Giorgio Raffaelli intervista Franco Ricciardiello per Delos

Delos n. 79

Aprile 2003 

GR — Leggevo in una tua intervista di qualche tempo fa che ti riconosci nell'idea "che la letteratura abbia la capacità di influire sul mondo, piuttosto che la funzione di riprodurlo così com'è. Sarebbe la trasposizione dalla fisica all'estetica di un corollario del principio di indeterminazione di Heisenberg: l'atto di osservare influenza l'oggetto dell'osservazione. La letteratura, nel momento in cui indaga sulla realtà, la influenza. La cambia." Come si può legare questo discorso al binomio fantascienza & diritti umani? Quale può essere l'utilità di parlare di diritti umani in letteratura e nella fantascienza in particolare?

FR — Naturalmente l'unica letteratura che ha qualche speranza di cambiare la vita, come si auguravano i surrealisti da Bréton in poi, è quella che viene effettivamente letta. Per essere letta deve innanzitutto essere buona letteratura: per esempio, Il mondo nuovo di Aldous Huxley è una storia di fantascienza che parla di diritti umani, ma è un romanzo veramente brutto (tanto è vero che molti ne parlano ma pochi lo hanno letto). Diverso è il discorso per 1984 di Orwell, che oltre a essere una violenta denuncia dei pericoli del totalitarismo è una storia con personaggi veri e veri colpi di scena. La fantascienza migliore è quella che induce a una riflessione sul progresso e sulla natura umana, quindi sull'impatto che la scienza e la tecnologia che già adesso esistono in potenza, avranno sul nostro futuro; mi sembra bello che l'intento dello scrittore sia quello di indurre a una riflessione che potrebbe anche cambiare la vita. Ciò premesso, non parlerei di letteratura in termini utilitaristici: la letteratura racconta storie; se queste storie oltre a suscitare un apprezzamento estetico influenzano anche la realtà, può essere un bene.


GR — Quali romanzi e/o racconti esprimono bene l'idea del rapporto tra fantascienza e diritti umani?
FR — Non si può onestamente dire che tra fantascienza e diritti umani esista un rapporto stretto; forse perché gli autori di letteratura di genere non sempre appartengono all'élite intellettuale, forse perché è più comodo assumere una posizione di moralismo che si limita a dichiarazioni più di principio che di sostanza. Ad ogni modo non sono pochi gli esempi che riscattano tutto il genere. Ho notato che spesso gli autori hanno usato la metafora dell'alieno, del diverso per introdurre un discorso anche maturo sui diritti umani: penso a Cronache marziane (The Martian chronicles) di Ray Bradbury o a Una questione di razza (Dare) di P.J. Farmer, dove gli oppressori sono i terrestri e gli oppressi sono abitanti di un altro pianeta; oppure a Carne nella fornace (Flesh in the furnace) di Dean R. Koontz, con la sua metafora su Mangiafuoco e i burattini che si rivelano molto più umani degli esseri viventi. Qualche volta l'ambientazione è extraterrestre ma i rapporti tra razze sono quelli che ci aspetteremmo sul nostro pianeta, ad esempio in Il pianeta Sangre (The men in the jungle) di Norman Spinrad. Naturalmente, l'autore che più ha legato il proprio nome alla questione dei diritti umani è Ursula LeGuin: I reietti dell'altro pianeta (The dispossessed), La mano sinistra delle tenebre (The left hand of darkness) e L'occhio dell'airone (The eye of the heron) raccontano della dispersione dell'umanità nello spazio per rappresentare come in uno specchio deformante le ingiustizie dell'uomo sull'uomo. Altri autori invece non hanno usato il filtro della lontananza nello spazio o nel tempo, e ci parlano direttamente di questo mondo e di un futuro purtroppo molto vicino: Il gregge alza la testa (The sheep look up) e Tutti a Zanzibar (Stand on Zanzibar) di John Brunner, Colosso anarchico (The anarchistic colossus) di A.E.Van Vogt, Gladiatore in legge (Gladiator at law) di Pohl & Kornbluth, THX-1138 di Ben Bova, Il racconto dell'ancella (The handmaid's tale) di Margaret Atwood, Radio Libera Albemuth ("Radio free Albemuth) e Il mondo che Jones creò (The world that Jones made) di P. K. Dick. A volte persino il classico tema dell'invasione dallo spazio è stato utilizzato come metafora sui diritti fondamentali: penso in questo caso a Thomas Disch con Umanità al guinzaglio (Mankind under the leash) e Gomorra e dintorni (The genocides). Ad ogni modo la fantascienza che più classicamente si occupa dei diritti dell'uomo è la tradizione anti-utopica: 1984 di George Orwell, Il tallone di ferro (The iron heel) di Jack London, Noi (My) di Evgenij Zamjátin. Infine, fra gli italiani citerei Nel nome dell'uomo di Gianni Montanari, La proposta di Nino Filastò e per certi versi tutto il ciclo dell'inquisitore Eymerich di Valerio Evangelisti.

 

GR — Perché ti hanno colpito?

