FRANCO RICCIARDIELLO

Assenza

 

 

Rompimi gli occhi con il martello cortese delle tue attenzioni; scavami il cuore con il coltello amabile del tuo sguardo triste da figlia a tempo parziale; tagliami le gambe con la falce premurosa della tua bellezza ad orologeria, ma non chiedermi di perdonarti, non chiedermi di far sì che il tempo si fermi, ora che le rondini malate sembrano definitivamente scomparse da questo cielo di acetilene.

   Martellami i timpani con lo stridìo di vetri infranti delle tue giustificazioni, ma non pretendere che io faccia le valigie per tornare a cercare la bocca distratta di tua madre. Bruciami la lingua con l'inchiostro di fiele della lettera che hai lasciato sulla console del mio PC stamattina, ma non riuscirai a indurmi a non pensare che sarebbe stato meglio spararti fra le treccine invece di baciarti in fronte, quando ancora sarebbe stato possibile, prima che rompessi con l'intelligenza dei tuoi occhi di gattino la piramide delle convenzioni di tua madre e mie.

   Quando arrivasti da Torino l'altroieri, serpeggiando in bicicletta insieme con il tuo amico Nanni, non mi fu possibile riconoscerti nella foschia autunnale; e come avrei potuto se per me eri morta da venti anni, mangiata dall'acido prussico del tempo che attaccava la tua olografia di bambina con la ruggine assordante delle macchie scolorite in seppia. Rimasi a guardarvi indifferente, credendovi diretti oltre; sedevo in veranda, torturando con il tacco delle scarpe il parapetto di mattoni crudi mentre mi dondolavo con il libro di Neruda aperto in grembo. Così dapprima non compresi quando vi fermaste al cancelletto sverniciato del cortile di casa. Il tuo Nanni portava una giacca di lana con una sciarpa color sangue e pantaloni rimboccati alle caviglie, senza orlo; tu indossavi una maglia di cotone con il collo alto e una gonna più chiara, ampia e lunga ma eccessivamente leggera per la stagione.

   Realizzai subito che non eravate semplici costruttori di guglie in vacanza, magari alla ricerca di qualche angolo (lontano dalla città ma non troppo) dove erigere un nuovo palazzo di schiuma. E non solo per le vostre biciclette, perchè spesso anche loro abbandonano le automobili di silice espansa per darsi quell'apparenza chic propagandata come l'ultima moda dell'estate; non solo per questo, no. Tu e Nanni eravate insieme, soprattutto: non come i costruttori di schiuma, visibilmente soli anche in mezzo alla più inimmaginabile marea umana della Storia, in mezzo alle fantastiche opportunità di comunicazione della Rete. Eravate insieme, vi guardavate l'un l'altra mentre parlavate sottovoce cercando di non dare a vedere che accennavate a me. Questo mi sorprese, e mi indusse a considerarvi con maggior attenzione.

   Avevi capelli chiari da fiamminga e tenevi le mani ancora sul manubrio mentre dicevi al ragazzo qualcosa che non potevo udire; Nanni smontò e appoggiò la bicicletta al palo di cemento del cancelletto.

   Potrebbero essere miei figli, pensai; forse per questo mi alzai con un gesto elastico che non tradisse i miei quarant'anni passati, posai le poesie di Neruda sui mattoni e scesi i pochi scalini della veranda, come per ispezionare il castagno in esplosione che divideva casa mia dal resto dell'Universo.

   Faccio girare le braccia come due pale impazzite, nella notte tutta di metalli azzurri. Rumore d'elicottero alle mie orecchie: cosa penserebbero se davvero facessi roteare le braccia come il fromboliere entusiasta?

   Smontasti anche tu; vidi con la coda dell'occhio che dicevi qualcosa al ragazzo, poi mi chiamasti per nome.

   Non me l'aspettavo; mi voltai, più bruscamente di quanto desiderassi. Portavi i capelli raccolti sulla testa con un pettine negligente di celluloide che ti sfregiava il viso di lunghi fili biondi. Pensai allora che foste due curiosi di città in pellegrinaggio, infelici nostalgici dei tempi in cui la foresta di pietra estrusa ancora non aveva ricoperto le pianure, le coste, le valli, le rive dei fiumi, le ambizioni collettive, le prospettive culturali, le cronache dalla periferia dell'impero e la stagione della solidarietà nella sofferenza.

   Credetti di non volervi parlare, proprio non me la sentivo. Feci per tornare in casa, ma avevo le ginocchia molli per il desiderio che mi richiamaste.

   Ancora non avevo fatto uno scalino che udii la tua voce. Il vento ti tagliò le parole di bocca, così che compresi solo "...inossidabile". Mi fermai, controllandovi di sopra la spalla per non voltarmi; fosti tu ad aprire il cancelletto, non Nanni come mi sarei aspettato. Vi avvicinaste scricchiolando sulla ghiaia fra il castagno e quest'altra metà dell'Universo.

   "Veniamo da Torino" dicesti "Appositamente per..."

