FRANCO RICCIARDIELLO

Fiore di sangue

 

 

Il bulldozer risalì rapidamente il monticello di terra e detriti che ormai andava formandosi di fronte all’edificio. La lama affondò nel muro già sbreccato e demolito e ne asportò una parte in un rovinio di cocci e polvere di terracotta: il bulldozer ridiscese con il suo carico di mattoni e lo scaricò poco distante.

Gianna si avvicinò alla macchina di demolizione, calpestando pezzetti di mattone e polvere rossa frammisti ad intonaco; anche l’aria cocente era satura di polvere di terracotta. Il rettile nella cabina del bulldozer era abbondantemente sudato. Poco distante dall’edificio da demolire c’erano due uomini e un canide, che doveva essere ingegnere. Stavano guardando delle mappe seduti ad un tavolino, sotto un ombrellone che li riparava dai raggi infuocati del sole.

Gianna aveva caldo; l’unico rumore che percepiva era il ronzio sommesso della macchina e il fragore dei mattoni sotto la lama. Si diresse verso il tavolino sotto l’ombrellone a passi leggeri; il canide la vide e interruppe la discussione. I due uomini che sedevano con lui seguirono il suo sguardo e videro Gianna che si avvicinava nella piana deserta.

— Chi è lei? — chiese il canide quando fu giunta vicino a loro.

Gianna si tolse di tasca una plasticarta di identità e la porse all’Ingegnere. — Sono lo Storico Gianna Nemesia. Ecco i miei documenti; sono stata inviata dalla Federstorici ad esaminare le ultime rovine del pianeta, prima della demolizione totale.

Il canide storse la bocca in segno di disgusto. Uno Storico in missione ufficiale avrebbe ritardato le operazioni di demolizione. — Io sono l’Ingegnere Sarro; le metteremo a disposizione un appartamento al Campo. La preghiamo di non interferire nelle operazioni, dato che dovranno concludersi il 15 fruttidoro.

— Cittadino Sarro, io sono qui per salvare l’ultimo patrimonio artistico del pianeta dal quale partì l’umanità. Farò tutto ciò che credo opportuno e voi non mi ostacolerete.

— Va bene, cittadino Nemesia — si arrese il canide. — Credevo che voi Storici foste abbastanza intelligenti da non credere a tutte le dicerie secondo le quali gli uomini sono originari di questo pianeta.

Gianna si arrabbiò, ma si tenne a freno. Si voltò e si allontanò dal tavolino, camminando sulla terra rovente. Davanti a lei, oltre una duna, sorgeva una strana costruzione: osservandola, si scordò dei modi bruschi dell’Ingegnere Sarro.

Era un’enorme sfera alta almeno 800 metri, poggiata sopra un’imponente scalinata. Dal punto in cui si trovava, Gianna non poteva vederne che la calotta superiore di un bianco abbagliante. Il resto era sul fondo di un lungo solco sinuoso. A mano a mano che si avvicinava, la costruzione si dispiegava nella sua soffocante enormità. Gianna se ne sentì oppressa, schiacciata; scendendo le pareti del vallone percepì una presenza arcaica stagnante nella sfera.

Si alzava assurdamente enorme, come una mongolfiera per elefanti, quasi un piccolo asteroide. La sua superficie bianca era abbagliante. Quando Gianna giunse sul fondo dell’avvallamento, si accorse di trovarsi nel letto prosciugato di un fiume immenso. Quando l’acqua doveva scorrere fresca e lenta nel suo bacino, la sfera doveva sorgere dalle sue scalinate come un immenso dio delle acque a sorvegliare l’integrità del suo mondo.

Gianna ebbe una fugace visione della placida distesa d’acqua che lambiva pigra le scalinate inondate dalla luce del sole, ricoperte da migliaia e migliaia di uccelli candidi.

