Giusepppe Iannozzi intervista Franco Ricciardiello

Delos n. 73

Giugno 2002

 

 

GI — Quando ho letto "Ai margini del caos" nel 1998, come tanti ho pensato che  non si trattava di fantascienza al cento per cento, ma oggi torni con un nuovo romanzo e ancora per Urania: "Radio Aliena Hasselblad". Com’è cambiato il tuo rapporto con la fantascienza in questi anni? Rispetto al tuo primo romanzo nella collana mondadoriana, il tuo nuovo lavoro mi sembra decisamente più maturo e complesso… insomma è fantascienza al cento per cento.

FR — "Ai margini del caos" è stato concepito secondo le convenzioni narrative del thriller, anche se (come ripeto sempre) la mia abitudine a scrivere science fiction mi ha preso la mano. In questo nuovo romanzo ho inserito l'elemento "alieni" esplicitamente richiesto dal curatore di Urania. Se il risultato è più maturo del precedente, è dovuto al fatto che qualche anno di esperienza in più si è fatto sentire; non credo però che "Radio Aliena Hasselblad" sia più "complesso".

 

GI — Come è nata la tua passione per la fantascienza?

FR — Da un sense of wonder violento e precoce: prima ancora di scoprire la fantascienza su carta stampata intorno ai 13 anni, ero assolutamente stregato da quel poco di SF televisiva e dai rari film che passava la Rai. Credo che il tutto abbia avuto origine il mattino in cui mio padre mi svegliò prima dell'alba per seguire la diretta tv dello sbarco di Armstrong e Aldrin sulla superficie lunare: quelle immagini in bianco e nero, distorte e dalla definizione primitiva rimarranno per sempre nel mio subconscio.

 

GI — Nel panorama editoriale ricco sempre di nuove proposte, come fai a scegliere cosa leggere e cosa non leggere? Leggi più fantascienza o ti piace spaziare nei generi?

FR — La fantascienza rappresenta attualmente più o meno il 10-20% delle mie letture. Ci crederesti se ti dicessi che scelgo i libri dalla copertina o dal titolo? A parte gli autori di cui mi fido, ovviamente, ho verificato che è più facile trovare piacevoli sorprese fidandosi della cura con cui l'editore progetta la copertina. Non si tratta naturalmente di una bizzarria né tantomeno di una boutade: scegliere dal riassunto riportato nella IV di copertina significa fidarsi della trama indipendentemente dalle capacità narrative dell'autore: ma un bravo scrittore può illuminare le trame più banali mentre un autore mediocre fa sbadigliare dalla prima all'ultima pagina della storia più pirotecnica che si possa immaginare. Il modo di raccontare una storia è molto più esteticamente significativo della storia stessa.

 

GI — La fantascienza italiana non sta attraversando un periodo molto felice: almeno questa è la mia impressione. E tu, cosa ne pensi?

FR — Sono d'accordo. La contrazione del mercato di SF ha colpito soprattutto gli autori italiani, ancora privi di una solida tradizione; però devo aggiungere che ultimamente non ho letto nulla di interessante a parte Evangelisti, e prima o poi i lettori disertano chi li delude.

 

GI — A tuo giudizio, quanto è importante per la letteratura di genere interessarsi alla politica, alla religione, alla filosofia…?

FR — L'esistenza di generi letterari è una semplificazione del mercato: le case editrici hanno bisogno di far capire rapidamente ai lettori cosa possono aspettarsi dai volumi che trovano in libreria. Gli argomenti specifici delle singole opere sono lasciati alla capacità dell'autore e all'interesse del lettore: direi che non è assolutamente indispensabile complicare una storia con sviluppi filosofici o esistenziali; ma, al tempo stesso, perché no? Se oltre a divertire i lettori riesco a stuzzicare la loro curiosità su altro… La complessità narrativa è un piacere estetico al quale non riesco a rinunciare: basti dire che il mio autore preferito è Thomas Pynchon, e il mio modello inarrivabile "L'arcobaleno della gravità", dove tutto sommato il plot ha un'importanza decisamente inferiore rispetto alle divagazioni stilistiche, scientifiche, economiche e via dicendo.

 

GI — "Radio Aliena Hasselblad" è un romanzo politico?

FR — No. Anzi, sì.

 

GI — Rispetto a "Ai margini del caos" (premio Urania 1998), "Radio Aliena Hasselblad" mi sembra più allucinato;  in certi momenti ho avuto come l’impressione che citassi fra le righe le paranoie poetiche dickiane… mi sbaglio? E se sì, correggimi.

