FRANCO RICCIARDIELLO

Archeologia

 

 

Santuario

 

Giungemmo al santuario che la luce diurna era già ammainata sulla campagna e la bruma di mezzo autunno rendeva l'oscurità terribile. Franziska, che aveva guidato sino allora, lasciò afflosciare l'hovermobile sul cuscino che si sgonfiò con un sospiro; nel piccolo parcheggio di ghiaia al termine della via carrabile, dopo un lungo percorso fra salici scheletrici, fossati per l'irrigazione e nebbia, c'erano già altre due vetture che Franziska riconobbe.

“Non fa particolarmente freddo” dovetti ammettere quando scendemmo, ma le misi il soprabito sulle spalle e presi la mia giacca.

“Lascia stare” disse allora fermandomi con una mano quando stavo per prendere le nostre valigie con il necessaire da viaggio “Al santuario c'è tutto ciò che ci occorre.”

Un viale di cipressi ci condusse attraverso un parco piatto, senza rilievi, dove per l'incuria la vegetazione spontanea stava prendendo il sopravvento; in fondo al viale il frontale della basilica era sobrio e a suo modo imponente.

“I tuoi amici hanno un certo gusto per l'orrido” dissi, alludendo alla riunione nel santuario sconsacrato. Avanzando verso il portale della chiesa, vedemmo la guglia della torre campanaria perforare la nebbia.

“È questo il secondo fascino della commutazione,” disse enigmatica Franziska piegando il capo per guardarmi attraverso le ciglia, “Per qualche giorno torneremo alla vita d'un tempo.”

Mi arrestai sul portone che Franziska aveva socchiuso. Si teneva il soprabito stretto alla gola con la mano e mi guardava interrogandomi. “Cosa significa?” dissi.

Franziska rise. “Niente energia elettrica, niente riscaldamento personalizzato, niente doccia a ultrasuoni né cuochi automatici.”

“Sei pazza” dissi quasi impallidendo “Dove mi hai portato?” Ma una mano dall'interno spalancò il portone della chiesa, impedendoci di continuare il discorso.

Una donna in abito blu accolse Franziska sorridendo, baciandola su entrambe le guance e anche sulle labbra. “Questo è mio marito Finn,” mi presentò lei. La sua amica si chiamava Lleida, aveva i capelli rossi e un viso tondo da ragazza; mi prese per mano per condurmi lungo la navata di sinistra della chiesa fino alla porta della sacrestia.

La basilica era buia e fredda, illuminata solo dalla luce di torce resinate che mordevano l'aria; l'odore d'incenso aromatizzato del braciere davanti all'altare mi diede nausea e mi rimandò ai primi anni dell'infanzia. Mi parve di sentire sotto i polpastrelli il freddo dell'acquasanta nel bacile di marmo. Non era forse quello lo scopo della commutazione?, mi dissi: riandare con la memoria a quegli anni cosí distanti nel  passato da risultare perduti all'esperienza.

“Per accedere alla sacrestia non si usa mai la navata centrale,” mi  spiegò Lleida, “perché è riservata a  chi si reca all'altare”. Dalla sacrestia spoglia si passava, tramite un disimpegno che sapeva d'umidità e legno vecchio, alla biblioteca dove ci attendevano gli amici di Franziska. Al posto degli antichi volumi manoscritti, sugli scaffali tutto intorno alle pareti stavano moderni libri dalle coste colorate, pacchi d'audiovisivi e una rastrelliera di pellicole magnetiche. Seduti intorno al tavolo di noce, due uomini e una donna stavano conversando, ma ci accolsero con sorrisi aperti e ognuno salutò Franziska come già era accaduto sulla porta della chiesa.

Liam, il marito di Lleida, aveva l'aspetto di un giovane dalle spalle larghe ed esibiva un paio d'occhiali cerchiati di metallo, autentica reliquia che mi rimandò agli anni della scuola, quando i ragazzi portavano maglioni di lana stile college e usavano creme contro l'acne. L'altro uomo, che si presentò come Tristram, dimostrava qualche anno di più per via dei capelli brizzolati alle tempie e dei solchi più profondi agli angoli della bocca, ma forse era dovuto a una cosciente lontananza dalle sale di lifting; aveva mani forti e callose e dita a spatola e indossava una giacca di lana ruvida. La donna era magra per i miei gusti ma aveva un viso squisito, occhi scintillanti e corti capelli biondi; portava il nome di una musa, Tersicore, ed era la moglie di Tristram. “Il nuovo marito di Franziska” disse senza muovere gli occhi, “È la prima volta che attendi a una commutazione insieme a lei?”

Mi strinsi nelle spalle, quindi annuii. Quello era il mio benvenuto nella cerchia degli amici intimi di mia moglie.

Franziska non volle togliersi il soprabito dalle spalle, ma continuò a conversare a braccia conserte alternativamente con Tristram e con Liam, appoggiando la schiena contro uno degli scaffali in modo che l'impermeabile lasciasse scoperta la corta gonna nera e le gambe; ripensando al suo discorso sulla vita d'un tempo, capii il perché delle calze di nylon.

Lleida rimase in piedi con me presso la porta del disimpegno, mentre Tersicore rivolgeva la sua attenzione alternativamente a noi e agli altri. “È tanto che conosci Franziska?” mi domandò Lleida.

“Meno di un anno” risposi.

“Dunque, un colpo di fulmine” Ridemmo entrambi. “Dove siete stati in luna di miele?”

“Antartide” risposi.

Dopo una quantità di domande simili, suo marito accese una lunga pipa di bambù per aspirare dalle narici; siccome mi dava fastidio il fumo, mi scusai con Lleida e uscii dalla biblioteca, ma dalla porta opposta a quella del disimpegno: mi ritrovai sotto i colonnati di un magnifico chiostro a pianta quadrata, una visione che non mi aspettavo e che mi mozzò il fiato.

Oltre gli archi a tutto tondo del  portico si aprivano le porte di varie cellette: al centro, attraverso la nebbia che infittiva, si rivelava il profilo di un pozzo circondato da aiuole di gramigna. Santi in cotto osservavano da ogni colonna con occhi d'argilla, e non un suono  oltre il brusio della biblioteca disturbava quel regno di bruma.

“Stupefacente, vero?” disse una voce di donna alle mie spalle. Era Tersicore, uscita a sua volta dalla biblioteca. “Non riesco a immaginare questo chiostro altrimenti che con la nebbia, forse perché non l'ho mai visto in estate.”

Mi avvicinai al muretto del portico, le mani nelle tasche dei calzoni, senza guardarla direttamente in viso. “Ci sei venuta spesso?” domandai per incrinare il silenzio.

“Dieci, dodici volte” borbottò.

“Anche...” chiesi senza riuscire a  proseguire.

“Anche l'ultima volta, è questo che volevi dire? Sì, tutti c'eravamo anche allora, tranne te.”

Mossi alcuni passi sui mattoni a spina di pesce del pavimento, maledicendomi per avere accettato l'invito di Franziska a una commutazione fra intimi, sapendo cosa era accaduto nel santuario sconsacrato. Ogni  cosa in quella situazione mi pareva  forzata, cervellotica e persino di cattivo gusto.

“Vuoi vedere il resto del santuario?” propose Tersicore avvicinandomisi alle spalle; la seguii lungo il colonnato mentre mi spiegava che le celle dei monaci erano divenute cubicoli per la commutazione. All'angolo opposto della biblioteca entrammo nel refettorio, col suo lungo tavolo di castagno. Mi spiegò che avremmo cucinato a turno in mancanza del cuoco automatico.

“Siete decisamente una bizzarra  compagnia” commentai ad alta voce, poi ripensai a quanto accaduto la volta precedente nel medesimo luogo e con le stesse persone. Non mi stupii che Franziska non avesse più partecipato a una commutazione da allora.

Mentre seguivo poi Tersicore verso la cappella del chiostro, non potei fare a meno di notare il suo passo elegante e la gonna attillata, e mi resi conto che indossava solo una blusa senza maniche. “Aspetta, avrai freddo” dissi sfilandomi la giacca e coprendole le spalle prima che potesse dire di no; la pelle delle sue braccia, bianchissima e quasi trasparente alla luce diffusa della nebbia, era fresca al tatto. Continuai a seguirla tenendole una mano sulle spalle, lusingato dal fatto che per stare con me fosse uscita all'aperto mezza vestita.

“Tutto è diverso qua” dissi senza comprendere le mie stesse parole, ma lei dovette capire perché annuì  a capo chino, poi si fermò all'ombra più fitta del portico per guardarmi in viso.

“Ti invidio” disse, e con te mio marito, e Liam e Valerio; vi invidio perché siete uomini e fate ciò che  volete.”

Non seppi trattenere un accesso di riso. “Ognuno fa ciò che gli è permesso,” replicai. “In fondo, ho l'impressione che sia sempre la donna a scegliere.”

“È un privilegio opinabile,” rispose, “e poi, ti pare giusto che nel XXI secolo noialtre non si abbia ancora raggiunto parità di diritti?”

“Non mi risulta proprio,” dissi sorridendo, convinto che fosse il solito pretesto per parlare d'uomini e donne, l'antico gioco del corteggiamento. “Parità di carriera, di opportunità, di diritti: tutto questo l'avete raggiunto. Cosa vi rimane?”

“La libertà di vivere fuori dalle libertà che avete inventato per noi,” disse quasi sottovoce.

Udimmo clamori dalla parte della sacrestia, e la luce sotto la porta si allargò; Lleida ci chiamò dalla soglia, e andammo incontro agli ultimi ospiti appena giunti. Lei era una donna che non saprei se definire troppo bella o non bella abbastanza: aveva qualcosa in viso che mi manteneva a distanza, capelli lunghi e dritti come fili di cotone e vestiva seguendo accuratamente la moda, vale a dire con un abito color pastello dritto e largo abbottonato su un lato. Si chiamava Valentina e suo marito Valerio aveva un volto tondo dall'aria forte, occhi chiarissimi e una barba folta ma ben curata, un soprabito dal taglio antiquato e il sottile marchio di una striscia Volkhan applicata di recente alla base del collo.

Tornammo in biblioteca, dove in breve l'aria divenne pesante per il fumo della pipa di Liam e per l'intrecciarsi di battute e accenni a circostanze che io non potevo conoscere. Franziska si intrattenne principalmente con Valentina e suo marito, mentre Tersicore sedeva davanti a me, i piedi appoggiati a uno scanno e un libro sulle ginocchia, leggendo e inserendosi di tanto in tanto nelle varie conversazioni. Mi parve di capire che fosse stato Valerio a insistere per ritrovarsi tutti a distanza di dieci anni dall'ultima, tragica commutazione, compresa Franziska che quella volta aveva perduto il marito; Tristram e Tersicore invece sembravano i più restii al nuovo incontro. Mi accorsi della presenza di una muraglia gelida dietro l'apparenza di calore della compagnia, e una volta di più mi dissi che avevo sbagliato nell'assecondare Franziska: avevo, in pratica, accettato di prestarmi al pericoloso gioco di scoprire l'assassino di suo marito.

* * *

L'aria nella biblioteca assunse presto lo stesso colore del chiostro, perché Tristram si uní a Liam nel fumare. Io sedetti sul davanzale interno della finestra socchiusa per respirare il fresco del portico e mantenermi sveglio, malgrado la promessa eccitante della commutazione. Franziska flirtò apertamente con Valerio, sfiorandogli il braccio con ogni pretesto, accomodandosi la molletta trovata chissà dove che le scostava i capelli su un lato, accavallando le gambe a beneficio del marito di Valentina la quale fingeva di non vedere o fingeva di fingere e rideva di cuore per chissà quale battuta di mia moglie.

Tersicore leggeva dondolando un ciondolo d'oro fra le dita. Aveva calze sintetiche velate come quelle di Franziska e un altro monile d'oro a girocollo che insieme ai capelli contrastava con il nero dei vestiti. Ogni tanto interrompeva la lettura per domandarmi le cose più disparate, se sapessi cucinare anch'io, con chi mi ritrovassi di solito per la commutazione, se avevo mai commutato in compagnia di Franziska, se mi piaceva il santuario e via dicendo. Quando fui ubriaco di nebbia infiltrata dalla finestra imprecai mentalmente contro mia moglie e le sue smorfie e lusinghe e cominciai anch'io a corteggiare Tersicore. Seppi cosi che aveva novant'anni meno di me ed era al terzo matrimonio, essendosi sposata le due prime volte con stranieri venuti dall'est che l'avevano lasciata senza un quattrino ma con settimane di pianto arretrato. Di mestiere faceva la redattrice di una rivista via cavo, ma come d'uso per queste cose si manteneva molto sul vago.

Io soprattutto ero interessato all'onda di marmo del collo e delle sue spalle, che la luce delle lampade ad alcool (non c'era elettricità al santuario) tingeva di zafferano, alla linea elegante delle calze sulle sue gambe, dalla caviglia all'orlo della gonna nerofumo. Non volevo conoscere i pensieri di Valerio seduto davanti a Franziska, ma quando si alzò annunciando che era l'ora adatta per la commutazione, mi riscossi dalla trance sentendomi avvampare in viso. Franziska tornò al mio fianco e ci dirigemmo per coppia verso i cubicoli lungo il portico del chiostro; furono Valerio e la moglie a indicare a ciascuno la propria celletta, a Franziska e me toccarono le due più vicine all'arco che dava sugli orti.

“Non fare il maiale” mi sussurrò Franziska mordendomi un orecchio, mentre si alzava in punta di piedi per salutarmi; le passai la mano sul fianco nella camicia di raso, sotto il soprabito, serrando per un attimo i denti dalla gelosia.

