FRANCO RICCIARDIELLO

Frammenti degli occhi di Tiberio

 

 

Durante il trasferimento, Arduino Marchetti ricordò il breve flash di indignazione negli occhi del dottor Ferrari quando gli aveva spiegato che sarebbe stato preferibile iscrivere sua figlia nella lista delle meretrices.

“Naturalmente, è per evitare di essere giudicata come adultera” aveva aggiunto Marchetti divertito, sperando in segreto che il suo cliente mandasse a monte il viaggio “Nella tarda epoca repubblicana, molte signore anche della classe degli equites si dichiaravano prostitute per aggirare il disonore dell’adulterio.”

Ma non era servito a evitargli quel lavoro. Evidentemente la volontà didattico-correttiva del dottor Ferrari era più potente della eventualità di esporre sua figlia ai pericoli del trasferimento.

Marchetti si vestì della tunica, annodandosi alla vita una cintura di lana. Provò il funzionamento di tutti i servomeccanismi nano-bio-mec installati nel suo corpo, che avrebbero dovuto garantirgli aiuto in caso di difficoltà durante il viaggio. Non si accorse che Terenzia Ferrari lo aveva raggiunto da dietro, e quando la udì schiarirsi la gola si voltò infastidito.

“Beh? Come sto?” disse la ragazza allargando le braccia per mostrargli la tunica logorata ad arte.

Marchetti pensò che era bella. Quello, almeno, sarebbe servito da consolazione per un viaggio che proprio non voleva fare. “Sembri... diversa con quella capigliatura.” disse.

“Visto che effetto?” approvò Terenzia ravviandosi i capelli, trasformati in una decina di minuti di trattamento da un biondo liscio in un riccio castano chiaro.

Il tecnico di trasferimento barricato oltre il vetro insonorizzato suonò una spia per richiamare la loro attenzione. “Due minuti” disse.

“Anticipiamo?” domandò Terenzia.

“Questione di congiunzione” rispose Arduino Marchetti facendole segno di seguirlo al centro del cerchio argentato. Sedettero sul pavimento, una accanto all’altro, in mezzo alla stanza in un appartamento all’ultimo piano di corso Vittorio Emanuele, la più recente sede non ancora individuata dalla polizia.

“Chiudi gli occhi” consigliò Marchetti “è di aiuto per evitare la nausea, talvolta.”

“Slurp!” scherzò la ragazza, “chiusi chiusi?” domandò. Poi Marchetti la sentì urlare e aprì gli occhi. Si ritrovò in una stanza con muri intonacati di fresco, una decorazione a greca sul bordo superiore delle pareti, un telo di lino alla finestra. Erano nel 133 a.C.

* * *

“E quando si esce da qui?” domandò Terenzia entusiasta. Arduino Marchetti la mandò mentalmente a cagare, ma Iunio sorrise divertito. “Ma... è davvero deforme?” domandò sottovoce la ragazza evitando di guardare il vecchio.

Marchetti, che al contrario di Terenzia aveva una discreta nausea da trasferimento, si alzò dal triclinio scansando il piatto di olive. Prestò ascolto all’auricolare interno alla tromba di Eustachio: “Flusso sereno per i secoli dal X al XIII. Mälstrom nella prima decade del IX a.C. Le aderenze fra il 1880 e il 1910 potrebbero causare alterazioni temporali. I viaggiatori presenti nel periodo indicato sono invitati a fare ritorno.”

“Mi fanno già male le costole” si lamentò Marchetti “dove vuoi portare la ragazza per un primo giro?”

Iunio ghignò sotto gli occhi cisposi. “Incamminiamoci verso il Campidoglio” disse “ricordati che fra due ore dovrai essere al tempio di Giove per le votazioni.”

“Quali votazioni?” domandò Terenzia cercando di raccapezzarsi con la stola. Iunio la aiutò a svolgerla mostrandole la fibula e il lembo da passare sulla spalla.

“Comizi tributi” borbottò Marchetti “tuo padre ha chiesto di programmarti un viaggio didattico e istruttivo, non per fare shopping.”

Uscirono sulle scale. L’aria di Roma era fredda, ma con una punta di vento tiepido di mare a preannunciare l’estate latina. Due bambini giocavano sulle scale dell’insula rischiando ad ogni salto di cadere in strada.

“Arf!” esclamò Iunio fingendo di mordere l’orecchio di Arduino “bella gnocca ti sei scelto stavolta!”

“Vaffanculo” rispose lui a voce bassa, tenendo d’occhio Terenzia che si sporgeva dalla ringhiera di legno della scala esterna “non so cosa darei per rinunciare.”

“Cos’è quello?” domandò la ragazza additando il muro sopra la porta del cenacula.

“Barba di lupo” singhiozzò Iunio “rende inefficaci i sortilegi.”

Scesero fino in strada, dove Marchetti prese sottobraccio Terenzia. “Contròllati” le disse “ricordi come ti chiami?”

“Tersilla, della gens Vibia di Modena. Tu sei mio marito, Lucio Claudio Pulcro, e questo è il nostro schiavo Iunio. A proposito, ma lui sa che veniamo...”

“Iunio ha studiato lettere e filosofia a Heidelberg” rispose lui “ha due lauree e parla correntemente il latino e il greco classico. Non so quale sia il suo vero nome, ma vive nella Roma repubblicana ininterrottamente dal 154. E da questo momento parliamo solo in greco koiné o in latino, per favore.”

Bande di ragazzini si rincorrevano sulla pietra della strada. Un rigagnolo maleodorante scorreva a fianco delle insulæ di sei piani che si stendevano fino quasi al Tevere, ma sia Terenzia che Arduino Marchetti avevano un device nano-bio che anestetizzava temporaneamente il senso dell’olfatto in presenza di odori troppo forti. Diversi giovani con arti mutilati si reggevano grazie a stampelle, appoggiati contro alti muri su cui si rincorrevano scritte elettorali.

“Chi sono?” domandò Terenzia “sembra sia scoppiata una guerra.”

“Veterani della campagna d’Africa” rispose Marchetti, leggermente euforico per il profumo dell’aria che gli ricordava il 44 a.C. visitato di recente “Cartagine è stata rasa al suolo solo 13 anni fa, dopo un assedio di tre anni.”

La ragazza si strinse nella stola. “Meno male che questa tunica è di lana” commentò “fa un freddo da morire. Ma cosa fa tutta questa gente in giro?”

“Oggi è giorno di elezioni” spiegò con pazienza Marchetti. “Tiberio Sempronio Gracco, tribuno della plebe, ha proposto la deposizione del collega Marco Ottavio per indegnità. Una specie di colpo di stato, che darà inizio a un dualismo di poteri fra il Senato e il popolo. Roma rimarrà per oltre dieci anni sull’orlo della guerra civile. Oggi andrò al Campidoglio a votare la deposizione di Ottavio e la lex Sempronia, che prevede la distribuzione delle terre pubbliche ai cittadini indigenti.”

“Ehi, un liberal questo Tiberio” disse Terenzia “cos’è quello?”

“Una thermopolia, un bar del tempo” così dicendo, Arduino allungò qualche moneta a Iunio che zampettò nei suoi sandali fino alla bottega buia.

Terenzia si guardava attorno con occhi sbarrati di curiosità. “E questa gente qui farà la rivoluzione? Adesso, mentre saremo qui?” domandò.

La nausea di Marchetti aumentava. “Nessuna rivoluzione, ma le riforme di Tiberio Gracco e di suo fratello Gaio saranno boicottate dal Senato e dall’aristocrazia. Il risultato sarà una guerra sanguinosissima che scoppierà fra 40 anni, la più difficile che Roma abbia mai combattuto. Una guerra civile che contrapporrà i romani ai loro ex alleati italiani.”

