FRANCO RICCIARDIELLO

Con gli occhi di Lavrentij

 

 

Mi trovai iniettato nel controllo dello srjénije troppo bruscamente L'elicottero oscillò, inclinandosi pericolosamente verso un rilievo del terreno raschiato dagli alberi a pettine di un bosco ceduo. Recuperai, stabilizzando l’inclinazione ed evitando di guadagnare altitudine: era fondamentale avanzare alla massima velocità senza dare possibilità alle mine-aria di individuare nello spettro infrarosso delle turbine.

Passai velocemente in sequenza sul visore i vari punti di vista: babordo, tribordo, telescopico di prua; i compagni dello stormo mi seguivano e affiancavano alla massima velocità, quasi rasoterra sulla tundra gelata.

"Aquila rossa chiama" scandii nel microfono.

"Qui Larice" rispose una voce neutra, ma l’icona di Nadja apparve nel mio campo visivo, sovrapponendosi agli istogrammi dell'altitudine.

"Conversione a 45 gradi" ordinai cercando di abbassarmi ancora di qualche metro. "Massima prudenza."

La terra gelata correva a velocità impressionante sotto il ventre dello srjénije; volendo avrei potuto ascoltare il grido di dolore dell'aria scaraventata dalle pale dell'elicottero sul ghiaccio, ma sapevo che mi avrebbe inutilmente impressionato. Selezionai Rachmaninov per caricarmi di adrenalina.

"L'attacco diversivo ha avuto inizio" comunicò Nadja, che manteneva direttamente i contatti dello stormo con Stavka "ti passo l'obbiettivo."

Un rettangolo si allargò nel mio campo visuale; sfiorandolo con un dito guantato lo allargai a mezzo campo: mostrava la sferamadre di un Pantherguppe protetta da stormi di pantere volanti.

"Conversione!" esclamai, sentendo la velocità dell’adrenalina. "90 gradi concavo. Larice, bersaglio automatico per ogni srjénije."

Guardai di fianco: gli elicotteri mi superarono a ventaglio a babordo e tribordo, scaraventati a velocità inarrestabile sulla tundra ghiacciata.

"Stavka!" interferì una voce sopra Rachmaninov "venti secondi all'attacco diversivo.”

"Avaria! Avaria!" replicò la voce di Nadja "Taiga due costretto all'atterraggio."

"Proseguire!" esclamai.

Bruscamente, i panthers entrarono in attività tutto intorno alla madre come elettroni eccitati. Diversi velivoli schizzarono verso il cielo con un'accelerazione che avrebbe frantumato le ossa a qualsiasi pilota umano.

"L'attacco diversivo!" esclamò Nadja "troppo presto, siamo ancora a distanza!"

"Proseguire!" esclamai di nuovo, portandomi al centro del cuneo rovesciato formato dagli elicotteri srjénije lanciati contro la sferamadre. "Attendere per il fuoco."

Potevo sentir tremare gli altri piloti dalla voglia di sparare. Nadja non parlò più, anche se i Reiters non potevano intercettarci poiché le conversazioni fra i piloti teletrasportati si mantenevano nella rete virtuale.

Il cielo si incendiò. "Contrattacco Reiter!" esclamò allora Nadja rompendo il silenzio "colpire?"

"Primo io" avvertii lo stormo. Dovetti levare la visione telescopica perché eravamo troppo vicini alla sferamadre. Il grosso, osceno riccio tecnologico irto di antenne come spine rollava all'altezza di una ventina di metri sulle cime degli alberi, proprio dove lo stormo l'avrebbe colpito.

"Ci hanno visti!" avvertì allora Nadja "i panthers stanno scendendo verso di noi."

Attendere attendere attendere, pensai concentrandomi sul cuore della sfera madre, dove il bersaglio che Larice mi aveva fornito disegnava una stella rossa a cinque punte. Vidi calare i panthers, entro pochi secondi sarebbero arrivati a distanza utile per bersagliarci.

Fuoco! pensai. Una X lampeggiò in alto sul mio schermo. Una frazione di secondo dopo, preavvertiti in tempo reale, tutti gli altri piloti lanciarono i loro razzi.

Fui l'ultimo a risollevarmi; il radar in alto a sinistra mostrava lo scherma dello scontro tra gli srjénije e i panthers. Presi quota, girando su me stesso. "Disimpegnarsi!" ordinai. "Qui aquila rossa, disimpegnarsi!"

Il sistema prese il sopravvento nei secondi che seguirono, impegnato a schivare i traccianti dei razzi-segugio sganciati contro la traccia infrarossa delle mie turbine. Le icone di diversi srjénije erano già scomparse. "Sganciarsi, sganciarsi!" ripetei escludendo Rachmaninov.

Pantere volanti attraversarono come comete la mia visuale. Proiettili traccianti straziavano il cielo mentre l'elicottero di Nadja si allontanava.

Disperato, cercai di perdere quota. Vidi un albero esplodere in una tormenta di ghiaccio e napalm, lo aggirai ruotando come un folle. AVARIA, lampeggiò la scritta del sistema di controllo, AVARIA A POPPA.

Trovai un panther sulla mia traiettoria; innescai il bersaglio e sparai con il cannoncino da otto millimetri. "Qui Stavka" si intromise il sistema di controllo centralizzato "aquila rossa, prepararsi al rientro forzato."

"No!" esclamai. Era il quarto elicottero che perdevo in quattro missioni di fila: non sarei riuscito a guardarmi ancora allo specchio se avessi fallito.

Ripresi quota e richiesi una dose di adrenergico. Destabilizzato, il velivolo ruotava su se stesso. C'era fumo sulla tundra gelata, e una grossa incrinatura frattale sul lunotto dello srjénije. Ruotando, finalmente inquadrai il nostro obbiettivo. "Fermo immagine!" comandai, poi alzai un dito per ingrandire. DANNI STIMATI: 65% - RIDUZIONE TEMPORALE DI OPERATIVITA' STIMATA: 4,3 SETTIMANE.

"Aquila rossa, espulsione" mi preavvertì di un secondo Stavka.

Finito, finito... è tutto finito, pensai.

Troppi secondi dopo mi aiutarono a sfilare il casco. Tremavo come un diapason. Scesi dal sedile di proiezione masticando una gomma tranquillante. Nadja era ancora al suo sedile, insieme a oltre metà della squadra, ma le perdite sembravano enormi.

Come sempre, per infliggere un danno significativo a un Panthergruppe avevamo subito perdite decisamente superiori agli invasori.

"Desidera un tranquillante?" mi domandò un attendente premuroso, un ragazzo di quindici anni forse. Ringraziai, dirigendomi verso la sala mensa.

Sentii l'effetto sedativo della gomma. Sapevo bene che se Stavka non mi avesse tirato fuori in quel preciso momento avrei sofferto il trauma dell'abbattimento dell'elicottero.

Un improvviso abbassamento della luce testimoniò un calo della tensione elettrica. Sulla porta della mensa affollatissima incontrai Iván, il fidanzato di mia sorella. "Sembri sconvolto" disse colpito. "E' andata male?"

Controllai con la coda dell'occhio il cyborg armato di guardia alla porta blindata proprio di fronte alla mensa.

"Sessantacinque per cento" risposi infastidito dalla presenza di Iván, additandogli un tavolino "non è ancora finita: Nadja è dentro."

"Stai tremando" mi rispose impadronendosi della tastiera. "Cosa prendi?"

"Qualcosa di caldo, per favore. A voi è andata bene?"

Iván salutò qualcuno che conosceva. Gente continuava a circolare intorno a noi, nella mensa c'era una ressa indescrivibile di telepiloti in divisa mentre i turni di pranzo si accavallavano. Un grosso schermo murale a cristalli liquidi proiettava immagini dai vari fronti.

"Oggi sono stato a Marianneburg" rispose Iván premendo i tasti delle ordinazioni "mezzi corazzati; dovresti provarli, qualche volta: non specializzarti sugli elicotteri, c'è tanto lavoro da fare..."

"Come è andata?" insistei infilando la gomma esaurita nel tubo pneumatico sul tavolino.

"Le croci nere sono inchiodate alla periferia" rispose concentrandosi sullo schermo "ma abbiamo dovuto impegnarli con tre divisioni corazzate. Marianneburg è un cimitero, non credo ci sia più un edificio intatto."

Sentii una fitta all'addome: Marianneburg era la città in cui era nata mia madre. E si trovava a solo 50 chilometri da noi.

SIGNIFICATIVI SUCCESSI DELLA 33^ ARMATA TELECOMANDATA NELL'IMPEDIRE L'ACCERCHIAMENTO DELLA CAPITALE

proclamava lo schermo. Ma ormai tutti sapevamo che solo una ferrovia quotidianamente bombardata dai Panthergruppen e due strade dividevano la capitale, noialtri e Stavka dall'assedio su tutti i lati.

Iván si curvò sul tavolo verso di me. "Tu che sei così vicino a zio Lavrentij" disse abbassando la voce "cosa dice a proposito di Papa Fëdor?"

Sospirai. Mi aspettavo quella domanda. In qualsiasi luogo andassi, chiunque incontrassi, qualunque cosa stessi facendo c'era sempre e comunque qualcuno che mi domandava di zio Lavrentij.

"Non so, non ne parliamo mai" risposi affrettatamente. Il fatto che zio Lavrentij fosse davvero mio zio, fratello di mio padre adottivo, faceva di me una sorta di tramite con il cuore pulsante del Partito. Una sola parola di zio Lavrentij poteva incarcerare senza processo, promuovere telepiloti al rango di capostormo, trasferire intere divisioni dalle retrovie al fronte; ma soprattutto, portava con sé la parola di Papa Fëdor, cuore e cervello della nazione.

