FRANCO RICCIARDIELLO

Effetto notte

 

 

La sera in cui Andrés Ajeno giunse con l'elettrotreno portando con sè una logora valigetta di pelle contenente tutti i libri di Azorín, alcune cravatte di seta cinese, software contenuto su microchip con il logo del Ministero e una macchina fotografica, io non mi trovavo al cantiere bensì a casa mia, all'ultimo piano del Corte Inglés. Mi ero permesso di ritardare l’uscita per recarmi al lavoro perché i sommozzatori del turno pomeridiano sarebbero riemersi solo di lì a un’ora.

Il sole bruciava ancora la linea dell’orizzonte sulle colline, perciò non era consigliabile uscire a quell’ora, considerato che odiavo indossare la tuta protettiva. Le nuvole della sera si stavano già adunando sul mare; guardando fuori dalla finestra vidi una lancia coperta giungere dalla direzione del colle di Montjuich, ma non riuscii a immaginare per quale ragione, a meno che il turno pomeridiano avesse rinvenuto qualcosa di tanto essenziale che Sáulo non stava nella pelle dalla voglia di parlarmene.

Mi allontanai dalla finestra per precauzione: il vetro possedeva un limitato fattore di protezione.

“Non esci, oggi?” mi domandò Leslie. Si stava preparando nella penombra smorzata della camera da letto per una riunione del comitato femminile.

“Ancora qualche minuto” risposi senza guardare l'orologio. Mi accostai invece alla parete per osservarla al lavoro.

Si stava esaminando allo specchietto del suo beauty-case da viaggio; aveva scelto un paio di orecchini scintillanti con una grossa pietra sanguigna, che nella semioscurità dell'unica lampadina della stanza sembrava suggerire sfumature di oro ai suoi capelli.

L’energia era razionata: da settimane il cielo era coperto anche di giorno, le batterie solari si erano quasi esaurite; temevo di essere costretto a dare l’or­dine di evacuare temporaneamente i piani bassi dei palazzi, quelli da poco strappati al mare, per economizzare illuminazione e ventilatori.

Leslie era a riposo forzato quel giorno, come molti altri, proprio a causa del piano di razionamento provvisorio che avevo dovuto approntare con urgenza per il cantiere; era l'occasione propizia per partecipare ai lavori del comitato femminile.

“Mi accompagni in collina?” domandò. Si stava tirando il lucidalabbra; mi accostai con le mani in tasca per guardarle gli occhi direttamente nello specchio.

“Non posso, sono già troppo in ritardo” dissi a malincuore. Sul tavolino, fra Leslie e lo specchio, c’erano un foulard di seta dai toni pastello, una cintura di pelle lucida arrotolata su se stessa, occhiali da sole fotosensibili e una lunga collana di finte perle che mi chiese di agganciarle dietro il collo.

“Sinéad ha chiesto se puoi passare da lei, appena hai tempo” dissi armeggiando con le dita sul fermaglio della collana. Leslie non rispose, ma dal movimento dei suoi occhi nello specchio ne indovinai il  turbamento. Era sempre a disagio quando si trovava a tu per tu con mia figlia, specie se da sola.

Senza volerlo colsi nello specchio un’immagine del mio viso dietro le spalle di mia moglie. Era dal tempo in cui gli specchi venivano fabbricati industrialmente in quantità, quando le risorse parevano infinite e ogni cosa nel mondo sembrava assoggettarsi alle esigenze della produzione, era da allora che non curavo più la mia imma­gine con una certa costanza: mi facevo radere da un barbiere castigliano e mi pettinavo a memoria senza guardarmi.

Mi trovai invecchiato; le guance e la bocca avevano imparato una piega pessimista che non mi donava in simpatia, alimentando anzi la mia leggenda di persona da temere.

Leslie si alzò pronta, raccogliendo la borsetta dalla poltrona di vimini recuperata l'anno precedente in un magazzino dell'ensanche. “Non stancarti troppo” disse alzando­si in punta di piedi per baciarmi sulla guancia “Cerca di fare lavorare anche gli altri.”

La lancia attraccò rumorosamente al molo provvisorio, dodici piani più in basso. “Ti accompagno al traghetto” dissi riscuotendomi.

Il traghetto pubblico scorreva lungo un massiccio cavo metallico proveniente dal colle di Tibidabo; si diramava da una parte verso la Cattedrale e il cantiere sperimentale, non molto distante dall'antica linea costiera del porto, dall’altra parte al colle di Montjuich dove avevano sede tutti gli uffici municipali.

Mentre scendevamo al molo, all'uscita dell'ascensore oleodinamico ci vennero incontro due persone, evidentemente scese dalla lancia: uno era Sáulo, il mio sovrintendente, l'altro un giovane che non conoscevo, più alto della statura media, con baffi e barba molto ben curati e la tuta elegante dei funzionari governativi, la maschera a ultravioletti slacciata sul collo.

Cercai di cogliere la reazione di mia moglie di fronte a quell’uomo di almeno dieci anni più giovane di me, ma Leslie camminava due passi avanti. Subito mi ripresi, meravigliandomi per quel pensiero: Leslie non aveva mai dimostrato un interesse più che superficiale per qualsiasi altro uomo. La mia reazione era immotivata.

“Questo è il dottor Ajeno” Sáulo mi presentò l'uomo “ispettore del Ministero.”

Leslie si girò verso di me, interrogandomi con gli occhi.

“Vai pure; io scendo al cantiere con i signori” le dissi. Gettò un rapido saluto ai due uomini e si incamminò sul corto molo; il traghetto era in arrivo in quel momento lungo il filo d'acciaio ritorto sospeso a qualche metro dall’acqua piatta.

Sáulo ottenne dal pilota del traghetto il permesso di agganciare a traino la lancia, così da non consumare la batteria del motore. Durante il passaggio, mentre il mio sovrintendente reggeva il timone attento al risucchio nella scia del traghetto, l'ispettore Andrés Ajeno mi presentò le proprie credenziali. Parlammo del più e del meno senza che riuscissi a concentrarmi sulla conversazione. Pensavo agli orecchini di rubino di Leslie, vedevo attraverso il finestrino posteriore sul ponte del traghetto davanti a noi, nella notte che nel frattempo era calata completamente, il bianco della sua leggera tuta protettiva serale.

“E’ questione di fondi” rispose Sáulo come commento a qualche cosa che aveva detto Ajeno, o forse era una domanda; comunque si era dimostrato più attento di me.

L’ispettore si strinse nelle spalle. “Non necessariamente. La Comunità europea ha approvato un piano di interventi straordinari nei Paesi Bassi, e sta a noi dimostrare che non conviene stornare fondi dalla Catalogna o, che so io, da Málaga.”

Il traghetto avanti a noi rallentò, cigolò all'incrocio, virò in direzione del centro storico sommerso. Lungo la via che avevamo appena abbandonato, la linea proseguiva sino alle guglie della Sagrada Familia tutte irsute di antenne e trasmettitori.

“Le spiace se apro il finestrino?” domandai ad Ajeno in una pausa del suo discorso. L'aria finalmente fresca della sera si insinuò eccitante nel vetro aperto, schiaffeggiandomi di acqua nebulizzata. Il rumore del risucchio era troppo forte perché la conversazione potesse continuare, così potei godermi in silenzio la corsa della lancia a seguito del traghetto.

Sáulo manteneva con abilità il timone di taglio rispetto all’onda della scia; l’acqua colpiva i tetti delle poche case che emergevano dalla distesa nera contribuendo a smuovere le tegole più pericolanti, sciacquando le isole di alghe e vegetazione putrescente incagliate ai cornicioni o alle antenne televisive arrugginite, dove durante la marea arrivava il respiro di salsedine del mare.

La notte, come quasi tutte le notti della stagione, incominciò a sciogliersi in una pioggerellina pene­trante. Stormi di gabbiani ci chiamavano dal cielo, inseguendo da vicino il traghetto, credendolo forse un peschereccio. A tratti l’odore marcio della vegetazione galleggiante ci nauseava. Le barricate di mobili sfondati e suppellettili galleggianti erano state rimosse da tutte le principali vie d’acqua della città sommersa, mantenute sgombre da reti metalliche tese fra un tetto e l’altro; ma c’erano larghe spianate d’acqua neppure interrotte da un tetto dove sargassi di alghe legavano insieme isole intere di mobili sfasciati, yacht marci, rami di albero e banchi di foglie annerite, scogliere di borse di plastica scolorite dal sole, tutto quanto la civiltà morente aveva lasciato a testimonianza di sè.

