FRANCO
RICCIARDIELLO
Combat
film
Il
cielo uno schermo da 100.000.000 di pollici, sfumato fra il colore della morte
nucleare allo zenith e la radiazione ultravioletta contro l’orizzonte dei
quartieri alti. Collane di bombe uniscono con tratteggi al fosforo
l’artiglieria sulle colline alle zone residenziali della periferia. Il mare
una lastra fotografica che registra imparziale l’agonia incendiaria della
notte.
Febbraio.
Le cannoniere dell’ONU stazionano impotenti nell’epicentro del porto, le
bocche d’artiglieria puntate verso la guerra civile. Colonna sonora: la
litania sincopata delle armi automatiche, il rombo di stomaco delle esplosioni,
lo sfarfallare meccanico delle pale di elicottero.
“120º
giorno di assedio. Le artiglierie unioniste non hanno mai rispettato la tregua
firmata giovedì scorso dal Presidente. Le cannoniere americane sono penetrate
nel cuore del porto per coprire l’evacuazione dell’ultimo contingente
spagnolo sotto la bandiera ONU.”
d-Alessia
si materializza lentamente dalla teoria caotica di pixel contro lo sfondo verde
infrarosso della notte. I capelli sciolti coprono gli innesti dietro
l’orecchio destro. Un dolcevita grigioverde e il colletto di una uniforme
militare con le mostrine ONU coprono la sottile armatura antiproiettile.
“Alessia
Bloch in diretta dal ponte della USS Baltimora. Tra meno di due minuti
attraverseremo in elicottero questa lama di acqua infetta di scorie belliche per
sbarcare alle mie spalle, laggiù, all’entrata dell’inferno della guerra
civile.”
La
texture sfuocata dei primi edifici incendiati si dilata sullo schermo,
acquista definizione, ritorna a fuoco. Lingue di fiamma illuminano le lanterne
magiche delle finestre esplose cento giorni prima. Nemmeno un’ombra scivola
nella notte lungo i marciapiedi sepolti dalle tegole frantumate.
“Il
sonno della Ragione genera mostri” prosegue d-Alessia
mentre la visuale ritorna nel suo punto di vista. d-Alessia
sta correndo verso l’elicottero sul ponte della USS Baltimora. “Se è vero,
questo assedio è forse l’incubo peggiore mai sognato dalla razionalità
politica. Si rischia di smarrire la ragione nel ripercorrere le tappe della
distruzione di questa città. Stanotte affonderemo come un bisturi nella
neoplasia della guerra.”
d-Alessia
allaccia la cintura di sicurezza nell’abitacolo dell’elicottero. L’aria
del porto frusta come un vento di elettroni i suoi capelli neri, ma i soldati
ONU seduti accanto a lei portano elmetti integrati che rivelano solo il
dettaglio del mento. “Come altre guerre in passato, la comunità
internazionale è impotente nell’impedire l’orrore. I signori della morte
delle due parti in lotta non rispettano le tregue firmate dal potere politico
che si vorrebbe superiore. Il generale Maratelli vuole il genocidio e i
parlamenti di Roma e di Pavia non possono o non vogliono impedirlo.”
L’elicottero
vola basso verso la linea spezzata del molo. Si solleva con precauzione per
evitare di fare da bersaglio a un missile stinger. I cannoni della USS
Baltimora sono puntati verso le posizioni presunte dei secessionisti.
“Fra
poco supereremo insieme la zona dei magazzini, teatro di furiosi combattimenti
due settimane fa. Un aereo radar segue la nostra posizione da un’altezza di
2.000 metri, il comando integrato dell’Unproita ci ha assicurato
l’assistenza di un’unità corazzata del contingente austriaco. Tra pochi
minuti, se resterete con noi, saremo forse in grado di offrirvi la testimonianza
più sconvolgente della guerra: la riproduzione della memoria a breve termine di
un combattente ucciso negli scontri di oggi. Alessia Bloch in diretta dal
fronte.”
*
* *
Il
minuscolo disco laser del mirino di a-Alessia
attraversa la piazza come un’icona verde fluorescente sullo schermo della
notte. Gli occhiali notturni rivelano movimenti spettrali nella decomposizione
al fosforo della guerra civile.
“Vedi
qualcosa?” sussurra il ragazzo accanto a lei.
a-Alessia
quasi trasale. “No, nulla” risponde. Tace. L’artiglieria martella con
monotonia omicida gli alberghi del centro storico dove i giornalisti di NTV
hanno montato antenne paraboliche e direzionali per mostrare al mondo l’agonia
di una nazione fra le sette più industrializzate del mondo.
Alberto
si muove, scricchiolando con gli anfibi sui calcinacci di intonaco sparpagliato
dalle esplosioni. “Fa freddo” si lamenta “non ho mai avuto tanto freddo in
vita mia.”
L’auricolare
di a-Alessia
trasmette in continuazione suoni modulati. Solo nel caso in cui fossero diretti
specificamente a lei li udrebbe demodulati. a-Alessia
stringe fra i guanti sottili un’arma automatica da 9 chilogrammi di
fabbricazione ceca. Ha sulle spalle un poncho di lana che tiene più caldo
dell’atermica indossata sotto l’uniforme.
Alberto
scivola verso le scale, attraversando l’ufficio di mobili consumati dal fuoco.
“Vado a controllare le mine termiche” borbotta.
Il
palazzo del municipio di fronte alle finestre è una torre fantasma nella notte
radioattiva. Ogni 15-20 minuti un proiettile d’artiglieria colpisce la
facciata dell’edificio dove fino a due giorni prima era insediato il comando
della IX brigata secessionista.
Enrico,
che monta di guardia alle finestre dell’ufficio in fondo al corridoio, arriva
piegato in due per evitare le trappole delle finestre esplose. “Hai una
sigaretta?” domanda, ma in quel momento il suono modulato nelle orecchie dei
combattenti si fa comprensibile.
“Corazzati
in avvicinamento” dice la voce sintetica dello Stato maggiore delle I.A.
secessioniste, che da mesi mette i brividi ai difensori della città assediata
“il 1º plotone ha dovuto arretrare verso lo stadio. Cercate di resistere,
vedremo di inviare un altro plotone in appoggio.”
Enrico
siede sulla gamba ripiegata, in silenzio. “Non posso resistere senza una
sigaretta” dice.
a-Alessia
scivola curva verso l’interno dell’edificio. Attraversa la vecchia sala
d’attesa, tutta crivellata di proiettili calibro 75, e si affaccia alla porta
del comandante che sta osservando un piccolo schermo LCD con un film di guerra
americano ambientato in Vietnam.
“Hai
sentito?” domanda a-Alessia.
