer)

 

“Trovate un personaggio, come voi, che vorrà qualcosa o non vorrà qualcosa con tutto il suo cuore. Dategli degli ordini conseguenti. Lasciatelo andare. Poi seguitelo più velocemente che potete”.

Ray Bradbury Lo zen nell’arte della scrittura                 (DeriveApprodi)

 

“La sola ragion d’essere di un romanzo è scoprire quello che solo un romanzo può scoprire. Il romanzo che non scopre una porzione di esistenza fino ad allora ignota è immorale. La conoscenza è la sola morale del romanzo”.

                 Milan Kundera, L’arte del romanzo (Adelphi)

 

“Un bravo scrittore non si riconosce tanto da quello che pubblica quanto da quello che butta nel cestino della carta”

  Gabriel Garcia Marquez, Come si scrive un racconto (Giunti)

 

“Per scrivere bisogna avere la convinzione di essere migliori di Cervantes, altrimenti si finisce per diventare peggio di ciò che in realtà si è”.

   Gabriel Garcia Marquez, Come si scrive un racconto (Giunti)

 

“E’ l’ignoto che abbiamo dentro: scrivere vuole dire raggiungerlo. E’ questo o niente”

                     Marguerite Duras, Scrivere (Feltrinelli)

 

“Questo è il segreto, la verità che spesso non si ama ammettere: abbiamo i noi, tutti quanti, tutti gli istinti dell’umanità… E allora tiriamoli fuori con la scrittura”.

                Laura Grimaldi Il giallo e il nero (Pratiche)

 

“Sarebbe bene comprar libri, se insieme si potesse comprare il tempo per leggerli, ma di solito si scambia l’acquisto di libri per l’acquisizione del loro contenuto”.

Arthur Schopenhauer

                     Sul mestiere dello scrittore e sullo stile (Adelphi)

 

“Le parole sono pietre, come diceva Carlo Levi, e servono per costruire case”.

                     Dacia Maraini, Amata scrittura (Rizzoli)

 

“Non c’è niente di più deprimente, per un Giovane Scrittore Creativo, di un lettore che si addormenta di noia sul libro o, peggio, che dopo averlo letto decide di farne un uso diverso”.

 Bianca Pitzorno-Snoopy

 Il manuale del giovane scrittore creativo (Mondadori)

 

 

 

PERCHE’ SI SCRIVONO LE STORIE

Questo volumetto ha per titolo Fahre…nheit, un gioco di parole per richiamare uno dei libri più importanti che siano stati scritti sul valore dei libri stessi, quel Fahrenheit 451 che il grande scrittore americano di fantascienza, Ray Bradbury, scrisse nel 1952 e che prefigurava una terribile società futura che aveva deciso di prescindere dai libri, di farne a meno, addirittura di bruciarli. Ora, quella società futura sembra non si sia, per fortuna, realizzata. Ma ne siamo sicuri? Ci sono molti modi, dice oggi Bradbury, per uccidere i libri. La televisione per esempio. Un modello di vita che nega il valore della profondità, della poesia della persona. E infatti man mano gli anni si legge sempre meno, i giovani leggono poco… Ma i libri sono vita, i libri sono saggezza, i libri raccontano l’uomo, la sua visione del mondo… Possiamo davvero fare a meno dei libri? Che cosa rischieremmo di perdere insieme ai libri?

 