All’altezza della Plaza de Toros il traghetto rallentò e il pilota staccò il cavo lasciando libera la lancia. Mentre Leslie salutava dal finestrino, tuta di panna in cornice di cobalto, il traghetto proseguì verso la collina di Montjuich, visibile come un grosso cetaceo nero appena chiazzato di poche luci razionate.

Richiusi allora a malincuore il finestrino sulla notte di salsedine, e additai sul monitor geodetico la piantina del centro storico verso il quale Sáulo stava guidando la lancia. Mostrava un esagono irregolare, con due lati molto lunghi.

“Questa è la cinta delle mura” spiegai ad Andrés Ajeno “alle quali il progetto è per il momento limitato. Quaggiù a sud, la diga sul fronte del porto raggiungerebbe il colle di Montjuich. La cattedrale si trova esattamente al centro dell’area, ed è là che abbiamo stabilito il cantiere sperimentale, mentre quello principale sorge qua, all'Arco del triunfo, attraverso cui la diga passerebbe.”

Ajeno ascoltò come se non desse molta importanza a quanto dicevo, come se dal Ministero avesse ricevuto ordini e piani diversi. Sospirando, mi accinsi a sopportare un’altra giornata di lavoro, che negli ultimi tempi si era trasformato in motivo di inquietudine.

* * *

Leslie dormiva quando rientrai. Sul tavolo del soggiorno, accanto al libro che stava leggendo, era adagiato un rametto di mimosa ancora giallo e fragrante di polline. Mi svestii, passegiando con il solo costume da bagno davanti alle ampie finestre dell’appartamento all’ultimo piano di quelli che un tempo erano grandi magazzini, fissando attraverso lo spiraglio della porta il braccio e la testa di Leslie fuori dal lenzuolo, e i suoi orecchini d’oro sul comodino. Doveva avermi aspettato sino a tardi, ma l’ispettore mi aveva tenuto impegnato più del previsto: era quasi l’alba sulla città sommersa.

Mi accorsi che da qualche minuto ascoltavo senza rendermene conto un lontano lamento di violino. Indossai l’accappatoio appeso dietro la porta del bagno e dopo avere percorso il lungo corridoio dalle pareti di armadi divisorio per frazionare il salone del magazzino, bussai alla porta della camera di mia figlia.

Sinéad era in piedi davanti alla lunga finestra di vetro, azzurrato in tempi posteriori alla catastrofe, con il leggio di ferro battuto recuperato nel Palacio de la música, che io stesso le avevo regalato per il suo ventesimo compleanno. Era talmente assorbita dal brano che andava eseguendo al violino da non accorgersi che ero entrato; attesi che terminasse, le mani nelle tasche dell'accappatoio, esplorando intanto con lo sguardo la sua stanza.

Accanto al letto, semplice e senza sponde, erano accatastate pile di libri, la maggior parte volumi in braille; dappertutto, sulla scrivania, in terra, accanto al vetro della finestra, poggiati sui libri, accanto al computer c’erano quaderni su quaderni di appunti musicali fitti fitti: note, testi, pentagrammi.

L’ultima nota rimase sospesa nella stanza con le vibrazioni della cassa armonica, mentre Sinéad osservava rapita l’aria in movimento. Guardandola dalla porta, non potei fare a meno di notare il profilo familiare della sua schiena, le medesime spalle di sua madre. Indossava una canottiera di raso, le braccia magre piegate sullo strumento e sull'archetto; sua madre Gwyneath aveva poco più della sua età quando ci conoscemmo, e indossava abiti ancora più estivi: ci trovavamo in vacanza, ognuno per conto proprio, ad Alicante. Non ricordo come ci fossimo incontrati, forse a una festa da amici comuni: ricordo però che aveva gli stessi capelli da collegiale, le stesse spalle magre, il medesimo volto triste da ragazza dell'est. E invece era irlandese.

Sinéad nacque dopo neppure un anno, e la nostra unione funzionò per un periodo davvero lungo, sinché nei primi anni della ricostruzione non si incrinò. Andò in pezzi una sera in cui mia moglie, guardando un atlante dell’America del sud, notò al centro dello stato di Minas Gerais il nome di Belo Horizonte scritto in caratteri maiuscoli. Le si riempirono gli occhi di lacrime, e compresi che stavo per perderla. Così accadde infatti: si chiuse in se stessa, divenne taciturna e distratta, sfumò poco a poco dalla mia vita finché un giorno fece le valigie e prese la prima nave per l’America, lasciandomi solo con Sinéad che allora aveva quindici anni. Seppi qualche mese dopo che Gwyneath lavorava come medico a Belo Horizonte in un campo profughi gestito da Soccorso rosso.

“E’ quasi l'alba” dissi stupendomi della mia stessa voce rauca “E’ pericoloso restare alla finestra.”

Sinéad mi salutò con un bacio sulla guancia e depose lo strumento nella teca foderata di liso velluto rosso. Tirai i pesanti tendoni di damasco davanti ai vetri mentre Sinéad puliva accuratamente le corde con una pezzuola pulita. “Sei tornato ora dal lavoro?”

Annuii.

“Leslie è già a letto?”

Compresi che non le aveva parlato, e mi ripromisi di insistere. “Perché non vieni a fare un giro al cantiere, domani?” proseguii “L'aria buona non potrebbe che farti bene.”

“Qualche giorno verrò” promise distratta, sedendosi davanti allo specchio della toilette.

“Aspetta, ti pettino io” mi offersi senza riflettere, sentendomi fulmineamente il cuore in gola.

Sinéad mi guardò a metà tra il sorpreso e il compiaciuto, quindi mi consegnò il pettinino dai denti di legno. Mentre le aravo i capelli in solchi mobili, i suoi capelli da banshee biondo oro, dalla radice alla catenella del girocollo, le raccontai del proseguimento dei lavori di recupero. Stavamo dragando dal fango l’antico selciato del paseo de Lloys Companys per gettare le colate della prima diga, mentre al cantiere sperimentale si stavano cementando le finestre del municipio e della Generalitat, in modo da poterne recuperare l’interno.

“Non è venuta a lavorare, Leslie?” domandò Sinéad mentre toglievo dai denti del pettine i capelli caduti cercando di non farmene accorgere. Le spiegai del razionamento energetico, dei tagli stabiliti dalla CEE, le dissi dell’arrivo dell’ispettore ministeriale.

Sinéad puntò il dito sul vetro dello specchio, dove vedeva muoversi la mia mano. “La tua mano ha lo stesso colore del pettine” disse.

Lo posai, carezzandole i capelli e tirandoglieli indietro sul collo. “E' solo perché si muovono insieme” spiegai.

Sinéad non vedeva. O meglio, come mi avevano spiegato numerosi specialisti scossi nella loro scienza, vedeva cose differenti da quelle che vediamo noi; non percepiva il colore e la forma della materia ma il movimento, non la luce ma il calore.

Per me questo era sempre stato difficile da comprendere. Nel buio sepolcrale della camera da letto, mentre sua madre dormiva io mi alzavo in punta di piedi per portarmi davanti al grande specchio da parete, in modo che la luce della finestra alle mie spalle disegnasse solo il mio profilo sull’argento del vetro, e nel silenzio del respiro muovevo lentamente le braccia e le dita sopra la testa immaginando che fosse ciò che Sinéad vedeva.

“Perché non mi solfeggi ancora qualche brano?” domandò prendendomi le mani con le sue, all’altezza del collo. Per imparare nuovi brani dovevo solfeggiarle cantando le note dei quaderni musicali recuperati nel Palacio de la música; Sinéad imparava l’intensità delle vibrazioni dall’aria e la riproduceva al violino.

“Non ora, ti prego” la dissuasi “Leslie potrebbe svegliarsi.” Le scostai il lenzuolo dal letto. “Ora è meglio che ti riposi” dissi “Domani verrai al cantiere, vero?”

Sorrise di affetto. “No, domani no, davvero” ma mi diede il bacio della buonanotte. Tornai al corridoio di armadi accostati e alla camera da letto dove Leslie si scosse aprendo un occhio e mugolando un saluto: “Tutto bene?”