Il
comandante non risponde. Sta masticando una tavoletta di enzimi con gli anfibi
appoggiati sulla scrivania. a-Alessia
gli prende lo schermo dal grembo e cambia sintonia. I cristalli liquidi le
rimandano le immagini della parte bassa della città, verso il porto. Una troupe
di qualche TV straniera è a caccia di sensazioni forti per gli spettatori.
“Portano
una di quelle macchine per le onde encefaliche” salmodia il comandante con un
occhio sullo schermo fra le mani di a-Alessia
“estrarranno la memoria a breve termine di qualche soldato appena ucciso.”
a-Alessia
rimane perplessa. “Di un morto?” ripete incredula “ma come è
possibile?”
“Ti
fanno firmare un contratto, danno una montagna di soldi alla tua famiglia. Ti
lasci inserire chirurgicamente un innesto qui dietro la nuca, e se muori i tuoi
ultimi ricordi rimangono registrati fino all’arrivo dei vampiri della TV.
Sempre che di te sia rimasta intera una parte così grande da comprendere ancora
la testa.”
Dopo
una breve esitazione a-Alessia
gli riconsegna lo schermo. “E’ meglio che vieni di là, stanno arrivando con
i carri armati.”
L’innesto
radio subvocale del comandante si è guastato qualche giorno prima, ma
l’infuriare dei combattimenti non gli ha permesso di assentarsi dalla prima
linea per la riparazione.
Una
esplosione più vicina fa curvare a-Alessia.
Stringendo con entrambe le mani l’automatica, ritorna verso la parte frontale
della palazzina di uffici in cui il plotone si è asserragliato per la notte.
*
* *
I
computer sono già scomparsi dalle aule, sciacallati da tanto tempo, ma alle
pareti rimangono disegni e componimenti dei bambini. d-Alessia
inquadra tavole a pennarello essiccate dal sole e dal tempo. Una casa con un
enorme tetto a punta di tegole rosse. Un albero con un tronco possente, da
complesso di Elettra. Figure umane senza sorrisi, un grosso fungo rosso a
chiazze bianche regolari, un ombrello per gocce di pioggia grandi come gli occhi
dei bambini.
“La
notte è lunga e pericolosa nella città sepolta sotto le bombe. In questo
quartiere sono stati uccisi almeno otto secessionisti nei combattimenti di ieri.
Gli unionisti del generale Maratelli si sono spostati più avanti, verso la zona
dello stadio comunale dove sono adesso i combattimenti più feroci. Il
contingente spagnolo dell’Unproita sta cercando di allontanarsi
dall’epicentro dei combattimenti, ma la situazione è ancora troppo
pericolosa.”
La
luce delle fiamme abbaglia spettrale le figure umane sui disegni dei bambini,
come le ombre in fondo alla caverna di Platone. I caschi blu che accompagnano d-Alessia
sono nervosi, controllano con binocoli a infrarossi la strada oltre gli scalini
della scuola. La tosse precisa di un’arma automatica segna il ritmo della
notte, più a nord verso il mercato vecchio.
d-Alessia
segue i caschi blu in strada. Attraversano i binari intasati di ghiaia e cenere
del tram, dove i fili della rete elettrica rantolano fra le macerie.
“Cercheremo di raggiungere la prima linea. I corazzati austriaci sono alla
nostra destra, forse appena un isolato più in là, ma il suono dei
combattimenti copre il rombo dei cingoli. Fra qualche minuto saremo in grado di
fornirvi una testimonianza di prima mano della guerra.”
Un
casco blu le fa cenno da lontano. d-Alessia
lo raggiunge a passo prudente trattenendo la matassa di cavi dell’antenna
sulle proprie spalle. Sugli scalini di una casa, a metà sul marciapiede, il
cadavere rattrappito di un vecchio con un cappotto di lana. d-Alessia
riprende la scena da vicino mentre il soldato tasta inutilmente la nuca del
morto per cercare l’innesto.
“Forse
un cecchino. Almeno 200.000 civili agonizzano come topi nelle cantine della città,
uscendo durante le poche ore di tregua per fare la coda al mercato nero o
davanti ai magazzini Unproita. I cecchini sparano senza discrimine dalle
finestre e dai tetti. Migliaia di vecchi, donne e bambini sono già stati
assassinati dalle bombe di mortaio tirate in mezzo alla folla, o dalle fucilate
di precisione degli snipers. La ragione appare impotente a comprendere la
ferocia di tanto accanimento contro i civili, senza che intervenga lo spettro
della pulizia etnica.”
I
caschi blu stanno già volando piegati in due incontro ai carri armati
austriaci. d-Alessia
li segue ansimando, gettando ragnatele di capelli come fibre ottiche davanti
all’obbiettivo assicurato alla sua spalla destra.
Il
globo bianco luce di un proiettile esplode sul basamento della statua equestre
al centro della piazza. d-Alessia
sente la pressione contro l’orecchio interno, inciampa e cade nell’onda
d’urto della bomba. Spezzoni radioattivi del proiettile rotolano bruciando sul
bordo della fontana asciutta, impressionando
la lastra fotografica della notte.
La
linea tratteggiata di proiettili traccianti cerca bersagli seguendo la
traiettoria della bomba. I carri armati austriaci invertono la direzione di
marcia ruotando i due cingoli in direzioni opposte. Rispondono al fuoco,
tempestando di proiettili a ripetizione gli ultimi due piani di un edificio
morsicato dalle bombe all’inizio di quello che una volta era un viale
alberato.
d-Alessia
si affretta verso i portici scheggiati sul lato della piazza, poi segue i caschi
blu al riparo dietro i carri armati. Un diluvio di esplosioni sterilizza
l’edificio bersaglio, ma d-Alessia
si domanda come abbiano fatto i soldati a individuare la provenienza
dell’attacco.
“Alessia
Bloch dalle viscere della Balena. Avete seguito in diretta. Hanno cercato di
colpirci, forse senza riconoscere in noi il continente ONU. O forse, e questa è
una ipotesi inquietante, malgrado ci abbiano riconosciuti.”
*
* *
La
mina plastica esplode all’improvviso sotto il cingolo del carro armato giù in
strada. Sporgendo la canna dell’automatica dall’angolo della finestra, a-Alessia
scarica l’arma contro il mezzo corazzato.
La
torretta del carro seguente ruota rapidamente verso la palazzina di uffici in
cui il plotone è barricato. a-Alessia
si ritrae mentre un’esplosione le comprime la membrana del timpano. Si
affretta a tirare sulle orecchie la cuffia isolante, poi striscia sui gomiti
verso le scale.
Il
ritmo ossessivo delle mitragliatrici la raggiunge attutito. L’ufficio in cui
era barricato Alberto è adesso sventrato. a-Alessia
cerca il suo corpo fra le macerie, appiattendosi contro il muro con la forza
della disperazione, poi vede un movimento sulla soglia. E’ Alberto, ancora
vivo, che le fa un cenno.