Ma perché si scrivono storie? Sarebbe meglio dire: ma perché si raccontano storie? Perché si inventano trame, personaggi, azioni, paesaggi, ambienti... E' un bisogno vecchio come il mondo, che si manifesta quando l'uomo è giovane, agli albori della sua storia, sia come genere umano, sia come individuo. I poemi più antichi e affascinanti arrivano dritti dalla Preistoria: l'epopea di Gilgamesh, l'Iliade, le avventure di Cu Cuchulain. Ogni bambino, senza eccezione, ama ascoltare storie, fin dall'età più tenera. Perché? L'uomo che racconta esprime se stesso, può esprimere il suo mondo interiore, quello che pensa, che avverte, che sente, che teme, che spera... L'uomo che ascolta esprime pure se stesso, rivive in sè le parole, rivive in sè la storia. Dalla primissima infanzia alla vecchiaia. Il bambino di tre anni si appassiona ascoltando il papà che gli racconta le avventure del pirata Giovannino, si immedesima, "vede" la nave che solca i mari, l'arrembaggio, lo sbarco sull'isola dove forse si trova un tesoro. Il senso del mistero è vivissimo già nel bambino, si esprime nelle forme semplici dell'avventura. Ha bisogno di mostri e fantasmi, li teme e li desidera. Perché? Probabilmente perché in questo modo, rivivendo la storia, egli si trova davanti a paure e affanni che comunque ha dentro, ma che non hanno un nome. La storia lo aiuta a riconoscere e ad accettare una parte di sè: la paura. La paura del buio, dell'ignoto, del nemico. Ma si cresce e le esigenze cambiano forma, sebbene quelle fondamentali restano: così i gusti di un lettore anziano sono diversi da quelli di un bambino, è probabile che l'anziano non si identifichi in azioni troppo concitate, troppo avventurose.

In questo senso i libri, i racconti, sono estremamente interattivi: esiste tra racconto (scritto o orale) e lettore un continuo scambio, una continua inter-azione. Tant'è che ogni lettore vive a suo modo il racconto, cogliendo delle sfumature tutte sue, talvolta avvertendo sensazioni e significati che neppure l'autore immaginava.

Il racconto, il romanzo, ci consentono di esprimerci. Attraverso la parola e quindi la scrittura. Ma che cosa è la scrittura? E' una traduzione, usiamo dei simbolini che traducono, che "fermano" e rendono visibile il nostro pensiero, le nostre emozioni; simbolini che vanno a  collocarsi su un supporto, sia esso un pezzo di carta o una pietra o un disco di computer. La scrittura, la narrativa soddisfano un'esigenza di comunicazione. La scuola, tradizionalmente, ha concepito quasi solo un tipo, modello di scrittura, quello del mitico tema. Di recente, in particolare con la riforma dell'esame di maturità, oggi esame di Stato, la scuola ha cominciato ad aprirsi a nuove forme di scrittura. Vedete, c'è chi dice che la narrativa è la forma più completa di scrittura: esprime non soltanto aspetti filosofici, da saggio, ma anche quelli sentimentali, politici, ideologici... Il racconto, la narrativa, fa vivere nuovi uomini e nuovi mondi. Mica è uno scherzo.

 

COME SI SCRIVE UNA STORIA

Questo è un capitolo interessante. Come si scrive una storia? Esiste una ricetta che ci consentirà di diventare novelli Alessandro Manzoni o Stephen King? Il fatto è che tra lo scrivere una storia e lo scrivere una buona storia di acqua ce ne passa, e parecchia. Scrivere un racconto, ragazzi, è davvero semplice. Come possiamo definire un racconto? Be', diciamo che è una vicenda con dei personaggi e un'azione che si sviluppa fra un avvio e una conclusione. Quindi, proviamo a inventare una storia qui, subito, su due piedi. Ci serve un personaggio, prendiamo un ragazzo di 15 anni. Ci serve un'idea di storia, potrebbe essere che questo ragazzo vuole uscire una certa sera, ma i genitori non lo lasciano. Ci serve uno sviluppo, quindi un inizio e una fine. Be', facciamo che iniziamo con il "no" del padre e poi mostriamo i tentativi del nostro ragazzo per cambiare l'esito della serata fino alla conclusione. Ecco in sintesi la nostra prima storia:

Giovanni entrò in casa, chiese a sua madre se quella sera poteva uscire, sua madre disse che ne avrebbe parlato con suo padre. Giovanni andò in camera sua. Quando ne uscì, verso le sei, vide suo padre, chiese a lui il permesso, ma suo padre disse no. Giovanni lo supplicò, disse che era una sera importante, ma fu inutile. Mangiò senza parlare, poi tornò nella sua camera, si buttò sul letto a pensare a come avrebbe potuto fare per uscire fino a quando crollò per il sonno.

