FRANCO RICCIARDIELLO

Bambina di porcellana tagliente

 

Ho smesso di credere in Dio il giorno in cui mi sono accorto che il ferro e il sangue hanno lo stesso sapore: quel retrogusto rugginoso, bluastro che adesso sento contro il palato mentre Harri mi tiene la canna della Browning in bocca dopo avermela sbattuta sui denti.

“Gentile da parte tua fare compagnia a Raili nel momento dell’assoluzione,” dice Harri sottovoce.

Sento il sangue colare sulle labbra, irrazionalmente mi scopro a pensare che potrebbe diminuire l’attrito del ferro contro lo smalto dei denti. Cerco di arrestare la canna con la lingua per evitare che mi prema in fondo al palato, contro la gola.

Gli occhi sanguigni di Harri riflettono la luce elettrica della piscina alle mie spalle, sullo sfondo della vetrata oscurata dalle tende di velluto. Il granito delle colonne intorno all’acqua è freddo, irreale, sembra la texture frattale di una elaborazione virtuale in radiosity. Abbassando lo sguardo velato di dolore posso scorgere il cuneo di frassino arroventato a fuoco che ho lasciato cadere sul pavimento quando Harri mi ha spaccato con una spranga di ferro l’ulna e il radio del braccio destro.

Sono seduto contro una colonna da cui pendono gli anelli lucchettati di un paio di manette. Biascico qualcosa con la canna di ferro fra i denti, ma lo sforzo mi riempie gli occhi di lacrime. Harri estrae appena l’arma dalle mie labbra come per lasciarmi parlare.

“Dove avete portato Raili?” ripeto stringendomi con l’altra mano il braccio destro quasi attorcigliato su se stesso. L’orlo slabbrato dell’osso ha lacerato la pelle uscendo allo scoperto. Ho paura di perdere i sensi per il dolore, mentre il mio cuore continua a pompare imperterrito il sangue che sto perdendo dal naso e dalla bocca.

Mortalmente serio, Harri si avvicina alle labbra la canna dell’arma imbrattata dal mio sangue. Senza levarmi gli occhi dagli occhi la pulisce leccandola.

* * *

“Raili? Raili Hiltunen?” dico avvicinandomi con la mano tesa alla ragazza con la valigia, che mi guarda interrogativamente, sciogliendosi appena vede la foto che mio fratello mi ha dato per riconoscerla. “Io sono Maurilio: Mauro per gli amici.”

Sorride senza esitazione. “Come sta Lenin?” dice, “e tu chi sei?”

“Sono il fratello di Lenin Morelli,” rispondo raccogliendo la sua samsonite, insolitamente leggera per una fotomodella. Le faccio strada verso il parcheggio dell’aeroporto; “mi spiace, ma Lenin e mia cognata non hanno potuto venire a prenderti di persona perché il bambino è ammalato.”

Usciamo dalle porte a vetro nel flusso di folla, gli uomini e qualche donna si voltano a guardare Raili, che è davvero bella come mi aveva preannunciato Lenin.

“Perché?” mi dice all’orecchio, e sul momento credo alluda alle occhiate dei pappagalli, ma seguendo il suo sguardo vedo che indica un bambino mascherato da pantera rosa.

“E’ carnevale,” rispondo, “giovedì grasso, il giorno delle sette merende. Hai cenato?”

Sistemo la valigia nel baule mentre il vento le terrorizza i capelli. Raili indossa un dolcevita di angora e un paio di chinos khaki; si attarda ad ammirare il riflesso del sole al tramonto sull’arco delle Alpi, visibili come una corona di granito a occidente e verso nord.

Imbocchiamo l’autostrada verso Torino.

“Lenin ha detto di accompagnarti a casa sua: c’è una mansarda con ingresso indipendente riservata agli ospiti.”

La ragazza annuisce, sorridendo. “Spero di incontrare tuo fratello per cena.”

Mi stringo nelle spalle. “Purtroppo no, è fuori Torino con la moglie, hanno dovuto portare il bambino a una visita medica: è per questo che lo sostituisco qui all’aeroporto. Nel mio mandato c’è scritto che devo tenerti compagnia a cena.”

“Mandato? Lenin ti ha dato ordini scritti?”

Confluisco nella tangenziale. “Mio fratello è una delle persone più disordinate che io conosca. Non so come possa mandare avanti il suo ufficio a Palazzo di Giustizia.”

“Anche in Finlandia seguivamo al telegiornale le notizie di Tangentopl… Tangentopo… Tangentopolis. Per noi che avevamo studiato a Torino era un modo di sentirci più vicini all’Italia.”

* * *

“Quando parti per Milano?” domando più tardi davanti a un piatto di penne al tabasco e una Budweiser. Raili ha voluto fermarsi per un panino e una birra non lontano dai Murazzi, deve essere già stata qui perché riconosce i posti.

La birreria è fumosa, affollata. C’è una grossa compagnia di ragazzi in maschera con costumi da sartoria teatrale; Raili sembra affascinata da questa promiscuità surriscaldata e affumicata.

“Milano?” risponde, “perché dovrei andare a Milano? Mi fermerò in Italia fino a Pasqua, ma non ho in programma di lasciare Torino.”

Ho i sensi già leggermente velati dall’alcool. Faccio un gesto vago per cercare di recuperare. “Le agenzie, i fotografi, gli stilisti sono tutti a Milano.”

Raili diventa pensierosa. Guardandola bene mi accorgo che i suoi occhi sono leggermente divergenti: strabismo di Venere, si sarebbe detto un tempo. Poi scoppia a ridere improvvisamente facendomi arrossire. “Non dirmi che per convincerti a venire all’aeroporto tuo fratello ha detto che ero una fotomodella!”

Vorrei nascondere le orecchie sotto il tavolo. Non è la prima volta che Lenin mi gioca uno scherzo del genere. Da quando mi sono lasciato con Roberta, si è autoproclamato mio curatore sentimentale.

Mugugno qualche parola di scusa mentre Raili si contiene per non cadere dalla sedia. Trova la cosa molto divertente. “Quando studiavo qui a Torino ho posato per qualche pubblicità locale,” risponde, “ma si tratta di 5 anni fa. Adesso devo scrivere una storyboard per un programma alla TV finlandese sull’ostensione della Sindone: lavoro come responsabile di sezione al dipartimento dei beni culturali, a Helsinki, non poso nuda per servizi fotografici. Neppure per quelli artistici.”

“Scusa,” sospiro imbarazzatissimo, pensando che ha una bocca molto elegante, “forse è ora di accompagnarti a casa, sarai stanca per il viaggio. Lenin e sua moglie dovrebbero essere già tornati a quest’ora.”

“Non ti ha raccontato come ci siamo conosciuti?” dice seguendomi all’aperto, verso il parcheggio, nella notte pesante di ombre. L’aria si è fatta fredda, il contrasto con l’atmosfera densa della birreria è disintossicante. “Lenin e Harri frequentavano entrambi Giurisprudenza qui a Torino, 5 anni fa. Io ero a Ingegneria.”

“Chi è Harri?” domando senza ottenere risposta.

Raili è scomparsa. Un attimo prima era dietro di me. Torno indietro di qualche passo e la scorgo accanto al muraglione dell’argine. Appoggia la mano sulla pietra e salta sopra, poi si alza in piedi nel vento stringendosi la giacca di nabuk per guardare l’acqua silenziosa e scura del Po.

