FRANCO RICCIARDIELLO
Conchiglie
Da
migliaia d'anni le foreste chiuse fra le steppe, i vulcani, il mare e gli
altipiani carsici della penisola Testa di Rinoceronte non avevano conosciuto il
passaggio di un branco di rinodonti. Quattro di questi giganteschi mammiferi, la
cui specie nasceva e prosperava nelle foreste del corpo continentale
settentrionale, stavano arrancando penosamente nella fitta vegetazione della
foresta pluviale. A cavalcioni sulla nuca degli animali quattro esseri umani in
vestiti estivi ascoltavano i mille rumori del sottobosco buio e umido,
arricchito dall'odore di materia organica in decomposizione. L'uomo che
cavalcava il rinodonte di testa stava riflettendo su quella che gli parve una
piacevole verità: solo un altro essere umano aveva attraversato quella foresta
prima di loro. Il cappello a larghe falde gli proteggeva il collo dai nugoli
d'insetti sollevati dalle zampe degli animali, ma la barba dell'uomo era
arruffata e impregnata di sudore.
—
Gérard — lo chiamò la donna che lo seguiva immediatamente, — Maxime chiede
se ci fermiamo alla prossima fonte. Abbiamo tutti bisogno di un bagno.
Senza
neppure voltarsi, l'uomo chiamato Gérard borbottò un mugolio d'assenso.
—
Cosa ha risposto? — domando Maxime.
—
Ha detto di sì. Credo.
Germaine
sembrava la più stanca del gruppo. Sin dalle prime luci dell'alba, in quel loro
quarantesimo giorno di viaggio, si erano diretti verso sud. Quattro rinodonti
carichi di tende, bagagli, viveri, indumenti e apparecchiature elettroniche e
quattro esseri umani avevano attraversato una pianura e valicato una catena di
montagne, superato folte foreste e fetide paludi, seguito il corso di due fiumi
e costeggiato per brevi tratti due mari, superato steppe ed oceani d'erba e
arrancato sulle pendici di un vulcano. Per tutto questo tempo Gérard aveva
guidato la spedizione, scrutando il cielo e la bussola ininterrottamente,
sobbalzando quando vedeva un uccello o uno stormo intero volare in alto,
precedendoli verso i luoghi di sverno nella penisola Testa di Rinoceronte. Gérard
aveva parlato poco, mangiato in silenzio, ignorato i compagni che chiedevano
sosta, trascurato la moglie Germaine che dormiva nella sua stessa tenda ma da
quaranta notti non divideva il suo giaciglio. Gli occhi di Gérard erano biglie
folli, sottili fessure quando un Sångare tagliava il cielo indicandogli la
rotta. Nella foresta pluviale era impossibile vedere il cielo, perciò Gérard
si sentiva tremendamente a disagio. Circa cinquecento metri alla sinistra del
tragitto scelto dal gruppo, una ripida scogliera piombava a picco sul Mare dei
Vulcani. Se il mare avesse avuto una spiaggia, Gérard vi avrebbe trascinato i
compagni in modo che fosse possibile tenere d'occhio il cielo. Tutto il tragitto
sino allora seguito ricalcava fedelmente i sentieri aerei degli uccelli.
Un'ora
più tardi, quando Gérard trovò a malincuore un laghetto d'acqua risorgiva,
Germaine cadde dalla groppa del rinodonte e si ammaccò l'avambraccio.
—
Non ti accorgi che è disumano viaggiare così? — protestarono Mireille e
Maxime. — Anche se arriveremo con due o tre giorni di ritardo sulla tabella di
marcia, non accadrà niente di male.
—
Non è affatto vero — replicò Gérard. — È meglio arrivare in anticipo.
Davenant giunse alla dolina quando già il raduno era iniziato, e non sappiamo
quanta parte perse dei riti.
Mireille
e Maxime borbottarono, ma senza replicare. Anche loro sapevano bene che Gérard
diceva la verità. li viaggio era massacrante ma non potevano permettersi di
perdere neppure un giorno.
Affondati
nell'acqua sino all'inguine, i quattro si lavarono strofinando la pelle con
impacchi di foglie tritate miste a cenere. L'acqua era tiepida, stagnante e
leggermente torbida.
—
Ahi! — gemette Germaine nello strofinarsi il braccio contuso.
