FRANCO RICCIARDIELLO

Il Fiume e il Tempo

 

 

Prima che il Fiume divenisse scarlatto, c'erano solo alcune lacrime di sangue gocciolate fuori bordo dal battello. Ora ce un velo rosso sul pavimento della nostra cabina, e la coperta sulle cuccette è tutta insanguinata per lo stillare del soffitto.  Montserrat è accovacciata in un angolo, la testa fra le braccia e la schiena contro il muro, le dita pallide strette sulla rosa rossa del palmo; indossa l'abito bianco delle nozze, portato con orgoglio nella grigia città di Dicembre, un giorno che pare ora tanto lontano nello spazio e nel tempo e che contrasta con la rosa rossa come una goccia di sangue in un secchio di latte. L'abito è chiazzato d'aloni là dove, sin da questa mattina, è rimasto esposto allo stillicidio del soffitto.

In principio non si trattò che di una macchiolina cremisi, una punta di spillo sull'orlo di pizzo del vestito. Accadde durante uno degli ultimi giorni di sole avanti la fine dell'estate, la stagione pigra e ardente delle pianure centrali. Era terminato il periodo delle messi, delle lame arrotate che falciano le interminabili pianure dorate a nord della città.  In principio di quella stagione ero tornato a casa da Dicembre, dove mi ero diplomato, con la mia margherita gialla e il mio proponimento d'aiutare la gente nel campi; c'è sempre bisogno di braccia durante la raccolta e inoltre in città non avevo più nulla che mi trattenesse.  Conobbi Montserrat, una giovane maestra del villaggio che ricordavo, prima che intraprendessi gli studi, come una bambina castana di capelli, con la rosellina scarlatta chiusa nel palmo. Navigammo le lunghe sere torride nelle verande asciutte di qualche fattoria o al tavoli d'un locale da ballo dove c'era sempre qualche suonatore di chitarra a pennellare sulle corde al ritmo del nostri tacchi, il convolvolo o l'orchidea purpurea che carezzava il manico dello strumento. Noi altri sognavamo l'est, le opulente terre che si estendono alla foce del Fiume, dove si dice ci sia tanto spazio da poter ospitare tutti gli abitanti del Llanos. In riva all'oceano ci sono città costruite nella roccia delle scogliere, paesi disseminati a piene mani nel Delta fremente di vita; c'è l'Isla Bonita, l'Isola Bella, ben al largo delle coste ma circondata d'acqua dolce perché il Fiume ha una portata tale da respingere l'oceano per centinaia di chilometri là dove sfocia.

Nell'est c'era bisogno di maestri. Preparammo in fretta i pochi bagagli, appena finito il tempo della raccolta, e dopo aver salutato i parenti in lacrime in una festa che tolse il sonno e la sobrietà al villaggio intero e la vitalità ai fiori per giorni e giorni, scendemmo a Dicembre.  Montserrat indossò il vestito di cotone bianco confezionato al villaggio dalle ragazze da marito e ci sposammo con rito civile un'ora prima della partenza del battello.

Il Fiume che ora è rosso era allora verde e placido; il battello a pale si staccò dal molo e iniziò il lungo viaggio verso l'est. Traversammo il confine della provincia e la città di Armada, dov'è odore di metallo bruciato e l'aria sembra grigia per la limatura di ferro, e un tempo le fonderie forgiavano le armi per scongiurare l'invasione dal cielo. Traversammo la pianura dolce della provincia di Devora, così simile alle nostre terre da farci singhiozzare di nostalgia; il battello s'inoltrò poi nelle terre disabitate dove finiscono i Llanos e inizia il Grande Est, dove le foreste selvagge si estendono per centinaia di chilometri tingendo l'acqua dello stesso colore verde cupo.

Fu in quelle terre che Montserrat si ferì senza accorgersi il palmo della mano, tranciando a metà un petalo della rosa, mentre affacciato al parapetto del battello osservavamo i tronchi marci che fluttuavano nella corrente tutto intorno a noi, usati come imbarcazione e trampolino per la pesca nel Fiume dagli uccelli.

Quando Montserrat si accorse del graffio scarlatto si asciugò il palmo col fazzoletto, ma io che ero accanto a lei avevo visto due gocce di sangue cadere come lacrime oltre il parapetto insieme al petalo tranciato. Per un attimo rimasero in superficie sull'acqua, poi l'onda le sciolse battendo contro lo scafo. Montserrat dice che se non vi fossero state quelle lacrime rosse il Fiume non si sarebbe ora tramutato in sangue. Io lo vedo più come un presagio che come una causa.

- Mi sono tagliata - disse Montserrat mostrandomi la rosa graziosa del palmo, quando già me n'ero accorto e sentivo un brivido corrermi lungo la spina dorsale. Come colta da un pensiero improvviso abbassò gli occhi sul vestito candido, tendendo le pieghe della gonna per controllare di non essersi macchiata. C'era solo un puntino rosso sull'orlo, che Montserrat si ripromise di lavare appena possibile. Tuttavia, da quel giorno e per la rimanente durata del viaggio non mise più l'abito del matrimonio; passammo la foresta e entrammo nelle nuvole d'insetti che preannunciavano le paludi. L'equipaggio ci raccomandò di rimanere sottocoperta, dove sottili reti agli oblò proteggevano i passeggeri. Faceva però troppo caldo e in molti trasgredimmo per sederci al fresco della sera sul ponte, a osservare i riflessi del fanale di prua sulle onde e ascoltare Il ritmo delle pale del battello e i richiami degli uccelli.

Forse per questo Montserrat si ammalò. Restò chiusa in cabina per oltre dieci giorni, con la febbre alta; nel primi giorni le tenni la mano, seduto accanto a lei, raccontandole qualcosa perché si addormentasse. Col perdurare della malattia, il medico di bordo mi raccomando che restasse ben coperta e al caldo per far aumentare la febbre e purgare l'organismo. Rimase giorni interi a boccheggiare sotto le coperte, con gli oblò e la porta chiusi, sempre più sciupata, la rosa asciutta e avvizzita, quasi scolorita, finché mosso a compassione dal suo sguardo e dalla preoccupante gracilità del suo corpo non l'aiutai a farsi un bagno caldo mentre aprivo un oblò per cambiare aria.

Cenammo a lume di candela dopo che ebbi insistito perché tenesse indosso le coperte. Sembrò felice quella sera, ma aveva gli occhi umidi e le ciondolava il capo.

Peggiorò ulteriormente, tanto che il medico ci consigliò di sbarcare alla prima stazione di rifornimento, al termine della Palude, e attendere il decorso della malattia. Temendo per la prima volta per la vita di Montserrat. acconsentii.

Il giorno seguente, un mattino profumato d'acqua e scandito dai richiami del pappagalli ai margini della foresta, aiutai mia moglie a scendere la scaletta del battello, mentre una decina di nuovi passeggeri salivano a bordo.