"Ecco che arriva Nadja" dissi finalmente rilassandomi. Mia sorella ci scorse da sopra la coda all'ingresso. Sedette al nostro tavolo proprio mentre arrivavano le ordinazioni.

"Negativo?" domandai.

"Ottanta per cento di perdite" sospirò "le pantere volanti ci hanno fatto a pezzi."

"E tu?" domandò Iván affettando con il filo di nylon la sua razione di aspic.

"Ne sono uscita per un pelo: lo srjénije è stato colpito da almeno tre proiettili da 8. In questo momento il pilota automatico lo sta riportando alla base."

Chiusi gli occhi. Ancora una volta io ero stato abbattuto mentre Nadja era riuscita a portare fuori intatto il suo elicottero.

Prima che mia sorella potesse ordinare un ragazzo si sedette al nostro tavolo. Iván alzò un dito per toccarsi le labbra in segno di silenzio. "Esaurimento nervoso" disse a denti stretti per non farsi sentire dal nuovo arrivato, che cominciò a pigiare con un dito tutti i tasti della console. "Guidava un jet nella terza battaglia di Novigrad: Stavka non è riuscito a tirarlo fuori in tempo quando è stato abbattuto."

Nadja si schiarì la gola come per rimproverarlo. "Mai sentito che Stavka non abbia tirato fuori qualcuno in tempo." disse.

E invece capitava, lo sapevo: quando il sistema automatico era costretto a processare troppe informazioni contemporaneamente, poteva accadere che accumulasse un ritardo fatale. "Stavka controlla uno per uno tutti i mezzi di 16 divisioni corazzate" risposi voltandomi verso di lei perché mi sentivo in imbarazzo a guardare il malato, "gli elicotteri di 89 stormi e 3.500 aerei."

"Lo so, lo so" tagliò corto Nadja, "e i cyborg di tutte le 40 divisioni di fanteria intorno alla capitale, e le comunicazioni fra tutte le armate dei fronti settentrionali e meridionali."

Finalmente Iván riuscì a impadronirsi della tastiera e a ordinare qualcosa per mia sorella.

"Stavka non può essere sconfitto" sillabò con precisione il nuovo arrivato. Aveva gli occhi di un animale cacciato, "per quanto a fondo siano penetrati sul nostro territorio, i Reiters non possono batterci finché è Stavka a organizzare la difesa."

La situazione era troppo grottesca, non avevo assolutamente fame. Passai il piatto a Nadja.

"Dovremmo evacuare, invece" disse mia sorella. Le tirai un calcio sotto il tavolo, ma proseguì. "Se la capitale cade, siamo perduti. Papa Fëdor deve rendersene conto,  dobbiamo trasferire il quartiere generale nelle retrovie prima che Stavka rimanga completamente assediato dai Reiters. La guerra può continuare anche senza la capitale, ma non senza Stavka. Abbiamo ottomila chilometri di terra alle nostre spalle, mentre le croci nere sono a cinquanta chilometri in un cerchio intorno a noi. Che senso ha difendere la capitale a oltranza?"

"Parli come un sovversivo, abbassa la voce" le dissi mantenendomi calmo.

"Sei per caso entrata in Soyuz Druzijei?" domandò Iván, ma in tono spiritoso.

Qualcuno dai tavoli accanto si voltò. "Zitto, per favore" lo apostrofai "e anche tu, Nadja. Basta sentirti parlare di Soyuz Druzijei e cominciano a fare indagini su di te."

"Soyuz Druzijei! Soyuz Druzijei!" cantilenò il malato a voce alta.

In un attimo fummo in pedi. Fingendo indifferenza, Iván scomparve verso le cucine; Nadja stava per seguirlo, ma la presi sottobraccio trascinandola a passo sicuro in direzione opposta, verso la mediateca, senza voltarci.

* * *

"Fanteria meccanizzata?" domandò zio Lavrentij sollevando il display HMD dagli occhi.

Nadja ed io ci guardammo per decidere chi dovesse rispondere. "E' colpa mia" dissi allora "temo di non essere adatto per gli elicotteri da combattimento."

Zio Lavrentij mosse la mano di fronte al recettore di moto, riabbassando la visiera sugli occhi. "La tua media non mi sembra inferiore a quella degli altri piloti" disse osservando dati che solo lui poteva vedere.

"Ho perso quattro elicotteri nelle ultime quattro missioni" replicai a labbra strette "mentre Nadja ne ha perduto solo uno."

"Il risultato eccezionale è il suo, non il tuo" insistette l'uomo che la Nazione chiamava zio. "ll profilo delle missioni cui hai partecipato non si discosta minimamente dalla media delle altre missioni. Quella contro i Reiters è una guerra dura, non un videogioco."

Cominciai a spazientirmi. Zio Lavrentij era molto impegnato, l'organizzazione logistica della difesa della capitale assorbiva tutto il suo tempo: si diceva che dall'inizio dell'assedio, 79 giorni prima, non avesse chiuso occhio neppure mezz'ora. Non saprei dire se fosse solo un'altra delle numerosissime leggende su zio Lavrentij.

"Le perdite sono comunque e sempre enormi" proseguì lui "ma se vogliamo smantellare l'assedio Reiters non dobbiamo lesinare i mezzi. Abbiamo una nazione di duecento milioni di persone alle spalle che lavora per la difesa della capitale."

"Non vorremmo farti perdere più tempo del necessario, zio Lavrentij" risposi senza interromperlo. C'era poca luce nel suo ufficio privato, per evitare di disturbare la sua vista debole, ma sufficiente perché la stella del Partito luccicasse sanguigna sulle mostrine della divisa. "Penso che io dovrei passare alla fanteria meccanizzata mentre Nadja dovrebbe prendere il mio posto alla guida dello stormo" dissi.

"No!" esclamò subito mia sorella, che non sapeva nulla di quella mia idea.

Zio Lavrentij alzò una mano per impedirle benevolmente di insistere. "Vi proporrò per un giorno di licenza, tutti e due" decise "dopo di che farete la vostra scelta. Ma sia chiaro che dovrete sempre lavorare insieme. Non se ne parla di dividervi, non è ciò che ho promesso a vostro padre."

Il suo tono non ammetteva repliche. Ci avviammo per uscire.

"Sia chiaro che se doveste decidere di cambiare arma, il caposquadra sarai tu" volle puntualizzare zio Lavrentij "Come sempre, troverai un aiuto più che degno in tua sorella."

"Mi rincresce" dissi svuotato a Nadja quando fummo fuori.

"Non è colpa tua" rispose lei "sapevamo come è fatto zio Lavrentij. Ma perché non mi hai anticipato quell'idea stravagante? Non avevi possibilità di convincerlo."

Prendemmo l'elevatore per la superficie. "Non so. Mi sento... Non provi mai la necessità di cambiare, cambiare in qualsiasi modo, anche in peggio?

Nadja si strinse nella spalle. Uscimmo all'aria aperta, ma l'aria era invasa da un nevischio leggero e minaccioso. "Il cambiamento è la forza motrice di qualsiasi civiltà" disse Nadja "sarebbe grave il contrario."

Camminammo sotto una pensilina screpolata verso l'ingresso della metropolitana. Il cambiamento è il motore della Storia, mi dissi pensando al Partito.

"Fra 70 minuti dobbiamo essere in collegamento" disse Nadja risvegliandomi.

"E' meglio usare terminali diversi" risposi distratto "non vorrei che potessero rintracciarci."

Salimmo sul primo treno diretto a nord. "Credi che... terrebbero in conto che siamo i nipoti di zio Lavrentij?" mi domandò sottovoce Nadja nel vagone affollato.

Sapevo cosa intendeva dire. Nel caso che ci arrestassero...

"Non so" risposi "come è possibile avere ancora certezze?"

All'arrivo trovammo un nostro compagno di università in cima alla scala mobile, sotto le stalattiti di marmo della stazione. Nadja ed io avevamo dovuto interrompere gli studi a causa della guerra, ma contavamo di riprendere quando tutto avesse avuto termine, con la vittoria. La vittoria...

"Cambio di programma" disse il ragazzo, che non conoscevamo di nome. “Pericolo per il collegamento in rete. Preferibile trovarci direttamente in sede temporanea, con collegamento locale."

Se ne andò nella folla dopo averci dato un microchip che conteneva l'ubicazione della sede temporanea di Soyuz Druzijei.

"Non abbiamo molto tempo" disse Nadja osservando il passaggio di uno stormo di jet diretti verso il fonte. Non capii se si riferisse alla guerra o alla riunione segreta.

* * *

"Felice di vedervi" disse cordiale il nostro uomo. Ero felice anch`io, mi piaceva incontrarlo, e non solo perché era il nostro collegamento con Soyuz Druzijei: quell'uomo ispirava calore, comprensione, affabilità, tutte cose in via di scomparsa nella capitale assediata.

Seguendo le indicazioni contenute nel microchip, ci eravamo trovati in un magazzino di materiale informatico isolato nella zona industriale a nord del fiume. Una serie di collegamenti provvisori ospitava i caschi HMD per un centinaio di persone, divisi da separé di polistirolo in modo da riconoscere meno gente possibile.

"Mi rincresce di avervi scomodati a venire qui" disse l'uomo mentre ci sdraiavamo sui lettini a sospensione indossando i caschi "la sorveglianza sulla rete si è fatta più stretta, e le infiltrazioni nel nostro sistema troppo efficaci."

Ci trovammo proiettati nel mondo virtuale di Soyuz Druzijej, il cui logo era identico a quello di Papa Fëdor: ma dove la stella del Partito era di un rosso fiammante, quella della clandestinità era solo la congiunzione di dieci tratti che delimitavano il vuoto. Mi domandai una volta di più se contenesse una sorta di simbolismo.