Iniziò a salire gli scalini; la sabbia e la polvere portate da un secolo di vento si ammucchiavano sulla candida distesa, quasi livellando la scalinata, trasformandola in una salita ininterrotta.

A metà strada Gianna era sudata malgrado la tuta refrigerante; il passo le si fece lento e grave. Il vento creava curiosi mulinelli di sabbia intorno alle sue caviglie. Quando arrivò in cima, la maestosa entrata trapezoidale della sfera le si parò dinanzi, al di là dello spiazzale ricoperto da piccole dune di sabbia. All’interno si scorgeva solo buio.

Gianna si avvicinò a passi lenti, sfiorando con le dita la pietra che si manteneva fredda malgrado l’incessante martellare del sole. Quando entrò nell’apertura, quasi le si mozzò il fiato.

Soli gialli, soli rossi, soli azzurri, bianchi, verdi, con i pianeti che giravano lentamente e le comete, i meteoriti, i buchi neri, le nove. Gianna contemplò rapita le sfere sospese da invisibili campi di forza e illuminate da una fredda luce interna: dentro i 268 milioni di m3 della costruzione era rappresentata la Via Lattea, la galassia della Federazione.

Il cuore di Gianna ritornò a pulsare normalmente: era una visione tremenda. Si sentì strozzata da un’agorafobia improvvisa. Per la prima volta capì l’immensità dello spazio, riprodotto, anche se in minima parte, in quella Sfera.

— Lei è il Cittadino Nemesia, vero? — la magia della visione svanì per incanto. Gianna si voltò verso la voce alle sue spalle.

Ritto davanti a lei stava un vecchio. Gianna calcolò che dovesse avere 180 anni almeno; indossava la divisa da custode.

— Come fa a saperlo? — domandò Gianna.

— Mi ha avvertito un mio amico, uno dei due che erano con l’Ingegnere.

Gianna era incuriosita: l’ordine dei Custodi della Terra era stato disciolto una decina d’anni prima, eppure quest’uomo ne indossava ancora la divisa. — Mi dica, custode, che cos’è questa costruzione e quando fu eretta?

L’uomo sembrò scuotersi dai suoi pensieri e fissò l’Universo policromatico. — Era il Planetarium; rappresentava tutta la Galassia infiammata dalla guerra: i soli degli Uomini, dei Rettili, dei Felini, dei Ragni, dei Canidi, degli Anfibi. La gente veniva qui da molto lontano, ad osservare questo impressionante spettacolo: qui intorno prima si estendeva un parco maestoso, pieno di piante ed animali. I visitatori attraversavano il parco e si tuffavano nel fiume per purificarsi di tutte le impurità terrene ed esporsi incontaminati alla maestosità del Planetarium. Il fuoco prima ed il Sole poi hanno bruciato il parco e disseccato il fiume.

La voce si era strozzata nella gola del vecchio, che abbassò gli occhi sul freddo pavimento. Il fresco all’interno del Planetarium contrastava fortemente con il calore all’esterno.

Quasi come se avesse letto nel pensiero di Gianna, l’uomo riprese: — Io ero uno dei Custodi: lo sono stato per novanta anni; in tutto questo tempo pochissime persone sono venute a visitare il Planetarium. La Terra è un pianeta morto e verrà demolito per ordine della Federazione. Lei è qui per questo, vero?

Gianna annuì, mordendosi il labbro inferiore. — Ho l’incarico di portare via tutto ciò che può avere un interesse storico. Ma questo Planetarium è troppo grande! — Fissò le costellazioni, le stelle, le mille luci del cosmo, le spirali di luce e buio, gli ammassi gassosi e le supernove. — È un capolavoro, ma è troppo grande...

Una lacrima rigò il volto del custode. — Lo temevo... — disse sottovoce.

Gianna diede ancora uno sguardo alla Via Lattea e poi fuggì fuori.