“Com’è andata la riunione?” domandai.

“Mimose.”

Mi tolsi l’accappatoio e infilandomi sotto le lenzuola sentii immediatamente rilassarsi la colonna vertebrale.

* * *

Il primo giorno che la squadra di Leslie tornò a immergersi, l'ispettore Andrés Ajeno era presente con i suoi calzoni di lino stirati a caldo, ritto sul pavimento sventrato di una mansarda del Barrio Gótico. Gli operai avevano divelto con il piccone travi e mattonelle in modo da potere montare un argano a carrucola sul foro. Affacciandomi, provai vertigini nel vedere la lugubre superficie nera dell’acqua che invadeva sino a metà altezza il locale sottostante. Più sotto, per tutti gli altri piani fino all’antico livello stradale, solo il mare.

Leslie scherzava serenamente con i compagni di immersione, mentre si aiutavano l’uno con l’altro a indossare le mute. Io passeggiavo con le mani in tasca fra gli operai seduti in disparte a consumare la colazione nei contenitori termici, Andrés Ajeno continuava a chiedere a Sáulo i particolari più disparati sulla nostra attività, lanciandomi occhiate indecifrabili.

Sotto la muta Leslie indossava solo il costume da bagno e una canotta di cotone verde scuro. Si raccolse i capelli a crocchia strizzandomi l’occhio con il pettinino fra i denti, quindi infilò la cuffia della muta. Mentre Sáulo controllava i bocchettoni delle bombole, Ajeno lo seguì e lo vidi scambiare qualche parola con Leslie. Improvvisamente mi venne un’idea.

“Sáulo, mettiamo in funzione il monitor” dissi.

Il mio sovrintendente guardò sorpreso il tecnico, che si strinse nelle spalle e cominciò ad affaccendarsi intorno al circuito video. Il loro stupore derivava dal fatto che di solito si utilizzava il monitor solo quando ci si aspettava un ritrovamento importante: trovandoci in una comune casa d’abitazione, l’energia necessaria poteva risultare uno spreco.

Tuttavia Ajeno non conosceva la prassi e non poté eccepire. Come avevo previsto — me ne accorsi in quel momento — fu Leslie a impugnare la telecamera allacciandosela alla cinghietta del polso sinistro; gli altri tre sub si munirono di lampade e la squadra si tuffò attraverso il pavimento sfondato.

Attesi scrutando fra le liste di legno della finestra, nella notte piovigginosa non interrotta da luci elettriche. Ripensai all’ultima gita con Leslie e Sinéad sulla superficie inviolabile del mare, con una barca a remi fra le vie di reti metalliche che sostenevano barricate di rifiuti galleggianti, destreggiandoci fra i terrazzi piatti delle case che affioravano.

“Il collegamento è pronto” annunciò il tecnico; Ajeno e Sáulo erano già con il naso all’insù a scrutare fra le scariche elettrostatiche e l'effetto neve dello schermo monocromatico. Si distingueva un angolo di stanza d’abitazione sommersa, con una luce liquida e tremolante, poi una porta scura; l’immagine si avvicinò all’apertura, la luce mancò poi riapparve, qualcosa di filamentoso attraversò la porta come trascinato da una corrente lenta, poi la luce si spense e quando si riaccese Leslie inquadrava una scalinata in discesa.

Archeologia. Stavamo facendo dell’archeologia subacquea dove solo dieci anni prima tutti noi potevamo transitare, leggeri e privi di preoccupazioni. Così era stato, infatti: Sinéad e io avevamo passeggiato con sua madre, Gwyneath, su e giù per le ramblas durante una lunga vacanza primaverile, senza potere neppure immaginare che dopo due lustri la superficie del mare avrebbe sovrastato di venti metri il selciato, che i raggi solari sarebbero divenuti letali a un’esposizione prolungata costringendoci a vivere di notte, che Gwyneath avrebbe svolto la sua opera senza compenso a Belo Horizonte, e soprattutto che io mi sarei risposato con una ragazza di quindici anni più giovane di me.

Fluttuando in discesa, Leslie e la sua squadra oltrepassarono una matassa di tessuti marciti impigliati nel corrimano della balaustra.

“Trasmissione via cavo?” domandò allora Ajeno, come ricordandosi di un particolare che aveva trascurato di approfondire.

Sáulo annuì, il tecnico rispose “Fibre ottiche”. Un sommozzatore munito di lampada liberò il vano di una porta da una barricata di rottami di legno; un pallone sfilacciato di carta putrida lo avvolse, poi l'uomo si avvicinò al muro seguito dalla telecamera e ne scrostò con una spatolina una zolla di alghe che avvicinò all’obbiettivo.

Dove si trovava Leslie quel giorno in cui Gwyneath, Sinéad e io passeggiavamo per le ramblas, fra gabbie e voliere e banchi di riviste? Diciotto anni, Leslie aveva diciotto anni e viveva a Dublino con i genitori, prima che l’acqua del mare sommergesse tutti i ponti sul Liffey riducendo il centro città a una scacchiera di acqua e tegole, scrostando la vernice dalle porte intorno a Fitzwilliam Square.

Sospirai. “Togliete il collegamento” dissi a mezza voce. Per una dimostrazione a beneficio di Ajeno, forse qualcuno avrebbe dovuto restare al buio quella notte. Leslie continuò a nuotare nell’oscurità rischiarata artificialmente, parecchi metri sotto di noi, fra tovaglie putrefatte e mulinelli di frammenti di vetro.

* * *

“Ozono” disse Sinéad, gettando la parola come un suggerimento. Leslie si riscosse con un sussulto, come se stesse pensando la stessa cosa.

Ci trovavamo in veranda, un tendone da campeggio adattato a frangivento con paletti di lega leggera su quello che un tempo era stato il terrazzo del Corte Inglés. Mia moglie e mia figlia portavano sulle spalle scialli di lana perché la sera era aperta ai venti che raggrinzavano la superficie dell'acqua, fischiando malinconici fra le ringhiere delle terrazzine in città.

“Non riesco a ricordare come fosse prima” proseguì Sinéad “quando l'ozono...”. Rividi, in un amaro lampo di memoria, i denti del pettine legati dai capelli che perdeva.

Sinéad moriva e nessuno poteva farci nulla.

Leslie rabbrividì, fingendo di bere la sua sangría bollente. Io cercai le parole per rispondere a mia figlia, ma Sinéad distingueva solo il movimento dell’aria intorno ai tetti, le scie degli uccelli in cielo e le vibrazioni di calore della metropoli sommersa che si stava svegliando alla dolorosa esistenza razionata della notte.

“Cos'è che suonavi ieri sera?” domandò Leslie con la voce più mansueta che le avessi mai udito.

“Albinoni” rispose Sinéad, quasi orgogliosa di quell’interesse da parte di mia moglie. Per lei, Leslie era la sorella maggiore che non aveva mai avuto. “Ti piace?”

Leslie le sorrise affettuosa. In quel mentre il campanello della porta suonò. Andò ad aprire Sinéad, vocalizzando per guidarsi fra le pareti che conosceva tuttavia a memoria. Tintinnai con l'unghia sul vetro della bottiglia vuota d’acqua minerale mentre Leslie accompagnava le luci delle navi lontane sul mare, quelle navi che fino a cinque o sei anni prima attraccavano al porto e invece ora proseguivano verso sud, verso i nuovi moli di Llobregat.

Sinéad tornò quasi subito conducendo Andrés Ajeno con un completo di lino profumato di lavanderia, un mazzo di fiori introvabili per le due donne e una bottiglia di vino portoghese per me.

L’atmosfera si rivitalizzò subito: Leslie preparò un piatto di ananas flambé e Sinéad ascoltò i nostri discorsi a lume di neon, passeggiando mani in tasca lungo il davanzale della terrazza in attesa che la notte si sciogliesse in lacrime, come sempre.

Andrés parlò di tutto: di politica, di storia, della vita com’era prima, del nostro lavoro; poi venne a sapere che Leslie cantava e Sinéad andò a prendere la chitarra, che lo spagnolo suonò con poca perizia fino quasi all’alba. Leslie cantò in modo eccellente, catalizzando su di sè l’attenzione della compagnia come sempre in tali occasioni. La ammirai orgoglioso, mantenendomi sulle mie mentre Andrés batteva il tempo con il tacco e Leslie accennava addirittura alcuni passi di danza tra una strofa e l'altra. Anche Sinéad suonò qualcosa alla chitarra, ma come sempre finì che Leslie la invitò a prendere il violino.