Quando entrai nel mio cubicolo, non sapevo ancora con chi commutare; c'erano l'onnipresente lettino pulito, lo specchio grande alla parete, la sedia per i vestiti e l'armadietto del pronto soccorso come in ogni cubicolo del mondo. La luce era data da una lampada che ardeva lentamente sul comodino, tingendo ogni cosa di tuorlo d'uovo. Controllai il termostato: 32 gradi, in aumento. Mi spogliai inspirando profondamente, sentendomi stanco per la giornata, e deposi i vestiti in buon ordine sulla sedia. Controllai allo specchio il mio aspetto per non che chi prendesse il mio posto avesse da spargere dicerie sulla mia pulizia personale, quindi spensi la  lampada e mi coricai sul letto oleodinamico, cercando a tentoni la corona flessibile dietro la testiera. Mi cinsi la fronte controllando gli elettrodi con i polpastrelli, quindi rilassai braccia e gambe distese, prestando ascolto all'orologio ipnotico della corona.

Mancavano meno di 10 minuti all'inizio della commutazione; come avrei dovuto prevedere, mi concentrai sulla figura del marito di Tersicore, Tristram: pensai ai suoi capelli brizzolati, alle linee del viso, alle mani grosse dalle unghie spezzate. Non fu necessario prendere un farmaco, perché dopo pochi minuti mi assopii: l'orologio sussurrava ancora 310 secondi alla commutazione.

Appena fui conscio di essere tornato in stato di veglia, udii l'orologio ipnotico indicare 10 minuti dall'inizio della commutazione. Riempii i polmoni d'aria e provai una serie di sensazioni nuove in ogni parte del corpo; mi tastai le mani l'una con l'altra: erano liscie e minute, purtroppo non ero entrato nel corpo di Tristram. Nel gioco di preferenze della commutazione, il desiderio di qualcun altro aveva conquistato la precedenza. Non riuscii a ricordare l'aspetto delle mani di Liam e Valerio. Prima di concentrarmi sui ricordi del corpo, mi diressi a tentoni nell'oscurità verso la sedia, lasciando la corona flessibile slacciata sul capezzale. Siccome tutti i cubicoli erano per comodità uguali, raggiunsi subito gli abiti del mio ospite, ripiegati in  buon ordine sulla sedia: al tatto mi parvero irriconoscibili. Chiusi gli occhi e accesi al minimo la lampada, mettendomi quindi davanti allo  specchio.

Era un momento delicato, perché non è sempre semplice accettare l'idea di se stessi nel corpo di un altro; ascoltai i messaggi del mio ospite, senza aprire gli occhi: un dolore sordo al ventre, il sangue pesante ai polpastrelli e sotto i denti, un sibilo nei timpani, l'impressione discreta di una striscia Volkhan sul collo, la sensazione dell'interno della scatola cranica, i nervi tesi alle spalle, il peso del corpo sulle caviglie. Mossi un dito dopo l'altro, sollevai i piedi sulle punte. Perfetto, il nuovo corpo mi piaceva. Non sentendo la barba al viso, giudicai fosse Liam.

Inspirando profondamente, aprii gli occhi sullo specchio. Per un solo attimo non credetti a ciò che vedevo, poi indietreggiai di un passo, inciampai e caddi sul letto; mi rialzai portando le mani al viso, senza riuscire ad aprire bocca. Avevo commutato con Tersicore.

 

Commutazione

 

Rimasi seduto sul bordo del lettino, sussurrando qualcosa con la mia voce irriconoscibile sul palato e nei timpani. Mi sfiorai le tempie, saggiai la consistenza dei capelli sotto le dita, seguii la curva dei seni senza avere il coraggio di toccarli.

Tersicore.

A mia memoria non era mai accaduta una commutazione fra sessi opposti.

Eppure ero in lei: io ero Finn, il marito di Franziska, con tutte le sensazioni e tutti i ricordi che mi rimanevano della lunghissima vita; ma c'erano anche le percezioni del corpo che mi ospitava: il profumo sottile e familiare della pelle, corretto da qualche essenza, l'odore della cella già sentito parecchi volte in commutazioni precedenti, il rumore di sottofondo che è diverso per ogni cervello. Tristram è mio marito, mi ritrovai a pensare, eppure ero Finn. Pensai alla mia casa, la casa di Tersicore: ecco la finestra concava da vanti al piano sagomato del tavolo da lavoro, con vista sulla città, ora la schiarisco con un tocco delle dita posso ricordare la posizione di ogni registrazione sulla scansia da parete, e il colore dei pavimenti ricoperti da un tappeto di striscioline  di seta. Eppure sono Finn, Franziska è mia moglie, Franziska con il suo soprabito foderato e la striscia Volkhan ben rimarginata sul collo; sono agente teatrale e sto organizzando “Il diavolo e il buon Dio” di Sartre. Ma ecco davanti ai miei occhi chiusi il volto di Tristram, beffardo, accigliato, antipatico, accondiscendente, annoiato, importante.

Ritrovai il coraggio di alzarmi davanti allo specchio; passai un dito sul viso di Tersicore, le lentiggini appena dipinte sugli zigomi, il naso piccolo, le labbra chiare, i capelli corti e dolci, la striscia Volkhan invisibile alla base del collo. Raccolsi dalla spalliera della sedia la sua blusa quasi impalpabile e la indossai, compiaciuto della sua impressione sulla pelle nuda del torso e del ventre. Ancora mi sembrava incredibile: mai avevo saputo che fosse possibile commutare fra sessi opposti; ci si sceglie l'uno con l'altro, ma avevo sempre dato per certo che non fosse fattibile neppure lo scambio diretto fra due corpi; bisogna essere almeno in tre coppie perché la commutazione  non avviene in linea diretta, e da quattro coppie in su il numero è perfetto.

Dunque, in che corpo era commutata Tersicore? Forse tutta l'armonia del gruppo era risultata devastata.

Tutto era certamente dovuto all'invidia di Tersicore per il sesso opposto. Mi tornò in mente la sua affermazione: “Siete uomini e fate ciò che volete.” Aveva trovato il modo di provare l'ebbrezza del corpo d'un uomo dal di dentro; il suo desiderio di commutare con me  aveva vinto le naturali barriere del  gioco.

Bussarono alla porta; gridai d'entrare e di fronte allo sguardo divertito di Valerio ricordai che ero ancora svestito dalla vita in giù. Svestita.

Infilai con maldestria la gonna di Tersicore, quindi uscii sotto il porticato dove si trovavano già tutti gli altri, ma avevo dimenticato le calze di nylon ed ebbi freddo. “Finn sta male,” mi disse Lleida (o almeno il suo corpo), e realizzai che Tersicore doveva avere commutato direttamente nel mio corpo; cercai di avvicinarmi al suo cubicolo per parlarle, ma Franziska ci allontanò tutti a  mani tese: “Non è nulla,” disse “l'ebbrezza del momento. “Non toglietegli il respiro.”

Rimasi nel chiostro con gli altri, insicuro sulle scarpe col tacco, frastornato dal ronzio di fondo e dagli odori nuovi e sconosciuti, ancora incredulo per l'avventura che stavo vivendo.

“Sono molto stanca,” disse Valentina tirandosi indietro i capelli sulla fronte. Tutti annuirono, imbarazzati come ogni volta dalla situazione e forse ansiosi di scoprire il partner, sebbene le regole non scritte della commutazione stabiliscano il segreto sulle identità.

Mi ritrovai faccia a faccia con Tristram, mio marito (questo pensiero mi fece quasi ridere). Lui allargò le braccia con le labbra atteggiate a un sorriso, un gesto che non sembrava abituale per quel viso che aveva le linee della bocca rivolte al contrario. “Siamo rimasti soli,” notò. Lo seguii oltre il refettorio, dov'era la nostra stanza e dove trovammo, sospesi ad alcuni centimetri da terra sul loro campo repulsivo, gli scarsi bagagli di Tristram e Tersicore, perché al santuario c'era teoricamente tutto ciò che occorreva. Un intero angolo della camera era occupato da tele e telai di Tristram, che si dilettava a dipingere e trovava sempre stimolante il connubio fra la propria esperienza e la sensibilità delle essenze di coloro che lo penetravano.

“Ci sarà da divertirsi,” commentò Tristram osservando i colori e i pennelli appoggiati su una sedia. Io mi  sorpresi a osservarmi allo specchio, ancora incredulo di essere nel corpo di Tersicore; scoprii un piccolo neo alla base del collo, appena sotto l'orlo di pizzo della blusa, e la linea sottile d'una cicatrice fra l'anulare e il medio della mano sinistra.

Malgrado ciò che avevo pensato sino a pochi minuti prima, mi trovai a riflettere sull'opportunità che mi vedevo offerta di vivere un'esperienza completamente aliena. Nel corpo di una donna... Avrei potuto penetrare nell'universo dell'intimità di mia moglie e delle sue amiche senza che sospettassero nulla; l'idea cominciava a solleticarmi.

Tristram, che si era voltato ad osservarmi, mi venne dietro e mi cinse la vita, alitandomi sul collo il suo fiato di fumo rancido. “Fai bene ad ammirare questo corpo,” sussurrò all'altezza del mio orecchio, calando subito una mano per sollevarmi la gonna e carezzare la coscia nuda. “Ho sempre desiderato di possedere Tersicore e questa è l'occasione che attendevo, chiunque tu sia.”

Con un moto di repulsione mi liberai dalle sue braccia, riassettandomi la blusa sulle spalle: non per il pensiero delle mani di Tristram su di me, ma per la constatazione che le ghiandole di Tersicore stavano reagendo secondo natura a quello stimolo, come mi indicava il pulsare della striscia Volkhan.

“Che ti prende?” borbottò a metà fra frustrato e confuso. Io mi sentiv le orecchie rosse dalla vergogna. Provai a immaginarmi di ricambiare i suoi approcci, di giacere con lui sul letto: in fondo, lo scopo non dichiarato della commutazione è quello; ma non mi riuscí, anzi ne fui improvvisamente disgustato. Evidentemente il sistema endocrino di Tersicore trovava nella mia mente un impedimento.

“Non è nulla,” risposi cercando di sorridere. “Effetto della commutazione, scusami” e cosí dicendo defilai dalla porta della camera, attraversai a lunghi passi il refettorio buio e mi diressi verso la cappella del chiostro, stringendomi nelle braccia per il freddo e riflettendo se non sarebbe stato meglio andare a prendere le calze di Tersicore nel cubicolo.

“È accaduto qualcosa di spiacevole?” mi fermò una voce che l'orecchio di Tersicore riconobbe per quella di mia moglie; era seduta a un banco nel buio della chiesetta, ma sapevo che nel suo corpo doveva essere l'essenza di un'altra. Mi strinsi nelle spalle fingendo di essere calmo. Calma.

“Come sta Finn?” dissi, illuminato da un'idea stuzzicante: l'occasione di parlare a tu per tu con l'essenza di Tersicore nel mio corpo.

Franziska fece un gesto vago. “Sai come vanno queste cose,” replicò “Sta dormendo, ora: è molto scioccato”. Mi sedetti accanto a lei nell'oscurità fredda della cappella, cercando di distinguere una qualche forma familiare nei vaghi chiarori intorno all'altare. Franziska mi sorrise dall'anonimato della penombra. “Una confidenza,” disse a mezza voce “Sono davvero pentita di essermi prestata a questo assurdo esperimento di Valerio.” Ridemmo insieme, forse irresponsabilmente perché fra noi c'era un assassino, quindi seguí un lungo minuto di silenzio; la osservai con la coda dell'occhio: portava ancora le calze velate indossate da mia moglie prima della commutazione.

“Pensi che potrei parlare con Finn?” dissi infine, cercando di dare un tono di poca importanza alle mie parole.

“Perché?” domandò in risposta Franziska “Non ora, comunque.”

Annuii. Dopo un altro minuto tornai nel chiostro, ma la nebbia era più fitta e quasi gelida; non sapendo dove andare, feci ritorno alla stanza dove Tristram sedeva nel buio completo. Rimase a osservarmi in silenzio quando entrai.

Sedetti con naturalezza di fronte a lui, accavallando le gambe per mettermi a mio agio, ma sotto il suo sguardo inequivocabile rimpiansi ancora una volta di non aver infilato le calze.

“Ci sono regole che non puoi cambiare” disse serio; io evitai di rispondere fissandomi le mani intrecciate sul ginocchio. Si alzò e accendendo la lampada ad alcool mi girò le spalle: “Non solo le regole del gioco, ma soprattutto quelle della vita,” proseguí. Riconoscendo la frustrazione dietro il suo tono, non risposi ancora. Sentii allora la sua mano sulla spalla, poi giù attraverso lo scollo della blusa a prendermi il seno come per riconoscerne le dimensioni. Cercai nei ricordi di Tersicore un'analoga situazione, ma subito fui assalito da una ridda di ricordi: il sistema endocrino del mio corpo mi stava tradendo, sentivo vibrazioni ai lombi e caldo al viso; feci per alzarmi, ma Tristram mi costrinse a sedere con la pressione di una mano sulla spalla e continuò a girarmi intorno.

“Credo di sapere quello che vuoi” disse.

“Ti sbagli, tu non sai nulla” gli risposi, percependo al contempo tutta la fragilità del corpo che mi ospitava. Ma al pensiero di coricarmi sul letto con lui la mia mente aveva il sopravvento e mi serrava lo stomaco.

“Vieni qua” disse secco. Contro voglia, mi alzai cercando di non dare l'impressione di obbedirgli subito. Mi prese fra le braccia, la sua bocca sulla mia, e sentii che mi sollevava la gonna da dietro per accarezzare ciò che credeva di Tersicore  o per lo meno di un'altra donna.

Mi divincolai, strinse più forte.  “Fermo, idiota!” esclamai liberandomi la bocca.

Sbatté le palpebre qualche volta, quindi vidi chiaramente il rossore affluirgli al viso. Con tutto il peso del proprio corpo mi scaraventò sul letto e mi tenne ferme le braccia sul cuscino stringendomi i polsi con le sue mani. Provai a inarcare la schiena, ma mi gravava addosso con tutte le sue forze; sentii per ciò che ero molto più debole di quanto mi dicesse il cervello, e mi vennero alla mente dalla memoria di Tersicore altre analoghe situazioni di umiliazione e impotenza, e persino un ricordo sepolto nella mia propria memoria, ma tanti lustri prima da non sospettarne più l'esistenza. Soprattutto al pensiero di quest'ultimo, una mortificazione imposta a una ragazza, arrossii di vergogna, cosa che Tristram su di me interpretò male.

