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Tre semestri all'Università di Chashanna, Asgrow


Prologo

Quando la bussola s'incanta, quando si pianta il motore

Solo dopo essere stato resuscitato, il Governatore ordinò la distruzione della città di Chashanna.

Con la coscienza era tornato il dolore, un dolore totale e onnipervasivo, che sembrava non lasciare spazio ad alcun pensiero. Se c'era stata gioia al riscoprisi vivo, era stata inghiottita da quell'abisso prima ancora di essere soffocata dal ricordo del terrore assoluto che aveva provato quando aveva capito che anche per lui era arrivato il momento di morire.

Dopo un intervallo di tempo che non sarebbe mai stato in grado di misurare, il suo corpo aveva smesso di urlare la propria pena e la propria rivolta, e altre percezioni avevano cominciato a farsi strada: il volto, sopra di lui, di sua sorella, una maschera da chirurgo sul viso, che lo chiamava senza che lui riuscisse a risponderle. Poi una penombra piena di luci e ticchettii, Edel che gli parlava di ordini, ordini, ordini che lui doveva dare, se solo avesse saputo quali erano. E poi, appena fu in grado di girare gli occhi, Vanja, seduta accanto al suo letto ma con la testa appoggiata al muro, addormentata, i capelli in disordine a farle da cuscino.

Gli raccontarono che diciotto proiettigli gli erano entrati nel corpo, distruggendogli il cuore, perforando pomoni, reni e fegato. Era morto lì, sull'asfalto della Piazza dell'Università, dove l'avevano colpito. Ma il suo cervello era rimasto intatto, ed erano stati in grado di riportarlo indietro, di strapparlo a quella terribile notte che aveva sentito scendere sui suoi occhi e che avrebbe cercato di dimenticare, sapendo che non ci sarebbe mai riuscito. Nelle due o tre ore nelle quali era rimasto senza vita, avvolto nella capsula criogena, i Pianeti Esterni erano esplosi. Se il Presidente Laney fosse morto, come era evidentemente nelle intenzioni degli attentatori, la rivolta avrebbe decisamente, pensò lui, potuto avere successo. Il momento era stato ben calcolato. Confusione nel campo del nemico. La catena di comando spezzata, panico e incertezza. Avrebbe riconosciuto la mano, o meglio, la mente che c'era dietro anche se non avesse visto, in quel momento di furia e fuoco, visto, sì, visto e riconosciuto, la sagoma di Thuien Twony in uniforme tyrosiana su uno dei tetti.

Ma Laney non era morto e le catene della disciplina, l'ordine del suo esercito, avevano tenuto. Solo a Chashanna la rivolta aveva consentito alla resistenza di prendere il controllo della città.

Dopo avere dato l'ordine chiuse gli occhi. Vanja era rientrata, dopo che Edel se n'era andato, e gli teneva una mano ancora troppo debole per muoversi fra le sue. Ma lui si sentiva troppo esausto per risponderle in qualunque modo. Quel tocco umano, così insperato, era un conforto, ma ogni conforto in quel momento gli sembrava doloroso, e si trascinava dietro ricordi che avrebbero potuto, se ancora avesse avuto un cuore, appesantiglierlo.

Capitolo uno Anno 437, calendario imperiale Chashanna, Asgrow, Pianeti Esterni

Benvenuto, raggio di sole, a questa terra di terra e sassi

1

Lo shuttle che faceva servizio dalla stazione orbitale di Asgrow toccava terra alla periferia di Chashanna prima dell'alba, ed era semivuoto il giorno in cui Creyna lo prese per la prima volta. Era stanco, e per tutto il viaggio rimase con la testa appoggiata allo spigolo fresco del finestrino, guardando il pianeta avvicinarsi ed ingrandirsi, una vista che non conservava per lui più nessun fascino. Per gli altri passeggeri, sia Esterni che Tyrosiani, era un'apparizione esotica, che avevano sbirciato con curiosità salendo a bordo. Nessuno si era seduto accanto a lui, e nessuno ora lo guardava se non fugacemente. Avevano riconosciuto quello che era fin dal primo sguardo. I medici gli avevano rasato i capelli, che aveva sempre avuto più chiari del normale anche per un cirtiano, in parte per medicare le ferite, in parte per combattere l'incredibile varietà di parassiti che infestava anche i migliori ospedali da campo sul fronte mishishita; ma erano ricresciuti di due o tre centimetri ed insieme alla pelle bianca, e a quel corpo alto, forte e compatto, che si muoveva con grazia e sicurezza inconfondibili, denunciavano che lì, seduto fra di loro come se niente fosse, c'era un Say. Non era facile dire cosa provasse, o se fosse assorto o assonnato. Gli occhi che guardavano fuori dal finestrino, riflessi sul vetro, erano occhi freddi e tranquilli, e anche se metteva un leggero brivido fissare in quei duri cristalli verdi, i suoi uomini avevano imparato che se non c'erano calore, o pietà, o sorriso, negli occhi del maggiore Hayderad Creyna, erano però altrettanto incapaci di contenere panico, disperazione, scoramento. Creyna non ispirava simpatia, ma ispirava devozione, e per dieci anni i suoi uomini si erano fidati di lui, e nessuno di loro avrebbe immaginato che si potessero celare stanchezza, paura, o profondo, fatale disgusto, in quell'uomo di ghiaccio. E anche adesso che stava lì, nell'uniforme nera della Federazione Tyrosiana con l'unica preziosa striscia bianca orizzontale della promozione sul braccio, e la sua testa bionda spiccava in bel contrasto contro l'azzurro profondo del sedile, nessuno dei passeggeri del traghetto vedeva altro in lui che un soldato della Cirte, discendente di imperatori, condottieri e guerrieri, un aristocratico più pericoloso che nobile, e capace di chissà cosa, probabilmente di tutto. Un Say.