Semplice: un personaggio, un problema, un inizio e una fine. Semplice, ma abbastanza deludente, no? Un racconto è ben altro. Avete ragione.

 

AZIONE E TRAMA

L'azione è lo sviluppo della storia, la trama è l'esito, la complessità della vicenda. Esiste una parolina, anzi, una frasettina "magica" che fa progredire qualsiasi storia e che, tanto per cambiare, accomuna autore e lettore, li mette sullo stesso piano. La frasettina è: "Che cosa succede adesso?" E', in fondo, questa semplice formuletta che spinge avanti milioni di lettori, da sempre, e che incoraggia la scrittura di migliaia di autori. Che cosa succede adesso? Che cosa accadrà al professor Liddenbrock e al nipote che scendono nelle viscere del vulcano verso il centro della Terra? Che cosa accadrà a Florentino Ariza e a Fermina Daza imbarcati sul battello nel grande fiume? Ma attenzione: il che cosa succede adesso non riguarda soltanto lo svolgersi dell'azione da un punto di vista per così dire "avventuroso". Il che cosa succede adesso riguarda ogni aspetto: sentimentale, psicologico, ambientale... Come reagirà il nostro personaggio davanti alla morte della madre? Che cosa penserà davanti all'espressione di quella ragazza? E come si svilupperanno, dove lo condurranno i suoi pensieri? Che cosa succederà adesso che i pirati hanno individuato i nostri eroi e stanno per assalire la piccola spedizione che ha individuato il sentiero che porta al tesoro sepolto?

Man mano che progredisce, l'azione costruisce la trama, come il filo realizza la trama della tessitura. Per scrivere una storia è necessaria un'idea di base, ma un'idea non basta. Ogni pagina è sostenuta da una fitta serie di piccole idee, di vicende tutte correlate a quella principale. Come nella vita. La vita di ogni giorno, anche la più banale, è uno svolgersi di azioni, pensieri, sentimenti tra loro strettamente correlati. Concordi o contrastanti. Dicevamo prima che il racconto, più ancora il romanzo, rappresenta un mondo, che noi autori creiamo un nuovo mondo con delle sue regole, con le sue persone, con i suoi odori, colori, eventi. Uno scrittore di narrativa deve sempre dare vita a un mondo che il lettore dovrà vedere, sentire, annusare, percepire. Mondo che potrà essere simile a quello reale (scrittore realista) o diversissimo (scrittore fantastico). In un racconto possiamo fare volare tranquillamente gli asini, ma a patto che si crei un mondo dove risulti verosimile che gli asini volano. Un racconto deve avere cioè una sua coerenza interna, un preciso rapporto di causa ed effetto tra personaggi, trama, ambiente... Voglio dire: se nel mio mondo inserisco fate e folletti posso benissimo accettare magie e asini volanti. Ma se il mondo del mio racconto è il duro lavoro in una miniera del Belgio dei nostri emigranti negli Anni Trenta, allora di asini che volano sarà ben dura farne vedere e soprattutto giustificarli e renderli coerenti con la trama.

 

