FRANCO RICCIARDIELLO

Dentro il sogno di Dio

 

 

Dopo la pioggia notturna, il profumo di vegetazione nell’aria era molto forte e mischiato a quello più secco detta terra. Il naso dell’alieno Viz percepiva questi odori e molti altri: quello delle graminacee e quello del fango, quello delle verdure bollite e degli esseri umani.

Viz zoppicò lungo la strada, sopra le assi gettate a coprire le pozzanghere. Il sole era piacevolmente caldo sulla sua pelliccia marrone scuro: il sole piaceva anche agli esseri umani, che uscivano pochi alla volta dalle capanne di ondulato o dai sacchi a pelo fradici. L’odore di verdure da minestra veniva dalla loro cucina collettiva, insieme al rumore metallico sordo dei cucchiai e delle gavette.

Viz tremò di piacere al pensiero della bella giornata che si prospettava. Nuovi discorsi, nuove scoperte, forse addirittura nuovi arrivi: qualcosa stava per cambiare al villaggio.

Ogni mese circa giungeva dall’astroporto una spedizione di temerari che avevano sfidato la foresta impraticabile alla ricerca di novità. L’alternativa erano le radure già battute  da centinaia di migliaia di turisti e pellegrini e stravolte dalle catene di alberghi e residence.

Nella radura del villaggio i primi sångaren aprivano gli occhi al mattino e si pulivano le ali con i larghi becchi gialli. Attenti a ogni loro movimento, i venticinque abitanti umani del villaggio facevano colazione camminando su e giù fra le pozzanghere per scaldarsi. Viz il felino cominciò subito a girovagare fra gli umani. Quegli esseri fragili, più piccoli di lui, erano il motivo della sua felicità. Essi venivano al villaggio e vivevano del canto dei sångaren, e Viz viveva dallo loro presenza.

Semplicemente, gli piaceva camminare in mezzo a loro e parlare con loro; trovava simpatici i loro sentimenti, degne di attenzione le loro preoccupazioni.

Gli esseri umani arrivavano dal cielo e si disperdevano fra le radure delle rare boscaglie, in pianura, per ascoltare il canto dei sångaren; solo i più coraggiosi si imbarcavano nell’impresa di raggiungere i villaggi dispersi sui monti.

Di tutti quelli che negli anni erano giunti al villaggio di Viz, nessuno era ripartito. Dopo un periodo più o meno lungo passato ad ascoltare di sångaren, avvizzivano e morivano felici. A Viz la loro morte dispiaceva, ma si consolava immediatamente conoscendo altri umani appena arrivati. Il richiamo era irresistibile.

Quel giorno giunse un solo uomo, attratto dal fumo del fuoco per la colazione. All’astroporto fornivano solamente una mappa sommaria e una bussola per raggiungere i villaggi, per il resto i viaggiatori dovevano arrangiarsi. Non erano disponibili guide ufficiali. Solo un uomo su cento fra quelli sbarcati sceglieva la via delle montagne, e di questi due su tre rinunciavano alla ricerca quasi disperata dei villaggi.

L’unico arrivo di quel mese era un uomo nero, alto e magro, con un cappellaccio impermeabile, una tuta di pelle molto sporca e una valigetta di metallo a tracolla. Crollò sfinito accanto a un gruppo di ragazze cinesi che si affrettarono a sollevarlo da terra e adagiarlo all’asciutto, portandogli acqua pulita e minestra.

In quel momento il primo sångare cantò. Aprì il becco sgraziato e cantò nel mattino luminoso. Impietriti, tutti gli umani interruppero ogni attività e accorsero sotto l’albero degli uccelli. Persino l’ultimo arrivato trovò la forza di sollevarsi e accorrere al Canto.

Quando i sångaren si sentivano ispirati (e non sembrava esserci apparentemente una ragione particolare), cantavano. La loro melodia era così incredibilmente coinvolgente che nessun umano resisteva. Le menti degli esseri umani si staccavano dalle preoccupazioni, dalla realtà stessa e fluttuavano in una beatitudine di allucinazioni auditive e visive. Perfezione assoluta nell’appagamento dei sensi: così gli esseri umani definivano il canto dei sångaren. Sprofondavano in riflessioni che facevano loro dimenticare di lavarsi, di nutrirsi, di pensare, alla fine persino di vivere. Tanto perfetto era il Canto che non lasciava posto ad altri pensieri.

Questo era ciò che Viz non comprendeva degli esseri umani. Per secoli altre razze erano entrate a contatto con il pianeta, i felini e i sångaren ma nessuna si era lasciata rapire a quel modo dal canto degli uccelli. La mente degli umani (questo era ciò che nessun saggio aveva spiegato a Viz alcuni mesi prima di morire d’inedia) aveva una predisposizione naturale per la musica che altre razze non possedevano.