Era il '37. La pace fra la Federazione Tyrosiana e Mishishima sarebbe stata firmata pochi mesi più tardi. Creyna aveva trentaquattro anni, un congedo illimitato, e un grande silenzio attorno al cuore.

La nave che l'aveva portato fino ad Asgrow era il "notturno" Centro-Siite, che partiva dalla Stazione Principale del Centro in comoda coincidenza con lo shuttle serale del Distretto Imperiale, e che allungava fino ad otto ore il tragitto fino alle Siiti, percorso dai rapidi in due ore, arrivando sulla Siite Maggiore in tempo per la navetta che portava giù, in superficie, in quella che per il distretto che ospitava l'amministrazione di Settore era la tarda mattinata. Era una linea comoda per chi andava dal Centro alla Siite Maggiore per affari, pubblici o privati, perché consentiva un'intera notte di sonno, e in più la nave faceva pieno carico trasportando quanti, a tariffe più basse, accettavano di arrivare su Asgrow e Mesnes in ore scomode - nella capitale di Mesnes si arrivava la sera, e a Chashanna nel cuore della notte. Creyna, poi, il cui ciclo circadiano già alla partenza non corrispondeva con quello del Distretto Imperiale del Centro, e che aveva fatto la prima tratta dalla Cirte al Centro su un mercantile poco compensato, cominciava a sentirsi decisamente male, nonostante andasse quietamente fiero della sua resistenza fisica e della sua capacità di dormire come e quando sceglieva, e di svegliarsi abbastanza pronto e fresco da combattere.

Ma forse erano stati proprio gli ultimi mesi di inattività, di immobilità forzata prima e di noia lenta dopo, a renderlo così vulnerabile agli sbalzi dell'ora locale e dei suoi umori. Sotto il fuoco, in una trincea su qualche pianeta mishishita di cui non riusciva nemmeno a ricordare il nome, o in una delle interminabili giungle umide, affondato nel fango fino alle ginocchia, la guerra gli era sembrata assolutamente intollerabile, un incubo impossibile, una condizione a cui chiunque avrebbe preferito la morte, anzi già in un certo senso una morte dell'anima, come se fosse stato un motore a lui estraneo a farlo andare avanti meccanicamente, a far compiere i gesti della vita ad un corpo di carne che non ne voleva più sapere, un Creyna svuotato di ambizioni, sentimenti, e colpe, e capace solo di stanchezza, orrore, e terribile nostalgia. Non pensava che la vita civile sarebbe stata una delusione tanto amara.