COME SI CATTURA L'INTERESSE

Bene ragazzi, è una parola. Non è di certo facile. Come evitare di annoiare, di stufare? Si può annoiare essenzialmente in due modi: con storie il cui sviluppo è troppo lento, oppure con storie magari anche di sviluppo rapido, ma troppo superficiali. E il primo consiglio è questo: bisogna evitare sempre la banalità, bisogna evitare di dire cose ovvie, scontate. Non scrivete mai che "Il prato era verde, il mare azzurro come il cielo". E' ovvio, scontato. Quindi non dà nessuna emozione. Per catturare l'interesse bisogna regalare emozione, bisogna incuriosire. E allora guardate, funziona molto meglio scrivere: "Il prato era viola, il mare rosso come il cielo". Dai, è decisamente più interessante. Come è possibile che il prato sia viola e il mare e il cielo rossi? Incuriosisce, no? Provate a dare una spiegazione. Se il racconto è realistico la spiegazione potrebbe essere semplice: siamo di fronte a un fantastico tramonto in cui anche il prato si colora di un colore livido, violaceo. Se il racconto è fantastico (ricordate il discorso della coerenza?) allora possiamo anche parlare di un mondo incantato, dai colori stranissimi.

Mai banali, mai ovvi. Altro consiglio: creare contrasti. L’attenzione si ciba di contrasti. Contrasti lievi e forti, contrasti di sentimenti, contrasti di idee, contrasti di abitudini. E quindi incomprensioni, e quindi lotte, guerre… Il contrasto più forte è quello che si ritrova nel genere tragico dove il protagonista affronta laceranti conflitti talmente forti da portarlo, di norma, alla morte. Guerra e pace, dolore e felicità, amore e odio, vita e morte. I grandi contrasti. Ma una storia può vivere su contrasti ben più lievi, quotidiani, “normali”. L’importante è che vengano presentati nella loro originalità che, ripeto, non si dimostrino banali.

E ora un terzo consiglio, di tipo “tecnico”. Dovete creare tensione narrativa. Dovete costruire scene dove si crei attesa. Dite una cosa e poi lasciatela in sospeso e poi ditene un’altra, con questa relazionata, e poi lasciatela in sospeso e ditene un’altra… Come a costruire un labirinto che dovrete risolvere alla fine della scena, del capitolo, del romanzo. Prendiamo un semplice esempio. “La casa nuova, bianca come una colomba, fu inaugurata con un ballo”. E’ questo l’inizio di un capitolo di Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez. Ma come andò quel ballo, chi vi partecipò? Marquez ve lo dirà dopo un bel pezzo. Prima vi spiegherà come era stato organizzato il ballo, vi dirà della pianola portata dall’Austria e dell’italiano inviato con l’incarico di insegnarne l’uso, e il mistero si sposta sulla magia dello strumento e sul nuovo personaggio che si intuisce verrà a guastare i sonni di molte donne. Dovranno passare tre pagine perché si ritorni al ballo.

Come nella vita, no? Vai a un ballo e mica sai subito come andrà a finire, se ti divertirai, se troverai gente simpatica, una ragazza carina… Man mano la storia si svolge e mentre si svolge i tuoi pensieri ti portano a tratti lontano a rivedere e a risentire cose che non hanno a che fare con il ballo, ma che sono comunque importanti… Come la vita è il racconto.

 

I PERSONAGGI

Be’, i personaggi sono il cardine del racconto. Dal personaggio può scaturire una trama, una storia. Dal protagonista o comunque dai personaggi importanti del racconto. Tanto più è importante il personaggio e tanto più va caratterizzato, cioè approfondito, mostrato. A proposito, ricordate che nel racconto, nella narrativa, l’autore non deve dire, deve mostrare. Non dovete dire: “Franco era arrabbiato”. Dovete fare vedere la sua rabbia, mostrarla. Come nella vita. Mica uno vi annuncia che è arrabbiato. Lo capite perché urla, perché ha il volto livido, lo sguardo accigliato, i movimenti nervosi… Così in tutti gli aspetti del racconto, dove mostrare, far vedere. Gli inglesi dicono "Show, don’t tell”, ed è un comandamento.

I personaggi, il protagonista, sono il centro di tutto. Ovvio, no? Vi sembra che possa esistere una storia senza un personaggio? Scrive Laura Grimaldi, autrice contemporanea di ottimi romanzi: “Come nella vita reale, non esistono problemi o azioni o, se si vuole, fonti d’ansia che non siano strettamente connessi alle persone che li hanno generati, sofferti, vissuti. Le psicologie – e in certi casi le patologie – che contraddistinguono o affliggono la mente umana sono innumerevoli e generano comportamenti assai diversi. Spesso la drammaticità non risiede in un fatto in sé, ma nel come il fatto viene vissuto”.