Montserrat aveva i capelli sciupati e gli occhi lucidi, e tutte le mucose infiammate; un uomo di mezz'età ci attendeva sulla soglia della stazione fluviale, ma non ci venne incontro per aiutarci sebbene potesse ben vedere quanto fosse in difficoltà Montserrat. Oltre l'ampio molo per carico e scarico merci, una passerella risaliva l'argine del Fiume sul quale l'edificio della stazione era stato eretto, forse per evitare le piene primaverili.

Solo alla fine della lunga scalata, con Montserrat portata a braccia e il bagaglio abbandonato sul molo, mi accorsi che sugli ultimi gradini era seduta una ragazza con stivali e una lunga gonna nera. Suonava un flauto sottile tenendolo fra le mani, e mi resi conto che udivo quella musica fin da metà scala, ma lo sforzo era stato tale da impedirmi di ascoltarla veramente.  La ragazza, poco più che una fanciulla, teneva gli occhi fissi al ventre del Fiume e suonava una melodia che mi parve infinitamente triste. La superai senza parlarle e con la vista quasi appannata, infuriato con l'uomo della soglia perché non aveva fatto gesto di aiutarmi, oltrepassai la soglia del largo bungalow di legno.

L'uomo mi seguì e finalmente si decise a guidarmi verso una stanza sul retro; c'era un letto dove potei sdraiare Montserrat.  Si svegliò per un attimo e mi chiamò per nome, agitata; le tenni la mano, parlandole piano, e venne l'uomo con una pezza bagnata per la sua fronte. Quando Montserrat si riassopì, di li a poco, buona parte del mio astio era svanito.

L'uomo, il proprietario della stazione, mi precedette nella locale taverna, dove parlammo per circa un'ora senza che Glauco, questo era il suo nome, si dimostrasse molto interessato ai fatti nostri. Non c'erano altri ospiti, essendo partiti tutti con il nostro battello; alla stazione fanno sosta tutti i battelli per commerciare con i rari abitanti della zona, che riforniscono d'ogni sorta di beni in cambio di legna da combustione per le macchine. Tutta quella zona di foreste al confine fra le provincie di Lentizia e Oceano fa capo alla stazione; era possibile ottenere uno sconto sul vitto e sull'alloggio aiutando il padrone, e considerando che transitava un battello al mese nel due sensi.

Udii battere la porta alle mie spalle e mi voltai per vedere che la ragazza del flauto era entrata e senza guardarmi si avviava verso la cucina.

- Ángel - le disse l'uomo - controlla per favore se la signora nella stanza sul retro si è svegliata.

La fanciulla, Ángel, si era fermata in mezzo alla stanza appena udito il proprio nome.  Riprese poi il passo, senza rispondere né guardare verso di noi.

* * *

La sera cala repentina in quelle regioni. Dopo aver mangiato pesce di fiume e germogli di canna insieme all'uomo, perché Montserrat dormiva ancora e Ángel, la figlia di Glauco, non s'era fatta vedere, l'uomo si ritirò borbottando qualcosa con il suo fare burbero. Rimasi solo in veranda ad ascoltare i mille suoni della foresta e riflettere sull'origine della grossa cicatrice che deturpava la tempia e l'orecchio destri di Glauco, come un colpo di artiglio.

Ero molto stanco; feci ritorno alla stanzetta dove Montserrat dormiva provvisoriamente, cercando la via a tentoni nel buio più completo. Finalmente la raggiunsi e mi accostai al letto per sentirle il polso, ma nella tenebra udii distintamente due diversi respiri. - Glauco ... ? - domandai.

- Sono Ángel - mi rispose un momento dopo una voce sottile al piedi del letto.

Non sapevo cosa fare, quando sfiorai con le dita la campana di vetro d'una lampada a olio, che accesi con un fiammifero.

Ángel era seduta sul letto e non chiuse gli occhi alla luce. Teneva fra le sue la mano di Montserrat, che sembrava serena nel sonno causatole dalla malattia, e le carezzava con tenerezza la rosa appassita.

Ángel era una primula gialla; la grossa borchia della cintura che la. ragazza portava in vita mi rimandò la luce della lampada e così pure i suoi stivali di un nero lucido, segno che non si avventurava sulle rive fangose del Fiume.

- Ora dorme - mi disse, prima che avvertissi il silenzio che era calato nella stanzetta.

Annuii e feci per andarmene, ma mi accorsi che non aveva capito. C'era qualcosa d'inquietante in quella ragazza dal capelli castani lunghi fino alla spalla, seduta al buio e in silenzio sul letto di mia moglie. Mi avvicinai a lei reggendo la lampada, intenzionato a chiederle se volesse essere accompagnata nella sua camera, ma invece di guardarmi si voltò verso la parete, chinando il capo da una parte come per udire il respiro di Montserrat.

Per un attimo distinsi chiaramente le iridi del suoi occhi, d'un verde chiarissimo e di una profondità sorprendente, quindi colto da un dubbio atroce le passai la lampada davanti al viso.  Non si volse, non si ritrasse, non serrò le palpebre. Non vedeva.

Mi ritirai in silenzio, spegnendo il lume e salendo a passi lievi verso la stanza che Glauco mi aveva indicato; appena giunto mi presi il capo fra le mani, stanco e con un'ombra gelida sul cuore.

* * *

Mi rizzai a sedere sul letto all'improvviso, con la mente concentrata sul ricordo della ferita nel palmo fiorito di Montserrat e della goccia rossa sul suo vestito. Mi lavai il viso in un bacile smaltato e scesi dabbasso.

Mia moglie e Ángel erano sedute a un tavolo, davanti al piatti della colazione vuoti, e parlavano con affabilità; Glauco non si vedeva.

Montserrat mi sorrise stanca quando mi vide e lo capii che Ángel si era fatta premura di lasciarle una coperta sulle spalle; era molto pallida e spettinata, ma mi parve subito migliorata rispetto al giorno precedente, forse grazie all'aria fresca della notte.  Con gli occhi mi accennò alla ragazza e allo stesso modo risposi che già sapevo.

Più tardi, mentre Glauco era lontano sulle rive e Ángel in cucina a preparare il pranzo, accompagnai Montserrat all'ombra ventilata della veranda. dove si sedette sul dondolo ringraziandomi con gli occhi.

- Ho temuto di morire - mi disse.

Io rigiravo fra le dita una radice aromatica.

- Hai visto quella povera ragazza ? - continuò Montserrat.

Annuii. - E' brutto alla sua età... - riuscii solo a dire.

- Dev'essere terribile - rispose Montserrat, inseguendo con lo sguardo il gioco di riflessi della corrente. - Vorrei poter fare qualcosa per lei, in questo poco tempo.

Morsi nervosamente la radice senza staccare lo sguardo dal viso di Montserrat.

A pranzo, chiese a Glauco quale fosse la causa della sua ferita. Un silenzio imbarazzato calò nella locanda, Ángel smise persino di mangiare per prestare attenzione.

- Sono stato fucilato - rispose in fretta l'uomo, nascondendo nel palmo chiuso il garofano rosato.

Evidentemente Montserrat non comprese, perché ripeté la domanda.