“È questo che cercavi, lo sapevo,” disse con gli occhi lucidi e la voce tremante di eccitazione. All'improvviso sputai sul suo viso ripugnante  a un palmo dal mio, per pentirmi quasi subito. Chiuse appena gli occhi, quindi si ripulí contro la camicia di fibra artificiale; senza dire nulla, mi tenne stretti i polsi uniti sopra la testa, sul cuscino, mentre con l'altra mano mi frugava in vita per sciogliere la fusciacca nera che sosteneva la gonna.

Io ricambiavo con aria di sfida il suo sguardo, cercando di divincolarmi senza realizzare quanto il corpo di Tersicore fosse più debole del suo. Sempre senza una parola, mi legò con la fusciacca i polsi alla testiera d'ottone del letto, quindi afferrò a due mani lo scollo del pizzo della blusa e lo allargò sulle spalle, liberandomi i seni nudi.

A quel punto si fermò, dandomi l'opportunità di rendermi conto della situazione in cui mi aveva costretta, comprensione tanto intensa che mi diedi dello stolto per aver continuato a provocarlo come se non fossi stato chiuso nel corpo di una donna. Rimasi perciò a labbra dischiuse ad attendere una sua iniziativa; con un'espressione soddisfatta sul volto, si abbassò appena i calzoni e sollevandomi la gonna sui fianchi senza nemmeno sfilarla mi penetrò con un impeto che mi mozzò il fiato.

 

Umiliazione

 

L'alba sorse rosea di brina oltre le croci del camposanto, sul retro del santuario assediato su ogni lato dalla galaverna. Rimasi seduto sull'ultimo banco della cappella buia, con una coperta sulle spalle e il freddo della pietra che mi strisciava su dalle gambe, finché i vetri della chiesetta non si tinsero dei loro propri colori nella luce del mattino. Decisi allora di non farmi trovare là; desiderando fare due passi da sola nel parco per smaltire l'umiliazione, attraversai in punta di piedi il portico del chiostro per non che qualcuno mi udisse ed entrai nella basilica attraverso la sacrestia.

Stavo per passare davanti all'altare quando una voce fra le colonne  mi fece trasalire: “No!”. Mi bloccai guardandomi alle spalle: Franziska uscí dall'oscurità del transetto e mi venne incontro. “Non la navata centrale” mi ricordò, “Cosa ti è capitato?” aggiunse poi notando la mia aria sfatta e la coperta sulle spalle. Preferii non rispondere, ma Franziska (o chi era in lei) doveva avere una certa esperienza di situazioni del genere, perché scosse la testa con comprensione. “Notte brava, eh? Certo che son tutti leoni quando sono nel corpo di un altro e montano sua moglie.”

Il pensiero di essere tanto debole da aver bisogno di essere consolata, oltre a quello di non avere potuto oppormi a Tristram neppure volendo, mi depresse. “Su, coraggio,” disse ancora Franziska raddolcendo il tono della voce e avvicinandosi per accarezzarmi i capelli ritti e freddi sulla nuca. “Sono tutti uguali. Qua, fa vedere... non è nulla, stanotte ti è andata male, ma oggi scegli un altro e vedrai che dimenticherai ogni cosa; è questo il  bello della commutazione: ti offre la possibilità di farteli tutti con la scusa che ognuno di loro potrebbe essere tuo marito.”

Non sapevo cosa rispondere; cercai nella memoria di Tersicore qualcosa di appropriato, ma subito Franziska proseguì, senza smettere di carezzarmi la nuca: “In fondo, in un certo senso ti è andata bene; Finn ha cercato per tutta notte, ma non è riuscito neppure a scaldarsi. Ora si è addormentato in un bagno di sudore.”

Ridemmo insieme, ma provai compassione e comprensione per Tersicore nel mio corpo, poi seppi dai suoi ricordi che anche suo marito aveva il più delle volte seri problemi di mancanza d'eccitazione. Era quello un inconveniente molto diffuso nella nostra società rarefatta e ipocomunicativa; persino il precedente marito di Franziska, Hannibal, ne aveva sofferto: mia moglie lo raccontava con il sottile piacere di rivelare un suo intimo segreto, quasi che neppure la morte violenta di Hannibal al termine dell'ultima commutazione in quello stesso santuario sconsacrato le avesse imposto un minimo di rispetto.

“Colte in fallo” disse flemmatica una voce maschile fra le colonne; Franziska trasalí e si scostò d'un balzo, come una bambina sorpresa a qualcosa di proibito.

Si avvicinò Valerio, dalla parte dell'entrata della basilica, con in mano un lungo ramoscello sfrondato di salice; ci salutò affabile. “Il mattino è l'ora ideale per chi ama camminare” disse, e le sue parole accesero un ricordo di Tersicore: una sua commutazione precedente nel corpo di Valentina, Valerio che ritornava dal parco al mattino presto e la trovava davanti allo specchio; seguiva il ricordo confuso di un'incursione sul letto a olio.

“Vado a fare colazione” mormorò Franziska a capo chino, come ignorando volutamente Valerio, che dal canto suo non la degnò della minima attenzione. Mi resi conto in quel momento che l'odore d'incenso aromatizzato della chiesa dava meno fastidio all'olfatto di Tersicore che al mio.

“In mattinate come questa è meraviglioso passeggiare all'aria aperta,” disse Valerio divorandomi con gli occhi mentre Franziska si allontanava; lo guardai flettere fra i pollici la verga sottile di salice. “Vieni con me a fare colazione,” continuò avvicinandosi di un passo senza smettere il suo sorriso patinato.

Ci siamo, pensai ancora memore della brutta esperienza con Tristram: ecco già qualcuno che vuole approfittare della commutazione con la complicità dell'anonimato, e poi ricordai quante volte ne avevo approfittato anch'io. “Vuoi dire che hai già esaminato le potenzialità della nuova coppia?” lo canzonai, sapendo che lui avrebbe compreso che non alludevo alle finalità sociali per cui la commutazione era stata regolamentata per legge, bensí alla sua carica di trasgressione sessuale. Mi accorsi dal suo respiro che si era irrigidito e approfittandone, con le gambe molli per il timore di una reazione come quella di Tristram ma al tempo stesso eccitata per l'affronto che gli stavo portando, mi volsi insicura sui tacchi e me ne andai attraverso la porta della sacrestia.

Quando giunsi al refettorio, Valentina stava già preparando la colazione davanti a un elettrodomestico degno di un  museo; domandai a Franziska, seduta al tavolo, dove fosse Finn. “Un  momento fa era nella sua stanza,” disse, “dormiva ancora; o almeno fingeva” aggiunse.

Liam, il terzo presente nel refettorio, rise di complicità alle sue parole: “La nostra  ninfetta ha passato la notte in bianco, a pregare col braciere dell'incenso sotto il naso” commentò sarcastico, e l'essenza che era in Franziska dovette trovare divertente la sua battuta perché gli fece eco. Io, che non avevo sospettato in quale considerazione mia moglie fosse tenuta fra i suoi amici, arrossii di collera, poi di gelosia quando Liam pose una mano sul ginocchio nudo di Franziska per mormorarle a voce bassa, ma non abbastanza perché non udissi, che se aveva bisogno di rifarsi non facesse complimenti. Quindi si voltò verso di me e senza che Franziska vedesse mi strizzò l'occhio, esaminandomi rapidamente da capo a piedi. Non lo degnai che di una semplice, fredda occhiata, poi aiutai Valentina che schiumava di rabbia a servire in tavola il latte di soia e frutta in scodella a boccia con lunghe cannucce.

Sopraggiunse Valerio che mi fulminò con lo sguardo e ispezionò la stanza con fare indifferente. “Dove sono gli altri?” domandò.

“Finn è in camera sua a smaltire l'ebbrezza di avere sposato Franziska,” ironizzò Liam.

“Invece tua moglie è imboscata  da qualche parte con Tristram,” lo ridicolizzò Valentina, facendolo tra salire per la sorpresa ma riuscendo nell'intento di zittirlo.

Soddisfatto e compiaciuto, disposi di buona lena le scodelle intorno al tavolo, di fronte alle tavolette pressate già preparate da Valentina. Il mattino fuori dalle inferriate delle finestre era nitido di sole autunnale, ma una bruma da effetti speciali levitava qualche centimetro sopra la campagna nuda.

Mi ritrovai a confrontare due ricordi, il mio con quello di Tersicore; del resto, era la finalità più nobile della commutazione: confronto e recupero della memoria corrotta dagli anni, dai secoli per qualcuno, quasi un'archeologia interiore.

Un motociclo mi portava lungo una strada di campagna, protetto da capo a piedi da una muta termica contro il vento gelido dell'inverno, semiassopito dalla monotona guida del pilota automatico, finché con un sibilo di sconforto il motore ad aria compressa si spegneva mandando il veicolo a fermarsi a lato della carreggiabile; e io che non mi intendo minimamente di meccanica rimanevo semiassiderato ad attendere il passaggio di un'altra vettura, costretto mio malgrado ad osservare l'incedere del mattino sui campi.

Io, Tersicore, pedalavo in piena estate per una strada pianeggiante che mi pareva di ricordare in Scandinavia, vestita leggera e sovrappensiero, finché con una breve discesa la carreggiata non penetrava in una depressione naturale a lato di un ruscello. Azionavo i freni all'improvviso perché la strada sembrava immergersi fra i flutti di un mare di nebbia, sorto dalla terra per via dell'umidità; la bicicletta si arrestava, e osservavo divertita ma indispettita la bruma che mi saliva le  caviglie.

Finn dovrebbe uscire da quella stanza,” brontolò Valerio mentre, seduti sull'erba del chiostro dove la brina era evaporata al sole del mezzodì, ascoltavamo Valentina suonare il suo liuto a onde. Chiunque fosse l'essenza nel suo corpo, se la cavava bene con l'esperienza e l'abilità delle dita.

Liam sedeva accigliato accanto a Lleida, che era ricomparsa con i capelli umidi dicendo che era stata a passeggio; Tristram aveva cercato di avvicinarmi ma non l'avevo degnato di una parola e se ne stava sospeso sui gomiti e sulle natiche, la testa rovesciata al sole, ad ascoltare la musica come se avesse previsto la mia reazione. Ci eravamo tutti messi più comodi, io indossavo un paio di calzoncini e una felpa e mi godevo il timido sole accanto a Franziska.

“Cosa fa sempre chiuso là dentro?” continuò Valerio malgrado non avesse ottenuto risposta.

“Sta male,” spiegò Franziska senza rivolgersi a nessuno in particolare; “si è fatto un'iniezione, dormirà fino all'ora di pranzo.”

“Non ho mai visto una simile reazione alla commutazione,” insisté Valerio.

“Sei sicura di non averlo esaurito?” insinuò Tristram con un sorriso idiota.

“Non è neppure riuscito a montarla,” gli rispose aspro Liam, ancora indispettito per la scomparsa di sua moglie, “Questa volta è rimasto a bocca asciutta, in tutti i sensi.”

Qualcuno rise, io toccai la mano di Franziska per segnalarle di non prendersela. Dopo vari minuti in cui Valentina continuò a suonare a occhi chiusi, troppo presa dalla musica che le fioriva tra le dita per prestare ascolto alle nostre voci, mi alzai per passeggiare sotto i portici, quindi trassi coraggio dall'aria frizzante e, protetto dalle colonne che stagliavano ombre dai contorni nitidi sul pavimento del chiostro, bussai alla porta della camera di Finn e Franziska, nell'angolo opposto a quello in cui si trovavano gli altri.

Entrai. Il mio corpo era disteso sul letto, le spalle e il capo leggermente sollevati, in un odore di stantio e in una penombra da convento. “Come stai?” sussurrai; quando volse il capo verso di me mi avvicinai, scorgendo i suoi occhi cerchiati di rosso. Era la prima volta che vedevo il mio corpo dalla commutazione, la sera precedente: provai la classica vertigine da sdoppiamento di identità.

Recuperai subito e gli sorrisi, sedendomi sul letto accanto a lui. “Come sta il mio corpo?” domandai. Lui sbarrò gli occhi, quindi con uno scatto mi abbracciò nascondendomi il capo sul seno. “Cosa ho fatto, Finn...” singhiozzò, dandomi conferma di essere effettivamente l'essenza di Tersicore. “Io non volevo veramente...”

“Non so cosa sia accaduto,” scherzai per tirarla su di morale, “Volevo commutare con tuo marito ed eccomi nel tuo corpo.”

Rise ancora singhiozzando e si asciugò le guance, poi trattenemmo il fiato tenendoci le mani. “Non rivelarlo a nessuno, ti prego” mi supplicò con la mia voce "Me ne starò qua buona fino al termine, e giuro che non penserò mai più che è meglio vivere da uomo.”

Io invece cominciavo a pensarlo. “Coraggio, non preoccuparti” la consolai. “Però ora devi uscire. Ti  aspettano, c'è il sole.”

“Dopo, magari,” rispose, “a pranzo”.

Avrei voluto accarezzarla per rincuorarla, ma era il mio corpo. Ancora, la vertigine mi avvinghiò la bocca dello stomaco. La salutai e uscii all'aria fresca del chiostro, notando che mi aspettavano tutti sulla porta del refettorio.

 

Omicidio

 

Evitando di tornare nella camera con Tristram, dopo pranzo uscii a passeggiare in quelli che un tempo dovevano essere stati gli orti; erano ridotti a fazzoletti di terra bordati di pietre tonde, invasi dalla gramigna e destinati a scomparire nel giro di pochi anni. Incuriosito dal campanile, decisi di esaminarlo da vicino per vedere se possedesse un'entrata anche dall'esterno della basilica.