  "Per lei" concluse Nanni sentendo sfumare la tua voce. Io stavo pensando che la ghiaia calpestata fa lo stesso rumore della schiuma di pietra quando colsi il tuo sguardo; avevi gli stessi occhi di mia madre, l'ovale del viso era il medesimo.

   Vi feci entrare.

   "E' una giornata insolitamente calda, vero?" disse Nanni per diradare l'atmosfera.

   Tu ti avvicinasti subito al caminetto e alla olografia consumata dall'acido della tua assenza, ma io che non avevo potuto riconoscerti tolsi irritato il portaritratti da sopra il marmo.

   Ci accomodammo intorno al tavolo; lasciando le finestre aperte la stanza si rinfrescò nella corrente di metà mattino. Nanni si presentò posando sul tavolo una cartellina di fogli di celluloide e stampe a colori con la mia olografia; pensai che non avrei mai dovuto lasciarvi entrare, ma poi tu apristi la borsetta che tenevi in spalla per posare sul tavolo un CD di olografie, e non ricordo neppure perchè lo inserii nel PC.

   C'eri ritratta tu insieme a tua madre Roberta, nel cortile di una casa espansa che non avevo mai veduto. Non potei non riconoscerti: dovevi avere poco più dell'età in cui eri scomparsa dalla mia vita, appena qualche mese dopo la fotografia che tenevo sul caminetto.

   Sentii gli occhi riempirsi di sale. Mi coprii la fronte con le palme delle mani, quasi bestemmiando fra me e me. "Avevo tre anni" ti udii cinguettare allora "Pochi mesi dopo che ci lasciasti, papà."

   "Occristo" mi morsi le labbra, temendo che mi si fossero sciolti gli occhi per come mi sentivo le guance bagnate "Cristocristocristo."

   Non poteva essere vero. Mi sentivo soffocare per l'angoscia. Dovesti mostrarmi tu le olografie seguenti, perchè con la forza che mi era rimasta non sarei riuscito a sollevare uno solo dei tuoi capelli.

   Con Roberta, su una spiaggia d'inverno, i piedini scalzi sulla sabbia d'un freddo grigio; sei anni, tutti i denti come perline bianche nella luce d'un lontano mattino ligure. Con una coetanea, il vestitino corto sulle ginocchia magre, una giacchetta elegante nel più classico stile Roberta: nove anni, dieci, mano nella mano dell'amichetta, prima che la schiuma s'insinuasse anche fra di voi spezzando i legami della carne e delle idee.

   Da sola, forse con l'autoscatto perchè il centro dell'immagine è sulla fontana su cui siedi e il tutto è leggermente sfuocato. Quattordici, quindici anni e già nessuno ti tiene più la mano. Dov'è finita tua madre? O hai scelto di mostrarmi le immagini più semplici per non dovermi spiegare la storia di chissà quante mani nelle tue? Quella della tua amica, quella di Roberta, quella di Nanni: tutte tranne la mia. Sangue acido della lontananza sulle mie mani, un'assenza maggiore della distanza fra il castagno e l'Universo.

   "Perchè sei tornata?" dissi, frantumato in ogni mia sicurezza.

   Non raccogliesti le tue immagini. "Oh, papà..." dicesti invece.

   Nanni era rimasto allibito, forse non si aspettava una tale reazione da parte mia: credeva magari che ti avrei abbracciata singhiozzando. Ma mi sentivo come se, dopo tanti cavalli di legno trascinati per te, dopo tanti palloncini gonfiati con il miele dei miei polmoni, dopo tante torri per assaltare il cielo con mattoncini di plastica, fossi ritornata per prendere a tua volta in mano la cordicella del mio trenino di legno.

   Faccio girare le braccia come due pale impazzite... spaccando il tavolo e le tue olografie. Voglio ribellarmi nelle catene che mi legano, sopra questo spavento eretto, in questa onda di vertigine. Braccia che ruotano come l'uomo illuminato nella foresta di cristallo di Ballard.

   Non ricordo cosa accadde nei minuti seguenti. Forse persi la coscienza di essere vivo, come l'avevo perduta nei confronti della tua vita.

   Subito dopo, ricordo che sedevo sui gradini della veranda, dove venisti a chiamarmi. "Nanni ha preparato qualcosa per pranzo."

   Non volli appoggiarmi al tuo braccio per tornare in casa mia. Il ratto folle dell'emicrania mi raschiava senza compassione gli orli del foro occipitale; la cucina sembrava esplodere nella luce del mattino.

   Nanni non ebbe il coraggio di avvicinarsi, vedendo i miei occhi sciolti sulle guance. Mi aiutasti a sedere, come spesso facevo io con tua madre; il tuo amico Nanni aveva trovato nella madia pasta di grano alghe kombu e seitan, e nel frigorifero del tofu già tagliato. Se quanto avevo visto sino allora non fosse stato sufficiente a classificarvi ai miei occhi come ragazzi "speciali", il fatto che Nanni fosse in grado di cucinare avrebbe fugato ogni dubbio.

   Afferrai con i denti il mio coraggio per la coda. "Perchè sei tornata da me?" domandai sottovoce; Nanni tempellava nervosamente con la punta del piede contro il tavolo.