- Durante la guerra civile - spiegò rapido e secco Glauco - Nel Monti della Foschia... - Era stato ferito in un'imboscata e catturato; era stato messo al muro con alcuni suoi compagni e fucilato ma un solo colpo lo raggiunse alla spalla, facendolo svenire.  Era già perciò scampato due volte alla morte quando un ufficiale si avvicinò a tutti i caduti per il colpo di grazia; incredibilmente il proiettile fu deviato dalla tempia, provocando solo l'orrenda cicatrice che con gli anni si era asciugata.

Compresi quanto gli costò ogni parola da come si torturava il garofano con le unghie della stessa mano; avrei voluto che Montserrat non gli avesse mai fatto quella domanda, perché dopo pranzo Glauco si avventurò da solo nella foresta, Montserrat pregò Ángel di aiutarla a lavarsi i capelli e io rimasi solo.

Il Fiume scorreva lento e immenso, trasportando miliardi e miliardi di metri cubi d'acqua dolce.  Pensai a come tutta quell'acqua fosse precipitata dal cielo e fluita da mille piccoli affluenti lungo l'intero percorso, e mi venne spontaneo di vedere il Fiume con occhi diversi. Abituato a considerarlo come un'entità stabile, una via d'acqua che tagliava in due tutta la parte orientale dell'Ecumene, non mi ero mai accorto che esso potesse essere qualcosa di diverso: in verità il Fiume non è mai lo stesso, in ogni momento l'acqua che vedevo era trascorsa oltre e io me ne trovavo innanzi di nuova. Non ha senso dire che un'ansa, un meandro sono sempre gli stessi perché ad ogni momento cambiano con lo scorrere dell'acqua che li forma. Il Fiume è un'immane, tangibile, chiarissimo esempio del trascorrere del Tempo: le sorgenti sono il passato, il tratto davanti a noi è il presente e il delta può rappresentare ogni possibile futuro.

Come risvegliandomi da un sogno mi scossi, pensando per un attimo alla vanità di quanto andavo farneticando. Tornai alla stanza, dove trovai Montserrat inginocchiata sul letto per pettinare con cura i lunghi capelli castani di Ángel. Quando mi vide ci mise più impegno per dimostrarmi quanto tenesse a quella sventurata fanciulla, la sorella minore che mai aveva avuto.

Io mi sedetti in poltrona ad attendere che finisse; dopo alcuni minuti, Montserrat posò il pettine e mi mostrò le sottile treccine che aveva creato a partire dalle tempie della ragazza, poi le posò una mano sul collo chiaro. - Guarda - mi disse - Non è bellissima?

Ángel abbassò il capo ridendo e anch'io sorrisi. Montserrat la baciò sulla fronte e l'abbracciò.

* * *

Dal suo angolo di cabina, Montserrat ha alzato Il capo e posso vedere il suo volto pallido come un cencio. L'interstizio delle paratie alle sue spalle ha cominciato a trasudare un sangue lucido e fluido che fra breve le raggiungerà la schiena, facendola trasalire. Vorrei consolarla, ma sono più terrorizzato di lei; vorrei aiutarla ad alzarsi, come quel giorno in cui le parve di essere guarita e mi chiese di accompagnarla in riva al Fiume.

Le avevo appena preparato il letto nella stessa stanza, perché Glauco riteneva che non vi fosse più rischio di contagio, quando, affacciandosi alla finestra, vide la riva sassosa del Fiume: i tronchi d'albero in putrefazione che vi giacevano, le piante protese sulla superficie dell'acqua.

- Scendiamo? - mi disse.

Mi si aggrappò al braccio, tenendo sulle spalle uno scialle di lana di Ángel. e passeggiando come fidanzate calpestammo la grassa terra della riva, diretti verso un molo abbandonato alcune centinaia di metri più a valle della stazione. Parlammo del Grande Est, dei nostri progetti, di ciò che Glauco le aveva confidato della costa dell'oceano. La sua rosa rossa era fresca e cedevole contro il palmo della mia mano.

- Non sapevo che avremmo imparato qualcosa anche dal viaggio - disse Montserrat - Sognavo il favoloso Delta e le città folli costruite sul fianchi delle scogliere, e immaginavo il Fiume solo come una strada verso queste meraviglie. Invece abbiamo molto da imparare anche dal viaggio.

Approvai, senza dirle che sempre più mi pareva che il fiume stesse diventando il fine del viaggio piuttosto che il mezzo. Avevamo attraversato appena un quinto dell'Ecumene, eppure mi sembrava di aver già veduto un territorio immenso: gli altipiani biondi dei Llanos, con intere provincie di campi di grano oltre gli argini artificiali dell'alto Fiume; poi le città grigie per il fumo delle industrie, le immense fabbriche che un tempo forgiavano armi nelle città rispecchiate nelle acque; le colline di erba lucida, le foreste smisurate della provincia di Lentizia, e le paludi con i loro eserciti di zanzare da malaria: infine, le rigogliose foreste di vegetazione benigna che precedono la confluenza con i grandi fiumi del sud. Ormai, questo mi sembrava il mondo tangibile, il vero cuore dell'Ecumene. non più i campi e il villaggio e l'università, ma il sicuro vigore del Fiume che taglia l'altipiano e le pianure, e rode colline, spiana montagne intere: il Fiume che nutre le foreste e le piantagioni e lambisce le coste dell'Isla Bonita con carezze di acqua dolce.

Tornammo a passeggiare spesso nel giorni seguenti, tranne quando pioveva, mentre vedevo con sollievo Montserrat recuperare le forze e il colorito delle guance. Smise di perdere i capelli quando si faceva pettinare da Ángel e i suoi fianchi tornarono ad ammorbidirsi di salute. Io aiutavo Glauco alcune ore al giorno nella dispensa o nel magazzino, ma non avevo mai un vero colloquio con lui: ci limitavamo a scambiare poche frasi d'uso sul lavoro, mantenendo per il resto uno stretto riserbo che non diveniva mai peraltro scortesia. Non mi riusciva, né mi interessava di entrare nel suo mondo e non potevo considerarlo con simpatia.  Montserrat riusciva invece ad avere con lui lunghe discussioni che ben presto presero ad annoiarmi tanto che dopo pranzo, quando lo interrogava sulla sua vita, sulla guerra, sulla moglie partita con un capitano di vascello della compagnia fluviale dal convolvolo turchino nel pugno, lo mi alzavo da tavola per andare in veranda.

Ángel di solito sedeva all'inizio della scala di legno che portava all'imbarcadero, con il flauto fra le dita sottili, e suonava a orecchio strazianti melodie ipnotiche, la schiena ben eretta per distendere i polmoni, gli stivali di pelle confezionati a Gerona che non battevano mai il tempo.

Anche nelle sere di pioggia leggera si portava al suo posto abituale, senza neppure l'ausilio di un bastone, forse ignara della mia presenza alle sue spalle in veranda.  A me pareva che il Fiume cantasse compiaciuto al suono del flauto: s'era ingrossato di molto per le piogge invernali, alzandosi lungo l'argine naturale e sollevando con sé il pontile galleggiante sul quale eravamo scesi Montserrat ed io quasi un mese avanti.