Si
allontanano. Le finestre sono illuminate da un nuovo incendio in strada. I carri
sparano proiettili radioattivi R.A.P.
Dal piano inferiore i compagni stanno scaricando tutto l’arsenale sugli
invasori che avanzano lungo la strada. Il comandante li raggiunge lungo la
ritirata giù per le scale. Scavalcano cemento frantumato, mobili distrutti,
risme di documenti cartacei ingialliti, intere galassie di vetri frantumati. La
parete in fondo alle scale è stata abbattuta settimane prima a colpi di
piccone, ora comunica con l’edificio accanto.
“Enrico?”
domanda a-Alessia
aggiustandosi il poncho sulle spalle.
“Ci
raggiunge dopo” risponde il comandante a voce alta per coprire i rumori della
battaglia. Porta una torcia elettrica per illuminare un nuovo corridoio di
uffici devastati dagli sciacalli e dal fuoco. Lingue di fiamma stampano le ombre
dei tre sulla carta da parati secca e contorta. Curvi, con i fucili automatici
fra le mani, raggiungono due compagni asserragliati in un ufficio.
Un
proiettile calibro 7,50 rimbalza contro la parete, scheggiando l’armadio di
ferro accanto a a-Alessia.
Lei si ritira in un’altra stanza, si sporge appena per guardare in strada. Non
si vede bene, ma qualcosa brucia accanto alle automobili schiacciate e
arrugginite da mesi.
Il
comandante la raggiunge, allungandole un periscopio a fibre ottiche che sporge
da un foro di proiettile nel muro. Il primo carro della fila sta bruciando come
un barattolo di benzina, c’è un corpo disteso sull’asfalto. Dal fondo della
via qualcuno spara verso di loro, un razzo esplode disintegrando il balcone del
palazzo di fronte.
“Stanno
girando intorno all’isolato” dice il comandante osservando lo schermo del
periscopio “non è possibile che siano così pochi.”
a-Alessia
si alza in piedi con precauzione, piatta contro il muro. Sporge l’arma e il
mirino verso la strada. Svuota il caricatore verso il fondo della via, poi un
lampo abbagliante la stordisce facendola barcollare.
E’
distesa in terra, il comandante la sta scuotendo per il bavero. “I
fotocromatici non hanno funzionato” sta gridando “alzati, svelta Alessia:
era una bomba-flash” subito dopo si irrigidisce, mentre tiene la testa di a-Alessia
fra le mani.
a-Alessia
siede sul pavimento accanto a una scrivania frantumata, accorgendosi di avere
ancora il fucile automatico a tracolla. L’espressione del comandante è
sospettosa.
“Perché
hai finto di non sapere?” le dice aspro, quasi spaventoso nel controluce
fiammeggiante degli incendi.
a-Alessia
si stente stordita, non ha ancora recuperato in pieno la vista. “Ho finto cosa?”
Il
comandante le fa un cenno con il dito guantato. “L’innesto. L’ho sentito,
dietro la nuca. Hai firmato anche tu il contratto con la TV.”
a-Alessia
comprende, si accarezza involontariamente il collo. “No, questa è un’altra
cosa. Ce l’ho dalla nascita.”
La
battaglia nella strada continua, ma per qualche minuto è come se i due se ne
fossero scordati.
“Dalla
nascita?” ripete infine il comandante “non mi hai mai detto di essere un
clone.”
*
* *
Avevamo
un televisore con 19 canali nazionali che mio fratello guardava per ore e ore.
Aveva comprato una console con joystick, e con mia madre tentavano tutti quei
concorsi interattivi. Una volta vinsero un forno a microonde che avevamo già.
Avevamo
una automobile straniera di grossa cilindrata con un sistema di guida
computerizzato che seguiva l’Onda Verde. Era sufficiente sedersi al volante e
mantenere l’intensità del segnale sempre al massimo per giungere a
destinazione.
Avevamo
un telefono ciascuno, piatto come una scheda di plastica, che portavamo sempre
in tasca. Avevamo corsi di inglese la sera, palestra due giorni la settimana, i
trasporti pubblici, l’istruzione interattiva per il doposcuola.
L’automobile
bruciò uno dei primi giorni di guerra. I canali TV erano già diminuiti a 12,
poi cominciarono a trasmettere notiziari censurati. I microonde divennero
inutili quando iniziò l’assedio e l’erogazione elettrica fu razionata. I
telefoni funzionavano ancora, ma quando mi arruolai mi costrinsero a lasciarlo a
casa. I trasporti pubblici divennero impossibili perché i mortai e
l’artiglieria bombardavano ininterrottamente a casaccio.
Mi
sentivo così solo, le prime settimane nell’esercito. Non avevamo niente altro
da fare che parlare tutta la sera. Qualcuno aveva un TV portatile, ma riuscivi a
prendere solo i canali francesi perché la nostra televisione trasmetteva
ininterrottamente notiziari propagandistici. La sera andavamo a dormire presto
perché l’elettricità continuava a mancare.
Sono
al fronte da otto giorni, forse nove. Devo avere perso il conto, non riesco a
ricordare che giorno sia. Ricordo di essere stato colpito, ma non so se sia
successo a me o a un altro. Forse sto sognando, ma mi sembra di ricordare
vividamente il sangue sul collo. Non ho voglia di alzare una mano per
verificare, forse ho paura di svegliarmi.
Ho
pensato diverse volte di scappare, di seguire la linea della costa oltre il
giardino botanico, alle prime luci dell’alba, per trovare riparo in uno dei
campi profughi in Corsica. Ma ancora non ho trovato il coraggio.
La
settimana dopo l’arruolamento sono venuti da me due civili, mi hanno offerto
una cifra considerevole per farmi innestare una presa qui dietro l’orecchio
destro. I soldi li ho mandati a casa, a mio fratello e alla mamma. Hanno vinto
di più grazie alla mia impronta retinale sotto un contratto che con tutte le
loro lotterie serali. Starei bene, se non fosse per questa incertezza. La gola
mi fa male, ma non ricordo con sicurezza se mi hanno colpito. Ho paura.
*
* *
d-Alessia
sfila con un gesto quasi solenne il cavetto dall’innesto dietro la nuca del
ragazzo ucciso. Si ritrae senza una parola, strisciando sulle mani e le
ginocchia verso il fondo del capannone.
La
fabbrica è stata scoperchiata dalle granate dell’artiglieria. Una compagnia
secessionista ha resistito per quasi una settimana all’offensiva degli
assedianti, poi il contingente spagnolo dell’Unproita ha dovuto allontanarsi
per la violenza dei combattimenti e gli unitari hanno avuto la meglio al primo
imbrunire. d-Alessia
ha seguito gli attaccanti, ottenendo il permesso di avvicinarsi ai corpi dei
difensori caduti.