“Finita l’università, Lenin è venuto a trovarci in Finlandia,” dice senza voltarsi. La raggiungo al muretto senza salire. “Harri ha voluto portarlo per scherzo alla Camera del Lavoro di Tampere, dove c’è un museo dedicato all’altro Lenin dal quale ha preso il nome; poi abbiamo viaggiato verso est fino a Imatrankoski, al confine con la Russia. Fino agli anni ’20 la gente veniva da tutto il mondo a vedere le rapide di Imatra, 1300 metri di cateratte; adesso c’è una gigantesca centrale idroelettrica. L’acqua che fuoriesce sotto la saracinesca della diga è come questa: profonda, nera anche di giorno, si alza di livello ogni pochi secondi in un’onda che sembra un respiro. Questa è l’impressione che mi hanno sempre dato i grandi fiumi: un’arteria viva, un respiro affannoso che ti soffoca, una invasione fredda nei bronchi.”

Osservo raggelato il letto di mulinelli del fiume. Per un momento provo la suggestione di trovarmi in uno dei suoi gorghi gelidi, come il cadavere spolpato dai flutti di Fleba il fenicio.

“Chi è Harri?” domando meccanicamente per rompere il silenzio.

“Era compagno di studi di tuo fratello, qui all’università. E’ tramite Harri che ho conosciuto Lenin. Tornati a Helsinki ci siamo sposati, 4 anni fa. Da tre mesi viviamo separati, lui si è trasferito qui a Torino. Un’altra delle ragioni per cui sono venuta è ottenere la sua firma sui documenti per il divorzio.”

* * *

Un urlo mi sveglia di soprassalto, devo avere perduto i sensi per il dolore. Mi trattengo dallo scivolare sul pavimento mentre Harri si avvicina dal limitare della piscina. La luce è fioca, l’acqua sembra respirare come il Po quella notte in cui ho conosciuto Raili.

“Raili…?” chiamo con voce sorda. Mi puntello con la sinistra per sollevarmi e guardare l’ultima colonna in fondo al sotterraneo, vedo qualcuno oltre il velo di sangue e oscurità.

Mi metto in ginocchio, mi sollevo barcollando cercando di aggirare Harri. “Raili!” sento l’eco della mia stessa voce contro le pareti di granito rosa. “Raili!”

La Browning di Harri è puntata verso il pavimento, ma quando cerco di scansarlo lui scosta il mantello foderato sulla spalla, poi solleva il braccio armato colpendomi di taglio sul muscoli del collo.

Sento un’esplosione di dolore, e il pavimento di cotto mi batte sulle ginocchia. Sono di nuovo in terra, Harri si curva su di me sollevandomi per il colletto della polo. Mi trascina sulle mattonelle, credo che voglia scaraventarmi nell’acqua. Mi ritrovo a pensare che non potrò mai tenermi a galla con le ossa dell’avambraccio spezzate, ma dopo alcuni metri rallenta lasciandomi in terra sanguinante.

Raili grida di nuovo. Mi rimetto in ginocchio con la sola forza di volontà, ma quando sto per risollevarmi in piedi con i muscoli del braccio sinistro tesi e l’altra mano infilata nella cintura per evitare che penzoli, Harri mi afferra di nuovo per il colletto. Ha una forza sovrumana. Cerco di afferrarlo, ma mi colpisce al plesso solare con il calcio della pistola.

In ginocchio. Sputo sangue sulle mattonelle, mi rialzo. Mi gira la testa, Harri non è più accanto a me. Vedo Roberto Rodighiero in piedi accanto al trampolino della piscina.

Adesso è di nuovo silenzio. Attraverso il sibilo della mia emicrania riesco a udire i tacchi degli stivali, il respiro tranquillo dell’acqua e un suono più ambiguo, come di carne nuda sulla pietra.

Respirando a fatica per il muco e il sangue, muovo un passo dopo l’altro con le articolazioni rigide verso il trampolino, ricordando i suoi gradini sinistramente simili a un altare di pietra.

Adesso sento anche il suono metallico delle manette sul granito. Harri mi sta aspettando insieme agli altri vampiri avvolti nei mantelli neri. In mezzo al semicerchio, Raili è sdraiata a braccia e gambe divaricate sull’altare di pietra, la pelle lucida per la traspirazione dell’ecstasy e del terrore, così diversa infine dall’Ofelia di John Everett Millais.

Mi sta guardando con occhi sbarrati, respira veloce come una cavia alla vivisezione. Vedo sul suo collo la croce rossa dove incideranno la giugulare per dissanguarla. Rodighiero mi viene incontro, estrae da sotto il mantello il cuneo di frassino con cui ho fatto irruzione nella piscina sotterranea, me lo porge dall’estremità non appuntita.

“Ecco il nostro eroe,” dice con tono di scherno. C’è una luce esaltata dalla cocaina nei suoi occhi. “Benvenuto. Poiché sei venuto con l’intenzione di piantare il picchetto nel cuore di qualcuno, sarai tu a spaccare il cuore di Raili.”

Guardo il picchetto appuntito, guardo il respiro di Raili e ripenso all’acqua sotto la diga di Imatrankoski. Il seno è perfettamente rotondo, pieno, sano dove il picchetto dovrà squarciarle il cuore.

* * *

Raili è fuori dalla porta di casa mia. Mi squadra da capo a piedi, seria come una tirocinante, poi si tradisce e scoppia a ridere. “E questo sarebbe un vampiro?” dice coprendosi la bocca con le dita, “Sembri un boy scout che non vede il sole da 5 anni.”

Mi sfilo dalla bocca i denti di plastica e le faccio cenno di entrare. Ha le palpebre verniciate con una specie di ombretto metallizzato, tra il grigio e l’azzurro, che dona profondità alle iridi. L’intento vorrebbe essere glaciale, in realtà è morbosamente affascinante forse grazie al suo lieve strabismo.

Mi apre davanti agli occhi la borsetta, scostando sulla spalla la falda del mantello. “Per fortuna sono previdente, ho portato i ferri del mestiere.” Mi mostra un paio di stick che sembrano rossetto, una scatola di fondotinta a colori e un pennellino.

Non vuole seguirmi in bagno, si accontenta dello specchio accanto alla porta di ingresso perché vivo in un monolocale, ma quando si affaccia per posarmi la punta dello stick sulle labbra rimane paralizzata a guardare qualcosa all’altezza dei miei occhi.

Sto per domandarle cosa succede, temendo che si tratti solo di un effetto del suo strabismo, ma si volta a cercare il riflesso dello specchio. Sempre con il rossetto in mano, cammina a passi rapidi verso il poster incorniciato alle spalle del mio letto.

Accenna un gesto circolare con il rossetto. Le sue palpebre metallizzate, chitinose come gli occhi di una mantide cibernetica, si chiudono rapidamente più volte come per cacciare una visione. “Chi è quella?” domanda finalmente accennando al poster.

Sento di avere le narici dilatate nel guardare il profilo del suo corpo da dietro, ora che si è tolta il mantello. “E’ l’Ofelia di John Everett Millais.”

Raili è rimasta a braccia aperte davanti al quadro, come per replicare la posa della ragazza annegata nell’acqua nera, in mezzo a un’orgia di fiori e canne lacustri. L’acqua gelida gonfia il vestito di Ofelia, trasportata a valle insieme a un mazzo di fiori di campo dai colori violenti. Il pallore incipriato di Raili replica il volto esangue di Ofelia, le labbra rosse spalancate, gli occhi fissi al cielo, i polmoni inzuppati di acqua fredda.

“John Everett Millais,” ripete meccanicamente Raili. “Londra, vero? La Tate Gallery di Londra.”

Le appoggio una mano sulla spalla, si scuote ritornando in questo mondo. Mette a fuoco lo sguardo su di me, mi segue davanti allo specchio ma noto che mentre mi vernicia le labbra con un colore da infarto continua a sbirciare il quadro.

“Come è tardi!” esclama all’improvviso, “abbiamo un appuntamento.”

