Marco Perello intervista Franco Ricciardiello

Settimo Inchiostro n. 13 (1998)

 

MP - Come nasce l'idea del romanzo "Ai margini del caos"?

FR – Nel 1996 ho letto su un settimanale illustrato la storia di un dipinto di Arnold Böcklin, “L’isola dei morti”, acquistato da Hitler a un’asta nel 1934. Durante la prima stesura del romanzo mi ero proposto di scrivere un thriller, non un’avventura di science-fiction: però strada facendo la suggestione della teoria del Caos, della complessità, ha assorbito con il suo fascino le altre possibili soluzioni. La storia si è trasformata in un meccanismo narrativo per svelare un’incredibile quantità di fatti realmente accaduti, e i protagonisti sono diventati un artificio letterario per arrivare a questo scopo. Si tratta di un romanzo di idee, non di personaggi.

 

MP - Credi che esista un ideale filo di continuità che lega tutta la tua produzione letteraria?

FR – Non credo in una logica univoca, anche perché ho pubblicato oltre 40 racconti e due romanzi e sarebbe penso noioso se avessi mantenuto un solo filo conduttore. Diciamo che ho alcuni “comparti” di interesse come il viaggio nel tempo, l’ucronia o realtà alternativa, e di recente le storie hi-tech. Spesso compaiono preoccupazioni politiche. Inoltre, quasi tutti i racconti scritti fra metà degli anni ‘80 e i primi anni ’90 avevano come voce narrante un personaggio in prima persona, di frequente senza nome, al quale nei miei appunti mi riferivo come “kinoglaz”: si tratta di una parola russa che significa “cine-occhio”, che nelle mie intenzioni stava a indicare una specie di “macchina da presa” umana che doveva rappresentare non il protagonista ma un veicolo con il quale il lettore si potesse identificare, un meccanismo narrativo per registrare gli eventi.

 

MP - Ti ispiri a qualcuno in particolare ?

FR – Attribuisco un’importanza fondamentale allo stile. Forse pochi sanno che sono autore di una parte dell’enciclopedia a dispense “Scrivere” della Rizzoli, attualmente in edicola: tutta la seconda metà del V volume, dedicato appunto allo stile letterario, per la quale non esisteva una pubblicazione precedente (al contrario degli altri nove volumi tratti dalla “scuola per scrittori” dell’Editrice Nord). Ammiro fortemente Thomas Pynchon e i latino-americani come Gabriel García Márquez e Isabel Allende. In passato ho subito molto l’influenza della prosa giornalistica di Oriana Fallaci, e devo confessare che come palestra di allenamento artigianale ho spesso cercato di ricalcare la scrittura di James G. Ballard, straordinario risultato di un secolo di surrealismo e psicanalisi.

 

MP - Le tue preferenze letterarie (e non).

FR – Agli autori di prima aggiungerei Umberto Eco. Nella fantascienza rimane da citare Philip Dick, straordinario manipolatore degli elementi più triviali della science-fiction. Scoprire il cyberpunk è stato come entrare in un’altra dimensione; non capisco le critiche verso i lavori più recenti di William Gibson: “Luce virtuale” e “Aidoru” sono capolavori di letteratura realistica, con una intelligenza di anticipazione tecnologica e sociale che mette i brividi. Oltre la letteratura, mi piace molto leggere di scienza. Detesto il cinema di fantascienza, mi piace la cinematografia sovietica e adoro registi rigorosamente realisti come Rohmer, Kubrick, Bergman. Ascolto soprattutto musica pop; ho un’infatuazione per la musica tradizionale piemontese e occitana, il folk inglese e bretone. Possiedo la discografia completa di pochi autori: Lucio Battisti, Fabrizio De Andrè, i C.S.I., Suzanne Vega; inoltre, ho quasi tutto di Franco Battiato, Üstmamò, Leonard Cohen, Sonic Youth. Mi intendo poco di arti visive: fra gli artisti che gravitano intorno alla fantascienza e al fantastico mi piacciono Oscar Chichoni, Marco Patrito, Patrick Woodroffe, Maurizio Manzieri.

 

MP - Parlaci un attimo del tuo romanzo precedente (visto che il sottoscritto era uno degli editori... facciamo un po' di operazione nostalgia)

FR – Operazione archeologia, direi. Ti riferisci a “La rocca dei celti”, pubblicato nel 1987 dalla cooperativa editoriale Ambra, fondata dalla redazione della fanzine “The dark side” della quale facevamo parte entrambi. Ho scritto quel romanzo, che potremmo chiamare di “fantarcheologia”, fra agosto e ottobre del 1984. In prima scelta avevo proposto la trama all’Editrice Nord, che dopo avere richiesto e visionato l’intero dattiloscritto rispose che non se ne faceva niente. Mauro Gaffo, incontrato a un convegno a Milano, mi rivelò che aveva letto il romanzo e che gli era dispiaciuto che non fosse adatto per la pubblicazione. Erano tempi di chiusura totale e pregiudiziale verso gli autori italiani. Per l’Editoriale Ambra cambiai soltanto un capitolo, su richiesta di Giampiero Prassi, cercando di rendere più travagliato il momento in cui il protagonista scopre la verità sui suoi amici. Stampato in 500 copie, il libro è completamente esaurito; si può comunque scaricare da Internet all’indirizzo www.fantascienza.net/sfpeople/franco.ricciardiello/rocelti.html, credo in formato .pdf: è rimasto identico all’edizione originale, ho preferito non cambiare nulla perché non avrebbe senso a oltre dieci anni di distanza. Se devo dire la verità è piaciuto a quasi tutti i lettori, alcuni incomprensibilmente lo adorano, e ho letto solo una recensione negativa. Ultimamente ho seguito uno scambio di opinioni sulla Mailing List Fantascienza fra Anna Mazzoldi, un’italiana che vivendo in Irlanda ha mosso alcuni appunti (in parte condivisibili) al romanzo, e Vittorio Barabino che ha rappresentato una specie di difesa d’ufficio, tra l’altro a mia insaputa. Ho riletto ultimamente il romanzo, preparandolo per la edizione su Internet e su un CD-ROM di Mac-World, rintracciando lo stesso difetto che mi segnalavano i lettori: la prima parte è scorrevole, la seconda pesante. Siccome è proprio nella seconda metà che il romanzo passa dalla fanta-archeologia alla fanta-scienza, mi sembra un errore cruciale.