   Sospirasti cercando di non guardarlo. Ti vidi intrecciare le dita per la tensione. "Per te" rispondesti "E anche per me. Per Nanni, per tutti gli altri. Abbiamo ancora bisogno di te, papà. Le università sono nuovamente piene di ragazzi."

   Davvero non sapevi cosa fosse intervenuto a separarci, vent'anni prima. Mi resi conto che non potevi saperlo, ma che neppure io ero a conoscenza di quanto fosse accaduto a te.

   Dovevo prendere tempo, dovevo saperne di più. "Non mi sento bene" dissi alzandomi da tavola. Prima di scomparire dalla porta della camera da letto, udii Nanni dirti a voce non così bassa da non lasciarsi udire "Non insistere adesso."

   Quasi caddi supino sul letto. Eri tornata, dopo quasi venti anni in cui eri morta per me. L'alta marea dei ricordi minacciava di annegarmi: piedi scalzi sul parquet, mani piccole come i ritagli dei giornali che facevi a pezzi; la gonna rossa, la tuta rosa, una mela acerba fra le manine.

   Apristi la porta. "Papà..."

   Non risposi.

   Venisti accanto a me, e notai senza guardarti direttamente che ti eri tolta la maglia di cotone. La camicetta ricamata che portavi sotto era come quelle che piacevano a...

   "Vorrei restare qui" sussurrasti, ma era come se portassi un microfono appoggiato fra i seni perchè il suono della tua voce da adolescente rimbombò contro le pareti ricoperte di olografie stampate dalla Rete.

   "Vorrei restare qui mentre riposi." Avevi il tono rauco di chi ha pianto, ma non avevo voce per risponderti; rimasi a contare le molecole d'aria della stanza, mentre sedevi ai piedi del letto vegliando su di me come le innumerevoli volte in cui era accaduto il contrario, nelle notti lunghe d'aspirina in cui non sembravi sentire neppure il bisogno di chiudere gli occhi, e Roberta ed io barcollavamo di sonno e spossatezza.

   Non ricordavo dove avessi messo l'olografia appena rimossa dal caminetto. Vidi passare il tuo amico Nanni fuori dalla finestra; venisti a sederti più vicina.

   Eri ancor più bella di Roberta; il sole dell'estate ti aveva sgocciolato efelidi sul viso e sulle spalle come accadeva anche a me da ragazzo. Ti curvasti su di me per baciarmi sulle guance. "Ritorna fra noi" dicesti, e fu come se avessi scostato il microfono "Abbiamo bisogno di te..."

   Ti presi la mano. "Non parlare ora" cercai di dirti, ma neppure mi riuscì di schiarire la gola. Rimanesti davvero a tenermi compagnia, e non so quando mi assopii, ma feci un sogno angoscioso.

* * *

   Eri morta. Io vivevo con tua madre Roberta, separati dalla cortina di rimpianto della tua assenza;  tu eri tornata da noi con l'età di ora e non sapevo come spiegarlo a Roberta che non ti aveva riconosciuta. Mi risvegliai con il fardello della tua morte sullo stomaco.

   Mi alzai dal letto, ma non eri più accanto a me. Nanni si schiarì la gola dalla soglia, e tu apparisti come per incanto. "Cos'è questo rumore?" domandai allora, rendendomi conto che il brusio che sentivo non era nella mia testa.

   Ti avvicinasti alla finestra e allora seppi di sapere. Tutti e tre restammo a guardare la piramide ammaccata sorta dal nulla un chilometro più a valle, dove la strada si inerpicava con un largo tornante.

   "Quando..." borbottai, poi ti presi per un polso, per la prima volta. "Lo sapevi, vero?"

   Guardasti Nanni. Lo sapevate. Corsi fuori casa, giù dai gradini della veranda.

   "Papà!" urlasti. Spalancai il cancelletto, notando appena che avevate ritirato le due biciclette all'interno.

   Da valle saliva un suono come di montagne di ghiaia rovesciata; un pinnacolo ardito svettava ora sopra la piramide, malsicuro nella propria fragilità di roccia appena nata.    "Bastardi" biascicai. Mi raggiungeste ansimando, corremmo a rotta di collo tagliando attraverso i prati.

   Sentivo il cuore martellarmi contro il diaframma, i talloni battevano ritmicamente il terreno cedevole per la pioggia.

   "Aspetta!" urlasti correndo.

   Misi un piede in fallo, sentii un lampo di luce bianca alla caviglia e caddi sul ginocchio. Un attimo dopo vi inginocchiaste accanto a me.

   Dove la valle si restringeva, sui prati chiusi dal tornante sorgeva un palazzo che quel mattino stesso non c'era: un orribile castello come di sabbia, ma a grandezza naturale. Pareva l'incubo di un bambino con turbe psichiche: torri mozze, guglie quasi di sabbia bagnata e colata goccia a goccia, finestre come pupille di gatto.

   Nanni mi prese per un braccio. "Lo sapevi, e non mi hai detto nulla" masticai a denti stretti. La civiltà della roccia espansa era giunta sin là, nella mia valle.