Parole sante. Per una persona un temporale è esperienza esaltante, vivificante, per un’altra è un evento che crea timore, desiderio di nascondersi. Il fatto è lo stesso, il significato è opposto. Lo sapete, è perfino banale: davanti allo stesso bicchiere con l’acqua che arriva a metà qualcuno vi dirà che il bicchiere è mezzo pieno, qualcun altro che è mezzo vuoto.

Quindi. Il vostro protagonista deve essere caratterizzato. Che cosa vuole dire? Che deve avere un carattere. Anche qui: come nella vita. Più spiccato, più originale è il carattere e più una persona sarà interessante. Un carattere, cioè delle idee, un modo di comportarsi, uno stile, dei sentimenti, delle nevrosi, delle paure, ideali, aspirazionio. Una storia. Un passato. Un’infanzia. Una madre, un padre, un lavoro, degli amici, una moglie… E poi si vestirà in un certo modo, parlerà con uno stile suo… Caratterizzare, già. E’ evidente il carattere del personaggio e la storia del racconto saranno in relazione strettissima. Prendete un mio romanzo (e scusate la pubblicità), Il giorno della sfida. Uno dei protagonisti è un idealista, ha in mente un sogno da realizzare. Non a caso, la trama del romanzo racconta proprio come quel sogno diviene realtà. Fra trama e protagonista esiste un legame diretto, fortissimo. Dirò di più: pensare a un personaggio che per qualche ragione vi intriga e portare il suo carattere e quindi le vicende del racconto alle estreme conseguenze è un ottimo metodo per scrivere una storia probabilmente interessante. Lo ripeteva Georges Simenon, grande scrittore noto anche per la serie del commissario Maigret. Diceva: “Un personaggio di romanzo è chiunque nella strada, è un uomo, una donna qualunque. Abbiam in noi, tutti quanti, tutti gli istinti dell’umanità. Ma di questi istinti, refreniamo perlomeno una parte,per onestà, prudenza, educazione, talvolta semplicemente perché non abbiamo l’occasione di agire diversamente. Il personaggio di romanzo, lui, andrà fino al limite di se stesso e il mio ruolo di romanziere è di metterlo in una situazinoe tale che vi sia costretto. Non occorre trovare una storia. Semplicemente degli uomini, degli esseri umani nel loro ambiente. La piccola spinta che li mette in moto…”

E così Simenon fa. I suoi protagonisti sono persone normali tratte dalla media e piccola borghesia del Nord Europa, persone che vivono di abitudine, prigioniere della routine, ma che in fondo a loro stessi, senza quasi che nemmeno lo sappiano, brilla una fioca luce di insoddisfazione, di desiderio di un’esistenza profondamente diversa… Nei romanzi di Simenon è questa scintilla che si scatena e che trascina i personaggi fino all’estrema conseguenza di ciò che in realtà essi sono…

Le storie che risultano avvincenti sono in genere quelle in cui i contrasti risultano più forti. I contrasti possono essere anche soltanto interiori, interni al protagonista. Desiderio di “una vita spericolata” contro la realtà di una tranquilla vita impiegatizia. Per esempio. Ma perché desiderio di una vita spericolata? E perché la difficoltà, magari l’impossibilità di raggiungerla? E quale è il risultato di questo contrasto? Se portiamo alle estreme conseguenze questa situazione ne potremmo tirare fuori una serie di storie interessanti.