La gente in strada aveva volti tutto sommato familiari, zigomi ampi, guance floride, nasi camusi, capelli ricci, barbe castane. Iunio tornò con fette di pane e del formaggio, e un pugno di olive contenuto in una foglia di fico. “Sono stato tentato di comprare filetto di murena di Cadice per la nostra bambina” ghignò “ma forse non le piacerebbe.”

Terenzia fece una smorfia di repulsione. “Murena?” deglutì “pervertito!”

Mangiarono velocemente, un sapore che stupiva sempre Marchetti per la sua intensità malgrado la desensibilizzazione dell’olfatto, continuando a camminare verso l’isola Tiberina attraverso le urla dei mendicanti e dei commercianti di tutto. Terenzia sembrava eccitata come una bambina; inciampò due o tre volte sbucciando la punta dei calzari perché stava sempre con il naso per aria. “Ma come fanno a essere così alti quei palazzi?” domandò.

“Speculazione edilizia” spiegò Marchetti. “E sarà ancora peggio fra 50 anni, dopo la guerra sociale, quando i neo-cittadini migreranno a decine di migliaia nell’urbe. Un cenacula ai piani alti di un’insula del centro città arriverà a costare 30 o 40 mila sesterzi l’anno.”

“Mi ricorda quando abitavamo a Tokio” commentò Terenzia “papà era amministratore delegato di una ditta di import-export. Non riuscivamo quasi a ricavare di che pagare l’affitto.”

“Ne dubito” commentò Marchetti fra sé e sé.

“Pioverà” disse gongolante Iunio gettando via la foglia di fico vuota “guardate quelle nuvole. Peccato che le tuniche delle donne siano più lunghe di quelle degli uomini, preferirei vedere le gambe della ragazza piuttosto che le tue.”

Erano quasi arrivati al recinto del tempio di Giove, sul Campidoglio. Iunio corse a informarsi: la prima delle quattro tribù urbane, eletta a sorte, stava già votando. La tribù successiva era quella cui Arduino era iscritto con il nome di Lucio Claudio Pulcro.

“A che ti serve votare?” domandò Terenzia senza staccarsi dal braccio di Marchetti “quel Tiberio ha bisogno proprio del tuo voto?”

Arduino Marchetti sospirò. “Lo faccio per te. Papà Ferrari ritiene che sia educativo assistere all’esercizio della democrazia diretta.”

“Molto educativo” assentì Terenzia “le donne non hanno neppure diritto di voto.”

Per una volta Marchetti dovette ammettere che aveva ragione.

* * *

“Ci sono poche donne” sussurrò Terenzia ancora aggrappata al suo braccio, dopo avere osservato con cura la folla radunata nel recinto del tempio sotto le nuvole.

“Di solito ce ne sono meno ancora” spiegò Marchetti annusando il lieve sapore di limone del profumo di lei. Non ricordava il comando per amplificare localmente l’olfatto. “Oggi però è una giornata speciale. Il popolo è accorso in massa per contribuire alla vittoria di Tiberio Gracco, sono molte le donne che trepidano per la sorte della lex Sempronia.”

Terenzia si passò la lingua sulle labbra. “E’ tutto così... aperto, non so come definirlo. Qui si vive all’esterno anche in una giornata così fredda. Guarda quelle nuvole: Iunio ha detto che pioverà.”

Erano in fila nella lunga coda di iscritti della II tribù urbana. Al termine del percorso fra le colonne, l’ufficiale rogator interrogava uno per uno i cittadini che si esprimevano con un o con un No alla proposta di legge e alla deposizione di Ottavio. Il centurione civile controllava che i risultati venissero segnati correttamente sul registro.

“Vuoi dire che si vota oralmente?” domandò Terenzia “bizzarra democrazia.“

“Nei comizi legislativi lo scrutinio segreto scritto sarà introdotto solo fra due anni” rispose sbadigliando Marchetti, “per opera di Carbone, un amico di Gaio Gracco, il fratello di Tiberio.”

Dopo un altro centinaio di passi in coda nel tragitto obbligato fra i cippi del cortile, Terenzia gli strattonò di nuovo il braccio. “Chi è quello?” domandò indicando con gli occhi “mi pare l’unico maschio decente in questo macello.”

Arduino Marchetti seguì il suo sguardo e sorrise. Un uomo nel pieno dell’età virile era in piedi davanti a un’ara, circondato dai suoi clienti: indossava una tunica di cui si intravedeva il latus clavus ricamato in porpora, tipico dell’ordine degli equites, e una toga virilis bianca. “Quello è Tiberio Sempronio Gracco” rispose.

Terenzia lo guardò negli occhi per vedere se scherzava. “Non stento a credere che le donne lo seguano” fu il suo commento “e se vuoi il mio parere di fœmina, il merito non è esclusivamente della lex Sempronia.”

Quasi tutti gli equites che li precedevano nella fila si esprimevano a favore della legge Sempronia. Marchetti, dopo essersi identificato come Lucio Claudio Pulcro, fece lo stesso. “Conviene allontanarci” disse poi, facendo un gesto da lontano a Iunio “potrebbero esserci dei torbidi.”

“Perché?” volle sapere la ragazza, cercando di non staccare gli occhi da Tiberio Gracco che seguiva con solennità il procedere della votazione.

“Ti ho già detto che si tratta di una specie di colpo di stato” spiegò quasi trascinandola “Tiberio e i suoi amici hanno proposto la destituzione per indegnità di Marco Ottavio, che si oppone alla distribuzione delle terre dello Stato ai nullatenenti. Ma i latifondisti che negli anni scorsi si sono già impadroniti di quelle terre non rimarranno a guardare.”

“Comunismo?” si informò Terenzia lanciando un ultimo sguardo a Tiberio Gracco da sopra la spalla di Marchetti.

“Macché comunismo!” sbottò lui con un gesto di stizza “Tiberio sa che solamente i cittadini economicamente autosufficienti, gli assidui, sono in grado di mantenersi sotto le armi. Solo i piccoli proprietari possono fornire soldati per l’esercito della Repubblica. Sua madre Cornelia è figlia di Scipione l’Africano, il vincitore di Cartagine. E’ un problema di accesso alla proprietà del suolo pubblico strappato ai nemici vinti in guerra.”

Defluirono insieme alla folla verso il Tevere. Un allarme sonoro nell’auricolare richiamò l’attenzione di Arduino. “Rischio di alterazioni temporali superiore al 95% fra il 1885 e il 1895. Severamente vietata la permanenza nell’area temporale. Anche i residenti fissi sono tenuti alla evacuazione.”

“Che ti è successo?” domandò Terenzia a Iunio quando lo vide sopraggiungere.

“Sono stato dal tonsor” spiegò lui gongolante con un sorriso sdentato “questa volta non mi ha fatto neppure un taglio alle guance o al collo.”

“Ti piacerebbe un bagno alle thermæ?” domandò Arduino Marchetti alla ragazza.

“Cosa comporta?” rispose lei seguendo con disprezzo lo sgambettare del nano “vuoi stremarmi con un bagno turco per approfittare di me?”

“Scendiamo verso il velabrum, il magazzino generale” propose Marchetti senza raccogliere la sua insinuazione “lì accanto hanno aperto le prime terme della città. Per ora sono frequentate soprattutto da senatori, ma non avranno nulla da ridire se vedono due equites.”

“Anche le donne hanno il diritto di lavarsi, o è come per il voto?”

“Diciamo che le frequentatrici di terme non godono della fama di spose irreprensibili” rispose lui “ma visto che Iunio ha provveduto a iscriverti al registro delle meretrices prima del nostro arrivo, lo scandalo finirà lì. A ogni modo, purtroppo i locali termali per uomini e donne sono separati.”