Con il sole alto del primo pomeriggio la bruma si era volatilizzata. Presi il sentiero lungo pochi metri, appena visibile fra le erbacce, che mi portò sul monticello di terra alla base del campanile, e cominciai a girarvi intorno. Ero sovrappensiero quando qualcosa cadde accanto a me, proveniente dall'alto; mi chinai a raccoglierlo: era un fazzoletto rosso. Guardai in su schermandomi gli occhi e vidi una mano che si agitava da una finestra; “La scala è dall'altra parte” urlò Franziska sporgendosi. Seguii la sua indicazione e spinsi con tutte le mie forze la porta di legno che si apriva nel muro. Mi ritrovai in una stanzetta circolare da cui si poteva accedere al corridoio della sacrestia oppure salire la scala a chiocciola del campanile.

Franziska mi attendeva in cima, sotto la grossa campana di ghisa montata sulla propria macchina a oscillazione. Lassù, ad almeno venticinque metri dal suolo, il vento si  faceva sentire: mia moglie, la moglie di Finn, si teneva stretto il bavero della giacca con la mano e socchiudeva gli occhi, ma sorrise con simpatia quando la raggiunsi.

“Questo è il punto più bello,” disse mostrandomi la cupola della basilica e la campagna con un gesto del capo; io mi accucciai dietro il muro stringendomi nelle braccia perché l'aria s'insinuava sotto la felpa.

“È bello,” ammisi.

“Come procedono le sedute di archeologia?” mi domandò. Sul momento non compresi, poi sorrisi stringendomi elle spalle.

“Niente di particolare. Sai, per me è diverso...” mi bloccai: stavo per dire che non mi era di utilità personale, ma questo avrebbe significato rivelare la mia identità. Per fortuna non mi chiese spiegazioni.

“Nel salire,” disse invece Franziska “sono passata dalla chiesa. C'erano Tristram e Valerio nascosti in una cappella: non mi hanno vista, ma mi sono fermato ad origliare. Dicevano che secondo loro Finn è stato commutato dall'essenza di Tristram, e che è lui l'assassino di Hannibal.”

Rabbrividii, non solo per il vento. Fra l'emozione e le continue tensioni del gruppo, mi ero scordato che fra i sette miei compagni di commutazione era nascosto colui (o colei) che aveva ucciso il marito di mia moglie. “Valerio sembra intenzionato a scoprire chi è,” proseguí Franziska, “è convinto di riuscire dove ha fallito la polizia.”

“Non hanno usato le cronocamere?” domandai.

“Per questo tipo di delitto non è prevista l'indagine temporale,” rispose “Almeno, questo è quanto ci hanno detto gli investigatori; immagino che sia questione di costi.”

Aveva ragione, lo sapevo bene. In un passato mai abbastanza remoto alla mia memoria e a quella dell'intero Paese, avevo avuto modo d'usare più di uno di quegli ordigni in diverse occasioni che in seguito io stesso avrei giudicato immorali.

“Ma come possono affermare,” dissi, “che è l'essenza di Tristram nel corpo di Finn?”

“Per come si sta comportando. È risaputo che Tristram era... era poco virile, al contrario di Finn.”

Dopo qualche minuto Franziska venne a sedersi accanto a me e mi offrí una pallina di lattice da masticare. “Sai che ti dico, Tersicore?” sussurrò in tono di confidenza, “Franziska se li sceglie proprio strani, i mariti. Hannibal era un pittore inconscio ed è morto di morte violenta, Finn ha dei trascorsi poco chiari al tempo che sappiamo, e prima di tutti quell'altro che non ricordo come si chiamasse, costruiva animali a moto perpetuo e si suicidò aprendosi un buco nel palato col condotto della posta pneumatica.”

Ero subito arrossito violentemente al suo accenno su di me. Come aveva potuto Franziska, mi domandai impallidendo immediatamente dopo, sapere certe cose del mio passato? Doveva aver svolto indagini per suo conto: quella di violare l'intimità altrui era una sua passione.

“Tante cose sono successe a quel  tempo...” borbottai.

“Quale tempo?” domandò Franziska sovrappensiero.

“La polizia politica,” spiegai con un gesto vago della mano. “Tanti sono rimasti coinvolti.”

Annuí pensierosa “Comunque, questa di Franziska è una vera mania.”

Rimasi con lei oltre un'ora, quindi cominciai ad avere freddo sul serio; scesi, uscendo attraverso il corridoio della sacrestia e poi in chiesa; mi accertai che non fosse presente nessuno, restando in silenzio per alcuni minuti, e passai davanti all'altare sputando nel braciere dell'incenso.

Salii la scaletta in legno del pulpito a baldacchino e vi sedetti, osservando con curiosità tutte le figure scolpite nel suo bordo interno. Udii aprirsi la porta della chiesa e trattenni il fiato, acquattandomi curiosa oltre il bordo del pulpito. Due passi diversi avanzarono lungo la navata centrale, quella che credevo interdetta a chiunque; socchiusi lo sportello di legno e distinsi Liam e Valentina per mano, che si appartavano nell'ala del transetto opposta alla sacrestia.

Mi sporsi badando a non far cigolare il legno e vidi Liam appoggiato contro la balaustra dall'altarino; Valentina gli si avvinghiò, poi si sciolse e gli si inginocchiò davanti. A questo punto richiusi lo sportello  e mi morsi le labbra per non ridere; solo quando vidi che erano nel bel mezzo della marea dei sensi sgattaiolai fuori dal pulpito in punta di piedi e tornai verso il chiostro.

Sembravano tutti scomparsi, forse come lucertole si erano dileguati per cercare i posti più soleggiati. Intanto, mi rendevo conto che stavo cominciando a prenderci gusto nel corpo di Tersicore, se non altro per il modo in cui stavo vicino a Franziska (sebbene l'essenza non fosse quella di mia moglie). Solo, la sua allusione al mio passato aveva suscitato un sentimento indefinibile e risvegliato ricordi che avrei preferito lasciare sopiti.

Mentre rimuginavo queste riflessioni, entrai sovrappensiero nella mia stanza; Tristram, che dipingeva in piedi davanti al cavalletto, alzò gli occhi dalla tela e stava per dire qualcosa con il suo sorriso ebete, ma presi la mia roba, la roba di Tersicore, e uscii sbattendo la porta, ignorandolo.

Mi corse dietro e nel refettorio mi fermò per un braccio. “Dove vai?” ringhiò aprendo appena le labbra ,“Non fare la stronza.”

Cercai di rispondergli con lo sguardo, ma non mi lasciò andare; ero decisa tuttavia a non farmi cogliere impreparata come la notte precedente.

In quel mentre giunse Valerio a interromperci, spalancando la porta che dava sul chiostro. “Scusate,” disse sarcastico, “ho interrotto una riconciliazione coniugale.” Ma invece di andarsene si appostò ai fornelli.

Tristram mi tallonava; “Vieni di là,” mi sussurrò in un orecchio, ma lo ignorai e Valerio lo distrasse parlando d'altro, intenzionalmente. Dopo qualche minuto, Tristram se ne tornò infuriato in camera. Subito ne approfittai per sgattaiolare via: non ci tenevo a restare sola con Valerio.

C'era qualcosa, nel suo comporta mento, che mi convinse che l'essenza di Tristram avesse commutato in lui e il suo interesse per me fosse soprattutto morbosa gelosia per il corpo di sua moglie, o addirittura desiderio di possederlo attraverso i sensi di un altro uomo (visti anche i suoi problemi sessuali).

Tornai alla torre campanaria, chiamando Franziska con le mani a coppa intorno alla bocca. Quando scese, le chiesi se poteva ospitarmi nella sua stanza perché non volevo più dormire con Tristram.

Ne fu entusiasta. La mia intenzione era soprattutto di stare vicino a Finn, ma prima che potessi intervenire in questo senso Franziska l'aveva già convinto a trasferirsi da Tristram. “Tanto” mi confidò ,con lui non avrei combinato niente.” Ridemmo insieme, ma provai una fitta di pena per l'essenza di Tersicore.

Consumammo la cena frugale preparata da Valerio in momenti diversi: Finn mangiò in camera, io e Franziska sedute sul muretto del portico con una coperta di lana sulle gambe, gli altri nel refettorio (ma qualcuno non mangiò neppure, credo). Mi divertii molto con Franziska, che inconsapevolmente mi stava aiutando a far conoscenza con quel mio corpo così alieno. Le confidai quanto avevo ricavato dalle mie riflessioni, che cioè Tristram fosse nel corpo di Valerio, ma negò perché secondo lei era nel corpo di Finn. Questa era anche l'opinione degli altri, e giudicai opportuno non dar loro alcun indizio. Tuttavia, il problema dell'autore dell'omicidio di Hannibal mi rodeva dentro; possibile che chi era commutato nel suo corpo non avesse trovato la verità fra i suoi ricordi? Oppure era un complice?

“Come pensi che si possa giungere a uccidere qualcuno che altrimenti vivrebbe ancora per interi secoli?” le domandai. “Sarei piuttosto convinta che la nostra educazione, le opportunità che ci inventiamo, il rispetto innato per la vita ci impediscano anche solo di pensare a un'azione del genere.”

Rise alla mia ingenuità, facendomi arrossire di disappunto. “Guarda che il nostro individuo non ha minimamente i tuoi scrupoli: gli bastano il movente e l'opportunità, perché il coraggio lo trova da sé.”

“Sí, ma il movente?” insistei poco convinto.

“So per certo dai ricordi di Franziska che Hannibal era gelosissimo, e ciò significa probabilmente che lei gliene dava motivo. Sebbene negli ultimi tempi prima... Insomma, lui si era stancato di Franziska ma lei aveva giurato di rendergli la vita difficile.”

Più tardi, quando Valentina si mise a suonare l'organo nella basilica e tutti noialtri ci disponemmo ad ascoltarla, Franziska si assopì sdraiata su una panca, raggomitolata nella coperta e con il capo appoggiato sulle mie gambe. La musica riempì assordante le navate, compresa quella centrale dove pareva che avessimo il diritto di stare solo quando eravamo tutti presenti.

Portato alla speculazione dalla linea melodica dell'organo, decisi di ricostruire dai ricordi di Tersicore la meccanica dell'omicidio. Era avvenuto, questo già lo sapevo, al termine di una commutazione contraria, quando ognuno era nel proprio cubicolo per rifamiliarizzarsi con il corpo appena riottenuto. Tersicore, che si trovava nella medesima celletta in cui mi ero risvegliato io nel suo corpo, aveva appena trascorso il fine settimana come essenza nelle spoglie di Valentina; quando era uscita dal cubicolo, aveva trovato il chiostro in subbuglio ed era corsa con gli altri verso la celletta di Hannibal (che con Franziska occupava allora le due cellette più vicine alla biblioteca, con la parete di fondo adiacente alla camera da letto di Valerio e Valentina). Il marito di mia moglie giaceva, nudo e scomposto, ancora sul lettino, la cinghia di elettrodi intorno al capo; un colpo inferto con la massiccia lampada ad alcool gli aveva sfondato l'osso parietale del cranio, ammaccando alcuni elementi della cinghia flessibile. Probabilmente era accaduto mentre ancora dormiva.

L'inchiesta di polizia aveva approdato a un nulla di fatto e il caso era stato archiviato. Potenzialmente, ognuno dei sette poteva essere l'omicida (sebbene non riuscissi a immaginare un movente davvero valido in un mondo in cui non potevano esistere moventi economici). Pensai che ero il meno adatto ad investigare, data la mia ignoranza della vita in comune della compagnia prima di quel giorno; possedevo solo i ricordi di Tersicore, appannati dal trauma e dagli anni, in base ai quali mi sentivo di affermare che il colpevole non era lei. Tersicore era quasi certa che, durante quella lontana commutazione, l'essenza nel corpo di Valerio fosse Liam.

Il ritorno alla coscienza dopo una commutazione avviene quasi simultaneamente, per cui non capivo come qualcuno avesse potuto trovare il tempo di uscire dal proprio cubicolo, recarsi in quello di Hannibal e tornare nel proprio prima che chiunque altro lo sorprendesse.

La sera, ognuno sembrava affaticato dalla giornata; ci ritirammo tutti nelle proprie camere, tranne Tristram che rimase a sbollire il livore in refettorio; la stanza mia e di Franziska era accanto alla biblioteca, all'ombra lunare del campanile. Ci distendemmo sui letti dopo esserci preparate per la notte, la seconda dalla commutazione, e prendemmo a parlare. Furono quelli i momenti più piacevoli della mia permanenza al santuario: il trovarmi nel corpo di Tersicore senza che la mia amica lo sospettasse e il parlare con il corpo di mia moglie, mi dava sensazioni altrimenti insospettate.

Franziska si muoveva con naturalezza, portava i capelli sciolti su una spalla e giaceva distesa su un fianco; io sedevo sul letto, oscillando i piedi oltre il materasso alto, e ridevo a ogni sua battuta, sentendo pulsare timidamente il collo, la lampada mandava una bella luce bianca che non alterava i colori naturali. A un certo punto le domandai se la memoria di Franziska ricordasse qualcosa di particolare sulle circostanze della morte di Hannibal.

Annuí pensierosa. “Vuoi sapere se è lei l'assassino?” disse sorprendendomi; non seppi cosa rispondere. “Tranquillizzati, penso di poterlo escludere.” Involontariamente, trassi un sospiro di sollievo. Sovrappensiero, cominciai a frugare fra gli indumenti di Tersicore nella grossa borsa di stoffa floscia che avevo gettato in terra a fianco del letto. Per caso mi capitò fra le mani un libro accuratamente rilegato in tela, che riconobbi per quello che Tersicore leggeva la sera precedente, una foto di Tersicore nella piazza d'una città che non riconobbi, e lessi:

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

questa morte che ci accompagna

dal mattino alla sera,

insonne  sorda, come un vecchio rimorso

o un vizio assurdo. I tuoi occhi

saranno una vana parola,

un grido taciuto, un silenzio.