Non prendemmo il primo battello, benché mia moglie fosse ormai quasi ristabilita.  Al pensiero di abbandonare Ángel le si inumidivano gli occhi, né io mi sentivo tanto ansioso di rimettermi in viaggio lungo quel Fiume che stava conquistando la mia vita con lente immagini tinte di tutte le tonalità del verde.

Una sera che Montserrat era uscita da sola per la sua passeggiata, siccome io avevo detto d'essere stanco pur di restare solo in veranda con il fiume, prese un brutto raffreddore e rimase a letto il giorno seguente. Quella della camminata era divenuta quasi un'abitudine, per Montserrat in special modo: l'unica occasione di parlarle a tu per tu lontani dalle orecchie di Ángel e suo padre.

Quando scesi in cucina quel mattino, i tre ospiti sbarcati il giorno precedente con il traghetto avevano ripreso il viaggio sulla pista che conduce alle Montagne del Sud; Montserrat stava facendo suffumigi d'erbe per il raffreddore, il capo coperto da un panno, curva su una pentola di vapore, gli occhi pieni di lacrime e i capelli umidi e scoraggiati.

Ángel le ronzava intorno premurosa, sfiorando le pareti con le dita dove si sentiva poco sicura, portando una borsa d'acqua calda o una sciarpa, o ancora un lembo di tela pulito, felice di potersi rendere utile a qualcuno.

Montserrat volle che le tenessimo compagnia tutti e due. Presi in prestito dalla collezione di Glauco un libro di Estebàn Martinez, il Poeta maledetto, e lessi alle due donne alcune pagine, ma notai con Montserrat che Ángel si intristiva quando udiva qualsiasi riferimento alla qualità estetiche d'un oggetto. Mia moglie mi fece cenno di smettere e chiamò a sé la ragazza.

Ángel rispose lesta e Montserrat le avvolse sulle spalle un largo foulard di seta nera con arabeschi dipinti a mano che aveva acquistato a Dicembre il giorno del matrimonio. - Non essere triste - le disse sollevandole i capelli, e poi rivolta verso di me:” - Perché tu e Ángel non andate a far due passi sulla riva?

Mi colse impreparato e non potei trovare una scusa per declinare. Immediatamente parve un giorno di festa. Gli occhi di Ángel, quel terribili occhi color del fiume quando annunciava tempesta, così chiari eppure irreparabilmente spenti, parvero accendersi. Montserrat sembrò dimenticare la febbre e prese a rovistare nell'armadio a muro alla ricerca di una cintura; trovò anche un lungo pendente di metallo lucido che Ángel tastò con il sorriso sulle labbra mettendoselo al collo. Io assistetti in disparte alla vestizione, quasi dimenticato, mordendomi le unghie, finché Montserrat condusse da me la ragazza raggiante, tenendola per le spalle, abbigliata a festa con la cintura. il foulard, e la collana di mia moglie e gli stivali lucidi.

Mi seguì docile per le scale, e poi sulla riva a narici dilatate, per cogliere ogni profumo della foresta e dell'acqua. Ci allontanammo di alcuni passi e udii il raschiare ritmico della sega di Glauco interrompersi certamente perché ci osservava; soffiava un venticello fresco dall'interno dell'Ecumene e sentivo la pelle accapponata sulle braccia della ragazza che sembrava dover incespicare ad ogni passo. La sostenni per la vita e mi si abbandonò contro quasi confortata. La sua primula giallo vivo mi sfiorò per un attimo l'interno del braccio.

- Di che colore è la ghiaia? - domandò improvvisamente.

- Grigia - risposi - Grigia come i chicchi di granturco sotto i denti.

- E la foresta?

- Verde scuro.  Come un temporale in una notte di inizio autunno.

- E il cielo?

- Azzurro come una mattina d'inverno.

- E il vento?

- Il vento non ha colore, come una porta aperta.

- E il fiume?

- Verde chiaro.

- Come cosa?

- Come i tuoi occhi - risposi senza riflettere.

Si arrestò, irrigidendosi. Vidi lo stupore sul suo viso; dischiuse le labbra come per replicare e rimase così, muta e interdetta. Mi dispiacque d'averle risposto senza pensare. Doveva credere, lo sapevo, che anche il Fiume fosse buio e spento come i propri occhi, e certamente ciò contrastava con l'impressione che ne aveva sempre ricavato, seduta in cima alla scalinata di legno dell'argine: minute goccioline fresche sollevate dall'aria nel giorni di tempo coperto, profumo di vegetazione nel giorni di sole. Questo era ciò che voleva sentirsi dire.

- Ángel - dissi, prendendola per le spalle - Mi dispiace, non è vero.

Ben lo sapevo: il Fiume non è spento ma liquido e luminoso, vivo di tracciati di luce sotto la superficie plasmabile, gonfio di vita nel suo letto. Ero stato crudele a risponderle affrettatamente. - Mi dispiace .

- Non è nulla - rispose la ragazza tornando a distendere i lineamenti.  Poi, come colta da un pensiero improvviso, sollevò la mano del fiore e me la passò sul volto per sentire i lineamenti.  I suoi petali mi solleticarono le guance e le palpebre.  - Di che colore è il tuo viso - domandò - Del colore del cielo, del vento, o della foresta?

Osservai la stazione di fra le sue dita. Affacciata alla finestra del primo piano c'era la macchia bianca di Montserrat.

- Terminiamo la passeggiata - le dissi, tornando a sostenere il suo corpo gracile, la vita sottile sotto la camicia raffreddatasi nella brezza, e pensando che benché Montserrat fosse più morbida, più solare, più bella, non potevo restare indifferente ad Ángel e alla sofferenza del suoi occhi.

* * *

Tornammo dopo oltre un'ora, con Ángel pallida per il freddo: aveva voluto conoscere il colore dei ciottoli e del legno, delle barche marcite sulla riva, della sua gonna e della camicia, delle mie mani e dei nostri capelli e di cento altre cose.

Glauco non era più al lavoro. Lo trovai nella stanza di Montserrat, mentre le leggeva a voce alta poesie dal libro di Estebàn Martinez.

- Ah, bene - dissi cercando di mostrarmi comprensivo - Vedo che non ti sei annoiata.

La parte di viso che Glauco mi volgeva era quella sfregiata dalla cicatrice. Non alzò lo sguardo quando entrai, ma richiuse il libro, mantenendo il segno con un dito, lanciando un fulmineo sguardo a Montserrat; quando si avvide che era meglio riporre il libro, sfilò il dito e lasciò la stanza, portando con sé Ángel.

- Come è andata? - domandò subito Montserrat - Vi siete divertiti?

Annuii con l'impressione che volesse distogliere la mia attenzione da qualcosa di importante. Mi sfilai gli stivali e mi coricai sul letto, pensando che Glauco aveva portato via con sé il libro di poesie.

L'indomani Montserrat reputò di essere guarita a sufficienza per entrare a cucina ma non per la passeggiata.  Mi accomodai perciò sulla sedia a dondolo della veranda, i piedi scalzi sulle assi tiepide, crogiolandomi con gli occhi semichiusi al riverbero dell'acqua. Il fiume aveva un colore turchino; tentai un calcolo del giorni che mancavano al traghetto successivo, senza riuscire a concentrarmi a sufficienza.