“Alessia
Bloch dalle viscere della Balena. La temperatura esterna, bassissima, ha
permesso la conservazione dell’emisfero cerebrale sinistro di questo ragazzo
caduto fra gli ultimi nei combattimenti di questa sera. Avete appena ascoltato
la riproduzione di una parte della memoria a breve termine, precisamente della
connessione fra idea ed espressione parlata che sembra essersi preservata
pressoché intatta. Ora proseguiremo il nostro viaggio inseguendo la prima
linea, lasciando che la materia cerebrale di questo ragazzo continui a
deteriorarsi a mano a mano che il momento del decesso si fa più lontano.
Alessia Bloch dalle viscere della Balena.”
*
* *
La
mina a interruzione di cavi esplode sotto i piedi del comandante scheggiando la
visiera fotocromatica di a-Alessia.
Una frazione di secondo: il comandante saltava chino fra le macerie a lato del
marciapiede, non troppo rasente il muro per evitare di offrire un bersaglio
nitido per i cecchini né troppo al centro della strada dove è più probabile
essere feriti dalle granate.
Teneva
il fucile mitragliatore stretto fra le mani e saltava a passi leggeri, quasi in
punta di piedi, seguito da a-Alessia
e dagli altri compagni, quando un lieve colpo secco, quasi inaudibile sullo
sfondo dei rumori della battaglia, e un lampo non più alto di 50 centimetri
hanno fermato la sua ritirata.
a-Alessia
è rimasta interdetta. Si rialza da terra e raggiunge il comandante, seguita da
Enrico e dagli altri.
Granate
lontane fischiano esplodendo contro i piani alti degli alberghi a levante del
porto. Collane luminose di razzi sfregiano la notte verde, cercando di mordere i
bersagli dell’artiglieria sulle colline. Il comandante è disteso sulla
schiena, i muscoli delle gambe e del bacino ancora in preda agli spasmi della
morte. La mina a frammentazione nascosta accanto all’aiuola di un albero
bruciato l’ha ucciso in un secondo. a-Alessia
non riesce a credere che un corpo umano possa contenere tanto sangue come quello
che si sta allargando sotto i pantaloni del comandante.
Alberto
si è appoggiato con la schiena contro la vetrina reticolata di nastro adesivo
di un negozio e tiene di mira con nervosismo le finestre infiammate del grande
magazzino di fronte. “E’ una delle nostre” dice un soldato
indicando i frammenti della mina.
a-Alessia
sente una nausea istantanea mentre chiude le palpebre del comandante. Ora la
responsabilità di quello che resta del plotone è sua.
I
ragazzi si stringono a poca distanza l’uno dall’altro, rischiando di cedere
allo sconforto. Vorrebbero forse una notte di silenzio, una camicia pulita, una
fonte di calore che non siano le fiamme della civiltà che si sta estinguendo.
a-Alessia
li guida all’interno dell’edificio monumentale che chiude ad angolo la
strada, una biblioteca non ancora devastata dal fuoco. Dalle finestre delle
scale si vede l’ingresso dello stadio poco distante.
*
* *
Non
c’è niente da fare, devono riformarmi. Ieri mi sono di nuovo orinato addosso,
oramai i compagni non ci fanno più caso. Eravamo in una scuola abbandonata, i
banchi tutti accatastati sulla parete; c’erano poche brande, non so chi le
avesse portate, ma il sergente si è rifiutato di farmi dormire sul materasso
con la scusa che l’avrei bagnato. Purtroppo aveva ragione, però questa volta
sono riuscito a nasconderlo a tutti perché parecchia gente ha macchie di sangue
o di sporco sulla divisa.
La
macchia tiepida era quasi piacevole nel freddo del mattino, ma poi si è
trasformata in un alone. Qualche giorno fa mamma è riuscita a farmi sapere che
si sta interessando per il congedo. Non ne posso più di questa vita da stronzi,
e l’odore di bruciato di questa città di merda comincia a nausearmi. Non ci
ero mai venuto prima, e pensa se dovevo arrivarci via mare con un fucile in
mano.
C’è
nebbia, fa freddo. Il tenente non ci ha detto nulla, ma scommetto che avanziamo
proprio verso quei leghisti di merda intorno allo stadio. Forse aumenterei le
possibilità di essere riformato se mi cagassi addosso davanti al sergente,
mentre risaliamo una di queste strade dalle parti della sopraelevata.
Imprecherebbe, mi darebbe del frocio, i compagni si allontanerebbero annoiati:
ma sarebbe costretto a farmi rapporto.
Che
sfiga, non mi scappa nemmeno da cagare. Ho i piedi pieni di vesciche e mi prude
il culo, ma non mi scappa. Questo stronzo di sergente mi segue controllandomi
passo passo. Ce l’ha con me da quando ha scoperto l’innesto sulla nuca, ma
saranno cazzi miei o no?
Città
di merda, mare di merda. Prendo a scarpate i calcinacci fino a che il sergente
mi grida dietro. Fanculo, stronzo. Un elmetto. Questo con un calcio lo mando
fino dall’altra parte della strada, sotto il lampione. Un calcio e lo
dissotterro da quella polvere e lo man
*
* *
d-Alessia
inciampa nell’oscurità contro qualcosa di vivo. Il soldato che la precede
accende la torcia sulla spalla sinistra illuminando un gruppo di civili
infagottati in cappotti e coperte, seduti contro il muro dello scantinato.
La
terra trema. E’ in corso un violento bombardamento dell’artiglieria
unionista per spezzare la resistenza intorno allo stadio.
“Per
sfuggire alle granate abbiamo cercato riparo nella cantina di uno dei condomini
del quartiere. Ecco alcuni dei 300.000 abitanti che da mesi vivono come animali,
riparandosi ad ogni attacco dell’artiglieria o quando i combattimenti di
strada si fanno troppo vicini. Sono gli uomini e topi di Steinbeck, gli uomini
nei muri di William Tenn.”
Uomini
e donne portano panni di lana avvolti intorno al capo per ripararsi dalle
ingiurie del febbraio. Hanno quasi tutti occhi spenti, due bambine torturano con
un coltello da cucina uno scarafaggio. Le granate scoppiano vicino, fumo e
polvere entrano dalla griglia che dà sulla strada.
I
soldati della scorta Unproita siedono in terra aspettando l’allentarsi
dell’offensiva, cupi e minacciosi nei loro caschi integrali. Qualcuno allunga
tavolette di proteine agli uomini nei muri. Uno dei soldati ha portato
appositamente con sé un pacco di gallette alle alghe che consegna a una donna
dall’età indefinibile.
“La
IX divisione sta tentando l’accerchiamento a tenaglia per isolare dal grosso
dei difensori le truppe secessioniste intorno allo stadio. L’offensiva
continua da 6 giorni, anche il soldato di cui abbiamo recuperato pochi minuti fa
la memoria è caduto nella battaglia per lo stadio. Il generale Maratelli ha
preannunciato che l’aeroporto sarà nelle mani dell’esercito di Roma al più
tardi domenica.”