 

* * *

 

Gianna sorvegliava i suoi aiutanti intenti a catalogare ed imballare le reliquie scoperte: macchine obsolete, attrezzi domestici, psicosculture, musisfere e così via. Trasse di tasca la sua agenda e domandò cosa ci fosse in programma per quel giorno. La risposta fu "L’astroporto”.

Gianna salì sulla sua vettura, un veloce mezzo da deserto. Invece di volare, preferì scivolare sulla superficie, sollevando alte nuvole di sabbia e lasciando dietro di sé una striscia che tagliava la pianura come una spada immensa. Il paesaggio intorno a lei era completamente spoglio, privo di qualsiasi vegetazione: dovevano esserci come minimo 45-50°; il sole incombeva maestoso dalla sua loggia astrale, spettatore di prim’ordine nel cielo. Gianna indossava solo una tuta refrigerante che la proteggeva dal mondo esterno; pensava a quel pianeta: ormai era quasi universalmente accettato che l’umanità fosse partita da lì per conquistare le stelle. Ma non era difficile trovare degli Storici che affermavano il contrario; purtroppo tutti i ricordi si erano persi durante la guerra. La Guerra: tremila oggettanni di tempo; gli Uomini erano ridotti a pochi milioni di individui sparsi in tutta la Galassia, sui pianeti delle altre razze. La superficie della Terra era destinata a venire resa simile a un deserto; il ricordo dell’origine dell’Uomo si sarebbe perduto per sempre.

Persa nei suoi pensieri, Gianna si accorse di essere arrivata all’astroporto: una fila di edifici in rovina si estendeva da una parte all’altra fino all’orizzonte. In mezzo, i terminal di migliaia di linee a ricordo della tramontata potenza commerciale e turistica della Terra. Gianna varcò con la vettura un’entrata ingombra di detriti: l’astroporto non era intatto come il Planetarium. Putrelle e supporti di ferroplastica incurvata giacevano dappertutto. Le pareti in legacemento avevano resistito ai bombardamenti ed ai terremoti, ma erano annerite dal fumo. I miseri resti della civiltà giacevano da ogni parte: banchi di legnoplastica, vetri in frantumi, resti di indumenti e di armi, oggetti svariati.

Gianna uscì sulle piste e fermò la macchina. Per decine di chilometri in ogni senso si  stendeva una piatta superficie di legacemento, un tempo raffreddata da un impianto sotterraneo, ora rovente. L’umidità accumulata durante la notte e che ora trasudava faceva tremolare i resti delle centinaia di astronavi sfracellate sulla superficie, schiantatesi al suolo o distrutte a terra durante la Notte di Fuoco. In altro, nel cielo, pochi uccelli volavano, calando in picchiata per predare qualcosa fra gli hangar sfondati e gli edifici.

Quelle erano le enormi astronavi di linea che duecento oggettanni prima collegavano la Terra con le colonie di Dubhe e Rigel, con Procione dei Felini, con il lontano e gelido impero dei Ragni, con Fomalhaut. Quelle erano le navi mercantili che avevano solcato la Galassia in lungo e in largo trasportando i manufatti terrestri e creando il più solido impero commerciale conosciuto. Quelle erano le navi da guerra che facevano tremare i nemici e mantenevano stabile il potere della Federazione delle Razze.

Gianna si incamminò verso la più vicina astronave: doveva essere stata un colosso da centinaia di migliaia di tonnellate; adesso era coricata su un fianco, con la lamiera squarciata ed ammaccata in più punti. All’interno, frammenti di strumenti giacevano da tutte le parti, frammisti a paratie contorte e persino scheletri. Tutto era in completa rovina. Gianna pensò che non ci sarebbe stato niente da recuperare. Uscì e si apprestò a tornare verso la macchina per dirigersi agli hangar quando lo vide.

Il vecchio era a una ventina di metri da lei. Portava un paio di antiquati calzoni e una camicia militare; stringeva un fucile laser puntato verso Gianna. — Cosa vuole? — domandò bruscamente.