Era Pavese, lo sapevo; più avanti lessi:

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Sarà come smettere un vizio,

come vedere nello specchio

riemergere un viso morto,

come ascoltare un labbro chiuso.

“Pensi ancora a ieri notte?” disse Franziska interrompendomi senza volerlo, sedendosi sul mio letto.

Mi accorsi di essere rimasta in silenzio per alcuni minuti. Non sapendo cosa rispondere, mi strinsi nelle spalle e le sorrisi cordiale. “Non è nulla, grazie” dissi “Sono solo distratta.”

Ridemmo insieme, abbracciandoci; il libro mi cadde in terra chiudendosi. Senza darci troppo caso, Franziska mi aveva appoggiato la mano sul ginocchio della gamba ripiegato sul letto; mi baciò affettuosamente su entrambe le guance, poi mi ritrovai senza accorgermene con le labbra quasi a contatto delle sue. Fu un attimo, in cui capii la ricerca d'intimità, la confidenza che mi dava e prendeva, la facilità con cui mi aveva accettata come compagna di stanza; la striscia Volkhan pulsava piacevolmente dal limbo in cui mi sentivo avvolta. Il sangue batteva all'interno degli orecchi, un ronzio ovattato mi isolava il cervello dal mondo esterno... E non riuscivo a staccare gli occhi dagli occhi di Franziska, non trovavo il coraggio di umettarmi le labbra, non riuscivo a tacitare la palpitazione nel collo... e in quel momento la porta si spalancò e trasalimmo entrambe. Guardai solo con la coda dell'occhio e vidi Tristram sulla soglia, gelido e terribile. Vidi che Franziska invece ricambiava il suo sguardo, benché  si fosse imporporata immediatamente. “Cosa fai qui?” disse gelida.

Anche se Tristram si era preparato qualcosa da dire, si confuse e balbettò, si irritò con se stesso, avanzò di qualche passo dandomi della puttana e ritirò precipitosamente sbattendo la porta.

La striscia sul collo non mi mandava più alcun messaggio.

“Ecco fatto” mormorò ancora Franziska “Ora l'atmosfera comincerà a scaldarsi.” E poi, venendomi più vicina ma senza toccarmi: “Scusami, Tersicore,” sussurrò, “mi sono lasciata prendere... il sangue nel collo...”

È meglio mettersi a dormire,” replicai alzandomi per sbarrare la porta che era rimasta socchiusa per il colpo ricevuto; onde d'aria pungente fluttuavano nella camera.

 

Cospirazione

 

Uscii nel chiostro con la corta mantella foderata di Tersicore, le guance arrossate per il caldo, richiudendomi alle spalle la porta della camera da letto senza far rumore per non svegliare Franziska. Allora udii il suono d'organo della chiesa, e tenendomi chiuse con le mani le falde della mantella attraversai il corridoio della sacrestia. Di fronte all'altare vidi Valentina di spalle, le mani sospese sulla tastiera dell'organo a canne. La musica circumnavigava le colonne del la cattedrale, quasi tracciandone visibilmente il perimetro.

La luce del mattino iniziava allora a insinuarsi dalle vetrate intorno al cornicione interno della cupola. Rientrai in sacrestia, cercai la scala a chiocciola e la percorsi, non senza un certo affanno, al buio di sordidi muri macchiati di salnitro. Uscii sul ballatoio della cupola, protetto da una bassa balaustrata, e guardai di sotto con precauzione perché Tersicore soffriva di vertigini. L'organo era situato più in basso (non compresi da dove vi si accedesse), Valentina assorta suonava ondeggiando il capo con ostentazione, forse a occhi chiusi come per il liuto nel chiostro.

Aggrappandomi saldamente con la schiena contro la parete, mi rilassai cercando di dedicare un po' di tempo a me stesso. Era quello il mio secondo mattino al santuario e già mi sembrava di vivere nel corpo di Tersicore da tempo. Mi stavo abituando ai suoi sottili messaggi: il profumo della pelle, il suono vibrante delle ossa, la sensibilità delle mani, il ronzio negli orecchi, il sottofondo sempre presente dei suoi ricordi ai quali potevo attingere in qualsiasi momento. Lasciando che la sua memoria venisse a galla, ad esempio, seppi che non aveva mai commutato con Franziska, per cui non potevo ottenere su mia moglie informazioni dirette.

Improvvisamente Valentina smise di suonare e rimase a fissare lo spartito come ipnotizzata. Guardai di sotto e vidi Franziska accanto all'altare, voltata verso di noi; le feci un cenno e ridiscesi la scala a chiocciola, ritrovandomi a pensare che nel corpo di mia moglie doveva essere l'essenza di Lleida: Tersicore sapeva che la moglie di Liam aveva preferenze omosessuali. Al pensiero della notte precedente, la striscia Volkhan mi ricordò languidamente la propria esistenza, cosa che m'infastidí perché la mia educazione maschile provava repulsione per quell'approccio. Tuttavia salutai cordialmente Franziska e ci recammo insieme, dopo aver atteso Valentina, al refettorio per la colazione.

Con la mente volta alla poesia sul libro di Tersicore, e riflettendo sul fatto che la sua memoria aveva riconosciuto Lleida nel corpo di mia moglie, mi apprestai a preparare la colazione per tutti. Per fortuna il mio corpo ospite aveva una certa esperienza ai fornelli a gas, acquisita proprio durante le commutazioni al santuario, e conosceva oltretutto i gusti di ognuno.

Appena noi tre eravamo entrate nel refettorio, Tristram, Valerio e Liam avevano smesso di confabulare fra loro per scambiarsi sguardi complici. Portai la colazione a Lleida seduta sul muretto del pozzo e intenta a disegnare il chiostro. “Stanno ancora complottando, quelli là?” mi domandò accennando al refettorio.

“Ma di che parlano?” le chiesi.

“Di Finn,” fu la risposta: “si lamentano del fatto che sia rimasto in camera fino dalla commutazione.”

Provai una profonda pena per Tersicore, per ciò che doveva soffrire nel mio corpo alieno e perché evidentemente non si era adattata al pari di me.

“Sai che ti dico?” mi confessò Lleida posando blocco da disegno e carboncino e curvandosi verso di me: “Comincio a essere stanca di questa commutazione.”

Fingendo sorpresa, le chiesi il perché; rispose che aveva scoperto di essersi presa una bidonata: aveva saputo che nel corpo di Liam c'era l'essenza di suo marito. Risi fra me e me, ma se ne accorse e mi fece eco. “Non dirlo a Valerio,” aggiunse, “Potrebbe aversene molto a male.”

Non compresi se si riferisse all'essenza o al corpo del suo vero marito.

Mi riaccompagnò al refettorio; gli uomini erano già usciti, Franziska e Valentina avevano facce da patibolo.

“Non rimane che la commutazione contraria,” commentò mia moglie quando entrammo.

“Perché?” domandai.

Loro due scambiarono uno sguardo ansioso, quindi Franziska rispose: “Valentina ha udito Tristram e Valerio dire che nel corpo di Finn c'è l'essenza di Tristram.”

Lleida si strinse nelle spalle. “E allora?”

Valentina spiegò: “Hanno anche detto che è stato Tristram a... a uccidere Hannibal”

Trattenemmo tutte il fiato. “Questa è un'accusa pesante” dissi con un filo di voce “E con che movente?”

“La gelosia,” spiegò Valentina quasi pallida: “la storia di Hannibal e Tersicore... sapete.”

M'imporporai all'improvviso, non attendendomi quella rivelazione. Ma era stato soprattutto il corpo di Tersicore a reagire: perché era vero, mi vennero in mente diverse occasioni in cui il primo marito di Franziska era stato, nudo, in piedi avanti a me o disteso a fianco, e le sue mani… Fui scossa da un brivido e mi resi conto che tutte si erano accorte della mia reazione.

“Pensate che dovremmo fare qualcosa?” domandò Lleida forse per sdrammatizzare. Nessuna le rispose.

Rimasi in silenzio sino alla fine  della colazione, quindi uscii per tornare in camera mia. Ma nel chiostro mi attendeva una sorpresa di pessimo gusto: appeso con un chiodo di ferro al muro esterno del refettorio c'era un quadro dipinto con uno stile che Tersicore riconobbe per quello di suo marito. Raffigurava me, Tersicore, di spalle e completamente nuda tranne per un asciugamano o uno straccio stretto al seno, con il viso voltato verso chi guardava; dietro si intravedeva una stanza in mezza luce con una donna seduta sul letto, sempre nuda, che aveva i capelli neri sciolti di Franziska. Mi indignai immediatamente, sentendomi oltraggiata, poi mi venne quasi da piangere nel rendermi conto che quel gesto di Tristram aveva il sapore di una seconda violenza.

Rientrai in camera a cambiarmi per poi sdraiarmi con una stuoia di fibra d'amianto sul muretto del portico, a godere del sole autunnale che aveva disperso l'oceano di nebbia. Non riuscii a concentrarmi sul libro di poesie di Tersicore, su cui lei stessa aveva aggiunto a margine con la sua, la mia calligrafia alcuni versi. Ora che le parole di Valentina avevano stimolato la memoria di Tersicore, i suoi ricordi mi aggredivano con la forza delle reminiscenze ritrovate. Era per la precisione il significato sociale della commutazione: il raggiungimento di una migliore conoscenza reciproca, il recupero dei ricordi collettivi che la durata stessa delle nostre vite prolungate seppellisce negli angoli della mente. Ma, benché tentassi di ignorare quei ricordi personali, la loro immediatezza mi spingeva alla curiosità. Fu il momento più imbarazzante della mia esperienza nel corpo di una donna.

E ricordai.

Tristram era in Indonesia per lavoro, io mi ero presa una vacanza nella laguna dell'alto Adriatico, una piattaforma paludosa di recente ceduta dal mare; avevo affittato una cascina per stare sola un certo tempo e fermare su carta le poesie che in quel tempo mi prendevano tanto, sentendomi ispirata da quella terra al confine fra i regni d'acqua, d'aria e di terra. Era l'inizio della primavera, la stagione in cui l'erba delle lingue di terra e degli argini è fitta e lavata dalla pioggia. Io avevo una scorta di vassoi autoriscaldanti, ma né registrazioni né olovisione: era uno splendido isolamento di passeggiate pomeridiane, di sere nella penombra della casa, su un'autentica sedia a dondolo; un periodo di maglioni di lana, pantaloni di fustagno e foulard al collo, di vento nei capelli e negli occhi e di versi buttati giù su un quaderno o sulle prime pagine bianche d'un libro, al riparo di una duna di sabbia che sino a pochi anni prima si era probabilmente trovata sotto il livello dell'acqua. Dopo un mese, avevo riempito metà quaderno di poesie scritte in bella calligrafia in stesura definitiva; dopo un mese, Hannibal scoprí il mio rifugio e giunse con una hovermobile caricata d'una barca a motore a fondo piatto: mi disse di avere litigato con Franziska, mi giurò definitivamente, e mi chiese di mettermi con lui senza pensare a mio marito.

Sconvolse il mio eremitaggio impedendomi di terminare il quaderno, privandomi dell'intimità con la sua presenza nella mia camera da letto, distruggendo il piacere della solitudine con il suo continuo chiacchierare. Avevo sempre visto Hannibal volentieri perché Tristram era spesso sbrigativo ed essenziale dove lui era premuroso se non proprio pieno di riguardi: ma quando venne a infrangere il mio eremo mi opposi con l'indifferenza. Se ne accorse e reagí con rabbia, accusandomi di essere cambiata, di essere egoista e fredda, di essere in procinto di diventare frigida. Come reazione a se stesso, perse addirittura l'eccitazione a causa dell'insicurezza; a letto prendeva a tremare diventando rosso, sudava e mi dava dell'indifferente, ma erano più le volte che mi voltava le spalle come sotto il peso della propria spina dorsale, i capelli incollati sulla nuca per il sudore, che quelle che riusciva a starmi sopra. Dopo qualche giorno presi libri e quaderni e me ne andai; a casa scoprii sul tavolo del soggiorno un biglietto aereo di andata e ritorno, già utilizzato da Tristram, per Venezia. Il mio cascinale era solo a una quarantina di chilometri verso il mare, e sapevo che mio marito non aveva fatto quel viaggio per lavoro: che avesse seguito Hannibal?

Mi ero assopita senza accorgermi sul muretto del chiostro; fu un lieve rumore innaturale a farmi riaprire gli occhi: a distanza di un passo c'era Tristram che subito si ricompose dal suo fare minaccioso. Mi rimisi a sedere d'impulso, cercando di svegliarmi del tutto con le orecchie che mi ronzavano e il sapore cattivo del sonno sul palato. Abbozzai un sorriso, ma lui era estremamente serio. “Sei una puttana” disse semplicemente, e io m'irrigidii.

“Vattene,” risposi, ma prese a girarmi intorno grattandosi nervosamente le mani; allora mi accorsi che, appoggiato a una colonna del portico, c'era anche Valerio con le mani cacciate in tasca. “Te la spassi davvero nel corpo di Tersicore, eh?” insisté Tristram “Ora non ti resta che scoparti il tuo stesso corpo.”

Avvampai di sdegno, sentendomi persino le lacrime agli occhi. Saltai giù dal muretto avvoltolando nervosamente la stuoia. “Sparite, tutti e due,” dissi senza comprendere realmente cosa intendessero: la verità era che Tristram aveva confidato a Valerio e agli altri di avermi sorpresa nel letto di Franziska, tanto che pensavano l'essenza nel corpo di Tersicore fosse Lleida, sempre a causa delle sue note preferenze.

Senza più degnarli di uno sguardo ritornai verso la camera di Franziska; non udii i loro passi dietro di me ma per orgoglio rifiutai di voltarmi a controllare. Quando però svoltai l'angolo davanti alla porta della biblioteca, udii uno schiocco secco rimbombare contro i mattoni del portico e mi girai di scatto, incollerita, convinta di trovarmi di fronte il mio marito biologico.