Guardandola nascondere il pennello nella borsetta, per la prima volta non mi dispiace che mio fratello Lenin mi abbia quasi obbligato ad accompagnare Raili a questa festa in maschera. Se fossi rimasto a casa avrei atteso inutilmente una telefonata di Roberta.

Scendiamo alla mia Panda, l’indirizzo che mi ha dato Lenin è in collina. Ci arrampichiamo per qualche tornante in direzione di Chieri, Raili si volta indietro a guardare le luci allettanti della città sotto di noi, oltre il confine nero del Po.

* * *

La musica dall’amplificazione batte così forte che mi domando come non si sbriciolino i vetri del bovindo. Una veranda lunga come la vetrina di un magazzino occupa l’intero lato est del seminterrato: oltre i vetri, il baratro della notte di Torino.

Non conosco quasi nessuno dei pezzi che continuano a martellarci da quando siamo arrivati, un misto di heavy metal e acid house, ma non potrei giurarci. Sono stordito, quasi mesmerizzato dal ritmo ipnotico della serata. Raili e io siamo scesi nel sotterraneo di questa lugubre casa in collina che tutti chiamano Villa Rodighiero, ritrovandoci in una sorprendente discoteca privata: un solo, ampio locale che occupa tutte le fondamenta dell’edificio. Le pareti sono di granito rosa, come le colonne che sorreggono la volta tutto intorno a una piscina rettangolare ritagliata all’interno del peristilio. Solo una linea di nastro adesivo rosso separa l’acqua pavimentata di riflessi dalla gente in maschera che balla tutto intorno, sotto la minaccia di amplificatori da diverse migliaia di watt.

Muovendo pochi passi nella ressa abbiamo visto che un intero lato del seminterrato è aperto al panorama della notte di Torino, rette di viali che si allontanano dal nastro nero del Po come collane di luci rotolate fuori da un contenitore di dimensioni infinite. E’ lungo questa vetrata che tutti vorrebbero ballare.

Malgrado carnevale sia finito da una settimana siamo tutti mascherati. Il tema della festa deve essere il macabro: non riesco a immaginare Lenin che balla travestito da pipistrello in questa folla di trentenni impasticcati, capisco che abbia chiesto a me di accompagnare Raili.

Poco per volta ci spostiamo verso la vetrata, fino a che Raili riesce a salire in piedi sulla singolare base del trampolino, bizzarramente simile a un altare. Mentre ballo ai suoi piedi, un paio di ragazze la seguono sugli scalini cominciando a imitare i suoi gesti come contagiate dal virus del moto perpetuo. La sequenza dei loro movimenti adesso è asimmetrica: due mezzi passi a sinistra, un attimo di sospensione sulla sincope del terzo quarto in levare, un passo a destra e così via in una iterazione quasi infinita che segue l’andamento della ritmica.

Slaccio il colletto della camicia di seta lavata, mi sento esausto e galvanizzato al tempo stesso. La luce stroboscopica del proiettore di Wood riesce a colpire tutti gli angoli del seminterrato, trasformando la carnagione di Raili nella ceramica bianca e porosa di una marionetta asessuata. Ma una bambola di porcellana non manterrebbe questo movimento fluido ricalcato sulle regole cinestetiche della musica, come la contaminazione quantistica di DNA umano e vinile inorganico immaginata da Richard Calder.

La pressione della folla mi spinge più vicino all’angolo bar, stretto fra il trampolino e la vetrata, dove un paio di tipi con l’aria dei padroni di casa, capelli ingommati e un pallore cocainomane che spunta dal colletto del mantello di raso, stanno chiacchierando con una strega in reggicalze.

Raili ha lo sguardo perduto nei meandri della musica, le sue membra seguono tracciati spaziotemporali che io non posso vedere nemmeno con i sensi accresciuti dall’ipersensibilità provvisoria dello sfinimento fisico. L’unico effetto che sono in grado di riconoscere è che ogni traiettoria delle sue mani di porcellana sembra cancellare un frammento dei miei ricordi di Roberta.

La strega sembra agitarsi, i due vampiri si stringono nelle spalle; rimango meravigliato quando la ragazza, gli occhi pesti cerchiati di ombretto viola, si scosta la bretella del body su una spalla scoprendo completamente un seno.

Non so quanti invitati abbiano notato la scena. Il vampiro dai capelli scuri si è già distanziato, il biondo continua a bere indifferente il suo drink fino a che la strega si allontana furiosa facendosi largo a spintoni nella calca, senza ricomporsi la canotta sul cuore.

Il vampiro scuote il capo, posa il bicchiere e si avvicina nella nostra direzione. Appena mi raggiunge noto le sue pupille dilatate, non certo per l’atropina. Contraccambia nervoso la mia curiosità, ma quando vede Raili sopra le teste dei ballerini sembra trasalire. Noto che non si rende conto che siamo insieme. Lei ricambia il suo sguardo per diversi secondi, poi allunga una mano perché la aiuti a scendere dal trampolino.

“Ti presento mio marito Harri,” mi grida nell’orecchio accennando al nuovo arrivato.

* * *

“Allora gli amici di Raili sarebbero degli eccentrici?” dice Lenin a bassa voce, richiudendosi alle spalle la porta della camera da letto dove il bambino si è appena addormentato.

Ricambio il suo sguardo, incredulo. “Eccentrici?” rispondo, “io ho detto che sono degli esaltati. Quelli credono davvero in Vlad Tepes e nelle stronzate esoteriche. Sniffano coca e si sbattono le ragazzine nelle camere da letto mentre le feste nel seminterrato servono da copertura.”

Lenin guarda l’orologio al quarzo sul muro. “Ti spiace seguirmi nel mio studio? Devo dare un’occhiata a un paio di file entro stasera.”

Lo seguo sconfortato. Mia cognata Giada sta fumando appoggiata alla finestra della cucina.

“Si può sapere come hai fatto a conoscere quella gente?” insisto.

Lenin fa un gesto vago. “Harri Kivisalo frequentava i miei stessi corsi all’università. Non lo vedo da un paio d’anni, non so dirti cosa sia successo al suo cervello. Da quando si è separato tornando a vivere a Torino non ho più avuto sue notizie.”

“Anche il padrone di casa è un esaltato,” continuo a voce più bassa. Lenin sta esplorando un paio di file sullo schermo del computer.

Scosto con le dita un foglio sulla sua scrivania e mi capita fra le mani una foto.

“Come si chiama?” domanda mio fratello.

“Il padrone di casa?” rispondo osservando la fotografia. Ritrae il corpo di una donna sdraiata sulla schiena con le spalle denudate. Ha gli occhi sbarrati, fissi come soprammobili, le labbra così esangui che non si vedono. “La chiamano Villa Rodighiero.”

La foto successiva mostra un primo piano del volto della donna. Un grosso ematoma con una ferita ingrommata di sangue rappreso segna il confine fra il collo e la clavicola. Nel vedere la sua immagine di profilo mi sembra di riconoscerla.

“Come è morta?” domando.

Con uno scatto Lenin mi leva le foto di mano. “Mi rincresce,” balbetta, “non posso mostrarti nulla, segreto istruttorio.”

“E’ quella ragazza rinvenuta sul Lungodora ieri mattina,” dico ricordando i quotidiani.

Lenin nasconde le fotografie in un cassetto. Il bambino sceglie proprio questo momento per svegliarsi di nuovo e chiamare papà.

Lo seguo in corridoio, poi quando si infila nella camera da letto buia io raggiungo Giada alla finestra. “Nuoce gravemente alla salute,” dico cercando di sfilarle la sigaretta dalle dita, ma rischio una ginocchiata. “Giada, quella ragazza ritrovata morta in Lungodora era alla festa dell’altra sera. Pensi che dovrei dirlo a Lenin? In fondo è stato lui a chiedermi di accompagnare Raili.”