* * *

”Cos’è questo odore?” sussurrò Marchetti nel buio, ma sapeva già la risposta. Si voltò verso il pagliericcio dove dormiva il suo compagno di stanza. “Cazzo, ma stai fumando!” esclamò.

“Vedi di calmarti” rispose Iunio sottovoce “sono 11 anni che manco da casa. Come credi che abbia potuto sopravvivere senza qualche sigaretta?”

Marchetti scese a piedi nudi, tastando la parete fino alla finestra, scostò la pezza di lino e guardò la notte chiara di luna piena. Rari punti di luce rossa brillavano nel buio: sulle are nel recinto del tempio di Giove sul Campidoglio, più a sinistra all’entrata del Foro, di fronte a qualche villa di senatore o lungo il Tevere ansante per evitare che le chiatte si arenassero.

“Bella, vero?” domandò Iunio dopo qualche minuto di silenzio.

“Non ricordo di averla mai vista così” rispose Marchetti sospirando “e c’è un silenzio impressionante. Il solo rumore è una chiatta che risale il Tevere.”

“Che cazzo hai capito?” esclamò il nano “sto parlando della tua cliente!”

Arduino Marchetti si voltò verso l’asterisco di brace della sigaretta. “Ma che cosa ti sei messo in testa?” disse “io, qui, non ci volevo venire. E’ l’ultima volta, giuro: ho bisogno di questi soldi per operare mio figlio.”

La brace si gonfiò. Il sentore acre del tabacco lo raggiunse alla finestra. Il ronzio sottovoce dell’auricolare era un sonnifero. “Diminuito il pericolo di alterazioni nell’aderenza di fine XIX. Sacche di turbolenza nel II d.C. Si prevede una congiuntura favorevole per i trasferimenti nel XXIII a.C. fra 250.000 secondi, ricordiamo come meta il fiorente Impero Accadico.”

“Fa freddo” disse Iunio “quanti anni ha?”

“22” rispose Marchetti tornando al pagliericcio “è figlia di un boss delle assicurazioni. Capitale finanziario. Con il pallino dell’antichità classica: il fratello della ragazza si chiama Marco Tullio. Si è messo in testa di dargli una educazione ottimale, ma la figlia non vuole saperne. Ma chi ti procura le sigarette? Un innesto alla nicotina sarebbe meno pericoloso.”

“Perché non vai nella sua camera?” insisté Iunio “scommetto che ti aspetta tutte le notti, da quando siete arrivati. Una ragazza come quella non può restare tanto a lungo senza.”

“Se succede qualcosa a una ragazza come quella, il padre non mi paga” replicò stizzito Marchetti avvolgendosi fino al naso nella coperta di lana.

Si riaddormentarono. Stava affrontando un incubo indefinibile quando Terenzia venne a sedersi accanto a lui, sul letto.

La luce invadeva la stanza. Arduino Marchetti rovistò con la lingua nel sapore colloso del sonno, notando che la ragazza aveva scostato la tenda. “Iunio è già uscito a curiosare al velabrum” gli disse impaziente “ricordi che oggi dobbiamo recarci al banchetto di Appio Claudio?”

Marchetti sospirò. “Vorrai dire stasera, fra oltre sedici ore!

“Non vorrai che venga così, vero?” rispose lei alzandosi.

Che ci sarebbe di male? si domandò lui, notando che aveva accorciato la tunica da casa fino al ginocchio. Si alzò e mangiarono uova sode con fette di pane.

“Ho visto che Iunio cucina con una piastra a incandescenza” constatò Terenzia.

“Quando siamo in casa  da soli possiamo permetterci qualche comodità. Ma non farlo se dovesse essere presente qualche estraneo.”

Terenzia giocò rincorrendo con le unghie le olive greche che Iunio comprava tutte le mattine in una thermopolia sotto casa. Marchetti si accorse che erano trascorsi molti minuti di silenzio solo quando lei gli domandò “Senti, perché lo fai?”

Lui mise a fuoco lo sguardo sui gusci delle due uova che aveva appena bevuto. “Cosa ho fatto?” disse.

Terenzia sembrò indispettita. “Perché mi hai portata qui? Voglio dire, si vede che io ti sto sul culo. Sembra che tu passi ogni giornata come se fosse un peso, non prendi mai l’iniziativa di parlarmi tranne che per tenermi qualche lezione di storia. Cosa vuoi che me ne freghi se la lex Sempronia prevede un massimo di 500 iugeri di terra per ogni proprietario, più 250 per ogni figlio? Io voglio sapere come vive questa gente, perché muore, se ha i nostri stessi sentimenti, se bestemmia gli déi quando perde ai dadi, quali metodi anticoncezionali usa, se ama i bambini o se li sopporta soltanto. Sono venuta qui per imparare a vivere, non per dare un esame di diritto romano.”

Arduino Marchetti rimase a bocca aperta. Si voltò come a cercare una candid camera, quindi si chinò in tono confidenziale sul tavolino di legno sghembo dove la ragazza aveva spezzato il pane. “Stammi bene ad ascoltare, sottospecie di stronzetta mal cagata” disse a denti stretti con tutta la calma che poté “ti dico io perché sei venuta quaggiù nel 133 avanti Cristo. Ci sei venuta perché papà ha voluto, e soprattutto perché papà ha pagato. Non so con quale spirito tu lo abbia fatto, forse credevi di venire a sedurre qualche macho o uno schiavo greco dagli occhi di oliva nera, ma qua la realtà è diversa. Qua la gente crepa, la gente ha fame e vuole la terra. Seguiranno Tiberio Gracco fino a quando sarà in grado di garantire loro di che vivere, e per vivere sono pronti a scannarsi come capretti. E adesso stai zitta, perché ti dirò la ragione per cui sono venuto io. Chi me l’ha fatto fare? Hai ragione: chi me l’ha fatto fare questo mestiere illegale? Perché dovrei accompagnare lungo il tunnel dei secoli stronze figlie di papà con l’imene deflorato chirurgicamente, spiegare loro una lotta di classe che rischia di travolgere Roma e il Mediterraneo, rischiare il licenziamento perché affitto la mia professionalità per arrotondare lo stipendio? Per la tua stessa ragione, bella mia: perché papà ha pagato, e io ho un figlio di otto anni con una valvola coronarica difettosa che ha bisogno di un intervento di nanochirurgia presto.”

Doveva avere urlato le ultime parole, perché la ragazza si era ritratta. Marchetti si alzò andando alla finestra per raffreddare la collera.

Terenzia raccolse le gambe contro il ventre, stringendo i ginocchi. Si schiarì la gola, ma lui non la guardò. “Senti, mi spiace” gli disse con voce rauca “non lo sapevo. Hai ragione, sono stata stronza...”

Marchetti seguiva il passaggio di un carro nella folla del giorno di mercato. Due mendicanti giocavano le tuniche a dadi nell’angolo della thermopolia.

A sorpresa, Terenzia gli si accostò da dietro posandogli le mani sulle spalle. Si ritrovò molto vicino a lei, e il contatto del suo corpo attraverso la tunica lo raddolcì. “Puoi perdonarmi?” proseguì la ragazza guardandolo negli occhi “mi sento così sola... Sei l’unica persona con cui posso parlare, e mi eviti...”

“Non ti evito” la interruppe asciutto.

Terenzia gli passò un dito sulla guancia. “Dovresti andare dal tonsor come fa Iunio” gli disse “si vede troppo bene che usi una lama al platino per raderti.”

Marchetti le sorrise. “Ci sono andato, una volta nel 44 a.C. Mi ha rovinato il mento. E comunque non uso lama, ma un nano-bio-mec.”

“Che tenero...” lo vezzeggiò Terenzia “sei sposato?”