"Breve aggiornamento sulla situazione interna" disse la Guida, il personaggio di sintesi che incontravamo ad ogni discesa nel mondo virtuale clandestino. A gruppi si collegarono anche tutti gli altri utenti, e ci ritrovammo tutti in quello spazio condiviso: una specie di teatro con scalinate di sedili, mentre la Guida era in piedi in fondo all'anfiteatro. Tenevo per mano Nadja, così non rischiammo di perderci poiché nella proiezione tutti gli utenti avevano lo stesso aspetto anonimo.

"La morsa delle croci nere si sta chiudendo intorno alla capitale" esordì drammaticamente la Guida, materializzando con un gesto una mappa del fronte al di sopra delle nostre teste. "7 corpi d'armata corazzati Reiters stanno convergendo da nord e da sud per tagliarci fuori dal resto della nazione, e l'esercito non riesce a rallentarne l'avanzata. Marianneburg, investita 16 giorni fa dai Panthergruppen, è attualmente parzialmente occupata da una divisione di fanteria Reiter."

Sentii il fremito di Nadja nella mia mano. Marianneburg, estate di otto anni fa. L'acqua del lago, la barca a motore di papà, nostra sorella Lena che lancia aerei telecomandati sulle onde basse.

"L'intera potenza della macchina bellica Reiter si è concentrata nell'assedio" continuò la Guida "mentre le operazioni sui fronti settentrionale e meridionale ristagnano. Le croci nere stanno tentando di mandare Stavka in overdose di dati, sapendo che questo comporterebbe l'annullamento nella coordinazione della difesa."

Rabbrividii. Stavka fuori uso? La capitale cadrebbe. La capitale? Papa Fëdor morto, il fronte spezzato. Nulla più fermerebbe i Reiters da qui al mare. Cesseremmo di esistere come nazione, i Reiters potrebbero portare avanti il programma di annientamento etnico della popolazione per permettere la colonizzazione del territorio.

"Attualmente il pericolo è elevatissimo" proseguì la Guida "ma non vediamo alternativa alla permanenza dell'esecutivo nella capitale; in questo Soyuz Druzijei concorda con il Partito: l'evacuazione della città comporterebbe un grave colpo al morale della nazione. Ci rincresce dire che la resistenza organizzata nel paese continuerà solo fino a che resisterà la capitale."

L'immagine cambiò. Ci trovammo a guardare dall'alto di un satellite che inquadrava l'orizzonte convesso del pianeta. Sotto di noi, potevamo riconoscere attraverso le nuvole la linea rotta della costa meridionale, mentre la capitale era lontana, sotto la neve delle sterminate pianure centrali.

"Non tutto è perduto, per fortuna" cercò di tranquillizzarci la Guida "la direzione strategica del Partito sta cercando di portare a termine un progetto segreto della massima rilevanza; ma l’enormità stessa del compito fa sì che troppa gente ne sia a conoscenza, e in questo modo sia Soyuz Druzijej che, probabilmente, i Reiters ne conoscono i termini."

A scatti di un secondo per volta, il nostro punto di vista si avvicinava a terra. Forammo le nuvole inquadrando i placidi fiumi meridionali, quindi con un brusco cambio di prospettiva ci dirigemmo verso nord.

"Il governo sta tentando la migrazione di Stavka per trasferire il quartiere generale automatico di difesa all'interno stesso della Rete: questo aggirerebbe il pericolo di una distruzione fisica di Stavka. Sembra un concetto arduo da accettare, ma se avrà successo il nostro apparato di difesa sarà proiettato all'interno della rete mondiale di telecomunicazioni. In questo modo sarà impossibile colpirlo senza devastare l'economia mondiale."

Ci eravamo abbassati fino a inquadrare una città. "Ma in questo modo chiunque potrà inserirsi all'interno di Stavka passando dalla Rete!" protestò qualcuno.

"Non è così" spiegò la Guida "solamente Stavka sarà in grado di rintracciare i frammenti di sé stesso all'interno della Rete. Soyuz Druzijej giudica positivamente il progetto anche perché in questo modo Stavka sarà assolutamente autonomo rispetto a Papa Fëdor e al governo. Ma ecco l'argomento della serata: Soyuz Druzijej è in grado di mostrarvi ciò che le videonews ufficiali non vi farebbero mai vedere. Abbiamo raggiunto via satellite la città di Oranienbaum, a 90 chilometri a sudovest dalla capitale, caduta ufficialmente nelle mani degli invasori alla fine di agosto."

Ci ritrovammo proiettati all'interno di una città. Eravamo in una strada fiancheggiata da alti palazzi ottocenteschi spezzati a metà dalla furia delle bombe; non la riconobbi malgrado fossi stato diverse volte a Oranienbaum.

"Potete muovervi a volontà nella ricreazione" terminò la Guida "lasciate che aggiunga solo un'ultima informazione: Oranienbaum non è stata occupata al temine di furiosi combattimenti dalla 63^ divisione blindata Reiter, come è stato ufficialmente comunicato: in realtà le croci nere hanno effettuato un bombardamento terroristico indiscriminato per fiaccare la volontà di resistenza dell'oblast di Oranienbaum. Potete adesso circolare liberamente: ricordate che il comando per uscire dalla ricreazione, nel caso in cui non tolleraste la visione, consiste nell'unire i pollici delle due mani. Buona fortuna, e coraggio."

* * *

Nadja ed io ci muovemmo mano nella mano. Bastava puntare il dito indice nella direzione desiderata e il nostro punto di vista carrellava in avanti attraverso la topografia di Oranienbaum. Al tempo delle religioni si credeva che tutti i non-salvati sarebbero stati condannati, dopo la morte, a una eterna permanenza nell'inferno: girando per le strade bombardate di Oranienbaum pensai che se un inferno esisteva doveva essere come quello.

Fui assalito da una quantità di pensieri. Innanzitutto, mai dall'inizio delle ostilità i bollettini di guerra avevano mostrato l'immagine di un civile ucciso. Non i soliti sacchi informi di vestiti sulle porte delle case, o mitragliati in automobile mentre cercavano di fuggire dal fronte: civili dei quali fosse possibile vedere il viso, la pelle dei bambini gonfiata dagli agenti chimici, il sangue rappreso dei vecchi, le espressioni mummificate di chi era morto fra rantoli di dolore. Potemmo avvicinarci a cadaveri carbonizzati, con i denti orribilmente esposti dalla consunzione della carne; potemmo ingrandire la visuale su bambini di pochi anni, povere palle di lana dalle guance senza colore; potemmo camminare intorno ai corpi scomposti di ragazze dai capelli biondi, il viso come grattato sull'asfalto in un mosaico di cicatrici. Tutti gli edifici erano sventrati, tutti gli automezzi distrutti, tutti gli abitanti sterminati.

Sentivo fortissima l'impressione della mano di Nadja nella mia, causata dalla retroazione di forza nei guanti sensoriali che indossavamo, sdraiati sui lettini nella sede temporanea di Soyuz Druzijej.

Camminammo fra muri verniciati di sangue umano fino all'altezza di due metri, nelle piazze dove un uragano di fuoco generatosi spontaneamente per la gran quantità di bombe sganciate sulla città aveva marchiato per sempre Oranienbaum, distruggendo alla temperatura di mille gradi centigradi interi quartieri. Dovunque camminassimo, vedevamo solo civili massacrati.

Ma ciò che più mi impressionò fu l'espressione dei bambini. Avevano una pelle grigia come di muffa, una crosta come di dolce glassato colore della morte che in un primo tempo credetti fosse dovuta alla risoluzione dell'obbiettivo del satellite, così distante da terra; ma mi accorsi con ribrezzo che sembrava una nuova forma di vita cresciuta sulle guance e sulle manine, come una micosi mutante che mangiava il calcio delle unghie e dei denti, escrescenze di pus ghiacciato che deformavano le espressioni dei visi dei piccoli in una maschera uniforme di morte. Mi parve incredibile anche solo il dubbio che quei bambini fossero stati esseri viventi.

Solo quel giorno, nella raccapricciante discesa virtuale nel mondo di Soyuz Druzijej comprendemmo realmente cosa fosse la guerra. Non la proiezione negli elicotteri sulla tundra gelata, non l'asettico bilancio delle perdite redatto da Stavka (65% degli obbiettivi raggiunti, 80% perdite subite, missione terminata). Malgrado l'orrore del pellegrinaggio attraverso quella devastazione a meno di cento chilometri dalla capitale, Nadja ed io fummo gli ultimi a uscire dalla simulazione.

Ritrovare l'uomo di Soyuz Druzijej fu come incontrare un amico. "Come state?" domandò comprensivo, porgendoci un tè liofilizzato.

Uscimmo all'aperto nella notte di nebbia. Mancava meno di un'ora al coprifuoco, quando i Panthergruppen avrebbero ripreso a sorvolare la capitale per fare da bersaglio alla contraerea; il pensiero che da un momento all'altro i Reiters avrebbero potuto rovesciare su di noi dal cielo un uragano di fuoco mi congelava la voglia di tornare a dormire.

"Cosa facciamo?" domandò Nadja.

Le strinsi la mano più forte che potei, come lei aveva fatto prima nella simulazione. "Non lo so," risposi, "sembra tutto così confuso."

Stavamo camminando verso la metropolitana. "Forse avremmo fatto meglio a non venire, stasera" disse Nadja.

Scossi il capo. "E' inutile nascondere il capo sotto terra" risposi "bisognerebbe riuscire a vedere le cose da una sola angolazione; di qua il Partito, di là Soyuz Druzijej: meglio sarebbe invece un solo punto di vista, vedere magari ogni cosa con gli occhi di zio Lavrentij."

"Dove stiamo andando?" sospirò mia sorella.

"Torniamo a casa" risposi facendomi forza per darle coraggio "zio Lavrentij ci ha promesso un giorno di licenza. Penso che faremmo bene ad approfittarne."