Il brusio lento del fiume assorbiva tutti i miei pensieri. Era la stessa acqua che aveva cantato sulle rapide del monti della Foschia dove il Lentizio nasce; il Fiume è il Tempo, il Fiume è la Vita. Oltre queste semplici parole, distinguevo una realtà che non mi riusciva di delineare.

Per un attimo rimasi abbacinato, o così credetti allora, perché mi parve che la distesa d'acqua fosse diventata rosso rubino. Mi passai le mani sugli occhi, quindi riaprii le dita con precauzione, spiando: dopo un attimo in cui distinsi un porpora uniforme, tutto ritornò normale.

Udii passi dietro di me nel locale. Ángel apparve sulla soglia, piegando il capo per ascoltare il mio respiro. Era vestita come il giorno precedente, ma in quel momento i raggi del sole baciavano le sue braccia.

- Mi accompagni? - disse solo.

Tornammo a uscire, abbracciati. Tentai di tenerla con disinvoltura e cortesia, ma mi si abbandonò contro con docilità. Dopo alcuni passi mi voltai verso la casa e vidi alla finestra del primo piano una figura chiara; stavo per salutare Montserrat, ma mi accorsi che era Glauco nella stanza di mia moglie, con un lenzuolo drappeggiato intorno al corpo.

- Hai visto qualcosa? - Mi domandò Ángel, che si era fermata insieme a me.

- Un fantasma - dissi fra me e me.

- Come ? - domandò insicura Ángel.  Scossi la testa, la strinsi più forte per farle capire di riprendere a camminare e continuammo lungo la riva.

- Pensi che potrei andare anch'io all'Oceano? - mi domandò desiderosa - non ricordo nulla di quando vivevo fra la gente. Se arrivano tanti viaggiatori alla stazione mi sento confusa: la locanda è piena di voci e suoni e odori e tutti sussurrano di compassione quando si accorgono dei miei occhi .

Non era facile camminare sulla ghiaia, dovendo sorreggere il corpo sottile di Ángel. Sentivo il suo seno morbido premuto contro le mie costole. il suo braccio esile sul fianco, e pensavo ai milioni di metri cubi d'acqua che in quel momento il Fiume riversava nell'oceano.  Pensavo a Montserrat nel cortile della prefettura, il vestito abbacinante nella luce del mezzogiorno, con il colletto grande e candido e le maniche a sbuffo, e le calze di seta dipinte a mano e la sua rosa fiammante, la testa piena di addizioni e sottrazioni e poesie appena insegnate ai bambini affamati d'idee che per me aveva dovuto lasciare. Tenevo Ángel e pensavo a Montserrat nella sua camera, all'uomo dalle spalle quadre coperte dal lenzuolo bianco, l'uomo dal garofano nel pugno, con un libro di poesie in mano e cicatrici asciugate alla tempia e sul cuore.

- Forse è ora che lo prenda il volo - stava dicendo Ángel - Non posso continuare a pesare sulle spalle di mio padre senza essergli di alcun aiuto. Prenderò il traghetto e scenderò all'Oceano, oppure risalirò verso i monti o i Llanos. Non posso più vivere quaggiù .

Ci eravamo fermati. Sentivo la testa ronzare, non riuscivo a ricordare se fossero gli occhi di Ángel a riflettere il Fiume o viceversa. Mi accorsi della sua domanda quando era nell'aria da parecchi minuti e già una lacrima d'incomprensione rigava la sua guancia.

La casa era troppo lontana per distinguere qualcuno alla finestra, il Fiume troppo vivo per pensare seriamente d'annegarmi. Immaginai Montserrat che si metteva il vestito bianco per Glauco. Ángel mi appoggiò il viso contro il petto per nascondere le lacrime, e tutto ciò che mi riuscì di pensare fu se veramente fosse possibile il pianto per degli occhi che non vedono.

* * *

Il traghetto seguente, diretto a valle, transitò con pochi passeggeri; la stagione era al termine ma non salimmo a bordo. Montserrat, che con me era divenuta pigra e riservata, rimaneva quasi tutto il giorno seduta accanto alla finestra, a lato della libreria personale di Glauco, a passarsi la mano del fiore fra i capelli mentre leggeva assorta.

Anche Ángel risentì di questa sua indolenza; Montserrat le aveva regalato il foulard e la cintura, ma la ragazza sembrava aver più a cuore la sua compagnia che i suoi doni. Avevo smesso di aiutare Glauco nei lavori di conduzione della stazione, preferendo pagare la pigione intera che dividere il lavoro con lui. Tuttavia non ne risentì perché nella bassa stagione le richieste di rifornimento dei traghetti sono limitate.

Dal traghetto non scese nessuno. Ángel rimase in piedi sul molo, abbigliata con i vestiti migliori, ascoltando il rumore delle pale sull'acqua. Teneva le mani dietro la schiena e stringeva con forza il flauto di legno, tanto da spezzarlo appena il battello scomparve oltre l'ansa più lontana. Ángel gettò con collera lo strumento frantumato nel Fiume, che lo catturò con pigri mulinelli trasportandolo verso il cuore della corrente.

Corsi verso il pontile quando mi accorsi che Ángel era tanto sconvolta da rischiare di cadere in acqua mentre tornava verso riva, come se avesse perduto il senso dell'orientamento.

Aveva le labbra dipinte con un rossetto sanguigno: ricordavo di aver visto un giorno Montserrat, nei primi tempi alla stazione, che le insegnava a usare il pennello sottile come una matita senza sbavare.

Le domandai perché si fosse truccata.  Scosse il capo: - Montserrat me l'ha regalato - disse.

Sapevo che mentiva. Proprio quella mattina avevo rinvenuto il botticino di belletto in fondo all'armadio di mia moglie; Ángel doveva aver frugato.

La riaccompagnai a casa, ma un colpo di vento ci raggiunse alle spalle, portando con sé goccioline d'acqua nebulizzata. Mi arrestai come colpito da un maglio nel bel mezzo della schiena; sentivo la mia margherita fremere.

La testa mi girava; mi riempii i polmoni di ossigeno. Montserrat, il Fiume, il Tempo, Ángel, i campi di grano, tutto parve vorticarmi intorno. Ángel chiamò più volte il mio nome prima che le rispondessi.

- Non torniamo a casa - le dissi. Mi seguì con apprensione fra i primi alberi della foresta, lungo il sentiero appena tracciato che portava al molo più vecchio del complesso, un rudere di legno dalla biacca semiscrostata dal tempo.  Le assi del pontile vibrarono sotto i nostri passi finché entrammo nel largo casotto dai vetri frantumati che ne occupava tutta la testa e in parte proteggeva l'interno dal vento. Ángel rimase in piedi, volgendo il capo da una parte e dall'altra con incertezza, cercando di orizzontarsi con l'udito in quell'ambiente estraneo. Mi fece compassione, ma la compassione non era abbastanza. Affacciandomi attraverso i frammenti di vetrone incrostati d'una finestra osservai il Fiume. Istintivamente, trattenni il respiro.