Lei tira una lunga boccata di fumo che ricaccia fuori senza riciclarlo nei polmoni. “Che intenzioni hai con Raili?” domanda in risposta alla mia domanda.

Arrossisco. “Come sarebbe…”

“L’hai riaccompagnata a casa dopo la festa? Stai attento. Non posso dire di conoscerla come la conosce Lenin, ma ero anch’io a Giurisprudenza negli stessi anni. E’ molto meno bambina di quanto voglia fare credere.”

“Su cosa sta indagando Lenin?” insisto cercando di ignorare il suo avvertimento.

“L’hai detto prima.”

“La ragazza del Lungodora?” ricordo il lampo improvviso del suo seno bianco quando ha allentato la bretella sotto la luce stroboscopica. Mi torna in mente la pelle esangue di Raili alla luce del sotterraneo, la consistenza ceramica della sua epidermide. Una bambina di porcellana, mi scopro a pensare.

Non ho mai pensato la stessa cosa di Roberta.

* * *

Lo scenografo del mio incubo deve essere H.R.Giger o, meglio ancora, Oscar Chichoni. So che Roberta è in discoteca con amici in questo squallido complesso commerciale cresciuto intorno a una stazione ferroviaria di periferia, ma non c’è nessuna insegna di locale. Ricordo con angoscia la porosità del cemento, il dettaglio iperrealistico delle porte di metallo con maniglioni antipanico, il contrassegno stantio dell’immigrazione comune alle periferie di Amsterdam, Londra o Marsiglia. Mi avventuro in un labirinto di locali abbandonati, sento della musica come vibrazione di una amplificazione spaventosa attraverso le pareti, incrocio altri avventori che non mi degnano di uno sguardo, poi gruppetti di ragazze e ragazzi che escono dalla discoteca con scialli di lana sulle spalle. Mi ritrovo all’aperto, di nuovo nella strada a fianco della stazione ferroviaria, di nuovo una periferia che potrebbe essere Torino o Anversa. Ci sono negozi di barbiere con le vetrine schermate, agenzie viaggi di poster ingialliti, negozi di dischi con due dita di polvere nei solchi del vinile.

Rientro nel dedalo di locali deserti seguendo le vibrazioni della musica, dura e ritmata. Incontro ancora gente che esce, vorrei essere insieme a Roberta, sento il bisogno di stringerla fra le braccia, la immagino ballare con amici che non conosco nell’atmosfera fumosa e rancida della sala, luce insufficiente, musica come lo spostamento d’aria di una bomba atomica sui timpani.

Finalmente raggiungo la sala, ma troppo tardi. Troppo tardi, troppo tardi. La prima luce del mattino entra dalle finestre in alto, all’angolo del soffitto, troppo tardi, per terra solo mozziconi di sigaretta e cartacce. Non c’è più nessuno.

Provo pena per me stesso. Poverino, povero Mauro, vorrei ancora abbracciare Roberta, mi accontenterei di starla a guardare mentre balla o di tenerle la mano, ma Roberta non c’è più. Roberta ha lasciato la discoteca, ha lasciato il centro commerciale di questa stazione ferroviaria da incubo, Roberta ha lasciato la mia vita.

I miei passi strisciano fastidiosamente sulla parete interna del mio cuore mentre mi aggiro in cerca dell’uscita.

Scopro di essere sveglio, sto fissando il soffitto impiastricciato dalla luce dei lampioni in strada come riflessi di dischi volanti. L’hai riaccompagnata a casa dopo la festa?, mi domanda di nuovo la voce di mia cognata, che intenzioni hai con Raili?

Ed è di nuovo come se fossi davanti alla porta della mansarda che le ha prestato Lenin, la sera in cui l’ho riaccompagnata a casa da Villa Rodighiero, la vibrazione grigia della musica acida contro i timpani e il seno bianco della strega in reggicalze in sovrimpressione sulla cornea. E di nuovo cerco le sue labbra con le mie mentre l’interruttore a tempo delle scale spegne la luce, e di nuovo Raili mi allontana con il palmo delle mani di porcellana, dicendo qualcosa in finlandese, turbata.

La porta di noce si chiude alle sue spalle, nascondendo lentamente l’ultimo spicchio del suo viso mentre mi osserva con l’occhio filtrato attraverso la frangia, e ogni frazione di secondo copre metà della sua iride come una revisione postmoderna della distanza infinita di Zenone.

Giada ha ragione, dovrei anch’io chiedermi che intenzioni ho con Raili. Bambina di porcellana tagliente.

* * *

La porta di Lenin si apre inaspettatamente, proprio mentre sto per salire l’ultima rampa di scale per la mansarda di Raili.

“Ehi, guerriero della notte,” dice Giada affacciandosi con una sigaretta al mentolo e un accendino. Indossa un tailleur e un paio di ciabatte di velluto, come se fosse appena tornata dal lavoro.

Faccio un gesto imbarazzato di saluto. “Io…”

“Non c’è bisogno, sali pure: Raili è ancora in casa, ma deve andare in Duomo. Il lavoro?”

“Esco adesso dall’ufficio.”

Giada resta a guardarmi salire dalla soglia, poi un attimo prima che bussi alla porta dice “Domenica prossima è Pasqua, lei ritornerà a Helsinki. Dovrai prendere una decisione. O ti fai avanti o rinunci.”

Busso, irritato. Raili sembra sorpresa, poi vedo sopra le sue spalle la testa di Harri.

“Ah, il giovane Morelli,” dice. Indossa un vestito di seta scuro, ha una pettinatura tenebrosa forse per via del gel.

Entro imbarazzato. “Mi preparo e usciamo subito,” dice Raili, “mi accompagni in Duomo? Devo parlare con il vicario per gli ultimi particolari organizzativi per finire il réportage sull’ostensione.”

“Cosa ci fa qui?” le domando nell’orecchio. Harri sembra divertirsi.

“Doveva consegnarmi delle lettere per parenti in Finlandia.” Mancavano meno di sette giorni alla partenza di Raili.

“Ti ha firmato i documenti?” dico a bassa voce

Mentre Raili senza rispondere si ritira per pettinarsi, Harri contempla curioso il poster dell’Ofelia di Millais che lei ha trovato alla Rinascente.

“Ha sempre avuto un debole per l’arte,” commenta.

“Anche tu hai un debole per l’arte, a quanto pare,” dico.

Si irrigidisce. “Diciamo un debole per l’estetica.”

“L’arte decadente,” insisto sedendomi a cavalcioni di una sedia, le braccia conserte appoggiate sullo schienale, “ars gratia artis, quante energie sprecate per un fine così desolante. Tu e il tuo amico Rodighiero plasmate la vostra vita come un’opera d’arte, non è vero? Corse notturne in coupé, ragazzine, emozioni forti. Un tiro di coca, una chiavata. Una ragazza nuda in Lungodora.”

Harri sorride rilassando a fatica i muscoli delle guance. “Mi povero Morelli, quanto risentimento degno di una causa migliore. Ti senti più maschio se mi insulti in presenza di mia moglie? Ti fa sentire uomo?”

Mi sporgo per vedere se Raili ha sentito. “Lasciala stare. Non è più tua moglie.”

Adesso Harri ride quasi. “Scommetto che sei tutto eccitato da questo tuo ruolo protettore. Coraggio, difendila da quel meschino di suo marito, e la avrai in premio. Immagino già la circolazione sanguigna accelerata nel tuo inguine. Scommetto che hai un’erezione.”