Ma in quel momento il pensiero di zio Lavrentij, come di qualunque altra cosa che avesse a vedere con la guerra, mi dava una profonda nausea.

* * *

Marianneburg ferita sanguinosa nel cuore della nazione, valvola mitralica assassinata dalla metastasi. Cielo ruggine, come se milioni di tonnellate di argilla fossero state scaraventate nell'atmosfera dai bombardamenti dell'artiglieria. Mi sentivo impacciato, costretto a correre a passo leggero sul terreno sconnesso, ondulato di macerie frantumate dalle bombe.

L'impressione nel robot telecomandato era molto più realistica che in un elicottero srjénije: voltando il capo da un lato e dall'altro vedevo una formazione di automi sparpagliata fra le macerie. Avanzavamo tutti verso un isolato di edifici neri, bruciati fino ai mattoni dal fuoco dell'aviazione Reiter. Il punto di vista si spostava appena giravo il capo, ma dovevo fare attenzione perché malgrado Stavka controllasse l'andatura del telerobot attraverso il sistema visivo, stava a me condurre la marcia per ridurre al minimo l'intervento esterno.

Nadja procedeva piegata in due alla mia sinistra. Il mio telerobot doveva assomigliare al suo: un androide massiccio di ferro nero, con giunture snodate e molto sciolto nei movimenti, con una corazza antiproiettile e un ingombrante fucile automatico fra le braccia, così massiccio che nessun essere umano ne avrebbe potuto sopportare il peso.

Non saremmo stati noi a comandare in tutto e per tutto il fuoco: malgrado la straordinaria quantità di operazioni in cui era coinvolto ad ogni istante, Stavka aveva una capacità di reazione infinitamente superiore alla nostra.

Ogni tanto un nostro cingolato, quaranta o cinquanta metri avanti a noi, sparava una cannonata contro un ostacolo che poteva nascondere la fanteria Reiter. Dietro ogni blindato, un paio di soldati in carne e ossa si tenevano rigorosamente al riparo.

A intervalli di due o tre secondi il terreno tremava, come se un martello di cinquantamila tonnellate battesse la terra a un centinaio di chilometri di distanza. Colonne di fumo tagliavano a strisce il cielo terroso.

Cominciavo a sentirmi stanco per la tensione. Avanzavamo da almeno un'ora senza riuscire ad agganciare il nemico. Ci trovavamo all'epicentro di una vasta operazione di contrattacco pianificata da Papa Fëdor e portata a compimento da Stavka con una coordinazione perfetta: approfittando di una manovra diversiva del IX corpo d'armata a sud della capitale, tre divisioni di fanteria teleguidata erano affondate nel cuore di Marianneburg dopo un devastante attacco missilistico di interdizione che aveva colto impreparato il nemico.

I Reiters, temporaneamente disorientati, si erano ritirati verso la ferrovia per Villmanstadt e noi stavamo avanzando su un fronte di venti chilometri per una profondità di dieci.

Mi domandai se anche la nostra offensiva non fosse un diversivo. Non riuscivo a comprendere la ragione di un attacco su una scala tanto vasta e con un obbiettivo così limitato come la conquista di quella distesa di macerie che era divenuta Marianneburg.

Procedevamo con una monotonia carica di tensione. Passo-passo-passo-passo-in ginocchio! Voltato a sinistra, ecco Nadja: passo-passo-passo-passo-in ginocchio! Ora io in piedi: passo-passo-passo-passo-in ginocchio!

Il martello colpiva ancora il terreno con vibrazioni sorde lontane e regolari: † † † ‡, † † † ‡. Il display del radar segnalò velivoli in avvicinamento; interrompendo la sequenza di avanzamento prudente mi voltai, passando alla vista telescopica: uno stormo di elicotteri srjénije stava per sorvolarci, basso sui tetti devastati degli edifici, diretto verso le posizioni presunte della fanteria Reiter.

Riprendemmo l'avanzata. Passo-passo-passo-passo-in ginocchio! Voltato a sinistra, ecco Nadja: passo-passo-passo-passo-in ginocchio! Ora io in piedi: passo-passo-passo-passo-in ginocchio!  Marianneburg cancro in stadio avanzato nel cuore della nazione, pistola alla tempia della capitale. Passo-passo-passo-passo-in ginocchio! Nadja: passo-passo-passo-passo-in ginocchio! Ora io: passo-passo-passo-passo-in ginocchio!

Finalmente raggiungemmo le prime tracce dei Reiters: da principio mezzi isolati, poi tutta una rovina di cingolati distrutti nelle strade. L'attacco di interdizione dei nostri missili terra-terra doveva essere stato devastante. C'erano decine di automezzi bruciati, disfatti come se fossero stati percossi da martelli delle dimensioni di un edificio. Automi carbonizzati giacevano disseminati tutto intorno, potemmo vedere anche cadaveri umani.

Sapevo che i Reiters impiegavano in combattimento molti soldati più del nostro esercito, soprattutto nella fanteria (mentre le unità meccanizzate necessitavano di meno controllo); ma era la prima volta che mi imbattevo in cadaveri. Avevano le stesse espressioni agghiaccianti dei civili massacrati a Oranienbaum.

Attraversammo una scuola sventrata dalle bombe, con gli audiovisivi della mediateca sparpagliati in frantumi sui pavimenti smantellati. Su una delle lavagne bianche di plastica un soldato aveva scritto con un pennarello blu Ich bin ein Ritter. Forse era lo stesso Reiter che giaceva sul balcone, torturato dalle schegge di bomba.

Con un risucchio d'aria tremendo alcuni missili teleguidati passarono sopra le nostre teste, diretti verso le linee nemiche. "Qui Stavka" disse finalmente la voce conosciuta "prossimo contatto con la 99^ brigata della Guardia presidenziale Reiter. Preallarme rosso, sto disponendo la copertura aerea."

Sentii il sangue aumentare di velocità. "Nadja?" chiamai.

"Guardia presidenziale?" rispose mia sorella. "deve essere un corpo scelto."

"Prendere posizione ad altezza di un quarto o quinto piano di edificio" proseguirono le istruzioni di Stavka, quindi aggiunse rivolgendosi solo ad alcuni "cambio di turno, squadra A: dieci secondi al rientro in sede."

Trassi un sospiro di sollievo: entrambi eravamo nella squadra A. Qualche ora di riposo, finalmente, pensai.

* * *

Faceva freddo. Scesi in scala mobile sotto l'alta cupola marmorea della stazione della metropolitana, sedendo in disparte su una delle lunghe file di sedili nell'area commerciale. Fingendo indifferenza abbassai sugli occhi gli occhiali seethrough, osservando svogliatamente un notiziario o l'altro mentre con il pollice facevo ruotare la sintonia. La folla nel metro aveva volti ammuffiti dall'assedio, espressioni da topi in gabbia: molti camminavano con una borsa in mano in modo da poter acquistare qualche genere alimentare appena comparso nelle vetrine dei negozi. Compresi quanto fossi privilegiato a fare parte dell'élite dei combattenti. Per la prima volta dall'inizio dell'assedio notai come vi fossero pochissimi bambini in città, quasi che tutti i genitori avessero cercato di ripararli presso i parenti nelle retrovie.

Il mio beeper cominciò a squillare. Misi via gli occhiali, guardandomi intorno: Nadja stava arrivando. Iván era con lei.

Missi un passo d'impulso per allontanarmi prima che potesse scorgermi, ma mi chiamò; la aspettai. Mi raggiunse prima di Iván.

"Che ci fa lui qui?" le domandai a denti stretti senza salutarlo.

"Viene con noi."

"Vuoi scherzare? Sai cosa rischiamo, Nadja? Hai solo una lontana idea di quello che rischiamo noi? Non  lo voglio."

Mia sorella fece segno a Iván di attendere. "Lo voglio io, invece. Tu non c'entri."

"Non c'entro, eh?" dissi sentendomi arrossire "Hai capito cosa stai facendo? Stai mettendo in pericolo tutti quanti, non solo te stessa o me."

"Basta, ora!" rispose Nadja, irritata "mi stai offendendo, Volja!"

Era troppo tardi. Il nostro contatto con Soyuz Druzijej stava arrivando dalla direzione dei treni. Mi svincolai da Nadja per andargli incontro, ma lui aveva un'espressione indecifrabile.

"Tira dritto senza fermarti" sussurrò quando ci incrociammo.

Mi sentii gelare. Ubbidii, girandomi a cercare mia sorella e il suo fidanzato solo quando raggiunsi la gigantografia nanomec di Papa Fëdor sulla parete opposta. Feci un ampio giro, quindi li raggiunsi.

"Cosa succede?" domandò Nadja.

Le feci cenno di andarcene, ignorando Iván. Prendemmo tutti e tre la scala mobile, ma aveva cominciato a nevicare. "Verso l'università" dissi, temendo di guardarmi alle spalle. Il nostro contatto era scomparso e non si vedeva nessun tipo sospetto, ma la folla era enorme.

A passo veloce passammo sotto la stella floreale, sempre rigogliosa anche sotto il maltempo.

"Hanno preso qualcuno?" domandò Iván quando raggiungemmo i portici deserti.

Mi arrestai per fronteggiarlo. "Ma cosa vuoi da noi? Cosa vuoi?" gli gridai sul muso.

Nadja aprì la bocca per protestare, ma la spinsi via.

"Calmati, Volja" disse Iván.

"Calmati un cazzo!" esclamai spintonandolo "ma chi ti vuole qui, stasera?"

In quel momento cominciò a suonare l'allarme aereo. I nostri beeper presero a squillare furiosamente.

"Vladimir, ora basta!" mi implorò Nadja. Iván si voltò per andarsene. Sentii montare una furia sanguigna; con un balzo gli saltai sulle spalle, facendolo barcollare. "Devi stare alla larga da mia sorella, hai capito?" strillai.