Lui allungò la mano a raccogliere la toga dal davanzale della finestra. “Dobbiamo uscire” disse “ti comprerò una fibula nuova per la stola che indosserai stasera. Dovrai fare bella figura, ci sarà anche il tuo amico Tiberio.”

* * *

“Bella, vero?” disse Marchetti

“Non la vedremo mai più così” rispose Terenzia con gli occhi bagnati di lacrime “ti giuro che non scorderò mai questa serata.”

Roma bruciava di luce calda nella notte di resina e catrame, tutto il Palatino era un fiammeggiare di torce che iniettavano lame di fumo diritto verso il cielo. La galassia sembrava ruotare su un piano inclinato intorno a Roma.

Mendicanti nudi ostruivano tutte le strade adiacenti il Foro in quella notte rischiarata da torce avvolte in strati di tela incatramata. Marchetti, esibendo la toga virilis più bianca che avesse, condusse Terenzia attraverso le gambe dei mendicanti che aspettavano elemosina intorno al banchetto dei Cornelii Scipioni. La notte era la quintessenza del Mediterraneo, Terenzia sembrava più bella del solito con riccioli castani sul collo e due orecchini di argento e ambra accuratamente disinfettati.

Iunio teneva in mano un bastone di noce nodoso per dissuadere i mendicanti dall’importunarli. All’ingresso del cortile, due clientes di Appio Claudio Pulcro consegnarono loro foglie di salice per cacciare le zanzare e nastri di cotone rosso per le braccia e i capelli.

“Non ho capito cosa si festeggia” domandò Terenzia guardandosi intorno radiosa nella confusione della festa.

“L’ultimo re di Pergamo, Attalo III, è morto lasciando in eredità al popolo romano il suo immenso tesoro” rispose Marchetti cercando di non dare un tono didattico alle proprie parole. “Pergamo è sempre stata un valido alleato di Roma, da quando 70 anni fa Tito Quinzio Flaminio ha distrutto a Cinocefale l’esercito macedone che minacciava le piccole poleis greche. Tiberio ha colto la sua occasione facendo votare un plebiscito per mettere il tesoro a disposizione del triumvirato che assegnerà le terre dell’ager publicus, così potrà consegnare ai nuovi proprietari anche una piccola somma in denaro.”

“Grandioso” commentò Terenzia sincera “avremmo bisogno di più gente come lui, anche nel nostro secolo.” Senza sganciarsi dal suo braccio si lasciò guidare a una delle stanze sul lato del peristilio rivolto a nord. Sdraiati sul triclinio assaggiarono tordi al forno con asparagi, evitando i mitili malgrado gli anticorpi che portavano nel sistema circolatorio. Marchetti evitò anche la pasta d’ostriche, un sapore che lo nauseava.

“Continua la previsione di congiuntura favorevole nel XXIII a.C.”sussurrò la sua voce interiore “Il Mälstrom del IX a.C. è al massimo dell’intensità. Calma piatta intorno all’anno 1.000.”

“Ecco Appio Claudio” sussurrò a sua volta a Terenzia, sfiorandole un piede per farle notare l’ingresso di un uomo di mezza età preceduto da due schiavi “è stato console e censore, e malgrado sia un patrizio fa parte del triumvirato agrario di Tiberio.”

“Eccitante” gli rispose lei a labbra strette “e dov’è Tiberio?”

In quel momento un turbine di gente invase il cortile e numerosi uomini si disposero a semicerchio intorno a qualcuno nascosto dalla folla, al margine dell’impluvium quadrato. Marchetti si alzò prendendo Terenzia per mano: gli parve di vedere Iunio nel gruppo di clientes al seguito di Appio Claudio.

“I senatori si sono offesi per l’iniziativa dei tribuni della plebe” stava dicendo qualcuno, un patrizio di aspetto marziale in pedi su uno sgabello. Gli invitati si radunavano intorno a lui. “Sostengono che Tiberio ha infranto la tradizione in quanto è sempre stato il Senato a prendere iniziative in questo campo. Il destino del tesoro di Pergamo avrebbe dovuto essere rimesso nelle mani dei senatori.”

“Quello è un nemico di Tiberio?” sussurrò Terenzia.

“Al contrario, è uno dei suoi maggiori sostenitori: il console Publio Muzio Scevola.”

“Non voltarti, c’è una donna che ti mangia con gli occhi” gli disse ancora la ragazza all’orecchio “sei sicuro di non averla mai incontrata in un altro viaggio? E’ come se ti conoscesse.”

“Non mi sono mai spinto più indietro del 121” rispose lui, voltandosi per controllare che non lo prendesse in giro. La donna in questione aveva capelli crespi, lucidi, e una vistosa vitiligine su una guancia.

“Hai cuccato” lo motteggiò Terenzia, poi Marchetti la sentì irrigidirsi mentre Tiberio Sempronio Gracco prendeva il posto di Scevola sullo sgabello. Una autentica ovazione lo accolse, e poi la plebe fuori dal recinto si unì alle strida degli invitati. Tiberio alzò una mano per calmare bonariamente la folla, ma fu inutile. Persino Terenzia, con orrore di Arduino Marchetti, si cacciò due dita in bocca per fischiare.

Quando finalmente poté parlare, il tribuno della plebe rimase in silenzio alcuni secondi al fumo verticale delle torce. Gli schiavi lo circondarono di lunghi rami di pino resinato incandescenti che sottolineavano i suoi lineamenti virili, tingendo di fuoco la toga immacolata.

“I miei nemici in Senato mi accusano di aspirare alla tirannide personale” esordì Tiberio nel silenzio più assoluto “dicono che ho infranto la tradizione, e che quando non godrò più dell’immunità di tribuno mi processeranno.“

Un clamore di riprovazione fulminò la folla, persino la plebe all’esterno che non aveva potuto udire le parole di Tiberio, ma lui alzò un mano per zittirli. “La legge incontra sempre maggiori difficoltà” proseguì “gli occupanti dell’ager publicus hanno fatto dell’abuso una pratica quotidiana. Non c’è occupante della terra in comune del popolo romano che non ricorra contro la commissione. Questi cittadini usano la Repubblica come se fosse loro proprietà personale, e invece di avere a cuore la potenza di Roma pensano ai propri interessi.”

Marchetti sentiva sulla nuca gli occhi della donna vitiliginosa. “Senti, ti rincresce se ci spostiamo?” propose a Terenzia, che lo seguì attraverso la folla.

“Non sarà questo a fermarci” continuò Tiberio “abbiamo chiaro in mente il benessere dei cittadini di Roma. Abbiamo chiara in mente la sopravvivenza di una Repubblica di cittadini liberi, non di clienti dei proprietari terrieri!”

Un’altra ovazione. “Tiberio!” gridò uno dei plebei arrampicato sul muro a decine “dacci le armi per difendere la Legge!”

Un silenzio di costernazione accolse la richiesta dell’uomo. Tiberio Gracco rispose prontamente: “La Legge non ha bisogno di essere difesa. E’ la Legge che difende il popolo dai soprusi.”

Un boato di folla salutò le sue parole, mani si alzarono, il cerchio si strinse verso lo sgabello. Marchetti distinse Gaio Gracco ai piedi del fratello, poi la donna della vitiligine gli premette il seno contro la schiena nella calca. “Scusami, devo andare” gli disse Terenzia sgusciandogli via di mano.

“Ma dove vai?” domandò Arduino Marchetti cercando una via di fuga.

“Vado a chiedere l’autografo a Tiberio” rispose lei, già due file più il là.

* * *

Iunio gli si materializzò accanto nell’oscurità fresca del patio. Stringeva una tazza di falerno in mano. “Dove eri finito?” gli domandò Marchetti “ho perso la ragazza.”

Iunio sghignazzò con i denti fintamente cariati. “L’ho trovata io. Se vuoi ti porto da lei.”

