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Braxas


Lasciai la mia casa nella parte alta dell'edificio di via Kalei una sera d'estate. Me ne andai via tanto in fretta che riuscii a malapena a prendere qualche soldo e un coltello, di quelli che vengono usati spesso nei vicoli di Poi Lantà. Uscii dalla finestra che dava sui tetti , e di lì scappai. Per andare dove?

Avrei dovuto, e forse anche potuto, lasciare Poi Lantà. Ma se lo avessi fatto, avrei dovuto tornare indietro, ripercorrendo la strada che avevo già tracciato scappando davanti alla Serpe. Mi aveva inseguito fino all'estremo limite della terra e ora davanti a me, oltre Poi Lantà, c'era solo il mare, e io non lo potevo varcare.

E allora cosa fare? Tornare a fuggire, questa volta nella direzione opposta? O non era forse giunto il momento di voltarsi e accettare il confronto? Mentre mi calavo dai tetti di Poi Lantà in un vicolo sufficentemente riparato, ripensavo alla figura vestita di nero che avevo visto davanti a casa mia, mentre si avvicinava tranquilla. La Serpe non era cambiata di molto.

Entrai nel cortile dove viveva Hestra e salii di corsa le scale di pietra che portavano alla porta di casa sua. Lo chiamai.

Dopo molto tempo e molto battere sulla porta, finalmente una finestra si aprì e lui si affacciò.

"Braxas, vattene!" gridò. "Vuoi mettermi nei guai? Non sai chi c'è in città!"

"Credevo di poter contare su di te!" gridai.

"Vai da Memanar, Braxas! Vai lì e aspettami. Ti troverò un posto dove nasconderti, ma per l'amore degli Dei, non venire in casa mia!"

"Hestra, aspetta!" gridai, ma la finestra si chiuse.

Lasciai cadere le braccia con un gemito.

Memanar viveva dall'altra parte della città, come poteva credere Hestra che ci sarei mai arrivato?

Ma non avevo alternativa e mi misi in cammino, imboccando uno di quei tunnel tanto comuni a Poi Lantà, comuni come i templi, come i ponti, in questa città di sacrilegi ed acqua, costruita sul mare.

Così arrivai fino al ponte Varkaleos - il che se non era la salvezza, era se non altro un inizio - verso il tamonto. Ma fra me e il tempio dell'Imperatore, che era territorio consacrato dove le faide private erano sospese, c'era ancora mezza Poi Lantà, e la notte stava calando. Lontano sentivo il battere ipnotico dei tamburi nei templi. E poi, lentamente, cominciai ad avvertire qualcosa di strano... perchè dopo essere vissuto a Poi Lantà un certo periodo di tempo riuscivo ormai a distinguere ciò che nella città era normale da ciò che anche a Poi Lantà era strano: e si trattava di una stranezza molto spesso terribilmente pericolosa.

Sentivo il lento pulsare della terra sotto i miei piedi e, più sotto, il fluire dell'acqua sotto le pietre del selciato, un fluire che non era ciò che Poi Lantà sperimenta ogni giorno, con il movimento spinto dalla marea dell'acqua salata nei suoi canali, ma il movimento diabolicamente calmo di tutta l'acqua che scorre sul mondo, potente e indifferente. Il mio cuore batteva con il ritmo dei tamburi, e io ebbi paura.

Sono sicuro che la mia paura mi ha salvato - quella prima volta. Mi guardai in giro, scelsi una qualunque delle diramazioni che partivano dalla piazzetta e la infilai correndo . Corsi come si corre quando si sa che si ha la morte alle spalle. E io avevo la Serpe.

La fine della mia corsa fu una piccola porta grigia sormontata e segnalata da una lanterna gialla. Chiusi la porta dietro di me, e mai l'interno di una taverna mi sembrò tanto accogliente. Perchè pensai che la compagnia di altri uomini potesse proteggermi?

Si sentiva ancora il suono dei tamburi, ma era più lontano e non più inquietante. Gli avventori si girarono per guardarmi, e poi si disinteressarono di me. Io mi accucciai su una panca in un angolo, con le spalle al muro, e mi feci portare un liquore forte. Allora mi assalì una terribile nostalgia della mia terra, della mia lingua, della mia casa e del mio Clan.