Invece rimasi impietrita, assolutamente incapace a fare altro che tremare come un roditore sotto gli occhi di un serpente. Davanti a me, sospesa a poco più di un metro dal pavimento del chiostro, si era materializzata una cronocamera con il tipico colpo secco dovuto, come ben sapevo per averne io stesso usate, a una cattiva regolazione. Dopo un secondo scomparve cosí come era apparsa.

E io rimasi, sconvolta e intimorita, a pensare a quante altre volte ciò che stavamo facendo e dicendo veniva registrato senza che ce ne accorgessimo, e soprattutto a cosa sarebbe accaduto perché la polizia giudicasse indispensabile inviare cronocamere a investigare nel loro passato, il nostro presente.

 

Impostura

 

La notte si tinse di cobalto molto lentamente dietro i vetri soffiati della camera da letto di Lleida, posta fra il refettorio e  la cappella. Ci eravamo procurate liquori e vassoi di cibo, siccome quella sera era toccato a me cucinare: Lleida e Franziska mi avevano aiutata a preparare tutto molto in fretta, lasciando i vassoi termici sul tavolo del refettorio e andandocene prima che sopraggiungessero Valentina e gli uomini.

Sedemmo molto comode sui letti, abbandonando i vassoi vuoti sul  tappeto e stappando le bottiglie a pressione. Senza farmi scorgere io lanciavo sguardi apprensivi alle finestre, temendo di veder materializzarsi dal nulla una cronocamera. Forse gli altri ospiti del santuario non conoscevano bene gli ordigni che la polizia impiegava, ma a me erano tristemente  noti per i miei trascorsi in quel periodo che Franziska aveva grossolanamente definito 'della polizia politica'

“Sei preoccupata, Tersicore?” mi  domandò Lleida scuotendomi con delicatezza una spalla. Ritornai con l'attenzione alla stanza ben riscaldata, dove avevamo sprangato la porta e abbassato la luce a metà per creare un'impressione intima.

Mi strinsi nelle spalle, sorridendo.

“Preoccupata come tutti” specificai

Lleida annuí gravemente, distogliendo lo sguardo. “C'è un assassino fra di noi” disse perché non dimenticassimo cosa stava accadendo al santuario, e aggiunse: “non avremo fatto male a ritrovarci qua, senza protezione?”

“Il nuovo marito di Franziska aveva a che fare con la polizia, in 'quel' tempo” rivelò allora Franziska: “Chissà che non sia qui per qualcosa più che la commutazione...”

Sentendomi chiamato in causa avvampai, e allora mi avvidi che la striscia  Volkhan era divenuta tiepida senza che me ne accorgessi. Tuttavia non intervenni; sia perché non potevo rivelare cosa sapevo di Finn (di me stesso!), sia perché, me ne resi conto in quel momento, cominciavo a  provarci davvero gusto a vivere nel corpo di Tersicore.

Mi lasciai dunque andare alla deriva nell'atmosfera intima della serata, cullata dalla musica accattivante della tavoletta a batteria di Lleida, che con le sue sonorità antiche aveva il potere di ricreare l'atmosfera dei tempi in cui il santuario era popolato da cordoni e sandali; mi lasciai cullare dal chiacchierio di Franziska e Lleida, dalle gambe  nude di mia moglie sotto il corto vestito da sera e dalla larga gonna bianca della sua amica dai capelli rossi, ancorato alla realtà dalle pulsazioni gentili della striscia Volkhan e dalla gradita confidenza della mano di Franziska sul mio ginocchio nudo. Forse era il fascino intrigante dell'alcool a sedurci.

Parlammo di tante cose: di noi, del tempo andato, degli uomini (da qualche parte dentro di me si conservava a fatica la consapevolezza che anch'io ero un uomo). Passammo una serata davvero piacevole fino a che Valentina non venne a schiantare la nostra sicurezza battendo la porta.

“Aprite subito!” la udimmo strillare istericamente. Ci guardammo preoccupate, quindi Lleida si alzò e sfilò il paletto di legno. Valentina rimase sulla soglia, vestita di tutto punto, respirando affannosamente e tendendo il braccio dietro di sé: “Dovete venire, presto!” spiegò concitata, “stanno inseguendo Finn per fargli del male.”

Scattammo tutte in piedi. “Ma chi?” esclamai.

“Tutti e tre” rispose quasi mettendosi a piangere.

Corremmo fuori sgomente, senza neppure pensare di ripararci dal freddo; si udivano grida lontane, ma non riuscivo a capire da dove provenissero. “Di là... nel cimitero” balbettò Valentina, e mi accorsi che il corpo di Tersicore ricordava la strada.

Corremmo tutte senza consultarci oltre la porta della cappella dei monaci, nel viottolo di ghiaia sotto la luna piena; Valentina ci seguiva di presso, ma si capiva che aveva paura.

I campi sul retro del santuario erano ricoperti da un pioppeto, un tempo proprietà di un'industria cartaria e ora in abbandono; il sentiero di ghiaia dei monaci girava intorno al muro della cappelletta, attraversava un ponticello su una roggia asciutta che un tempo aveva mosso le pale d'un mulino poco oltre, e in fine conduceva attraverso pochi campi gelati al cimitero, a ridosso della basilica e limitato da un muretto di cinta in pietre e malta.

Sul ponte della roggia Franziska, che portava scarpe col tacco, incespicò e prese una storta; si accasciò gemendo proprio mentre udivamo voci maschili dalla parte della chiesa. “Tersicore!” mi chiamò Franziska, e tornai da lei; Valentina l'aveva già raggiunta e la aiutava a reggersi. Osservai la caviglia, la tastai coi polpastrelli; Franziska s'irrigidì per un attimo.

“Non è nulla” dissi.

“Fermali” mi rispose “Valentina verrà con te.”

Ripresi a correre, aiutata dalla luminosità del cielo; Lleida era già fra le prime croci e stava gridando qualcosa. Corsi più forte che potevo senza sentire il freddo, con il respiro e il passo di Valentina appena dietro di me. Pensavo a Finn, al mio corpo, braccato come un animale, e mi maledicevo per non avere fatto qualcosa prima che accadesse l'irreparabile. Avevo pensato solo a divertirmi nel corpo di Tersicore, a sfruttare quell'occasione che forse non si sarebbe mai più presentata in vita mia... e avevo combinato un guaio davvero grosso.

Quasi investii Lleida e Liam sotto il muro della basilica; la cupola era un emisfero di rame ossidato sotto la luna. “Dov'è Finn?” esclamai. Seguimmo Liam verso il muro di cinta, fra le vecchie croci di cemento e ferro arrugginito, oltre le trappole distese dei gradini delle tombe.

Vedemmo tre figure sul muretto di malta: Finn procedeva curvo, barcollando, vestito solo di una camicia esaltata dalla luna; altre due figure lo seguivano contro il cobalto dell'orizzonte. Ci arrestammo a una recinzione coperta di ruggine, e tutti e quattro unimmo le nostre voci per urlare insieme “Finn!”.

Ci udí, si fermò per volgersi... vide gli inseguitori dietro di lui, barcollò, perse l'equilibrio e cadde dal muro.

Liam scavalcò la ringhiera di ferro rugginoso che ci fermava, Lleida tentò di imitarlo ma s'impigliò l'orlo della lunga gonna, perse l'equilibrio e cadde su un fianco con un sospiro. Aggirai di corsa l'ostacolo, vedendo il fiato condensarsi nella notte. Liam correva avanti a me, Valentina mi seguiva; udii la voce di Franziska, più lontana, vidi Tristram e Valerio curvi sul muro, là dove Finn era caduto, e compresi che era finito al di là. I due ci udirono arrivare e balzarono giù dalla nostra parte.

“Dal mulino” disse Tristram con gli occhi sbarrati, “passiamo dal mulino”.

Lo seguimmo senza fare domande; sentivo il cuore scoppiarmi in seno, Tersicore non era abituata a prove fisiche prolungate. Giunsi buona ultima sull'orlo del lago prosciugato che correva lungo il perimetro esterno del muretto, e che nel punto da cui Finn era caduto raggiungeva la profondità di parecchi metri; Valentina era ferma sul ciglio della depressione, coperto di foglie secche e rami spezzati. Vedevo i tre uomini sul fondo, fra gli arbusti. “Cosa gli è successo?” gridai.

Ci raggiunse Lleida con la gonna a brandelli, poi persino Franziska claudicante; la luce lunare era bianca e imparziale sui tronchi delle betulle, sulle distese di foglie morte, sugli uomini curvi in fondo alla depressione. Mi precipitai giù dalla china e quasi rovinai loro addosso, tanto che mi graffiai le gambe e le ginocchia e dovettero frenare la mia corsa. Finn, il mio corpo, era in terra su un tratto di terra nuda, il collo piegato a una angolazione innaturale.

Era morto. Ero morto. Ero condannato a restare nel corpo di Tersicore per sempre.

* * *

Credettero di risolvere ogni cosa in modo molto semplice. L'essenza nel corpo di Valerio rivelò a noi tutti di essere Finn, e dichiarò che si sarebbe adattato a vivere da allora in poi nel corpo di Tristram. Solo io sapevo la verità; ma io, terrorizzato, non dissi  nulla: mi limitai a ripensare agli atroci errori commessi e al fatto che avrei dovuto subito inficiare la commutazione, appena accortomi di essere nel corpo di Tersicore.

Valentina singhiozzò tutto il tempo in cui sedemmo nel refettorio per le spiegazioni; dedussi che era l'essenza di mia moglie e che piangeva per la perdita del mio corpo.

“Come avete potuto fare una cosa del genere?” domandò secca Lleida. “Non era nostra intenzione, naturalmente” si schermí Tristram quasi spaurito. Io sentivo di odiarlo ancor più della prima sera in cui mi aveva presa con la forza. E stavo male, sentivo lo stomaco rivoltarmisi dentro con ondate di succhi gastrici e brividi alle spalle e alle gambe; Franziska si era accorta del mio turbamento e mi stava vicina per consolarci a vicenda, la caviglia fasciata stretta.

“Volevamo solo che confessasse,”  precisò Valerio con un tono di voce ancora non domato. “Facendo i calcoli, nel corpo di Finn, nel mio corpo, poteva esserci solo l'essenza di Tristram, e tutti ora sappiamo che era lui l'assassino di Hannibal: anche Liam, qui presente nel corpo di Tristram, può testimoniarlo.”

Tristram annuí gravemente: “Sí, la mia impressione è questa,” disse in un soffio. E io avevo paura: perché non era vero che nel mio corpo era scomparsa l'essenza di Tristram, come ben sapevo. Quindi  l'assassino stava efficacemente complottando per far ricadere sul morto la responsabilità dell'omicidio del primo marito di Franziska, mentre in realtà erano due i delitti da attribuire a lui stesso. L'assassino di Hannibal e Finn era ancora in circolazione, era fra di noi.

“Avete agito senza consultarci,” accusò Franziska con gli occhi rossi.

Valerio si strinse nelle spalle: “Volevamo che vi facesse da solo la sua confessione, poi lo avremmo consegnato alla polizia.”

La polizia; ricordai la cronocamera: evidentemente non avrebbero creduto alle nostre spiegazioni, anzi avrebbero seguito il metodo investigativo più sofisticato e dispendioso. Valerio e compagni non avevano potuto prevedere tutto. A meno che... le nostre vicissitudini al santuario non fossero ancora terminate.

Concentrai le mie riflessioni su Valerio: la vera essenza di Tristram non poteva essere che lui. Aveva dichiarato di essere disposto a vivere da quel momento in poi nel corpo di Tristram, l'unico libero per la commutazione contraria: nel suo stesso corpo, ma lo sapevo solo io!

Dopodiché si accordarono per la versione da dare alla polizia, e allora Lleida usci per predisporre i cubicoli alla commutazione contraria. “È inutile che restiamo qui,” disse Valerio, “andiamo in chiesa, Valentina ci suonerà qualcosa mentre Lleida prepara il circuito.”

La navata centrale era più buia che mai nella notte fonda. La nostra incredibile avventura stava per terminare: di lí a poco la commutazione contraria avrebbe avuto ragione delle paure dell'ultimo minuto, ognuno sarebbe ritornato nel proprio corpo.

Salvo me. La mia essenza, essendo intrappolata senza destinazione, sarebbe rimasta nel corpo di Tersicore per sempre. E Tristram, che pretendeva d'essere l'essenza di Finn, poteva con ogni probabilità scegliere se rimanere coniuge di Franziska o di Tersicore legalmente (mi pareva che ci fosse qualche precedente in proposito): ma Franziska lo avrebbe prima o poi smascherato, mentre la sua vera moglie poteva essere consciamente imbrogliata e credere di essere stata scelta per davvero dal corpo di Tristram e l'essenza di Finn.

A quel punto mi mancava solo il movente per l'omicidio di Hannibal, dopo di che mi sarei impadronito di tutto il quadro. Valentina suonava distrattamente, adombrata dal pensiero del mio corpo che in quel momento giaceva, freddo e scomposto, in uno dei cubicoli vuoti: certamente pensava che la mia essenza avrebbe scelto di rimanere con lei, l'essenza di Franziska, non sapendo che in realtà ero intrappolato nel corpo di Tersicore.

Tristram e Franziska sedevano nel primo banco della navata, noialtri più indietro. Io mi ero procurato un foglio di carta e una matita e sedevo sotto una torcia, lambiccandomi il cervello. Dunque, Tristram aveva ucciso il corpo di Finn per scaricare su di lui la colpa del precedente omicidio: ma egli sapeva benissimo che non era la sua essenza in quel corpo! Doveva però aver calcolato a chi appartenesse, qualunque fosse stato il risultato cui era giunto.