Ángel dovette percepire qualcosa, perché mi domandò cosa stessi facendo.

- Aspettami qui - le dissi laconico, e corsi fuori, sul molo, verso la riva. Ángel mi chiamò ad alta voce, temendo che l'avessi abbandonata. Scesi nell'acqua fino al ginocchio, e tendendo un braccio riuscii ad afferrare il frammento di legno che la corrente aveva portato fin là. Lo osservai: era l'ancia del flauto di legno.

Tornai a riva, e poi da Ángel. Accanto alla libreria, nella stazione Montserrat era forse seduta davanti a Glauco e lo guardava terribilmente seria. Porsi il legno bagnato alla ragazza, che udendo il movimento del mio braccio tese la mano ed incontrò il dono.

A labbra dischiuse, lo sguardo fisso davanti a sé all'altezza del viso, tastò il frammento dapprima con curiosità e apprensione, subito dopo con rimorso. - E' colpa mia... - mormorò quasi a se stessa.

La tenni per le spalle. - Ángel - dissi per cominciare il discorso che mi era venuto spontaneo, ma nel vedere il verde fiume delle sue iridi mi parve di dimenticare ogni cosa.

- Ángel... - ripetei cercando le parole.

Mi si gettò addosso come un corpo morto, aggrappandosi alla giacca con le unghie per potermi nascondermi il viso fra le pieghe della camicia. - Non lasciatemi - disse singhiozzando - non lasciatemi sola con mio padre. Io qua senza di voi morirei. Portatemi all'Oceano...

- Ángel - ripetei a bassa voce sostenendola di peso, intrecciando le dita delle mani dietro la sua schiena - Ángel... non so cosa accadrà di me e Montserrat.

Forse non mi ascoltò neppure. Pianse a lungo, bagnandomi di lacrime la camicia, stropicciandomi la sua primula sul braccio. Mi riempii i polmoni d'aria più e più volte e la espirai. Posai lo sguardo sul flauto spezzato, caduto in terra accanto a noi, quasi completamente asciutto; guardai poi i vetri infranti e coperti di polvere all'interno, le assi del pavimento sconnesse.

Quando mi parve che si fosse sfogata, l'aiutai a rimettersi in piedi e tenendola per mano la accompagnai alla lunga panca rovesciata che occupava tutta una parete. Il vento che penetrava dal vetri ci accarezzò a lungo, fino ad asciugare le lacrime di Ángel. Per tutto quel tempo le parlai come mai avevo fatto con alcuno in vita mia. Le raccontai di tutto, di qualsiasi cosa che servisse a farle sapere qualcosa del mondo.

Non parlavo solo per lei, ma anche e soprattutto per me: e ascoltai tante verità che non sapevo affatto di sapere, chiarii molte cose con me stesso che altrimenti non sarei mai arrivato a vedere.

Così la sera calò prima del previsto. Tornammo alla stazione con un vuoto al posto dello stomaco e una bolla d'aria dove avrebbe dovuto essere il cuore.

Montserrat e Glauco erano in cucina, dove avevano evidentemente appena finito di cenare. Sentii il sangue ribellarsi nelle vene nell'udire il tono di voce che mia moglie riservava a Glauco.

Quando Montserrat vide le occhiaie di Ángel e i nostri vestiti stazzonati, si morse le labbra per il dispetto. Vide anche il rossetto sulle labbra della ragazza e comprese che era quella la ragione per cui non aveva potuto usarlo quel giorno.

- Dove siete stati ? - domandò come se avessimo interrotto un discorso. Mi strinsi nelle spalle. Potevo sentire la tensione come qualcosa di tangibile nell'aria.

- La tensione - immaginai le parole di Ángel - che colore ha la tensione?.

Glauco sembrò ignorare di proposito sia me che sua figlia come se di lei non gli importasse più nulla. Non fece neppure il gesto di alzarsi per prenderci la cena. Non potevo trovare che insopportabile tutto ciò: la povera Ángel non meritava tanta negligenza.

Si ritirò nella sua stanza, avvilita. Avrei voluto andare a confortarla, ma il rancore mi impediva di lasciare Montserrat e Glauco da soli.

- Andiamo a letto - si arrese infine Montserrat, una volta convinta che non avrei rinunciato a leggere il libro di poesia, seduto in cucina accanto al lume e con i piedi sul tavolo. Mi precedette al piano superiore, poi nell'oscurità fresca della nostra stanza. Il chiarore debole delle lune congiunte faceva risaltare appena il risvolto chiaro del lenzuolo sul letto e la lunga gonna bianca di Montserrat. A quel punto avrei dovuto domandarle quando era intenzionata a partire, quindi abbracciarla con sussiego e fare l'amore per far pace.

Invece non dissi nulla. facemmo ugualmente l'amore, e con mia sorpresa riuscii a non immaginare che ci fosse Ángel al posto di Montserrat nel letto.

* * *

Montserrat è venuta da me. Ha il viso completamente rigato da strisce rosse lasciate dalle dita, come pure le braccia e le mani; la rosa ha i petali lacerati dalle sue stesse unghie. Leggo nel suoi occhi la spossatezza e capisco che non reggerà per molto. Vorrei aiutarla, ma anch'io non so più che fare; abbiamo già battuto con i pugni contro le porte e le paratie, abbiamo urlato a squarciagola per quanti fossero eventualmente scampati a questo allucinante naufragio nel sangue. Seduto con la schiena contro la stuoia di giunco alla parete, tengo stretta Montserrat che mi nasconde il viso in grembo.

Per un momento, mi sembra di scordare la nostra tragica situazione: accarezzo il vestito sciupato di mia moglie, il largo colletto circolare col bordo di pizzo, la fusciacca di lino intorno alla vita, chiusa dalla spilla d'oro regalatale da Glauco non molti giorni orsono. Penso una volta ancora che tutto sia un incubo, un'allucinazione dovuta a qualcosa che abbiamo mangiato insieme, e poi torno ancora a ricredermi: è così reale, così stupefacentemente nitido da non lasciare adito a dubbi.

Montserrat con il volto nascosto nella mia camicia mi ricorda i giorni in cui Ángel si sfogava con me.

- Montserrat cerca di evitarmi - diceva singhiozzando mentre l'accompagnavo in riva al Fiume e tra i primi alberi della foresta, oppure sul molo di fronte alla stazione. Alle volte restavamo invece in veranda, e sempre mi struggevo al pensiero di Montserrat e di Glauco. Tendevo l'orecchio per cercare d'udirli, guardavo alle mie spalle se fossero affacciati insieme alla finestra, pregavo Ángel con un pretesto di rientrare prima per sorprenderli.

Fu tutto inutile. Solo, talvolta rientravano insieme da una passeggiata o si appartavano in cucina per preparare la cena, o ancora leggevano poesie accanto alla libreria e sempre mia moglie riservava a lui i sorrisi e a me gli sguardi più seri, a lui i vestiti più belli e a me l'indifferenza della schiena voltata nel letto.