Più tardi durante la giornata, mentre le ombre si allungavano offrendo ristoro agli esseri in cerca di riposo, gli odori si facevano polverosi e i suoni monotoni e sonnolenti, Viz si avvicinò all’uomo giunto quello stesso mattino attraverso la foresta. Indossava soltanto un paio di calzoncini sfilacciati e armeggiava con il contenuto della valigetta di metallo, uno strumento musicale fatto di lamelle sottili e fili elettrici. Viz, che aveva già conosciuto un uomo con uno strumento simile, battezzò l’ultimo arrivato “lo xilofonista”.

“Stanco?” domandò Viz. Lo xilofonista ricambiò il suo sguardo con sospetto e timore. Seduto a gambe incrociate, non arrivava a metà dell’altezza del felino.

“Ho viaggiato per diciotto giorni per arrivare. La notte sognavo il Canto e temevo di non avere mai la possibilità di ascoltarlo. Ora che sono qui non voglio lasciarmi sfuggire neppure un’ora.”

“Ne ho visti tanti come te, in questi anni. Con la pelle scura come la tua, oppure chiara; musicisti, o filosofi, o bigotti. Quelli come te non durano a lungo.”

Dopo avere controllato una fila di minuscole spie luminose sullo strumento, lo xilofonista rispose a Viz: “Non sono venuto qui per durare, caro gatto. Io seguo un metodo scientifico. Registro più Canti possibile, li elaboro ed estrapolo la formula che permette di riprodurre a volontà qualsiasi tonalità e melodia. Sarà finalmente possibile per chiunque godere del Canto in qualsiasi parte della Terra.”

“Non sei il primo, uomo. Altri sono venuti con questa intenzione. La riproduzione del Canto non si avvicina neppure al Canto.”

“Nessuno seguiva il mio metodo. Si limitavano a registrare il Canto e a riascoltarlo. Ben presto si sono accorti che mancavano frequenze inaudibili che tuttavia influenzano la mente tramite l’orecchio. Con nessuna apparecchiatura ora esistente è possibile registrare queste frequenze, ma io ho inventato un nuovo metodo di riproduzione infallibile.”

Furono interrotti in quel momento dal canto di un sångare; veloce, lo xilofonista depose in terra lo strumento e lo attivò. Per trenta secondi circa i battiti del cuore di ogni uomo rallentarono e parecchi di loro lasciarono cadere in terra gli oggetti che portavano in mano.

“Meraviglioso, sublime,” commentò alla fine lo xilofonista, così rompendo il silenzio nella radura, “un modo gregoriano ipofrigio! Deve essere uno degli uccelli che migrarono da Nuova Stoccolma dopo che Ulvæus insegnò loro le scale musicali terrestri!”

Come stimolato dalle sue parole, il sångare riprese a cantare; una delle ragazze cinesi cadde in ginocchio e congiunse le mani in contemplazione.

“Una scala iperdorica greca!” bisbigliò lo xilofonista. Le luci del suo strumento ammiccavano accondiscendenti, segnalando l’intensità della registrazione.

Il canto del primo sångare innescò una reazione negli altri, dando vita a un vero concerto che durò due o tre ore. Gli esseri umani non si accorsero del passare del tempo; solo Viz, che zoppicava fra loro tastando gli oggetti del campo, in bilico su due zampe e senza prestare una grande attenzione al Canto, si accorse del sole che calava.

Per parecchi minuti dopo l’ultima nota lo xilofonista rimase a bocca aperta e con il sorriso da un orecchio all’altro, finché Viz lo scosse appoggiandogli una zampa sulla spalla. “Sei felice,  xilofonista?”

L’uomo lo guardò come se lo vedesse per la prima volta, quindi si curvò frenetico sul suo strumento per controllare la registrazione.

“Felice? E’ meraviglioso, meraviglioso,” borbottò “ho bisogno di un centinaio di esempi, poi tornerò a casa per analizzare tutto il materiale. E’ meraviglioso, sento che c’è un metodo per sistematizzare il Canto.”

“Tu credi? Nessuno è mai tornato a casa da questo villaggio.”

“Evidentemente nessuno aveva da fare, a casa. Io, invece, ho lavoro che mi aspetta. Un centinaio di registrazioni...”

Viz si voltò verso i due abitanti che egli considerava più simpatici: i ragazzi. Erano un maschio e una femmina, giovani e magri, con i capelli talmente chiari da sembrare bianchi. Tenevano le dita delle mani intrecciate insieme; il ragazzo era cieco e la ragazza muta. Lei comunicava con lievi pressioni delle dita sul collo e sul viso di lui; era in grado di esprimere una quantità infinita di cose in quel modo. Pareva quasi che fosse più facile per lei comunicare con il tatto che per lui con la voce. Comunque, per la maggior parte del loro tempo non parlavano né la ragazza toccava il viso di lui: rimanevano estasiati ad ascoltare i sångaren, oppure a guardarsi negli occhi chiarissimi.