Impugnò lo strumento come una musa dell’antichità avrebbe sollevato una cetra, gli occhi spalancati per seguire e controllare le vibrazioni dei quarti di tono nell’aria limpida sotto la veranda. E allora la magia della voce di Leslie, quella voce tanto fine e modulata, capace di sedurre per ore intere senza un cedimento, dovette soccombere davanti all’energia del fiddle di Sinéad.

La musica verticalizzò l’aria su di noi. Sapevo cosa vedeva mia figlia perché me lo aveva descritto innumerevoli volte: le onde indecise dei suoni, le note titubanti nell’aria che toccavano incostanti il leggio, gli oggetti sul tavolino, i nostri corpi. Andrés rimase a bocca aperta, Leslie pianse in silenzio, io naufragai nell’oceano dei ricordi. Fummo interrotti dal crepuscolo, e prima che l’aurora giungesse da oriente a ricacciarci nei nostri rifugi, al riparo dalle radiazioni ultraviolette, Andrés Ajeno si congedò.

Dopo averlo accompagnato alla porta, attesi nel buio della stanza che Leslie e Sinéad godessero delle ultime perle di notte, ascoltando involontariamente le loro parole.

“Si è vista la luna stanotte?” domandò Sinéad, forse estasiata dal gioco delle nuvole.

Leslie si strinse nelle spalle “Naturalmente: il cielo era sgombro.”

“E' proprio vero che ha la forma di una moneta?”

Leslie assentì, carezzandole come con noncuranza la pelle delle braccia mitragliata di lentiggini. “E' proprio vero che vedi le parole?” le domandò, forse per la centesima volta.

“I suoni sono onde” confermò Sinéad “Nient’altro che movimento attraverso l’aria.”

“L’aria è trasparente” disse mia moglie fra sé e sé, stringendosi nelle spalle.

“Niente di meno vero” rispose Sinéad entusiasta “L'aria è torri di vapore sul mare, cascate di umidità sulle colline, correnti contorte in lontananza, tagliate dai nastri dei voli d'uccello e dalle onde deboli dei suoni. Non mi capacito che voi siate condannati a non vedere tutto questo.”

Non attesi che rientrassero. Me ne andai a letto, stanco per la lunga giornata di lavoro e martellato da un singulto d’angoscia.

* * *

Mi svegliarono presto, la sera seguente. Un impiegato venne a nome di Sáulo quando il sole era ancora lontano dal toccare l'orizzonte; Leslie lo fece entrare in soggiorno, dove attese in un bagno di sudore per non levarsi la tuta. Io mi vestii di malumore, allacciando con cura la cinghietta della mia tuta che per fortuna dovevo indossare solo pochi giorni l'anno: era un taglio unico, allacciata con strisce di velcro a polsi e caviglie, con guanti e calosce di tela. Dopo una ricerca di vari minuti trovai il copricapo con il parasole e gli occhialoni scuri.

Leslie si grattava nervosamente le mani mentre mi preparavo. “Un ritrovamento?” domandò.

“Nel Barrio Gótico” risposi raccogliendo dalla sedia la valigetta spelata dei documenti, poi seguii l’impiegato alla lancia. Da tempo non ero abituato a viaggiare di giorno, sotto i raggi inesorabili della radiazione ultravioletta, al calore a malapena sopportabile del pomeriggio mediterraneo. Nell'Avenida del Parallel incrociammo il traghetto che tornava dal centro città; il nostro pilota prese male l'onda contraria, che ci sollevò di taglio ricoprendoci di spruzzi e sconvolgendo l'equilibrio del mio stomaco. Dovetti sdraiarmi alcuni minuti, appena sbarcati al ponteggio mobile del cantiere scuola, perché stavo male.

Quando fui in grado di reggermi in piedi, sfilai la tuta con mani tremanti e seguii Sáulo sul ponte arrugginito protetto dall'ombra tranquilla di un tendone a pagoda di tela impermeabile. In file ordinate, erano stesi ad asciugare parecchi oggetti ripescati nell'edificio sul cui tetto ci trovavamo: li passai in rassegna rimuovendone alcuni con il piede per identificarli. C’erano barattoli di conserva, scatole di cartone fradicio contenenti alimentari, giocattoli di plastica ammuffita, apparecchi elettrici arru­gginiti, un registratore a cassette, pacchi di poltiglia che un tempo dovevano essere stati libri.

“So che per i ritrovamenti di una certa consistenza desidera essere chiamato” si giustificò Sáulo.

“Ha fatto bene” dissi sentendomi riaffluire poco a poco il sangue al viso. “Dov'è Ajeno? Forse lo interesserebbe.”

Sáulo rifletté un momento. “Non saprei. Gli avevo detto del ritrovamento...”

La nottata trascorse pesante e monotona nel catalogare gli oggetti rinvenuti. Quando mi trovai di fronte il piccolo registratore a corrente, con il suo filo elettrico e l'imballaggio che l'aveva salvato dal disfacimento, rimasi a rigirarmi la penna fra le mani, incerto; il file del repertorio era aperto sullo schermo del mio portatile, con il numero di catalogo ancora da inserire. Ascoltai per qualche minuto i rumori della notte, assorto, quindi avvolsi il registratore in un foglio di tela cerata, lo legai con uno spago e lo deposi sotto la scrivania, nascosto dietro il cestino del riciclaggio.

Mi dondolai per alcuni minuti, i piedi puntati contro l'orlo della scrivania recuperata da un appartamento signorile dell'ensanche durante il primo anno dall'inondazione, considerando con antipatia Andrés Ajeno. Aveva sopracciglia folte e una carnagione caffelatte da mezzosangue, con una voglia di pelle rosa carne sulla gola; aveva lineamenti eleganti da arabo o da greco, là dove io potevo solo offrire un comune viso europeo, solchi nella pelle delle guance e capelli brizzolati, occhi troppo grandi da vitti­ma, mani grosse da muratore. Mi osservai le mani, a dita aperte: avevo le unghie spezzate dal lavoro e chiazze rosa intenso sul dorso, come pure sulla nuca e sulle spalle, dovute ai primi mesi dalla catastrofe. Il sole ci sta liquidando, pensai.

Riuscivo a immaginare quelle moltitudini laggiù in Africa distrutte dalla carestia. Ironia della sorte, anzi peggio: un terribile scherzo del destino. Ora che finalmente il clima terrestre è divenuto favorevole a precipitazioni sui deserti, a causa dello scioglimento delle calotte polari, i paesi industriali non sono più in grado di fornire le tecnologie necessarie al terzo mondo. E così l'acqua piove per mesi sui deserti, senza che la si possa trattenere con canali e pozzi e cisterne e vegetazione.

Il deserto continua a spaccarsi, e ora che la falla nello strato di ozono dell'alta atmosfera si è allargata sino all'equatore anche la pelle della gente si spacca e brucia. A milioni sono morti di fame, mentre sulle coste di tutto il mondo il livello del mare è salito di metri e metri.

Dove sono ora le grandi città del passato? pensai sentendo l'amaro in bocca. Sono tutte sommerse sotto oceani d'acqua. Barcellona, Londra, Marsiglia, Napoli, Amsterdam, Copenaghen, Stoccolma, Leningrado, Istanbul, Lagos, Città del Capo, Calcutta, Bombay, Sydney, Shangai, Tokyo, Buenos Aires, Rio de Janeiro, New York, San Francisco. L'acqua sta spolpando in correnti tiepide secoli di civiltà e barbarie, le testimonianze di millenni fluttuano fra palle d'alghe marce sotto il sole omicida. Tentiamo di recuperare le memorie della nostra follia, ma l'energia che noi archeologi d'acqua consumiamo è un peso insopportabile per questo mondo dissanguato: perciò vogliono liquidarci. Per terminare questo spreco l'ispettore è qui.

Mi alzai in piedi d'impulso. L'ispettore.

Feci per uscire, quindi tornai a prendere l'involto di tela cerata sotto la scrivania e stringendolo sottobraccio scesi al molo, evitando di salutare i miei sottoposti perché non mi chiedessero dove andavo.