Ero stato un uomo potente al Nord. Avevo avuto tutto quello che potevo desiderare - e che solo adesso desidero - compresa la considerazione dei miei famigliari, e qui non ero che un reietto, uno straniero e un estraneo.

Non sapevo davvero cosa fare. Potevo rimanere lì per la notte, forse: ma quando verso le prime ore della mattina tutti gli altri avventori se ne sarebbero andati o si sarebbero addormentati sulle panche, sarei stato forse più al sicuro qui che nella strada? Che cosa si sarebbe insinuato attraverso le fessure della porta prima dell'alba, quando le luci si sarebbero consumate completamente e il freddo buio del mattino avrebbe avuto la meglio?

Mi presi la testa fra le mani, sprofondato nella disperazione. Proprio allora, una voce molto vicina parlò, e alzando la testa vidi che qualcuno si era seduto al mio tavolo, di fronte a me, gettando la sua ombra su di me, senza che io me ne accorgessi.

E disse: "E' molto tempo che aspetto di rivederti, Braxas."

I suoi occhi erano azzurri, ma aveva i capelli neri, neri, come l'acqua nei canali di Poi Lantà la notte, o come le serpi del Nord, e le strisciavano sul capo e sul collo come serpenti, lucidi e neri. Era nata con il marchio della Dea della distruzione.

"Pensavi davvero che mettendo tutta questa strada fra te e la tua casa potessi sfuggirmi? Ti ho aspettato qui per tanto tempo, Braxas, ed erano solo ombre e fantasmi quelli davanti ai quali sei fuggito. Ti ho studiato a lungo mentre vivevi qui."

La paura dentro di me forse era diventata così grande che il mio corpo non poteva più contenerla, perchè sembrò uscire e formare un'involucro gelido attorno a me, lasciandomi libero all'interno.

"Dammi la possibilità di morire con onore, Serpe," dissi. "Lasciami la possibilità di combattere. Oh, so che mi ucciderai. Ma fa' che sia in combattimento."

Lei sorrise, ed era un sorriso oscuro e strano, freddo e infernale. Così deve avere sorriso la Notte quando per la prima volta ha tagliato la gola al Giorno, e così sorriderà, nell'ultimo dei tramonti.

"Non hai lasciato al mio gemello la possibilità di morire in combattimento, Braxas."

Alzò le sue mani sottili, giunte quasi in un gesto religioso, e disse: "Voglio mostrarti qualcosa."

Separò le mani e fra di esse brillò una fiammella, piccola ma luminosa, che lanciò strane ombre sul suo volto. La fiammella diventò una fiamma e poi una palla infuocata che riempiva lo spazio fra le due palme, e nel chiarore delle fiamme vidi il castello che era stato della mia famiglia, alto e bianco contro il cielo azzurro, e in rovina. Come se la visione si facesse più grande e particolareggiata, o come se io ne fossi attirato all'interno, vidi che dei corpi erano inchiodati alle grandi porte di legno, e li riconobbi.

Lanciai un gemito, e la Serpe rinchiuse le mani spegnendo la fiamma.

"Pensi che tutto questo sia crudele, non èvero? Ma anch'io ho dovuto coprire il corpo del mio gemello con un lenzuolo, prima di bruciarlo, perchè non si poteva ricomporlo. Chi uccide col fuoco muore bruciato, Braxas, e chi uccide con l'acqua muore affogato."

Gli occhi della Serpe brillavano di una luce che non era il riflesso del fuoco nella semioscurità.

"Nemmeno tuo fratello era innocente, Serpe. Conosceva le regole del gioco. Se il re avesse scelto di appoggiare lui io sarei finito nello stesso modo."

"Ma lui si sarebbe limitato ad ucciderti, Braxas. Noi siamo gente feroce, ma non siamo crudeli. Comunque..."

