FRANCO RICCIARDIELLO

Combat film

 

 

Il cielo uno schermo da 100.000.000 di pollici, sfumato fra il colore della morte nucleare allo zenith e la radiazione ultravioletta contro l’orizzonte dei quartieri alti. Collane di bombe uniscono con tratteggi al fosforo l’artiglieria sulle colline alle zone residenziali della periferia. Il mare una lastra fotografica che registra imparziale l’agonia incendiaria della notte.

Febbraio. Le cannoniere dell’ONU stazionano impotenti nell’epicentro del porto, le bocche d’artiglieria puntate verso la guerra civile. Colonna sonora: la litania sincopata delle armi automatiche, il rombo di stomaco delle esplosioni, lo sfarfallare meccanico delle pale di elicottero.

“120º giorno di assedio. Le artiglierie unioniste non hanno mai rispettato la tregua firmata giovedì scorso dal Presidente. Le cannoniere americane sono penetrate nel cuore del porto per coprire l’evacuazione dell’ultimo contingente spagnolo sotto la bandiera ONU.”

d-Alessia si materializza lentamente dalla teoria caotica di pixel contro lo sfondo verde infrarosso della notte. I capelli sciolti coprono gli innesti dietro l’orecchio destro. Un dolcevita grigioverde e il colletto di una uniforme militare con le mostrine ONU coprono la sottile armatura antiproiettile.

“Alessia Bloch in diretta dal ponte della USS Baltimora. Tra meno di due minuti attraverseremo in elicottero questa lama di acqua infetta di scorie belliche per sbarcare alle mie spalle, laggiù, all’entrata dell’inferno della guerra civile.”

La texture sfuocata dei primi edifici incendiati si dilata sullo schermo, acquista definizione, ritorna a fuoco. Lingue di fiamma illuminano le lanterne magiche delle finestre esplose cento giorni prima. Nemmeno un’ombra scivola nella notte lungo i marciapiedi sepolti dalle tegole frantumate.

“Il sonno della Ragione genera mostri” prosegue d-Alessia mentre la visuale ritorna nel suo punto di vista. d-Alessia sta correndo verso l’elicottero sul ponte della USS Baltimora. “Se è vero, questo assedio è forse l’incubo peggiore mai sognato dalla razionalità politica. Si rischia di smarrire la ragione nel ripercorrere le tappe della distruzione di questa città. Stanotte affonderemo come un bisturi nella neoplasia della guerra.”

d-Alessia allaccia la cintura di sicurezza nell’abitacolo dell’elicottero. L’aria del porto frusta come un vento di elettroni i suoi capelli neri, ma i soldati ONU seduti accanto a lei portano elmetti integrati che rivelano solo il dettaglio del mento. “Come altre guerre in passato, la comunità internazionale è impotente nell’impedire l’orrore. I signori della morte delle due parti in lotta non rispettano le tregue firmate dal potere politico che si vorrebbe superiore. Il generale Maratelli vuole il genocidio e i parlamenti di Roma e di Pavia non possono o non vogliono impedirlo.”

L’elicottero vola basso verso la linea spezzata del molo. Si solleva con precauzione per evitare di fare da bersaglio a un missile stinger. I cannoni della USS Baltimora sono puntati verso le posizioni presunte dei secessionisti.

“Fra poco supereremo insieme la zona dei magazzini, teatro di furiosi combattimenti due settimane fa. Un aereo radar segue la nostra posizione da un’altezza di 2.000 metri, il comando integrato dell’Unproita ci ha assicurato l’assistenza di un’unità corazzata del contingente austriaco. Tra pochi minuti, se resterete con noi, saremo forse in grado di offrirvi la testimonianza più sconvolgente della guerra: la riproduzione della memoria a breve termine di un combattente ucciso negli scontri di oggi. Alessia Bloch in diretta dal fronte.”

* * *

Il minuscolo disco laser del mirino di a-Alessia attraversa la piazza come un’icona verde fluorescente sullo schermo della notte. Gli occhiali notturni rivelano movimenti spettrali nella decomposizione al fosforo della guerra civile.

“Vedi qualcosa?” sussurra il ragazzo accanto a lei.

a-Alessia quasi trasale. “No, nulla” risponde. Tace. L’artiglieria martella con monotonia omicida gli alberghi del centro storico dove i giornalisti di NTV hanno montato antenne paraboliche e direzionali per mostrare al mondo l’agonia di una nazione fra le sette più industrializzate del mondo.

Alberto si muove, scricchiolando con gli anfibi sui calcinacci di intonaco sparpagliato dalle esplosioni. “Fa freddo” si lamenta “non ho mai avuto tanto freddo in vita mia.”

L’auricolare di a-Alessia trasmette in continuazione suoni modulati. Solo nel caso in cui fossero diretti specificamente a lei li udrebbe demodulati. a-Alessia stringe fra i guanti sottili un’arma automatica da 9 chilogrammi di fabbricazione ceca. Ha sulle spalle un poncho di lana che tiene più caldo dell’atermica indossata sotto l’uniforme.

Alberto scivola verso le scale, attraversando l’ufficio di mobili consumati dal fuoco. “Vado a controllare le mine termiche” borbotta.

Il palazzo del municipio di fronte alle finestre è una torre fantasma nella notte radioattiva. Ogni 15-20 minuti un proiettile d’artiglieria colpisce la facciata dell’edificio dove fino a due giorni prima era insediato il comando della IX brigata secessionista.

Enrico, che monta di guardia alle finestre dell’ufficio in fondo al corridoio, arriva piegato in due per evitare le trappole delle finestre esplose. “Hai una sigaretta?” domanda, ma in quel momento il suono modulato nelle orecchie dei combattenti si fa comprensibile.

“Corazzati in avvicinamento” dice la voce sintetica dello Stato maggiore delle I.A. secessioniste, che da mesi mette i brividi ai difensori della città assediata “il 1º plotone ha dovuto arretrare verso lo stadio. Cercate di resistere, vedremo di inviare un altro plotone in appoggio.”

Enrico siede sulla gamba ripiegata, in silenzio. “Non posso resistere senza una sigaretta” dice.

a-Alessia scivola curva verso l’interno dell’edificio. Attraversa la vecchia sala d’attesa, tutta crivellata di proiettili calibro 75, e si affaccia alla porta del comandante che sta osservando un piccolo schermo LCD con un film di guerra americano ambientato in Vietnam.

“Hai sentito?” domanda a-Alessia.