   "La legge..." continuai riempiendomi i polmoni d'aria e determinazione. "La legge non lo permette. Chi è questo imbecille che viene a scoppiare roccia fin quassù? Che resti nella sua pianura a gareggiare con le guglie degli idioti suoi simili; o non c'è più basalto nel sottosuolo?"

   Non rispondeste; lasciaste che il mio furore si consumasse per autocombustione, e solo dopo avermi aiutato a rialzarmi, con la lama piatta del dolore sotto il ginocchio, mi dicesti "Non ci sono più leggi."

 * * *

   Kant diceva che  la qualità infinita dell'universo è una idea innata dell'uomo. Bertrand Russell replicava che Kant aveva sempre vissuto a Koenigsberg, nella pianura tedesca a due dimensioni in riva al Baltico piatto: forse se fosse nato altrove il suo pensiero al riguardo sarebbe stato differente.

   Mi ero illuso sino allora di esser riuscito a tener fuori la gente delle pianure, i costruttori di guglie di schiuma; invece ecco che stavano risalendo le valli, incitati dalla mancanza di qualsiasi legge, o forse dal fatto che a far le leggi ora erano loro stessi.

   "La chiamano la Libertà" dicesti nella penombra mansueta della sera; Nanni sedeva accanto all'interruttore della luce, ma non aveva il coraggio di accenderla senza un mio cenno. Io in quel momento ero più propenso a ritenere che avesse ragione Kant.  "Un convertitore, un appezzamento di terreno libero, un'escavatrice per portare allo scoperto la vena di roccia sottostante: ed ecco che puoi costruirti un'abitazione da te, senza controllo, senza limiti di vani; una porta qui, una torre là, una manciata di guglie, e scale, archi, porte e finestre, terrazze, tetti, comignoli, merli: ecco la libertà."

   C'era amarezza nella tua voce. Ma che m'importava dei costruttori di schiuma se era dal loro mondo, dalla loro follia d'espansione che mi eri stata restituita.

   Testardamente, non feci a Nanni il gesto di accendere la luce, volevo vedere quanto avrebbe resistito al buio. E poi, mi chiesi, chi era Nanni per te? Perchè era stato necessario che ti accompagnasse per venire a trovarmi?

   Tossicchiò per attrarre la nostra attenzione, ma senza alcun risultato. "E l'opposizione?" sibilai. Non rispondeste, ma il vostro silenzio fu più che eloquente. Sapevo cosa volevate da me, ma non volevo darvi la soddisfazione di dimostrarvelo; o forse temevo che, una volta saputo che non avevo alcuna intenzione di tornare da Roberta o al mondo, te ne andassi con la tua bicicletta verso valle, i freni tirati nei tornanti d'asfalto levigato dai battistrada.

   Scossi il capo, divorato dalla voglia di dimostrarti che anch'io la pensavo così, che non eri sola, che... Ma qualcosa mi tratteneva, come se mi vergognassi di rivelare come la pensassi davvero.

   "Non si vede più nulla" borbottai con gran sollievo di Nanni che poté accendere la luce.

   "Non abbiamo più punti di riferimento" continuasti come recitando una poesia. "Non abbiamo di che parlare nè dove farlo. Non ci incontriamo più, non comunichiamo. E' fra gli individui soprattutto che si insinua la pietra espansa. Eppure, ci stiamo riprendendo i nostri spazi: nelle piazze, nelle Università..."

   Continuavi a girare intorno al fuoco senza avvicinarti. Il capo non mi doleva più; provai lo strenuo desiderio di un cerotto stimolante nell'avambraccio, e non prendevo più allucinogeni da prima che tu nascessi. Poi venne il desiderio di Roberta. Dov'era? Cosa faceva? Con chi viveva? Non sapevo neppure quando me lo fossi chiesto per l'ultima volta.

   Non è possibile, mi dissi; sono impazzito. Cosa ho fatto durante gli ultimi venti anni? Come ho vissuto? Per quanto cercassi di ricapitolare, di stilare un riassunto degli anni passati, non mi sovvenne nulla che valesse la pena di riportare: solo la dolcezza nauseante nel limbo uterino della Rete virtuale.

   Torturai nervosamente la tua olografia, senza accorgermi dei minuti che passavano. Udii bussare alla porta.

   "Papà..."

   Sapevo che Roberta viveva ancora a  Torino, ma niente di più: l'aveva vista un amico comune, quando ancora esistevano gli amici, prima che l'espansione della pietra distaccasse chiunque da chiunque altro.

    "Papà..." Nocche discrete sul legno. Forse solo in quel momento mi resi conto di non riuscire a ricordare il motivo per cui Roberta ed io ci eravamo separati. Non era stato un divorzio vero e proprio, nè c'era stata separazione legale. Ci eravamo allontanati l'uno dall'altra come se il nostro tempo fosse scaduto, come se la presenza dell'altro impedisse di dimenticare tutta l'acqua avvelenata sotto i nostri ponti; e forse era davvero così.

   "Papà!" Pugni insistenti.