Gli
anfibi dei soldati ONU scricchiolano fra i rifiuti nello scantinato. Nel riparo
improvvisato c’è odore di sterco e cenere. Un ragazzo con la testa avvolta in
una sciarpa ha un televisore a batterie che mostra una trasmissione di musica
leggera di Antenne 2.
d-Alessia
si arrampica su uno scaffale di legno impolverato per riprendere una scacchiera
di cielo attraverso la griglia. “Le nuvole di notte hanno lo stesso colore
della tortura. L’artiglieria degli assedianti sta demolendo piano per piano le
torri residenziali intorno allo stadio. La battaglia è strategicamente
rilevante, perché da qui passa la strada che collega la città con
l’aeroporto. Il contingente finlandese è l’ultimo reparto dell’Unproita
rimasto fra il generale Maratelli e l’aeroporto, ma il mediatore ONU ha già
detto che non si opporrà militarmente all’offensiva di Roma.”
Il
silenzio fra una granata e l’altra si allunga indefinitamente, fino a che non
cominciano a udirsi i suoni della battaglia casa per casa. I soldati della
scorta risalgono all’esterno, d-Alessia
li segue. “L’artiglieria sulle colline ha interrotto il bombardamento.
Questo può significare una sola cosa: che l’avanzata degli assedianti
riprende.”
*
* *
Cosa
aspettano a ordinare di ritirarci? Ci stanno annientando. Carne da macello. Il
cecchino al quarto piano di quel magazzino bruciato ha un mirino laser, ha
colpito Andreini al ginocchio. Daniela ha cercato di tirarlo al riparo, ma
malgrado avesse un giubbotto antiproiettile si è presa nell’addome uno di
quei proiettili a frammentazione che ti fanno a pezzi gli organi. E’ rimasta
sdraiata in terra, vicino ad Andreini, con una rosa di carne tritata del
diametro di trenta centimetri nel ventre.
Nessuno
ha il coraggio di andare a prenderli. Tutti i compagni urlano, sparando a turno
verso il cecchino ma non sappiamo con precisione dov’è.
Quel
caporale di Firenze del 4° plotone ha un lanciarazzi tascabile sulla schiena.
Continua a sparare missili incendiari contro il grande magazzino, ma ogni volta
che cerchiamo di sporgerci dai ripari per recuperare i due feriti il cecchino
spara.
Il
sergente ha un binocolo a infrarossi con un processore di calcolo per
individuare la fonte dei proiettili, ma i lamenti di Andreini e le urla di
Daniela non gli permettono di concentrarsi.
Sto
morendo di paura perché adesso manderà me allo scoperto. Gli sto sul culo fino
da quando ha scoperto che mi sono lasciato innestare quella presa di merda
dietro l’orecchio. Ma perché deve giudicarmi per questo? Un sacco di soldi
che mi serviranno quando questa guerra di merda sarà finita. Se l’avessero
offerto a lui avrebbe fatto lo stesso, anche se prima lavorava in banca.
Il
cecchino non spara più, ma Andreini si lamenta che ha freddo. Daniela ha già
perso conoscenza diverse volte, il sangue si sta coagulando sull’asfalto
ghiacciato. Mi viene da vomitare. Solo ieri cercavo di vederle il seno mentre si
sciacquava il collo con una bottiglia di minerale gelata che abbiamo trovato in
un magazzino, e adesso non riesce più a trattenere l’intestino con le mani
premute sul giubbotto antiproiettile sventrato.
Merda,
vuole davvero che vada là fuori. Il cecchino non spara più, ma chi mi
garantisce? Tacciono tutti, le armi puntate verso il grande magazzino. Il
caporale ha collegato il sistema di puntamento del lanciarazzi al binocolo del
sergente, mi garantisce che riuscirà a rintracciare l’origine del laser del
mirino in un decimo di secondo. Ma il razzo ci metterà almeno un secondo per
colpire il bersaglio, e il cecchino avrà tutto il tempo di spararmi.
Il
sergente continua a urlare di andare là fuori a recuperarli. Andreini non
chiede più aiuto, ma sta tremando di freddo. Daniela non si lamenta più. Il
sergente conta fino a tre, poi si mettono tutti a sparare per coprirmi. Salto
fuori dal riparo, lasciando il fucile per terra. Fino a che non sento il colpo
del razzo sono salvo, vuole dire che il cecchino non spara.
Cado
in terra accanto a Andreini, gli afferro il polso tirandolo verso di me. Si
volta a guardarmi, ha la morte negli occhi. E’ impazzito di paura,
penso.
Poi
il lanciarazzi spara. Cosa è accaduto? Non riesco più a respirare. Lo sapevo.
Mi ha preso la schiena, e non avevo neppure l’antiproiettile. Non... avevo...
Mamma. Bambino. Io bambino. Pi greco. Tre e quattordici. Sergente... sergen
*
* *
“Stavi
dormendo?” dice Enrico appena a-Alessia
riesce a metterlo a fuoco.
“Come
potrei, con questo casino...” risponde lei, poi si rende conto che le granate
non scoppiano più. Si mette a sedere di scatto, strisciano insieme verso la
finestra della biblioteca. “Dove cazzo è finito lo stadio?” sussurra a-Alessia
temendo di avere perso l’orientamento.
“Si
è alzata la nebbia” risponde laconico il compagno “prendi il mio micro, con
la vista notturna non scorgi niente.”
a-Alessia
guarda il chip che il ragazzo si è appena sfilato con le unghie dalla nuca. Una
gocciolina di sangue macchia i circuiti del microprocessore in grado di
elaborare curve di movimento anche attraverso la nebbia. “No, grazie”
rifiuta leggermente stomacata “serve a te.”
“Ora
sei tu il responsabile” insiste Enrico tendendole il chip, ma a-Alessia
si sposta a un’altra finestra.
“Non
mi convince questo silenzio” dice scrutando la nebbia gelata che nasconde
rumori di cingoli.
“Com’è
questa storia che sei un clone?” sussurra il soldato seguendola.
a-Alessia
lo studia perplessa. Non avrebbe voglia di parlarne. “Mio padre ha fatto
clonare due cellule di tessuti della moglie, morta con la caduta del suo
elicottero. Mamma era segretario dei Giovani Imprenditori Nanotec,
conservava una serie di tessuti organici in una banca biologica a Zurigo.”
Enrico
annuisce. “E sei nata tu. E qual è la differenza?”
a-Alessia
prova fastidio per la conversazione. “Siamo nate in due, mia sorella ed io.
Lei ora vive in America con mio padre, è anchorwoman in di un network
continentale.”