Marchetti scattò in piedi seguendolo verso il giardino della villa. C’era una macchia di alberi da frutto, al buio, oltre le stanze degli schiavi. Attraversarono anche una corte piena di dolia  interrati per la conservazione del grano. Più oltre, un piccolo tempio con busti degli antenati dei Gracchi, Publio Cornelio Scipione l’Africano e il suo omonimo Emiliano.

“Contatto” subvocalizzò Marchetti mentre si affrettava dietro Iunio.

“In linea” rispose la voce della sua coscienza temporale.

“Situazione delle turbolenze nel II a.C.”

“Possibilità di alterazioni inferiore al 10%. Solo in caso di procurata scomparsa di Personaggi di classe da A a D, possibilità di alterazioni temporali stimabile in 20%.”

Spero che non arrivi a tanto, pensò Marchetti, sicuro che Terenzia non sarebbe stata in grado di nuocere a una mosca. Se procura anche accidentalmente la morte di Tiberio, c’è 1 possibilità su 5 che l’Africa settentrionale rimanga occupata da popolazioni indoeuropee, o che i Vichinghi siano sconfitti militarmente dai Franchi, o forse che l’America sia scoperta da navigatori portoghesi.

Tiberio Gracco era appartato con pochi intimi alla luce di due sole torce quasi esaurite, sdraiati su coperte e cuscini. Fra la compagnia alcune donne, fra loro Terenzia, seduta proprio accanto al tribuno.

Marchetti si sentì gelare. Tiberio lo guardò curioso. “Lucio Claudio Pulcro, mio marito” disse Terenzia facendo cenno a una schiava di versare del falerno per il nuovo arrivato.

Iunio si eclissò. Marchetti cominciò a sudare per il pericolo in cui la ragazza li aveva cacciati. Avrebbero dovuto rimanere in disparte, lasciando scorrere gli avvenimenti senza farsi notare. Non avevano un vero e proprio passato per giustificarsi, ma forse una ragazza bella come Terenzia non necessitava di giustificazioni agli occhi degli uomini.

“Tra meno di un’ora sarà l’aurora” disse Tiberio “e ancora nessuno è a dormire.”

Terenzia Ferrari aveva lasciato il mantello in terra, ai piedi dei cuscini. Gli orecchini scintillanti ricadevano sulle sue spalle nude come le braccia, e si frustava le caviglie con un ramoscello di salice. Qualcuno degli invitati dormiva sui triclini. Marchetti sedette rigido, osservando i polpacci da statua di Terenzia mentre sudava freddo. Ora scopriranno che non siamo cittadini di Roma, pensava, scopriranno che Terenzia non è nata a Modena, ma in una città chiamata Madrid che ancora deve essere fondata.

Le torce bruciavano lentamente. Tiberio Gracco ascoltava le conversazioni amichevoli degli invitati senza lasciarsi sfuggire nulla malgrado il vino e la stanchezza. Arduino Marchetti non aveva il coraggio di sedersi accanto a quella che avrebbe dovuto essere sua moglie.

La notte scolorì poco prima dell’esaurirsi del catrame sulle torce e filtrò lentamente la medesima alba da 800 anni a quella parte, l’alba rossa di Roma.

* * *

“E mi hai portata quassù, un viaggio di due ore, per vedere quegli scemi che misurano il terreno?” esclamò aspra Terenzia.

Arduino Marchetti rise. “Quegli scemi, carina, sono uomini del triumvirato, dipendenti del tuo amico Gracco. Cosa darei per avere un binocolo.”

Si erano fermati all’8^ colonna miliare della via Appia. Un manipolo di schiavi stava conficcando nel terreno uno strumento dell’altezza di un piccolo albero, una sorta di bilancia a quattro braccia con pendoli e contrappesi.

“C’è anche Tiberio?” domandò Terenzia riparandosi gli occhi dal sole.

“Da qui riconosco solo Appio Claudio” rispose Marchetti sedendo su un sasso, esausto. Iunio si era fermato poco dopo il tempio di Romolo, incapace di muovere un altro passo.

“E cosa fanno?” domandò Terenzia “hanno trasportato delle pietre cilindriche.”

“Si chiama centuriazione” sbadigliò Marchetti cacciando le mosche “è la base del frazionamento dell’ager publicus in unità rigorosamente uguali, dalle quali saranno tratti i poderi da assegnare ai nuovi assidui. Esproprio proletario.”

Terenzia aggirò un arbusto di spini, ma quando Marchetti le gridò di fare attenzione ai serpenti tornò indietro. ‘Non vedo Tiberio” gli disse imbronciata.

Incurante, Marchetti tracciò una linea nell’aria con la mano. “E’ difficile che il lavoro sia fatto direttamente dai triumviri. I confini delle centurie tracciati da est a ovest si chiamano decumani, quelli da nord a sud cardini. Quell’attrezzo di misurazione, che si chiama groma, serve a tracciare angoli retti sul terreno.”

Terenzia tese un braccio verso un carro che sopraggiungeva dalla direzione delle mura, sollevando poca polvere nell’aria fresca e serena del mattino laziale. “Tiberio?” domandò.

“Non illuderti” cercò di scoraggiarla Marchetti cercando un posto per sdraiarsi, ma quando il carro li raggiunse vide che si trattava davvero di Tiberio Sempronio Gracco.

“Lucio Pulcro” gli disse il tribuno affacciandosi dalla cortina sudicia di polvere “come hai fatto ad arrivare tanto lontano dalle mura, a quest’ora del mattino?”

Marchetti scattò in piedi, meravigliato che il tribuno potesse anche solo ricordare il suo nome, ma pensò che il viso di Terenzia era un ottimo promemoria per qualsiasi uomo. Tiberio scese muovendo pochi passi con i piedi intorpiditi e lo schiavo a cassetta saltò giù per nutrire i cavalli e controllare il mozzo della ruota.

“E’ un lavoro ingrato” spiegò Tiberio Gracco “i proprietari si oppongono ricorrendo per via legale a ogni tentativo di esproprio. Abbiamo le terre, abbiamo il denaro e non riusciamo ad assegnarli a centomila cittadini che non hanno di che sfamarsi.”

“Oh, ci riusciremo” disse Terenzia con voce dolce, come se avesse scelto il proprio partito “ho visto come ti adora la plebe. Chi ha un sostegno così non può fallire.”

Gli uccelli volarono bassi sopra di loro, provenienti dal litorale. “Cattivo auspicio o brutto tempo in arrivo?” disse Tiberio Gracco fra sé e sé “una megera ha voluto assolutamente leggermi il futuro, fermando il carro prima che lasciassimo le mura. Ha visto ostacoli e difficoltà. E stanotte ho sognato una vestale con una folta barba sulle gote.”

Terenzia e il tribuno si allontanarono verso gli operai intenti a sudare alla groma, Marchetti li seguì qualche passo più indietro. Tiberio Gracco non sembrava preoccuparsi dell’effetto di importunare la moglie di un altro.

Marchetti si domandò se la ragazza fosse conscia dei pericoli potenziali insiti nell’influire direttamente su personalità di primo piano della Storia. Tiberio Sempronio Gracco era classificato Personaggio di tipo “B”, anche se per fortuna il flusso di informazioni dell’auricolare assicurava che in quel momento le possibilità di alterare il flusso della realtà nel II secolo a.C. era inferiore al 3%.

Il grido lontano di un gufo non distrasse Terenzia e il tribuno della plebe, Marchetti contò i giorni che mancavano alla propria avventura e si domandò perché il dottor Ferrari avesse scelto proprio quell’episodio sanguinoso della storia romana per dare una lezione alla figlia.