   Eravamo giovani, Roberta, troppo giovani; a venticinque anni si è troppo stupidi per pensare che una separazione è per sempre, che un taglio di bisturi mal diretto può tranciare i tessuti sani insieme a quelli infetti.

   "Papà, apri, ti scongiuro"

   "Non me la sento, ora; ci rivediamo domattina."

   Quasi all'improvviso,  ma avrei dovuto attendermelo, provai un desiderio lancinante di rivedere Roberta, e mi resi conto con sconfortante desolazione di non riuscire a distinguere il suo volto da quello delle poche che erano state prima di lei.

   E non mi aiutavi tu, perchè sin dal momento della nascita chiunque avrebbe potuto dire che eri figlia mia guardandoti in viso; non altrettanto per Roberta.

   Dalla finestra non giungeva alcun suono. Incuriosito, anche per staccarmi dall'apatia che mi aveva colto, aprii i vetri e lo scricchiolio di marea sulla ghiaia del castello di pietra espansa giunse sino a me.

   Raccolsi da sotto il letto un involto di tela legata con una bava di nylon; facendo perno sul polso balzai con i piedi sul davanzale e poi giù per il metro e venti che lo divideva dal prato.

   Mi accertai che tu e Nanni, in cucina, non vi foste accorti di nulla, e procedetti con le mani in tasca verso i prati incolti che fiancheggiavano la strada asfaltata. Tenevo l'involto sotto il braccio.

   Il castello di schiuma solida era esteso sin quasi alle prime pendici delle rocce; il costruttore doveva essere sprofondato in un orgasmo artistico-edile dai più sfrenati, forse stimolato dal fatto di non avere limitazioni da alcun lato. Poteva anche darsi che fosse in viaggio con qualche sostanza sintetica perchè dal primo pomeriggio non si era ancora fermato, e già i prati erano invasi da una cacofonia di forme ibride, torri arabescate di schiuma solida a metà tra l'orientale e l'onirico, muraglie traforate di feritoie oblunghe, pagode affacciate su strapiombi di mura ripide.

   Affrettando il passo giunsi a portata di voce in dieci minuti circa, più o meno mentre il convertitore cessava di vomitare schiuma.

   Il risucchio vischioso della pietra espansa sfumò in un sibilo di consolidamento. Mi dissi che in quel modo sarebbe stato più difficile intravedere dove fosse il proprietario, e a quel pensiero il gomito premette contro l'involto di tela cerata lungo otto dita, cedevole al tatto.

   Camminai intorno al perimetro del castello improvvisato; dapprima temetti che le torri potessero rovinare da un momento all'altro sui prati, poi mi resi conto che a ben guardare erano state erette (costruite non sarebbe il vocabolo adatto) con un certo stile, che le guglie avevano un loro fascino languido e quasi esotico, le finestre anguste da vicino non sembravano tanto vuote, e i bastioni esterni possedevano una loro attrattiva.

   Guardai verso casa mia, temendo di vederti stagliata contro la luce della finestra: ma forse non ti eri neppure accorta della mia evasione.

   Mi accorsi di aver già camminato per oltre metà del perimetro del castello, senza trovar modo di penetrarvi. La notte era completamente scesa nella valle, cacciando anche l'ultima sfumatura turchese; nel castello di schiuma, l'unica luce era accesa alla sommità del maschio centrale, in una garitta esagonale pencolante su uno dei cortili interni cintati nel volgere di poche ore.

   Camminando rasente il muro, che era una parete irregolare, quasi tufica, trovai ciò che faceva per me: un anfratto che tagliava il cuore di una delle rocce esplose in schiuma, una piega dovuta all'imperfezione del software di costruzione

   Scartai l'involto di tela cerata battendo per terra la sostanza plastica, modellandola per farla entrare nell'anfratto. Quando mi rialzai avevo le ginocchia e le palme sudice di terra umida e scivolosa. Tornai in tutta fretta verso casa, cercando di ripulirmi.

   Gettai fulminee occhiate al castello di pietra espansa; un semplice impulso del contatto che tenevo in una scatoletta sotto il letto avrebbe fatto decollare il castello in una nuvola di fuoco. Bam! Torri di schiuma ascendono frantumandosi in volo. Bam! Il maschio si spacca in quattro, la garitta illuminata scompare in un'orgia di fuoco. Bam! Mura sventrate da ogni lato, frammenti di terra e roccia espansa che piovono a monte e a valle.

   La strada per il ritorno mi parve molto più lunga. La luce in cucina era spenta; con prudenza, girai intorno a casa per rientrare dalla finestra della mia camera, ma quando giunsi in corrispondenza della finestra della stanza degli ospiti notai una flebile luce. Posai una mano sul vetro e compresi, attonito, che sino ad allora non avevo pensato a dove avreste dormito tu e Nanni.

   Una semplice pressione del dito socchiuse la finestra verso l'interno; mi sentivo stordito, sospeso. Aprii del tutto la finestra, tu eri seduta sull'orlo del letto, a torso nudo nell'ombra profonda della stanza; Nanni era inginocchiato ai tuoi piedi e ti teneva il capo in grembo e le mani sui fianchi. Quando mi vide sobbalzò sbigottito e arretrò di qualche passo dando l'impressione di non sapere dove stesse andando, quindi sparì dalla porta.