—
Fammi vedere. — Maxime le sollevò delicatamente l'arto sfiorando con i
polpastrelli l'ematoma. — Non è niente, una semplice contusione.
A
Mireille non piacque lo sguardo che la donna e Maxime si scambiarono. Sapeva
riconoscere un uomo in amore, e la vicinanza dei corpi nudi di suo marito e
Germaine troppo spesso innescava in loro una reazione preoccupante. Uscì
dall'acqua, disgustata dai propri vestiti macchiati di sudore gettati in terra
sullo strato di foglie eterno. Sollevò lo sguardo verso i tronchi che si
perdevano nel fittissimo fogliame, venti metri sopra la sua testa.
—
Quanto manca alla notte? — domandò.
Gérard
guardò l'orologio incastonato nel proprio palmo.
—
Due ore.
Non
sembrava dar peso all'intenso interesse di sua moglie per il marito di Mireille.
Per Gérard esistevano solo la strada ancora da fare, gli uccelli in cielo e le
doline oltre l'altipiano.
Le
due tende a cupola furono montate velocemente, ma Gérard non andò a coricarsi
prima che fosse buio pesto. Quella notte Maxime si addormentò voltando la
schiena alla moglie, troppo stanca e troppo imbronciata per dormire.
Venne
il sonno. Al risveglio, Maxime non ricordò alcun sogno. Germaine aveva sognato
che suo marito cadeva nella voragine di una dolina profondissima, sul bordo
della quale la donna rimase a guardare le enormi chiocciole strisciare al buio
verso il corpo di Gérard con le ossa spezzate. Mireille sognò di essere a
Parigi in una notte d'estate troppo calda per dormire. Si svegliava e voleva
fare una doccia, ma non c'era acqua in casa; scesa in strada, si ritrovò in una
steppa dove pochi rinodonti pascolavano pigri. Gérard sognò, come tutte le
notti, di calarsi lungo le pareti di una dolina immensa, la più grande
dell'altipiano. Un turbine di Sångaren planava immediatamente dopo di lui,
riempiendo l'aria di voci e posandosi sulle grosse conchiglie che tappezzavano
il fondo della depressione. Dopo un Canto corale, così intenso da spezzare il
cuore di Gérard, l' uomo si innalzava in volo insieme agli uccelli.
Alla
fine del giorno seguente, nel punto in cui la costa piegava a est a formare la
penisola, il gruppo lasciò il Mare dei Vulcani e continuò la propria strada
verso l'interno. Se il terreno fosse stato sgombro di alberi, avrebbero potuto
vedere di fronte a loro le basse alture segnate sulla mappa di
Davenant come "altipiani carsici".
—
Cinque, sei giorni al massimo — commentò Gérard.
La
fine del viaggio era vicina. Durante la notte, Mireille sentì la puntura di un
insetto sul collo. Ancora mezzo assopita, si domandò come fosse possibile poiché
l'aria sotto la tenda era stata disinfestata appena dopo la chiusura delle
cerniere. Allungando il braccio dietro di lei, sentì che la stuoia di Maxime
era vuota. Mireille diventò lucida all'improvviso. Si infilò un paio di scarpe
di stoffa e una camicia e usci dalla tenda.
L'aria
era poco più fredda che di giorno, meno calda, anzi. Il gracidio degli insetti
era raddoppiato, ma i piccoli marsupiali quadrumani che di giorno pullulavano
sugli alberi erano assopiti. Mireille si guardo intorno nell'oscurità fonda-,
ritornò sotto la tenda a frugare nei bagagli, trovò la torcia elettrica e uscì
nuovamente all'aria aperta della notte.
Il
tappeto di foglie era morbido e permetteva un passo silenzioso. Girò intorno
alla risorgiva, l'orecchio attento ai rumori della foresta. Iniziò un largo
giro intorno alle tende, guidata dal fascio di luce della torcia puntata in
terra. Dopo alcuni minuti udì suoni umani provenire dall'oscurità. Si fermò,
ascoltando immobile oltre il gracidio continuo. Spegnendo la torcia, si avviò
piegata in due, precauzione inutile a causa dell'oscurità fitta.
Sopra
una coperta di lana spiegata sul sottobosco, vide due corpi nudi: Maxime disteso
su Germaine, le braccia e le gambe della donna avvinghiate intorno al corpo del
marito di Mireille.