Il comandante non risponde. Sta masticando una tavoletta di enzimi con gli anfibi appoggiati sulla scrivania. a-Alessia gli prende lo schermo dal grembo e cambia sintonia. I cristalli liquidi le rimandano le immagini della parte bassa della città, verso il porto. Una troupe di qualche TV straniera è a caccia di sensazioni forti per gli spettatori.

“Portano una di quelle macchine per le onde encefaliche” salmodia il comandante con un occhio sullo schermo fra le mani di a-Alessia “estrarranno la memoria a breve termine di qualche soldato appena ucciso.”

a-Alessia rimane perplessa. “Di un morto?” ripete incredula “ma come è possibile?”

“Ti fanno firmare un contratto, danno una montagna di soldi alla tua famiglia. Ti lasci inserire chirurgicamente un innesto qui dietro la nuca, e se muori i tuoi ultimi ricordi rimangono registrati fino all’arrivo dei vampiri della TV. Sempre che di te sia rimasta intera una parte così grande da comprendere ancora la testa.”

Dopo una breve esitazione a-Alessia gli riconsegna lo schermo. “E’ meglio che vieni di là, stanno arrivando con i carri armati.”

L’innesto radio subvocale del comandante si è guastato qualche giorno prima, ma l’infuriare dei combattimenti non gli ha permesso di assentarsi dalla prima linea per la riparazione.

Una esplosione più vicina fa curvare a-Alessia. Stringendo con entrambe le mani l’automatica, ritorna verso la parte frontale della palazzina di uffici in cui il plotone si è asserragliato per la notte.

* * *

I computer sono già scomparsi dalle aule, sciacallati da tanto tempo, ma alle pareti rimangono disegni e componimenti dei bambini. d-Alessia inquadra tavole a pennarello essiccate dal sole e dal tempo. Una casa con un enorme tetto a punta di tegole rosse. Un albero con un tronco possente, da complesso di Elettra. Figure umane senza sorrisi, un grosso fungo rosso a chiazze bianche regolari, un ombrello per gocce di pioggia grandi come gli occhi dei bambini.

“La notte è lunga e pericolosa nella città sepolta sotto le bombe. In questo quartiere sono stati uccisi almeno otto secessionisti nei combattimenti di ieri. Gli unionisti del generale Maratelli si sono spostati più avanti, verso la zona dello stadio comunale dove sono adesso i combattimenti più feroci. Il contingente spagnolo dell’Unproita sta cercando di allontanarsi dall’epicentro dei combattimenti, ma la situazione è ancora troppo pericolosa.”

La luce delle fiamme abbaglia spettrale le figure umane sui disegni dei bambini, come le ombre in fondo alla caverna di Platone. I caschi blu che accompagnano d-Alessia sono nervosi, controllano con binocoli a infrarossi la strada oltre gli scalini della scuola. La tosse precisa di un’arma automatica segna il ritmo della notte, più a nord verso il mercato vecchio.

d-Alessia segue i caschi blu in strada. Attraversano i binari intasati di ghiaia e cenere del tram, dove i fili della rete elettrica rantolano fra le macerie. “Cercheremo di raggiungere la prima linea. I corazzati austriaci sono alla nostra destra, forse appena un isolato più in là, ma il suono dei combattimenti copre il rombo dei cingoli. Fra qualche minuto saremo in grado di fornirvi una testimonianza di prima mano della guerra.”

Un casco blu le fa cenno da lontano. d-Alessia lo raggiunge a passo prudente trattenendo la matassa di cavi dell’antenna sulle proprie spalle. Sugli scalini di una casa, a metà sul marciapiede, il cadavere rattrappito di un vecchio con un cappotto di lana. d-Alessia riprende la scena da vicino mentre il soldato tasta inutilmente la nuca del morto per cercare l’innesto.

“Forse un cecchino. Almeno 200.000 civili agonizzano come topi nelle cantine della città, uscendo durante le poche ore di tregua per fare la coda al mercato nero o davanti ai magazzini Unproita. I cecchini sparano senza discrimine dalle finestre e dai tetti. Migliaia di vecchi, donne e bambini sono già stati assassinati dalle bombe di mortaio tirate in mezzo alla folla, o dalle fucilate di precisione degli snipers. La ragione appare impotente a comprendere la ferocia di tanto accanimento contro i civili, senza che intervenga lo spettro della pulizia etnica.”

I caschi blu stanno già volando piegati in due incontro ai carri armati austriaci. d-Alessia li segue ansimando, gettando ragnatele di capelli come fibre ottiche davanti all’obbiettivo assicurato alla sua spalla destra.

Il globo bianco luce di un proiettile esplode sul basamento della statua equestre al centro della piazza. d-Alessia sente la pressione contro l’orecchio interno, inciampa e cade nell’onda d’urto della bomba. Spezzoni radioattivi del proiettile rotolano bruciando sul bordo della fontana asciutta,  impressionando la lastra fotografica della notte.

La linea tratteggiata di proiettili traccianti cerca bersagli seguendo la traiettoria della bomba. I carri armati austriaci invertono la direzione di marcia ruotando i due cingoli in direzioni opposte. Rispondono al fuoco, tempestando di proiettili a ripetizione gli ultimi due piani di un edificio morsicato dalle bombe all’inizio di quello che una volta era un viale alberato.

d-Alessia si affretta verso i portici scheggiati sul lato della piazza, poi segue i caschi blu al riparo dietro i carri armati. Un diluvio di esplosioni sterilizza l’edificio bersaglio, ma d-Alessia si domanda come abbiano fatto i soldati a individuare la provenienza dell’attacco.

“Alessia Bloch dalle viscere della Balena. Avete seguito in diretta. Hanno cercato di colpirci, forse senza riconoscere in noi il continente ONU. O forse, e questa è una ipotesi inquietante, malgrado ci abbiano riconosciuti.”

* * *

La mina plastica esplode all’improvviso sotto il cingolo del carro armato giù in strada. Sporgendo la canna dell’automatica dall’angolo della finestra, a-Alessia scarica l’arma contro il mezzo corazzato.

La torretta del carro seguente ruota rapidamente verso la palazzina di uffici in cui il plotone è barricato. a-Alessia si ritrae mentre un’esplosione le comprime la membrana del timpano. Si affretta a tirare sulle orecchie la cuffia isolante, poi striscia sui gomiti verso le scale.

Il ritmo ossessivo delle mitragliatrici la raggiunge attutito. L’ufficio in cui era barricato Alberto è adesso sventrato. a-Alessia cerca il suo corpo fra le macerie, appiattendosi contro il muro con la forza della disperazione, poi vede un movimento sulla soglia. E’ Alberto, ancora vivo, che le fa un cenno.