Parlavamo quindi di protagonisti, di personaggi importanti, secondari e di semplici comparse. Un racconto può venire in qualche modo programmato, se ne può scrivere una scaletta, ma mai davvero pianificato. Così può capitare che un personaggio secondario diventi principale, addirittura uno dei protagonisti. A me è successo per esempio nel romanzo “Oberon, l’avamposto tra i ghiacci”. All’inizio non avevo neppure concepito la presenza di due robot (molto umanizzati, per la verità) che poi daranno addirittura vita alla parte più originale dell’intero libro. Si può proprio dire che mi siano cresciuti tra le mani, che siano stati loro a farmi scrivere. Evidentemente davano vita a un aspetto un po’ nascosto di me stesso. Siete curiosi? Leggetevi il romanzo.

Ah, come nascono i personaggi? Be’, abbiamo detto che i protagonisti devono rappresentare qualche cosa di importante che è conservato nella vostra personalità, qualche cosa di profondo e magari di non realizzato. Ma nel concreto, come rappresentarli? Non è male prendere spunto dalla realtà quotidiana, dalle persone che conosciamo per carpirne modi di vestire, di parlare, di atteggiarsi… Bisogna diventare osservatori acuti dell’umanità che ci circonda.

Vediamo che cosa dice il “Grande manuale di scrittura creativa” (oltre 700 pagine di saggezza) pubblicato dall’editrice Nord: “Cercare un’idea per un personaggio non è come cercare il Santo Graal. E’ un procedimento che non ha niente di mistico. Tutto ciò che si deve fare è rivolgere l’attenzione a quel coacervo di idee che affiora dal grande mare della vita e della letteratura e che aspettano soltanto di cadere nella nostra rete. Insomma, non c’è giornata che trascorra senza essersi imbattuti in almeno un centinaio di idee che possono essere sfruttate per un personaggio o una storia”.

 

LA COSTRUZIONE DELLA STORIA

L’Avvio. Ancora di più che nel resto del racconto, all’inizio dobbiamo risultare accattivanti. Per ragioni facilmente intuibili. Se a Umberto Eco il lettore può anche concedere cinquanta pagine di noia, all’illustre sconosciuto ne concede cinque, poi chiude il libro e buonanotte. Quindi: incipit, partenze geniali. In questo caso, come non mai, dobbiamo rifuggire la banalità, dobbiamo risultare godibili e originali, facilmente leggibili eppure profondi. Lo stile deve risultare particolarmente limpido ed efficace. E allora due parole sullo stile. Gli scrittori contemporanei prediligono in genere un modo di scrittura semplice, colloquiale, a tratti quasi dialettale, uno stile in qualche modo “giornalistico”. In ogni caso, le frasi devono possedere un forte “peso specifico”, devono cioè essere dotate del più elevato grado di significatività, di emotività. Se una sfumatura di sentimento la spiego in cento parole, risulterò assai meno efficace dell’autore che la stessa identica sfumatura la trasmette in dieci. Perché le altre novanta parole saranno zavorra. Estrema sintesi e profondo significato. Che non vuole dire essere asciutti, addirittura telegrafici, vuole dire evitare le ridondanze, cercare sempre elementi, parole (e quindi anche immagini, metafore) in grado di sprigionare forza, significato. Esempio:

A)    Il mal di testa mi trapanava il cranio, frantumava e poi ingoiava i pensieri, mi svuotava.

B)    Avevo un mal di testa forte, che non mi lasciava in pace, un dolore che mi provocava un profondo malessere e impediva ai miei pensieri di svolgersi con chiarezza, li obnubilava, li rendeva oscuri.

 

Due esempietti semplici, abbastanza equivalenti, ma nel primo caso esiste una maggiore forza narrativa data dall’uso delle immagini e dal ridotto numero di parole.

A secondo del tipo di racconto, l’esordio può consistere in poche righe o in poche pagine. In genere è bene scrivere l’esordio, perché comunque bisogna cominciare, e magari riscriverlo quando il racconto è finito e la nostra penna è ormai ben rodata. Potete partire con un’azione concitata o con una descrizione o con una riflessione oppure ponendo un problema o un quesito: va tutto bene, l’importante è essere originali. Insomma: meglio non cominciare scrivendo “Era una notte buia e tempestosa…”, Linus docet.