Viz amava guardarli e i ragazzi non ne erano imbarazzati, continuavano a comportarsi naturalmente anche in sua presenza.

Viz non riusciva a comprendere come potessero trarre piena felicità da ogni minuto avvenimento della giornata. Escludendo i momenti di profonda estasi durante il Canto dei sångaren, poteva notare la gioia sui loro volti a ogni pasto, a ogni risveglio del mattino, persino a ogni conversazione che i due tenevano, a parole o a pressioni delle dita. Come è possibile, si domandava Viz, essere felici in ogni momento, a ogni avvenimento della giornata, sempre e senza interruzioni? Nessuno sinora era scampato al canto dei sångaren, Viz era certo che fossero tutti felici di morire. Oppure non se ne rendevano conto.

I due ragazzi avevano lo stesso profumo della neve che d’inverno seppelliva il villaggio. La loro felicità era per Viz contagiosa, perché solo a guardarli scordava i propri mali, la zampa sciancata, la tristezza causata da tutti i morti del villaggio.

Ormai era giunta la sera, il periodo più intenso per i sångaren. Lo xilofonista era visibilmente eccitato, armeggiava con il suo strumento e una coperta da campo gettata sulle spalle contro il freddo che calava lento.

“E’ tutto sintetizzabile, capisci?” stava dicendo a una ragazza dai capelli lunghi fino a metà schiena e la pelle color cioccolato, “tutto riconducibile a formule matematiche. Con una adeguata quantità di esempi di Canto, posso estrapolare formule che mi permetteranno di riprodurre il modo di comporre dei sångaren. Dopotutto, loro sono ricettivi nei nostri confronti. Ulvæus non insegnò forse loro i modi greci e gregoriani, 25 anni fa? Suonò il moog in una radura ed essi riprodussero immediatamente i modi, che entrarono a fare parte del loro bagaglio musicale. Altri sångaren impararono i modi da quelli di Ulvæus, così di qui a non molti anni tutti gli uccelli del pianeta li conosceranno.”

Per tutta risposta, la ragazza scosse la testa e disse: “Tu parli tanto di studiare, sintetizzare, formulare, ma ho l’impressione che non tornerai mai indietro. Anzi, sei uno di quelli che moriranno per primi.”

Lo xilofonista rimase scosso e ammutolito. Guardò la ragazza allontanarsi, e così facendo si accorse che Viz lo osservava con la testa inclinata e le narici dilatate. Fingendo noncuranza, lo xilofonista continuò ad armeggiare con i tasti del registratore/riproduttore, convinto che il felino si sarebbe avvicinato per parlare.

Invece Viz si voltò e andò da Agostino, il vecchio dalla barba bianca profumata di acqua piovana che viveva al villaggio da più lunga data di chiunque altro eccettuato il felino. Prima che gli umani scoprissero le virtù dei sångaren, non esisteva un villaggio: Viz viveva nella sua capanna di legno nella radura, non si curava degli uccelli ma frugava nel sottobosco alla ricerca di bacche, frutti e funghi. Il villaggio era nato, per caso, dove viveva lui.

Il vecchio Agostino, vestito di tela di sacco, aveva un giorno raccontato la storia della sua vita a Viz. Era giunto sul pianeta Sjunga (così lo chiamavano gli umani) durante i primi anni dalla scoperta. Era un ricchissimo industriale e pagò gente senza scrupoli perché rubassero due sångaren; poiché, come Agostino tenne a precisare a Viz, il denaro può comprare tutto, i due uccelli furono trasportati in gabbie sulla Terra, così che Agostino potesse goderne in privato. Con gran disappunto suo e dei suoi amici, i sångaren rifiutarono di cantare. Non solo, rifiutarono anche di nutrirsi, di muoversi, di aprire gli occhi, alla fine rifiutarono di vivere. Senza che i veterinari di Agostino potessero fare niente, i due uccelli morirono. Senza che potesse dare una spiegazione razionale, Agostino si precipitò su Sjunga abbandonando la terra e tutti i suoi averi. Senza più contatti con il proprio passato, vestito solo di un saio di sacco, aveva raggiunto a piedi il villaggio di Viz. Da allora era vissuto di Canto e di pochi semi e granaglie, meditando nella speranza di fare penitenza per tutta la superbia che l’aveva posseduto prima che la morte dei due poveri uccelli gli aprisse gli occhi.

“Buongiorno, saggio” disse Viz, “hai goduto di questa giornata?”

“Moltissimo. Ho pensato a lungo, fra un Canto e l’altro, al significato di tante, tante cose.”

“E sei giunto a qualche conclusione?”