Gli era sembrato tante volte che tutto quello che lo teneva in vita e gli consentiva di restare, in qualche misura, umano, era la lancinante nostalgia di casa, l'amore che non era mai venuto meno per la Cirte, il ricordo, e il desiderio di tornare. Era, in un certo senso, patriottismo, e Creyna aveva scoperto con una certa sorpresa quanto fosse potente in lui. Ma poi, quando era stato ferito e rimandato a casa, aveva scoperto che la Cirte di cui aveva nostalgia non smetteva di essere meno dolorosamente lontana. Smettendo di combattere - una cosa che aveva desiderato con tutta l'anima per dieci anni - si era trovato a non sapere cos'altro fare: che il vuoto che Mishishima aveva fatto dentro di lui non si riempiva delle cose che lo avevano occupato un tempo, i doveri del Clan, la vicinanza di familiari e amici, e nemmeno, e questa era stata la cosa più dolorosa, la scienza. I medici dell'Esercito Federale che lo avevano curato e assistito avevano dato un nome a tutto questo, e lo avevano rassicurato dicendo che era cosa molto comune fra i reduci. Siccome non avevano chiarito a sufficienza come e se i reduci poi ne guarivano, Creyna non era riuscito a sentirsi particolarmente rasserenato. E - per quanto amasse la sua patria nel modo silenzioso ma incrollabile che gli era tipico - non era né stupido né cieco, e sapeva bene che i cirtiani, i suoi familiari, il suo Clan, non avrebbero mai capito. A nessuno di loro pareva particolarmente tragico che le riviste specializzate che si erano accumulate in sua assenza in pile altissime, e che un tempo erano state per lui facili e necessarie e dolci come acqua, aria e pane, fossero ora ai suoi occhi quasi completamente illeggibili, che Hayderad Creyna, che a vent'anni si era avviato a diventare il matematico più grande del secolo, adesso non fosse che un mediocre stratega.

E così, dopo essere sopravvissuto per dieci anni, tenacemente, ed essere uscito vivo e intero e tutto sommato sano di mente dal vortice che aveva inghiottito milioni di suoi compatrioti, ora bastavano la noia, la stanchezza, e il cambio d'ora a metterlo a terra. Lui, un soldato della Cirte, un figlio del Clan Shiela, lui, un Say. Creyna si sfregò un'altra volta gli occhi e si mise in fila, torpido, per uscire dallo shuttle e recuperare il suo bagaglio. Appena sceso fu investito dall'aria tiepida, profumata di salsedine, che era tanto tipica di Asgrow. Faceva caldo per lui, abituato al clima rigido della Cirte, ma non era il caldo umido e soffocante delle estati mishishite. Attraversò lo spazioporto sentendosi un po' disorientato dalla mancanza di formalità.

Aveva attraversato alla stazione orbitale la linea invisibile che separava i popoli che hanno leggi e un governo da quelli che non ce l'hanno, il confine fra ciò che ha un nome - Federazione Tyrosiana, Repubbliche Cristiane di Erte, Stato Sovrano di Wilkaa - da quella massa ambigua di popoli, costumi, relazioni, che in mancanza di termini migliori la galassia chiama i Pianeti Esterni. Era un confine tanto impalpabile che si era accorto di essere uscito dal regno dell'ordinato e del regolato solo quando ormai era sullo shuttle per la superficie, e la linea irrimediabilmente varcata. Era un passo difficile per un Say, che viveva ancora per tanti aspetti della sua vita in un'altra epoca, quella dell'Impero del Centro, e per orientarsi in questa terra incognita aveva solo una lettera vecchia, ingiallita, e priva ormai, lo sapeva anche troppo bene, di qualunque valore. Appena fuori dallo spazioporto, passate le porte a vetri, cercò il foglio ripiegato nella tasca della giacca dell'uniforme tyrosiana e lo tirò fuori per guardarlo, terrorizzato per un momento dall'idea che in qualche modo il testo potesse essere sparito, o diverso da come se lo ricordava. Alla luce fredda e ostile di un lampione lesse invece le parole che conosceva nella calligrafia un tempo così familiare di Hector Carmaykel, parole di affetto e di stima per il suo allievo, un affetto e una stima che da allora erano state ritirate, ma erano tutto quello che aveva, tutto quello che gli restava di quel passato lontano in cui aveva pensato di potersi permettere il lusso di spendere la vita negli intrichi della mente umana, di vagare per i centri del sapere della galassia alla ricerca delle soluzioni agli indovinelli che lui stesso si poneva, e che interessavano soltanto un numero molto limitato di persone e non erano utili a nessuno, un passato in cui perfino l'idea di atterrare qui, sul suolo di Asgrow, fra la gente che la Cirte più disprezza, per studiare la disciplina più sospetta gli era sembrata ragionevole.

Rimise in tasca la lettera, e raccolse la piccola borsa nera che conteneva il suo poco bagaglio. Si sentiva sfiduciato. Un tempo aveva avuto senso venire qui. Adesso cos'era? Solo l'ultimo tentativo di sfuggire alla disperazione. Ne valeva davvero la pena?

Ma Creyna era stato educato a non badare ai suggerimenti del suo cuore. Si avvicinò alla prima persona che vide, lì attorno, un uomo di mezza età in paziente attesa vicino ad un palo giallo che sembrava una fermata d'autobus, e gli chiese in un asgro un poco incerto e molto cerimonioso come poteva arrivare a Vicolo Galeata, a Chashanna. Era cosciente di essere, lì, un alieno, anche più del tyrosiano medio, ferniano, siita o centrale: alto come pochi Esterni erano, con la carnagione pallida e i capelli chiari che gli avevano tagliato cortissimi per potergli medicare le ferite, e vestito di quella uniforme che era stata tanto normale per lui per tanti anni, ma in cui adesso si sentiva come in maschera.