Non riuscivo a distogliere gli occhi da quelli della Serpe, che brillavano nel buio come fuochi azzurri. In quel momento sentii un canto venire dal di fuori. Non so come riuscii a rompere il legame di cristallo che gli occhi della Serpe avevano tessuto fino ai miei, ma ci riuscii. Mi sembrò quasi di sentire il rumore di ghiaccio infranto.

Quello che mi aveva liberato era un canto che avevo sentito molte altre volte a Poi Lantà e quando la gente lo sentiva correva a chiudersi in casa e non guardava dalle finestre. Ma io quel giorno fuggii verso quel suono. Fuggii dalla taverna e in strada e corsi verso le luci che ondeggiavano nel sottopassaggio. Rompendo una delle regole piò ferree di Poi Lantà corsi verso le figure ammantate di rosso ed entrai nel loro circolo.

Immediatamente si fermarono. Il canto cessò, le fiaccole smisero di ondeggiare e per un lungo agghiacciante momento l'unico rumore fu quello del mio respiro affannoso. Occhi nascosti nell'ombra mi fissavano da sotto quei cappucci rossi.

Alla fine, dopo un lunghissimo silenzio, una delle figure parlò.

"Sei un fratello?"

"No," risposi. Ero buttato per terra, e non avevo il coraggio di muovermi per alzarmi. Le torce, illuminando le strane, accidentate facciate delle case , creavano ombre inquietanti, cose quasi vive che si immobilizzavano non appena l'occhio riusciva a fissarle.

"Ma certamente conosci le nostre regole."

"Sì," risposi, "e so che i profani che entrano nel vostro circolo sono condannati a morte. Ma io voglio mettermi al vostro servizio."

Ci fu un altro lungo silenzio. Poi un'altra figura parlò:

"Questa èuna cosa interessante. Tu sai certamente che questo non basta per diventare un fratello."

"Lo so. Voglio soltanto servirvi. Sono costretto a farlo."

Lentamente, cominciarono a girare attorno a me.

"Quindi hai qualcosa da chiedere," disse una voce, ma poichè giravano intorno a me non riuscii a capire da dove veniva nè se aveva già parlato.

"Voi chiedete sempre molto a quelli che accettano di servirvi."

"A loro abbiamo già dato molto. Abbiamo dato la vita."

Dopo di questo, ci fu silenzio a lungo, ma potevo vedere che fra di loro correvano parole, parole sussurrate e forse parole che io non avrei comunque compreso. Erano una setta strana, la più oscura e misteriosa fra quelle di Poi Lantà, e la più potente. Nessuno sapeva quale fosse la loro origine, nessuno sapeva quale fosse il loro scopo. Forse erano una setta religiosa, forse solo un'associazione di mutua solidarietà, forse qualcosa di più sinistro. Di certo c'era solo che era meglio non mettersi sulla loro strada.

"Qual èil tuo nome, e che cosa ci chiedi?"

Disse alla fine qualcuno, e questa volta seppi che non aveva parlato prima, perchè era la voce di una donna.

"Il mio nome èBraxas. Vengo dall'estremo nord e sono inseguito da una donna del popolo delle nevi. La chiamano la Serpe, e vuole vendetta su di me."

Una risata.

"La Serpe! E' davvero così terribile che noi siamo un male minore in confronto a lei?"

Un'altra voce disse: "E cosa hai fatto, Braxas, quale follia hai commesso per inimicarti la Serpe?"

"Ho ucciso suo fratello."

Il gruppo continuò a girare sempre più velocemente.

"E cosa vuoi da noi?"

"Che mi salviate dalla Serpe."

Tutti, contemporaneamente, rovesciarono la testa all'indietro e continuarono a girare così.

"Non èfacile quello che ci chiedi, Braxas, non èfacile. Ma lo faremo," dissero alla fine. Le ultime parole furono pronunciate all'unisono.

"Verrai con noi nelle gallerie sotterranee che scorrono sotto la città, e là ci servirai, Braxas. Ti salveremo dalla Serpe. Ma tu non vedrai mai più la luce del sole."