Attesi il traghetto inventariando le costellazioni, quindi salii sull’imbarcazione stracarica di pendolari che dalla barriera di Badalona tornavano ai quartieri dormitorio del Llobregat. Sedetti di malumore, l’involto poggiato sulle ginocchia, tanto stanco che quasi mi assopii al rollio monotono del traghetto; ma giunto a casa mi sentivo deciso più che mai.

Uscii da solo sul ponte, qualche minuto prima dell’attracco. C'era una vecchia dalla pelle arsa, con macchie scure sul viso e profonde occhiaie di eritemi: vendeva fiori. Comprai una rosa rossa dal lungo gambo di spine, poi saltai sul molo di casa, salendo di corsa le rampe di scale.

Richiusi la porta alle spalle, chiamando mia moglie. Il solo suono che si udiva era una vibrazione ritmica a intervalli regolari di alcuni secondi. Leslie non era nello studio nè in camera da letto; neppure sul terrazzo, dove amava distendersi a leggere alla luce della luna riverberata da uno specchio.

Seguii la vibrazione che mi condusse in camera di Sinéad. Mia figlia era seduta davanti a un tavolino basso su cui erano poggiati quattro piani armonici di violino, due superiori e due inferiori, appartenenti a strumenti smontati. Sui primi tre distinsi figure barocche disegnate con limatura di ferro trinciata finissima che Sinéad mi aveva richiesto un mese prima: mi sembrò di riconoscere lo spaccato di un nodo di onice, con le venature concentriche a ovale. Poi c’era una tela di ragno con fili di limatura paralleli che dalla filettatura curvavano verso il centro, più carichi sull'orlo e radi in corrispondenza della giuntura sul fondo del piano armonico. Prima che potessi osservare la terza figura, Sinéad mi salutò con gli occhi gonfi di stanchezza.

"Cosa fai ancora alzata?" le domandai; mancava poco all'alba. Sinéad indicò il piano di violino che aveva davanti, il quarto, sul quale aveva appena versato un pugno di limatura di ferro. Toccò qualcosa sotto il tavolo, e una corda batté contro il legno provocando vibrazioni nella limatura, precisando le figure già disegnate e abbozzando l'ultima. Appena terminata l'onda di una vibrazione, Sinéad percuoteva nuovamente la corda sotto il tavolo e la limatura danzava con suono di sabbia, finché anche la quarta figura fu completa: era una variante della prima, come un grosso uovo a più gusci visto in sezione.

“Alla frequenza giusta” spiegò Sinéad, “la limatura rimbalza su questi nodi, disegnando i contorni delle aree di vibrazione, disponendosi su configurazioni particolari.”

Osservai ammirato, annuendo, dimenticando di darle il dono che avevo sottratto al cantiere. Mi disse che Leslie era al colle, allora tornai al traghetto per andarle incontro.

* * *

Il profilo di Montjuich era appena abbozzato dalle luci economiche arancio, come la riproduzione tridimensionale di un insieme di Mandelbrot. Nel nostro mondo ricondotto con violenza a una civiltà più ragionevole, alle tecnologie dolci e alle energie riciclabili, l'elettricità ha un costo esorbitante che la comunità internazionale ripartisce con il controllo della produzione e della distribuzione. In questo senso, anche il consumo di energia di un semplice registratore a nastri è un lusso illecito.        

Il registratore. L'avevo lasciato in camera di Sinéad, ancora impacchettato.

Iniziò a piovere; tutto quel giorno il cielo era rimasto coperto, l'aria opprimente per l’umidità: l'effetto serra continuava a perpe­tuarsi dopo anni dalla catastrofe, e chissà quanto ancora sarebbe occorso prima che la temperatura media del pianeta calasse di uno o due gradi.

Limatura di ferro. Cosa vedeva Sinéad delle vibrazioni sul piano armonico di acero? Una danza delirante di sabbia, il movimento verificabile della polvere di ferro sui nodi armonici: migliaia, milioni di piccole luci in movimento, bruscolini rotolanti, granelli su granelli di agitazione, sabbie mobili di vibrazioni.

Guardai l’orologio, era tardi; il battello accostò al pontile de las Cascadas, dove distinsi sotto la pioggia tiepida il cutter di servizio del cantiere sperimentale. Sbarcai con tutti gli altri passeggeri, per la maggior parte lavoratori di ritorno a casa, e salii la scalinata che sembrava sorgere dalle acque per immergersi nel verde del pendio che conduceva al museo. Sentivo sul viso e sulle braccia l'acqua mite; avevo dalla mia il fatto che Leslie odiava la pioggia e portava sempre con sè un ombrello di colore sgargiante che le avevo regalato al tempo in cui ci eravamo corteggiati, a Dublino, la stessa città in cui dodici anni prima avevo sposato Gwyneath.

C'era una funicolare, ma riservata agli invalidi; salii la scalinata a passo doppio, fino a distinguere sopra le teste della gente che mi precedeva l'ombrello colorato di Leslie; allora mi scostai da parte, sollevando il bavero della tuta senza allacciarlo e coprendomi il capo con il cappuccio.

Leslie stava scendendo, con lei c'era Andrés Ajeno. C'era poca luce sulla scalinata fra il verde, sotto le pale dei generatori di energia eolica, perciò non mi distinsero: più probabilmente non si aspettavano di vedermi ed erano inoltre assorbiti dalla loro conversazione. L'ispettore indossava un elegante trench di stile italiano, con fibbie ai polsi e in vita, e un cappello a tesa larga di colore scuro; teneva una mano in tasca e l'altra sotto il braccio con cui mia moglie reggeva l'ombrello. Leslie aveva incredibilmente scordato di cambiarsi d'abito, e indossava la sua abituale tenuta per le riunioni del comitato femminile: calzoni neri, una camicia di seta candida e un elegan­te gilet che le aveva regalato Sinéad prima di rinchiudersi per sempre nella propria camera.

Mi passarono dinanzi e udii solo poche parole che non mi permisero di decifrare la loro conversazione. Dall'alto seguii la loro discesa, l'ombrello che tagliava la folla con la sua luminescenza albina da città delle nebbie; li seguii. Il conducente del cutter uscì dal ristorante ai piedi della scalinata, quello che spesso si allagava con l'alta marea; dunque Ajeno usava i mezzi che gli mettevo a disposizione per riaccompagnare a casa mia moglie.

“Si sente bene, ingegnere?” una voce mi riscosse dai miei pensieri. Era Bea Fuentes, una sommozzatrice del turno mattutino che si recava al lavoro nella sua tuta di gabardine blu. Ricambiai il suo sguardo con un'aria da asceta scarmigliato che dovette preoccuparla ancora di più. Mi accompagnò al bar, ordinandomi un caffè forte e raccontandomi della sua squadra e della festa d'inaugurazione del primo tratto di diga che gli operai avrebbero organizzato per l'ultimo di aprile.

Pochi minuti dopo, seduto sul traghetto accanto a lei prima di cambiare davanti all'arena, presi dal taschino interno della tuta l'agenda elettronica su cui annotavo gli appuntamenti e vi digitai sopra:

“L'effetto serra ha sommerso la civiltà e i clorofluorocarboni ne impediscono la ricostruzione. Di giorno la radiazione ci impedisce di lavorare all'aria aperta se non protetti da tute che non lasciano scoperta la minima porzione di pelle; di notte la pioggia incalzante lava via le colline che la vegetazione marcita non riesce più a trattenere; così slittiamo nel fango, ogni giorno di più, con le nostre mura medioevali e i grattacieli, i parchi cittadini e i supermercati, le torri cambogiane e le cattedrali fiamminghe, le piramidi maya e quelle egizie: il fango è la nostra tomba, è il destino contro il quale gli ingegneri come me lavorano per strappare il passato e il futuro della nostra umanità. Il fango ha sepolto le coste e i porti, i confini nazionali, le centrali atomiche e le scuole, la Chiesa cattolica e l'Islam, il capitalismo e i parlamenti, le Borse valori e gli aeroporti, ha sepolto la Storia intera insieme a un miliardo di morti. I ghiacci fusi sono su di noi per affogarci, la falla slabbrata dell'ozono congiura per impedirci di risollevare la testa dal fango.”