L'uomo lo guardò per un momento, ma aveva lavorato a lungo allo spazioporto - era un addetto al Controllo Atterraggio - ed era abituato a vedere stranieri. Gli parlò piano e scandendo le parole, spiegandogli che doveva aspettare l'autobus che faceva la spola dallo spazioporto alla stazione centrale di Chashanna, che in genere passava ogni dieci o quindici minuti, e che poi, una volta in centro, avrebbe trovato dei pannelli "fatti apposta per gli stranieri" che gli avrebbero spiegato come andare in qualsiasi via della città. Creyna, che era abituato alla inesorabile puntualità della Cirte oppure alla totale imprevedibilità del fronte mishishita, si mise ad aspettare con una certa sensazione di disagio. L'autobus arrivò dopo neanche un minuto e il conducente gli spiegò pazientemente, non solo scandendo le parole e parlando lentamente, ma anche a voce alta, che non c'era nessun biglietto da pagare.

Il cielo cominciò a schiarire mentre si addentravano fra le prime case di Chashanna, e quando Creyna uscì dalla stazione centrale dopo avere ottenuto una piccola pianta della città con Vicolo Galeata segnato in rosso dalla mano gentile di una ragazza di passaggio, il sole era appena sorto. Creyna si fermò per un attimo, la pelle sensibile del volto toccata dolcemente dal primo calore del mattino, i capelli quasi bianchi smossi in modo inavvertibile da una bava di vento, e contemplò la città ancora addormentata. I muri delle case apparivano rosa dove il sole batteva, e ombre di un azzurro profondo, allungate, facevano percepire quanto doveva essere bianco l'intonaco nella luce normale del giorno. Le strade erano vuote, ma il silenzio non era pesante. Qualche rapida figura in bicicletta scivolava giù per i pendii, o pedalava in modo esperto, in piedi, per risalire le chine. I passi di Creyna echeggiavano in alcune strade più larghe e si riducevano a bisbigli in altre. Voltando un angolo, a volte, ci si trovava in una strada veicolare, ma a quest'ora erano ancora molto poche le macchine che la percorrevano.

Vicolo Galeata terminava in una minuscola piazzetta con un pozzo al centro, abitata a quell'ora solo da alcuni piccoli uccelli azzurri che becchettavano senza paura ai piedi di Creyna, ma che si scostarono in modo deciso anche se non precipitoso quando si chinò per cercare di toccarli. In fondo alla piazza c'era un portone ad arco, ancora in ombra, e accanto al portone una targa di legno, che una volta doveva essere colorata e verniciata, annunciava semplicemente, a caratteri piccoli: Rilea Mirae. Creyna bussò piano. Non ci furono rumori da dentro. Creyna guardò il cielo, senza sapere calcolare se a quell'ora, di quella stagione, e in questo strano paese di gente che faceva quello che voleva, fosse lecito aspettarsi che un professore universitario fosse in piedi. Indietreggiò di un passo. Sopra il portone c'era una finestra, anch'essa ad arco, protetta da un vetro e da un paio di scuri: ma gli scuri erano aperti e si vedeva bene una libreria piuttosto disordinata. Si indovinava una luce, probabilmente una lampada da comodino poco potente, accesa all'interno. Creyna tornò a bussare, più forte. Questa volta ci fu un rapido rumore di piedi - piedi scalzi, piccoli e leggeri - che scendevano delle scale. La porta fu aperta da una ragazzina Esterna di quattordici o quindici anni, clamorosamente bella come tutte le Esterne che a Creyna capitò in seguito di vedere. Aveva la pelle assolutamente nera, senza ombre brune, e occhi di un incredibile arancio, che erano stati sicuramente una modifica estetica nel DNA di qualche generazione prima, e una modifica certamente felice. Era in pigiama, giacca e pantaloni di una stoffa bianca e leggera. Era perfetta: ecco, non c'era un'altro modo di descriverla.

Il sorriso con il quale aveva aperto la porta - un sorriso cortese ma contenuto, adatto a tutte le circostanze - era diventato subito piuttosto tirato e distratto, al vedere Creyna, e sembrava fissare con interesse sopratutto qualcosa all'altezza del petto del Say. Improvvisamente conscio di quanto fosse inadeguato il suo asgro, Creyna parlò in galattico.

"Spero di non averla svegliata," disse. "La mia nave èarrivata questa notte e non so quale sia l'ora locale."