E allora capii che per sfuggire alla Serpe ero andato incontro a qualcosa di più terribile, e gridai. Avrei preferito la morte che la Serpe mi avrebbe dato a quella vita; preferivo perfino che fossero loro ad uccidermi piuttosto che passare il resto della mia vita a strisciare nei cunocoli umidi del mondo sotterrraneo sotto Poi Lantà. Piansi e li pregai, ma non mi ascoltarono.

Mi presero e mi trascinarono attraverso vie che forse per il terrore, forse per l'oscurità, mi erano completamente sconosciute. Ma mentre mi portavano via sentivo una presenza quasi tangibile nell'aria calda della notte, e lo sguardo di qualcuno che ci seguiva. Anche nel mio terrore sapevo che gli occhi azzurri della Serpe brillavano da qualche parte nell'oscurità vicino a noi, ma non erano più loro a farmi paura.

Certo avrei dovuto essere perlomeno curioso, perchè mi portarono nel loro tempio, ed io ero probabilmente uno dei pochissimi a Poi Lantà ad averlo visto. Ma non apprezzai l'onore. Lacrime solcavano le mie guance, come se fossi ancora bambino.

Gli Zeidelos mi portarono in una sala enorme e tanto alta che dovetti immaginare che almeno una parte di essa fosse sotto terra, perchè non c'era in tutta Poi Lantà un edificio così alto. Le pareti erano ricoperte da drappi neri, sui quali inquietanti, antichi simboli Phei erano stati ricamati in oro: le Nevi e il Monte, la Morte per Acqua e il più terribile di tutti, proibito dall'Imperatore con il suo culto, l'Inconoscibile. La sala era perfettamente circolare e ai lati erano sistemate sedie d'oro a formare un cerchio. Non so quante fossero esattamente, ma certo non più di un centinaio. Credo che gli Zeidelos non fossero più di tanti. Quando tutti furono seduti non c'era una sola sedia libera.

E quando l'ultimo si fu seduto tutti gettarono indietro i cappucci e io vidi che le loro facce erano coperte da maschere nere. I loro occhi erano tutti molto vecchi e molto freddi.

Non dissi niente. Non c'era proprio niente che potessi dire, non avevo niente da offrire, niente per contrattare. Rivedevo le strade di Poi Lantà com'erano d'inverno, coperte di neve e disegnate in bianco e nero dalle ombre, le case che rivelavano architetture fantastiche e insospettate grazie al contrasto, le strade che sembravano più larghe, piene di luce e di promesse. Avevo creduto davvero di odiare Poi Lantà in questi anni di esilio, ed ogni sua pietra che non fosse casa mia, ma non era vero. Questa città di peccato, pericolo, e mistero, più antica dal mio Clan, più antica di qualunque dei nostri Clan, che forse conservava ricordi precisi, sepolti nei suoi archivi, di un tempo per me favoloso, un tempo pacifico e felice. Un tempo civile. Solo a Poi Lantà si potevano incontrare vecchi maghi che ricordavano ancora, forse solo per sbaglio, le leggende dei tempi dell'oro, che ancora ti sapevano dire perchè i ponti si attraversano sempre da destra e perchè per entrare nelle case fortunate bisogna salire sette scalini, o i motivi dei nomi delle strade. Solo a Poi Lantà si potevano trovare giovani donne dagli occhi vecchi che ti chiamano da finestre che quando ti volti a guardarle una seconda volta non ci sono più.

Io non odiavo Poi Lantà, no, affatto. Poi Lantà era la mia nuova vita ed io, ebbene, io la amavo. Poco prima avevo rimpianto il mio castello e la mia terra, ma tutto quello che in realtà mi mancava era mia moglie e i miei fratelli e sorelle. Ora la Serpe li aveva uccisi, e io volevo Poi Lantà. Volevo la mia vita, e non strisciare sotto le strade della città sapendo che mai avrei potuto rivederle.

"Oh per tutti gli Dei, Serpe," dissi a bassa voce, "se mi capitassi davanti adesso credo che ti abbraccerei."

Dietro di me una voce parlò pianissimo.

"Grazie, Braxas. Puoi farne a meno."

Mi voltai di scatto. Non c'era nessuno, o almeno, nessuno era visibile.

"Serpe?" dissi.

Silenzio.

"Serpe non giocare con me. Fatti sentire."