Disegnai sul foglio di carta il diagramma della commutazione, cosí come credevano gli altri:

 

 [diagramma]

 

Ovviamente l'essenza di Tristram non poteva credere a un simile flusso. Tracciai dunque quello che io sapevo essere il reale:

 

[diagramma]

 

Si scostava di poco da quello errato: per questo era stato facile confondere le carte a chi non sapeva del gioco anomalo fra Tersicore e me. Ma Tristram, per forza di cose, DOVEVA sapere che nel mio corpo era racchiusa l'essenza di Tersicore, perché per giungere all'idea di eliminarlo, scaricando la propria colpa, doveva sapere perfettamente che la vera essenza di Finn non si sarebbe rivelata per smascherarlo. Riflettei: Tristram era ora mio marito, avrebbe potuto controllarmi a modo suo. Mio marito era l'assassino di Hannibal e Tersicore, io l'unica testimone.

Valerio si voltò indietro, le braccia conserte e il volto teso nel chiarore truce delle torce; Valentina mancò un tasto dell'organo e steccò vistosamente, ma continuò come se nulla fosse accaduto. Franziska se ne accorse e mi lanciò uno sguardo significativo dal banco alla mia sinistra dove era seduta.

Tornai a concentrarmi, ma un refolo di vento dal portone alle nostre spalle mosse la fiamma della torcia più vicina facendo scendere fino a me un odore pregnante e aromatico: la memoria di Tersicore ricordò che era la qualità di resina preferita da Hannibal.

Un groppo mi chiuse la gola al pensiero di non poter più rientrare nel mio corpo; mi sentii rossa in viso, quindi una nuova determinazione mi sorprese a metà: dovevo scoprire l'assassino. In quel mentre un attacco andante di Valentina, che io sapevo essere l'essenza di mia moglie Franziska con i riflessi delle dita dell'ospite, mi diede la carica.

Tristram era l'assassino di Tersicore, questo mi pareva di poterlo affermare senza timore di sbagliarmi: era l'unico a trovare vantaggio nell'affermare d'essere la mia essenza. Presumibilmente, era pure l'assassino di Hannibal, perché questo secondo, efferato delitto aveva come movente la copertura del primo.

Tuttavia, c'erano troppi particolari forzati. Perché l'essenza di Liam nel suo corpo non si era accorta dei ricordi dell'omicida? Perché Tristram avrebbe dovuto essere interessato alla morte del marito di Franziska? Purtroppo la mia scarsa conoscenza del gruppo mi era d'impaccio; cercai qualcosa in proposito nei ricordi di Tersicore ma mi scontrai con un vuoto non meglio definito. C'era la forte gelosia di mio marito perché Hannibal era stato mio amante per lungo tempo e con una sfrontatezza irritante, ma a questo proposito la mia memoria acquisita era evasiva.

Hannibal era amante di Tersicore, Tristram di Franziska... Il movente doveva essere celato in questi intrecci, ma perché l'assassino era Tristram e non, al contrario, Hannibal? La soluzione doveva trovarsi nel loro carattere. Il marito di Franziska era geloso, irascibile, impulsivo, aggressivo, forse a causa della propria virilità inaffidabile; evidentemente Tristram si era sentito minacciato e aveva preferito liberarsi di lui nel modo più definitivo e atroce: togliendo il diritto alla vita a chi avrebbe potuto ancora goderne per secoli.

Accavallando le gambe mi accorsi che si erano raffreddate e rabbrividii nel sentire accapponarsi la pelle; in quel momento Lleida si sedette accanto a me, io mi girai su un fianco per non dar nell'occhio con i miei schemi.

Tristram aveva ben chiaro l'esatto flusso della commutazione: sapeva che era stata l'essenza di Tersicore a scomparire nel corpo di Finn, sapeva che nel suo corpo c'ero io e che dunque mi avrebbe avuto in suo potere. Lacrime di eccitazione  mi inumidirono gli occhi: sentii di essere vicino a qualcosa d'importante. Dunque, io conoscevo il reale  flusso: ma questo perché ne avevo  fatto esperienza sulla mia pelle, tanto è vero che prima di allora non avrei mai sospettato che fosse possibile commutare fra sessi diversi, né uno scambio incrociato fra due persone. Come poteva dunque sospettarlo Tristram?

Le ultime note si dispersero nell'aria della basilica. Valentina rimase a ciondolare con il capo sulla tastiera familiare, volgendosi verso la navata; vide che eravamo tutti in piedi ad attenderla.

Nel chiostro, Lleida e io sostenemmo Franziska ciascuna per un braccio, e mi strinsi a lei perché non faceva caldo; il mio cubicolo e il suo erano vicini, fra l'entrata del refettorio e la porta che dava sugli orti.

E se anche Tristram avesse fatto esperienza di una commutazione, diciamo, anomala? In questo caso sarebbe stato estremamente facilitato nel comprendere il reale flusso della commutazione in corso. Ripensai all'esperienza della volta precedente, quella in cui Hannibal...

Tersicore aveva commutato nel corpo di Valentina, e aveva scoperto che nel corpo di suo marito era l'essenza di Liam; Franziska, me lo aveva confidato, era stata nel corpo di Lleida scoprendo di essere con l'essenza di... Liam! Non me ne ero resa conto sino a quel momento perché non avevo confrontato i miei ricordi con quelli di Tersicore! Valerio e Liam avevano commutato in modo incrociato! Ricostruii, questa volta mentalmente, il diagramma della precedente, fatidica commutazione:

 

[diagramma]

 

Per forza di cose, Tristram e Hannibal avevano a loro volta commutato a vicenda.

Ma mentre entravo nel mio cubicolo, fra quello di Tristram e quello oramai vuoto che avevo occupato durante la commutazione, mi tremavano le gambe. Continuai a lavorare mentalmente sui dati in mio possesso che presero ad affluire senza tregua alla memoria.

Hannibal aveva cominciato a soffrire di impotenza da quando la sua relazione con Tersicore era naufragata, Tristram dall'omicidio. Hannibal non voleva più saperne di Franziska, Tristram era il suo amante (e Tersicore lo sapeva bene). Hannibal voleva Tersicore per sé e non voleva più sua moglie.

Lleida chiuse la porta dietro di me e mi ritrovai sola nella celletta già riscaldata e fiocamente illuminata, sola con la terribile verità che cominciava a farsi avanti. Da quando Hannibal era morto, Tristram soffriva degli stessi sintomi. Le torce resinate in chiesa erano della qualità preferita da Hannibal, Tersicore lo ricordava; chi le aveva scelte? Tristram. Come essenza nel corpo di Valerio mi faceva la corte perché non soffriva d'impotenza. Hannibal e Tristram commutano a vicenda, il primo muore e il secondo comincia a comportarsi come lui.

E mentre gli altri si sdraiavano sui lettini oleodinamici cingendosi le tempie della corona flessibile, mi resi conto di un fatto: che al termine della commutazione contraria ci si sveglia tutti contemporaneamente, perciò l'omicida non avrebbe avuto il tempo naturale di colpire e nascondersi. Aveva dunque colpito prima della commutazione.

Nel corpo di mio marito Tristram era l'essenza di Hannibal sin dalla commutazione precedente.

 

Dissoluzione

 

Un banco di nuvole oscurò la luna mentre eravamo nei nostri cubicoli. Io mi sentivo tremare come una foglia. Sedetti sul letto, incapace di mettere ordine nella ridda di pensieri che mi giostravano in mente.

La celletta era arredata e ordinata come ogni altra; giudicai inutile spogliarmi dato che, purtroppo, Tersicore non era destinata a riambientarsi nel mio corpo, però dovetti cingermi le tempie con la corona di elettrodi altrimenti la commutazione generale non poteva aver inizio.

Ne approfittai per distendermi e rilassarmi. Ripensando alla vicenda per fissarla bene in mente, mi parve che tutto quadrasse con una logica terribile. Hannibal si ritrovava nel corpo di Tristram e scopriva che l'essenza di Tristram era nel suo corpo (e questa era un'anomalia nella commutazione); decideva di sbarazzarsi del suo rivale, forse perché era stanco o geloso di Franziska, forse perché voleva Tersicore a ogni costo, forse ancora perché si annoiava e il brivido efferato del togliere la vita a un essere umano in una società longeva e praticamente affrancata dalla morte naturale lo eccitava.

Perché l'omicidio non era stato messo in atto, come tutti naturalmente immaginavano, subito dopo la commutazione, quando ognuno era nel proprio corpo: bensí quando tutti erano collegati al circuito e Hannibal nel corpo di Tristram era sgusciato fuori dal cubicolo, colpendo a sangue freddo il proprio corpo; era stato per lui facilissimo in seguito affermare di essere il vero Tristram, cosí che non si facesse luce sull'istante esatto dell'omicidio.

Ma, come un drogato dopo la prima dose, non si accontentava e procurava il secondo, orribile delitto: la morte di Tersicore nel corpo di Finn, forse anche perché con il tempo avrebbe scoperto la vera identità di suo marito.

Sentii di tremare. Il ruolo che mi  ero scelto si stava facendo rischioso perché come obiettivo finale si pro poneva lo smascheramento di Hannibal.

Mentre il silenzio cullava il chiostro e correnti elettriche fluivano nel circuito di commutazione, provai a immaginarmi nell'atto di uccidere Hannibal. Avrei dovuto uscire nel chiostro, come lui la volta precedente, e socchiudere la porta del suo cubicolo facendo attenzione che non mi sentisse, entrare e colpirlo alla testa con la lampada, come lui aveva fatto con... No, non avevo la tempra dell'assassino. Maledissi Tersicore per la sua debolezza e perché, malgrado possedesse il tempo e gli elementi per smascherare Hannibal, non avesse fatto nulla: poi provai pena per lei, perché aveva pagato con la vita portandosi via un pezzo di me.

Le spie sulla testiera del letto si spensero, slacciai gli elettrodi. In quel momento erano ancora tutti immersi nel sonno antitraumatico della commutazione. Volendo, forse avrei fatto ancora in tempo ad alzarmi e fare ciò che andava fatto; invece rimasi seduta a sentire il sapore delle lacrime in bocca.

Uscii nel chiostro, appoggiandomi all'ombra di una colonna. Il primo a raggiungermi fu Valerio, che si era cambiato d'abito, poi Lleida e  tutti gli altri, Franziska per ultima. Cercai di non guardare negli occhi Tristram.

Liam disse che aveva appetito e ci ritirammo tutti nel refettorio, ma un'atmosfera macabra ci manteneva a distanza l'uno dall'altro. Rimasi in disparte a torturarmi le unghie.

No, non potevano esservi dubbi. Solo la polizia non avrebbe creduto alla versione che loro si erano accordati di fornire: ne era prova la cronocamera difettosa che avevo sorpreso e tutte le altre che si erano affacciate silenziosamente nel nostro tempo. Ma perché non crederci? Non comprendevo cosa non quadrasse nel mio ragionamento.

“Come ti senti?” mi domandò Lleida curvandosi verso di me; era la stessa persona che fino a pochi minuti prima mi si rivolgeva dal corpo di Franziska come essenza: evidentemente, dato che non poteva sapere chi ero, aveva conservato un fondo di tenerezza per il mio corpo  (questo pensiero mi fece piacere). E improvvisamente mi venne un'idea che ci misi pochi secondi a elaborare: era rischiosa ma forse ne valeva la pena.

“Lleida,” le dissi, “ora io uscirò e forse Tristram mi seguirà. Aspetta qualche minuto, poi vieni anche tu.”

Mi lanciò uno sguardo interrogativo, perciò aggiunsi “Ti prego, è davvero importante.”

Mi scostai, attesi pochi minuti quindi mi alzai, cercando con lo sguardo gli occhi di Tristram, che come avevo sperato (e temuto) mi stava tenendo d'occhio. Stringendomi nelle braccia, uscii lentamente dal refettorio mentre gli altri continuavano a parlare.

Uscire nel chiostro fu come ritornare alla vita; sentii la determinazione affluirmi come l'aria attraverso i polmoni, e rintoccando i passi delle mie scarpe sotto la volta concava del portico, lo attraversai fino alla porta della biblioteca, dove vidi con la coda dell'occhio che qualcuno usciva dal refettorio. Vidi anche, con la stessa occhiata, che una cronocamera si materializzava per un secondo contro il chiarore di calce di una colonna. Dunque, mi dissi salendo i primi gradini della scala nella sacrestia, la polizia non avrebbe badato a spese per districare il nostro caso: sorprendere due cronocamere non poteva essere una coincidenza, a meno che ce ne fossero davvero parecchie in giro. Giudicai allora che poteva rivelarsi un vantaggio per me in considerazione di quanto stavo per fare.

Uscii sulla balaustra interna alla cupola della basilica, ancora più su dell'organo a canne, dove le vetrate dipinte si illuminavano fino dal giorno della posa. Da lassù dominavo tutte le navata e parte del transetto, l'altare, il pulpito ligneo dal quale avevo scorto Liam e Valentina in atteggiamento intimo; camminai lungo lo stretto passaggio protetto da una ringhiera che mi arrivava alla vita, mantenendomi contro il muro per la vertigine, per portarmi in un punto visibile da chiunque entrasse proveniente dal corridoio della sacrestia, da sotto. Allora Tristram, come avevo previsto, sperato e temuto al tempo stesso uscí dalla porticina della scala e mi vide; avanzò con passo sicuro su di me.

Mi affacciai evitando di appoggiarmi o guardare in basso; era un momento troppo importante, dovevo far bene attenzione a quanto dicevo e sperare che Lleida arrivasse in fretta.

“Ti senti sola?” domandò ironicamente Tristram.

“Anche ora,” risposi secca. Mi chiese cosa intendessi dire, gli risposi che mi sentivo meglio senza di lui. Rimase di stucco, poi dovette riflettere sul fatto che non ero più solamente la Tersicore con cui era abituato a trattare. Si appoggiò accanto a me, tanto che potei sentire l'odore del suo corpo. “Forse è ora di andare a casa,” disse ,siamo tutti e due molto stanchi.”

“Tu certamente,” risposi per provocarlo, “ti sei sottoposto a uno stressante sforzo psicologico.”