Si piegò in due. Le grida di Nadja coprirono l'allarme; gente che passava in fondo alla piazza si voltò a guardare.

Iván si rialzò. "Calmati Vladimir, sei alterato" mi disse a denti stretti.

"Alterato?" ripetei strillando, afferrandolo per il bavero "alterato? Ma guardati allo specchio, stronzo!"

Mi colpì con un pugno dritto sui denti. Un attimo prima stringevo fra le dita il colletto della sua giacca, un attimo dopo mi trovai catapultato all'indietro.

L'allarme sfumò. Alzai la faccia dalla neve, vedendo i piedi di Iván. Avevo la bocca piena di sangue che gocciolava.

"Tornate a casa!" gridò una voce dalla piazza "Non avete sentito l'allarme?"

Frugai nella neve con le mani. Sentivo la nuca a pezzi. "Il mio cappello" dissi debolmente.

Nadja mi si inginocchiò accanto; vidi i suoi ginocchi nelle calze di nylon e gli anelli di nostra madre alle dita. "Stronzo" mi disse sottovoce, calcandomi il berretto sugli occhi.

Cercai di allontanarla, ma mi rimise in piedi. "L'allarme" dissi "Torniamo al pensionato".

Nadja disse qualcosa a Iván, che se ne andò. Continuammo a passo lento fino alla seguente fermata del metrò; riuscivo solo a pensare a cosa fosse potuto accadere a Soyuz Druzijej.

L'aria tremò improvvisamente per lo spostamento d'aria di una esplosione; festoni di luci traccianti ascesero come globuli luminosi verso il cielo bordeaux radioattivo mentre noi prendevamo il treno verso nord. Il consueto attacco aereo notturno era cominciato alcune ore prima del previsto.

* * *

Il viso di zio Lavrentij sembrava invecchiato di dieci anni, come se ogni missile caduto sulla capitale gli avesse aggiunto un giorno di età. L'espressione dei suoi occhi cominciava ad assomigliare in modo preoccupate a quella di un cyborg. Temetti addirittura che la micosi mutante sui volti dei bambini consumati dalle armi chimiche a Oranienbaum si fosse propagata a mio zio, il braccio destro di Papa Fëdor.

"Voglio farvi vedere una cosa, ragazzi" disse subito senza lasciarci il tempo di salutarlo. Aveva preparato due ingressi al proprio terminale, con visori HMD e guanti sensoriali; Nadja ed io ci collegammo senza fare domande.

L'ambiente in cui ci ritrovammo mi ricordò la agghiacciante discesa nell'ultima ricreazione di Soyuz Druzijej: si trattava della tridimensionalizzazione interattiva di una serie di riprese da satellite. Ci trovavamo sulla verticale di un lungo ponte che attraversava una vasta distesa di acqua. Per tutta la lunghezza della strada, una colonna interminabile di uomini e mezzi avanzava verso di noi.

"Sapete dove ci troviamo?" domandò la voce di zio Lavrentij.

"Kronstrand" rispose immediatamente Nadja, molto più pronta di me.

Era vero. L'isola di Kronstrand, base della marina da guerra che zio Lavrentij comandava personalmente. "Deve essere estate" mi intromisi io per cercare di fare bella figura "si vede dal cielo."

"Giugno" rispose zio Lavrentij "il giorno prima della caduta dell'isola nella mani dei Reiters."

"Allora luglio" lo corressi.

"Giugno. Abbiamo tenuto la notizia segreta per tre settimane. In verità, Kronstrand fu investita dai Reiters solo due giorni dopo l'inizio delle ostilità."

Fuori dall'oscurità sensoriale della simulazione, allungai una mano per sfiorare Nadja. Perché zio Lavrentij ci stava mettendo al corrente di un segreto di Stato?

"Lo stato maggiore aveva individuato in Kronstrand un punto nevralgico per la difesa dei confini" proseguì lui "le riprese da satellite ci avevano anticipato da settimane manovre di confine dei Reiters, perciò ammassammo in gran segreto sull'isola un contingente da sbarco che avrebbe dovuto cogliere alle spalle il fronte Reiter appena sferrato il primo attacco. Mobilitammo otto corpi d'armata, acquartierati nelle caserme sotterranee dell'isola. Ma l'attacco Reiter fu talmente bruciante e condotto a fondo nelle nostre linee da travolgere completamente qualsiasi difesa sul fronte. E immediatamente dopo attaccarono frontalmente Kronstrand."

La ritirata continuava sotto di noi; zio Lavrentij aumentò la velocità della simulazione. "Fummo praticamente impotenti. i Reiters investirono l'isola con una tale ferocia che l'esercito che avevamo preparato, e che nella nostra strategia avrebbe dovuto colpire a fondo il territorio metropolitano del nemico, fu sconfitto in quattro giorni."

Mezzi e uomini scorrevano sul ponte a velocità accelerata, senza mai arrestarsi. "Non potemmo confessarlo alla nazione, ma in quella battaglia un quarto degli effettivi dell'intero esercito fu distrutto. Quella che vedete è l'evacuazione attraverso l'unica via di fuga, prima dell'attacco finale. Per tre giorni e tre notti ininterrottamente evacuammo Kronstrand. Almeno cinquantamila combattenti umani riuscirono a riparare nelle retrovie, ma per il sessanta per cento di loro occorsero mesi prima che potessero essere reimpiegati altrove. I medici militari diagnosticarono un profondo stato di shock a seguito della brutalità dell'attacco di interdizione Reiter."

Sembrava non esserci termine alla ritirata, sotto di noi. Una serie di navi-trasporto cominciarono la spola tra l'isola e la terraferma, mentre i primi attacchi dei Panthergruppen accendevano fiori di fuoco sul ponte.

"Ciò avveniva sette mesi fa, prima dell'entrata in funzione a pieno regime di Stavka" terminò zio Lavrentij "senza di esso, oggi saremmo perduti. Solo Stavka ci assicura una superiorità militare sull'invasore."

Ci levammo i visori. Guardai Nadja: neppure lei comprendeva dove volesse arrivare zio Lavrentij. La preoccupazione per quanto era successo nella stazione del metrò non era ancora passata: al ritorno al pensionato universitario dove Nadja ed io dividevamo una stanza, avevamo trovato ad attenderci due cyborg in borghese che ci avevano condotto nel quartiere generale di zio Lavrentij.

Temevamo che sospettasse qualcosa dei nostri contatti con Soyuz Druzijej, ma fino a quel momento non ci aveva rivelato nulla. Appena posati i visori, zio Lavrentij trasse un respiro profondissimo. Eravamo soli, noi tre, perché i cyborg erano usciti subito.

"E questo cos'è?" domandai accennando a una seconda registrazione che aveva preso il posto della prima.

Zio Lavrentij sospirò, come se l'avessi distratto da qualcosa di più importante. "Una registrazione della città di Oranienbaum dopo la caduta nelle mani dell'esercito Reiter" rispose.

Nadja ed io ci scambiammo un'occhiata. "Possiamo... possiamo vedere?" domandai.

Zio Lavrentij mi frugò con gli occhi per lunghissimi secondi. Mi sono compromesso da solo, pensai, probabilmente sa che anche Soyuz Druzijej ha prodotto delle registrazioni via satellite di Oranienbaum.

Con un cenno, zio Lavrentij ci invitò invece a prenderne visione. Tornammo a infilare i visori leggeri. Fu Nadja a guidare la nostra discesa nell'interattivo: navigammo nella ricreazione tridimensionale, passando in rassegna una città decisamente diversa da quella vista la volta precedente: pochissimi morti, nessun segno di devastazione da bombardamento aereo. Resti di furiosi combattimenti casa per casa, mezzi militari distrutti, fumi di incendi, ma nulla di paragonabile all'apocalisse che ci aveva mostrato Soyuz Druzijej: Oranienbaum sembrava una delle tante città caduta nelle mani dei Reiters dopo una lunga battaglia.

"Voglio mostrarvi un'altra cosa" disse zio Lavrentij massaggiandosi la radice del naso non appena uscimmo dalla ricreazione. Si alzò facendoci cenno di seguirlo fuori dal suo ufficio.

Venti metri più in là oltrepassammo una porta blindata, guardata a vista da un cyborg. Zio Lavrentij ci introdusse in una parte di sotterraneo dove non avevamo mai messo piede: pareti insonorizzate, pavimenti di antistatico, silenzio vibrante, niente militari ma solo tecnici, luci soffici.

"Dove siamo?" domandò distrattamente Nadja sbirciando attraverso le porte a scorrimento che si aprivano e chiudevano al passaggio dei tecnici in tuta.

"Siamo dentro Stavka" rispose laconicamente zio Lavrentij.

Nadja ed io ci bloccammo immediatamente. "Dentro Stavka?"

Zio Lavrentij si voltò divertito. "Esatto. Dove pensavate che fosse, sulla luna?"

Ci eravamo spesso posti la questione: dove era ubicato fisicamente Stavka? Non avremmo potuto immaginare che si trovasse proprio all'interno del Ministero della Difesa, a venti metri dall'ufficio di zio Lavrentij, dove ci recavamo almeno una volta ogni dieci giorni. Era assurdo, Incredibile: ci trovavamo nel cervello della difesa nazionale, e zio Lavrentij si muoveva con una naturalezza sconcertante.

"Cosa pensi che sappia?" mi domandò all'orecchio Nadja, mentre seguivano nostro zio due passi più indietro.

"A proposito di Soyuz Druzijej e noialtri?" dissi "credo niente. Quella registrazione si trovava nel suo ufficio per caso."

"Ma era completamente diverso da quello che credevamo" continuò Nadja sottovoce "i casi sono due: o mente zio Lavrentij, o mente Soyuz Druzijej."