Si allontanano. Le finestre sono illuminate da un nuovo incendio in strada. I carri sparano proiettili radioattivi R.A.P. Dal piano inferiore i compagni stanno scaricando tutto l’arsenale sugli invasori che avanzano lungo la strada. Il comandante li raggiunge lungo la ritirata giù per le scale. Scavalcano cemento frantumato, mobili distrutti, risme di documenti cartacei ingialliti, intere galassie di vetri frantumati. La parete in fondo alle scale è stata abbattuta settimane prima a colpi di piccone, ora comunica con l’edificio accanto.

“Enrico?” domanda a-Alessia aggiustandosi il poncho sulle spalle.

“Ci raggiunge dopo” risponde il comandante a voce alta per coprire i rumori della battaglia. Porta una torcia elettrica per illuminare un nuovo corridoio di uffici devastati dagli sciacalli e dal fuoco. Lingue di fiamma stampano le ombre dei tre sulla carta da parati secca e contorta. Curvi, con i fucili automatici fra le mani, raggiungono due compagni asserragliati in un ufficio.

Un proiettile calibro 7,50 rimbalza contro la parete, scheggiando l’armadio di ferro accanto a a-Alessia. Lei si ritira in un’altra stanza, si sporge appena per guardare in strada. Non si vede bene, ma qualcosa brucia accanto alle automobili schiacciate e arrugginite da mesi.

Il comandante la raggiunge, allungandole un periscopio a fibre ottiche che sporge da un foro di proiettile nel muro. Il primo carro della fila sta bruciando come un barattolo di benzina, c’è un corpo disteso sull’asfalto. Dal fondo della via qualcuno spara verso di loro, un razzo esplode disintegrando il balcone del palazzo di fronte.

“Stanno girando intorno all’isolato” dice il comandante osservando lo schermo del periscopio “non è possibile che siano così pochi.”

a-Alessia si alza in piedi con precauzione, piatta contro il muro. Sporge l’arma e il mirino verso la strada. Svuota il caricatore verso il fondo della via, poi un lampo abbagliante la stordisce facendola barcollare.

E’ distesa in terra, il comandante la sta scuotendo per il bavero. “I fotocromatici non hanno funzionato” sta gridando “alzati, svelta Alessia: era una bomba-flash” subito dopo si irrigidisce, mentre tiene la testa di a-Alessia fra le mani.

a-Alessia siede sul pavimento accanto a una scrivania frantumata, accorgendosi di avere ancora il fucile automatico a tracolla. L’espressione del comandante è sospettosa.

“Perché hai finto di non sapere?” le dice aspro, quasi spaventoso nel controluce fiammeggiante degli incendi.

a-Alessia si stente stordita, non ha ancora recuperato in pieno la vista. “Ho finto cosa?”

Il comandante le fa un cenno con il dito guantato. “L’innesto. L’ho sentito, dietro la nuca. Hai firmato anche tu il contratto con la TV.”

a-Alessia comprende, si accarezza involontariamente il collo. “No, questa è un’altra cosa. Ce l’ho dalla nascita.”

La battaglia nella strada continua, ma per qualche minuto è come se i due se ne fossero scordati.

“Dalla nascita?” ripete infine il comandante “non mi hai mai detto di essere un clone.”

* * *

Avevamo un televisore con 19 canali nazionali che mio fratello guardava per ore e ore. Aveva comprato una console con joystick, e con mia madre tentavano tutti quei concorsi interattivi. Una volta vinsero un forno a microonde che avevamo già.

Avevamo una automobile straniera di grossa cilindrata con un sistema di guida computerizzato che seguiva l’Onda Verde. Era sufficiente sedersi al volante e mantenere l’intensità del segnale sempre al massimo per giungere a destinazione.

Avevamo un telefono ciascuno, piatto come una scheda di plastica, che portavamo sempre in tasca. Avevamo corsi di inglese la sera, palestra due giorni la settimana, i trasporti pubblici, l’istruzione interattiva per il doposcuola.

L’automobile bruciò uno dei primi giorni di guerra. I canali TV erano già diminuiti a 12, poi cominciarono a trasmettere notiziari censurati. I microonde divennero inutili quando iniziò l’assedio e l’erogazione elettrica fu razionata. I telefoni funzionavano ancora, ma quando mi arruolai mi costrinsero a lasciarlo a casa. I trasporti pubblici divennero impossibili perché i mortai e l’artiglieria bombardavano ininterrottamente a casaccio.

Mi sentivo così solo, le prime settimane nell’esercito. Non avevamo niente altro da fare che parlare tutta la sera. Qualcuno aveva un TV portatile, ma riuscivi a prendere solo i canali francesi perché la nostra televisione trasmetteva ininterrottamente notiziari propagandistici. La sera andavamo a dormire presto perché l’elettricità continuava a mancare.

Sono al fronte da otto giorni, forse nove. Devo avere perso il conto, non riesco a ricordare che giorno sia. Ricordo di essere stato colpito, ma non so se sia successo a me o a un altro. Forse sto sognando, ma mi sembra di ricordare vividamente il sangue sul collo. Non ho voglia di alzare una mano per verificare, forse ho paura di svegliarmi.

Ho pensato diverse volte di scappare, di seguire la linea della costa oltre il giardino botanico, alle prime luci dell’alba, per trovare riparo in uno dei campi profughi in Corsica. Ma ancora non ho trovato il coraggio.

La settimana dopo l’arruolamento sono venuti da me due civili, mi hanno offerto una cifra considerevole per farmi innestare una presa qui dietro l’orecchio destro. I soldi li ho mandati a casa, a mio fratello e alla mamma. Hanno vinto di più grazie alla mia impronta retinale sotto un contratto che con tutte le loro lotterie serali. Starei bene, se non fosse per questa incertezza. La gola mi fa male, ma non ricordo con sicurezza se mi hanno colpito. Ho paura.

* * *

d-Alessia sfila con un gesto quasi solenne il cavetto dall’innesto dietro la nuca del ragazzo ucciso. Si ritrae senza una parola, strisciando sulle mani e le ginocchia verso il fondo del capannone.

La fabbrica è stata scoperchiata dalle granate dell’artiglieria. Una compagnia secessionista ha resistito per quasi una settimana all’offensiva degli assedianti, poi il contingente spagnolo dell’Unproita ha dovuto allontanarsi per la violenza dei combattimenti e gli unitari hanno avuto la meglio al primo imbrunire. d-Alessia ha seguito gli attaccanti, ottenendo il permesso di avvicinarsi ai corpi dei difensori caduti.