Qualcuno
spara verso la nebbia da una finestra del piano superiore, altri lo imitano. a-Alessia
e Enrico puntano gli automatici verso il fondo della piazza. “Più a
sinistra!” dice il ragazzo con il microchip nella presa dietro l’orecchio
“all’angolo di quel ristorante, camminano curvi.”
Squarciano
la notte sporca con una ragnatela di traccianti. Gli unionisti devono avere un
lanciarazzi perché colpiscono l’ingresso della biblioteca incendiandolo, ma
dopo due minuti di scontro si ritirano cessando il fuoco.
a-Alessia
si inginocchia respirando profondamente. Alberto sopraggiunge curvo, la visiera
notturna abbassata sugli occhi, informandola che non ci sono feriti. Ma un
direzionale li avverte che un carro armato segue il plotone nemico.
“Grossa
cilindrata” dice Alberto osservando il diagramma cartesiano sul display del
direzionale “parecchie tonnellate di ferro. Che si fa?”
a-Alessia
trasmette il segnale elettronico per richiamare l’attenzione dello Stato
maggiore delle I.A. “In attesa” dice la vocina del flusso radio nel suo
auricolare.
“Consiglio
strategico” subvocalizza a-Alessia
trasmettendo nello stesso tempo le proprie coordinate.
“Arretrare
verso l’entrata nordest dello stadio” risponde dopo tre secondi la voce
delle I.A. “rischiate l’accerchiamento. Il 2° plotone non potrà tenere
l’isolato adiacente al vostro. Se non vi ritirate questo Stato maggiore non è
in grado di calcolare l’esito dello scontro.”
Enrico
scuote il capo. “Ma perché?” dice “da qui controlliamo tutta la
piazza.”
In
quel momento il tram abbandonato al centro di un salvagente di mattonelle
sagomate esplode in una spirale di fuoco.
“Il
carro!” esclama Alberto. Sparano di nuovo tutti verso l’occhio chiuso della
nebbia, ma un secondo proiettile attraversa fischiando in una frazione di
secondo la piazza.
a-Alessia
cade sul pavimento, travolta dall’onda d’urto. Anche con il paraorecchi le
fischia il timpano. Non c’è più nessuno che risponda al fuoco, poi poco per
volta qualcuno dal piano superiore spara verso gli attaccanti. Alberto si alza
con una manica insanguinata. a-Alessia
sporge la canna verso il carro nascosto dalla nebbia, ma un terzo proiettile
colpisce la facciata dell’edificio riempiendole i capelli e gli occhi di
calcinacci.
Enrico
la aiuta a ritirarsi verso le scale, gli altri emergono in silenzio
dall’inferno. “Radioattivo!” tossisce qualcuno.
Sembra
che persino i muri brucino. I libri sugli scaffali della biblioteca si
incendiano, illuminando la notte con fiamme di cellulosa e muffa.
Escono
tutti dal retro dell’edificio, compreso Alberto con il braccio penzolante. La
biblioteca sta bruciando selvaggiamente, Enrico con il direzionale sente
l’avanzare del carro corazzato.
Ripiegano
attraverso un parcheggio di automobili abbandonate alla ruggine per mancanza di
benzina. Oltre la cancellata di un parco, i compagni del 2° plotone li stanno
seguendo dopo avere subito gravissime perdite.
*
* *
Sinistra,
sinistra, destra. Fortuna che queste batterie durano quasi in eterno, perché
altrimenti come farei a trovarne altre? Il nonno dice che al mercato nero
costano troppo. Sinistra, sinistra, sinistra. Persino quel contrabbandiere che
viene da Alessandria ha detto che è difficile trovare delle batterie per questo
gioco, è di qualche anno fa e non c’erano gli standard di oggi. Sinistra.
Bip. Bip Biip. Tac! Almeno tre volte al giorno il nonno dice a quel suo amico
senza una mano che è una fortuna che io abbia questo gioco, altrimenti cosa
fari tutto il tempo? Ogni tanto mi accarezza dietro la nuca. Crede che io non
sappia cosa ho qui dietro l’orecchio, ma papà e mamma non erano cattivi.
Sinistra,
sinistra, sinistra, destra! Non
erano cattivi. Mi hanno spiegato che avevano bisogno di quei soldi, che non
faceva male. Il nonno dice al suo amico che papà e mamma non avrebbero dovuto
farlo. Crede che io sia troppo piccola per capire? Il suo amico ha perso la mano
per un colpo di fucile. Mica un fucile normale: ha il moncherino tutto bruciato,
necrotizzato si dice.
C’ero
anch’io quando l’hanno colpito. Correvamo tornando a casa dal mercato, io
davo la mano alla nonna e lui portava uno zaino con la spesa di tutti. A meno di
dieci metri da dove hanno mitragliato papà e mamma, al centro delle rotaie
arrugginite, lui ha cominciato ad urlare. Io mi sono voltata per capire, la
nonna mi ha preso la testa fra le mani ma avevo già visto la mano del suo amico
che bruciava come un fuoco d’artificio.
Destra,
destra, bip. Destra. Bip.
Lui
ha gridato per diversi giorni e aveva la febbre. Adesso perde la pelle a scaglie
fino al gomito. Il mio sogno sarebbe staccargli qualche foglia di pelle morta
mentre lui dorme. Secondo me quegli scarafaggi la mangerebbero. Fuoco chimico?
Archimede bruciò la flotta romana a Siracusa con il fuoco chimico, il CD del
maestro era bellissimo. O è stato Pitagora?
Un
cingolato. Rimetto in tasca il gioco, salgo in piedi sul frigorifero tutto
sporco di escrementi per affacciarmi dalla finestrella del seminterrato.
Che
caldo! Fa freddo ma il carro armato emana un calore che sa di grasso, o di olio.
Vedo solo una parte dei cingoli, il motore accelera come se dovesse muoversi.
Gli
anfibi di un soldato. Si ferma davanti alla finestrella della cantina, si piega
in due per guardarmi. Stai attenta, dice, attenta ai proiettili vaganti.
Il
motore quasi copre le sue parole. Credo che sia un nemico, ma non sono sicura.
Che scema che sono! I nostri non hanno carri armati.
Aaah!
Che rumore! Il carro è scoppiato. Mi arrampico di nuovo sul frigorifero perché
sono caduta. I cingoli stanno bruciando, il soldato non si vede più ma uno dei
suoi anfibi è infilato nella grata della cantina. Un razzo, forse? Devo
scendere perché un altro razzo potrebbe
*
* *
“Alessia Bloch in diretta dall’incubo della Ragione.
L’offensiva degli uomini del generale Maratelli è violentissima, devastante.
Il cordone ombelicale che unisce l’aeroporto alla città potrebbe essere
reciso questa notte stessa. I secessionisti che difendono i pochi isolati ancora
nelle loro mani si stanno ritirando verso lo stadio. Quell’edificio che sta
bruciando alle mie spalle è una biblioteca: i separatisti probabilmente in
questo momento stanno ripiegando, mentre carri pesanti dell’esercito di Roma
armati di proiettili ad autoguida terminale stanno convergendo sulla zona.”