"Non dormivo," disse la ragazzina. Parlava con un bell'accento asgro, cantilenante, ma il suo galattico era naturale. "Che cosa vuoi?" chiese. Poi si accorse di avere parlato bruscamente. Era la prima volta che vedeva un'uniforme dal vero e da così vicino, e la cosa l'aveva confusa e imbarazzata, forse addirittura un poco spaventata. Facendo un passo indietro disse: "Entra, entra pure."

"Sto cercando il professor Rilea Mirae," disse Creyna, restando sulla porta. "Ho una lettera."

"Ah," disse la ragazzina. Ci fu una piccola pausa. "Una lettera? Vuoi dire che sei un corriere?"

"E' una lettera di presentazione," disse il Say, e la ragazza ripeté, "Ah," come se avesse capito.

"Mirae sta qui?"

"Mio fratello? Sì. E' qui. Non vuoi entrare?"

Creyna entrò, piegando la testa istintivamente anche se la porta era abbastanza alta, e si guardò attorno nella semioscurità. Era in una stanza non troppo grande, dal pavimento di mattonelle rosse. A sinistra scendeva una scala, e davanti a lui una tenda fatta di fili di perle di legno di diametro diverso divideva l'ambiente a metà, separando l'ingresso dal resto della stanza. La ragazza chiuse la porta dietro di lui e disse a voce bassa: "Mio fratello dorme ancora, ma verrà giù fra poco. Io faccio colazione, vuoi qualcosa da mangiare?"

Passò davanti all'uomo e scostò la tenda. Oltre, c'era un tavolo di legno scuro, una credenza, e nella parete di fondo una finestra che andava dal soffitto all'altezza del ginocchio, e che copriva tre quarti della lunghezza della stanza. C'erano delle imposte di legno ripiegate, ma i vetri non erano necessari nella mite Chashanna. Creyna si avvicinò e guardò fuori.

Un piccolo giardino, un quadrato di dieci metri di lato, stava dietro la casa, protetto da due muri bianchi che limitavano la visuale, ma oltre ad essi si apriva un panorama sorprendente. La casa era costruita sul fianco di una collina, così che dalla finestra si vedeva tutta la città, e la baia, e più oltre l'orizzonte azzurro di Asgrow. Chashanna era diventata bianca, il rosa sparito, le ombre nere in forte contrasto con i muri candidi, e qua e là il verde vivo di un giardino.

"E' molto bello," disse.

"Vero?" disse la ragazza compiaciuta. "Allora, mangi qualcosa?"

Creyna si voltò e le tese la mano.

"Non posso prendere del cibo in una casa dove non mi sono nemmeno presentato. Sono Hayderad Creyna degli Shiela."

La bambina sorrise, un sorriso aperto e sincero questa volta. Strinse la mano. "Thuien Twony," disse.

"Adesso accetto con piacere," disse Creyna.

Thuien Twony si concentrò per un attimo prima di dire: "C'è una torta di cioccolato, del latte - latte di ekei, a mio fratello piace, ma èun po' grasso - e poi c'è... c'è..." Aggrottò la fronte. "Aspetta," disse, e sparì nel corridoio verso quella che evidentemente, pensò Creyna, era una cucina. Quando tornò aveva una brocca in mano.

"E' un infuso, contiene caffeina, èun poco amaro, ma..."

Creyna annusò e disse, cercando di non far trasparire il divertimento nella voce: "E' caffè. Si serve in tutta la Galassia."

Twony abbassò la brocca, imbarazzata. "Oh," disse.

Creyna aggiunse in fretta: "Ma si sa che il caffè asgro èuno dei migliori. Mi va bene qualunque cosa."

In quel momento ci fu il rumore di qualcuno che scendeva le scale. Creyna alzò gli occhi e vide - per la prima volta - Rilea Mirae, e non nelle sue condizioni migliori. Rilea Mirae faceva parte di quella metà dell'umanità che detesta la mattina: i suoi studenti avevano imparato da tempo a non aspettarlo prima della tarda mattinata al meglio, e che, se gli telefonavano prima di pranzo, ricevevano risposte vaghe, distratte, e un poco sognanti. D'altra parte i seminari a cui partecipava, che in genere erano fissati per le sei di sera (e a cui di solito arrivava in ritardo), continuavano spesso fino a notte inoltrata, e molti studenti si mettevano a dormicchiare distesi sui sedili imbottiti, riluttanti ad andarsene, per svegliarsi sbattendo gli occhi, disorientati, quando l'aula sfollava.