   Rimanesti sola, senza fuggire nè distogliere lo sguardo, e dovetti prendermi a martellate il cuore per convincermi che non avevi più due anni, che non potevo continuare a considerarti roba mia; e mentre m'iniettavo questo nuovo discernimento, tu restavi di profilo a studiarmi di sotto i fili spettinati dei capelli, e mi consolavo dei tuoi seni appena accennati che ti facevano meno donna, mi compiacevo della snellezza del tuo corpo che ancora ti faceva acerba, giustificavo il mio sentimento paterno con il disordine adolescente dei tuoi capelli di spago. Così ti saresti conservata per anni, pensai illogicamente, non solo perchè la chirurgia plastica fa miracoli, ma perchè l'alimentazione e la cosmetica e la medicina sono talmente evolute da ritardarti l'invecchiamento anche contro la tua volontà.

   La luce debole ti lasciava quasi in ombra gli occhi, ma non il seno appena accennato. Senza richiudere la finestra tornai alla mia camera.

   Avrei voluto che i miei pensieri andassero direttamente da tua madre, planando sopra le guglie di lava della sterminata città di torri. Perchè, sino al momento in cui ti vidi a torso nudo da quella finestra, mi rendo conto di aver nutrito segretamente lo speransospetto che non fossi altro che un mezzo di comunicazione con Roberta, un fantasma che il senso di colpa e l'assenza avessero materializzato fuori dall'acido prussico. Vederti nuda, con Nanni inginocchiato in grembo, fugò ogni dubbio: eri reale, eri tornata.

   Quando grattasti con le unghie sulla porta, più tardi nella notte fonda dopo il mio ritorno dal castello di schiuma, girai la chiave quasi meccanicamente per aprire.

   Ti eri rivestita della stessa camicetta bianca con il bordo di pizzo, ma nell'emozione avevi saltato un bottone e l'effetto era piuttosto patetico. Avrei voluto sbottonarti come quando da piccola correvi a me rimbalzando come una pallina ignara dei muri e delle sedie per balbettare se ti abbottonavo bene, io, papà, e lo stesso facevi con Roberta.

   Ma sotto il velo di cotone della camicetta sapevo che c'era il tepore minorenne del tuo seno, che non mi sentivo di tornare a vedere dopo che Nanni vi aveva posato le labbra.

   Sono stupito io stesso per la naturalezza con cui accettai il tuo ritorno quasi senza lacerazione interiore. Il fatto è che avevo di fronte, a livello inconscio, due possibilità: o ammettere senza condizioni la tua presenza, malgrado la palese impossibilità, o impazzire letteralmente.

   Che fossi tornata a me dall'universo corrosivo dell'assenza, non potevo negarlo; quando ti feci entrare nella mia camera e mi domandasti ancora una volta se fossi disposto a seguirti in città, mi trovai di fronte alla possibilità di perderti se avessi risposto negativamente.

   Il solo pensiero mi atterrì. Eppure, e dovetti realizzarlo nel giro di pochi secondi, non c'era alternativa: se rifiutavo la città tornavo a perdere anche te; se accettavo di rimanere con te dovevo essere disposto a fare ritorno a Torino.

   Non auguro a nessuno di trovarsi di fronte a una decisione simile. Dopo il giorno del torrente, a pensarci, Roberta ed io non abbiamo più avuto modo di parlarci: e sono passati vent'anni da allora. E' come se la bomba atomica dell'assenza ci avesse spazzati via, lasciando di noi solo un'ombra sui muri di Hiroscima. Non ci fu mai più dialogo fra tua madre e me, dopo il giorno del torrente; e lasciarci fu tanto naturale quanto lo era stato trovarci.

   Dovetti decidere in pochi, troppo pochi secondi; e la mia decisione non poteva che essere una. Annuii. "Verrò con voi. Domani verrò con voi, ma ora lasciami solo."

* * *

   Era quasi mattino quando cedetti alla stanchezza. Avevo verificato almeno una decina di volte che la scatoletta con la trasmittente fosse al suo posto, sotto il letto, fra la rete e la spalliera. Tu eri tornata di là, non so se con Nanni o da sola, e io ero naufragato nell'oceano dell'acqua portata a valle dal torrente che ti aveva travolta.

   "Morirò baciando la tua pazza bocca fredda, abbracciando il grappolo perduto del tuo corpo, e cercando la luce dei tuoi occhi chiusi.

   E così quando la terra riceverà il nostro abbraccio, andremo confusi in una sola morte a vivere per sempre l'eternità di un bacio."

   Un tempo mi pareva che Neruda avesse scritto questi versi per tua madre; ne ero tanto convinto che avrei voluto tatuarglieli a sangue sui lombi per ricordarmene ogni volta che l'avessi vista nuda, per farlo sapere agli altri che l'avessero vista nuda, ma quando si fosse guardata allo specchio di spalle non avrebbe potuto leggerlo da sè perchè le sarebbe apparso scritto al contrario.