“Alessia Bloch dalle viscere della Balena. La temperatura esterna, bassissima, ha permesso la conservazione dell’emisfero cerebrale sinistro di questo ragazzo caduto fra gli ultimi nei combattimenti di questa sera. Avete appena ascoltato la riproduzione di una parte della memoria a breve termine, precisamente della connessione fra idea ed espressione parlata che sembra essersi preservata pressoché intatta. Ora proseguiremo il nostro viaggio inseguendo la prima linea, lasciando che la materia cerebrale di questo ragazzo continui a deteriorarsi a mano a mano che il momento del decesso si fa più lontano. Alessia Bloch dalle viscere della Balena.”

* * *

La mina a interruzione di cavi esplode sotto i piedi del comandante scheggiando la visiera fotocromatica di a-Alessia. Una frazione di secondo: il comandante saltava chino fra le macerie a lato del marciapiede, non troppo rasente il muro per evitare di offrire un bersaglio nitido per i cecchini né troppo al centro della strada dove è più probabile essere feriti dalle granate.

Teneva il fucile mitragliatore stretto fra le mani e saltava a passi leggeri, quasi in punta di piedi, seguito da a-Alessia e dagli altri compagni, quando un lieve colpo secco, quasi inaudibile sullo sfondo dei rumori della battaglia, e un lampo non più alto di 50 centimetri hanno fermato la sua ritirata.

a-Alessia è rimasta interdetta. Si rialza da terra e raggiunge il comandante, seguita da Enrico e dagli altri.

Granate lontane fischiano esplodendo contro i piani alti degli alberghi a levante del porto. Collane luminose di razzi sfregiano la notte verde, cercando di mordere i bersagli dell’artiglieria sulle colline. Il comandante è disteso sulla schiena, i muscoli delle gambe e del bacino ancora in preda agli spasmi della morte. La mina a frammentazione nascosta accanto all’aiuola di un albero bruciato l’ha ucciso in un secondo. a-Alessia non riesce a credere che un corpo umano possa contenere tanto sangue come quello che si sta allargando sotto i pantaloni del comandante.

Alberto si è appoggiato con la schiena contro la vetrina reticolata di nastro adesivo di un negozio e tiene di mira con nervosismo le finestre infiammate del grande magazzino di fronte. “E’ una delle nostre” dice un soldato indicando i frammenti della mina.

a-Alessia sente una nausea istantanea mentre chiude le palpebre del comandante. Ora la responsabilità di quello che resta del plotone è sua.

I ragazzi si stringono a poca distanza l’uno dall’altro, rischiando di cedere allo sconforto. Vorrebbero forse una notte di silenzio, una camicia pulita, una fonte di calore che non siano le fiamme della civiltà che si sta estinguendo.

a-Alessia li guida all’interno dell’edificio monumentale che chiude ad angolo la strada, una biblioteca non ancora devastata dal fuoco. Dalle finestre delle scale si vede l’ingresso dello stadio poco distante.

* * *

Non c’è niente da fare, devono riformarmi. Ieri mi sono di nuovo orinato addosso, oramai i compagni non ci fanno più caso. Eravamo in una scuola abbandonata, i banchi tutti accatastati sulla parete; c’erano poche brande, non so chi le avesse portate, ma il sergente si è rifiutato di farmi dormire sul materasso con la scusa che l’avrei bagnato. Purtroppo aveva ragione, però questa volta sono riuscito a nasconderlo a tutti perché parecchia gente ha macchie di sangue o di sporco sulla divisa.

La macchia tiepida era quasi piacevole nel freddo del mattino, ma poi si è trasformata in un alone. Qualche giorno fa mamma è riuscita a farmi sapere che si sta interessando per il congedo. Non ne posso più di questa vita da stronzi, e l’odore di bruciato di questa città di merda comincia a nausearmi. Non ci ero mai venuto prima, e pensa se dovevo arrivarci via mare con un fucile in mano.

C’è nebbia, fa freddo. Il tenente non ci ha detto nulla, ma scommetto che avanziamo proprio verso quei leghisti di merda intorno allo stadio. Forse aumenterei le possibilità di essere riformato se mi cagassi addosso davanti al sergente, mentre risaliamo una di queste strade dalle parti della sopraelevata. Imprecherebbe, mi darebbe del frocio, i compagni si allontanerebbero annoiati: ma sarebbe costretto a farmi rapporto.

Che sfiga, non mi scappa nemmeno da cagare. Ho i piedi pieni di vesciche e mi prude il culo, ma non mi scappa. Questo stronzo di sergente mi segue controllandomi passo passo. Ce l’ha con me da quando ha scoperto l’innesto sulla nuca, ma saranno cazzi miei o no?

Città di merda, mare di merda. Prendo a scarpate i calcinacci fino a che il sergente mi grida dietro. Fanculo, stronzo. Un elmetto. Questo con un calcio lo mando fino dall’altra parte della strada, sotto il lampione. Un calcio e lo dissotterro da quella polvere e lo man

* * *

d-Alessia inciampa nell’oscurità contro qualcosa di vivo. Il soldato che la precede accende la torcia sulla spalla sinistra illuminando un gruppo di civili infagottati in cappotti e coperte, seduti contro il muro dello scantinato.

La terra trema. E’ in corso un violento bombardamento dell’artiglieria unionista per spezzare la resistenza intorno allo stadio.

“Per sfuggire alle granate abbiamo cercato riparo nella cantina di uno dei condomini del quartiere. Ecco alcuni dei 300.000 abitanti che da mesi vivono come animali, riparandosi ad ogni attacco dell’artiglieria o quando i combattimenti di strada si fanno troppo vicini. Sono gli uomini e topi di Steinbeck, gli uomini nei muri di William Tenn.”

Uomini e donne portano panni di lana avvolti intorno al capo per ripararsi dalle ingiurie del febbraio. Hanno quasi tutti occhi spenti, due bambine torturano con un coltello da cucina uno scarafaggio. Le granate scoppiano vicino, fumo e polvere entrano dalla griglia che dà sulla strada.

I soldati della scorta Unproita siedono in terra aspettando l’allentarsi dell’offensiva, cupi e minacciosi nei loro caschi integrali. Qualcuno allunga tavolette di proteine agli uomini nei muri. Uno dei soldati ha portato appositamente con sé un pacco di gallette alle alghe che consegna a una donna dall’età indefinibile.

“La IX divisione sta tentando l’accerchiamento a tenaglia per isolare dal grosso dei difensori le truppe secessioniste intorno allo stadio. L’offensiva continua da 6 giorni, anche il soldato di cui abbiamo recuperato pochi minuti fa la memoria è caduto nella battaglia per lo stadio. Il generale Maratelli ha preannunciato che l’aeroporto sarà nelle mani dell’esercito di Roma al più tardi domenica.”