Ma chi l’ha voluto? mi domandai salendo le scale di casa. Sono tutte cose risapute, ciò che ho appena scritto non è che spazzatura, demagogia. Siamo stati noi a volerlo, non ci siamo arrestati di fronte ad alcun avvertimento. Ora è ovunque vietato l'uso di fonti energetiche non riciclabili, ma l'era del petrolio e del carbone fossile ci ha sepolti.

Aprii la porta di casa; Leslie era al tavolo dove avevo deposto la rosa rossa in una piccola anfora di vetro soffiato. Non c'era traccia di Andrés.

“E’ per me?” domandò. Sollevai le sopracciglia ed assentii, allora venne a gettarmi le braccia al collo in un fluttuare di ciglia e di orecchini.

“Sei sempre troppo generoso con me” disse con un sorriso profumato di lucidalabbra. Mentiva, e sapeva che io sapevo.

Quando ci eravamo conosciuti, in una domenica di nebbia in cui lei suonava l'arpa celtica in riva al Liffey insieme a ragazzi della sua età, mi aveva subito impressionato per la sua bellezza. Pochi giorni più tardi, seduti al tavolino di un ristorante in Grafton Street (Sinéad pranzava a scuola) mi aveva confidato che adorava gli uomini belli, ma che con me avrebbe potuto fare un'eccezione. Allora non compresi che era ossessionata dalla bellezza in tutti i suoi aspetti, ma più tardi trovai conferma che la sua vita era dedicata alla ricerca dell'ideale della perfezione: vivere con un uomo come me significava sentirsi libera di perseguirla senza limitazioni.

Era l'alba. Lasciai Leslie con la sua, la mia rosa rossa, e andai in camera di mia figlia per consegnarle il registratore trafugato per lei.

* * *

Al risveglio un giorno trovai due amare sorprese. Era metà aprile, la stagione proseguiva piovosa e viscosa di umidità con poche ore di insolazione fatale. Marciva la rada erba di colore malato sulle colline, marcivano la putrida vegetazione delle isole galleggianti fra i tetti delle case e le poche piante che Leslie teneva sul pianoforte a coda del soggiorno. L'aria sembrava liquefarsi, si appiccicava addosso a ogni minimo movimento.

Sinéad suonava imperterrita, i capelli incollati alla fronte, un fazzoletto intorno al collo; Leslie era scesa nella piscina del palazzo, l'appartamento del nono piano opportunamente drenato e sigillato, e si lasciava galleggiare in costume da bagno con una bottiglia di birra Dos Équis in fresco dentro un secchiello di ghiaccio. Anche Sinéad scese in acqua, perché rischiava di macchiare con il sudore delle mani la tastiera del violino; ma prima volle che la pettinassi, e allora mi ritrovai le mani piene di capelli caduti. Quella sera aveva occhiaie profonde e la carnagione troppo pallida: capii che il suo tempo si avvicinava, che nulla al mondo avrebbe potuto arrestare il suo peggioramento, che di lì a poco sarebbe sbiadita svanendo dalla mia vita in un modo ben più definitivo di sua madre.

La ragione della sua morte prematura era collegata con quella delle sue facoltà anomale: quando  la gravidanza era in corso, Gwyneath e io abitavamo a Piacenza; durante l'incidente alla centrale nucleare, prima che si provvedesse all'evacuazione degli abitanti, una dose eccezionale di radiazioni si era liberata nell'atmosfera, nelle acque, nel terreno. Sinéad era figlia di questa mutazione, e portava con sè la propria condanna a morte sino dalla gestazione.

Quel giorno il mare era agitato anche all'interno della laguna di Barcellona. Solo due squadre erano in immersione, ma la seconda amara sorpresa mi attendeva al cantiere: l'ispettore straordinario Andrés Ajeno ci accusava di eccessivo consumo d'energia. Sáulo era elettrizzato per l'apprensione, gli operai anziani per la minaccia al posto di lavoro. Cercai Andrés, ma mi disse piuttosto bruscamente che preferiva farmi avere copia del suo rapporto appena prima dell'inoltro al Ministero, per le mie osservazioni.

Se ne andò chiamando a gran voce un’imbarcazione.

“Che facciamo?” domandò Sáulo venendomi accanto.

Guardai il cielo: “Tra poco spioverà” previdi “Segui tu i lavori: non rimandare a casa gli operai, potrebbero preoccuparsi più del lecito. Io ho bisogno di parlare con quel tanghero.”

Così dicendo presi il mio impermeabile da lavoro e corsi dietro Ajeno, tenendomi fuori dalla sua vista. C'era solo un’altra barca all'attracco al molo del cantiere, e la presi io. Sciolsi la gomena e la vela, e cingendomi la vita per controllare la boma mi misi al timone. La barca di Ajeno, condotta da un marinaio, veleggiava già verso Plaza de Catalunya fra i marosi grigi. Calcandomi il cappuccio sugli occhi la seguii sino alla Gran Via, dove virò a destra verso l’Arena monumentale e poi più addentro nell’ensanche, fino alle guglie della Sagrada Familia che si ergevano sulla tavola piatta del mare come torri di fiaba fra le pale dei generatori eolici.

Oramai non pioveva più e il vento si era zittito. Ancorai la barca all'inizio del pontile mobile di corde, agganciato al tetto delle case di calle Mallorca che andavano disfacendosi sotto gli agenti atmosferici. Era quella la fermata del traghetto; tenendomi saldamente al corrimano, mentre le traversine sotto i miei piedi si sollevavano al respiro agitato del mare, attraversai il pontile per tutta la sua lunghezza. Il vento aveva trasportato filamenti di alghe fradice che si erano impigliati nel legno e sul corrimano.

La barca presa da Andrés era ancorata sotto il portale destro, il marinaio si era dileguato. Frugai nel cassone degli attrezzi a prua, impadronendomi del binocolo. L'ascesa sulla scala a chiocciola all'interno della guglia fu faticosa, anche perché a mano a mano che salivo il vento si faceva più insistente. Mi arrestai per riposare, e accostandomi a una colonna incollai gli occhi al binocolo, percorrendo una a una le guglie.

Lo vidi: stava salendo sulla torre simmetricamente opposta, con il passo flessibile della sua eleganza castigliana. Risalii con lo sguardo sino alla sommità, ma non distinsi mia moglie. Continuai l'ascesa, lacerato dal senso di vertigine nel vedere le rare luci della città molto più in basso. Giunsi sulla sommità affannato, mi abbandonai con la schiena contro la pietra fredda della costruzione puntando subito il binocolo sulla guglia vicina.

Dapprima non li vidi, poi apparvero dietro una colonna, capelli al vento e l'uno accanto all'altro, tanto vicini attraverso le lenti che mi parve di potere essere fra loro con quattro passi. Avvicinai la prospettiva per distinguere l'espressione del volto di Leslie, badando di non sporgermi dal mio riparo perché da quella distanza avrebbero potuto notarmi facilmente: ma l'immagine delle lenti era piatta, Leslie sembrava muoversi su uno schermo cinematografico. La luce della luna, da poco comparsa in una frattura delle nuvole, disegnò la sua camicet­ta di seta cruda e la macchia d'oro bianco dei capelli, e il  trench limpido di Andrés. Soffiai sulle lenti per pulirle, quindi guardai l'ora: avevo ancora parecchio tempo.

Anche loro ne avevano. Il piano di Andrés, gettare il panico al cantiere per tenermi occupato, era di una semplicità esemplare. Ora i due si trovavano nel punto più lontano da me, parzialmente coperti da una colonna di pietra; Leslie era affacciata a guardare la città affogata, o forse il  cantiere dove credeva che io stessi adoperandomi per apportare tagli ai consumi energetici. Le mani mi tremavano nel tenere il binocolo, sentivo il sangue pesante nelle viscere.

Mi accorsi allora di avere freddo, più che altro per il vento che non accennava a calare: aveva sbarazzato il cielo e ora sventolava le falde del trench di Andrés. Fulmineamente, desiderai che gli strappasse il cappello per scaraventarlo in picchiata verso il mare, magari per impigliarlo su uno dei pinnacoli della chiesa, giù in basso, o trascinarlo in sù con una folata fino alle antenne ricetrasmittenti montate in cima alle guglie.

