Fabio Di Chio intervista Franco Ricciardiello

Il Tempo, 2003

 

 

FdC —  La scienza ha superato la fantascienza? Oggi, uno scrittore di genere cosa deve immaginare per essere fantascientifico?

FR  — Malgrado ciò che si pensi, fin da quando la fantascienza esiste, è sempre stata superata dalla scienza. Il grande pubblico ricorda solo le sensazionali anticipazioni di Verne, ma se proviamo oggi a rileggere il modo in cui gli autori degli anni Cinquanta immaginavano il mondo nel 2000, ci viene da ridere: città disumanizzate con edifici altissimi, velivoli a disposizione di tutti, astronavi che trasportano coloni su tutti i pianeti del sistema solare. Ciò che è accaduto è che in realtà la scienza si è occupata della trasformazione del nostro mondo, non dell’universo. Dove gli autori hanno invece fatto assolutamente centro è quando si sono preoccupati dell’influsso dei cambiamenti tecnologici sulla natura umana: è qui il valore autentico della science fiction.

 

FdC —  Molti sportivi si dopano, ricorrono all'uso di sostanze chimiche, quindi artificiali, per potenziare le proprie prestazioni. Mi pare un abbozzo di cyborg. Che ne pensa: ha ancora senso parlare di sport puro e di sportivi, o sarebbe più giusto chiarmarli cybersport e cybersportivi?

FR — Quasi in nessuna attività l’uomo evita di avvalersi di strumenti artificiali. La tecnologia è la misura della trasformazione che la civiltà impone al mondo; fino dall’antichità abbiamo iniziato a selezionare le specie vegetali e animali, a utilizzare attrezzi per l’artigianato, sostanze chimiche e leggi fisiche. Non credo esistano un modo o una ragione per opporsi oggi a questa invasione dell’umano da parte dell’artificiale. I confini tra l’interno e l’esterno del corpo sono sempre più labili. Gli sport sono probabilmente l’ultima attività in cui è considerato disonorevole l’uso di agenti esterni, ma mi rendo conto che è sempre più difficile conservare questa integrità ideologica. Tuttavia, è proprio questa la ragione per cui ammiriamo gli atleti: sono uomini che sfidano la natura.

 

FdC —  Stirando il concetto, gli ogm possano essere comparati alle sostanze dopanti, a cibo da cyborg?

FR — A proposito di organismi geneticamente modificati, ho riflessioni contrastanti. Da una parte è vero che da secoli abbiamo cominciato a selezionare geneticamente vegetali e animali tramite incroci, dall’altra abbiamo a che fare oggi con modifiche profonde che non sarebbe possibile ottenere senza manipolazione in vitro. La prima cosa che mi viene da pensare è che gli OGM potrebbero essere utili per incrementare la produzione agricola del terzo mondo, però mi accorgo che i paesi più industrializzati preferiscono testare le conseguenze sugli altri… Credo che i cyborg si nutrirebbero di cibi più sofisticati: proteine pure, acidi selezionati, antiossidanti, sostanze che influiscono direttamente sulle proprietà del cervello.

 

FdC —   Può darmi una definizione dell'uomo e della società del domani, come se le immagina?

FR — Rispondo da persona che cerca di tenersi al corrente delle novità della scienza, non da scrittore di science fiction. Mi immagino un futuro in cui la tecnologia sarà sempre più miniaturizzata e sempre più diffusa. In Asia probabilmente avremo un connubio tra tradizione e tecnologia avanzatissima. La nuova frontiera sarà quella delle nanomacchine, che rivoluzioneranno la medicina, l’edilizia e la produzione industriale. Per quanto riguarda la società, abbiamo già sperimentato che le civiltà meno democratiche sono quelle con più cittadini: è molto più facile controllare la Cina che l’Islanda. Siccome la demografia del futuro sarà quasi senza limiti, assisteremo a un restringimento delle libertà civili, che avrà come probabile contropartita un ampliamento delle cosiddette libertà individuali, vale a dire quelle che fanno comodo al capitalismo globale.

 

FdC — Una parte della scienza cyber studia per poter riversare un giorno la coscienza, la personalità umana su un chip e riversarle magari in un altro circuito: l'integrazione perfetta tra uomo e macchine? Che ne pensa? Roba da matti o questione di tempo?

FR — Direi che è solo questione di tempo. Più che una perfetta integrazione fra uomo e macchina, o meglio fra organico e inorganico, la questione si presenterà nei termini di cos’è la coscienza. Intendo dire: sarà sufficiente “copiare” il contenuto del nostro hardware, cioè il cervello, per riprodurre tutti quegli effetti chimici, elettrici e quantistici che insieme formano ciò che definiamo auto-coscienza? Vorrei sottolineare che non c’è in palio la possibilità di duplicare gli esseri umani, bensì una virtuale immortalità. Intendo dire che se il software, cioè la coscienza, può essere trasferito da un hardware all’altro, cioè da un cervello naturale a uno artificiale, la questione si presenta in termini di immortalità dell’individuo. O, se preferiamo, dell’anima.

 

FdC — Si può parlare di tecnocoscienza?

FR — La parola ‘coscienza’ deve avere un significato unico. Si comincia a ritenere che alcuni animali posseggano autocoscienza, è stato provato per esempio che certe scimmie si riconoscono allo specchio. Credo che anche nel caso di entità inorganiche dovremmo eventualmente parlare di coscienza tout court, piuttosto che di tecnocoscienza.

 

FdC — Tra i preti, c'è chi dice che un giorno anche i computer andranno battezzati.

FR — Se mai in futuro questo dovesse avvenire, credo che avremo cessato da tempo di chiamarli “computer”, cioè calcolatori. Significherà che avremo a che fare con entità infinitamente più evolute e complesse di quelle cui siamo abituati, e questo non potrà che essere il punto d’approdo di un lungo progresso scientifico. Però a questo punto sono io che faccio una domanda: se l’umanità arriverà al punto di domandarsi se sia il caso di battezzare un’entità artificiale, siamo sicuri che esisterà ancora qualcosa come la religione, cioè un culto organizzato che crede in qualcosa di immanente, di trascendente al mondo sensoriale?

 

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