Gli anfibi dei soldati ONU scricchiolano fra i rifiuti nello scantinato. Nel riparo improvvisato c’è odore di sterco e cenere. Un ragazzo con la testa avvolta in una sciarpa ha un televisore a batterie che mostra una trasmissione di musica leggera di Antenne 2.

d-Alessia si arrampica su uno scaffale di legno impolverato per riprendere una scacchiera di cielo attraverso la griglia. “Le nuvole di notte hanno lo stesso colore della tortura. L’artiglieria degli assedianti sta demolendo piano per piano le torri residenziali intorno allo stadio. La battaglia è strategicamente rilevante, perché da qui passa la strada che collega la città con l’aeroporto. Il contingente finlandese è l’ultimo reparto dell’Unproita rimasto fra il generale Maratelli e l’aeroporto, ma il mediatore ONU ha già detto che non si opporrà militarmente all’offensiva di Roma.”

Il silenzio fra una granata e l’altra si allunga indefinitamente, fino a che non cominciano a udirsi i suoni della battaglia casa per casa. I soldati della scorta risalgono all’esterno, d-Alessia li segue. “L’artiglieria sulle colline ha interrotto il bombardamento. Questo può significare una sola cosa: che l’avanzata degli assedianti riprende.”

* * *

Cosa aspettano a ordinare di ritirarci? Ci stanno annientando. Carne da macello. Il cecchino al quarto piano di quel magazzino bruciato ha un mirino laser, ha colpito Andreini al ginocchio. Daniela ha cercato di tirarlo al riparo, ma malgrado avesse un giubbotto antiproiettile si è presa nell’addome uno di quei proiettili a frammentazione che ti fanno a pezzi gli organi. E’ rimasta sdraiata in terra, vicino ad Andreini, con una rosa di carne tritata del diametro di trenta centimetri nel ventre.

Nessuno ha il coraggio di andare a prenderli. Tutti i compagni urlano, sparando a turno verso il cecchino ma non sappiamo con precisione dov’è.

Quel caporale di Firenze del 4° plotone ha un lanciarazzi tascabile sulla schiena. Continua a sparare missili incendiari contro il grande magazzino, ma ogni volta che cerchiamo di sporgerci dai ripari per recuperare i due feriti il cecchino spara.

Il sergente ha un binocolo a infrarossi con un processore di calcolo per individuare la fonte dei proiettili, ma i lamenti di Andreini e le urla di Daniela non gli permettono di concentrarsi.

Sto morendo di paura perché adesso manderà me allo scoperto. Gli sto sul culo fino da quando ha scoperto che mi sono lasciato innestare quella presa di merda dietro l’orecchio. Ma perché deve giudicarmi per questo? Un sacco di soldi che mi serviranno quando questa guerra di merda sarà finita. Se l’avessero offerto a lui avrebbe fatto lo stesso, anche se prima lavorava in banca.

Il cecchino non spara più, ma Andreini si lamenta che ha freddo. Daniela ha già perso conoscenza diverse volte, il sangue si sta coagulando sull’asfalto ghiacciato. Mi viene da vomitare. Solo ieri cercavo di vederle il seno mentre si sciacquava il collo con una bottiglia di minerale gelata che abbiamo trovato in un magazzino, e adesso non riesce più a trattenere l’intestino con le mani premute sul giubbotto antiproiettile sventrato.

Merda, vuole davvero che vada là fuori. Il cecchino non spara più, ma chi mi garantisce? Tacciono tutti, le armi puntate verso il grande magazzino. Il caporale ha collegato il sistema di puntamento del lanciarazzi al binocolo del sergente, mi garantisce che riuscirà a rintracciare l’origine del laser del mirino in un decimo di secondo. Ma il razzo ci metterà almeno un secondo per colpire il bersaglio, e il cecchino avrà tutto il tempo di spararmi.

Il sergente continua a urlare di andare là fuori a recuperarli. Andreini non chiede più aiuto, ma sta tremando di freddo. Daniela non si lamenta più. Il sergente conta fino a tre, poi si mettono tutti a sparare per coprirmi. Salto fuori dal riparo, lasciando il fucile per terra. Fino a che non sento il colpo del razzo sono salvo, vuole dire che il cecchino non spara.

Cado in terra accanto a Andreini, gli afferro il polso tirandolo verso di me. Si volta a guardarmi, ha la morte negli occhi. E’ impazzito di paura, penso.

Poi il lanciarazzi spara. Cosa è accaduto? Non riesco più a respirare. Lo sapevo. Mi ha preso la schiena, e non avevo neppure l’antiproiettile. Non... avevo... Mamma. Bambino. Io bambino. Pi greco. Tre e quattordici. Sergente... sergen

* * *

“Stavi dormendo?” dice Enrico appena a-Alessia riesce a metterlo a fuoco.

“Come potrei, con questo casino...” risponde lei, poi si rende conto che le granate non scoppiano più. Si mette a sedere di scatto, strisciano insieme verso la finestra della biblioteca. “Dove cazzo è finito lo stadio?” sussurra a-Alessia temendo di avere perso l’orientamento.

“Si è alzata la nebbia” risponde laconico il compagno “prendi il mio micro, con la vista notturna non scorgi niente.”

a-Alessia guarda il chip che il ragazzo si è appena sfilato con le unghie dalla nuca. Una gocciolina di sangue macchia i circuiti del microprocessore in grado di elaborare curve di movimento anche attraverso la nebbia. “No, grazie” rifiuta leggermente stomacata “serve a te.”

“Ora sei tu il responsabile” insiste Enrico tendendole il chip, ma a-Alessia si sposta a un’altra finestra.

“Non mi convince questo silenzio” dice scrutando la nebbia gelata che nasconde rumori di cingoli.

“Com’è questa storia che sei un clone?” sussurra il soldato seguendola.

a-Alessia lo studia perplessa. Non avrebbe voglia di parlarne. “Mio padre ha fatto clonare due cellule di tessuti della moglie, morta con la caduta del suo elicottero. Mamma era segretario dei Giovani Imprenditori Nanotec, conservava una serie di tessuti organici in una banca biologica a Zurigo.”

Enrico annuisce. “E sei nata tu. E qual è la differenza?”

a-Alessia prova fastidio per la conversazione. “Siamo nate in due, mia sorella ed io. Lei ora vive in America con mio padre, è anchorwoman in di un network continentale.”