Si morse le labbra pensieroso, ansimò quasi impercettibilmente quindi mi afferrò per un gomito. “Possiamo prendere la nostra roba e tornare all'hovermobile,” ordinò, “capiranno che siamo molto stanchi.”

Torcendo il braccio mi liberai dalle sue dita, scostandomi.

“Non ho la minima intenzione di seguirti” dissi cercando di non far trasparire il tremito nella voce, però avevo paura di non riuscire a resistergli con le mie forze. Sbuffò di disappunto, poi tornò a prendermi per un braccio e mi voltò verso di sé con uno strattone. “Sei più stolta di quanto pensassi,” sibilò a denti stretti.

“E tu sei un assassino.”

Subito impallidí, quindi si imporporò e gettò al pavimento della basilica una rapida occhiata involontaria che mi fece rabbrividire.

“Potrebbe essere l'ultima volta che lo affermi,” disse, calmo e terribile. Io non sapevo se ritardare in attesa di Lleida, ma fece tutto lui. Mi afferrò per i polsi uniti con una mano, mentre con l'altra mi chiudeva la bocca.

“Sei stupida, Tersicore,” mi alitò in viso. “Se ti agiti, potresti cadere giù dalla ringhiera.”

Mi liberai la bocca con una torsione della testa. “Non puoi farlo, tutti darebbero chiaramente la colpa a te. E sarebbe facile risalire alla caduta di Finn e all'omicidio di Tristram nel tuo corpo.”

Gli mozzai il fiato in gola. Mi guardò a occhi sbarrati come non credendo a quanto aveva udito, forse sforzandosi di capire come ci fossi arrivata e rompendo il blocco mentale che da anni si era imposto per non fare sapere la verità alle essenze che avrebbero commutato nel suo corpo.

Non un suono saliva dalla chiesa deserta, solo il profumo delle torce. Di Lleida nemmeno l'ombra: forse mi stava cercando in biblioteca o nella cappella; se ritardava...

D'improvviso Tristram mi lasciò andare un braccio facendomi ruotare su me stessa sull'altro e spingendomi in ginocchio; in un attimo mi ritrovai con gli occhi a un palmo dal pavimento, le ginocchia schiacciate sui mattoni e le braccia girate dietro la schiena. Mi strinse contro la balaustrata con il suo ginocchio e, tenendomi fermi i polsi con una mano, con l'altra estrasse di tasca qualcosa che sembrava avere preparato per l'occasione, forse un paio di manette, e mi incatenò le mani dietro la schiena. Mi afferrò allora i capelli, strattonando con forza e biascicandomi la faccia: “e allora? Come la mettiamo, adesso...?”

Cercai di divincolarmi con il solo risultato di graffiarmi i polsi. Mi afferrò con una mano la mascella, stringendo forte; io girai gli occhi verso la porta della sacrestia, disperata. “Cosa fai? L'ho chiusa a chiave” disse soddisfatto.

Allora persi tutte le speranze. Mi rimise in piedi, afferrandomi senza riguardi e premendomi contro la ringhiera fino a farmi sporgere in fuori. Solo pensando al vuoto, senza neppure osare guardarlo, mi sentivo mancare.

“Sei pazzo,” dissi con un filo di voce, “come spiegherai le manette?”

Mi afferrò allora per i polsi con una mano: “È questione d'un attimo toglierle prima che tu cada. Dunque, questa è la tua fine: e pensare che avremmo potuto metterci d'accordo. Vorrei tanto sapere come hai fatto...” Tentai ancora di divincolarmi, ma le sue braccia erano molto più forti delle mie.

“Siamo ancora in tempo per accordarci” dissi con voce spezzata.

Rispose ridendomi in faccia: “Mi prendi per scemo.”

“Aspetta! Non ti conviene. Dico davvero: due morti sospette in una notte...”

“Eri sconvolta, l'hanno visto tutti. Hai voluto salire quassù e hai perso l'equilibrio, tutti sanno che soffri di vertigini. Meglio un sospetto della Polizia sulla tua morte che la certezza di una tua delazione.”

Cosí dicendo mi spinse in fuori, io puntai le gambe contro la balaustrata cercando di agganciare i piedi. “Non farlo! Ci sono cronocamere della polizia.”

Non cancellò il suo sorriso beffardo; naturalmente non mi credeva. “È inutile gridare, penserebbero comunque che è stato quando hai perso l'equilibrio.”

Allora volle prendersi l'ultima soddisfazione. Premendo contro di me con il suo peso e trattenendomi al tempo stesso con la mano dietro la schiena, sulle manette, gli sarebbero bastati pochi movimenti per farmi precipitare di sotto: volle gustare invece quell'ultimo minuto e con la mano libera mi tirò giù la blusa sulla spalla, dalla parte della striscia Volkhan, fino a scoprirmi un seno. “Hai goduto, nel corpo di mia moglie?” sussurrò baciandomi la base del collo là dove mio malgrado il sangue cominciava a pulsare obbedendo a stimoli chimici piuttosto che alla paura. “Liam nel mio corpo mi ha raccontato certe cose...” Risalì con la sua bocca verso la mia, e prima di sigillarmela forse per impedirmi di urlare all'ultimo momento, sussurrò un tremendo “Addio, Tersicore” e già muoveva la mano sulle manette per aprirle e lasciarmi cadere quando si irrigidí fissando un punto alle mie spalle.

Lleida! mi ritrovai a sperare con tutte le mie forze. Tristram si scostò da me, mi voltai e vidi a pochi metri da noi, sospesa sotto la cupola, una cronocamera, inappellabile nella sua fissità; poi una seconda apparve accanto alla prima ritraendoci in quella posizione compromettente per Tristram. La sua presa si allentò, tornai a respirare e mi inginocchiai sullo stretto cornicione, le gambe davvero malferme per la paura e la bocca dello stomaco strozzata dalla vertigine. Non mi aveva liberato le mani, per cui mi misi a sedere in terra osservandolo preoccupata. Si era appoggiato con le palme alla ringhiera e fissava senza espressione le cronocamere, poi abbassò lo sguardo e seguendolo vidi Lleida e Liam accanto all'altare, con il naso all'insù e un'espressione incredula. “Sono salva!” pensai, cercando ancora inutilmente di liberare le mani.

“È cosí,” borbottò Tristram.

Era cosí. Era quello il motivo per cui la polizia aveva inviato tante cronocamere, c'era da far luce su una triplice morte: Tristram nel corpo di Hannibal, Tersicore nel mio corpo e Hannibal nel corpo di Tristram. Perché così sarebbe finita, lo sentivo.

Tristram oscillò avanti e indietro con il torso, lo sguardo incollato all'altare e terreo in volto, quindi si sporse del tutto e aprendo le braccia come in croce si lasciò cadere; lo vidi precipitare per un tempo che mi parve eterno, la giacca che sciabordava senza un suono.

E mentre volava come un uccello fucilato, malgrado tutto ciò che aveva fatto a mia moglie e alla compagnia e stava facendo a me stessa, provai pietà per lui: perché non era giusto che la sua vita terminasse con quella sentenza inappellabile quando se avesse scontato la sua pena gli sarebbe tanto rimasto ancora da vivere, dopo. Ma soprattutto perché sentenze come quelle ne avevo pronunciate più di una a quel tempo in cui si pretendeva di definire la moralità con il dogmatismo.

Sbatté con un tonfo sordo sul pavimento fra l'altare e la pala, sotto gli occhi esterrefatti di Lleida e suo  marito.

* * *

Il sole era allo zenit quando la polizia ci lasciò liberi di andarcene dal santuario. Valerio, Lleida e Liam mi accompagnarono all'hovermobile di Franziska, caricandovi tutti i bagagli; legalmente, nessuno pensava che io e lei potessimo considerarci marito e moglie, tuttavia quando ci ritrovammo soli nella sua mobile un silenzio di imbarazzo calò fra noi.

“Dove vuoi che ti porti?” domandò cercando di sorridermi.

Io mi strinsi nelle spalle. “A casa mia,” risposi, “a casa di Tersicore; legalmente...”

“Dunque tu davvero...” accennò senza riuscire a terminare la frase, forse per timore di ferirmi o di ferire se stessa.

Annuii in risposta. Sí, ero davvero l'essenza di Finn come avevo detto alla polizia e come avrei dovuto di mostrare al magistrato, in seguito, perché i filmati delle cronocamere non ne erano in grado.

“È incredibile,” commentò assorta mettendo in moto. Senza scambiarci una parola, percorremmo a ritroso la stessa strada che tre sere prima avevamo seguito insieme attraverso il parco del santuario. L'interno dell'hovermobile era buio, cosí non potevamo vedere bene l'una l'espressione dell'altra.

Quella era la fine della mia vita come l’avevo conosciuta sino al momento. La legge avrebbe deciso quale identità avrei assunto, ma era chiaro che non avrei potuto continuare la mia esistenza sui consueti binari. Ero, evidentemente, una donna, senza alcuna intenzione di cambiare sesso chirurgicamente.

Parlammo del più e del meno fino al momento di immetterci nel flusso radiocomandato dell'hoverstrada, dove ci assopimmo sui sedili reclinati perché eravamo tutte e due molto stanche.

Finalmente giungemmo in città e dissi a Franziska di lasciarmi alla più vicina fermata del flusso metropolitano. Spense il motore e mi guardò imbarazzata. “Dunque,” esordì, “arrivederci”.

Annuii mordendomi le labbra e feci per aprire la portiera, poi mi voltai verso di lei e la abbracciai, baciandola su entrambe le guance con le lacrime agli occhi. “Mi spiace che sia finita cosí, Franziska” le dissi “ma non posso fare altrimenti.”

“Teniamoci in contatto,” disse commossa e io assentii senza troppa convinzione. Sapevo che rivederla mi avrebbe fatto troppo male.

L'elevatore mi condusse sino alla porta di Tristram e Tersicore, protetta dall'ombra di un pergolato di legno e viticci seccati; da lassù si aveva una fantastica veduta sui quartieri satellite della città, fra la cintura dei laghi artificiali e la collina. Appoggiai il palmo sulla piastra della serratura; la porta rientrò nel muro e una musica invitante mi accolse. Entrando, passai in rassegna tutte le cose che conoscevo e mi erano nuove al tempo stesso, a seconda che le guardassi con gli occhi di Tersicore o di Finn. Passai un dito sul muretto di cotto che se innaffiato fioriva di erbetta, cambiai con un tocco del dito la musica, resi trasparenti le pareti che davano sul declivio del blocco abitativo per godermi la vista delle nuvole in arrivo dagli Appennini, ruotai gli scaffali della libreria a scomparsa per scorrere i titoli dei volumi, disinnescai l'innaffiatoio a tempo per il balcone, infine mi sedetti accanto al mobile bar per spillarmi un vino di cocco.

Inspirai profondamente, chiudendo gli occhi e abbandonandomi alla marea dei cuscini sul divano. Il ricordo degli avvenimenti appena vissuti mi assalí inevitabilmente.

Hannibal era riuscito a ingannare l'essenza di Liam commutata nel suo corpo; il marito di Lleida aveva confessato confuso alla polizia di non aver sospettato l'identità del suo ospite ma solo sospettato di decifrare fra i recessi della sua memoria i ricordi dell'omicidio: certamente perché Hannibal si era sottoposto a una rigidissima disciplina di autoconvincimento per scordare tutto quanto accaduto in quell'altra commutazione; aveva celato la propria identità dietro quella di Tristram in modo pressoché totale. Solo cosí aveva potuto ingannare l'essenza di Liam e tramite suo l'intera compagnia.

Passai un dito sulla striscia rossa ai miei polsi, rividi Finn sul muretto del camposanto, Valentina all'organo, Lleida che ci accoglieva all'arrivo; mi parve di udire lo schiocco secco della prima cronocamera, la musica dell'organo in chiesa, l'eco dei miei tacchi sui mattoni del chiostro; sentii l'odore d'incenso dell'altare, il profumo freddo della nebbia e dell'erba al sole, il sapore della pelle di Franziska quando mi era venuta vicino, nella sua camera.

Franziska era Lleida nel suo corpo, era lei che ne dominava i desideri. Mi accorsi di essere infelice, non solo per tutto ciò che al santuario era accaduto, ma soprattutto per ciò che avevo perso. Senza accorgermene mi assopii.

Mi svegliai ch'era pomeriggio inoltrato, scelsi nell'armadio un lungo soprabito di panno dalle spalle cascanti e uscii per fare spese.

Invece finii in un caffè a mangiare paste, rompendo con le lacrime il velo di zucchero sul tavolo. Perché mi accorgevo di provarci gusto a vestire abiti femminili, a sentire il tocco discreto del sangue nella striscia Volkhan, a guardarmi allo specchio senza abiti e a vedermi le mani mentre versavo la cioccolata nella tazza; piansi perché mi resi conto di ESSERE Tersicore e perché malgrado ciò sentivo che mi mancava Lleida, la sua presenza rassicurante da sorella maggiore, la sua eleganza mantenuta anche nel corpo di Franziska, le sue attenzioni premurose.

Tornai a casa con l'ultimo flusso sotterraneo della sera, osservai stanca le luci discrete del quartiere fra gli alberi allontanarsi sotto di me mentre salivo con l'elevatore, e finalmente mi appoggiai alla piastra della serratura.

“Ci sono visite!” trillò la musica nell'accogliermi; non ebbi il tempo di togliermi il soprabito che Lleida si alzò dal divano e mi venne incontro, vestita come una studentessa, con maglione, colletto bianco e gonna lunga di pizzo, l'impermeabile fra le mani giunte, lo sguardo smarrito non sapendo come l'avrei accolta.

Alzò le spalle e sorrise fiduciosa

Franco Ricciardiello

 

Scritto tra settembre e novembre 1987

 

Pubblicazioni:

1.      "Futuro Europa" n. 5, Bologna 1990

 

< ritorna all'indice dei racconti