* * *

Più tardi, dopo che Tiberio Gracco li ebbe riaccompagnati sul proprio carro fino dentro le mura, Terenzia disse a Marchetti che le aveva confidato di volersi candidare di nuovo a tribuno della plebe per l’anno seguente.

“Lo so” rispose lui “questa è storia. Sarà l’inizio della sua caduta.”

Terenzia aguzzò le orecchie. “Caduta?” ripeté “cosa succederà a Tiberio?”

La guardò per vedere se lo prendeva in giro. “Cosa succederà a Tiberio Gracco?” disse alzando il tono di voce “Vuoi scherzare? Vuoi dire che tuo padre ti ha mandata qui senza farti leggere un libro di storia?”

Terenzia fece un gesto vago, scorgendo Iunio alla finestra. Erano arrivati sotto casa. “Non ricordo” rispose “ho studiato a scuola, poi papà aveva sempre tutti quei libri di storia romana per casa, ma a me piacevano solo Giulio Cesare e Nerone.”

“Cosa succederà ai Gracchi” bofonchiò lui salendo le scale “cazzo, siamo a piedi. Non hai mai sentito parlare di Cornelia, che mostrando i figli diceva ecco i miei gioielli? Erano Tiberio e Gaio.”

“Muzio Scevola e gli Orazi e Curiazi. Certo che ricordo ecco i miei gioielli, ma è una storia così scema. E Romolo e Remo, che confondo con Caino e Abele?”

Iunio aveva preparato gallina bollita; Marchetti andò a riposare senza mangiare. “Ma cosa sta per accadere, qua a Roma?” sentì che Terenzia domandava a Iunio “Arduino si è incazzato quando l’ho chiesto a lui.”

Iunio sghignazzò nel suo modo scostante. “Tiberio Gracco vuole ripresentarsi per la carica di tribuno della plebe, l’anno prossimo” rispose la sua voce  “non è illegale, ma è contro la tradizione: e per i romani la tradizione conta. Lui vorrebbe evitare la possibilità di essere messo in stato di accusa per non che crolli la sua riforma agraria.”

Ci fu una pausa di parecchi minuti, poi prima di addormentarsi Marchetti sentì Terenzia dire “Che schifo la politica. Non ci capisco niente.”

* * *

Si risvegliò solo in casa. Cercò i compagni dalla finestra, ma vide solo suonatori di flauto che elemosinavano. Sopraggiunsero degli operai che scrissero qualcosa sul muro di fronte. Siamo già alla propaganda elettorale, pensò leggendo, ora tutti sapranno che Tiberio Gracco intende violare la tradizione.

Incominciò a piovere. Scendendo le scale quasi scivolò sulla macchia di sangue lasciata da un bambino ruzzolato un minuto prima e Incontrò Iunio che risaliva con una pezza di lino avvolta intorno a pochi pugni di grano. “Dov’è la ragazza?” gli domandò.

“L’ha presa con una carrozza” rispose il nano senza fermarsi.

Marchetti comandò mentalmente un rimedio contro l’emicrania. Sentì sciogliersi il nodo della costrizione sulla nuca. “L’ha presa chi?” gridò a Iunio.

“Tiberio” rispose lui “avevano appuntamento di sotto, al velabrum. Hai aspettato troppo a chiavarla” e scomparve.

Marchetti scese gli scalini due per volta, rischiando di rompersi l’osso del collo. In strada travolse un venditore d’acqua, corse fino al Lungotevere strappandosi un sandalo ma non c’era traccia di Terenzia nella folla puzzolente di afa.

Risalì bestemmiando con la calzatura rotta fino all’isola Tiberina, e poi verso il Foro, rendendosi conto che non sapeva dove cercare Tiberio Gracco. Interrogò nuovamente il contatto in linea, ma fu rassicurato dalle scarsissime probabilità di alterare il flusso della realtà anche con un gesto sconsiderato. Un uomo grasso e sdentato stava arringando la folla davanti a una iscrizione elettorale, ma Marchetti non si fermò ad ascoltare. Camminò per due ore, spellandosi i piedi, poi gettò via i sandali perché era sconveniente uscire di casa senza calzari per un uomo della sua condizione sociale.

Quando rientrò, Terenzia stava risalendo le scale dell’insula. Cercò di evitarlo, ma la bloccò contro il muro sotto gli occhi morbosamente curiosi delle vicine di casa. “Dove sei stata?” domandò.

“Sei geloso?” rispose lei sostenendo il suo sguardo.

Cercò di sentire se portava addosso l’odore di un uomo ma la prossimità della strada lo fuorviò. “Credo tu stia impazzendo”  le disse mantenendo la calma “Tiberio Gracco è un fantasma” spiegò “è morto 21 secoli fa. Frammenti del suo DNA sono oramai sparsi in tutta l’umanità attraverso infiniti rimescolamenti genetici. Vuoi fare l’amore con un morto?”

Terenzia arrossì violentemente. “Mi pare che lui sia molto più vivo di te, Marchetti” rispose, e scostò il braccio che la bloccava.

Restò a guardarla salire le scale. “Viva la sincerità!” le gridò dietro in italiano “meno male che ti abbiamo registrata fra le puttane!”

Più tardi sedette sul letto di lei, nella notte rischiarata da una luna dolce che aveva vinto la pioggia estiva. Toccò con il polpastrello le lacrime alle sue guance. “Mi spiace” le disse con sincerità, ma sapendo che non sarebbe stato sufficiente. “Non era mia intenzione ferirti.”

“Non è mai tua intenzione” rispose lei secca “tu non hai mai intenzioni, Marchetti. Tu sei qui solo per pagare l’operazione di tuo figlio.”

Arduino sospirò. Sono ingiusto, pensò. Ma se lei avesse saputo cosa la aspettava entro poche settimane, forse avrebbe capito. Pensò di dirglielo, ma avrebbe sciupato la sua avventura.

Dormi, Terenzia, e non pensare. L’anno prossimo il Senato istituirà un tribunale straordinario contro la tirannide per condannare a morte i seguaci di Tiberio. Ma per ora lui è al sicuro, all’apice della sua fortuna. Dormi, Terenzia.

* * *

Arduino Marchetti pensò che Terenzia stesse cominciando a diventare superstiziosa come un romano quando, uscendo dal cenacula dove abitavano, si lamentò della scomparsa della barba di lupo sulla porta. Iunio si strinse nelle spalle.

Come Marchetti, Iunio non aveva dormito l’intera notte sapendo che quello era il giorno della elezione dei tribuni della plebe. Marchetti l’aveva pregato di non anticipare nulla alla ragazza, e lui aveva ubbidito, ma era preoccupato per i disordini che stavano per scoppiare.

“Dimmi almeno se vincerà lui” domandò Terenzia apprensiva “non può essere sconfitto, vero? Il popolo è con Tiberio.”

“No, non possono sconfiggerlo” ammise Marchetti.

Malgrado fosse tarda estate il cielo era coperto. Durante la notte un temporale si era sfogato al porto di Ostia, transitando poi su Roma. I canaletti di scolo della strada trascinavano ogni genere di rifiuti, solidi e liquidi.

I muri della città sembravano totalmente ricoperti di scritte elettorali e la gente si salutava con gesti rigidi del braccio, mendicanti offrivano auspici per la giornata e per il risultato delle elezioni.

Affluirono lungo torrenti di popolo verso il Campidoglio dove Marchetti scoprì che la sua tribù era stata estratta per votare per prima. Temette che si rimettesse a piovere, ma fu distratto da un gruppo di uomini togati che si faceva largo nella folla variopinta che continuava a radunarsi.

Un uomo si issò su un’ara, facendo un ampio gesto del braccio per chiedere silenzio. “Il Senato manda a dire al popolo romano che i comizi convocati per oggi non possono essere considerati legali” gridò controllando le reazioni della folla “il tribuno della plebe Tiberio Sempronio Gracco non può ripresentarsi candidato, violando in questo modo la tradizione.”