Qualcuno spara verso la nebbia da una finestra del piano superiore, altri lo imitano. a-Alessia e Enrico puntano gli automatici verso il fondo della piazza. “Più a sinistra!” dice il ragazzo con il microchip nella presa dietro l’orecchio “all’angolo di quel ristorante, camminano curvi.”

Squarciano la notte sporca con una ragnatela di traccianti. Gli unionisti devono avere un lanciarazzi perché colpiscono l’ingresso della biblioteca incendiandolo, ma dopo due minuti di scontro si ritirano cessando il fuoco.

a-Alessia si inginocchia respirando profondamente. Alberto sopraggiunge curvo, la visiera notturna abbassata sugli occhi, informandola che non ci sono feriti. Ma un direzionale li avverte che un carro armato segue il plotone nemico.

“Grossa cilindrata” dice Alberto osservando il diagramma cartesiano sul display del direzionale “parecchie tonnellate di ferro. Che si fa?”

a-Alessia trasmette il segnale elettronico per richiamare l’attenzione dello Stato maggiore delle I.A. “In attesa” dice la vocina del flusso radio nel suo auricolare.

“Consiglio strategico” subvocalizza a-Alessia trasmettendo nello stesso tempo le proprie coordinate.

“Arretrare verso l’entrata nordest dello stadio” risponde dopo tre secondi la voce delle I.A. “rischiate l’accerchiamento. Il 2° plotone non potrà tenere l’isolato adiacente al vostro. Se non vi ritirate questo Stato maggiore non è in grado di calcolare l’esito dello scontro.”

Enrico scuote il capo. “Ma perché?” dice “da qui controlliamo tutta la piazza.”

In quel momento il tram abbandonato al centro di un salvagente di mattonelle sagomate esplode in una spirale di fuoco.

“Il carro!” esclama Alberto. Sparano di nuovo tutti verso l’occhio chiuso della nebbia, ma un secondo proiettile attraversa fischiando in una frazione di secondo la piazza.

a-Alessia cade sul pavimento, travolta dall’onda d’urto. Anche con il paraorecchi le fischia il timpano. Non c’è più nessuno che risponda al fuoco, poi poco per volta qualcuno dal piano superiore spara verso gli attaccanti. Alberto si alza con una manica insanguinata. a-Alessia sporge la canna verso il carro nascosto dalla nebbia, ma un terzo proiettile colpisce la facciata dell’edificio riempiendole i capelli e gli occhi di calcinacci.

Enrico la aiuta a ritirarsi verso le scale, gli altri emergono in silenzio dall’inferno. “Radioattivo!” tossisce qualcuno.

Sembra che persino i muri brucino. I libri sugli scaffali della biblioteca si incendiano, illuminando la notte con fiamme di cellulosa e muffa.

Escono tutti dal retro dell’edificio, compreso Alberto con il braccio penzolante. La biblioteca sta bruciando selvaggiamente, Enrico con il direzionale sente l’avanzare del carro corazzato.

Ripiegano attraverso un parcheggio di automobili abbandonate alla ruggine per mancanza di benzina. Oltre la cancellata di un parco, i compagni del 2° plotone li stanno seguendo dopo avere subito gravissime perdite.

* * *

Sinistra, sinistra, destra. Fortuna che queste batterie durano quasi in eterno, perché altrimenti come farei a trovarne altre? Il nonno dice che al mercato nero costano troppo. Sinistra, sinistra, sinistra. Persino quel contrabbandiere che viene da Alessandria ha detto che è difficile trovare delle batterie per questo gioco, è di qualche anno fa e non c’erano gli standard di oggi. Sinistra. Bip. Bip Biip. Tac! Almeno tre volte al giorno il nonno dice a quel suo amico senza una mano che è una fortuna che io abbia questo gioco, altrimenti cosa fari tutto il tempo? Ogni tanto mi accarezza dietro la nuca. Crede che io non sappia cosa ho qui dietro l’orecchio, ma papà e mamma non erano cattivi.

Sinistra, sinistra, sinistra, destra!  Non erano cattivi. Mi hanno spiegato che avevano bisogno di quei soldi, che non faceva male. Il nonno dice al suo amico che papà e mamma non avrebbero dovuto farlo. Crede che io sia troppo piccola per capire? Il suo amico ha perso la mano per un colpo di fucile. Mica un fucile normale: ha il moncherino tutto bruciato, necrotizzato si dice.

C’ero anch’io quando l’hanno colpito. Correvamo tornando a casa dal mercato, io davo la mano alla nonna e lui portava uno zaino con la spesa di tutti. A meno di dieci metri da dove hanno mitragliato papà e mamma, al centro delle rotaie arrugginite, lui ha cominciato ad urlare. Io mi sono voltata per capire, la nonna mi ha preso la testa fra le mani ma avevo già visto la mano del suo amico che bruciava come un fuoco d’artificio.

Destra, destra, bip. Destra. Bip.

Lui ha gridato per diversi giorni e aveva la febbre. Adesso perde la pelle a scaglie fino al gomito. Il mio sogno sarebbe staccargli qualche foglia di pelle morta mentre lui dorme. Secondo me quegli scarafaggi la mangerebbero. Fuoco chimico? Archimede bruciò la flotta romana a Siracusa con il fuoco chimico, il CD del maestro era bellissimo. O è stato Pitagora?

Un cingolato. Rimetto in tasca il gioco, salgo in piedi sul frigorifero tutto sporco di escrementi per affacciarmi dalla finestrella del seminterrato.

Che caldo! Fa freddo ma il carro armato emana un calore che sa di grasso, o di olio. Vedo solo una parte dei cingoli, il motore accelera come se dovesse muoversi.

Gli anfibi di un soldato. Si ferma davanti alla finestrella della cantina, si piega in due per guardarmi. Stai attenta, dice, attenta ai proiettili vaganti.

Il motore quasi copre le sue parole. Credo che sia un nemico, ma non sono sicura. Che scema che sono! I nostri non hanno carri armati.

Aaah! Che rumore! Il carro è scoppiato. Mi arrampico di nuovo sul frigorifero perché sono caduta. I cingoli stanno bruciando, il soldato non si vede più ma uno dei suoi anfibi è infilato nella grata della cantina. Un razzo, forse? Devo scendere perché un altro razzo potrebbe

* * *

 “Alessia Bloch in diretta dall’incubo della Ragione. L’offensiva degli uomini del generale Maratelli è violentissima, devastante. Il cordone ombelicale che unisce l’aeroporto alla città potrebbe essere reciso questa notte stessa. I secessionisti che difendono i pochi isolati ancora nelle loro mani si stanno ritirando verso lo stadio. Quell’edificio che sta bruciando alle mie spalle è una biblioteca: i separatisti probabilmente in questo momento stanno ripiegando, mentre carri pesanti dell’esercito di Roma armati di proiettili ad autoguida terminale stanno convergendo sulla zona.”