Invece si accostò a Leslie da dietro; mi avvicinai più che potevo, lo vidi posare un braccio sulle sue spalle, forse conversando. Mi sentii rimescolare dentro, sentii i nervi delle gambe duri come filo di ferro. Guardai intorno per cercare un sasso o un altro oggetto contundente, poi tornai con l'attenzione ai due, attraverso le lenti.

Leslie si voltò verso di lui, guardandolo dal basso in alto; sullo schermo piatto della prospettiva vidi i loro visi accostarsi finché le labbra si toccarono. Mi pareva tanto irreale che avrei detto di trovarmi al cinematografo. Sullo schermo la protagonista baciava il suo corteggiatore. Le labbra di Ajeno su quelle di Leslie, le mani sulle sue spalle, sui fianchi, sotto la camicia... Sentivo i muscoli delle braccia tendersi come le corde di un arco.

E con una lentezza innaturale da schermo le dita di Ajeno si mossero intorno al collo di mia moglie, poi si abbassarono aprendo la camicetta; il seno nudo di Leslie, bianco come la seta cruda, si donò agli occhi dell’uomo e alle mie lenti. Lo vidi abbassare lentamente il capo.

Te la sei cercata, dissi a me stesso. Leslie era irlandese come Gwyneath, era giovane, era bella: mi era sembrato tanto naturale e fantastico sposarla per averla sempre con me, per proteggerla, per guidarla, per goderne. Invece era con una donna come Gwyneath che avrei dovuto vivere. "Non so come abbia potuto nascere una figlia bella come Sinéad da due genitori come noi" diceva sempre la mia prima moglie. Leslie no, Leslie rischiarava la notte piovosa del mondo senza ozono con l'alba dei suoi capelli, delle sue labbra, dei suoi occhi.

Mi irritai per il mio sentimentalismo da teleromanzo, poi ricordai che da anni non esistevano più teleromanzi, solo la vita reale.

Rimasi alcune ore sulla guglia della Sagrada Familia a mangiare freddo e livore, finché Leslie e Ajeno non ridiscesero.

* * *

Piovve per quasi un mese, come se tutti i ghiacci che da ere geologiche gravavano sull’Antartide si fossero sciolti contemporaneamente. Se sopra le nostre teste non ci fosse stata l’invisibile falla slabbrata nello strato d’ozono dell’alta atmosfera, certamente la vegetazione sarebbe sbocciata rigogliosa su tutto il pianeta; invece solo intorno alla fascia equatoriale le condizioni erano tali da favorire i più indifesi abitatori del pianeta: i vegetali, che stavano riconquistando all'uomo la centralità nella sfera biologica.

Il rapporto che Andrés Ajeno inviò al ministero a Madrid, e che mi passò per conoscenza, era estremamente critico. Suggeriva un taglio del 30% sulla nostra assegnazione energetica: avrebbe significato l'abbandono del cantiere sperimentale, la parte del nostro lavoro che io consideravo più utile.

Per tale ragione, e per Leslie, decisi di uccidere Ajeno. Me ne convinsi un mattino d'insonnia: quella notte Leslie, che non aveva potuto lavorare, era rimasta a casa; Sinéad mi aveva raccontato di averla udita mentre, nascosta dietro la porta del corridoio, ascoltava gli esercizi di violino. Si era tradita perché singhiozzava di malinconia.

Ora Leslie dormiva voltata sul fianco. Io passeggiavo lungo le finestre schermate della camera, riflettendo sul pallore di Sinéad e sulle sue unghie bianche di dolore. Leslie aveva un sorriso da sogno premonitore. Discostai con attenzione il lenzuolo: dormiva con solo una canotta di cotone e calzoncini leggerissimi. Si lamentò nel sonno cambiando posizione. Allora, guardandola con occhi da malato di struggimento, compresi che dovevo uccidere Andrés Ajeno.

Sinéad stava suonando. Amava provare al mattino, i tendoni tirati alle finestre, mentre il mondo sommerso riposava. Fuori dai vetri l’acqua evaporava sotto il sole, generando una foschia irreale che il vento basso trascinava fra le terrazze incrostate di salmastro delle case.

Sinéad stava morendo. Portava la condanna inscritta nelle proprie cellule da ancora prima della nascita; il registratore a CD che le avevo regalato suonava piano nella sua camera, succhiando al circuito elettrico preziosa energia. Ma questo a Sinéad lo dovevo, la mia bambina che stava per partire per il viaggio più lungo. Poteva finalmente ascoltare la sua collezione di nastri magnetici e imparare un intero universo di motivi nuovi senza la penosa applicazione dei miei solfeggi cantati. Che Ajeno e la sua energia andassero all'inferno.

E aprile passò, giunse l'ultimo del mese e la festa d’inaugurazione del primo segmento di diga, fra l’arco di trionfo e il vecchio giardino zoologico. Si tenne all’ultimo piano, l’unico agibile, del palazzo del Parlamento catalano, che gli operai attrezzarono con tavoli e striscioni multicolori e casse piene di bevande. Sáulo mi mostrò i locali, quindi tornai a casa in traghetto a prendere Leslie.

Avrei voluto portare anche Sinéad, ma ultimamente era stata molto male: tossiva in continuazione e non osava neppure passare davanti a uno specchio. Invece trovai Leslie intenta a contemplarsi, con due orecchini d'oro a conchiglia e il rossetto fra le dita.

“Stasera ho parlato con Sinéa,” disse.

“Mi racconterai dopo,” risposi, “è tardi, dobbiamo prepararci.”

Cercai nell’armadio la giacca migliore, quella di lino tinto, e la camicia bianca da cerimonia; quando tornai in soggiorno Leslie era pronta, con la sua gonna elegante di seta e le scarpette da ballo, una canottiera di cotone rasato e uno scialle di Manila sulle spalle.

“Sono preoccupata per Sinéad” disse toccando nella borsetta come per mostrarmi qualcosa. Non l'avevo mai veduta tanto in pensiero per mia figlia; di solito, evitava l'argomento come se scottasse.

Andai a bussare alla porta di Sinéad. Era seduta accanto alla finestra, assopita sulla sedia a dondolo tarlata che avevo recuperato per lei; la baciai sulla fronte senza svegliarla, scostando appena il foulard di seta che portava avvolto in capo per dissimulare la caduta dei capelli.

Mi venne allora in mente il giorno in cui trovai il biglietto d'addio di Gwyneath, quando prese la nave per il Brasile; dopo averlo letto rimasi alla finestra ad attendere il ritorno di Sinéad, che era uscita con amici, e quandola vidi salire lungo il leggero pendio della via notai da lontano che portava in capo un fazzoletto annodato dietro la nuca, e che i vestiti che indossava, smessi da sua madre, erano di una misura di troppo per il suo fisico acerbo; infine, realizzai che da quel momento avrei dovuto occuparmi di Sinéad da solo.

Sedemmo in silenzio sul traghetto, ognuno con i propri pensieri. In quel momento non mi importava che Leslie stesse fantasticando su Andrés Ajeno; più tardi invece, quando me lo trovai davanti alla festa con il suo completo di gabardine color carta da zucchero, provai un moto di repulsione. Tutti sembravano temerlo e ossequiarlo, come se la loro deferenza potesse in qualche modo mutare il verdetto del Ministero.

Come al solito mi isolai dall’epicentro della festa; era una notte serena e fresca, sarebbe stato un delitto non passeggiare sotto gli archi di pietra della veranda. Con un bicchiere di succo d’arancia, chiacchierando con Sáulo o con qualche tecnico, tenni d’occhio Ajeno. La sua sfrontatezza era persino eccessiva: al nostro arrivo ci era venuto incontro per i saluti, facendo in modo di tenere la mano di Leslie nella sua con leggerezza. Ora si univa a un gruppo ora all'altro, sempre al centro dell’attenzione, senza mai perdere d’occhio Leslie, attendendo probabilmente l’inizio delle danze.

Per timore di mandare a monte il mio piano mi innervosii e alzai forse troppo il gomito; Bea Fuentes venne poi a distogliere la mia attenzione da Leslie e Andrés, mostrandomi la rosa che le era stata donata all'arrivo, come a tutte le altre donne.

“Questa sera è triste, ingegnere” disse. Sporgendosi dal davanzale della veranda a tre archi, lasciò dondolare il fiore tenendo il gambo fra due dita. “Quanto tempo occorrerà perché tutto il centro città sia recuperato?”