Nessuno mi rispose, ma una folata di vento gelido mi investì il viso. Poi cominciai a sentire un tremito nel pavimento.

Uno degli Zeidelos si alzò e sembrò annusare l'aria. Gli altri interruppero il loro parlare silenzioso e allargarono le mani per stringere quelle del loro vicino formando un'unico grande cerchio. Poi per un momento regnò il silenzio.

Subito dopo una voce chiara cominciò a cantare.

Perfino io che sono così poco esperto in magia e stregoneria sapevo che si trattava di un incantesimo e a giudicare dalla sua semplicità anche molto potente. Tutto l'edificio tremava al ritmo della musica, e la voce che cantava era quella della Serpe.

Gli Zeidelos sembrarono agitarsi. Quello che era in piedi alzò le mani e gridò una sola parola, ma non sembrò avere alcun effetto. Allora egli prese le mani libere dei suoi vicini e pronunciò di nuovo la parola. Il canto non cessò.

Mentre l'incantesimo veniva completato qualcosa cominciò a brillare in un punto al centro del cerchio: tenui scintille si trasformarono in una ragnatela lucente. Poi la luce sembrò diventare solida e la Serpe apparve vestita di bianco, con gli occhi luminosi.

Io sospirai. Avevo l'impressione che in qualunque modo fosse andata io ci avrei rimesso.

"Salve, Zeidelos," disse con voce chiara. "Non volevo interrompere la vostra riunione."

Una voce che sembrava uscire da tutte le bocche contemporaneamente venne dal cerchio degli Zeidelos.

"La tua forza non èindifferente, ma hai fatto uno sbaglio ad introdurti nel nostro cerchio. Nemmeno tu, Serpe, puoi essere da sola forte come tutti noi messi assieme."

La Serpe rise. Era una risata così allegra e così strana lì dentro che metteva i brividi.

"Zeidelos, per quanto potente ciascuno di voi possa essere da solo, voi siete ora un solo individuo, e ora che avete unito le mani non potrete separarvi fino al completamento del ciclo. E voi conoscete meglio di me le limitazioni che questo comporta. Non sapevate che ero io a forzare la Sfera, o non avreste fatto una così grossa sciocchezza, vero?"

"Che cosa vuoi?" chiesero gli Zeidelos. "Fino ad ora tu e noi siamo vissuti in pace."

"In pace? La verità èche avete sempre avuto paura di me. E ora che il vostro numero ècompleto credete di potervi sbarazzare di me attirandomi in una trappola. E' un grosso errore."

"Quale trappola, Serpe?"

"Mi avete sottratto Braxas... ma vi sbagliate se pensate che sarei venuta qui a riprendermelo se non fossi stata certa che voi non rappresentate un pericolo per me."

La Serpe alzò le braccia e ricominciò a cantare. Questa volta non solo l'edificio, ma il ritmo stesso dell'aria e dell'acqua la accompagnarono. Per qualche tempo le figure degli Zeidelos sembrarono tremare e contorcersi. Poi si alzarono lentamente e cominciarono a girare in circolo. All'inizio pensai che stessero rispondendo all'incantesimo della Serpe, ma poi mi accorsi che seguivano il ritmo del suo canto: era lei che li muoveva. Il ritmo accellerò e accellerò, fino a diventare frenetico, e le pareti cominciarono a ripetere con voci basse il canto della Serpe. Lei tese le braccia ancora di più verso il soffitto e rise, rise, rise. Attorno a lei gli Zeidelos intessevano una danza frenetica. Non credo che sia continuato per molto più di un decimo di notte, perchè gli Zeidelos erano tutti piuttosto vecchi e non avevano molta resistenza. Dopo un certo tempo molti di loro erano già morti o svenuti, e si muovevano solo perchè trascinati dal canto stregato.

Alla fine, la Serpe abbassò le braccia mentre la musica raggiungeva il culmine, e di colpo cadde il silenzio, così improvvisamente da fare quasi male.