La plebe lo apostrofò, ma i suoi gli si strinsero intorno. Qualcuno era armato. “Che succede?” si informò Terenzia stretta contro la spalla di Marchetti. Lui poté sentire il battito del suo cuore attraverso la tunica leggera e il seno tiepido.

“L’assemblea deve sciogliersi!” gridava il senatore senza riuscire a sovrastare la protesta “il Senato incaricherà il console Scevola di riportare l’ordine!”

“E’ vero?” trasalì Terenzia.

“Publio Muzio Scevola è della partes dei Gracchi” la tranquillizzò Marchetti “e inoltre è un insigne studioso di diritto romano. Sa che Tiberio non sta compiendo un atto illegale, malgrado sia una candidatura inconsueta. Si rifiuterà di intervenire.”

La folla si agitava, volarono sassi contro il senatore che scese e si fece largo nella folla. Seguirono bastonate e calci, poi Gaio Gracco si avvicinò con i suoi seguaci, tra i quali un anziano con i capelli bianchi e un fisico da atleta. “Publio Licinio Crasso” disse Marchetti “è suocero di Gaio Gracco. Prenderà il posto di Tiberio nel triumvirato, l’anno prossimo.”

“Il posto di Tiberio?” domandò Terenzia “allora non sarà rieletto?”

“Stanno facendo l’appello per la tribù” disse Marchetti per cambiare discorso “vedo l’ufficiale rogator su quel banco, laggiù.” Si spostarono verso il tempio di Giove. Iunio si era dileguato, probabilmente per sottrarsi ai torbidi.

“Sono preoccupata” confessò Terenzia “sento che perderà le elezioni. Hanno comprato i voti, vero?”

La coda di serpente della tribù si snodò intorno alle colonne del cortile e Terenzia rimase aggrappata al suo braccio come una sposa in luna di miele. Marchetti pensò che era bella e giovane sotto il sole repubblicano di Roma.

Passò quasi un’ora di coda lenta. Al suo arrivo davanti al rogator, Marchetti mostrò la propria tessera di riconoscimento. L’ufficiale gli consegnò la tabella, e stringendola in mano si incamminò sulla passerella. Scrisse con un lapis “T-SEMPR.” e la depositò nell’urna davanti agli occhi dei custodi. Il centurione civile sbadigliò controllando il registro.

In quel momento il clamore fuori dal recinto sovrastò i suoni dell’assemblea. Marchetti si affrettò a trascinare Terenzia in disparte, accorgendosi di tremare,

Un senatore dall’aspetto altero sopraggiunse dall’esterno, spintonando i presenti. Si poteva vedere una lama nelle sue mani. Era seguito da altri con il latus clavus dei senatori. Una turba di clientes e schiavi armati li affiancava.

“Chi sono?” domandò Terenzia.

Marchetti la tenne ferma per il braccio. “Publio Cornelio Scipione Nasica” rispose a denti stretti, badando di non lasciarla allontanare “è un cugino primo di Tiberio, e suo strenuo oppositore nel difendere i diritti dei proprietari. Non è riuscito a convincere il console Scevola a disperdere i comizi tributi di oggi e ha deciso di intervenire di persona.”

Scoppiarono subito tafferugli fra la plebe e gli schiavi dei senatori. Volarono bastonate, le toghe si tinsero di sangue, poi improvvisamente tutti urlarono e si aprì un varco intorno ai nuovi arrivati. “Per ordine del senato, disperdete l’assemblea!” gridava Scipione Nasica.

C’era gente insanguinata sul terreno, la folla si ammucchiò, si frantumò, si disperse. Dalla parte opposta del recinto del tempio, Gaio e Tiberio avanzarono verso gli invasori affiancati da pochi amici.

Terenzia scivolò via dalla mano di Marchetti. “Fermati!” gridò lui, ma la folla si richiuse. Rimase compresso, temette di essere calpestato. Recuperò l’equilibrio ma non vedeva più la ragazza.

Volavano minacce e sassi. Scipione Nasica e i senatori continuavano a urlare l’ordine di disperdere l’assemblea. Tiberio avanzò di un passo per fronteggiarli, alzando una mano in un gesto imperioso. Altri si mossero al suo fianco incontro ai provocatori.

Fu un massacro. I senatori e i loro accoliti si lanciarono premeditatamente sui graccani. Gaio rimase in disparte, salvato dalle dita di piovra della folla. Si alzarono bastoni, daghe, corte lame da tunica, giavellotti. Gli schiavi di Scipione calpestarono il corpo riverso di Tiberio, massacrandolo con asce e martelli. I suoi amici furono respinti, feriti, assassinati.

La folla, incredula, urlò. La plebe si espanse, poi si contrasse, qualcuno cadde, ma quando i clientes dei senatori si avvicinarono con le armi sollevate tutti fuggirono. Tutti strepitavano e Marchetti ricevette un sasso sulla spalla, inciampò, vide la testa di Terenzia e si fece largo a gomitate.

Si ritrovò all’aperto, fuori dalla ressa. I sicari si erano allontanati dai corpi di Tiberio e dei suoi. Gaio Sempronio e suo suocero Publio Licinio Crasso non erano più in vista, forse erano stati tratti in salvo dalla folla. C’erano plebei arrampicati sui muri per fuggire, i banchi dei rogator erano rovesciati, l’aria era attraversata da sassi. Marchetti cercò di raggiungere Terenzia che correva verso il corpo straziato di Tiberio Gracco.

La ragazza si gettò sul cadavere gridando istericamente. La sua stola era stracciata e sporca di terra alla spalla. Marchetti le avvolse il capo con un lembo della propria toga senza riuscire a trattenere le lacrime, coprendole gli occhi con la mano per trascinarla via.

Il Campidoglio si era trasformato in un campo di battaglia. I senatori assassini si tenevano a distanza dal corpo sbranato di Tiberio, come se cominciassero a rendersi conto della gravità di quanto avvenuto.

Marchetti coprì con il proprio mantello il sangue di Tiberio Gracco, poi strinse la ragazza sollevandola con il capo ancora coperto. Sentiva le lacrime spaccargli le labbra, ricevette un colpo di gomito al collo mentre la folla tornava a ingoiarli. Spinse, gridò, strattonò Terenzia fuori dal recinto del tempio.

Iunio lo afferrò per un polso. “Non verso il Tevere” disse “fuggiamo di qua.”

Terenzia era ridotta a un sacco vuoto. Le scoprì il capo, stringendola per le spalle per sostenerla. “Tu lo sapevi...” gli disse senza guardarlo negli occhi “sapevi che lo avrebbero ucciso, oggi.”

La sostenne per la vita, aveva fianchi snelli e forti. Non parlarono più fino al cenacula all’ultimo piano. Aiutò Terenzia a coricarsi sul pagliericcio, levandosi i calzari lacerati.

“E’ stato orribile” confidò a bassa voce a Iunio, che pure sembrava scosso “Orribile. Anche sapendo cosa sarebbe accaduto. Anzi, forse è stato peggio.”

Iunio si stropicciava le mani, avvilito. Marchetti si lavò gli occhi in due dita d’acqua piovana, poi si accartocciò in un angolo della stanza a piangere per Roma.

* * *

Posò una mano sulla spalla di Terenzia. Lei era seduta alla finestra, i capelli bagnati dalla pioggia che non aveva rallentato dall’ora seguente la morte di Tiberio.

Roma taceva sotto l’acqua. Il Senato si era gettato dalla parte di Scipione Nasica, i graccani erano all’indice. Si diceva che Gaio Sempronio fosse riparato fuori dalle mura, e che Appio Claudio Pulcro fosse sparito dalla circolazione. Di tanto in tanto si sentiva un lamento funebre scivolare sui tetti e le terrazze. La prostrazione della plebe era agghiacciante. I mendicanti sembravano scomparsi, i clientes e gli schiavi dei senatori percorrevano le strade armati.