Mi avvicino di più a lui, sporgendomi sopra il tavolo. “Tu di circolazione sanguigna te ne intendi, vero? Tu ami il sangue. Ami l’odore della morte fresca, denti che sbranano la carne, muscoli strappati a brandelli, terrore, caccia, orrore primordiale. Non riesci ad amare una donna se non hai le labbra sporche di sangue: per questo Raili non fa per te.”

Raili sceglie questo momento per ritornare in cucina, vestita per uscire. “Che succede?” domanda vedendoci tesi, poi dice qualcosa in finlandese.

“Parlavamo di punti di vista,” rispondo accennando agli occhi di suo marito, “Harri è convinto che due gocce di atropina aumentino le facoltà visive, secondo me invece si tratta del primo indizio di una psicopatologia schizoide.”

Harri accenna un sorriso e si alza senza fretta stringendomi la mano. “Giovedì sera Roberto ritira l’auto nuova e offre da bere a Raili,” dice, “naturalmente l’invito è esteso anche a te. Scenderemo per un giro in città.”

Dall’espressione di Raili comprendo che era al corrente dell’invito. Forse è per questa ragione che Harri è venuto da lei, non per firmare i suoi documenti.

“A proposito,” dice Harri voltandosi dalla soglia, prima di uscire, “come sai dell’atropina e dell’acuità visiva?”

Mi stringo nelle spalle, senza capire dove vuole arrivare. “Cosa intendi dire?”

“E’ risaputo che Adolf Hitler usava due o tre gocce di atropina più volte al giorno per aumentare l’acuità visiva. L’unico effetto indesiderato era la fotofobia. Come i vampiri, eh?”

Raili rimane perplessa a osservare la porta chiusa. Spero di riuscire a mimetizzare la delusione per la sua incapacità di staccare il cordone ombelicale a senso unico che la tiene legata a questo mostro.

* * *

Vedo Lenin attraverso la vetrina del self service, gli faccio un cenno con le mani. Lui dice qualcosa ai suoi colleghi, lascia i soldi del conto ed esce.

“Mauro, che fai qui?” dice stringendomi la mano.

“Ho preso un permesso di due ore dall’ufficio per venire a cercarti,” rispondo consegnandogli una cartellina di plastica stampata, “devo mostrarti una cosa.”

“Accompagnami in Tribunale.”

Camminiamo sotto i portici verso l’estremità opposta di piazza Castello. Malgrado sia quasi Pasqua, oggi c’è un vento scandinavo su Torino. Devo sollevare il bavero della giacca.

“Ho raccolto una serie di ritagli di giornale su quella ragazza,” dico raccogliendo il mio coraggio, “sono convinto di averla vista a Villa Rodighiero la sera della festa.”

Lenin si arresta in mezzo alla via, mi studia per vedere se faccio sul serio. “Quale ragazza?”

“La donna del Lungodora. Ho visto le foto sulla scrivania, a casa tua.”

Sospira. “Sai che non posso parlare di queste cose? Segreto istruttorio.”

“Voglio vedere le altre foto della ragazza. Ho letto che è morta dissanguata.”

Proseguiamo verso il tribunale. “E a cosa stai pensando?” dice Lenin, “a Raili e ai suoi amici vampiri?”

“Quella è gente malata, Lenin. Sarebbero capacissimi di assassinare una ragazza e bere il suo sangue. Il tuo amico Harri è il più degenerato.”

Prendiamo l’ascensore del Tribunale. “Tu confondi la forma con la sostanza,” replica dandomi a intendere che vorrebbe cambiare discorso.

“Ho letto che è morta per dissanguamento,” insisto.

“E’ una causa di decesso molto frequente;” risponde Lenin aprendo la porta del suo ufficio.

Gli mostro un ritaglio di quotidiano. “Qui dice che aveva due cicatrici circolari sulla carotide, all’altezza della giugulare. Queste cose si vengono a sapere solo ora, a tre settimane dalla morte. Da stamattina la stampa chiama Dracula l’assassino.”

“L’ho letto, l’ho letto,” così dicendo mi allunga un espositore con le foto a colori della vittima, alcune tratte da un album di famiglia perché è viva e sorridente.

Chiudo gli occhi e inspiro profondamente. E’ lei, la strega di Villa Rodighiero.

Lenin capisce dalla mia espressione. Si lascia andare sospirando sulla sedia antistatica, che si allontana di qualche centimetro sulle rotelle. “Non lasciarti influenzare da questo,” dice, “non potevo rivelartelo, ma sapevamo già che era stata a quella festa in maschera la sera della morte.”

“Qui dice che la ferita potrebbe essere provocata da un paio di denti animali e che il sangue della ragazza non era versato intorno.”

“Stiamo indagando se possa essere stata assassinata altrove e poi trasportata lungo la Dora.”

“Hai perfettamente capito cosa voglio dire. Vampiri, Lenin!”

Mio fratello traccia qualche riga con la stilografica su un foglio bianco. “Credo che ti stia lasciando influenzare emotivamente dal fatto che uno di questi… di questi presunti vampiri è l’ex marito di Raili.”

“Tra me e Raili non c’è nulla.”

“Il fatto che Rodighiero e i suoi amici siano eccentrici non significa che siano dei potenziali assassini. E’ questione di cultura, Mauro: all’Università Rodighiero era in quei gruppi pseudo esoterici che leggevano Evola e Guénon e partecipavano ai Campi Hobbit. Adesso ha il trip dei vampiri, domani magari correrà dietro ai misteri dei Templari o al Graal. Sono esaltati, Mauro, gente con i soldi che si circonda di donne facili e cocaina. Sono bambini immaturi, fratello, gente che del fascismo non ha superato la fase anale.”

Rigiro fra le mani le fotografie della ragazza. Penso che dovrò proteggere Raili dall’influenza sinistra del suo ex marito, o si consumerà come la bambola di sego in un rito vudù. E non posso aspettarmi aiuto da parte di Lenin.

Esco dall’ufficio con la mia cartellina di ritagli di giornale, ritornando al vento tiepido delle vie del centro. Il suono eccentrico delle parole di Lenin mi gira in mente.

Harri e Rodighiero sono fascisti anali.

* * *

La Saab nuova di Rodighiero è parcheggiata fra due betulle, sulla curva dove la strada è più stretta. Se arrivasse un’altra automobile dovrebbe rallentare e misurare i centimetri per passare.

La notte è tiepida e serena, i giorni di vento hanno portato altrove ogni traccia di foschia. Il cielo sopra la città è uno spettacolo, se si spegnessero le luci per un guasto improvviso alle linee dell’alta tensione le stelle si moltiplicherebbero per 10. Raili si stringe nel suo parka, affacciandosi attraverso le foglie di gaggia verso la Mole e le linee rette dei viali. La sua gonna bianca e attillata contrasta con il nero della mia felpa e con i vestiti scuri di suo marito e di Rodighiero rimasti a fumare nella Saab.

“Non siamo obbligati a scendere con loro,” dico sapendo di non convincerla, “possiamo tornare a casa mia o a bere qualcosa da soli in corso Casale.”

I proiettori dell’automobile si accendono, abbagliandoci. Raili si volta e ritorna tenendosi stretto il parka sulla gola. Harri sta aspirando una pista di coca da una stagnola appoggiata sul cruscotto, Rodighiero ha occhi lacrimosi e arrossati, respira profondamente come se avesse il raffreddore. Scambio uno sguardo con Raili, implorandola di non seguirli.

Ripartiamo tutti e quattro nella Saab, scendendo verso il Po. Rodighiero guida con una certa prudenza, con fluidi movimenti ellittici delle mani sul volante. In corso Moncalieri quasi tutte le auto ci superano.

“Non ti diverti, Morelli?” domanda Rodighiero con una voce di una tonalità più profonda del solito, “avresti preferito restare a casa a vedere la TV?”