La
piazza è illuminata a giorno dall’incendio. d-Alessia
siede al riparo di un muretto basso sovrastato da una cancellata di ghisa. Due
veicoli stanno bruciando sull’asfalto alle sue spalle, la biblioteca lancia
verso il cielo fiamme altissime di cellulosa. d-Alessia
striscia sui gomiti verso il cancelletto del cortile per riprendere l’avanzata
degli attaccanti.
L’immagine
scivola sul verde granuloso della visione notturna. Macchie indistinte si
muovono oltre le macerie, attraversando di corsa le rotaie del tram. L’urlo
metallico dei cingolati aumenta di volume, un pesantissimo carro armato sbuca da
una strada di ville a due piani. Il mezzo corazzato si arresta in mezzo alla
piazza, erutta in rapida sequenza tre proiettili senza che i cingoli si smuovano
di un centimetro.
d-Alessia
segue velocemente la linea retta dei traccianti che si schiantano contro un
edificio a tre piani alla sua sinistra. Un razzo sparato dalla direzione dello
stadio esplode in aria prima di raggiungere il carro armato, incendiando la
nebbia oramai cacciata via dal calore della battaglia. Il carro armato riprende
la sua avanzata per diversi metri, arrestandosi di nuovo per sparare due colpi
verso lo stadio.
“Lo
scontro finale. Non siamo in grado di giudicare lo stato dei combattimenti, ma
l’esito sembra scontato. Gli unionisti attaccano con una virulenza
irresistibile. La notte è quasi alla fine, ma non è detto che all’alba la
città sia ancora collegata al suo aeroporto.”
Il
carro armato scompare addentrandosi in un viale di automobili perforate dal gelo
e dai proiettili, forse per evitare di offrire un bersaglio troppo scoperto ai
difensori dello stadio. d-Alessia
esce dal cortile della villetta per seguire la doppia fila di alberi scheletrici
che affianca le rotaie. La sua scorta la raggiunge dietro un autobus di colore
viola.
“Ora
tenteremo di raggiungere le linee dei difensori. Abbiamo contattato lo Stato
maggiore delle I.A. secessioniste, che ci ha accordato un lasciapassare sul
flusso radio del fronte. Se è possibile avvicinarsi ai separatisti, ci
lasceranno riprendere gli scontri anche dalla loro parte. Vi ricordiamo che gli
innesti per la registrazione della memoria a breve termine sono stati proposti a
combattenti di entrambi gli schieramenti, come pure alla popolazione civile
della città assediata. Alessia Bloch dalla vena giugulare della Bestia.”
*
* *
Temendo
di smarrire la ragione, a-Alessia
scarica il caricatore sui carri corazzati che avanzano. L’artiglieria degli
assedianti ha cessato il bombardamento per non rischiare di colpire le proprie
truppe, ma i carri armati stanno vomitando un uragano di proiettili a
propulsione aggiuntiva che hanno incendiato lo stadio.
Il
flusso radio è oramai inaudibile. Lo Stato maggiore delle I.A. tenta di
coordinare da resistenza, spostando truppe dalla periferia della città verso il
luogo dello scontro, alternando istruzioni modulate a poche, imprecise parole
che nessuno può seguire nell’orgasmo della battaglia.
Il
parcheggio davanti allo stadio è l’epicentro della devastazione. Sembra che
l’asfalto stesso stia bruciando. Pochi scheletri di autobus sono rovesciati
sul fianco, anneriti dalla notte dei tempi. Anche alcuni carri armati che si
sono avvicinati troppo nell’impeto della battaglia stanno bruciando
selvaggiamente, colpiti da razzi teleguidati sparati dagli spogliatoi dello
stadio. Guardando attraverso il cannocchiale del fucile a-Alessia
può vedere i corpi carbonizzati dei carristi bruciati vivi nel tentativo di
evacuare.
L’alba
sta scivolando giù dalle colline dell’artiglieria come una pellicola di
colore irreale, ma deve lottare contro il vomito chimico degli incendi. Enrico
si avvicina strisciando lungo la parete con una manciata di caricatori. Alberto
è in coma, sdraiato sul pavimento in mezzo a palloni da basket squarciati,
semisoffocato da un rigurgito di bile e morfina. E’ quasi dissanguato.
Un
sergente del 2° plotone con la divisa oscenamente lorda di sangue arriva
portando un lanciarazzi. I suoi compagni sono stati decimati sul retro della
chiesa di San Sebastiano, sulla via della ritirata verso lo stadio. “Ho un
micro di calcolo” dice con voce allucinata “dalla nostra parte non riusciamo
a vedere il parcheggio, e se salgo sulle gradinate i cecchini mi mitragliano.”
a-Alessia
lo lascia salire in piedi sul tavolino da ping-pong in modo che possa
affacciarsi dal vasistas della finestra dello spogliatoio. Se chiude gli
occhi può sentire il sibilo chimico dei proiettili dei carri. Se tappa le
orecchie può vedere il riflesso dei traccianti luminosi sul soffitto dello
spogliatoio.
“Cos’è
quello?” domanda Enrico affacciandosi sopra la spalla del sergente.
“Un
segnalatore a fibre ottiche. Ho lasciato l’obbiettivo di sopra, in cima a una
delle gradinate” risponde il sergente mostrandogli una scatola delle
dimensioni di un orologio “questo è il suo processore. Può teleguidarmi il
razzo contro l’obbiettivo che seleziono nel mirino.”
a-Alessia
striscia fino al rubinetto dei servizi igienici, svita la farfalla sperando che
sia rimasto un residuo di acqua rugginosa ma è inutile. Sopraggiungono dei
compagni dalla porta del lungo corridoio freddo che passa sotto le gradinate
dello stadio, con loro ci sono dei civili.
“Chi
sono?” domanda a-Alessia.
“Quella
giornalista americana” risponde un caporale del 2°
plotone “non hai ascoltato le I.A.?”
In
quel momento il rombo metallico del lanciarazzi arroventa l’aria dello
spogliatoio.
“Ah-ha!” esclama il sergente stracciando il freddo
con il pungo chiuso in un gesto di trionfo “l’ho centrato!”
*
* *
d-Alessia
si curva per passare sotto la porta sventrata degli spogliatoi. L’odore di
carne bruciata è impressionante, il cemento armato sembra scottare per il fuoco
che divora la gradinata. L’interno del corridoio circolare è buio malgrado
stia sorgendo il sole, il fumo invade gli spogliatoi.