“I miei pensieri non sono che povera cosa. Potrebbero essere verità e potrebbero non esserlo. Non ho pretese di rivelare alcunché. Ecco ciò che ho pensato: tu e io, i sångaren, il villaggio, il pianeta, l’universo intero sono immersi in quella che noi chiamiamo la Realtà. L’universo è la realtà e la nostra realtà è l’Universo. Ebbene, io sono in grado di dimostrare che Dio esiste e di spiegare il fine dell’Universo. Ascoltami bene, amico mio; so che in te l’idea di Dio non è mai nata, ma lascia che ti spieghi: l’Universo esiste perché sia permesso ai sångaren di cantare. Tutto questo immenso meccanismo era indispensabile perché, su un pianeta che ruota intorno a una stella, in mezzo a una galassia qualsiasi, l’evoluzione desse origine alla razza che lo svedese Ulvæus  battezzò sångaren. Ascoltandoli, ci si rende conto di come Dio, per forza di cose, debba esistere. L’universo, la nostra realtà, non è altro che il sogno di Dio. Egli iniziò a sognare, miliardi di anni fa, e l’Universo prese corpo, si sviluppò e diede necessariamente origine ai sångaren. Tutto il resto è secondario, tutti gli altri elementi dell’Universo hanno un’importanza nulla. Dio non si cura degli uomini più di quanto non si curi del plancton nei mari di Sjunga. Dio si diverte nell’ascoltare il Canto meraviglioso dei sångaren che gli giunge attraverso le onde del sonno. Comprendi l’ironia? La nostra realtà è il Suo sogno. Quando Egli smetterà di sognare, l’Universo scomparirà.”

“Non comprendo tutto ciò che dici, saggio,” rispose confuso Viz.

“Un giorno capirai; la giusta via è l’ascolto del Canto.”

Viz non ricordò al saggio Agostino che i sångaren non avevano su di lui lo stesso effetto che sugli esseri umani.

Dopo i lunghi, bellissimi canti della sera, i sångaren si azzittirono al calare dell’oscurità totale. Non c’era energia elettrica al villaggio e gli umani non accendevano fuochi. Si addormentavano nei sacchi a pelo, nelle tende, sotto gli alberi o nelle capanne di paglia e fango, le manti svuotate e il sorriso da un orecchio all’altro.

Viz andò a dormire prima degli umani. Quel giorno si sentiva più depresso del solito. Mangiò una noce grande come la testa di un umano e si acciambellò nel suo nido di stracci.

Al risveglio, il sole brillava come il giorno precedente, ma c’era un’agitazione chiaramente percepibile fra gli esseri umani. Viz uscì zoppicando e si unì al gruppetto al centro della radura.

“Proprio ieri sera,” stava dicendo la ragazza dai capelli lunghissimi, “glielo dicevo, che non sarebbe durato molto.”

Viz pensò che il Canto della sera precedente doveva essere stato di bellezza e intensità eccezionale. Lo xilofonista, con i suoi piani perfetti di studio e sintesi, non era sopravvissuto alla prima giornata al villaggio. Giaceva riverso sulla schiena, le braccia e le gambe aperte, la faccia spaccata da un sorriso, i capelli lunghi impastati nel fango secco della strada. Soprattutto gli occhi colpirono Viz: gli occhi spalancati, dilatati a cogliere il più possibile della luce di cui parlava Agostino, il Canto, il solo tramite fra l’imperfezione universale e la perfezione divina. Lo xilofonista era rimasto folgorato dalla Bellezza Totale.

Il felino si voltò con le lacrime agli occhi. Perché, perché dovevano morire felici? Che gioia poteva esserci nel lasciare il sole e la foresta, la pioggia notturna e la dolcezza del mattino, lasciare il mondo in cui vivevano e quello in cui erano nati, lasciare il Canto?

Dov’erano i ragazzi? Se solo fossero stati in vista, avrebbe potuto consolarsi. Non erano nel gruppo. Come spesso accadeva loro, si erano appartati nella foresta per accoppiarsi in intimità. Quando Viz era giovane aveva avuto una compagna fissa, ma si rendeva conto che il paragone fra i rapporti umani e quelli felini non reggeva.

Era triste. Gli umani erano stupidi ma felici; perché? Egli non aveva orecchio musicale, così diceva Agostino, non poteva godere del Canto. Non poteva fare considerazioni filosofiche perché in lui non esisteva il bisogno di un Dio.

Ma quello che più gli faceva male era l’incapacità di comprendere come i ragazzi potessero essere così incredibilmente felici solo con il loro amore e il Canto e niente altro.

 

Franco Ricciardiello

 

Scritto nel novembre 1984

 

Pubblicazioni:

1.        "Algenib" n. 10, Roma 1990

2.        "Future Shock" n. 24, Bari 1998

 

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