Sviluppo

L’incipit coinvolge, presenta alcuni tratti fondamentali del nostro racconto, i personaggi principali. Segue lo sviluppo, quella parte in cui gli elementi della trama si fanno complessi, si intrecciano, si realizzano i momenti drammatici, si delineano bene, si scavano i personaggi. E’ come un’automobile che viaggia ormai a pieno regime verso il “culmine” del viaggio. E quindi nello sviluppo avremo parti di dialogo, di descrizione, parti di azione, di riflessione, di illustrazione, avremo dei flash back… Il tutto in genere organizzato per scene. Se la parola è il mattone del racconto, la scena è l’appartamento, l’insieme degli appartamenti dà luogo al palazzo che è il nostro racconto. E’ bene abituarsi a pensare per scene, queste singole parti del racconto che a loro volta posseggono un inizio, uno sviluppo e un finale, scene che contribuiscono alla trama del racconto, ma che quasi potrebbero vivere di vita propria. Vogliamo raccontare la storia d’amore di due ragazzi? Bene, nello sviluppo avremo anche un momento in cui i due ragazzi si trovano davanti a una pizza. Che cosa si diranno? Che cosa accadrà in pizzeria? Che significato avrà questo incontro per la nascita della storia d’amore? Bene, lo scopriremo nella scena della pizzeria. Per l’appunto.

E adesso due parole veloci su dialogo e descrizione. Il dialogo è molto utilizzato nella narrativa contemporanea. In genere si tratta di dialoghi fatti di frasi brevi, botta e risposta si alternano con ritmo serrate, il modo di esprimersi è piuttosto serrato. Uno stile di dialogo ancora attuale lo si ritrova più o meno a partire dalle opere di Steinbeck e Hemingway. In Italia fra i primi a usare modernamente il dialogo citerei Pavese. Linguaggio secco, realistico. Ritmo. Ricordatevi che in un dialogo reale giocano elementi che nel dialogo scritto non esistono: pause, espressioni dei volti, accenti, espressioni della voce… Tutti elementi che caratterizzano, che rendono interessante quanto si va dicendo. Nel testo scritto non disponiamo di queste opportunità, è quindi operazione sbagliata trasporre, ad esempio, un dialogo reale pari pari per iscritto. Ne verrà fuori qualcosa di inadeguato, che “suona male”. Bisogna invece agire sul “ritmo” del dialogo per farne qualcosa non di reale, ma di realistico, accettabile, verosimile. C’è grande diversità tra “vero” e “verosimile”. Nei nostri testi dobbiamo creare situazioni “verosimili” al di là del fatto che siano accadute davvero o meno.

La descrizione è un aspetto molto pericoloso: le descrizioni rischiano di farci cadere nella ridondanza, nella finta poesia, nel romanticismo da quattro soldi. Non indulgete, non compiacetevi nelle descrizioni. Soprattutto fate attenzione a non compilare degli elenchi di cose e aggettivi. Anche la descrizione deve venire proposta in maniera originale alternando parti “fotografiche” ad altre di commento, di rimando ad altri pensieri, ad altri momenti. Non bisogna essere statici. Bisogna alternare. Alternare parti di dialogo a parti di descrizione, di azione, di spiegazione. Alternare, dare ritmo, dinamismo alla narrazione

E arriviamo al culmine, al punto critico del racconto, momento in cui la storia si focalizza, affronta la sua essenza, il conflitto che si è creato nel corso del racconto giunge qui al suo apice. I nodi vengono al pettine e vengono sciolti e dopo il culmine abbiamo infatti lo scioglimento, in un modo o in un altro la questione si è risolta, la tensione cala, lascia il posto al finale che può avere tinte poetiche, sentimentali, che accompagna con affetto il lettore all’ultima pagina. Ma non è detto che debba essere sempre così. Possono esserci più culmini in un racconto, specialmente in un romanzo, e può non esserci alcun scioglimento, ma il culmine può corrispondere al finale che sarà evidentemente piuttosto crudo, forte.