La piazza è illuminata a giorno dall’incendio. d-Alessia siede al riparo di un muretto basso sovrastato da una cancellata di ghisa. Due veicoli stanno bruciando sull’asfalto alle sue spalle, la biblioteca lancia verso il cielo fiamme altissime di cellulosa. d-Alessia striscia sui gomiti verso il cancelletto del cortile per riprendere l’avanzata degli attaccanti.

L’immagine scivola sul verde granuloso della visione notturna. Macchie indistinte si muovono oltre le macerie, attraversando di corsa le rotaie del tram. L’urlo metallico dei cingolati aumenta di volume, un pesantissimo carro armato sbuca da una strada di ville a due piani. Il mezzo corazzato si arresta in mezzo alla piazza, erutta in rapida sequenza tre proiettili senza che i cingoli si smuovano di un centimetro.

d-Alessia segue velocemente la linea retta dei traccianti che si schiantano contro un edificio a tre piani alla sua sinistra. Un razzo sparato dalla direzione dello stadio esplode in aria prima di raggiungere il carro armato, incendiando la nebbia oramai cacciata via dal calore della battaglia. Il carro armato riprende la sua avanzata per diversi metri, arrestandosi di nuovo per sparare due colpi verso lo stadio.

“Lo scontro finale. Non siamo in grado di giudicare lo stato dei combattimenti, ma l’esito sembra scontato. Gli unionisti attaccano con una virulenza irresistibile. La notte è quasi alla fine, ma non è detto che all’alba la città sia ancora collegata al suo aeroporto.”

Il carro armato scompare addentrandosi in un viale di automobili perforate dal gelo e dai proiettili, forse per evitare di offrire un bersaglio troppo scoperto ai difensori dello stadio. d-Alessia esce dal cortile della villetta per seguire la doppia fila di alberi scheletrici che affianca le rotaie. La sua scorta la raggiunge dietro un autobus di colore viola.

“Ora tenteremo di raggiungere le linee dei difensori. Abbiamo contattato lo Stato maggiore delle I.A. secessioniste, che ci ha accordato un lasciapassare sul flusso radio del fronte. Se è possibile avvicinarsi ai separatisti, ci lasceranno riprendere gli scontri anche dalla loro parte. Vi ricordiamo che gli innesti per la registrazione della memoria a breve termine sono stati proposti a combattenti di entrambi gli schieramenti, come pure alla popolazione civile della città assediata. Alessia Bloch dalla vena giugulare della Bestia.”

* * *

Temendo di smarrire la ragione, a-Alessia scarica il caricatore sui carri corazzati che avanzano. L’artiglieria degli assedianti ha cessato il bombardamento per non rischiare di colpire le proprie truppe, ma i carri armati stanno vomitando un uragano di proiettili a propulsione aggiuntiva che hanno incendiato lo stadio.

Il flusso radio è oramai inaudibile. Lo Stato maggiore delle I.A. tenta di coordinare da resistenza, spostando truppe dalla periferia della città verso il luogo dello scontro, alternando istruzioni modulate a poche, imprecise parole che nessuno può seguire nell’orgasmo della battaglia.

Il parcheggio davanti allo stadio è l’epicentro della devastazione. Sembra che l’asfalto stesso stia bruciando. Pochi scheletri di autobus sono rovesciati sul fianco, anneriti dalla notte dei tempi. Anche alcuni carri armati che si sono avvicinati troppo nell’impeto della battaglia stanno bruciando selvaggiamente, colpiti da razzi teleguidati sparati dagli spogliatoi dello stadio. Guardando attraverso il cannocchiale del fucile a-Alessia può vedere i corpi carbonizzati dei carristi bruciati vivi nel tentativo di evacuare.

L’alba sta scivolando giù dalle colline dell’artiglieria come una pellicola di colore irreale, ma deve lottare contro il vomito chimico degli incendi. Enrico si avvicina strisciando lungo la parete con una manciata di caricatori. Alberto è in coma, sdraiato sul pavimento in mezzo a palloni da basket squarciati, semisoffocato da un rigurgito di bile e morfina. E’ quasi dissanguato.

Un sergente del 2° plotone con la divisa oscenamente lorda di sangue arriva portando un lanciarazzi. I suoi compagni sono stati decimati sul retro della chiesa di San Sebastiano, sulla via della ritirata verso lo stadio. “Ho un micro di calcolo” dice con voce allucinata “dalla nostra parte non riusciamo a vedere il parcheggio, e se salgo sulle gradinate i cecchini mi mitragliano.”

a-Alessia lo lascia salire in piedi sul tavolino da ping-pong in modo che possa affacciarsi dal vasistas della finestra dello spogliatoio. Se chiude gli occhi può sentire il sibilo chimico dei proiettili dei carri. Se tappa le orecchie può vedere il riflesso dei traccianti luminosi sul soffitto dello spogliatoio.

“Cos’è quello?” domanda Enrico affacciandosi sopra la spalla del sergente.

“Un segnalatore a fibre ottiche. Ho lasciato l’obbiettivo di sopra, in cima a una delle gradinate” risponde il sergente mostrandogli una scatola delle dimensioni di un orologio “questo è il suo processore. Può teleguidarmi il razzo contro l’obbiettivo che seleziono nel mirino.”

a-Alessia striscia fino al rubinetto dei servizi igienici, svita la farfalla sperando che sia rimasto un residuo di acqua rugginosa ma è inutile. Sopraggiungono dei compagni dalla porta del lungo corridoio freddo che passa sotto le gradinate dello stadio, con loro ci sono dei civili.

“Chi sono?” domanda a-Alessia.

“Quella giornalista americana” risponde un caporale del 2°  plotone “non hai ascoltato le I.A.?”

In quel momento il rombo metallico del lanciarazzi arroventa l’aria dello spogliatoio.

 “Ah-ha!” esclama il sergente stracciando il freddo con il pungo chiuso in un gesto di trionfo “l’ho centrato!

* * *

d-Alessia si curva per passare sotto la porta sventrata degli spogliatoi. L’odore di carne bruciata è impressionante, il cemento armato sembra scottare per il fuoco che divora la gradinata. L’interno del corridoio circolare è buio malgrado stia sorgendo il sole, il fumo invade gli spogliatoi.