   Allora decisi di scriverglielo sulla lingua con filo da sutura così che fosse costretta a mostrarlo ogniqualvolta bevesse un aperitivo a una colazione di lavoro o aprisse le labbra per qualche altro uomo.

   Com'ero ingenuo, allora, e non solo per i miei vent'anni di meno: credevo che le poesie si potessero cucire addosso a una donna soltanto, ma ora mi accorgo che Neruda scrisse per te e non per Roberta. Perchè avrei voluto morire con te, allora, baciando la tua bocca fredda di bambina lavata d'acqua, mentre mi consumava il pensiero che sarebbe stato meglio spararti sulla bocca prima che cominciassi a distinguere le parole dai suoni, per evitare di vederti in seguito solo nella prospettiva tridimensionale di olografie scattate quando la parola torrente ricordava ancora la montagna e non la morte.

   La bomba era sotto le guglie del castello, la bomba era incuneata fra le mie scapole. L'alba era giunta, ma tu non ti facevi vedere: forse avevi ceduto al sonno tardi, quando già il velo fuchsia dell'aurora disegnava il profilo delle guglie sul cielo, prima che questo si trasformasse in acetilene. Forse anche tu ti eri girata nel letto senza riuscire a prender sonno, pensando a me alla finestra: ma non credo potessi avere ricordi di quei due lontanissimi anni in cui avevi vissuto con Roberta e me a Torino.

   Invece io mi maceravo nel dono amaro di quei ricordi, nell'illogica innocenza delle tue prime frasi, nella tenerezza cedevole della tua pelle da ultima arrivata, nella carne fredda del corpicino restituitoci dal torrente. Ma un'immagine, più di tutte, s'imponeva alla mia insonnia di genitore riconfermato: la memoria della prima volta in cui ti vidi, tre chili e cinquanta grammi in braccio a tua madre, sul letto d'ospedale, gli occhi acquosi di stupore nella luce per te agghiacciante di quel mattino asettico, lo sguardo quasi fisso ma incollato sulla chiazza sfuocata del viso di Roberta che imparavi a riconosceramare, le manine come merletti di ossicini e pelle che si muovevano senza coordinamento, la bocca incredula di vita appena socchiusa, forse per lo stupore che il mondo fosse qualcosa più che non le pareti di gommapiuma tiepida conosciute sino allora. Nel crogiolo della notte di montagna, l'immagine della prima volta in cui ti incontrai, tutta vibrante di esistenza fresca, un grumo di cellule appiccicose di vita, era tale da cacciare persino il relitto gelato della tua morte.

 * * *

   Nel giro di poche ore ci preparammo; in cantina avevo una vecchia bicicletta che rimettemmo in sesto per la discesa verso Torino. Nel taschino interno della giacca avevo la trasmittente radio.

   Mi accompagnasti nello studio a prendere le poche cose che mi sarebbero servite nei primi giorni in città: camicie di ricambio che infilai in una borsa, un CD con tutte le opere di Mussorgskij e il suo riproduttore tascabile, una copia della "Ideologia germanica" e pochi altri effetti personali.

   Appena richiusi la borsa, voltandomi quasi ti investii perchè mi stavi incollata addosso. Allora mi abbracciasti, per la prima volta da quando... Da quando eri...

   "Sono contenta che ritorni" dicesti inchiodandomi al tuo sguardo "Vedrai, sono cambiate tante cose... all'università si parla solo di te; nelle assemblee, nelle strade, nei caffè. Sarà per te come tornare a trent'anni fa."

   Tornando in cucina vidi che lo schermo del PC era acceso.

   Nanni si schiarì la gola e uscì, forse conoscendo ciò che avevi scritto e prevedendo un momento intimo.

   "Ho visto che leggi ancora Neruda" avevi battuto dalla tastiera "Mamma conserva ancora l'altra copia, quella che lasciasti a casa. La pagina più sciupata è quella di Ausencia, e mi sembra comprensibile. Forse solo ora ammetti a te stesso di aver sofferto per la mancanza di mamma. Dunque, ora sei in tempo per recuperare: vedessi, mamma è peggio d'una ragazzina, tutto il giorno a stampare giornali o nei caffè a parlare della mancanza di comunicazione, della necessità di organizzarsi, della perniciosità dell'individualismo."

   No, non avevi capito. L'assenza della poesia di Neruda non era per me quella di Roberta, ma la tua. Stampai le tue parole, ma infilando il foglio nel taschino della camicia un poco di malinconia mi filtrò sino al cuore, e mi scoprii a pensare a Roberta con affetto.

   Nanni era già in sella. Uscimmo abbracciati in veranda, ma la luce del mattino era come vetriolo negli occhi. Mi sentii più leggero, le viscere smisero di tremarmi. Sarebbe stato il momento opportuno per dirti tutto, tutto: che nulla poteva essere come trent'anni prima, perchè allora ancora non c'era tua madre Roberta, perchè da allora ne erano passate di tragedie, ma soprattutto perchè tu non potevi esistere in questo mondo: perchè tutto il mio organismo si ribellava all'inconfutabilità della tua presenza, la mia memoria si struggeva ai ricordi che non potevano più coincidere con la realtà.