La ragazza rimase per un momento con la bocca spalancata, poi si riprese e balbettò: — Sono lo Storico Gianna Nemesia; sono venuta a cercare reliquie da recuperare prima della demolizione.

Il vecchio sembrò calmarsi. Abbassò leggermente il fucile e disse: — Credevo fosse una degli altri. Venga con me.

Il vecchio afferrò Gianna per il braccio, senza curarsi se fosse pericolosa o meno, e la portò verso un’astronave schiantata e annerita; con gran stupore della ragazza, fece sbucare dal ventre del colosso in rovina un veicolo. I due vi salirono.

Il vecchio disse di chiamarsi Mordecai e guidò l’auto fuori dall’astroporto. A mano a mano che si allontanavano, a Gianna l’enorme complesso di edifici ed hangar sembrò un mostro coricato su un fianco, rovinato al suolo dopo un ultimo sussulto di vitalità.

— Dove stiamo andando?

— Verso le colline.

 

* * *

 

Mordecai aprì la porta di una baracca fatta con ritagli di termoplastica e fece segno a Gianna di entrare.

All’interno c’erano cinque esseri di varie razze; uno di loro, un Uomo, si voltò verso la porta all’ingresso dei due e domandò: — Chi è, Mordecai?

— Uno Storico. Forse potrà aiutarci.

Un Rettile che era sdraiato su un letto idraulico uscì dalla penombra e disse: — Non lo capite che nessuno potrà mai aiutarvi? Non è con burocrazia e ricorsi giudiziari che salverete il vostro pianeta.

L’Uomo che aveva parlato con Mordecai si voltò di scatto e colpì con un manrovescio la bocca butterata del Rettile. — Taci, lucertola... Torna sul tuo mondo d’acqua.

Il Rettile si passò una mano palmata sulle labbra sanguinanti e si ridistese sul giaciglio. Tutti sapevano benissimo che non avrebbe mai potuto acquistare un biglietto per tornare a casa.

— Ora basta — disse Mordecai. — Non siamo qui per bisticciare, ma per combattere. — Si voltò verso Gianna e addolcì la voce: — Lei può fare in modo che non demoliscano completamente la Terra?

 La ragazza fissò uno per uno i presenti: Mordecai, il Rettile, il Felino e i tre Uomini. — No. L’ordine della Federazione è irrevocabile; posso solo portare via su un’astronave tutto ciò che ci entra.

Mordecai cercò di nascondere un’espressione delusa, ma non ci riuscì. Il Rettile sorrise di nascosto, ma era un sogghigno forzato.

— L’unica cosa da fare è scacciarli — disse Mordecai.

Uno dei tre Uomini, che aveva osservato Gianna attentamente, saltò in piedi sfoderando una spada laser e fendendo l’aria; sembrava mentalmente ritardato. Sorrise increspando la cicatrice che gli deturpava il volto. — Allora, Mordecai, quand’è che si agisce? Mi sto annoiando.

Il vecchio si voltò verso Gianna: — Quando finiranno i lavori di demolizione?

— Il 15 fruttidoro.

Mordecai fece un rapido calcolo mentale e sorrise. — Bene, gli faremo presto vedere cosa sanno fare i figli della Terra.

L’Uomo che aveva schiaffeggiato il Rettile si avvicinò a una cassa di metallo lucido in un angolo e ne tolse un fucile ionico. — Vedi, Storico? — disse rigirandoselo fra le mani, — con questi scacceremo i bastardi dal nostro pianeta. Vogliono rovinarci, uccidere il nostro mondo, ma vinceremo.

— Vieni, Storico — lo interruppe Mordecai. —  Tti riporto indietro.

I due uscirono dalla casa e presero posto sull’auto.

— Ti stai chiedendo come mai ti lasciamo andare via dopo quanto hai visto e sentito?