“L’ultima, disperata difesa dei difensori. Caduto lo stadio, sul quale stanno convergendo due battaglioni unionisti, la città assediata perderà l’aeroporto. I secessionisti non hanno ricevuto rinforzi, forse sono stati bloccati dagli uomini del generale Maratelli. Lo Stato maggiore delle I.A. secessioniste ci ha concesso un lasciapassare sul flusso radio, i difensori ci hanno lasciato entrare per testimoniare l’agonia della resistenza.” I soldati ONU che precedono d-Alessia sono bloccati da uomini armati. Hanno divise irregolari, portano maschere antigas e sono macchiati di sangue. d-Alessia si picchia all’auricolare della tempia con il dito indice, i combattenti la lasciano passare.

Tre rapide esplosioni mandano d-Alessia a sbattere contro la parete. Cadono calcinacci dal soffitto, i soldati tossiscono fino a che i filtri nasali entrano in funzione. La luce sull’elmetto del primo della fila segue la linea di detriti del corridoio. d-Alessia lo segue in una breve corsa fino a un locale di servizi igienici. Più oltre, uno spogliatoio sotto il livello del terreno è appena illuminato dalla luce dell’aurora.

“Ecco i difensori dello stadio. Un plotone secessionista ridotto ai minimi termini, forse i resti di più plotoni stretti insieme per resistere meglio. I carri armati unionisti sono all’attacco. Proiettili R.A.P. con razzo addizionale riescono a perforare le mura dello stadio. I difensori rispondono con le munizioni rimanenti, sparano razzi teleguidati contro i carri per incendiarli nel parcheggio. Non sembrano intenzionati a capitolare.”

Una donna con un poncho impolverato sopra la divisa domanda “Chi sono?”

“Quella giornalista americana” risponde un graduato di quelli che hanno accolto d-Alessia “non hai ascoltato le I.A.?”

Un graduato arrampicato in piedi su un tavolino da ping-pong spara un razzo attraverso il vasistas rotto della finestra dello spogliatoio. “Ah-ha!” esclama con un gesto entusiasta del  pugno chiuso “l’ho centrato!

Poi d-Alessia si ritrova a osservare il viso della donna con il poncho, e perde la parola. Malgrado il nero fuliggine del fumo di incendio sulle sue tempie, non può non riconoscere la stella fosforescente sulla guancia destra.

d-Alessia alza una mano verso a-Alessia, incredula.

a-Alessia si volta al rallentatore verso il graduato con il lanciarazzi.

d-Alessia dice qualcosa all’orecchio del militare ONU accanto a lei.

a-Alessia sussurra con voce quasi inaudibile “Come sei arrivata qui?”

d-Alessia allunga la mano verso la spalla di a-Alessia.

“Un altro carro!” grida un soldato. Ma il sergente lanciarazzi è distratto dalle due gocce d’acqua, e quanto torna ad infilare la canna del bazooka nel vasistas la battaglia è perduta.

* * *

Il proiettile R.A.P. penetra all’interno dello spogliatoio, strinando la spalla del sergente ed esplodendo contro il muro posteriore. Tre soldati secessionisti sono ridotti ad una radiografia di se stessi. I militari ONU rimangono sepolti dal crollo del soffitto.

 Alessia Bloch sputa intonaco e sangue. Spingendo la lingua contro la mandibola, scopre che un dente è rimasto attaccato alla gengiva per miracolo. Si scrolla di dosso un soldato senza sensi, si alza in piedi con un conato di vomito.

Qualcuno si lamenta, qualcosa brucia nei servizi igienici. Una parete dello spogliatoio non esiste più, attraverso il fumo la raggiunge il rullo sonoro di un cingolo.

Gemendo per il dolore alla gamba, attenta che il dente non si stacchi, si china sulla figura dell’altra Alessia.

Non respira più. Il suo viso è un frattale di sangue e fuliggine.

Alessia Bloch capisce che la battaglia è perduta. Capisce che l’altra Alessia è perduta.

La macchina delle onde encefaliche. Alessia Bloch cerca lo zainetto fra i detriti. Fare in fretta, i cingoli si stanno avvicinando, l’aurora è già qui. Il sangue da un taglio sulla fronte le vela la vista, macchia la cartuccia di microchip che ha trovato sul pavimento.

Qual è quello giusto? Non vede bene, tossisce e sputa. Si leva i capelli e il sangue dagli occhi. Una mitraglia martella piombo da qualche parte all’esterno, Alessia crede di avere trovato il chip giusto.

La nuca. Ancora tiepida. I capelli dell’altra Alessia si impigliano sotto le unghie spezzate. Alessia, Alessia. Le dita di Alessia Bloch tremano. Chip nella presa neurale. Come fottere la nuca di tua sorella. Clone. America. Papà.

* * *

Ecco i difensori dello stadio. Un plotone secessionista ridotto ai minimi termini, forse i resti di più plotoni stretti insieme per resistere meglio. I carri armati unionisti sono all’attacco. Proiettili con razzo addizionale riescono a perforare le mura dello stadio. I difensori rispondono con le munizioni rimanenti, sparano razzi contro i carri incendiandoli nel parcheggio. Non sembrano intenzionati a capitolare.

C’è anche una donna. Chi è, domanda. Quella giornalista americana, risponde il graduato già visto al nostro ingresso nello stadio, non hai ascoltato le I.A.?

Cosa fa quell’uomo arrampicato sul tavolo da ping-pong? Un sergente, sembra. Tiene un lanciarazzi attraverso la finestra rotta, sta sparando ai carri armati nel parcheggio. Lancia un grido entusiasta dopo aver sparato. Questo è un servizio magnifico, se ne esco viva potrei vincere il Pulitzer.

Se faccio un primo piano della donna con il poncho potrebbe essere significativo, l’immagine dell’anno... Oh Dio! Non può essere lei!

Nero fuliggine di incendio sulle tempie. Stella fosforescente sulla guancia destra. Alessia.

Alessia si volta incredula verso il sergente con il lanciarazzi, ma chi ha messo il rallentatore alla realtà? Il soldato ONU ha visto in faccia l’altra Alessia. Non so che dirgli, apro la bocca ma sento parole senza significato, non posso parlare a un uomo con un casco integrale.

Come sei arrivata qui?, mi domanda Alessia a voce bassa.

Alessia. Voglio toccarle la spalla. Sentire se... Un soldato grida non so cosa. Il sergente stringe il lanciarazzi nelle mani, ancora il ralenti, ma adesso sento anche il battito del sangue nel cervello.

La battaglia è perduta. Alessia è

 

Franco Ricciardiello

 

Scritto tra il 14 e il 27 gennaio 1995

 

Pubblicazioni:

  1. "Sangue sintetico", antologia a cura di Roberto Sturm, PeQuod, Ancona giugno 1999

 

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