Nella enorme sala rimanemmo solo io e lei e i corpi degli Zeidelos. Lei li guardò a lungo, poi voltò i suoi occhi su di me. Mi guardò, e questa volta l'incantesimo fu completo. Si diresse verso una porta a forma di arco e io la seguii, legato dal potere dei suoi occhi.

Salimmo una lunga scala a chiocciola, lei davanti con una fiamma che bruciava sul palmo della mano rivolto verso l'alto, e il suo mantello bianco strisciava su per gli scalini a pochi centimetri dal mio piede.

Sapevo, quando arrivai fuori all'aperto, che gli ultimi minuti della mia vita stavano scorrendo rapidamente e inarrestabilmente, ma ero comunque così felice di vedere alla luce dell'alba Poi Lantà che credevo di avere perduto per sempre.

Eravamo su un pontile che si proiettava in avanti sul mare, e sentivo l'odore forte dell'acqua salmastra e il vento sulla pelle, il vento fresco del mattino che ècosì piacevole nelle giornate d'estate. La città accoglieva il mattino in una nebbiolina bianca, rosa e oro, immobile nella sua grazia, ma con il suggerimento nei suoi archi e le sue colonne di un dolce movimento verso l'alto, verso il sole del nuovo giorno.Senza accorgermi di essermi fermato, alzai la testa per guardare le stelle che stavano lentamente impallidendo. Quando riabbassai la testa vidi la Serpe in piedi e rivolta verso di me, che mi fissava con quei suoi terribili occhi del colore di un crepaccio nei Ghiacci.

Mi inginocchiai di mia volontà e dissi:

"Dicono che tutti gli uomini hanno un solo padrone: la Signora che ci accoglie fra le sue braccia nell'ultimo giorno di vita. Io sono pronto per Nostra Signora, Serpe. Fai in fretta."

Nessuno mi rispose.Sentivo il vento muovere e far frusciare le vesti bianche della Serpe, ma lei era lì immobile e silenziosa.

"Hai forse cambiato idea, Serpe?" chiesi, ed era una domanda ironica.

Lei parlò dopo una pausa, con voce stanca.

"Certo, se devo ucciderti, devo farlo adesso. E' la legge della mia gente non concedere mai grazia: e se lo faccio, non ti potrò toccare in futuro. Ah, Braxas, ho pensato per tanto tempo a quello che ti avrei fatto quando ti avrei avuto nelle mie mani, ma niente mi ridarà la pace, o la vita di mio fratello. Sei un essere tanto piccolo, così ignorante e debole. La tua sofferenza non potrebbe bastare a compensare quella del mio gemello: e d'altra parte lui sapeva che la sua sorte era segnata: glielo avevo predetto io stessa. Sì, dovrei davvero trascinarti nel limbo e là farti provare tutte le morti, Braxas... ma tu non sai quanto fossero pontenti gli Zeidelos, e quanto mi abbia stancata distruggerli. Forse non mi riprenderò mai dalla stanchezza. Sì, dovrei ucciderti. Ma in questo momento non ne ho voglia. Puoi andare, Braxas."

Detto questo, si voltò e si incamminò verso la fine del pontile, verso l'acqua. Io alzai la testa e feci in tempo a vederla mentre cambiava forma fino a diventare un'ala leggera, bianca nella luce del sole nascente, che si alzò in aria e poi si dissolse.

Non vidi mai più la Serpe, ma spesso sotto altri nomi sentii parlare nelle taverne di Poi Lantà di una donna terribile che poteva essere lei. Le storie dicevano che fosse la più grande potenza magica sulla faccia della terra. Ma chi può essere sicuro di quello che dicono i Poilantesi quando lasciano vagare la fantasia?

In quanto a me, ottenni la cittadinanza Poilantese e il diritto di entrare nei templi, e accesi una fiaccola a Levia, la dea degli stanchi, e bruciai dei fiori per il mio vecchio amico Borda, che morendo per mano mia aveva causato tutto questo. Come ho detto, non vidi più la Serpe, ma ogni volta che mi capita di passare sotto l'iscrizione che ricorda Borda trovo un fiore bianco con due corolle, simbolo dei gemelli.

( 15 novembre 1983 )

©Copyright Anna Feruglio Dal Dan.