Dopo alcune svolte in corridoi insonorizzati, rinfrescati dall'aria condizionata, dietro un'altra porta blindata ci trovammo a due passi dalla mensa.

"Devo salutarvi" disse zio Lavrentij tenendoci la mano "sono molto occupato al momento, purtroppo. Ma ho avuto piacere di mostrarvi questa parte dell'edificio del Ministero: volevo che sapeste quanto l'esistenza di Stavka e le nostre vite sono intimamente intrecciate."

Così dicendo scomparve oltre la porta mentre il cyborg che stazionava fuori si riportò impassibile di guardia, lasciandoci sbigottiti di fronte all'ingresso del cervello della difesa nazionale, proprio di fronte all'entrata della mensa.

* * *

Nel cuore moribondo della Bestia, di nuovo. Fiamme consumavano i resti calcinati degli edifici: fiamme basse, pallide, senza carattere; ossidazione di migliaia di vite trascorse nelle case e nelle vie di Marianneburg.

La notte una minaccia concreta attraverso il visore a infrarossi: Stavka segnalò che durante il mio turno di riposo tre attacchi dei Reiters erano stati respinti dopo lunghi, intensi combattimenti. Notai squarci grossi come appartamenti negli alti edifici settecenteschi intorno alla scuola in cui eravamo asserragliati: gli stucchi delle facciate erano distrutti dal fuoco, le finestre trasformate in orbite oculari svuotate a forza. La piazza era un cimitero di mezzi corazzati, residuo della battaglia rabbiosa combattuta poco prima; volendo avrei potuto richiamare in un angolo del mio campo visuale un flashback degli avvenimenti delle ultime ore, quando il mio stesso telerobot era governato da un altro pilota.

Razzi teleguidati continuavano a sfregiare la notte, passando sopra le nostre teste per esplodere con una luce malata poco oltre. La copertura aerea di Stavka non era arrivata, il plotone era inchiodato nel cuore della città, decimato dai combattimenti e isolato dal resto della brigata. I Reiters stavano tornando al contrattacco su tutto il fronte di Marianneburg, riprendendosi le macerie bruciate che avevamo conquistato poche ore prima.

"Qui Stavka" una luce rossa lampeggia nello schermo "spostamenti di truppe Reiters in avvicinamento da nord-nordovest. Il IV plotone si è ritirato, prepararsi allo scontro diretto."

Prepararsi allo scontro diretto. La 99^ brigata della Guardia presidenziale. Mi voltai verso la finestra oltre la quale era appostato il telerobot di Nadja, passando al teleobbiettivo: ma era nascosto bene, non distinsi nulla. Peccato, perché vederlo sarebbe come vedere lei, forse mi avrebbe dato coraggio.

Aumentai il volume dell'udito, ma i suoni della notte comatosa erano veramente troppi.

"Qui Stavka; prepararsi all'identificazione corporale."

"Hai sentito?" domandò Nadja appena Stavka ci abbandonò. Brutta faccenda: l'uso di stupefacenti sui nostri corpi nei lettini di proiezione significava che Stavka prevedeva di avere meno tempo da dedicarci. Mi tornò in mente ciò che avevamo appreso alla riunione clandestina di Soyuz Druzijej: i Reiters tentavano di sovraccaricare Stavka per farlo crollare.

Se accadesse ora, durante i combattimenti, pensai, sarebbe una catastrofe: non solo il fronte potrebbe schiantarsi, ma Nadja ed io saremmo travolti, prigionieri di una identificazione indotta chimicamente con il telerobot.

Li sentii arrivare. Tra pochi secondi non sarò più un pilota proiettato in un robot teleguidato, ma crederò di essere un soldato nelle strade devastate di Marianneburg.

* * *

La prima granata arrivò di sorpresa. Stavka ci avvertì con un preavviso di due secondi soltanto. Vedemmo l'ordigno ruotare in una iperbole azzardata intorno alla fontana distrutta, al centro della piazza: esplose senza conseguenze contro un albero, scaraventandolo in pezzi verso il cielo.

"Volja!" gridò mia sorella alla radio "arrivano!"

Non ebbi il tempo di gridarle coraggio. Qualcuno urlava alla radio; la piazza si riempì di proiettili traccianti, mentre pantere volanti scendevano in picchiata dopo un avvicinamento a filo di tetto. Sparai, lasciando che il sistema di puntamento dirigesse il fuoco.

Un uragano di fiamme esplose contro la fontana asciutta. Distinsi movimenti di blindati attraverso il fumo. "Ingrandimento!" strillai.

"Volja, arrivano da sinistra..."

Sparai, sentendo il rinculo addomesticato dell'arma contro la spalla. Perché non provo paura? pensai stupito.

Una colonna di plasma si sollevò davanti ai cingoli del primo blindato. Vidi muoversi forme umane attraverso il fumo grasso oltre il salvagente dei mezzi pubblici. "Fanteria!" gridai alla radio, fissando lo sguardo sulle coordinate del movimento. Tutti spararono in quella direzione, il lato opposto della piazza si illuminò come una discoteca mentre i razzi bruciavano la pietra con la forza bruta del fuoco chimico.

Tornarono i panthers. Un cannoncino tossì insidioso, torturando la facciata della scuola. Stavka segnalò tre perdite nel plotone.

Ricaricai; la retta dei miei proiettili traccianti perforò il piano terra dell'edificio di fronte, ma una terza incursione dei panthers mi indusse a cambiare nascondiglio. Mi voltai per strisciare verso un'altra finestra, e in quel momento il muro esterno esplose in una tempesta di schegge di mattone, gettandomi in terra.

"Vlad!" gridò Nadja attraverso le interferenze radio "non ti sento più, Volja!"

Come è buio, pensai rialzandomi in piedi. Poi tornai alla visione a infrarossi. Mi acquattai, stordito, perché un laser colore della bile esplorava l'interno della breccia, passandomi a breve distanza dai piedi.

Crack! Crack! Due fiori esplosivi distrussero un armadio ossidato dal fuoco. Socchiusi gli occhi. Sentivo ronzare il cervello, capivo che qualcosa non andava. La stanza buia sventrata sulla notte tossica di Marianneburg aveva il colore moribondo dell'infrarosso.

Abbassai il volume dell'audio. La colonna sonora delle voci degli altri scomparve insieme al lamento delle esplosioni. Mi stupii di non udire gli odori della battaglia: polvere da sparo, gas tossici, aria bruciata. Osservai indifferente la danza mortale delle luci sulla parete della stanza: un laser di puntamento tagliava il fumo, percorrendo la facciata dell'edificio alla ricerca di un obbiettivo.

Strisciai sulle mani e sui ginocchi verso il retro dell'appartamento. Ora è finita, pensavo, calmati, è finita. Ridiscesi le scale, saltando la rampa frantumata. Una lama laser mi toccò, un proiettile cercò le mie carni ma esplose contro la graniglia della scala.

"Volja!" gridò la voce di Nadja "dove sei, Volja!"

Non sono, pensai, non sono più. Ero terrorizzato. Non riuscivo a levarmi i guanti per tastare la carne delle mie stesse mani; non riuscivo ad annusare la polvere di intonaco della scala; non riuscivo a deglutire il sangue che immaginavo di avere raccolto in un bolo sotto la lingua.

D'improvviso e senza volerlo consciamente mi ritrovai all'aperto, nella piazza. Ero uscito dalla scuola, e benché tenessi il volume al minimo la violenza della battaglia era tale che percepivo vibrazioni attraverso le suole delle scarpe.

Un frammento minerale mi colpi alle spalle, costringendomi in ginocchio; quando mi rialzai, un proiettile mi centrò casualmente il gomito sinistro.

Rimasi ad osservare perplesso il moncherino del braccio tranciato a metà, aspettando il colpo di grazia: ma evidentemente ero stato colpito per caso. Ora sanguina, pensai stupito della mia impassibilità, scommetto che esce il sangue.

Invece niente. Come dovevano sentirsi i bambini di Oranienbaum mentre gli spezzoni di mitraglia li facevano a pezzi? Questa è la mia manina: fino a un secondo fa era attaccata al polso. Sono preoccupato: papà riuscirà a riattaccarla? Esce sangue ma non mi fa male. Perché non mi fa male? Mamma, rispondi... Non sento più male.

Attraversai il fumo spesso come olio. Sentivo filo spinato nelle giunture delle gambe e delle braccia. Quando perdi un arto, sei convinto di sentirlo ancora per parecchio tempo dopo l'amputazione, pensavo. Camminai sulla faccia di un Reiter tagliato in due dai traccianti esplosivi. poi un laser mi trovò.

Sentii arrivare i proiettili. Fu come la sera in cui Iván mi aveva colpito sulla bocca: tre urti quasi contemporanei alla spalla e al torace, mi sentii sollevare da terra, battei da qualche parte, mi ritrovai disteso. Ero preoccupato, non c'era sangue. Mi trascinai sui gomiti, rifiutando di vedere che ne era delle mie gambe. Avevo un grosso buco slabbrato all'altezza del cuore. Ma quanto ci vuole a morire? pensai.

Poi finii sotto le ruote di un cingolato.

* * *

Mentre attendevo davanti allo schermo a parete, in una delle sale di ricreazione, Iván venne a sedersi accanto a me.

"Come è andata?" domandò.

Mi strinsi nelle spalle. Avrei voluto avere un visore per escludermi dalla sua presenza.

"Nadja? E' ancora dentro?"

"Ti ricordi un'occasione in cui sia uscita prima di me?" replicai acido.

Iván tamburellò pazientemente sul bracciolo della sedia di plexiglas. "Vladimir, sarebbe ora che io e te parlassimo, da uomo a uomo e senza preclusioni."

Lo guardai, attonito: non me lo aspettavo.

Per fortuna Nadja ci raggiunse proprio in quel momento. "Allora?" disse "fatto pace?"