“L’ultima,
disperata difesa dei difensori. Caduto lo stadio, sul quale stanno convergendo
due battaglioni unionisti, la città assediata perderà l’aeroporto. I
secessionisti non hanno ricevuto rinforzi, forse sono stati bloccati dagli
uomini del generale Maratelli. Lo Stato maggiore delle I.A. secessioniste ci ha
concesso un lasciapassare sul flusso radio, i difensori ci hanno lasciato
entrare per testimoniare l’agonia della resistenza.” I soldati ONU che
precedono d-Alessia
sono bloccati da uomini armati. Hanno divise irregolari, portano maschere
antigas e sono macchiati di sangue. d-Alessia
si picchia all’auricolare della tempia con il dito indice, i combattenti la
lasciano passare.
Tre
rapide esplosioni mandano d-Alessia
a sbattere contro la parete. Cadono calcinacci dal soffitto, i soldati
tossiscono fino a che i filtri nasali entrano in funzione. La luce
sull’elmetto del primo della fila segue la linea di detriti del corridoio. d-Alessia
lo segue in una breve corsa fino a un locale di servizi igienici. Più oltre,
uno spogliatoio sotto il livello del terreno è appena illuminato dalla luce
dell’aurora.
“Ecco
i difensori dello stadio. Un plotone secessionista ridotto ai minimi termini,
forse i resti di più plotoni stretti insieme per resistere meglio. I carri
armati unionisti sono all’attacco. Proiettili R.A.P. con razzo addizionale
riescono a perforare le mura dello stadio. I difensori rispondono con le
munizioni rimanenti, sparano razzi teleguidati contro i carri per incendiarli
nel parcheggio. Non sembrano intenzionati a capitolare.”
Una
donna con un poncho impolverato sopra la divisa domanda “Chi sono?”
“Quella
giornalista americana” risponde un graduato di quelli che hanno accolto d-Alessia
“non hai ascoltato le I.A.?”
Un
graduato arrampicato in piedi su un tavolino da ping-pong spara un razzo
attraverso il vasistas rotto della finestra dello spogliatoio. “Ah-ha!”
esclama con un gesto entusiasta del pugno
chiuso “l’ho centrato!”
Poi
d-Alessia
si ritrova a osservare il viso della donna con il poncho, e perde la parola.
Malgrado il nero fuliggine del fumo di incendio sulle sue tempie, non può non
riconoscere la stella fosforescente sulla guancia destra.
d-Alessia
alza una mano verso a-Alessia,
incredula.
a-Alessia
si volta al rallentatore verso il graduato con il lanciarazzi.
d-Alessia
dice qualcosa all’orecchio del militare ONU accanto a lei.
a-Alessia
sussurra con voce quasi inaudibile “Come sei arrivata qui?”
d-Alessia
allunga la mano verso la spalla di a-Alessia.
“Un
altro carro!” grida un soldato. Ma il sergente lanciarazzi è distratto dalle
due gocce d’acqua, e quanto torna ad infilare la canna del bazooka nel vasistas
la battaglia è perduta.
*
* *
Il
proiettile R.A.P. penetra all’interno dello spogliatoio, strinando la spalla
del sergente ed esplodendo contro il muro posteriore. Tre soldati secessionisti
sono ridotti ad una radiografia di se stessi. I militari ONU rimangono sepolti
dal crollo del soffitto.
Alessia
Bloch sputa intonaco e sangue. Spingendo la lingua contro la mandibola, scopre
che un dente è rimasto attaccato alla gengiva per miracolo. Si scrolla di dosso
un soldato senza sensi, si alza in piedi con un conato di vomito.
Qualcuno
si lamenta, qualcosa brucia nei servizi igienici. Una parete dello spogliatoio
non esiste più, attraverso il fumo la raggiunge il rullo sonoro di un cingolo.
Gemendo
per il dolore alla gamba, attenta che il dente non si stacchi, si china sulla
figura dell’altra Alessia.
Non
respira più. Il suo viso è un frattale di sangue e fuliggine.
Alessia
Bloch capisce che la battaglia è perduta. Capisce che l’altra Alessia è
perduta.
La
macchina delle onde encefaliche. Alessia Bloch cerca lo zainetto fra i detriti.
Fare in fretta, i cingoli si stanno avvicinando, l’aurora è già qui. Il
sangue da un taglio sulla fronte le vela la vista, macchia la cartuccia di
microchip che ha trovato sul pavimento.
Qual
è quello giusto? Non vede bene, tossisce e sputa. Si leva i capelli e il sangue
dagli occhi. Una mitraglia martella piombo da qualche parte all’esterno,
Alessia crede di avere trovato il chip giusto.
La
nuca. Ancora tiepida. I capelli dell’altra Alessia si impigliano sotto le
unghie spezzate. Alessia, Alessia. Le dita di Alessia Bloch tremano. Chip
nella presa neurale. Come fottere la nuca di tua sorella. Clone. America. Papà.
*
* *
Ecco
i difensori dello stadio. Un plotone secessionista ridotto ai minimi termini,
forse i resti di più plotoni stretti insieme per resistere meglio. I carri
armati unionisti sono all’attacco. Proiettili con razzo addizionale riescono a
perforare le mura dello stadio. I difensori rispondono con le munizioni
rimanenti, sparano razzi contro i carri incendiandoli nel parcheggio. Non
sembrano intenzionati a capitolare.
C’è
anche una donna. Chi è, domanda. Quella giornalista americana, risponde il
graduato già visto al nostro ingresso nello stadio, non hai ascoltato le I.A.?
Cosa
fa quell’uomo arrampicato sul tavolo da ping-pong? Un sergente, sembra. Tiene
un lanciarazzi attraverso la finestra rotta, sta sparando ai carri armati nel
parcheggio. Lancia un grido entusiasta dopo aver sparato. Questo è un servizio
magnifico, se ne esco viva potrei vincere il Pulitzer.
Se
faccio un primo piano della donna con il poncho potrebbe essere significativo,
l’immagine dell’anno... Oh Dio! Non può essere lei!
Nero
fuliggine di incendio sulle tempie. Stella fosforescente sulla guancia destra.
Alessia.
Alessia
si volta incredula verso il sergente con il lanciarazzi, ma chi ha messo il
rallentatore alla realtà? Il soldato ONU ha visto in faccia l’altra Alessia.
Non so che dirgli, apro la bocca ma sento parole senza significato, non posso
parlare a un uomo con un casco integrale.
Come
sei arrivata qui?, mi domanda Alessia a voce bassa.
Alessia.
Voglio toccarle la spalla. Sentire se... Un soldato grida non so cosa. Il
sergente stringe il lanciarazzi nelle mani, ancora il ralenti, ma adesso
sento anche il battito del sangue nel cervello.
La
battaglia è perduta. Alessia è
Franco
Ricciardiello
Scritto
tra il 14 e il 27 gennaio 1995
Pubblicazioni:
"Sangue
sintetico", antologia a cura di Roberto Sturm, PeQuod, Ancona giugno
1999
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