FR — Beh, credevo che la cosa fosse proprio esplicita, a partire dal titolo! "Radio Aliena Hasselblad" strizza l'occhio a "Radio Libera Albemuth": il raggio luminoso che trasporta informazione compressa, la storia segreta, la realtà fenomenica che si sfalda fra le mani della protagonista… Dick c'era già, ed esplicitamente, in "Ai margini del caos", ma stavolta ho proprio attinto a piene mani: la trama del mio romanzo è simile al film di Mother Goose che Horselover Fat vede al cinema in "Valis".

 

GI — La fantascienza ha trovato terreno fertile soprattutto in America: è stata la terra dei grandi spazi, anche se oggi sta diventando la terra dei grandi deserti e delle megalopoli e delle multinazionali. Gli autori di sf (e non) hanno ambientato le loro storie nei grandi spazi: tu, invece, ambienti le tue storie in un piccolo spazio vitale, quello torinese (e piemontese), poi dilati lo spazio vitale necessario alla storia in Germania, ad esempio. Qual è la differenza tra gli scrittori americani di genere e quelli italiani?

FR — Lo spazio necessario alle mie storie non è esterno ai protagonisti: mi interessa molto di più quello circoscritto dai limiti del corpo umano. La mia scrittura è molto geografica. Ho bisogno di mappare le città che descrivo, di fornire coordinate topografiche, nomi di strade e piazze, devo citare le città e le regioni. Ho bisogno di una ambientazione quantificabile. La porzionizzazione geografica dello spazio esterno deve riflettere l'esplorazione della geografia psichica dei protagonisti: la scoperta del where e del when, l'ambientazione della storia, deve procedere inesorabilmente con il progredire della trama.

 

GI — E’ giusto che un autore italiano scriva science fiction ambientando le sue storie  in un territorio che non conosce, se non a grandi linee, come l’America?

FR — Un autore di SF non dovrebbe neppure porsi la questione, visto che è abituato a ambientare le proprie storie su altri mondi: certo, potremmo discutere se l'America di oggi sia più o meno aliena di Marte…

 

GI — Una domanda provocatoria. Non pensi che scrivere sul fascismo e sul nazismo possa stancare il lettore: ormai, a mio giudizio, la letteratura di genere e non, sfrutta le tragedie del passato per tradurle in business… è vero?

FR — Io scrivo le mie ossessioni; come ho già detto, nella fiction l'argomento è irrilevante, più importante è il modo in cui l'autore lo presenta: la trama eclissa il tema. Se riesco a stupire il lettore con le mie ossessioni mi considero contento: se le nostre ossessioni sono comuni, tanto di guadagnato. L'anno scorso ho fatto un viaggio a Oxford e Cambridge, dove ho avuto modo di visitare diverse librerie; sono rimasto stupito dall'immensa offerta di libri sulla seconda guerra mondiale, sul nazismo in particolare. Il fascismo è inscritto nella mappa genetica di tutte le generazioni a partire dagli anni trenta in poi, compresa la nostra: purtroppo, temo che questa nostra ossessione comune durerà ancora a lungo.

 

GI — Il revisionismo storico, che molti stanno difendendo a spada tratta, che cosa significa o potrebbe significare? A mio giudizio, è sintomo di una malattia mentale: non mi sorprenderei molto se domani beatificassero Hitler e Mussolini.

FR — La storia è scritta da chi la vince: non mi scandalizza il fatto che l'interpretazione degli epigoni del fascismo diverga dalla mia. I revisionisti non negano l'esistenza dei campi di concentramento (che tra l'altro sono stati inventati dagli inglesi nella guerra contro i Boeri), negano la centralità che la storiografia democratica ha attribuito ai campi di sterminio nell'ideologia nazionalsocialista. Questo è il punto: il vero revisionismo è negare che l'arcipelago dello sterminio fosse già contenuto nel brutale razzismo di Adolf Hitler; ma per confutare questo punto di vista basterebbe leggere il "Mein Kampf", che già negli anni Venti destinava all'eliminazione fisica le popolazioni dell'Unione sovietica.

 

GI — Radio Aliena Hasselblad è una accusa contro il revisionismo storico?

FR — No. È un'avventura di fantascienza con tanto di omini verdi.

 

GI — Eva Braun e Roberta: in Radio Aliena Hasselblad sono i personaggi principali… quanto c’è di Eva Braun in Roberta e quanto di Roberta in Eva Braun? Perché?