La incenerii con una occhiata. Stavo per rispondere male a Iván quando un'esplosione mandò in frantumi l'intonaco del soffitto, che si sbriciolò addosso a tutti presenti.

"Che succede?" disse qualcuno. Altri gridarono.

"Volja!" chiamò mia sorella.

"ATTENZIONE!" esclamò allora una voce da tutti gli altoparlanti "qui non è Papa Fëdor che vi parla, né Stavka: per il bene della Nazione, Soyuz Druzijej si vede costretta ad assumere temporaneamente i poteri sovrani e la conduzione della difesa della capitale."

Afferrai Nadja per una mano, trascinandola con me verso un'uscita. Vidi con disappunto che Iván si accodava. C'era ressa, una calca indescrivibile. Gli omon armati di tutto punto rimanevano inerti, frastornati, confusi.

"La disastrosa conduzione della guerra da parte di Papa Fëdor ha portato la nazione sull'orlo della sconfitta militare" continuò la voce di Soyuz Druzijej sopra la folla concitata "Come ultima risorsa, zio Lavrentij ha tentato il trasferimento di Stavka all'interno della Rete mondiale di telecomunicazioni, allo scopo di amplificarne le capacità di calcolo."

Finalmente rimanemmo risucchiati insieme alla folla oltre la soglia. Scendemmo a precipizio grazie a un ascensore, attraversando l'atrio di marmo del Ministero della difesa. Uscimmo all'aperto, ma tutto il sistema di comunicazioni della capitale sembrava trasmettere il comunicato di Soyuz Druzijej.

"Il tentativo di migrazione è miseramente fallito. A causa della criminale incapacità della nostra classe dirigente, i Reiters hanno completato l'assedio intorno alla capitale. Confidando nella capacità della Nazione di fronteggiare la catastrofe, Soyuz Druzijej rileva direttamente l'organizzazione della difesa."

Con un rombo che ben conoscevo, uno stormo di srjénije sorvolò le strade del quartiere. Si udirono esplosioni, tafferugli. "Via di qui!" esclamò Iván, "è pericoloso!"

Come per rispondergli, due mezzi blindati arrivarono ronzando dalla direzione dell'università. Un laser di puntamento li cercò affannosamente, quindi una raffica li raggiunse dal tetto di un albergo.

"Popolo della capitale!" esclamò concitata la voce di Soyuz Druzijej "le truppe del Ministero degli interni si stanno riorganizzando! Gli odiati omon prendono ancora ordini da Papa Fëdor, occorre sconfiggerli prima che gettino la capitale nel caos impedendo la difesa! Tutti alle armi per sconfiggere la dittatura!"

La gente dietro di noi fuggiva. Un elicottero si abbassò in picchiata sopra le nostre teste, avvicinandosi a bassa quota all'albergo dei cecchini. "Volja!" esclamò mia sorella "i nostri beeper: stanno lampeggiando!"

Infilai l'auricolare: "Soyuz Druzijej chiama a raccolta! La situazione è critica, il governo aveva preparato truppe speciali del Ministero degli interni nei punti nevralgici della capitale. Occorre mobilitare tutte le nostre risorse umane! Armatevi e attaccate gli omon, ovunque!"

"La guerra civile..." sillabò pallida Nadja.

Sì, la guerra civile. E proprio mentre Stavka era fuori uso e i Reiters avevano tagliato il cordone ombelicale della città. Era follia.

Strisciammo sotto i portici, nascondendoci insieme ad altra gente. Cecchini sparavano dai tetti, mezzi corazzati bruciavano in strada consumati dalle molotov. Una serie di autovetture passò a rapida velocità: portavano la scritta Soyuz Druzijej verniciata in bianco sulle portiere.

Corremmo a zigzag per attraversare la strada. Un missile Reiter attraversò il cielo, in alto.

"Alla metropolitana!" disse Iván "cerchiamo di tornare al pensionato."

Scavalcammo un morto sugli scalini di accesso. Un fumo trucido soffiava insieme al vento dalla vetrina sfondata di un grande magazzino.

I treni non funzionavano. Il sistema di comunicazioni trasmetteva solo vecchi film 3D. Stavka e Soyuz Druzijej non si facevano più sentire.

Rimanemmo nascosti alcune ore all'interno della stazione, dove si era radunata una folla enorme impossibilitata a tornare a casa. Udimmo la battaglia imperversare a fasi alterne fino al cadere delle tenebre.

Le luci rimasero desolatamente spente. Restammo a osservare in silenzio i bagliori agghiaccianti dell'assalto Reiter che sembrava avvicinarsi; nessuno seguiva le vicende d'altri tempi sullo schermo a parete. Una corona di spine si chiudeva intorno alla capitale, mentre Soyuz Druzijej e gli omon fedeli a Papa Fëdor si mordevano furiosamente.

"Pensi che dovremmo tornare al Ministero?" domandò sottovoce Nadja, stretta contro il mio petto. Iván sedeva accanto a noi, la schiena contro una colonna della stazione.

"I beeper funzionano ancora" risposi "se avessero bisogno di noi, ci avrebbero già chiamati."

Le ore gocciolarono via fra i lamenti dei bambini, fino a che il cuore della notte fu finalmente violentato dall'accensione delle luci. Immobili, attoniti, osservammo l'arrivo di un treno sulla banchina.

Improvvisamente le immagini patetiche del film scomparvero dallo schermo gigante. "Attenzione, attenzione! Popolo della capitale, è zio Lavrentij che vi parla!"

Lo zio apparve sullo schermo murale, con occhiaie profonde e una capigliatura furiosa. "Il tentativo di colpo di stato di Soyuz Druzijej è stato respinto. Le truppe del Ministero degli interni stanno rastrellando gli ultimi focolai di resistenza dei sediziosi. La situazione è tornata sotto controllo."

Un sospiro attraversò l'atrio. La gente cominciò ad alzarsi in piedi, i bambini piangevano per il frastuono. "Papa Fëdor mi ha incaricato di comunicare alla nazione che il progetto di migrazione di Stavka all'interno del sistema di comunicazioni mondiale, la Rete, progettato in gran segreto dal Ministrero della difesa è stato portato a compimento trenta minuti fa."

Rimasi a bocca aperta. Stavka era nella Rete?!

"La nuova ubicazione del nostro sistema di difesa permette di amplificarne le potenzialità fino ai limiti della cognizione umana. Da questo momento, grazie alla lungimiranza del governo, la nazione sta iniziando la sua controffensiva contro i Reiters."

Qualcuno gridò.

"Usciamo da qui," disse Iván "voglio vederci chiaro."

Fui costretto a seguirlo per stare con mia sorella. All'aperto, la notte era straziata da fuochi di incendi tutto intorno all'orizzonte. Usammo gli auricolari dei beeper.

"Stavka ha lanciato l'ordine di richiamo per tutti i riservisti nelle retrovie" stava proseguendo zio Lavrentij "entro 16 giorni, 80 nuovi corpi d'armata affluiranno in prima linea. Papa Fëdor sta predisponendo le direttive della controffensiva per spezzare l'assedio: il futuro della guerra è tracciato. Stavka è divenuto invincibile, l'invasione sarà ricacciata ai confini, il Reiterbund stesso è destinato ad essere investito dalla controffensiva! Annienteremo la nazione Reiter, smantelleremo pietra su pietra le città e le industrie delle croci nere! Potenza degli ideali del Partito, siamo divenuti invincibili!"

Le ultime parole di zio Lavrentij furono quasi urlate. Sfilai l'auricolare, ma Nadja mi fece segno di no. "Ci stanno chiamando, ora" disse "dobbiamo presentarci al Ministero. Ha inizio la controffensiva!"

* * *

L'alba era una linea lugubre, infiammata dai fuochi delle battaglie. Fra lo schermo dello srjénije e l'orizzonte, le città incendiate sembravano escrescenze tumorali sulla pelle di un dinosauro morente.

Ascesi in verticale, ruotando sull'asse mentre il radar di bordo scandagliava la notte. A cadenze irregolari, sincopate, il rombo radioattivo di una termonucleare tattica spezzava il buio. Guidai con precauzione lo stormo di srjénije verso la periferia sudoccidentale di Marianneburg; il visore a infrarossi mi segnalava una pianura costellata di cingolati distrutti, avvelenata dagli spezzoni radioattivi dei proiettili di artiglieria, butterata da gruppi di civili che si aggiravano angosciati in tanta desolazione. Procedemmo a 250 metri di altezza, abbassandoci ogni pochi minuti per mettere a fuoco le sorgenti di calore, ma non rinvenimmo tracce di resistenza Reiter.

"Aquila rossa chiama" dissi sottovoce nel microfono. Ero spossato dal ritmo dei turni; da tre settimane tutti noi telepiloti non avevamo avuto un solo turno di riposo, ma la controffensiva proseguiva in un crescendo vertiginoso e Stavka aveva bisogno dell'ausilio di tutto il personale umano.

"Qui Larice" rispose Nadja mentre la sua icona appariva sul mio schermo. "Come ti senti?"

"Vorrei dormire qualche ora" replicai.

La notte era uniforme nella sua desolazione; neppure la linea dell'alba riusciva a ricacciarla. Gli scheletri di alberi distrutti dal ghiaccio e dal fuoco si susseguivano per chilometri e chilometri; il silenzio era agghiacciante, perché amplificava il tuono cupo delle artiglierie lontane. Sorvolammo la linea ferroviaria che portava al mare, a Villmanstadt, poi un groviglio di svincoli stradali.