Così, mentre scendeva le scale quella mattina - prima del suo solito - aveva la faccia gonfia e perplessa di chi non èancora del tutto sveglio. Era molto più vecchio di sua sorella: Creyna gli diede cinquanta o forse sessant'anni, ma non riusciva a giudicare bene con quella carnagione. Rilea Mirae aveva la pelle nera di Thuien Twony, e anche i suoi occhi arancio; i capelli erano ancora completamente neri. Era in vestaglia, perché era molto freddoloso e la mattina di Chashanna era fresca per lui: rimase per un momento interdetto, a guardare dall'alto l'intruso - l'alieno - che stava lì nella sua casa, alto, biondo, estraneo, e non poco sinistro.

"Salve," disse, un poco sorpreso. "Lei èun amico di Thuien?"

"Sono qui per lei," disse lo straniero, parlando in galattico. "Sono Hayderad Creyna, ho una lettera del professor Carmaykel, dell'Università del Centro. Sono venuto a chiederle se sarebbe disposto ad accettarmi come studente."

"Hayderad Creyna?" chiese Mirae. Si strofinò gli occhi e apparve subito, inaspettatamente, del tutto sveglio. Guardò attentamente il Say e disse, lentamente: "Sarà un piacere e un grande onore." Scese un paio di scalini, e poi si voltò verso sua sorella. Sorrise. "Questo èil più grande matematico del nostro secolo, Thuien," disse.

Creyna abbassò gli occhi, e qualcosa come un lieve sorriso passò sul suo viso. Non sentì neanche quello che disse Thuien Twony, che in ogni caso non era altro che un prudente: "Ah sì?" Quando rialzò lo sguardo era tornato completamente padrone del suo volto, e rispose con perfetta naturalezza: "Lei mi lusinga. Ero solo uno studente promettente, ma èstato molti anni fa."

Mirae scese la scala fino in fondo e tese la mano, si impadronì di quella di Creyna, e la strinse fra entrambe le sue. Creyna indietreggiò leggermente, imbarazzato.

"Oh, ma io ho letto i suoi libri. Li consiglio sempre ai miei studenti. Non che loro li leggano, naturalmente, non hanno mai l'umiltà di mettersi a studiare la matematica sul serio."

Mirae gli liberò le mani e fece un gesto verso il tavolo.

"Si sieda, si sieda," disse. "Vuole qualcosa da mangiare? E' arrivato col traghetto della notte, vero? Avrà fame. Si accomodi."

Creyna si sedette e osservò Mirae che cercava a tastoni qualcosa sulla credenza, indossava un paio di occhiali, e poi apriva la dispensa. Thuien Twony disse: "E' rimasta solo la torta, e del latte. Ho fatto il caffè, ne vuoi un po'?" Aveva parlato in asgro, rapidamente, e Creyna non la capì.

"Porta qui," disse Mirae, e aprendo lo sportello della credenza disse: "Che piatto vuole?"

Era una domanda che Creyna non si aspettava proprio, e che nessuno gli aveva fatto prima. Quando si sporse per guardare nella credenza capì cosa voleva dire Mirae: c'era una pila ordinata di piatti, ma non ce n'era uno uguale all'altro. Mirae li tirava fuori uno alla volta, tranquillamente, e diversi sembravano almeno simili - ce n'erano tre, per esempio, che erano tutti color grigio e della stessa forma, con decorazioni dello stesso blu, ma uno aveva dei raggi, uno dei cerchi, e un terzo due righe di diverse lunghezza che attraversavano il diametro. Creyna mormorò in say, sottovoce: "Mio Dio." Poi si schiarì la gola e indicò un piatto a caso. "Quello lì."

"E che tazza?"

Creyna socchiuse gli occhi. Cercò fra le varie tazze, ciotole, boccali, quella che sembrava andare assieme al suo piatto. "Quella. Grazie."

Mirae mise tre piatti in tavola; tre piatti diversi, quello grigio e blu che Creyna aveva scelto, un piatto a sfumature di verde e blu, e un piatto delicato, di porcellana sottile con un disegno di fiorellini blu che, se fosse stato in compagnia di altri undici, avrebbe potuto benissimo stare sulla tavola degli Shiela o dei Reggenti del Centro. Poi dispose tre tazze vicine ai piatti, e solo quella di Creyna aveva qualche parentela col piatto che le stava vicino. Creyna guardava tutto questo con orrore, e per quanto sembrasse a lui stesso un orrore sproporzionato, non riusciva a scrollarselo di dosso. All'interno della dispensa, tutto era rigorosamente ordinato, piatti su piatti, tazze allineate, bicchieri rovesciati per evitare che ci entrasse la polvere. Ma non c'era un pezzo che fosse uguale ad un'altro.