Gianna non riuscì a reprimere un brivido. Era proprio ciò che temeva: essere eliminata. Si guardò intorno cercando una via di fuga.

— Tranquillizzati, Storico. Neva, quell’Uomo che non ha mai parlato, è un telepatico. Ti ha impresso il divieto di rivelare ciò che hai scoperto. Se lo farai, sai benissimo cosa ti accadrà.

 

* * *

 

Gianna girò tutto il mondo alla ricerca di resti da salvare. Edificio dopo edificio, Sarro e gli altri ingegneri distruggevano la Terra. Avrebbe dovuto divenire la nuova patria di una razza che doveva emigrare dal proprio pianeta perché quel Sole stava per esplodere: una civiltà abituata ai deserti più aridi. Nulla della passata civiltà doveva venire a contatto con loro.

Gianna continuava a pensare a Mordecai e ai suoi guerriglieri. Non mise mai più piede nel Planetarium: temeva di non resistere alle lacrime alla vista di quel capolavoro da distruggere. Però non seppe resistere quando il custode le inviò un laconico messaggio:

 

VENGA SUBITO. LO DEMOLISCONO.

 

* * *

 

Durante il giorno i bulldozer si erano arrampicati a fatica sulla scalinata ed avevano scavato nella parete esterna del Planetarium buchi che erano stati riempiti di esplosivo. Tutto intorno alla massiccia costruzione erano dispiegate le forze dell’Ingegnere Sarro: bulldozer, demolitrici, riflettori, pacchi di esplosivo, uomini con caschi, guardie armate. La facciata era illuminata a giorno dai proiettori che squarciavano le tenebre traendo dalla superficie bianca tristi bagliori.

Gianna era vicino all’Ingegnere, a vari tecnici e supervisori della Federazione, al custode del Planetarium e al detonatore a microonde che avrebbe fatto esplodere l’edificio. Si trovavano tutti sulla riva prosciugata del fiume.

L’Ingegnere cancellò l’immagine dallo schermo sul tavolino del detonatore e guardò i presenti; poi osservò la sfera a un chilometro di distanza. — È tutto ciò che è rimasto — borbottò fra sé e sé.

Un clamore alle spalle lo fece voltare: una demolitrice fu colpita da un raggio bluastro ed esplose in un’accecante nube di fuoco.

— Una ionica! — urlò qualcuno.

“Mordecai!” pensò Gianna.

Vari lavoratori fuggivano alle loro spalle mentre delle guardie cercavano di indovinare da dove provenivano i colpi. Un altro raggio attraversò l’aria con uno sfrigolio di ossigeno bruciato e disintegrò un capannone. L’Ingegnere si gettò a terra, ustionato dal raggio che l’aveva sfiorato. Altri colpi squarciarono una guardia e distrussero un bulldozer. Gianna si allontanò insieme agli altri per timore di essere colpita; ma era più in pensiero per la sorte di Mordecai e dei suoi sabotatori. I terroristi avanzavano, annientando tutto ciò che trovavano.

Distrussero molti  proiettori e una fetta della superficie del Planetarium si oscurò. Dal fosso in cui si era nascosta, Gianna vide chiaramente Mordecai e i suoi avanzare curvi sul terreno. Un soldato nascosto in un camion prese la mira accuratamente e un raggio tagliò in due la testa del Felino. Gli altri moltiplicarono gli spari. Ma ormai le guardie erano organizzate e li spinsero verso un piccolo anfratto, a metà strada fra i bulldozer sulla riva e il fondo prosciugato. Gianna si trovò vicino, non sapeva come, il custode.

— È Mordecai — disse lui. — Lavorava all’astroporto. Dio, lo faranno a pezzi!

La ragazza si voltò verso il luogo dello scontro: vari proiettori erano stati girati verso il rifugio dei terroristi; la notte era squarciata dallo sfrigolare delle ioniche. I sabotatori erano assediati.

— Bisogna cercare di aiutarli — disse Gianna uscendo dal fosso. — Non possono massacrarli così!