Proseguiamo diritto verso la Barriera di Casale.

“Avrebbe preferito scopare mia moglie nella mansarda,” interviene Harri suscitando l’ilarità del suo amico.

“Non sono più tua moglie,” risponde stanca Raili appoggiandosi alla mia spalla.

All’altezza della Barriera di Stura torniamo verso il centro, poi improvvisamente ci infiliamo nella degradazione della periferia. Sfiliamo indifferenti viali dove ogni albero è presidiato da una prostituta di colore, attraversiamo un parcheggio di ghiaia deserto fermandoci finalmente a ridosso di una lugubre piccola chiesa in un angolo dimenticato dall’illuminazione pubblica.

I vampiri scendono, Harri apre la portiera di Raili. Camminiamo verso la chiesa sconsacrata che sembra abbandonata a se stessa. Un cancello di rete con un lucchetto chiude l’ingresso, un cartello del Comune di Torino intima Accesso Vietato. Harri cerca di far saltare il lucchetto a calci, ma Rodighiero lo ferma.

Lo seguiamo fino a un piccolo varco slabbrato nella lamiera della recinzione. Non c’è segno di vita nella chiesa.

“Dove stiamo andando?” domando irritato.

“A vedere la TV,” risponde Rodighiero facendo ridere il suo amico. Aiuto Raili ad abbassarsi di lato per passare prima con una spalla, impacciata dalla gonna strettissima, ma dall’altra parte della recinzione i due si sono già allontanati.

Raili grida, ritraendo di scatto la mano. La seguo in fretta oltre la lamiera.

“Mi sono fatta male,” dice stringendosi la mano sinistra. Non riesco a vedere per mancanza di luce.

Seguiamo i due vampiri al portone di legno sfondato dell’edificio, che sa di urina e rancido. Una debole luce ci accoglie nella piccola navata, alcune candele accese sono sparpagliate fra una quantità di corpi sdraiati. Barboni, immigrati di passaggio, tossicomani e una serie di relitti umani dormono all’addiaccio, avvolti in coperte con il marchio USSL. Qualcuno apre gli occhi al nostro arrivo, si mette a sedere.

“Fammi vedere,” dico trascinando Raili verso la luce incerta di una grossa candela stearica. Una linea di sangue le divide a metà il palmo della sinistra, dove stringe un fazzoletto di carta.

Harri ci raggiunge mentre cerco di pulire la ferita con un altro fazzoletto. Inaspettatamente, prende fra le sue la mano di Raili e senza che lei lo fermi lecca con un breve movimento della lingua il taglio nella pelle.

“Che cazzo fai?” esclamo spintonandolo. Raili si risveglia come da un’ipnosi.

Rodighiero ha estratto dalla tasca interna del vestito una serie di confezioni di medicinali strette da un elastico. Spinge con le dita il primo blister della prima confezione, porgendolo a un extracomunitario dai capelli arruffati. Nelle dita della stessa mano stringe una banconota da 50.000.

L’uomo prende i soldi e la compressa, come sapesse già di cosa si tratta, la riedizione di una rappresentazione già vista. Per quello che ne so potrebbe benissimo essere così.

Rodighiero ha in mano un’altra banconota e un altro blister quando Harri lo ferma.

“Aspetta!” esclama tendendo la mano verso Raili. Anche lui ha un pacchetto di confezioni di medicinali senza etichetta, sguscia il primo blister e lo passa per un attimo sulla ferita di Raili che sanguina ancora debolmente. Quando allunga la banconota verso una vecchia dai capelli grigi e dalle rughe infiltrate di sporcizia, la pasticca sembra più scura.

“Il corpo e il sangue di Raili,” dice Harri. La mendicante ingoia la compressa e fa sparire la banconota.

Continuiamo il nostro viaggio allucinante di stanza in stanza. I senzatetto ci aspettano seduti o coricati, sanno che ci sarà una banconota per ciascuno di loro come ricompensa per la compressa di Ecstasy, come se avessero già partecipato altre volte a quella ripugnante comunione.

“Il corpo e il sangue di Raili.”

“Il corpo e il sangue di Raili.”

Harri e Rodighiero la conducono sottobraccio scavalcando i corpi sdraiati, passando ogni compressa nel palmo della sua mano ferita prima di consegnarla insieme a una banconota. Raili sembra frastornata, incredula, succube come tutti coloro che entrano a contatto con i due vampiri.

“Il corpo e il sangue di Raili.”

“Il corpo e il sangue di Raili.”

“Il corpo e il sangue di Raili.”

Questa immonda parodia di discesa fra i lebbrosi mi nausea. Lo stadio anale del fascismo. L’odore di vomito e di escrementi mi stringe lo stomaco, non riesco più a seguire i tre attraverso l’accampamento di senzatetto e i pavimenti sudici. Esco di corsa dal portone sfondato per rimettere rumorosamente la cena verso il sagrato buio, con conati spaventosi che mi fanno credere di sputare brandelli di visceri nella notte.

* * *

Il cuneo di frassino è nella mia sinistra. Malgrado il dolore che imperversa all’interno del mio cranio, sono costretto a osservare il supplizio di Raili.

Due grossi aghi da trasfusione assicurati alla sua gola con cerotto a nastro le sottraggono il sangue dalla giugulare, travasandolo con un doppio tubicino di plastica in un contenitore appoggiato sui gradini dell’altare. Mi immagino i suoi occhi imploranti, e anche se non vedo più bene a causa dei colpi e della sofferenza sento il rumore delle manette sulla pietra.

Il cuneo di frassino è stretto nella mia mano. Mauro Rodighiero impugna un grosso martello da campeggio, di quelli per piantare paletti nel terreno. Gli altri vampiri sembrano soggiogati, plagiati dall’influenza feroce di Harri e Rodighiero.

“Vedi come sta soffrendo?” dice Harri, “ha quasi perso tutto il sangue. Vuoi lasciarla soffrire?”

La sua voce ha l’intonazione infiammata che precede un orgasmo. Zoppico verso l’altare, ottenebrato, dolorante, esausto.

“Devi spaccarle il cuore,” interviene Rodighiero, “e potremo bere insieme il suo sangue. Il corpo e il sangue di Raili.”

Sollevo il legno, guardando Raili. La sua bocca è così bianca, la sua carne così pallida… In un gesto estremo, cerco di conficcare il paletto nel cuore di Rodighiero.

Un semplice movimento del braccio di Harri devia il mio colpo. Strillo di dolore, poi piegato in due con l’avambraccio spezzato fra le mani sento un altro strillo, ma è una voce maschile. Riapro gli occhi vedendo una strana luminescenza pulsante sulla parete e di riflesso nell’acqua.

“Mani in alto e tutti fermi!” grida qualcuno. Mi rendo conto che sono in ginocchio, e che sto vedendo le luci di un sirena della polizia fra gli spiragli delle tende.

Improvvisamente il sotterraneo è pieno di poliziotti in divisa. I vampiri si allontanano cautamente dall’altare, tranne Harri e il padrone di casa che punta la Beretta su Raili.

“Non ti muovere!” grida un sottufficiale.

Lenin si materializza improvvisamente al suo fianco, studiando con un colpo d’occhio la situazione. “Rodighiero, si allontani e abbassi l’arma,” dice.

Si è fatto un silenzio di tomba. Sono ancora così stordito che non riesco a realizzare quanto sta accadendo. I poliziotti con le armi automatiche spianate non osano arrestare i vampiri per non infrangere l’equilibrio. Rodighiero ha la Beretta puntata sul cuore di Raili.

“Sta perdendo conoscenza,” riesco a mormorare con voce rauca, “ha versato troppo sangue.”