“Siamo pronti” disse Marchetti “tra dieci minuti inizia il trasferimento.”

Terenzia si sfilò gli orecchini di ambra e li posò sul davanzale. “Non voglio portare nulla indietro con me” disse con una voce simile a gesso sulla lavagna. Si allontanò verso il centro della stanza con la lentezza di un bradipo.

Marchetti sporse le mani sotto la pioggia. Addio, pensò, questa è l’ultima volta che mi faccio masticare dalla seduzione della violenza di Roma, dalla violenza della seduzione di Roma.

Iunio lo abbracciò più forte del solito. Capiva che non si sarebbero mai più rivisti, se non nel XXI secolo.

* * *

Marchetti incontrò Terenzia Ferrari a un vernissage elettronico a Trieste, tre mesi dopo il loro rientro nel XXI secolo. Lei era insieme a un americano dall’espressione anabolizzata; indossava un miniabito di stile giapponese techno con scarponcini colore della sabbia di Roma. Era tornata a tingersi i capelli di biondo, e li portava lisci e sciolti sulle spalle.

Quando lo vide rimase a osservarlo quasi incredula della coincidenza. Il suo accompagnatore americano deformava una performance stirando i pollici su un video con un rumore di carne umana sulla plastica. “Arduino?” disse lei.

Marchetti si sentì a disagio. Dal giorno del rientro non si erano più rivisti, sapeva solo che era ritornata a Genova con suo padre, e che poco dopo si era iscritta a un college esclusivo del New England.

“Stai bene?” la salutò. Scambiarono due parole, poi le strinse la mano e fece per andarsene. Non posso, pensò istantaneamente. Si voltò e lei era ancora lì a guardarlo. “Caffè?” le domandò.

Terenzia chiese permesso all’americano, che la salutò con un “Alright” distratto. Scesero allo snack bar della galleria d’arte, al piano terra. “Che fai?” le domandò Marchetti sentendosi più a suo agio senza la presenza del ragazzo “ho sentito dire che ti sposi.”

Terenzia sgranò gli occhi. “Non scherzare” rispose con sollievo di lui “vorrebbe dire che l’hai saputo prima di me.”

Marchetti ordinò latte e menta per tutti e due. C’era una canzone lagnosa di un gruppo francese, piena di Je t’Aime I Love You Te Quiero Ich Liebe Dich Ti Amo Ego Ama Tibi. Le tastierine delle ordinazioni erano assicurate ai tavoli da una catenella con maglie a cuoricino.

“Quello era il tuo ragazzo?” domandò Marchetti con un gesto noncurante.

Terenzia rise di gusto. “Sei geloso!” disse “guarda che è un mio compagno di college. Non ho intenzione di legarmi a nessuno, malgrado le mie condizioni.”

La cameriera portò due bicchieri alti colore verde pallidissimo, osservando con aria di rimprovero il seno sinistro di Terenzia che sporgeva da una finestra a trapezio nel miniabito.

“Cosa vuoi dire?” domandò Marchetti quando realizzò le sue parole.

Terenzia distolse lo sguardo. “Non sai? Sei venuto a cercarmi fino qui a Trieste e vuoi farmi credere che non lo sai?”

Marchetti si irritò. “Non ti ho cercata. Sono capitato qui per caso, che tu ci creda o no.”

La cannuccia aveva la forma di un nodo da marinaio, i fazzolettini di carta profumavano di lime. “Aspetto un bambino” disse semplicemente Terenzia.

Marchetti rimase sorpreso. “Complimenti” disse sincero “sono contendo per te. O non dovrei?”

“Fai bene” lo rassicurò Terenzia sciogliendosi.

“E... non ti sposi lo stesso?”

“Non insistere. Sei un amico, non mio padre.”

Il rumore delle tazzine di porcellana sembrava troppo forte nello snack bar della galleria. I clienti avevano voci assonnate, gentili, distanti. “Non trovi a volte che tutto questo suoni falso?” domandò Terenzia “è come se questo secolo non fosse reale. Come se da un momento all’altro la realtà dovesse squarciarsi per lasciare emergere il vero tempo in cui viviamo.”

Marchetti annuì, commosso. “La Repubblica?” rispose. “Sì, spesso ho avuto la stessa impressione anch’io. Maya, il velo dell’illusione indù. Il mondo di Dick immobilizzato al I secolo dopo Cristo.”

“Sai che i primi tempi non riuscivo più a dormire?” aggiunse Terenzia con un sorriso indulgente “sono dimagrita di cinque chili, ero sull’orlo di un esaurimento nervoso. Papà mi ha mandata per qualche tempo in Svizzera, è stato a Zurigo che ho cominciato a pensare a te, e allora mi sono accorta che mi mancavi.”

Risero insieme come vecchi amici, ma qualcosa era passato fra di loro. Le gocce di latte e menta sul tavolino erano come frammenti del sangue di Tiberio.

“Cosa fai, adesso?” domandò ancora Terenzia “l’operazione di tuo figlio è andata bene?”

“Perfettamente, grazie. Non faccio più la guida temporale per ricchi in cerca di emozioni, ma ho conservato il mio posto al Ministero della ricerca scientifica. Fra tre giorni parto per l’Inghilterra di Cromwell dietro incarico dell’Istituto di storia delle religioni di Edimburgo.”

La canzone sfumò in una musica di flauto che ricordava troppo i suonatori di piva lungo il Tevere nella maturità della Repubblica. “Viaggeresti ancora con me?” domandò Marchetti per scherzo.

“No, non ce la farei” rispose per scherzo lei “sei tornato insieme a tua moglie?”

“Non sei la sola che avrà un figlio senza avere un marito.”

Tacquero per tutta la durata del brano musicale. L’americano si affacciò dalla porta, ma Terenzia fece finta di non vederlo. “Cosa fai stasera?” le domandò Marchetti realizzando quanto era bella. Come il sole repubblicano di Roma, aveva pensato un tempo, tre mesi e milleduecento anni prima.

“Posso fare quello che vuoi” rispose lei.

“Sai che non si vede nulla?” constatò Marchetti sentendo un calore familiare al collo “da quanto aspetti?”

Terenzia sorrise. Si attendeva quella domanda. “Tre mesi” rispose con precisione. L’americano la salutò da lontano con la mano e sparì verso l’uscita.

Tre mesi, pensò Marchetti. Tirò fuori di tasca un oggetto che posò sul tavolino, fra la tastierina e la borsetta di Terenzia. “Come li hai avuti?” domandò lei meravigliata.

Marchetti distese con attenzione le maglie d’argento degli orecchini. “Non potevo lasciarli là sul davanzale del cenacula. Non me lo sarei mai perdonato. E poi, volevo qualcosa di tuo.”

Terenzia raccolse gli orecchini con uno scintillio negli occhi. “Lo sapevo che non eri capitato qui a Trieste per caso” disse luminosa.

“Ero venuto a riportarteli, ti appartengono. Ma solo adesso ho capito che li avevi lasciati sotto la pioggia perché portavi già con te un ricordo indelebile.”

Terenzia sorrise della sua comprensione, posando per un riflesso condizionato una mano sul ventre. Arduino Marchetti la ammirò e la invidiò, perché avrebbe avuto per sempre con sé frammenti degli occhi di Tiberio.

 

Franco Ricciardiello

 

Scritto tra il 1 e il 6 novembre 1994

 

Pubblicazioni:

"Terminus" n. 3, Palermo 1996

"Scrittura creativa", Università popolare di Vercelli, Vercelli 1998

 

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