— Stia giù! Potrebbero colpirla. Non c’è niente da fare per loro.

Un assediato ebbe un sussulto e si drizzò, colpito da un laser; nei pochi attimi che lo vide Gianna riconobbe l’uomo che aveva schiaffeggiato il Rettile.

— Ma sono esseri senzienti! — protestò. — Non possono fare una simile carneficina!

— Stia giù! — la implorò il custode, ma lei non lo ascoltò. Si mise a correre verso gli assediati. Il custode uscì e la inseguì.

Una corsa affannosa verso l’avvallamento; qualcuno agitò le braccia alla destra della ragazza per intimarle di fermarsi, ma lei continuò. Allora il custode le arrivò addosso e la gettò a terra.

— Stia ferma, la uccideranno!

La terra intorno ai terroristi era oramai spazzata dai laser e dalle ioniche; due figure balzarono fuori e si allontanarono in direzioni opposte. Uno faceva roteare un’arma laser e Gianna riconobbe il deficiente sfregiato; un soldato si avvicinò alle spalle della ragazza e colpì il fuggiasco alla schiena. Il volto contorto in un’orribile smorfia, sputò sangue e cadde sull’arma che lo tagliò in due al torace.

L’altro fuggiasco, Mordecai, dopo essersi ritirato verso il Planetarium piegò alla sua sinistra correndo verso Gianna; i colpi spazzavano il terreno davanti e dietro di lui, ma egli li schivava.

La ragazza riuscì a liberarsi dalla stretta del custode e corse incontro al vecchio, chiamandolo; il soldato che aveva abbattuto il deficiente prese la mira sdraiato per terra e fece fuoco.

Era rimasta poca energia nell’arma, ma fu sufficiente: Mordecai venne colpito al petto e stramazzò lasciando cadere il fucile che stringeva. Gianna lanciò un urlo e si gettò accanto al vecchio; questi si girò faticosamente a faccia in su e la guardò con un filo di sangue alla bocca.

— Beh... — disse con voce strozzata — ...Sapevo che sarebbe finita così...

Le scalinate iniziavano a pochi metri da loro. La sfera li osservava dall’alto. Gianna gli prese il capo e se lo poggiò in grembo. Tutto intorno la confusione si stava acquietando.

— Ma perché, perché l’avete fatto? Eravate uno contro cento e lo sapevate. E siete morti stupidamente, per un pugno di sabbia.

— No, non per un pugno di sabbia... Per un pianeta, per un simbolo, un... un’idea. Se non si è pronti a morire per il proprio pianeta non si merita di vivere.

Le guardie si stavano avvicinando di corsa, discendendo la china con le armi spianate.

— Ero troppo affezionato a questi deserti... a questo cielo azzurro, a questo pianeta morente. Non avrei... potuto vivere con il rimorso di aver lasciato distruggere la Terra... Addio, Storico. Cerca di fare in modo che nessun altro pianeta... venga mai demolito in questo modo atroce. Milioni di anni di storia cancellati... addio...

Il sangue sul petto di Mordecai si era allargato, macchiando la sua camicia militare; rovesciò gli occhi ed ebbe un ultimo sussulto. Un rumore assordante fece sanguinare le orecchie della ragazza ed un lampo la abbagliò; si volse verso la sfera: al suo posto, sopra le scalinate sbreccate c’era una colonna di fumo nero e fuoco.

L’ultimo edificio della Terra era stato distrutto; le guardie arrivarono accanto ai due e li osservarono.

Gianna abbassò gli occhi sul vecchio: sul suo petto si era formato un fiore di sangue.

 

Franco Ricciardiello

 

Scritto tra luglio e agosto 1978

 

Pubblicazioni:

  1. 1.      "Concorso letterario Nord 1980", Editrice Nord, Milano 1981

  2. 2.      "Future Shock" n. 16, Bari 1995

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