Sbirciai dallo spiraglio della porta aperta, alla luce delle torce; Leslie non si vedeva, e nemmeno Ajeno. Seguii allora l'oscillare del fiore fra le dita di Bea; immaginai cosa avrebbe visto Sinéad, e mi venne in mente il ritornello di una canzone: la rosa en la liga…

"Dipende dalla fiducia che ci dà la Comunità europea" spiegai di malumore "Anni, comunque."

"Là sotto" continuò Bea indicando avanti a noi "c'è un mondo intero da recuperare, e loro pensano al consumo energetico. Non si rendono conto del debito dell'umanità?"

"Non è proprio così" borbottai "Ci sono tonnellate di fango, detriti e vegetazione da rimuovere..."

"Domani sarà maggio" continuò Bea carezzando con il pollice i petali.

Annuii. "Ben venga maggio, allora" dissi.

La musica da ballo iniziò in quel momento. Bea mi guardò come se volesse domandarmi qualcosa, poi abbassò gli occhi. Gettai un altro sguardo alla distesa d’acqua interrotta, quindi le domandai se volesse rientrare. Parlammo ancora per qualche minuto, ma udimmo il battito di mani a ritmo e facemmo rientro. Il fiore di Bea cadde avvoltolandosi su se stesso verso la superficie di policarbonato del mare.

Trasecolai. Si erano messi tutti da parte, al bordo della pista da ballo improvvisata, per fare largo a Andrés Ajeno che si era slacciato giacca e cravatta e danzava martellando i tacchi sul pavimento. Gli spettatori gridavano entusiasti, e prima che potessi scorgere Leslie lei scivolò fuori dalla folla piroettando, la rosa agganciata sullo scialle con una spilla.

Mi irrigidii per non lasciare trapelare le mie emozioni. Tutti urlarono e applaudirono più forte per una giravolta della gonna di Leslie. Ajeno pestò i tacchi e con un balzo le fu davanti, allora Leslie sfilò la rosa dallo scialle, che ricadde in terra, e la prese fra i denti, continuando a danzare con improvvisazione intorno al ballerino, il quale invece conosceva bene ogni passo. Bea Fuentes mi stava guardando furtivamente. Senza smettere di danzare, Leslie si sollevò la gonna sulla coscia e fra le urla infilò la rosa nell'orlo delle calze, spezzandole il gambo di spine. La rosa en la liga.

Tornai fuori, all'aria fresca, e ci rimasi finché la musica non calò di tono. Allora Ajeno mi raggiunse.

"Lei non si diverte, ingegnere" disse posandomi un braccio sulle spalle con eccessiva confidenza "Venga, facciamo due passi insieme."

"Non di là" risposi "scendiamo dove ci sia meno gente" e poi a denti stretti: "questo baccano mi irrita."

Le sale al piano inferiore erano allagate sino a metà altezza, ma dove guidai Ajeno la scala si interrompeva su un ballatoio di marmo che sembrava galleggiare sul livello dell'acqua. La camera era semibuia, riscaldata solo dal riflesso delle luci del piano superiore.

"E' bello qui" commentò, forse impressionato dall'atmosfera di sospensione temporale in cui sembrava immersa la stanza, con la tavola scura e piatta dell'acqua che aveva invaso il palazzo.

Io tremavo come un alunno davanti alla commissione d'esame. Non sapevo cosa dire per rimandare il momento.

"Io e lei non abbiamo mai avuto una franca conversazione, ingegnere" disse Ajeno disarmandomi. Si affacciò al parapetto del ballatoio, osservando la lenta corrente d'acqua invadere il palazzo dalle finestre frantumate alla nostra altezza. "E ora è troppo tardi" proseguì "domani torno a Madrid".

Con le gambe molli tastai dietro le tavole di fianco alla porta, grattando le unghie contro l'intonaco, ritrovandomi in mano il corto manganello di gomma che vi avevo nascosto. "Penso che rimpiangerò Barcellona" stava dicendo Ajeno, dandomi le spalle, ma non lo udii nemmeno; stavo sudando freddo. Si voltò ignaro un attimo prima del previsto e invece che alla nuca lo colpii al plesso solare.

Cadde in ginocchio, incredulo, boccheggiando. Gli poggiai la suola della scarpa in faccia e lo spinsi all'indietro, sulla scalinata sommersa; un tonfo, e scomparve fra i riflessi nell'acqua nera che si richiuse immediatamente. Non si agitò neppure, non tornò a galla. Poche bollicine di aria e  nulla più; attesi parecchi minuti, tremando di smania o di inquietudine, quindi tornai al piano superiore badando bene di non farmi scorgere all'arrivo.

Attesi all'aria fresca che mi si asciugasse il sudore, ma quando rientrai nel salone della festa tremavo ancora. Qualcuno aveva portato una chitarra perché Leslie stava cantando mentre tutti battevano le mani. Mi accostai a Bea Fuentes.

"Dov'è stato?" mi domandò.

"Sono sempre stato qui" risposi fingendo sorpresa.

Mi lasciai coinvolgere dalla festa per cercare di dimenticare il corpo di Ajeno al piano di sotto; trascorsero certamente ore intere, perché il cielo cominciava a schiarire quando, mentre ballavo con Bea, capitai accanto a mia moglie a un cambio partner. Senza dire una parola, Leslie mi pose le braccia al collo e si lasciò cingere i fianchi.

Con le mani sulla fusciacca di seta alla vita della sua gonna, pensai al fiore infilato nella bretellina del reggicalze come un segnalibro nel cuore di un romanzo. La rosa en la liga... la soledad vive clavada en el barro.

Ballammo senza parlare per quasi un quarto d'ora, poi Leslie alzò il viso e vidi le sue guance rigate di pianto. Pensai fosse perché Ajeno era in partenza, e mi gonfiai di indignazione.

Mi posò il capo sul petto. "Usciamo?" disse senza guardarmi. La seguii in veranda. Alcuni ospiti stavano già ripartendo; avrei voluto fare il nome di Andrés per vedere la sua reazione, ma mi trattenni.

Si frugò nella borsetta, e allora ricordai che già prima d'uscire di casa aveva accennato a mostrarmi qualcosa; estrasse una busta di carta velina che conteneva un oggetto morbido grosso come un dito. "Sinéad mi ha dato questo ieri pomeriggio" disse "sono preoccupata per lei."

Meccanicamente presi in mano la busta; mi trovai con una ciocca di capelli di mia figlia, recisi con una forbice. Aggrottai la fronte, quindi sbiancai. "Leslie..." balbettai.

"Avrei voluto dartela ieri sera" rispose "ma mi hai interrotta."

Mi precipitai al molo, saltando sulla prima barca; purtroppo, non essendo un raduno ufficiale, erano tutte vele. Impugnai la boma con una mano tremante e condussi in piedi, seguendo le deboli indicazioni fosforescenti sulle reti metalliche parietali, notando che altre vele mi seguivano, finché giunsi a casa. Senza neppure legare la barca balzai sul molo, salendo due a due gli scalini, incespicando, scivolando, piangendo e bestemmiando, ma quando giunsi in camera di Sinéad il registratore suonava la "Sinfonia dei Pianeti" di Holst, e mia figlia era sdraiata a viso in giù sul letto, il fazzoletto in capo.

Il cuore non le batteva più. Sul comodino era posato un bicchiere vuoto, Sinéad aveva le labbra viola di morte e la pelle del colore della luna. La strinsi fra le braccia, bestemmiando lacrime tardive sulla sua camicia di cotone, carezzandole il viso sotto il foulard di seta che le nascondeva la vergogna della chioma diradata, sfiorandole con le labbra gli occhi che non avevano mai potuto vedere la luna perché non si muove, nè leggere un libro o uno spartito per lo stesso motivo, mordendole le labbra che sapevano di mandorla, carezzandole le spalle da ragazzina, stringendole i polsi da bambina, baciando la stessa fronte di Gwyneath fino all'alba, mentre Leslie che era sopraggiunta rimaneva inchiodata sulla porta a mangiare la rosa rossa, urlando come una demente e graffiandosi il volto con le unghie.

 

Franco Ricciardiello

 

Scritto tra gennaio e febbraio 1988

 

Pubblicazioni:

1.      "Intercom" n. 126/127, Terni 1992

2.      "Carmilla" n. 1, Bologna 1998

 

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