In quel momento una voce sconosciuta filtrò nel nostro sistema di trasmissione. "Comunicazione direzionale inoltrata solo agli affiliati" disse "qui è la direzione politica di Soyuz Druzijej. Vi comunichiamo di aver portato a compimento il programma segreto di infiltrazione di Stavka. Attraverso numerosi accessi della rete internazionale di comunicazioni, Soyuz Druzijej ha aggredito il sistema nazionale di difesa; da questo momento, il Partito è virtualmente disarmato: da ora in poi, la difesa nazionale sarà condotta da Soyuz Druzijej attraverso Stavka. Per non compromettere la capacità offensiva dell'esercito, terremo per il momento nascosta la verità. Avanti sino alla vittoria!"

Rimasi impietrito. Non avevo il coraggio di chiamare Nadja per domandarle se avesse udito.

"Vladimir?" accennò lei timidamente.

"Ho sentito" sospirai.

"E ora? Sarà vero?"

Non sapevo cosa rispondere. Continuammo a volare sulla tundra ghiacciata. Attraverso la stanchezza, un pensiero cominciò a filtrare alla mia coscienza.

"Vlad?" disse la voce di Nadja "Cosa stai dicendo?"

"Ho detto qualcosa?" domandai sorpreso.

"Parlavi di Oranienbaum. Cosa hai in mente?"

Oranienbaum. Ma certo! Quanto dista Oranienbaum da qui?

"Volja? A cosa pensi?"

"Aquila rossa chiama" dissi nel microfono, aprendo la comunicazione all'intero stormo mentre sentivo l'adrenalina strisciare contro le pareti dei vasi sanguigni "vi passo la nuova rotta. Aumentare la velocità a centoquindici, direzione provvisoria Nord-Nordovest." E mi lanciai a testa bassa nella notte.

"Volja!" gridò Nadja sul canale direzionale "cosa hai in mente?"

Controllai che lo stormo mi seguisse. "Facciamo un giro a Oranienbaum" risposi sullo stesso canale, confidando che in quel momento Stavka non avesse il tempo di controllare le comunicazioni private fra telepiloti.

"Sei sicuro di quello che facciamo, Volja?" rispose mia sorella "la città è stata liberata dal 21º corpo d'armata solo tre giorni fa, rimangono formazioni Reiter fra noi e il centro abitato."

"Dobbiamo sapere" risposi deciso "dobbiamo vedere cosa è veramente accaduto a Oranienbaum con i nostri occhi, non con gli occhi di zio Lavrentij; solo così potremo capire chi sta dicendo la verità."

"Che importanza ha?" rispose Nadja, lanciata come me verso la linea dell'orizzonte. Il resto dello stormo ci seguiva ignaro "faremo a pezzi i Reiters sia che Soyuz Druzijej controlli il Partito, sia che il Partito controlli Stavka."

"Che importanza ha?" replicai masticando lacrime "che importanza ha, dici? Voglio sapere chi ci sta manipolando. Non voglio essere un burattino nella mani di nessuno."

Proseguimmo in silenzio, lanciati a velocità quasi insostenibile sopra i villaggi distrutti dai combattimenti.

"Qui Stavka" disse dopo alcuni minuti una voce "siete fuori dalla rotta di pattugliamento assegnata. Vi state avvicinando a un Panthergruppe."

"Aquila rossa" comunicai a tutto lo stormo "proseguire sulla rotta."

Una corona di frecce luminose apparve sullo schermo, indicando l'ubicazione presunta della sferamadre Reiter. Era proprio sulla nostra strada per Oranienbaum. Il sole si affacciò in quel momento sopra l'orizzonte orientale.

"Qui Stavka. Non sono in grado di fornirvi copertura per l'attacco. Non entrate in contatto."

"Aquila rossa. Proseguire sulla rotta assegnata."

Un led lampeggiò nel visore. "Larice" disse Nadja nel microfono "la sferamadre ci ha individuato. Ci stiamo cacciando dritti nella sua bocca, Vlad."

"Proseguire" ripetei "velocità massima, formazione di attacco" Vidi allargarsi le ali dello schieramento di srjénije. "Puntamento automatico. Ingrandimento."

E vidi i panthers agitarsi sullo schermo. Schizzarono verso il cielo, pronti a gettarsi su di noi dall'alto, mentre numerosi altri si disponevano sullo schema a protezione intorno alla sferamadre.

Un missile scese dal cielo, esplodendo contro un rilievo del terreno pochi metri avanti a me. Lo srjénije oscillò pericolosamente. Stabilizzai l'inclinazione perdendo quota: temevo che le mine-aria potessero colpirci prima di arrivare a portata utile per l'attacco.

"Conversione a 45 gradi" ordinai tenendomi più rasoterra possibile.

La pianura gelata sembrava un filmato a velocità accelerata sotto il ventre dello srjénije; al contrario del solito, assorbii completamente l'urlo straziante dell'aria fra le pale dell'elicottero e l'erba ghiacciata, per impedirmi di sentire ancora nelle orecchie le grida di morte dei bambini bruciati dalla lebbra chimica a Oranienbaum.

"Conversione!" esclamai, vedendo scendere dal cielo le prime pantere volanti. "90 gradi concavo. Larice, bersaglio automatico per tutti!"

La formazione di attacco a cuneo rovesciato si accentuò all'approssimarsi dell'obbiettivo. Gli srjénije avanzavano come proiettili sulla tundra ghiacciata.

"Aquila rossa!" esclamò la voce di Nadja "Vento del nord è stato colpito dalle pantere."

"Proseguire!" esclamai. Mi portai al centro perfetto della formazione lanciata come le lame di una forbice contro la sferamadre. "Attendere per il fuoco."

E dopo dieci secondi che parvero un'eternità, avvistai sullo schermo la sferamadre. Levai la visione telescopica: il cervello del Panthergruppe si stava spostando lentamente cercando di sottrarsi all'attacco mortale. Come in una allucinazione, mi parve di vedere i corpi di bambini infilati sulle spine delle sue antenne a riccio.

Attendere attendere attendere, pensai tremando di concentrazione, gli occhi inchiodati sul bersaglio stampato nel cuore della sferamadre, la stella rossa a cinque punte che si frapponeva fra me e la verità, a Oranienbaum.

Fuoco! pensai. La consueta X lampeggiò sullo schermo. Gli altri piloti lanciarono i loro razzi, lo schermo si riempì del fumo di scarico dei missili.

La terra sotto di me si frantumò in una pioggia di zolle nere; guadagnai quota, mentre il mio missile si apriva la strada in un'orgia di fuoco verso il cuore della sferamadre, come uno spermatozoo omicida all'assalto di un ovulo.

"Disimpegnarsi!" ordinai nel microfono "Qui aquila rossa, disimpegnarsi, aggirare lo stormo e continuare sulla rotta precedente!"

Schivando i razzi-segugio, virai intorno al riccio morente della sferamadre, notando la scomparsa delle icone di troppi srjénije. "Sganciarsi, sganciarsi!" incitai, lasciandomi alle spalle il campo di battaglia.

Vidi con sollievo che Larice mi seguiva. "Vlad!" esclamò concitata Nadja "un altro Panthergruppe!"

Seguii la sua segnalazione luminosa. Era vero! Un'altra sferamadre, nascosta dietro quella che avevo appena colpito, ci stava scagliando addosso le sue pantere volanti.

"Ripiegare!" comandai, sfrecciando a velocità inaudita "non accettare lo scontro. Rotta su Oranienbaum!"

Ma oramai eravamo quasi a contatto. I proiettili traccianti avevano trasformato il cielo in un diagramma cartesiano di distruzione. Avanzai a zigzag, deciso a disimpegnarmi e schizzare verso Oranienbaum a costo di abbandonare lo stormo. Dovevo sapere!

Cercai sul radar la posizione del resto dello stormo, ma oramai era decimato.

"Stavka. Prendo il controllo."

"No!" esclamai "non è necessario."

Virai, inclinandomi di lato. E il fumo nero che saliva da Oranienbaum apparve nel mio campo visivo.

"AVARIA!" segnalò il sistema "UN CANNONCINO DA 8 MM HA COLPITO LA TURBINA."

"Vlad!" esclamò la voce di Nadja "ti hanno preso!"

Persi quota, senza rallentare; ma a otto metri da terra, spinsi l'elicottero a velocità massima verso la città. Sentivo di tremare, nel lettino di proiezione. Quando le pantere volanti si resero conto che non ero stato abbattuto, si lanciarono all'inseguimento, e Nadja dietro di loro.

La caccia continuò per diversi chilometri sulla pianura gelata. Il clamore della battaglia scomparve dietro di noi, lo stormo doveva essere stato distrutto. Mi resi conto che eravamo caduti in un'imboscata: ero diretto responsabile della perdita di almeno venti srjénije.

Ma non c'era tempo per pensare. Il profilo masticato della periferia di Oranienbaum si avvicinava. I laser di puntamento continuavano a cercarmi, vedevo le loro protezioni sull'erba marcia; avanzai a zigzag, come ubriaco, mentre Nadja continuava a bersagliare le pantere volanti che mi inseguivano.

Oranienbaum. Zio Lavrentij. La stella rossa del Partito. Soyuz Druzijej. I bambini massacrati dall'herpes chimico.

Un'esplosione mi scosse. L'elicottero cominciò a virare su se stesso, sbandando. Si avvitò, riempiendo lo schermo di fumo. Non riuscivo più a sentire Nadja né Stavka. Tutti i led all'interno del casco lampeggiavano avviliti.

Dopo un attimo di sospensione, l'elicottero precipitò verso terra. Malgrado non fosse intervenuto durante tutto lo scontro, Stavka mi tirò fuori dalla simulazione con il consueto tempismo, pochi secondi prima del trauma di distruzione.

Mi strappai il casco di testa, alzandomi a sedere rabbiosamente nella poltroncina: Nadja era ancora sdraiata al suo posto di combattimento.

 

Franco Ricciardiello

 

Scritto nel dicembre 1993

 

Pubblicazioni:

  1. "Diesel Extra" n. 10, Sarre (AO) 1994

 

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