Allora Lenin e il sottufficiale su muovono insieme e inaspettatamente Mauro Rodighiero si lascia disarmare.

Harri, che è rimasto l’unico vampiro armato, solleva la Browning verso i miei occhi.

“Non fare sciocchezze,” intima Lenin che ha sottratto l’arma al padrone di casa, già chiuso fra due poliziotti. In un attimo, anche gli altri vampiri vengono ammanettati e qualcuno stringe i tubi per interrompere il deflusso di sangue dal collo di Raili.

Harri mi tiene sotto tiro, controllando mio fratello con la coda dell’occhio.

“Troppo tardi,” dice con pesante accento straniero, forse dovuto all’emozione “hai vinto, ma non potrai mai cancellare quello che farò a tuo fratello.” Poi vocalizza una parola senza emettere suono, ma leggo il movimento delle sue labbra.

Vedo distintamente il suo indice sul grilletto, poi Lenin solleva il braccio teso in una fulminea iperbole verso il costato di Harri.

L’esplosione è irragionevolmente forte, come una bomba atomica nell’eco del granito e dell’acqua. Nella penombra del seminterrato la fiammata è nettamente visibile: il proiettile colpisce Harri al centro del cuore, sollevando verso mio fratello una corona di spruzzi di sangue.

Il marito di Raili viene proiettato all’indietro, non tenta neppure di premere il grilletto. Cade di schiena nella piscina, spruzzando con un’onda circolare il pavimento, colando a picco per essere risospinto a galla e rimanere sotto il velo dell’acqua in una nuvola scura come di inchiostro.

I suoni riprendono il tono normale, i poliziotti trascinano via Rodighiero e i suoi seguaci. Vedo finalmente che aiutano Raili a sedere, posandole una giacca sulle spalle. Tremando, senza lasciare la Beretta, Lenin si inginocchia accanto a me.

Ha il volto e la camicia screziati di sangue rosso, sussurra qualcosa che non capisco. Allungo due dita come se dovessi consolarlo, e allora ripete: “Cosa ti ho fatto, Mauro, cosa ti ho fatto…”

Allora comprendo perché mi ha spinto fra le braccia della moglie di Harri, perché ha lasciato che vedessi le foto della ragazza assassinata, perché mi ha nascosto che stava indagando sui vampiri del Lungodora. Ma la cosa più sconvolgente è la consapevolezza della parola che ho letto sulle labbra di Harri prima del proiettile nel suo cuore.

L’assoluzione.

* * *

Usciamo dalla chiesa sconsacrata, fuori dalla folla di sciagurati che masticano le loro pasticche striate di sangue nascondendo negli indumenti sporchi una banconota ancora più sporca. Sostengo Raili per le spalle mentre si preme contro il seno la mano graffiata, il palmo stretto intorno a un pugno di fazzoletti di carta inzuppati di sangue.

Roberto Rodighiero ci segue ruotando le braccia intorno al corpo come un angelo in volo, Harri ha la giacca e la camicia sbottonate sulla gola fredda.

Accompagno Raili al cancello, e con un violento calcio contro il chiavistello riesco a spaccare il lucchetto. La lascio un attimo sola, bianca e amaranto contro lo sfondo della periferia, per tornare incontro a Rodighiero.

“Dammi le chiavi dell’auto,” dico tendendo la mano.

Lui mi guarda senza riconoscermi, poi dilata le narici per inspirare quanta più notte possibile ed estrae le chiavi dalla tasca come in trance, ma quando faccio per prenderle ritrae la mano di scatto.

Lo spintono sul torace, si piega in due poi si rialza cercando di colpirmi al mento con una testata.

“Mauro!” grida Raili spaventata.

Cerco di fargli lo sgambetto, ma Rodighiero si irrigidisce e mi afferra per i fianchi. Sento un dolore acuto al collo, lo colpisco con una gomitata dietro l’orecchio.

Barcolla allontanandosi, allora passo le dita nel colletto della camicia ritirandole sporche di sangue. Ha cercato di morsicarmi la gola.

Irrigidisco i muscoli flettendo le gambe per balzargli addosso, ma si contrae in posizione di difesa. Allora mi accorgo inaspettatamente di avere in mano le chiavi della Saab, e indietreggio verso Raili senza perderlo d’occhio.

Harri sta correndo tutto intorno al parcheggio imbrattato di rifiuti e spaccato dalla gramigna, cantando in finlandese e spiccando balzi degni di un atleta.

Raili è spettinata e trema per il freddo, ma non sembra sotto choc. Apro la portiera, ci sediamo e metto in moto illuminando la facciata crepata della chiesa. Non si vede movimento. Anche Harri e Roberto Rodighiero sembrano scomparsi.

Guido con prudenza verso la via asfaltata, costeggiando le pozzanghere.

“Riportami a casa,” dice Raili, ma appena rallento per scendere dal marciapiede semiaffondato nella ghiaia qualcosa batte violentemente contro il parabrezza.

Raili scatta ma non grida, io inchiodo. Rodighiero è in piedi sul cofano della sua stessa auto appena ritirata dal concessionario, accovacciato con le mani appoggiate sul tettuccio. Ci sta osservando attraverso il cristallo, la camicia sbottonata fino all’inguine e fuori dai calzoni. Non ha più la giacca, e i piedi nudi sanguinano da alcuni tagli in mezzo alle dita.

Premo l’acceleratore a fondo e appena il motore raggiunge con un ruggito i 3000 giri rilascio bruscamente la frizione. La Saab scatta in avanti come sparata da un cannone, Rodighiero rotola sopra le nostre teste e dopo avere picchiato brutalmente con la schiena sul baule cade in terra.

Imbocco la strada nella corsia vietata, poi raddrizzo il volante mentre i pneumatici stridono orribilmente sull’asfalto, e in pochi minuti siamo fuori dalla periferia.

Raili espelle tutta l’aria dai polmoni, controlla l’escoriazione sul palmo, dove il sangue si è arrestato, poi si abbandona contro il sedile.

Ho in bocca un retrogusto rugginoso, come se mi fossi morsicato le labbra a sangue. Mi rilasso con lente circonvoluzioni delle mani sul volante e sulla leva del cambio, e dopo qualche minuto di silenzio Raili dice: “Non di qua, portami a casa tua.”

“Hai paura che tornino a cercarti?” domando.

Raili non risponde fino a che lasciamo la Saab sotto casa di Lenin, dove per confondere le tracce recuperiamo la mia Panda. Il condominio dove abito è quieto e privo di luci, ma ci appare semplicemente spettrale dopo i momenti agghiaccianti nella chiesa. Solo oltre la porta Raili si rilassa sciacquandosi collo e fronte nel lavandino del bagno mentre preparo cotone idrofilo e disinfettante.

Aspetto seduto sul parquet nell’angolo fra i due divani letto, saltando con due dita sui tasti del telecomando. Quando esce dal bagno si è perfino pettinata: mi fa segno di non alzarmi e siede per terra, stretta fra la mia spalla e il cuscino, porgendomi la mano graffiata.

Senza dire una parola, strappo con i denti il cellophane della confezione di cotone, pensando al medesimo gesto di Harri con un brandello di carne. Raili respira docile come un animaletto; pulisco con il disinfettante la pelle intorno al graffio, riempiendo il parquet ai nostri piedi di batuffoli striati di carminio.

Lei osserva i miei gesti con curiosità, quasi affascinata dall’attenzione minuziosa con cui disinfetto il palmo della sua mano, lo stesso che Harri ha lavato con la lingua qualche ora fa.

“Rimani in Italia,” dico senza pensare.

Fra tre giorni deve ritornare a casa. Mi sorride commossa, ma non risponde di sì. “Potrebbe essere pericoloso con mio marito in circolazione.”