Due
giorni dopo, Gérard vide i primi Sångaren appollaiati sui rami di un basso
albero fronzuto, immobili, quasi fossero apparsi dal nulla per mostrare la
strada ai viaggiatori.
I
rinodonti si fermarono, tutti gli umani saltarono giù dalle groppe.
—
Non spaventiamoli! — disse sottovoce Germaine, ma era assurdo. È impossibile
spaventare gli uccelli: potreste avvicinarvi sino ad afferrarli con le mani e
loro si lascerebbero catturare. Ma a che scopo ridurli in cattività se non
potreste sentirli cantare?
—
Fermiamoci qui — disse Gérard. — Se siamo fortunati canteranno.
Nessuno
conosceva ancora il comportamento dei Sångaren durante la migrazione. Gli
esseri umani avevano scoperto il pianeta Sjunga solo da due decenni, non
esisteva neppure una topografia particolareggiata delle terre emerse.
Alcune
centinaia di migliaia di terrestri vivevano a Nuova Stoccolma o nei villaggi
dispersi nelle boscaglie oltre i Monti Meridionali, dove gli alberi pullulavano
di colonie di Sångaren.
La
presenza umana su Sjunga è dovuta all'esistenza dei Sångaren, alla magia
catartica evocata del loro Canto. Quella magia si ripete ai piedi dell'albero,
quando Gérard, Germaine, Mireille e Maxime ascoltarono gli uccelli cantare e il
tempo si sospese. L'orecchio della stirpe terrestre è particolarmente sensibile
alla musica, più di quello di qualsiasi altra razza nata sotto un sole diverso-
nessun alieno è rimasto impressionato dagli uccelli dei Monti Meridionali di
Sjunga, ma gli esseri umani vi accorrono a migliaia, si disperdono in villaggi
improvvisati nelle foreste e sopravvivono a stenti finché il Canto riempie a
tal punto i loro cervelli da impedire qualsiasi pensiero, ed essi muoiono. Si
dimenticano di vivere.
Quando
i Sångaren si alzarono in volo, Germaine si accorse di essere sdraiata supina
sull'erba rada. Si alzò a sedere sospirando; l'aria era più scura di quanto
avesse supposto. Gérard era ancora sdraiato, a gambe incrociate e braccia
aperte, muoveva le labbra come per dire qualcosa, ma non ne usciva alcun suono.
Era estasiato.
Germaine
si avvicinò a Maxime; Mireille era lontana, accanto ai rinodonti. Aveva
evidentemente deciso di fermarsi per la notte.
—
È stato bellissimo — disse Maxime, e Germaine convenne. — Più bello che al
villaggio.
Quindi,
alzandosi in piedi, barcollante per le gambe intorpidite, l'uomo continuò: —
Pensa che bello, fondare un villaggio accanto a una dolina. Un villaggio estivo.
Germaine
si strinse nelle braccia, passandosi le mani sulle spalle.
—
Maxime, dimmi la verità. Tu credi veramente alla storia delle doline, delle
conchiglie, del luogo in cui i Sångaren vanno a svernare?
—
Gérard ha una nappa. Davenant, l'uomo che la disegnò è realmente esistito.
—
Tu l'hai conosciuto? Si sa che fece un viaggio. Siamo certi che arrivò dove
disse? Potrebbe essersi inventato tutto per un briciolo di fama.
—
Non lo credi davvero neppure tu stessa. Dopotutto, noi non possiamo rischiare
che qualcuno arrivi laggiù prima di noi.
La
notte del giorno seguente, distesi sulla coperta di lana, lontani dalle tende in
cui Gérard dormiva e Mireille non riusciva a dormire, i due ripresero il
discorso.
—
Ti immagini la delusione — sussurrò Germaine, — se arriviamo sull'altipiano
e ci accorgiamo che un'altra spedizione in elicottero è già arrivata?
—
Impossibile. Nessuno degli elicotteri di Nuova Stoccolma e di proprietà
privata; nessuna spedizione ufficiale sarà organizzata prima della prova
concreta dell'esistenza delle doline.
—
Una prova concreta? Cosa intendi?
Maxime
la fissò. — Una conchiglia. Credi che Gérard tornerebbe indietro senza una
conchiglia?
Germaine
si girò dall'altra parte. — Credi che tornerà mai indietro? — domandò.
Maxime
sorrise. — Non si sa mai.
Nessuno
torna a Nuova Stoccolma dai villaggi. Perché qualcuno dovrebbe tornare dalle
doline, il luogo di raduno invernale degli uccelli?
E
poi, più tardi. dopo essersi assopita e risvegliata, domandò ancora: — Noi
torneremo indietro?
Non
ebbe bisogno di voltarsi verso Maxime per sapere che si era stretto nelle
spalle.
Stavano
attraversando gli altipiani carsici indicati sulla mappa di Davenant. Da qualche
parte a sud, a due o tre giorni di marcia, c'erano le doline.
Gérard,
quasi febbricitante d'eccitazione, non voleva fermarsi neppure a mangiare.
Dovettero costringerlo a scendere dal rinodonte, ma non toccò cibo e camminò
senza sosta avanti e indietro guardando verso sud e verso il cielo.
Mentre
tutti dormivano, parecchie ore più tardi, Gérard li lasciò. Germaine sentì i
passi del rinodonte ma non uscì dalla tenda per fermare il marito. Mireille
scoprì la fuga solo al mattino, quando Maxime e Germaine le si mostrarono
apertamente ostili e non cercarono neppure di nascondere l'intimità che c'era
fra di loro.
Gérard
era andato avanti. Era chiaro che non era sua intenzione di ritornare a Nuova
Stoccolma, né a mani vuote né con una conchiglia. E' uno di quelli che si
bruciano per primi, pensò Mireille, uno di quelli che resistono poco al Canto.
Ci sono menti più ricettive di altre, menti con un intenso bisogno di
spiritualità che neppure la fede religiosa può appagare.
Durante
i due giorni che seguirono, prima di giungere al paesaggio martoriato dalle
doline, Maxime e Germaine cercarono d'ignorare Mireille, rivolgendole po- che
frasi sgarbate, sfiorandosi continuamente le mani con gesti complici come se lei
non fosse presente.
Affacciandosi
oltre lo strapiombo di una collina calcarea, Mireille, che in mancanza di Gérard
guidava la fila, vide per prima le doline.
A
partire dallo strapiombo e fino all'orizzonte, l'altipiano era crivellato dai
cedimenti di terreno delle doline, alcune ampie e profonde centinaia di metri,
tutte foderate da una vegetazione lussureggiante.
Sopra
la sua testa, una decina di Sångaren si affacciò sullo strapiombo, planò
verso le basse quote e fino al largo imbuto di una dolina qualsiasi, dove
scomparve dalla vista. I Sångaren cantano, tua nessuno aveva supposto che
qualcuno insegnasse loro il Canto. Gli uccelli di Dio durante l'inverno calano
verso l'equatore, verso l'altipiano, sul fondo delle doline dove vivono grosse
chiocciole le cui conchiglie sono strumenti musicali. Le conchiglie insegnano
musica agli uccelli. Questo era ciò che Davenant, l'autore della mappa, aveva
raccontato a Gérard.
Mireille
si voltò verso i suoi due compagni di viaggio, che in quel momento si
affacciavano dal precipito con i loro rinodonti.
—
A quanto pare, siamo arrivati — disse Mireille. — Chissà se troveremo
tracce di Gérard. — Si voltò verso Germaine, la cui espressione spiegava
chiaramente come non le importasse minimamente del marito.
La
discesa fu abbastanza agevole, e ben presto Mireille si trovò a percorrere gli
ultimi metri prima del bordo di una dolina. Apparentemente non c'erano Sångaren,
seppure la fitta vegetazione sul fondo e sulle pareti dell'imbuto nascondesse la
vista di eventuali animali.
—
Gérard! — gridò la donna, tenendo le mani a coppa intorno alla bocca. — Gérard!
Maxime
e Germaine erano fuori vista. Mireille guidò il rinodonte lungo un sentiero
naturale che portava a un'altra dolina.
L'area
in cui la maggior parte dei Sångaren si riuniva comprendeva undici doline di
grandi dimensioni. Sette giorni dopo l'arrivo sull'altipiano, Mireille decise di
stabilirsi sul fondo di uno di quegli imbuti naturali, caratteristici delle zone
carsiche in qualsiasi parte dell'Universo, che gli uccelli sembravano
prediligere particolarmente sul pianeta Sjunga. Maxime e Germaine avevano la
tenda di Gérard. Mireille non vedeva i tre dal giorno della fine del viaggio.
Ogni
sera, alcune ore prima del tramonto, i Sångaren iniziavano a volare in cerchio
tutt'intorno alle pareti della dolina, a elevata velocità e strillando con voci
acute. Dopodiché lo stormo si innalzava oltre l'orlo dell'imbuto e si
allontanava, probabilmente per recarsi a un'altra dolina. Durante il giorno, i Sångaren
cantavano o dormivano, la sera giostravano e la notte scomparivano.
La
tenda di Mireille rimaneva montata tutto il giorno, talvolta due o tre uccelli
vi si posavano sopra. Non riuscivano tuttavia a mantenere l'equilibrio e si
rialzavano goffamente in volo. Mireille fotografava gli uccelli e le conchiglie.
Muovendosi
lentamente, le chiocciole percorrevano il fondo e la china delle doline,
trascinando i grossi gusci calcarei, scrostati dalle unghie dei Sångaren. Una
chiocciola è lunga circa un metro, pesa mezzo quintale e la sua conchiglia ha
la forma di un largo pallone irto di grossi aculei. Gli aculei sono in realtà
tubicini di materia cornea di diversa misura. Le chiocciole usano i tubicini
come canne d'organo, pompandovi l'aria da vesciche apposite celate sotto il
guscio. La straordinaria sinfonia serve per attirare e corteggiare le femmine, e
a queste per rispondere o meno al corteggiamento.
"Gli
uccelli di Dio" furono ribattezzati i Sångaren, ma chi aveva inventato
questo nome non avrebbe mai immaginato che i pennuti mancavano d'originalità.
Un certo Ulvaeus aveva insegnato loro nei pressi di Nuova Stoccolma alcune scale
musicali terrestri, i modi gregoriani. Questo era avvenuto nei primi anni
dell'arrivo degli esseri umani, da allora i modi gregoriani erano entrati a far
parte del bagaglio musicale generale. Nessuno aveva riflettuto a sufficienza su
questa realtà: i Sångaren avevano copiato pedissequamente i terrestri. I Sångaren
non erano originali; la musica che stregava e uccideva dolcissimamente i
terrestri era stata copiata dal gorgheggi amorosi di enormi chiocciole.
I
Sångaren erano poco più che pappagalli.
Un
giorno piovve. L'acqua era tiepida e pulita; scese a catinelle e le pareti
dell'imbuto in cui Mireille si trovava si trasformarono in una teoria quasi
ininterrotta di cascatelle d'acqua. Pioggia e fango riaprirono i ruscelli
prosciugati scavati da tanto tempo fra l'orlo dell'altipiano e la dolina. La
vegetazione impediva che le pareti franassero, ma il fondo dell'imbuto divenne
in pochi minuti viscido. Mireille dovette affrettarsi a smontare la tenda e
impacchettarla di nuovo, bagnata com'era. Risalì inciampando e scivolando la
china, carica di zaino e tenda. Si riparò quindi all'asciutto relativo di un
grosso albero a forma di fungo, dove attese il ritorno del tempo asciutto
liberando lo zaino dal fango.
Si
addormentò al tepore della coperta di lana in cui si era avvolta e non riaprì
gli occhi che il mattino seguente. Chiaramente impresse nella terra asciutta
intorno all'albero c'erano impronte di calzature umane.
In
ginocchio, Mireille passò le dita sulle orme. Erano scarpe da uomo, e non
poteva essere che Gérard. La donna si alzò di scatto e segui le tracce,
trascinando la tenda e lo zaino per la cinghia.
Camminando
e correndo Mireille oltrepassò parecchi Sångaren appollaiati sui rami, che
aprirono solo un occhio senza scomporsi. Il sole era alto nel cielo, l'aria
rovente. Mireille ansimava, le labbra asciutte, i muscoli delle braccia e delle
gambe stanchi e doloranti.
La
vegetazione dell'altipiano era sensibilmente diversa da quelle sino allora
incontrate dai quattro francesi durante il viaggio. Non era l'erba bassa e
fittissima delle praterie né la possente foresta tropicale o equatoriale. Gli
alberi erano in genere snelli e bassi e sapevano sfruttare ogni goccia d'acqua
prima che il terreno la facesse scomparire; l'erba era color liquirizia e
sovente spezzata da mucchi di cespugli che rendevano difficile il cammino. Le
impronte umane scendevano la china interna di un'altra dolina, la più ampia che
Mireille avesse visto.
Riflettendo,
incerta sul da farsi, la donna optò infine per scendere nella nuova
depressione. Non ebbe a pentirsene perché, come potè constatare quella sera
stessa dopo aver smontato la tenda e lavato gli indumenti in un sebatoio
naturale d'acqua, quella era la dolina in cui tutti gli uccelli si radunavano
dall'intera zona appena prima del calare della notte. Quella dolina era il
centro della migrazione invernale dei Sångaren.
Dopo
il consueto Canto serale, Mireille assisté all'arrivo di interi stormi di
uccelli gracchianti, che calarono dal cielo a folle velocità. Guardando in alto
per vederli arrivare, scorse le figure di Maxime e Germaine in groppa ai loro
rinodonti, ritti sull'orlo della dolina. Dunque, anche loro avevano trovato il
centro della migrazione.
Ma
dov'era Gérard? Sembrava essersi impratichito più di tutti gli altri della
zona. Tutti i Sångaren si risollevarono in volo simultaneamente e rotarono 'n
senso antiorario a una certa distanza dalle pareti, finché la velocità e il
colore uniforme del loro piumaggio li fece sembrare simili a un sinuoso cerchio
aereo, un anello di Moebius vivente. I Sångaren strillavano, l'oscurità
calava, le chiocciole strisciavano eccitate e fischiavano nelle sottili canne
d'organo, tutta un'impressionante cacofonia riecheggiava fra gli arbusti e le
pareti calcaree.
L'insieme
dei suoni impediva a Mireille di udire la sinfonia delle conchiglie, ma lei era
ugualmente eccitata. L'anello di uccelli si abbassava, poi riprendeva quota- i Sångaren
aumentavano il volume degli strilli, le chiocciole noltiplicavan,, le esibizioni
amorose, Mireille dovette quasi coprirsi le orecchie per il rumore. Intravvide
con la coda dell'occhio le due figure che scendevano dai rinodonti, a una certa
distanza dalla sua tenda ma già sul fondo della depressione. Non si curò di
loro. Però, senza accorgersene, prese a camminare in direzione opposta.
L'atmosfera
della dolina era folle. L'oscurità era calata ma le due lune affacciate sulla
valletta illuminavano ogni particolare. In una grossa radura d'erba alta sino al
polpaccio, trovò una colonia di chiocciole che strisciavano lente, sgonfiando
le sacche d'aria attraverso le canne del guscio. A coppie, muovevano con una
lentezza esasperante le teste, contraendo e rilassando i muscoli del piede per
trascinarsi. L'indomani mattina i Sångaren sarebbero rimasti in silenzio ad
ascoltare le effusioni sonore che poche coppie di chiocciole ancora avrebbero
continuato. Erano le chiocciole a inventare il Canto con il quale durante
l'estate seguente i Sångaren
avrebbero deliziato e torturato gli esseri umani.
Mireille
notò qualcosa che non andava dalla parte opposta della colonia di chiocciole Si
avvicinò a grossi balzi, saltando parecchi animali, e trovò Gérard.
Una
chiocciola, palesemente piu grossa delle altre, stava strisciando
disperatamente, sforzando la testa e il piede. Aggrappato alla sua conchiglia, Gérard
tentava con tutte le sue forze di trattenere l'animale, puntando i piedi per
terra, tendendo i muscoli e spezzandosi le unghie. Non poteva afferrare il
guscio per le canne senza correre il rischio di spezzarle, ma l'attrito del
piede impediva all'uomo di sollevare la chiocciola.
A
prima vista, Mircille credette che Gérard volesse strappare la conchiglia dal
mantello dell'animale. Rimase per pochi minuti a osservare gli sforzi dell'uomo,
finche questi rovesciò la chiocciola e prese a picchiarla sulla testa
con un sasso. Mireille si allontanò.
Il
girotondo dei Sångaren si era fatto più contorto e difficile; parecchi avevano
già rinunciato alla giostra e stavano appollaiati sui rami più alti. La
fantastica alienità della dolina sconvolse Mireille. La luce delle lune, prima
di tutto, era straordinariamente diversa da quella sulla Terra. Sul suo pianeta,
inoltre, la donna non aveva mai assistito a uno spettacolo simile. Riandò a
dormire nella tenda solo alla fine dell'esibizione, quando gli stormi di Sångaren
ritornarono alle proprie doline.
In
futuro, quando la civiltà avesse scoperto l'altipiano, gli etologi avrebbero
studiato il comportamento degli uccelli, i biologi avrebbero sezionato le
chiocciole, i pellegrini devastato la zona. A oltre tremila chilometri da Nuova
Stoccolma sarebbe sorta un'altra città. L'altipiano era destinato a rimanere
incontaminato ancora per poco.
Si
svegliò al suono di un Canto e uscì senza nemmeno vestirsi. Nella stessa
radura della sua tenda, due chiocciole stavano danzando quasi
impercettibilmente, fischiando dalle conchiglie. Un Sångare, sul suo ramo
d'albero, udiva e ripeteva il suono, e il Canto arrivò direttamente al
subconscio di Mirellie. Senza volerlo e senza accorgersene, la donna si staccò
dal suo corpo e rimase rinchiusa in una sfera di buio, priva di sensazioni
visive, olfattive o tattili. L'unica impressione esterna che riceveva era il
Canto, ma in quel non-momento per lei era come se la melodia provenisse dal
proprio interno. Il Canto si mischiava allo scorrere del sangue nei capillari
delle orecchie e delle labbra, al pulsare del cuore alle tempie, alle vibrazioni
inspiegabilmente percepibili dello strisciare delle chiocciole sull'erba.
Si
risvegliò dalla trance alla fine del Canto e inspirò profondamente. Dopo
essersi lavata a una polla d'acqua, si avvicinò alla macchia d'arbusti e alberi
al centro della dolina, alla ricerca di bacche, frutti e radici che erano stati
praticamente il suo solo nutrimento da parecchie settimane.
Per
la seconda e ultima volta dalla fine del viaggio, Mireille trovò Gérard.
Ma
non era più Gérard. Era un corpo freddo e rigido, un ammasso di tessuti che
fino a pche ore prima era stato un essere umano. Aveva ascoltato il Canto, e il
Canto l'aveva ucciso.
Gérard
indossava solo un paio di calzoncini sporchi di terra. Il torace era nudo e
graffiato dagli arbusti nei quali aveva vagato nelle ultime due settimana. Era
disteso supino nell'erba, le palme delle mani giunte e offerte al cielo. La
testa era nascosta nel guscio di una chiocciola. Era riuscito a strappare la
conchiglia alla carne viva dell'animale. Seduto nell'erba, ascoltando il Canto
si era immedesimato talmente nell'ecosistema della dolina da volersi annientare;
si era trasformato in una chiocciola.
Era
riuscito ad annientarsi. Mireille non vedeva il volto, ma sapeva che le labbra
sorridevano, come quelle di tutti coloro che morivano a causa del Canto.
Mireille
strillò più forte che poteva. Che senso aveva, che ragione c'era nel morire?
Ricordò, con ribrezzo però, l'estasi di poco prima quando aveva udito il
Canto.
No,
non esisteva una buona ragione per morire nella dolina.
"Qual
è la differenza fra la vita e la morte?" sembrava fischiare Gérard
attraverso la conchiglia. "Nulla mai muore, nulla nasce. Nulla è creato,
nulla annientato."
Mireille
ritornò il più velocemente possibile alla tenda, smontò il piccolo campo e
andò a recuperare il rinodonte che pascolava tranquillo. Accanto, la donna vide
le masse bianche degli animali di Maxime e Germaine.
Prese
la sua cavalcatura, la caricò e la portò a risalire la china.
Giunta
sull'orlo, prima di continuare e veder scomparire l'imbuto naturale, si volse
un'ultima volta verso la dolina.
Nell'erba,
visibile, c'era ancora il corpo di Gérard con la mostruosa palla della
conchiglia infilata sul capo.
"Nulla
muore mai!" continuavano a sibilare le canne d'organo. All'estremità
opposta della dolina, sotto una pareta di calcare, la tenda di Maxime e Germaine
attendeva il ritorno dei proprietari. Sarebbero ritornati? Quanto arebbero
resistito al Canto?
Tornò
a guidare il rinodonte verso lo strapiombo dell'altipiano carsico. Doveva
procedere a tappe forzate: la aspettava un viaggio di tremila chilometri senza
scorte di cibo.
Franco
Ricciardiello
Scritto
nel febbraio 1985
Pubblicazioni:
1.
"The Dark Side" n. 3/86, Vercelli 1986
2.
"Nettezze Arcane" n. 0, Limone Piemonte (CN) 1991
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