"Lei sa parlare l'asgro?"

Creyna si schiarì di nuovo la gola. Parlava l'asgro, ma la fonte del suo imbarazzo era che in asgro c'era solo il tu, e non se la sentiva di dare del tu ad un professore universitario. Cominciava a pensare: Perché diavolo sono venuto in questo posto?

"Non molto bene," disse in asgro. "L'ho studiato prima della guerra, e l'ho ripreso in mano in osp... prima di partire. Ma non sono fluente."

"Non sei un bravo matematico, eh? E non sei fluente in asgro."

"Ho una pessima pronuncia."

"...e non sei colonnello."

"Mi hanno promosso da solo un mese."

Mirae rise. Creyna notò che la ragazza, che stava emergendo dalla cucina con una mezza torta su un piatto, lo guardava senza ridere, senza nemmeno sorridere. Lo guardava con uno sguardo duro, adulto, non ancora ostile, ma molto, molto diffidente. Creyna aveva la sensazione che la parola "colonnello", una parola arcaica in asgro, non fosse per lei tanto neutra come pareva per Mirae.

"Come mai sei qui?"

Creyna rimase in silenzio, occupandosi col versare il caffè, tagliare una fetta di torta e scegliere una forchetta da un cestello. La lettera di Carmaykel gli pesava addosso. L'aveva portata perché non aveva altro, ma adesso sentiva che avrebbe preferito farsi scannare che tirarla fuori, e dover tacere quello che era avvenuto in seguito fra lui e Carmaykel, le parole di fuoco con cui era stata accolta la notizia che no, Creyna non avrebbe chiesto di essere esonerato dalla chiamata di leva, non avrebbe usato i voti brillanti e la laurea vicina, non avrebbe mostrato le lettere del corpo docente che attestavano quale immane tragedia sarebbe stata per Tyros, per tutta l'umanità, fare di lui carne da cannone, non avrebbe dimostrato, come poteva, di essere più utile in un'Università che al fronte.

Quando il silenzio si fu fatto pesante, Creyna disse, senza alzare lo sguardo dal piatto: "Sono stato ferito quattro mesi fa. Mi hanno dispensato dal servizio, e non ho niente da fare. Desideravo venire qui già da prima... prima di essere richiamato."

"Sui Pianeti Esterni."

"Sì, certo."

Mirae si appoggiò allo schienale della poltrona, e per un po' non disse niente. Thuien Twony mangiava in fretta, senza alzare lo sguardo, quieta, come se non volesse farsi notare. Ma il silenzio era diventato improvvisamente teso. Quando ebbe finito si alzò bruscamente, portando via piatto, tazza e posate. Creyna sentì scorrere l'acqua e poi Thuien scomparve su per la scala, di corsa, facendo molto rumore nonostante fosse scalza.

"Lo so come finì," disse Mirae a quel punto. "Carmaykel mi ha parlato di te sia prima che dopo. Hai davvero una sua lettera?"

"Sì," disse Creyna, sommessamente. "Ma non l'avrei mostrata. La scrisse prima che io partissi. Non... forse..." Creyna chiuse gli occhi, e passò al galattico. "Immagino che lei la pensi come Carmaykel a proposito di quello che ho fatto. Lei più di Carmaykel."

Mirae sollevò un angolo della bocca. Rispose in galattico. "E invece no. Oh, penso che fosse una guerra stupida e terribile, e che lei avrebbe fatto meglio a dedicare il suo tempo e le sue doti a cause più degne... Ma èstata una scelta sua. E se lei fosse stato un mio studente, non le avrei certo tolto il saluto per questo. Penso che Carmaykel non abbia considerato a sufficienza il modo in cui lei èstato educato... o per meglio dire, le cose che per lei hanno valore. Carmaykel èun grande scienziato, ma non un uomo molto tollerante. Lei lo sa."

Creyna sorrise. "Lo so."

"No, io ho un grande rispetto per la Cirte, e sono sicuro che si può credere profondamente in quello che insegna. Tanto che, lo vede, mi rendo conto di quanto èdifficile per lei parlare in asgro. E' per questo che sono stupito. E' stata una guerra terribile, èvero, ma da quello che posso vedere lei si ècomportato coraggiosamente, e trovarla qui, ora... fra gente che di certo quella guerra non l'approva... certo, èstrano."

Creyna guardava fisso davanti a sé, fuori dalla finestra. "Tutte le guerre sono terribili," disse piano, in asgro. "Lo sapevo anche prima di partire. Non me ne sono andato per la gloria, o cose di questo genere. Pensavo che fosse necessario. Come la guerra. Pensavo che fosse necessaria. E non mi piaceva," aggiunse, "l'idea che far ammazzare uno scienziato fosse più grave che far ammazzare un padre di cinque figli."