 

GENERI LETTERARI

E’ diverso scrivere un giallo rispetto a un romanzo rosa o a un libro di fantasy? Fondamentalmente no, un buon libro è comunque e sempre prima di tutto un buon libro. Ciononostante ciascun genere presenta delle caratteristiche sue, peculiari. Il giallo farà leva sull’enigma, sul mistero, darà spazio all’indagine. Il romanzo sentimentale privilegerà situazioni legate al rapporto d’amore con le sue gelosie, rivalità, incomprensioni, entusiasmi. Il romanzo fantastico e fantascientifico ci presenterà molto probabilmente un mondo alternativo, diverso dal nostro, magari con gnomi e folletti, magari con l’uomo del futuro, extraterrestri, viaggi nel tempo, nello spazio. Ciascuno di questi generi offrirà un’attenzione speciale a quel che corrisponde alla sua specificità.

 

ESERCIZI

Ma come fare per imparare? Esercitatevi. Prima di tutto: leggete. Leggete tanto, leggete romanzi, racconti, commedie. Autori italiani e stranieri, di questi anni, soprattutto, ma anche dei secoli scorsi. Leggete per piacere e poi prendete le pagine che più vi affascinano. Studiatele. Copiatele. Scopritene i meccanismi. Come funziona? Ci sono dialoghi, descrizioni, riflessioni, personaggi? Una scena, due scene… Chiudete il libro e provate voi a riscrivere quella pagina.

E poi giocate. Giocate con le parole. Scrivete poesie su un argomento, quello che volete, ma datevi delle regole da rispettare, come in ogni gioco che si rispetti. La rima baciata, per esempio, facile e simpatica, immediata. Formate acrostici. Scrivete racconti di dieci righe dove due parole senza nesso sia invece importanti e correlate. Esempio? Balena e bottone. Inventate un racconto di dieci righe dove balena e bottone siano in qualche modo importanti. Giocate a descrivere quello che vedete nella stanza o fuori dalla finestra. Partite dall’elenco e poi da quell’elenco inventate una storia, fate interagire i vari oggetti, fra loro con voi. Prendete parole, consentitevi di sostituire una lettera sola, guardate le trasformazioni. Per esempio, luna diventa lana, Lina, lena, cuna, duna, Luca, lupa… Strada diventa strida, strana, 

 

  

INIZI CELEBRI

Molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.

Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine

 

Un giorno di maggio del 1863, mio zio, il professor Liddenbrock, rientrò precipitosamente nella nostra piccola casa al n. 19 della Konigstrasse, una vecchia strada della vecchia Amburgo.

Jules Verne, Viaggio al centro della Terra

 

In un borgo della Mancia, di cui non voglio ricordarmi il nome, non molto tempo fa viveva un gentiluomo di quelli con lancia nella rastrelliera, scudo antico, ronzino magro e can da sèguito.

Cervantes, Don Chisciotte

 

Utterson, il legale, era un uomo dal volto livido, mai illuminato da un sorriso.

R. L. Stevenson, Lo strano caso del Dr. Jekyll e del Sig. Hyde

 

Sabbia a perdita d’occhio tra le ultime colline e il mare – il mare – nell’aria fredda di un pomeriggio quasi passato, e benedetto dal vento che sempre soffia da nord.

Alessandro Baricco, Oceano Mare

 

Mio caro Marco, Sono andato stamattina dal mio medico, Ermogene, recentemente rientrato in villa da un lungo viaggio in Asia.

Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano

 

Mi hai chiesto cosa, Andy Bissette? Se “capisco i diritti che mi hai spiegato?” Miseria! Com’è che certi uomini sono così gnucchi?

Stephen King, Dolores Claiborne

 

La lettera arrivò con la distribuzione del pomeriggio.

Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo