FRANCO RICCIARDIELLO

Cronache dell’arabesco di pietra

 

 

Morieris, non quia aegrotas, sed quia vivis

(Seneca)

 

 

Vidi la ragazza durante la mia abituale passeggiata per studiare i turisti in arrivo. Il sole si era da poco levato sulle alture appena accennate della mesa di Ocaña, il treno da Madrid era arrivato da qualche minuto e già i taxi erano partiti alla volta della città. Nel piazzale della stazione ferroviaria, all'ombra fragile del sole di inizio autunno, era rimasta una sola vettura con il baule sollevato e le portiere anteriori aperte.

La ragazza era in piedi sul marciapiede. Intuii che era straniera, perché quella mattina in cui gli spagnoli si coprivano di maglie leggere per non sentire il sarcasmo dell'aria, lei rimaneva a braccia nude, le mani incrociate sulla borsetta che teneva in spalla. Restai fermo dalla mia parte del marciapiede, fingendo noncuranza. Udii sbattere le portiere del taxi, poi il rumore della messa in moto.

L'auto venne verso di me, rallentando per dare la precedenza. Per pochi secondi la ragazza rimase visibile a non più di un metro dal mio volto e i nostri sguardi si incrociarono.

L'auto accelerò senza fretta, allontanandosi verso il ponte forse per entrare in città o forse per continuare alla volta di Talavera. Solo allora distinsi sul sedile posteriore la figura di un uomo dalle tempie brizzolate, con una giacca di colore scuro sulle spalle.

Tornai con calma verso la città, ammirando una volta ancora il suo profilo purpureo nella linea discontinua del piano, l'acqua grigioverde del fiume nell’alveo incassato fra le rocce; tutto era come il mattino in cui ero giunto dall'Italia per un esilio che non mi ero cercato e dal quale forse non avrei fatto ritorno.

Non potei evitare che un chicco di tristezza mi intossicasse il cuore. Senza ragione, associai quela sensazione al pensiero della ragazza nel taxi, e mi vennero in mente due versi di una poesia che un tempo avevo molto amato: "porque en las bacanales de la vida vacías nuestras copas conservamos". Non riuscii a ricordare i versi che precedevano.

Perché nei baccanali della vita conserviamo vuote le nostre coppe. Mi ritrovavo a trenta anni e con nessuna certezza, esiliato in una Toledo autunnale con la mia vita di routine, le mie piante sensitive, la mia passeggiata mattutina sino alla stazione per guardare le ragazze in arrivo.

La ragazza del taxi. Come iniziava la poesia?  "Crear feste d'amori..."

Attraversai il ponte di Alcántara, costeggiando poi il fiume dall'alto del suo alveo di roccia bruna. Senza fretta, osservai i voli delle rondini fra l'Accademia di Fanteria, sull'altra riva del Tago, e i giardini dell'Alcázar. Incuranti della Storia degli uomini, proseguivano nei secoli l'ispezione aerea di quell'ansa di fiume che chiude Toledo da tre lati.

Vivevo al piano terra di una casa in affitto, con le finestre che davano sul fiume, nel punto più basso della scogliera; stavo per entrare nel portone del palazzo quando vidi la ragazza della stazione.

La riconobbi subito per le braccia nude e la maglia di cotone; scendeva dalle scale che portavano al piano superiore disabitato. Anche lei mi riconobbe; rimasi con la mano sulla maniglia della porta, troppo stupito per dire o fare qualcosa.

"Ah, vous êtes ici" disse sorridendo, poi indicò il piano superiore con un dito, spiegando in francese con qualche parola di spagnolo che aveva preso in affitto quell'appartamento insieme a suo padre. Le spiegai che anch'io ero straniero, italiano; volle che le indicassi un negozio di alimentari, quindi mi salutò con discrezione.

Aprii subito alla luce le mie piante sensitive, che mi accolsero con una sinfonia di colori in grado di ipnotizzare chiunque non le conoscesse.

"Crear feste d'amori nel nostro amor pensiamo" cantilenai. Era il primo verso della poesia: l'incontro con la ragazza me l’aveva fatto tornare alla mente. Passai una spugnetta umida sulle foglie, innaffiai i vasi più asciutti, controllai una volta ancora, benché oramai li conoscessi a memoria, i cartellini genetici con tutte le varianti che avevo personalmente selezionato a partire dalle qualità acquistate.

Intravidi la ragazza dalla finestra del soggiorno. Portava una gonna scura e scarpe senza tacco; compresi che la sua presenza avrebbe portato una ventata di sconvolgimento nella mia esistenza abitudinaria, ma non sapevo se provarne piacere o fastidio. Scorsi con il dito il dorso dei volumi sulla libreria. Machado, "Soledades". Sfogliai le pagine, leggendo i capoversi delle poesie, finché trovai quella che cercavo.

"Crear fiestas de amores en nuestro amor pensamos, quemar nuevos aromas en montes no pisados, y guardar el secreto de nuestros rostros pàlidos, porque en las bacanales de la vida vacìas nuestras copas conservamos".

Un'improvvisa ondata d'emozione mi salì agli occhi, le lacrime quasi gocciolarono sul volume; misi il segnalibro alla pagina.

Conservare il segreto dei nostri volti pallidi. Mi guardai allo specchio, passando un dito sulla linea della bocca, sulle sopracciglia, sulle labbra screpolate. Crear feste d'amori nel nostro amor pensiamo.

Bussarono alla porta. Aprii come un automa e mi trovai di fronte la ragazza, che stava per dire qualcosa ma cambiò idea e mi domandò se stessi bene.

"Sì, certamente" assentii cercando di recuperare il vantaggio che si era presa la malinconia.

“Mio padre avrebbe piacere di conoscerla, questa sera dopo cena" disse leggermente imbarazzata

"Volentieri" risposi dopo un attimo di incertezza "verrò verso le 22."

La ragazza assentì con gli occhi e con il capo e mi tese la mano. "Il mio nome è Marie Claire. Penso che possiamo darci del tu."

* * *

Quando entrai nell'appartamento il padre di Marie Claire, Julien, era seduto su una poltrona di velluto con un libro rilegato in pelle rossa. Si alzò quasi a fatica ricambiando la mia stretta con una presa forte e sincera, ma non sorrise. Quando lo guardai dritto negli occhi vi lessi qualcosa di familiare. Ero certo di aver già visto quel volto, parecchi anni indietro, quando il mortaio del tempo ancora non ne aveva disfatto i lineamenti; eppure era invecchiato tanto velocemente da ingannare ogni mio tentativo di identificarlo. Julien Delacroix: il nome non mi diceva nulla.

"Questo è il ritmo della vita a Toledo" dissi alludendo all'orario di cena.

Scambiammo le reciproche impressioni sulla Spagna; io vivevo a Toledo da nove mesi, da quando cioè avevo dovuto lasciare l'Italia per motivi politici. I due francesi invece mi confessarono di inseguire l'estate che scendeva verso sud.

Assaggiammo lo Jerez che avevo portato; mentre parlavo con Marie Claire e suo padre la riva opposta del Tago perse colore fuori dalla finestra, stemperandosi dal porpora e verde oliva del pomeriggio nel rosso ruggine e nel grigio cenere della sera, quindi nel porpora cupo che precedeva la notte. Era la magia atemporale di Toledo che si ripeteva come ogni sera da secoli e secoli.

Toledo è un arabesco di pietra, una fortezza di terra e roccia che sfida le ingiurie del Tempo da ben prima che i Visigoti la eleggessero capitale. Toledo è un cerchio di mura, una linea spezzata di torri circondata da un mare di campi ocra e da un fiume che cambia colore a ogni ora del giorno.

Quando il sole calò le rughe sul volto di Julien si fecero più profonde, scavate dalla sofferenza. Ci chiese il permesso di ritirarsi. Marie Claire avrebbe voluto accompagnarlo e io stavo già per uscire, ma l'uomo insistette perché la figlia rimanesse a farmi compagnia.

"E' malato" disse Marie Claire quando il padre chiuse la porta dietro di sé, mentre io ancora mi stavo arrovellando su chi fosse l'uomo che si nascondeva dietro quella maschera di rughe e sofferenza.

Andai alla finestra, quella che dava sulla città, verso il cielo striato dai fasci di luce che illuminavano la cattedrale da ogni lato nella bella sera autunnale. C’erano voci di donne e risa per strada, poco distante da noi.

Marie Claire venne al mio fianco. "Un tempo era molto diverso" mi confessò. "Prima ancora che nascessi, era veramente un uomo; un uomo vivo, uno di quelli che plasmano a piacere la propria esistenza. Gli ultimi anni l'hanno cambiato, la malattia scava in lui gallerie some un parassita."

La voce della ragazza era dolce e suadente come la brezza della sera, stregava più delle risa lontane, più dell’apparente silenzio del fiume tutto intorno alla corona di roccia di Toledo, più della poesia di Machado.

"Temo sia ora di andare" dissi. Marie Claire non si oppose; mi accompagnò alla porta augurandomi la buonanotte.

* * *

Durante la notte ricordai dove avevo veduto il volto di Julien Delacroix. Cercai febbrilmente sulla rete telematica per un paio di ore, in piena notte, ma non trovando nulla di recente mi recai alla biblioteca pubblica al mattino.

Ritornai a casa con un volume sottobraccio, che posai sulla scrivania accanto al libro di Machado. Nel risvolto di copertina riportava alcune note sull'autore, Julien Cross. Era lo pseudonimo dello scrittore parigino Julien Delacroix, famoso per un certo tempo anche dopo che aveva smesso definitivamente di scrivere, quasi venti anni prima. L'edizione del romanzo che tenevo in mano risaliva a quel periodo, perciò non riportava cosa fosse accaduto all'autore perché rinunciasse a scrivere. Ricordavo vagamente un delitto per il quale aveva scontato una condanna penale, ma il fatto risaliva a tanto tempo prima, quando ero ancora bambino. Chiuso il libro, mi accinsi alle consuete cure per le mie piante sensitive.

Appena entrai nella loro stanza serra mi accolsero con la quotidiana orchestra di colori, ma quando percepirono la mia preoccupazione vidi le corolle più sensibili ciondolare sulle foglie chiuse.

Non ero nello stato d'animo di prendermene cura. Ne scelsi una a caso, una tigrata che nei suoi momenti migliori era un'orgia di colori di sfumature diverse e la portai alla finestra del soggiorno.

Il caso volle che proprio in quel momento Marie Claire stesse rientrando dal portone; appena la tigrata percepì la presenza della ragazza, si sintonizzò sulla sua frequenza allargando le foglie pervinca; dilatò i calici pieni e accese i colori per attirare la sua attenzione.

Marie Claire si fermò subito quando vide la pianta. "Una modificazione genetica..." balbettò quando riuscì a vincere l'ipnosi di colori. La pianta moltiplicò gli sforzi per accattivarsi la sua simpatia.

"Una sensitiva" precisai. "Dovresti decidere se ti piace, altrimenti la farai impazzire."

Marie Claire posò sullo zerbino il periodico francese che aveva appena acquistato e si avvicinò alla finestra; tese una mano attraverso le inferriate di ferro battuto sfiorando una corolla. Gli steli presero a ondeggiare lentamente ma con ritmo; le sommità dei petali di ogni calice si congiunsero.

"È contenta del tuo apprezzamento," spiegai.

"È bellissima" ammise la ragazza. "Sei tu che l'hai selezionata?"

Lo ammisi. Ammisi anche, forse controvoglia, che ne avevo una stanza piena.

"Pensi che potrei vederle?"

Assentii. "Quando vuoi, sono a tua disposizione."

Si staccò a malincuore dalla finestra, e dopo aver raccolto la rivista che aveva posato in terra scomparve nel portone.

Julian Cross. Mi sforzai di ricordare per quale motivo avesse ricevuto una condanna. Un delitto di gelosia, forse, ma era coinvolto un personaggio importante.

Lo sguardo mi cadde sulla tigrata, parzialmente richiusa su se stessa per il mio tormento. Controllai il cartellino genetico, ricordando come avessi in parte fallito nel selezionare la gamma tonale del suo spettro di colori. Stavo per riporla quando udii bussare alla porta: era Marie Claire con una camera digitale in mano.

"Mi sono presa la libertà..." esordì imbarazzata. Capii che non aveva potuto resistere al richiamo dei colori della tigrata. Per un attimo mi stupii persino di quanto fossi contento della sua presenza, malgrado la gelosia per le mie creature.

La feci entrare. "Se vuoi aspettare un momento, preparo le piante. È meglio lasciarle qualche minuto al buio, perché reagiscano appena ti vedono."

Oscurai tutte le finestre della serra. Quando tornai al soggiorno, Marie Claire era in piedi alla scrivania dove aveva poggiato la macchina fotografica. Richiusi la porta della stanza-serra alle mie spalle e rimasi come incantato. Alla luce obliqua e dorata della finestra della strada, Marie Claire sembrava disegnata nell'aria con pennellate di sole sui capelli, riverberi quasi abbacinanti sul candore della gonna di tela bianca attillata, macchie di blu cobalto e mattone sulla maglia lavorata.

Teneva in mano il libro di Machado, aperto alla pagina del segnalibro.

"Che significa?" domandò quando mi vide, certamente senza accorgersi del mio sguardo incantato.

"Crear feste d'amori nel nostro amor pensiamo" recitai a memoria, traducendo in francese. "E bruciare nuovi aromi su monti mai scalati, e serbare il segreto dei nostri volti pallidi, perché nei baccanali della vita conserviamo vuote le nostre coppe."

"C'est beau" commentò Marie Claire quasi tra sé e sé. Richiuse il libro con un gesto delicato e lo ripose con cura, spostando subito la mano sull'altro volume, quello che suo padre aveva scritto in un tempo in cui lei forse ancora non era nata. Quando era ancora un uomo vivo, era stata Marie Claire stessa a dirlo: uno di quegli uomini che plasmano a piacere la propria vita.

Sfogliò il libro, quindi tornò a posarlo accanto all'altro senza commenti. La guidai alla serra.

Si fidò del mio braccio nell'oscurità. Diedi luce alle finestre e subito le piante, dopo un attimo di smarrimento, si concentrarono con curiosità sulla nuova venuta. Come ben sapevo, la tigrata che l'aveva conosciuta in precedenza la festeggiò immediatamente, e Marie Claire si guardò intorno estasiata. "Davvero sei stato tu a selezionare tutte queste varietà?"

"Cromosoma per cromosoma."

"Sei un artista." Aveva messo il dito nel mio punto debole. "Potrei fare qualche fotografia?"

Riuscì a elettrizzare ogni pianta che scelse prima della foto. Pareva avere un'influenza benefica sulla mia serra, la proprietà di rasserenare le mie creature, incitandole al tempo stesso al punto che si profondevano in evidenti manifestazioni di affetto cambiando gradazioni di colore, serrando e dischiudendo le foglioline, attorcigliando gli steli, variando la disposizione dei fiori.

lo la accompagnai fra le file di vasi accuratamente catalogati sui loro scaffali, indicandole gli esemplari più ricettivi; lei scattava, quasi dimentica della mia presenza, dimentica della corona di selce e cenere su cui giace Toledo, dimentica del mondo intero.

Quando infine si staccò a malincuore da un'anemone che sembrava salutarla con la sua orchestra di calici e steli, viticci e foglie, stami e pistilli, lessi la febbre della passione nei suoi occhi grigi e verdi.

"Crear feste d'amori nel nostro amor pensiamo" recitò stupendomi quando uscimmo dalla serra, posando le dita sul libro di poesie, quasi per scuotersi dall'incanto che l'aveva rapita; evitò di proposito di gettare uno sguardo all'altro volume. "Me lo presti?" Domandò. Lo prese in mano stringendolo al seno mentre la accompagnavo alla porta.

* * *

Trascorsi tutto il pomeriggio in rete per cercare informazioni su Julian Cross: non esisteva un sito specifico. Su un motore di ricerca rintracciai finalmente notizie sull'epoca in cui era stato coinvolto nel delitto per il quale venne condannato. Ero tanto immerso nella mia ricerca che quasi non mi accorsi dell'ora di cena; preferii mangiare qualche tapas da solo in un bar, riordinando al tavolino i miei appunti che gettavano una luce nuova su Marie Claire e Julien Delacroix, riguardando indirettamente persino la mia vita.

Diciotto anni prima Julien aveva ucciso il fratello Aldous, celebre economista e politologo molto in auge, per via di una relazione che questi aveva con la moglie; quando lo scrittore aveva scoperto che la paternità della figlia appena nata non era la sua, aveva strangolato il fratello in un accesso di furia. Julien Delacroix era stato condannato a vent'anni, il tribunale aveva affidato la piccola Marie Claire alla madre. La cronaca rosa del tempo era prodiga di notizie sugli avvenimenti, fino alla morte della donna avvenuta pochi mesi prima del rilascio del marito dopo quindici anni di detenzione.

Marie Claire, che all'epoca della scarcerazione aveva diciassette anni, scelse di vivere con l'ex marito di sua madre.

Non riuscivo a comprendere. Pensavo che Marie Claire avrebbe dovuto provare sentimenti negativi verso l'uomo che aveva uccisto suo padre; al contrario, mi pareva sinceramente affezionata a Julien Delacroix, mentre invece alla madre scomparsa non accennava mai. Evidentemente c'era qualche particolare che ancora mi sfuggiva.

La vicenda aveva attinenza con la mia vita nel senso che Aldous Delacroix, il fratello di Julien, aveva consacrato la sua vita di ricercatore al perfezionamento di quella branca delle scienze politiche che si occupa di un ideale sistema di votazione, adottato infine dalla quasi totalità delle nazioni europee occidentali: è questa la ragione per la quale ho dovuto cercare riparo all'estero.

Tornai a casa. Volevo conoscere meglio il rapporto fra Marie Claire e il padre (mi sentivo di chiamarlo così perché lei lo considerava tale). Sentivo che avrebbe potuto essere un'intrusione nella loro vita privata, ma l'enigma della ragazza dagli occhi color del Tago mi stava catturando.

Arrivando a casa non distinsi nell'ombra delle scale la forma di Julien Delacroix seduto sui gradini più bassi. Solo quando stavo per girare la chiave nella toppa udii il suo respiro.

"Io sto morendo" mi disse in un soffio rauco. Lo feci entrare senza accendere la luce. Le sue membra scarne attraverso la camicia erano come nodi nel legno di una pianta malata sotto le mie dita.

Non distinsi la sua espressione; preferii che tutto rimanesse nell'incertezza della penombra per non rendergli più penoso l'atto di parlarmi.

"Le ho mentito" continuò raschiando con le corde vocali sul cristallo della propria gola, inumidito dalle lacrime inghiottite. "Da Toledo io non mi muoverò mai più. Mi restano poche settimane, al massimo sei mesi di vita. Marie Claire non vuole ammetterlo perché altrimenti non ce la farebbe a restarmi vicina."

"Le è molto affezionata” commentai.

Assentì. "È grave non avere nessuno con cui parlare. Quando accenno alla mia morte tutti sembrano cambiare discorso; la verità è che oggi si ha troppa vergogna del dolore, come se si potesse rimanerne contagiati. Non fuggirà anche lei, vero?" Domandò.

"Io sto già fuggendo" replicai. "Sono un fuoriuscito della Libertà Obbligatoria.”

Annuì. Aveva compreso. "Ognuno a modo nostro," disse, "noi siamo due esiliati."

Mi ferì. Compresi in quel momento che non avrei mai potuto rientrare in patria; compresi l'inconsistenza di tutte le illusioni che avevo mantenuto sino a quel momento: era impossibile ignorare la civiltà degli assiomi di Arrow. Con una sola frase il vecchio aveva distrutto la sterile serenità dei mesi di Toledo. Noi siamo due esiliati.

Era un grumo di cellule avvelenate, l'ombra sfuocata di un essere umano, mentre io ero ancora vivo e vegeto, mi tenevo stretta la vita e ancora speravo di poterla cambiare; tuttavia, aveva colto nel segno. Eravamo simili. Eravamo due esiliati.

"Vorrei" sospirò ancora "che lei aiutasse Marie Claire. Deve cercare di distrarla, non è giusto che dedichi gli anni migliori della sua vita alla mia morte. Non dovrebbe essere difficile per lei starle vicino..."

"No," ammisi, "non è difficile."

Il Tago scorreva imperturbabile sotto le finestre di casa mia, appena oltre la riva di roccia e ghiaia.

"Lei è un uomo sensibile" continuò, mentre io non sapevo cosa rispondergli. "Per favore, stia vicino a mia figlia, almeno in questi momenti. Le stia vicino quando non ci sarò più."

Tornò alla porta.  "Io ho molta stima di lei." Disse per concludere la serata.

Gli credevo. Ero io a non avere stima di me stesso.

* * *

Stavo leggendo il trattato di Arrow che avevo scaricato da un sito di Berkeley, "Scelte sociali e valori individuali", alla luce morente del crepuscolo, quando Marie Claire venne a chiedermi se volevo accompagnarla a vedere la cattedrale. Qualcuno le aveva detto che di notte era un vero spettacolo, illuminata da vari proiettori nell'inchiostro del cielo.

Arrancammo su per via del Pozzo Amaro, mano nella mano. Quell'amaro io lo sentivo anche in gola, come quando le parole di Julien Delacroix mi avevano inchiodato alla mia superficialità; un gusto aspro rinnovato dalla lettura del saggio di Arrow, tanto preciso e lapidario nel ridurre le relazioni umane a formule matematiche. Un amaro come di terra in bocca, diverso dal gusto della mano di Marie Claire nella mia, rovinato dalla consapevolezza che era l'imminenza della morte di Julien a metterci mano nella mano, e che ciò ce ne rendeva in qualche modo correi.

I portoni della cattedrale sembravano le orbite oculari di un animale notturno, il campanile era una torre di zucchero anch'esso amaro.

Attraversammo l'Arco di Palazzo, continuando a salire sulla collina di roccia lastricata di Toledo, fra vie medievali, circonvoluzioni nell'arabesco di pietra della città. Nella piazza di Zocodovér sedemmo a guardare i bambini giocare, e i ragazzini che parlavano con le ragazze, e gli anziani che parlavano e parlavano.

Noi due parlavamo a frasi tronche, e benché volessimo approfondire la nostra conoscenza, spiccare magari il volo dai tetti del museo di Santa Cruz per osservare dall'alto la geografia a pergamena di Toledo, eravamo trattenuti dalla consapevolezza che ciò che ogni essere umano ha in comune con un altro non è la vita né l'amore, ma il modo in cui si muore: in solitudine.

Entrammo in un caffè, sedendoci l'uno di fronte all'altra su poltrone di gommapiuma.

"Tuo padre è l'uomo più coraggioso che abbia mai conosciuto" dissi per esorcizzare la malinconia.

"Siamo noialtri che manchiamo di coraggio dinanzi alla morte" mi rispose; "forse è il fatto di aspettarsela, di abituarsi giorno per giorno al suo pensiero."

Sin da poco prima di essere scarcerato, mi confessò Marie Claire, il padre aveva saputo di essere condannato. Appena liberato, egli era andato a trovarla e da allora vivevano insieme.

"C'è qualcosa che non comprendo," le dissi in tutta sincerità "Tu non avevi mai conosciuto tuo padre ma l'hai subito accettato. Deve essere avvenuto qualcosa di speciale fra di voi."

Fece tintinnare il cucchiaino di peltro contro l'orlo del piattino. "Niente di speciale" disse a voce bassa.

Avrei voluto chiederle del suo vero padre, che posto aveva avuto nella vita di Marie Claire la sua mancanza, ma sarebbe stata un'intrusione ingiustificata.

La sera d'autunno era calma e calda, il suono quasi monotono di un uomo di mezza età che discorreva con il barista assumeva un tono ipnotico. Marie Claire era curva verso di me per poter parlare a bassa voce. Il mio sguardo era quasi esclusivamente concentrato sulle sue gambe accavallate, veicolo di una seduzione cominciata molto prima di quella sera in un caffè del centro. Ci impegnammo per abortire la malinconia e non fu difficile per me.

Tornammo al lungofiume passando dietro l'Alcázar, dove si poteva vedere il Tago nel suo tratto migliore. Le rondini stridevano sulle nostre teste, misurando a colpi d'ali la distesa tra le due sponde e il tempo che rimaneva a Julien Delacroix .

Avremmo voluto spiccare il volo, avremmo voluto portare con noi Julien; tornammo a casa dopo mezzanotte, salutandoci senza neppure un bacio sulla soglia di casa mia.

* * *

Quando Aldous Delacroix era morto per mano del fratello, stava lavorando all'Università della Pennsylvania su un corollario che perfezionasse i cosidetti assiomi di Arrow. Dal volume preso in prestito in biblioteca appresi quanto volevo sulla materia; in parte ne conoscevo già la teoria, essendomene occupato al tempo dell'opposizione parlamentare al Cartello Europeo Razionale. Intorno al 1950 l'economista americano Kenneth Arrow formulò cinque assiomi volti alla ricerca di un sistema di votazione perfetto, che tenesse conto della volontà reale di ogni votante. Di fronte a un determinato numero di opzioni, di scelte collettive, Arrow volle disporre la scelta secondo un metodo razionale che soddisfacesse le preferenze individuali di ognuno. Disgraziatamente lo scienziato si accorse che per soddisfare tutti gli assiomi esisteva solo una soluzione dittatoriale, con concentrazione delle possibilità di veto nelle mani di un singolo individuo. Il Potere definitivo.

Ma le conclusioni di Arrow non avevano esaurito la ricerca in materia; un'équipe di economisti aveva continuato le ricerche negli Stati Uniti, giungendo alla elaborazione di un corollario o sesto assioma. Il principale ispiratore era stato Aldous Delacroix. Sette anni dopo la sua morte, il corollario aveva ugualmente veduto la luce ed era stato immediatamente applicato al sistema di votazione elettronica adottato negli Stati Uniti. Era poi nato anche in Europa un cartello di nazioni per l'adozione del sistema elettorale elettronico ponderato. L'Italia era stata dilaniata da una lotta politica pro e contro l'adesione al cartello sinché, quattro anni prima del mio esilio, il partito a favore aveva vinto.

Come in ogni altro Paese aderente al cartello, la fisionomia sociale cominciò a cambiare: di fatto, la comparazione ponderata delle preferenze, così come prescritto dagli assiomi di Arrow e dal loro corollario, assicurò il diritto di veto sulla quasi totalità delle scelte collettive a un'oligarchia non individuabile che, forse anche senza coscienza di sé, cominciò a governare buona parte dell'Europa occidentale con una sorta di dittatura mascherata.

L'Italia si trasformò, la vita diventò impossibile per molta gente. Il Parlamento si sciolse poiché ogni decisione veniva presa con suffragio universale dalla collettività; di fatto, era l'oligarchia a esercitare il potere.

Così ero riparato all'estero. La Spagna ancora non aveva aderito al Cartello Europeo Razionale ma il partito a favore andava rafforzandosi. Dall'esterno, la governabilità dei Paesi del cartello sembrava aumentata, la solidarietà nazionale rafforzata, la burocrazia eliminata. All'interno, ognuno si adattava di buon grado alle decisioni collettive, senza sapere che a tirarne le fila era un'oligarchia occulta.

Aldous Delacroix era morto prematuramente ma i suoi successori avevano ugualmente condotto in porto le ricerche; e questo aveva causato il mio esilio passivo, la mia abulia priva di reazioni in una Toledo residuata dal passato, magnifico arabesco autunnale nel centro geometrico della Spagna.

E Julien Delacroix spegneva giorno dopo giorno. Le sensitive percepivano il mio stato d'animo, e siccome da parecchi giorni ero praticamente l'unico mammifero con cui entravano in contatto, le trovavo molto avvilite.

Un pomeriggio, appena svegliato da una siesta intossicata da un incubo, le piante sentirono il mio stato d'animo e prima che me ne accorgessi un'aria da funerale invase la serra. Guardavo le sensitive con le corolle chine, gli steli ripiegati, i petali raggrinziti, e mi resi conto di quanto fosse terribilmente sarcastico da parte nostra fare in modo che assumessero atteggiamenti umani: sembravano schiere di bambini a capo chino, la testa fra le ginocchia, offesi per un rimprovero o partecipi per solidarietà della mia malinconia. Naturalmente, era stata la sottile crudeltà che gli esseri umani chiamano umorismo a fare in modo che attraverso selezioni artificiali di cromosomi quelle piante potessero parodiare i nostri atteggiamenti.

Quella che per mesi era stata la mia occupazione principale, sin dal mio arrivo a Toledo, mi parve in quel momento inutile, superficiale, infantile. Per le mie piante avevo rinunciato a mantenere contatti epistolari con i compagni esiliati, a reagire in qualche modo agli eventi avversi.

Y guardar el secreto de nuestros rostros pàlidos... serbare il segreto dei nostri volti pallidi. Sedetti con la testa fra le mani su una branda che tenevo in un angolo della serra, accanto al cassone con il microscopio, le provette e gli agenti chimici. Il sangue batteva tanto forte alle tempie che non sentii entrare Marie Claire. Stringevo talmente i denti che la mandibola scricchiolava, poi aprii gli occhi oltre la nebbia che li velava e vidi dinanzi a me i piedi di Marie Claire; alzai lo sguardo su di lei, incurante che mi vedesse in quello stato.

Portava in mano un pacco di fotografie che si affrettò a posare sedendosi accanto a me, sulla branda. Mi abbracciò.

Feci uno sforzo per rigettare le lacrime, riuscii a ricambiare il suo sguardo a denti stretti e con i pugni che mi tremavano.

"Cos'è accaduto?" Disse preoccupata, e il suono della sua voce fu come un balsamo per le sensitive devastate dal dolore. "Cosa ti è capitato? Come posso aiutarti?"

"Ho lasciato i compagni da soli" riuscii a sibilare fra i denti. "Loro sono dispersi nelle carceri di mezza Europa, ma in prigione ci sono io, e questi muri li ho costruiti io stesso."

Per lunghi minuti non ci guardammo in viso, e quando lo feci presi una scossa tremenda.  Marie Claire era ancor più bella del solito.

Glielo dissi.  Arrossì.

"Marie Claire..." riuscii appena a sussurrare. Ancora il suo ginocchio nudo era fra noi; questa volta lo accarezzai. La pelle aveva la stessa freschezza di quella delle braccia, del collo; era spettinata per avere tenuto la sua testa contro la mia per tutto il tempo che eravamo rimasti in silenzio.

Marie Claire; le scopersi una spalla dorata. Aveva gli occhi umidi. Se qualcuno mi avesse chiesto in quel momento cosa fosse più importante per me, non avrei risposto la morte né il potere.

Non mi interessava guardare, ma sapevo che le piante stavano risuscitando; le mimose schiudevano gli orli delle foglie seghettate mentre io sollevavo i capelli sul collo di Marie Claire, le anemoni cambiavano di colore mentre il sorriso affluiva sui nostri volti, le tigrate gonfiavano i calici al ritorno del nostro respiro.

E poi fu un oscillare di corolle a un vento impercettibile, fra riflessi di sole sui muri e singhiozzi di dolcezza.

* * *

Attesi per ore alla finestra nascosto dietro le tendine del soggiorno, finché Marie Claire non uscì di casa. Guardai l'orologio: erano le undici di mattina, un'ora di ritardo rispetto all'orario normale del suo giro alla ricerca di giornali francesi. Appena attraversata la strada si voltò verso la mia finestra; rimasi immobile nella penombra senza vedermi. Aveva indosso una delle solite maglie di cotone ricamato a colori e una gonna a righe blu e grige. Appena voltò l'angolo uscii sulle scale, le salii e bussai alla porta dei Delacroix.

Aprii nella penombra delle cortine abbassate; il sole filtrato tratteggiava Julien Delacroix seduto alla stessa poltrona in cui l'avevo conosciuto, una sera di non molte settimane prima. Mi avvicinai mentre cercava di mettere a fuoco lo sguardo su di me; si era fatto crescere sulle labbra e sul mento una barba dura e brizzolata, intossicata anch'essa dal fiato della morte.

"Così, siamo quasi all'ultimo atto" raspò la lima della sua voce sulle tastiere della gola asciutta.

"Quasi..." dissi. Presi una sedia e mi accomodai accanto a lui, nell'alone sempre più fievole della sua aura personale. Notai come avesse perduto molti capelli.

Rimanemmo in silenzio, due respiri nella caligine di pensiero di Toledo. Infine parlò: "Sai perché sto morendo?"

"Perché è malato."

Sorrise; mi aveva colto in fallo. "E' falso. Tu non sei malato, eppure morirai lo stesso."

"Mi ammalerò. Le mie cellule moriranno."

Scosse la testa, quasi comprensivo della mia stoltezza. Non capivo.

"Non è questa la ragione. Moriremo perché siamo vivi."

I nostri respiri tornarono a incrociarsi nello spazio che ci divideva. Nessuno dei due staccò gli occhi dagli occhi dell'altro.

"Io so perché ha ucciso suo fratello," dissi infine, "lei non l'ha ucciso per gelosia. Un individuo razionale non perde la testa a quel punto per ragioni di cuore."

Sorrise. "Ognuno è fatto a modo suo."

Strinsi i denti e negai. "Lei ha ucciso Aldous Delacroix per via degli assiomi di Arrow."

Tossì senza replicare, senza distogliere lo sguardo.

"L'ha ucciso," continuai, "perché si era reso conto di cosa avrebbe significato il compimento delle due ricerche. Non era un lavoro per perfezionare gli assiomi, ma volto a trovare un corollario perfetto che rendesse assolutamente inevitabile ciò che Arrow aveva già supposto: che un sistema troppo comprensivo delle motivazioni di ogni votante non può che portare a una dittatura. La dittatura mascherata era l'obiettivo non dichiarato delle ricerche, la consegna del potere all'oligarchia."

Non aveva smesso di sorridere.

"È la verità" aggiunsi curvandomi verso di lui. "Lei sperava di interrompere le ricerche, ma ha solo concesso all'umanità una dilazione di qualche anno. Ora siamo dentro fino al collo. Noi siamo gli esiliati, Delacroix."

Chiuse gli occhi, inspirò profondamente sino oltre al diaframma; temevo che sarebbe scoppiato a tossire.

"È tutto passato" disse "è tutto così lontano che a rovistare in quella storia emettendo la tua sentenza adesso pecchi solamente di presunzione."

"Non è vero. Io ho le prove. Quando lei è andato da Marie Claire le ha raccontato tutto ed è per questo che sua figlia ha accettato di seguirla. In caso contrario, Marie Claire non avrebbe mai visto in lei un padre. Lo ammetta." Mi avvicinai a lui tanto che il suo volto occupò tutta la mia visuale. "Lei è un benefattore dell'umanità."

Chiuse gli occhi, respirò ancora. Si era addormentato. Gli tastai il polso, contai i battiti. Uscii dalla stanza in silenzio.

* * *

Morì due notti più tardi. Sentii l'urlo di Marie Claire che chiamava il mio nome. Salii di corsa gli scalini; Julien Delacroix era disteso nel suo letto a occhi sbarrati ma con un'espressione tranquilla. Gli serrai le palpebre.

Marie Claire era in piedi contro il muro, il volto fra le mani, soffocando i singhiozzi. Quando finalmente arrivò l'ambulanza che avevo chiamato, si era calmata e seduta al tavolo della cucina. Non volle dare l'ultimo sguardo al corpo del vecchio quando lo portarono via, non mi raccontò come fosse accaduto; sospettai che si fosse coricato presto e che la figlia, andando a salutarlo per la buona notte, l'avesse trovato già spento.

Sentii un vuoto nello stomaco. Era morto Julian Cross, e Julien Delacroix che era stato ancora più grande di lui. Continuai a passare le dita sulla pentola di terracotta verniciata del tavolo, pensando al vecchio inanimato e freddo nella cella frigorifera dell'obitorio. Marie Claire scelse di fare cremare il corpo, e il giorno stesso della funzione scomparve di casa con le ceneri.

Rimasi giorni interi senza mangiare né uscire di casa. Per lo più osservavo il soffitto cercando nelle macchie dell'intonaco il volto di Julien e le onde dei capelli di Marie Claire, le gocce delle sue iridi e la lama bianca della falce.

Mi giunse un telegramma da San Sebastián, con l'indirizzo della sua pensione e la preghiera di raggiungerla.

Viaggiai tutta la notte in treno senza chiudere occhio, prima fino a Madrid e poi da là a San Sebastián. Avevo la giacca e i calzoni sgualciti quando, giungendo alla stazione senza bagaglio, attraversai il ponte marino verso la città.

Non era alla pensione. Scesi con le mani in tasca verso la spiaggia, quasi rosa nel contrasto con l'Atlantico adirato. Camminai verso la città, poi tornai sulle mie orme verso il litorale opposto, oltre una catena di dune. Salii sulla più alta, riempiendomi le scarpe di sabbia fredda. Il vento tenace non aveva pietà per la mia giacca; discesi la duna e ne valicai un'altra.

La trovai seduta su un relitto di barca sfondato semisommerso nella sabbia. Passava un pugno di rena da una mano all'altra e mi sentì arrivare, volgendosi a guardare. Aveva i capelli negli occhi e grossi orecchini ad anello che il vento scopriva, una giacca sulle spalle e calzoni bianchi rimboccati sulle caviglie. Mi fermai di fronte a lei, senza sedermi. Come al solito, mi sorrise.

"Torna a casa," le dissi, "torna con me a Toledo."

Sorrise ancora, senza lasciarmi capire se sarebbe venuta.

"Volevo riportarlo in Francia, mi sono fermata qui. Julien diceva che la Francia non è più un paese da vivere. Qui è così simile alla Francia atlantica..."

L'atlantico... pensai con nostalgia, persino con una stretta al cuore all'arabesco di pietra serrato in un'ansa del Tago, nel cuore della Spagna.

"Torniamo a casa" ripetei, "finché non pretenderanno di imporre la libertà con le leggi anche quaggiù, Toledo è la nostra patria."

Appoggiò le labbra sulle labbra incrociate alle ginocchia. Mi ritrovai a pensare a come la morte ci avesse uniti indissolubilmente, ma ancora una volta mi contraddisse.

"Tienimi," disse Marie Claire, "tienimi stretta. lo e te aspettiamo un bambino."

 

Franco Ricciardiello

 

Scritto nell'ottobre 1986

 

Pubblicazioni:

  1. 1.      "Follow my dream" n. 3, Ancona 1989

  2. 2.      "Hyper speciale Fanzine Italia 1989", Torino 1989

  3. 3.      "La mano sinistra del potere", antologia a cura di Maurizia Rossella, Calusca editrice, Padova 1989

 

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