Mirae rimase in silenzio, ad accarezzarsi il mento. Ci fu un'altra cascata di passi sulle scale, e una voce da dietro la tenda gridò: "Io vado, Rilea. Torno per pranzo." Poi la porta si chiuse.

"...ma forse effettivamente èstato uno sbaglio venire qua," disse Creyna. Si alzò in piedi.

"Non faccia lo stupido," disse Mirae seccamente, in galattico. "Venire sui Pianeti Esterni èquasi un tradimento per un Say. Non so come sia riuscito a convincere il suo Clan a darle il permesso, o perché ha voluto farlo. Ma non èil caso di andarsene dopo una fetta di torta e un caffè. Che cosa vuole studiare?"

"Filosofia."

"Filosofia! Il mondo èpieno di sorprese. Mi auguro che non stia cercando il senso della vita."

"Conosco già il senso della vita," disse Creyna con la gelida calma che più tardi tanti avrebbero imparato a temere. "E' la Cirte. Tutto quello che aspiro a fare ècapire i miei libri. Quello che ho già scritto. Voglio sapere se quello ha un senso. Carmaykel mi ha detto che lei mi poteva aiutare. E comunque non potrei più permettermi l'Università del Centro. Non mi darebbero un'altra borsa di studio, e non dispongo di fonti di reddito. Il mio stipendio va al Clan."

"Lei lo sa che può essere una cosa rischiosa per un Say? Studiare filosofia fra gli anarchici?"

Creyna sorrise, un sorriso storto e freddo. "Lei èmolto sicuro della sua verità. Pensa che mi convertirete. Ma io sono altrettanto sicuro della mia, e non ho paura."

"Ha ragione," disse Mirae. "Senta, mia sorella parte domani per i due mesi di pratica in mare. Le darò la sua camera."

"Io veramente..." cominciò Creyna, stupito.

"Non pensi che mi tiri in casa tutti gli studenti che arrivano qua a parlarmi. Ma d'altra parte, la maggior parte dei miei studenti non sono gettati nello sconforto dalla lingua che si parla in Università e non hanno reazioni di disorientamento sensoriale davanti ad una credenza."

"Io..."

"Lo so, lo so. Mi ascolti fino in fondo. Lei avrà bisogno di aiuto. Lei..."

Creyna sospirò, cercando di non dire, né gentilmente né freddamente, quello che aveva sulla punta della lingua, e cioè era che lui aveva vissuto per trentaquattro anni in un mondo che avrebbe ucciso dieci volte il maturo Esterno davanti a lui. Fece quello che faceva quando uno Shiela più anziano di lui lo chiamava "ragazzo" e gli dava un ordine: si ricordò che la sottomissione èuna virtù e l'orgoglio un vizio, e si predispose ad obbedire. Creyna era molto bravo ad obbedire.

"Mi faccio solo scrupolo di arrecarle eccessivo disturbo," disse in tono mite. A chi non lo conosceva bene era difficile capire quando faceva dell'ironia.

Mirae, che stava enumerando, inascoltato, le ragioni per cui Creyna avrebbe avuto bisogno di aiuto, si fermò, insospettito.

"Giovanotto," disse, sostenuto. "Io le ho offerto il mio aiuto, non gliel'ho imposto. Qui non s'impone niente a nessuno, a differenza del posto da dove viene lei. Lei sottovaluta le difficoltà che avrà ad adeguarsi al nostro modo di vita. Ci sono Centrali e ferniani, gente abituata molto più di lei alla libertà, che se ne tornano a casa con la coda fra le gambe da qui. Non voglio che le succeda lo stesso, un po' perché lei mi ha chiesto aiuto, e un po' perché riconosco il suo valore. Non scherzavo quando ho detto che ospitarla in casa mia sarebbe stato un onore. Oppure pensa che noi Esterni non abbiamo onore?"

"Nella sottomissione èonore," disse Creyna. Sfilò dalla giacca dell'uniforme il simbolo in argento della Cirte e lo tenne sollevato, mostrando lo stemma degli Shiela e il motto in inglese arcaico: In compliance honor. "Ma per quello che so di voi, èun onore di cui fate volentieri a meno, non ècosì?" E sorrise, per la prima volta un sorriso vero e aperto. "Va bene. Accetto tutto l'aiuto che sarà capace di darmi." Quasi senza accorgersene, fece scivolare lo stemma d'argento nel taschino. Era la prima volta da quando, a cinque anni, era stato ammesso a far parte del Clan, che non lo portava in vista.

Continua