- Montserrat non mi cerca più - mi disse un giorno Ángel. Mancava meno di una decamana al passaggio del primo battello della stagione. - Ha sempre scusa pronta per non parlarmi. Ieri, addirittura - e qui la voce della ragazza si spezzò - mi ha canzonata davanti a mio padre, e hanno riso insieme di me. Io non ce la faccio più, devo andarmene .

Eravamo seduti sulla panca ammuffita del casotto del pontile vecchio, che era divenuto il luogo abituale del nostri ritrovi. Dopo un lungo silenzio Ángel tornò all'attacco: - Mi aiuterai ad andarmene? - mi disse a voce bassa - Mi accompagnerai al traghetto?

E qualche minuto più tardi, mentre quasi si addormentava sdraiata sulla panca e con la testa appoggiata nel mio grembo: - Verrai con me? Mi porterai all'Est?

Glielo promisi. In quel momento e in quel luogo era l'unica cosa da fare.

* * *

La saggezza dell'uomo è antica, più della sua venuta su questo pianeta. Un uomo chiamato Eraclito, un uomo che non parlava nessuna delle nostre lingue né portava fiore nel palmo e neppure viveva nell'Ecumene, scrisse migliaia di anni fa che è impossibile entrare due volte nello stesso fiume perché acque sempre nuove scorrono su di noi.

Non fu solo il Lentizio il più grande del fiumi dell'Ecumene, a scorrermi accanto in quel periodo d'oblio: anche il fiume immenso della Vita mi mise da parte per intere decamane, sinché non vi rientrai a forza.

Era il giorno dell'arrivo del battello. Ángel aveva fatto le sue valige senza che Montserrat né suo padre l'aiutassero. Avevo dovuto assisterla io con la testa diecimila chilometri lontano mentre sceglievo a mia discrezione le poche cose decenti che poteva portare con sé.

Per l'occasione, non so se con l'intenzione di ferirmi o di compiacermi, Montserrat indossò l'abito del matrimonio. Eravamo nella camera da letto in cui quella notte avevo dormito per l'ultima volta; incomprensibilmente, ma in fondo neppure tanto, c'era stata una tenerezza piena d'attenzioni fra noi. Sapevamo bene cosa stava per accadere: centinaia di chilometri separano la stazione fluviale dalla costa dell'oceano e le occasioni di rivederci sarebbero state infinitesimali perché ancora non sapevo di preciso dove andare né sapevo se scrivendole mi avrebbe risposto. Tanto poco era durata la nostra vita insieme che non potevo non sentire un fondo d'amarezza nell'anima. L'acqua era passata sotto i nostri ponti come sotto I pontili della stazione; rivedevo Montserrat nella scuola del villaggio con i bambini, la bacchetta di legno sulla lavagna d'ardesia; la rivedevo nei campi durante la raccolta, unica ragazza senza fazzoletto in capo, i capelli sempre dinnanzi agli occhi. La rivedevo affacciato alla finestra della casa di suo padre, che mi spiegava a gesti della mano fiorita che era meglio non uscire quella sera. La rivedevo bambina, sempre piena di lividi sulle braccia e le gambe per lotte con i compagni di scuola, la rosa ancora in bocciolo nel palmo.

Ed era davanti a me, nell'abito bianco con la macchiolina di sangue, che mi mostrava la spilla d'oro regalatale da Glauco. - Viene da Inconsistencia - mi spiegò - Glauco la acquistò durante la guerra.

Indossò le calze di seta sottile, dipinte a mano con petali di fiori, con il reggicalze di cotone elastico. Non potevo far nulla per convincerla a partire con me. Non avevo fatto nulla per impedirle di innamorarsi di quell'uomo tanto più vecchio di lei.

Finalmente mi alzai in piedi. Montserrat non ebbe la forza di sorridermi - Ángel vuole salutarti - le dissi. Assentì senza rispondere. La lasciai sola e avvertii Ángel che era attesa.

Per l'ultima volta, non desiderando vedere Glauco, mi recai al pontile vecchio; c'era vento perché la stagione cambiava: saremmo giunti all'oceano insieme alla primavera.

Non mi accorsi della presenza di Glauco perché era seduto all'ombra di una scaletta del pontile. Mi guardò in tralice dapprima, quindi mi salutò.

Sentii rimontare dentro di me tutta la rabbia verso quell'uomo con il quale non avevo mai scambiato più di poche parole e che era riuscito a sconvolgere tutta la mia vita. - Sua figlia sta per partire con me - gli dissi seccamente, tentando tuttavia di controllare la voce.

Annuì mordendosi le labbra e con un'espressione indecifrabile. - Tutta una vita - disse - Tutta una vita trascorsa in riva a questo Fiume, e ora se ne va .

- Ha fatto nulla per trattenerla? - gli dissi.

Non rispose. Avrebbe potuto dirmi - Montserrat non vuole - e già sarebbe stato una risposta.

Invece tacque, e si voltò verso il Fiume.

Il Fiume. Montserrat. Ángel. Non sopportai che trattasse tutto ciò che amavo con la sua insopportabile irruenza. La cicatrice gli deturpava il volto ed era forse il fascino di questa storia che aveva irretito mia moglie.

- Lei è giovane - disse senza guardarmi - un giorno capirà

- Anche Montserrat è giovane - replicai.

Forse mi vide con la coda dell'occhio e forse no. Mi chinai verso la spiaggia di ghiaia, raccogliendo in silenzio un ramo d'albero, sottile ma durissimo, trasportato sin là dalla corrente.

L'uomo mi voltava le spalle. Caricai lentamente il bastone al di sopra della spalla e lo vibrai con tutte le mie forze sulla tempia deturpata di Glauco.

Stramazzò a terra senza un lamento. Lo afferrai per i piedi e a gran fatica lo trascinai su per la scaletta di legno del pontile. Scosse la testa, o forse la batté solo da qualche parte; nella furia febbrile, non mi sincerai se qualcuno mi stesse guardando.

Gettai il corpo di Glauco nel Fiume, nel punto in cui il pontile era più alto, e tornai a passo veloce verso la casa.

- Montserrat! - chiamai affacciandomi nella tromba delle scale - Montserrat!

Udii un lento rumore di passi al piano superiore e riconobbi l'incedere di mia moglie. La chiamai ancora.

Si affacciò dal ballatoio, la osservai. Sentii di tremare, ma sorrisi. - Montserrat. io... vorrei salutare Glauco ma non lo trovo .

Aveva lo sguardo perduto nella parete alle mie spalle; teneva le mani distese sui fianchi e dischiudendo le labbra tentò di dire qualcosa.

- Cosa succede? - domandai. Salii a balzi gli scalini, le presi le mani tra le mie e carezzandole il fiore ripetei la domanda: aveva gli occhi dilatati e una sottile linea rossa sul mento, come un graffio.

Le tremavano le mani: le sollevai verso la mia bocca per tranquillizzarla, scordando in quel momento il mio folle disordine interiore, e mi accorsi che aveva le unghie spezzate.

- Montserrat... - ripetei balbettando, colto da un sospetto atroce.