“Torino è grande, potremmo non incontrarlo più.”

“Devo incontrarlo domani a Villa Rodighiero.”

Trattengo il fiato. “Cosa significa?”

“Ha promesso che firmerà i documenti.”

Devo inspirare più volte per dominarmi. “E’ una trappola,” rispondo con voce più alterata di quanto vorrei, “vuole usare ancora una volta il suo fascino travolgente. Ti farà credere che è stato Rodighiero a persuaderlo all’oscenità di questa sera, che lui è solo una comparsa. Ti dirà che non puoi vivere senza di lui. Ti dirà che sente il profumo del tuo sangue da lontano.”

Raili nega con la testa. “Non ha più potere su di me. Io sono libera. Libera di tornare a Helsinki o restare a Torino. Libera di andare a Villa Rodighiero, prendere la mia assoluzione e venire via.”

Distendo una compressa di garza sterile nel centro del suo palmo, stringendola con una benda sottile che arrotolo intorno al polso. “Ti farà del male,” insisto, “Non è più il ragazzo che hai sposato, è perverso.”

Raili scivola di qualche centimetro sul parquet, incuneandosi ancora di più fra la mia spalla e il cuscino ma senza levare la mano dalle mie. Allungo un dito posandolo sulle sue labbra, dischiudendole appena. Non posso immaginare i denti di Harri su questa bocca.

“Sarà l’ultima volta che lo vedo,” promette.

Lascio scivolare il dito fino al collo del suo dolcevita. La sua mano medicata rimane sospesa sul mio ginocchio.

“Domani non andrò in ufficio,” dico, “ti accompagnerò a Villa Rodighiero.”

Il telefono squilla con insistenza, ma non faccio il minimo gesto per rispondere. Adesso la mia mano è appoggiata in mezzo ai seni di Raili, contro la seta blu. Sento sollevarsi il petto come il respiro triste di Imatrankoski.

“E’ una cosa fra me e Harri,” risponde con lo sguardo fisso, come un criceto ipnotizzato da un crotalo, “non posso continuare a fuggire da lui, o peggio a inseguirlo.”

La mia mano scende sul suo fianco, Raili piega le ginocchia con i talloni stretti sotto il corpo. Sento la circolazione sanguigna nell’orecchio interno, un suono sordo come un mulinello nella turbina di una centrale idroelettrica. Prima ancora di riuscire a pensare mi ritrovo su di lei, la mano contro la pelle tiepida sotto la maglia.

“Non adesso,” dice Raili afferrandomi il polso, “prima devo terminare con mio marito.”

“Non è più tuo marito, l’hai detto tu stessa” rispondo già con le labbra sopra le sue. Cerca di fermarmi le mani, ma deve desistere. La gonna bianca a tubino, strettissima, oppone una resistenza solo formale. Parecchio tempo più tardi nella notte, un braccio di Raili scivola per caso dietro i cuscini sgualciti del divano, urtando un oggetto duro. Stupita, solleva in mano un piolo di legno appuntito, la parte terminale trasformata in un cuneo annerito dal fuoco. Trattenendo il fiato, capisce subito di cosa si tratta.

Mi lascio scivolare giù dai cuscini, battendo un ginocchio sul parquet. Alla luce netta dell’alogena, la pelle nuda di Raili è liscia e compatta, in alcuni punti leggermente arrossata per la frizione contro la stoffa.

“Cosa significa?” domanda tenendo il piolo con due dita. L’ombra del legno proietta sul muro alle sue spalle un mastodontico, appuntito strumento di morte.

“Ho già detto che domani ti accompagnerò io,” rispondo.

“Questo era pronto da prima che tu sapessi di domani.”

Mi stringo nelle braccia, rabbrividendo leggermente perché il riscaldamento centralizzato è spento da alcune ore. Raili si scosta i capelli dal viso e raccoglie la sua biancheria intima.

Trattengo il fiato, attraversato da un pensiero fulmineo. “Cosa hai detto che ti darà domani Harri a Villa Rodighiero?”

“I documenti per il divorzio.”

Faccio un gesto insofferente con la mano. “No, no: hai usato un altro sostantivo.”

Raili raccoglie i collant, cercando di ricordare. “L’assoluzione. La mia assoluzione. Poi potrò andare in pace.”

Stringo più volte nervosamente le mani a pugno. “L’assoluzione. La comunione. La crocifissione.” Sento un brivido alla spina dorsale, scatto afferrando i polsi di Raili. “Domani non devi andare da tuo marito!”

Interdetta, Raili si rannicchia in terra. La divergenza dei suoi occhi sembra più accentuata del consueto. “Cosa significa? Ho bisogno del suo consenso.”

“Del suo consenso, non della sua assoluzione. Domani è venerdì santo, capisci?”

Si stringe nelle spalle. Fletto i muscoli delle gambe, alzandomi in piedi impulsivamente. Mi arrampico sui cuscini, additando il poster del dipinto di Millais. “Ofelia, capisci? Harri vuole le tua vita. Prima la predicazione: Rodighiero è Pietro e i loro discepoli sono gli apostoli. Harri è il nuovo messia, il sotterraneo della piscina è la sua chiesa, e questa sera in quella chiesa maledetta abbiamo visto l’ultima cena. Scommetto che è stato lui a parlare di assoluzione!”

Raili annuisce, senza il minimo sforzo di memoria, dominata dalla irruenza della mia sfuriata. “Il giorno della morte del Cristo ti darà l’assoluzione e poi compirà il sacrificio! Annegherai nella piscina come Ofelia, Harri ha visto l’altra copia del dipinto a casa tua. Harri e i suoi amici sono esaltati sanguinari, altro che fascisti anali. Hanno messo in scena la riproduzione di un cerimoniale blasfemo, domani cadrai nella loro trappola! Hanno già assassinato la ragazza del Lungodora…”

Raili posa la mano aperta sulla mia bocca, come per sigillarla. “Basta, adesso,” dice tranquilla, “Basta. Ho bisogno del suo assenso, perciò domani andrò da lui a Villa Rodighiero. Se ti fa sentire tranquillo, sei libero di accompagnarmi.”

Ancora alcune ore più tardi, risvegliandomi con un urlo di orrore nel letto al suo fianco, sento il cuore correre come una locomotiva nel torace. La mano di Raili si arrampica sulla mia schiena da sotto le coperte. “Che succede?” domanda prima in finlandese e poi in italiano, sentendo che sono completamente sudato.

Trattengo il fiato per cacciare l’accecante memoria del mio incubo. “Niente,” balbetto inciampando nelle parole, “un sogno.”

Raggiungo in punta di piedi il frigorifero, controllando con soggezione ogni anfratto di oscurità, apro una bottiglia di minerale e mi inondo la trachea, sgocciolando acqua gelida sulla T-shirt inzuppata di sudore freddo. Vedo ancora sovraimpressa sulla retina del subconscio la premonizione di Harri Kivisalo annegato nella piscina di Villa Rodighiero, galleggiante a braccia aperte come l’Ofelia di John Everett Millais, il cuore ridotto a una poltiglia di sangue che lascia nuvole rosso cupo nell’acqua.

Camminando carponi per non farmi sentire, raccolgo il paletto di frassino da dove Raili l’aveva lasciato rotolare, e lo osservo ipnotizzato alla luce deformante dell’illuminazione pubblica.

Le prime campane di venerdì santo rintoccano a morto.

 

Franco Ricciardiello

 

Scritto tra l'8 marzo e il 15 aprile 1998

 

Pubblicazioni:

  1. "Dracula 2000", antologia a cura di Valerio Evangelisti, L'altritalia/Avvenimenti, Roma 1998

 

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