FR — L'intento della migliore fantascienza è quello di scioccare, di colpire le coscienze; è forse l'unico genere letterario che possiede in sé sia una notevole potenzialità di fuga dalla realtà, sia il suo esatto contrario, la capacità di rappresentarla per metafora in maniera distorta. Inoltre, è così versatile che in certi tratti del suo cammino si accompagna a un genere molto più nobile, la distopia o anti-utopia. Quasi tutti i romanzi che ho citato non sono storie scritte programmaticamente per lanciare messaggi, ma storie e basta, anche se in ognuna di esse la questione dei diritti umani si stampa sullo sfondo. Mi spiego meglio: se un autore ha intenzione di denunciare una situazione in cui la dignità dell'uomo viene calpestata, farebbe meglio a documentarsi e scrivere un saggio. Se invece vuole scrivere una storia, qualsiasi storia, può creare come ambientazione un forte conflitto sul tema dei diritti umani. Questa è la letteratura.


GR — Perché la fantascienza si presta a parlare (anche) di diritti umani?

FR — Perché ha a disposizione questa potente arma che è l'anti-utopia, distopia o utopia negativa, in qualsiasi modo la vogliamo chiamare. La fantascienza ha una grande forza metaforica: quando porta alle estreme conseguenze alcuni elementi di critica sociale che possiamo vedere in nuce già nei nostri giorni, diventa un veicolo di denuncia molto efficace. Tanto è vero che molti autori realistici l'hanno utilizzata, riconoscendone implicitamente la validità. Non che questa vocazione di denuncia sia la sua ragione d'essere, ma non è neppure così lontana dalla sua origine storica come vorrebbe qualcuno.


GR — E' possibile che l'unico mezzo per parlare di diritti umani in fantascienza sia la distopia? Non credi che le potenzialità di raccontare storie che trattino di diritti umani siano più vaste?

FR — Già le frontiere fra generi hanno spesso poco senso, figuriamoci quelle tra sotto-generi. Non è che un autore si sieda al computer con l'intenzione di scrivere una distopia: però se fa una storia ambientata in un futuro più o meno prossimo nel quale la libertà è fortemente condizionata, ecco che ha scritto una distopia. Questa utopia rovesciata funziona come caso limite, un mondo in cui i diritti umani violati si estendono a tutta una società o all'umanità intera: siccome la fantascienza ha spesso una velleità cosmogonica, universalistica o comunque catartica nei confronti dell'intero pianeta, ecco che la distopia è uno sbocco quasi obbligato. Se invece decidiamo di circoscrivere il tema a un fatto singolo, magari per fargli acquistare un significato metaforico e universale, chiaramente non siamo più nell'anti-utopia; ma gli autori di fantascienza sono abituati a pensare in grande, sono millenaristici.

 

GR — La seconda edizione del Premio Omelas si è conclusa con dei risultati non proprio entusiasmanti. Se la partecipazione e la qualità media dei racconti pervenuti era nelle previsioni, l'aderenza al tema delle opere concorrenti ha parzialmente deluso le aspettative. Secondo la tua esperienza di autore quali potrebbero essere le cause di un simile risultato? La difficoltà intrinseca dell'argomento? Una scarsa sensibilità diffusa rispetto alle problematiche dei diritti umani?

FR — Penso che questo effetto sia dovuto in parte all'età media dello scrittore dilettante di fantascienza, in parte alla natura stessa del genere, in parte ancora al fatto che viviamo in Europa. Di solito i lettori più giovani, che compongono buona parte degli appassionati, preferiscono la fantascienza avventurosa e più disimpengata; anche i film di effetti speciali (quelli che di solito vengono etichettati "film di fantascienza") raramente vanno oltre una generica, asettica presa di posizione a favore di una libertà liberal, che non tiene cioè in considerazione i rapporti economici. Questo tema può rendere discretamente bene in un film o in una fiction televisiva, ma rivela tutta la sua inconsistenza nella letteratura. A questo dobbiamo aggiungere una tradizione tutt'altro che democratica della fantascienza anglosassone, mentre nei paesi d'oltre cortina il genere veniva utilizzato per le sue forti potenzialità metaforiche anche in funzione di critica sociale, contro la dittatura; in occidente invece gli autori più critici potevano dire apertamente le cose più scomode, quindi la metafora perdeva di interesse. Infine, per uno scrittore europeo parlare di diritti umani implica una scelta consapevole, mentre per un americano o un asiatico potrebbe essere un tema assolutamente naturale.


GR — Cosa potrebbe aiutare gli aspiranti scrittori ad affrontare il tema dei diritti umani in ambito fantascientifico?

FR — Può anche darsi che dopo alcune edizioni di un premio organizzato da Amnesty International i potenziali lettori comincino a porsi il problema; io penso però che manchino davvero i mezzi culturali per una riflessione sul tema. Innanzitutto: perché qualcuno a cui sta a cuore la questione dei diritti umani dovrebbe scrivere un racconto di fantascienza? Bisogna già trovare un appassionato del genere, interessato al tema dei diritti umani e in grado di scrivere una storia, perché se viene meno l'ultimo requisito ci troveremo tra le mani un racconto in tema ma brutto. E qui ritorno alla questione di prima: l'unica ragione valida per accostare SF e diritti dell'uomo sono le potenzialità dell'anti-utopia. Penso che la domanda dovrebbe essere questa: come si potrebbe portare il lettore di fantascienza a interessarsi della violazione dei diritti umani?

 

 

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