   In nome di ciò che più ti è caro, per quale impossibile evento sei tornata dal mondo dell'acido della dimenticanza? Perchè la mia mente fa naufragio: per me sei morta all'età di due anni, affogata nel torrente di cui non potrò mai scordare il freddo; le mie dita ricordano la tua pelle diaccia e cedevole come marmo e pezza bagnata, i miei occhi rivedono la maschera pallida del tuo viso di annegata bambina, i capelli non ancora lavati dal fango, le tue dita piccole come ramoscelli e altrettanto rigide. Perchè tu non appartieni al mio mondo, o io non appartengo al tuo: qualcosa dev'essere accaduto, un contatto fra due universi, ma Nanni ha i tuoi stessi ricordi quindi devo sbagliarmi io. Sono io l'intruso, il sasso nero fra le conchiglie: nel tuo mondo, neppure  ricordi probabilmente quel torrente; Roberta e io ci siamo separati, ma non perchè spaccati dalla bomba della tua morte, dallo spostamento d'aria dei ricordi comuni di te. Qua, in questa Torino, c'è una Roberta che non sa nulla del ruscello e delle tue mani di pezza bagnata.

   Quante altre differenze ci saranno fra i due mondi? Riconoscerò Roberta, oppure di lei non è rimasto che il nome e la donna è un'altra? Tra poche ore lo saprò.

   Saranno due anni che non scendo a Torino, non sono sicuro di ricordare la strada; sino a quale distanza fa effetto la trasmittente? Bam, il palazzo verso le stelle, lava di schiuma che ricade sulla terra. Non sarebbe che il primo mattone, ce ne sono milioni solo a Torino di torri di schiuma. Le strade sono piene di ragazzi, mi hai detto, e tutti aspettano me. Ne faremo saltare, di torri...

   Nanni è già in sella, montiamo anche noi. Ho perso l'allenamento a pedalare, o forse l'ho smarrito in quell'altro mondo. Tu e Nanni sfrecciate fendendo il profumo dei fiori, senza pedalare perchè la strada è in pendenza. Oltrepassiamo il palazzo, vedo passare un'ombra imprecisa dietro le finestre della garitta sospesa. Cosa diresti se l'edificio ti esplodesse sotto il culo? Se la pietra si espandesse ancor di più e non per effetto dei tuoi convertitori di merda? Se ti si crepasse la torre fra le gambe, se vedessi levitare le guglie sopra nuvole di fuoco?

   Non riesco più a vedere il palazzo, ho perso cognizione del tempo; devono essere parecchi minuti che il vento mi batte i capelli.

   Freno, ma non ve ne accorgete e continuate. Mi fermo con sollievo, posando le suole in terra. Finalmente vi rendete conto che sono rimasto indietro, frenate, guardate verso di me.

   La scatola della trasmittente è tiepida fra le dita. Un tocco, e quel tornante lassù si incendierà, il castello tornerà a essere visibile, seppure a pezzi.

   Ho caldo. Mi sei mancata, figlia mia. Mi sei mancata. Scusa se dopo averlo pensato per venti anni col sudore di sangue della mia memoria non ho avuto il coraggio di dirtelo di persona, ma devo riabituarmi. Era troppo facile dirtelo vent'anni fa quando non capivi. Ho appena incominciato a sollevare il capo fuori dall'acido prussico, e già faccio sbagli.

   Anche tu, Roberta, mi sei mancata. Dio, ho imparato solo ora a ricordare, e vorrei per il dolore mangiare la tua olografia qua nel taschino, o affondare il capo nella terra avvelenata che fra qualche settimana qualcuno farà scoppiare per costruirsi un palazzo.

   I ragazzi sono nelle strade e io ero solo quassù a masturbarmi con la melassa della tua assenza. I ragazzi sono fuori dai cancelli delle università e io quassù come un coglione con una bomba in mano.

   Vorrei essere lassù, nella garitta sospesa sul cortile; allora toccherei sì il pulsante e tutto finirebbe lì; ma ti ci vorrebbero forse miliardi di anni per incontrarmi in un altro Universo.

   La trasmittente si spacca come un frutto quando la lascio cadere sull'asfalto. Noto che i burattinai del mercato hanno deciso di non sfruttare ancora la tecnologia per produrre utensili eterni; preferiscono che tutto si possa distruggere perchè tutto si possa riacquistare. La produzione incontrollata.

   Ce ne vorrà di tempo prima di costringerli; ma non dobbiamo essere pessimisti. L'ultima volta che ho provato a cambiare il sistema dall'interno sono stato condannato a trent'anni di tedio; adesso invece ho imparato che il sistema non si può cambiare.

   Riparto, spingendo con il piede la bicicletta. Tremo al pensiero che appena ti affiancherò dovrò dirti che mi sei mancata.

Franco Ricciardiello

 

Scritto tra maggio e giugno 1989

 

Pubblicazioni:

  1. "Follow my dream" n. 4, Ancona 1990

  2. "Diesel extra" n. 8, Sarre (AO) 1993

 

< ritorna alla pagina dei racconti