FR — Non ho capito. Roberta, oltre a essere il punto di vista di quasi tutta la storia (a parte le ricostruzioni ambientate nel recente  passato) è la protagonista principale, ma Eva Braun è un personaggio secondario: la triade centrale è composta da Roberta, dal generale Alpers (l'antagonista) e da nonno Krysztof (il deuteragonista). Eva Braun, nel romanzo, è solo un meccanismo narrativo, parte dell'enigma da risolvere.

 

GI — L’ipotesi aliena nel tuo nuovo romanzo: cosa significa?

FR — Che ho voluto provare a giocare, come faceva Dick, con gli stereotipi della fantascienza più popolare. Durante la sua carriera ha sempre usato gli elementi più tipici della SF avventurosa,  alieni, immortali, guerre galattiche, piegandoli alle sue straordinarie storie sul disagio di fronte alla modernità. Ecco un risultato che mi piacerebbe ottenere: incanalare le mie ossessioni per metterle al servizio del lettore.

 

GI — Tu credi che lo spazio infinito possa aver accolto forme di vita senziente simile alla nostra? O che ne accoglierà in futuro quando la civiltà umana si sarà estinta? Io credo che gli alieni esistano perché esistiamo noi: mi spiego, l’uomo nella sua debolezza ha inventato Dio, quindi io ammetto che Dio non ha creato l’umanità. Il nostro vivere quotidiano è un momento storico ricco di incertezze sociali, politiche e religiose: è possibile che gli alieni siano stati inventati dall’uomo per trovare conforto alla propria solitudine?

FR — Sinceramente, gli extraterrestri mi interessano solo come topos narrativo. Ritengo che la probabilità statistica giustifichi la vita su altri pianeti, ma in questo momento non mi interessa una speculazione esobiologica su un "primo contatto". Non mi interessa neppure un'elaborazione religiosa o teleologica: la mia attenzione è per la scienza, non per la metafisica.

 

GI — Nella storia si parla da sempre di “cose aliene”: l’umanità, quando si è trovata a dover affrontare periodi di grande tensione sociale, ha visto nel Cielo e in Terra manifestazioni prima divine, poi aliene quasi a voler ammettere che Dio non può bastare all’umanità… Io temo che le ipotesi su forme di vita nello spazio possano diventare una sorta di religione: secondo te, è possibile?

FR — Non lo credo possibile. Penso che l'aspirazione spirituale della razza umana sia ampiamente soddisfatta dalle religioni costituite, divinità cinematografiche e discografiche comprese. L'ufologia mi sembra una semplificazione new age della metafisica, ancora più vuota del sincretismo religioso. Io sono materialista, ma se dovessi scegliere tra, per esempio, il cristianesimo di rito greco o l'Islam e l'ufologia, non avrei dubbi… La complessità per me è quasi sempre garanzia di perfezione estetica, temo le semplificazioni che non abbiano uno scopo esclusivamente didattico.

 

GI — Per te, quanto è importante scrivere con stile perché una storia possa essere pienamente godibile per chi la legge?

FR — Non riesco neppure a concepire di scrivere una storia senza che mi sia permesso di piegare la lingua alle esigenze dell'effetto che voglio ottenere; è risaputo che sottopongo i miei testi a otto o dieci revisioni, almeno. Molto acutamente, Francesco Grasso in una conversazione privata l'ha definita "estetica del cut & paste": continuo a lavorare sul testo fino a che non ne sono completamente soddisfatto. A parte questo non mi sembra di fare della sperimentazione sullo stile, anche se c'è stato un lettore che mi ha detto che "Ai margini del caos" era sperimentale perché scritto all'indicativo presente! Mi interessa molto di più fare esperimenti sulla struttura piuttosto che sul testo.

 

GI — I tuoi progetti futuri… puoi anticiparci qualcosa?

FR — Siccome sono pigro, scrivo molto lentamente. Ho per le mani un thriller che appartiene a quel sottogenere che si può definire "storia segreta". Durante i prossimi mesi dovrebbero vedere la luce due miei racconti da Mondadori: uno sull'edizione italiana di un'antologia internazionale curata da Jacques Chambon e Robert Silverberg, l'altro in un sottogenere per me inesplorato, l'horror.

 

GI — Grazie Franco, sei stato gentilissimo.

FR — Come direbbe Claudio Asciuti, "che la fantascienza sia con te."

 

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