La lasciai sul ballatoio delle scale ed entrai nella nostra camera da letto. Sdraiata sulla coperta, la gonna scomposta e la camicietta stracciata alla cucitura del colletto c'era Ángel. Aveva graffi sulle guancie e sul collo, il volto livido, gli occhi ciechi di una fissità ancora maggiore del solito. Per la prima volta, anche se il suo nervo ottico l'avesse permesso non avrebbe ugualmente potuto vedere: portava il foulard nero donatole da Montserrat attorcigliato intorno al collo tanto stretto da toglierle la vita.

* * *

Prendemmo il battello. Avevo in precedenza accatastato sul pontile tutto ciò di cui avrebbe necessitato il comandante e nessuno si stupì che Glauco non si facesse vivo.

Montserrat salì la scaletta nella luce abbagliante del tardo inverno, una stagione che è comunque molto mite in quella provincia. Portai a bordo le nostre borse con le stesse poche cose che avevamo con noi sin dai Llanos; tranne la cintura e il foulard di Montserrat, che in quel momento erano da qualche parte nel Fiume insieme...

...Insieme al corpo di Ángel.

Il battello partì immediatamente dopo il carico poiché nessuno dei rari passeggeri scese. Montserrat si rinchiuse nella cabina in cui siamo tuttora e che ci sta annegando in un lago di sangue.

Non uscimmo mai in coperta. il clima era più duro di quando eravamo giunti alla stazione oltre le paludi; tuttavia la gran parte dei viaggiatori si dilettavano tutto il giorno sul ponte principale del battello. C'erano musicisti che si recavano all'Est in tournée e suonavano tutto il tempo danze popolari delle grasse terre del Norte; La maggior parte dei passeggeri erano giovani braccianti stagionali che si spostavano con le famiglie verso gli allevamenti di mitili del Delta o dell'Isla Bonita, e che danzavano da mattina a sera tenendo il tempo con le mani e i tacchi.

Avrei voluto salire anch'io, lasciare l'opprimente atmosfera della cabina, ma al solo proporlo vedevo Montserrat tremare conte una foglia. Voleva rimanere chiusa in cabina, e che io restassi con lei; mi recavo a prendere i nostri pasti con un vassoio di compensato ma Montserrat non toccava quasi cibo.

Vidi scorrere dagli oblò le ultime foreste, che lasciarono il posto a dolci colline. La notte non potevo sognare altro che Glauco in piedi davanti a me. in riva al Fiume, e la povera Ángel coi suoi occhi ciechi. Anche Montserrat aveva soventi incubi durante il sonno, tanto da restare sveglia per gran parte della notte a fissare il soffitto della cabina. Io me ne accorgevo, ma nel buio della notte, interrotto dai versi di richiamo degli uccelli fluviali, non tentavo nemmeno di farle capire che ero sveglio.

Raggiungemmo infine la città di Bellaria, all'inizio del Delta, fondata da commercianti Italiani che discesero il Lentizio durante il primo secolo della colonizzazione. Lasciammo la città che il cielo era coperto e andava rannuvolandosi sempre più.

* * *

L'oblò sta cedendo. Uno strato misto di acqua e sangue alto quattro dita ricopre ormai il pavimento della cabina; sento che Montserrat batte i denti senza riuscire minimamente a controllarsi.

La tengo stretta, ma è solo per non spaventarla ulteriormente che mi trattengo dal nascondere il viso tra i suoi capelli. Rivedo Glauco, risento il bastone fra le mani ed è come se vibrassi il colpo una seconda volta. Sento le unghie di Montserrat artigliarmi i calzoni, quasi stringessero ancora il fazzoletto nero sul collo di Ángel. E' come se il sangue che filtra da dovunque sia il loro.

Appena scomparsa Bellaria all'orizzonte dell'oblò, il tuorlo giallo - rosso del sole tramontò cambiando i colori del cielo, dell'erba sulle colline e del fiume.

Rimasi ad osservare il crepuscolo a lungo, ammirando il moto perfetto delle onde rosse sulla superficie dell'acqua; con questa visione mi addormentai, e quando al mattino tornai ad affacciarmi dal ponte del battello. mentre andavo a ritirare il vassoio della colazione, vidi che il fiume non era tornato azzurro. Barcollai come colpito da una bastonata, e dovetti aggrapparmi al parapetto. Cercai aiuto, ma non c'era nessuno in vista: sicuramente erano tutti in cabina a smaltire la sbornia e la stanchezza d'una notte di danze. Fui costretto ad aprire gli occhi sul Fiume, accorgendomi che non si trattava di un'illusione: le onde spostate dalla prua del battello erano color rosso vivo, la scia che ci lasciavamo dietro era una scia di sangue caldo, dalle rive e sin dove lo sguardo arrivava a monte e valle, il bacino del Lentizio era invaso da un Fiume di sangue, tiepido e scarlatto. Corsi incespicando giù dalla scaletta per tornare alla cabina, senza incontrare anima viva, e spiegai confuso a Montserrat con un torrente di parole cosa avevo veduto.

Si affacciò all'oblò urlando terrorizzata: un'onda si era schiantata contro lo scafo, sferzandole il viso e il colletto.

Da quel momento, il Fiume ha continuato a salire: il battello sta affondando nel sangue. Abbiamo tentato di aprire la porta, ma subito un'onda ha invaso il pavimento della cabina e siamo tornati a chiuderla. Abbiamo urlato aiuto battendo i pugni contro il metallo ma è stato inutile.

Ora pare che il battello si sia arenato sul fondo del letto del Fiume. Colto da un'improvvisa decisione apro la porta mentre Montserrat urla di non farlo. Il sangue mi arriva sino al ginocchio, ma il corridoio è attraversabile e deserto.

Torno da mia moglie, la convinco a scendere dal letto e seguirmi: è l'unica possibilità di trovare una via di fuga. Il liquido rosso scorre, rifluisce nel corridoio intorno alle nostre caviglie come se continuasse a filtrare da sopra; il ventre del battello è buio e non si ode suono all'infuori del risucchio orrendo e del respiro affannoso di Montserrat.

La guido tenendola per mano verso la scaletta del ponte. La risaliamo solo per trovare la porta chiusa.

- Aprila - dice ansiosa Montserrat, cercandomi con la mano.

Mi appoggio con la spalla e abbasso la maniglia, aprendo uno spiraglio: subito una muraglia liquida mi si abbatte addosso richiudendo la porta con il suo stesso peso.

Sono in terra, tremante di terrore, bagnato di sangue da capo a piedi come un maiale sgozzato. Montserrat urla di terrore, e io credo sia per mio il aspetto nella fievole luce sinché non vedo che c'è qualcosa attorcigliato attorno alle sue caviglie, qualcosa che l'onda ha trascinato con sé dal ponte principale. Lo raccolgo con dita tremanti e lo sollevo, stentando a riconoscerlo.

Montserrat impallidisce e scivola in terra sulle ginocchia; cerco di sorreggerla ma mi mancano le forze, scivolo sul viscido cadendo giù dalle scale, e il foulard nero che mia moglie aveva regalato ad Ángel e che ho appena raccolto resta stretto nel mio pugno infradiciandomi di sangue la margherita del palmo; e non riesco più a trattenermi, comincio a urlare come un pazzo cercando di cacciare fuori l'anima per evitare che continui a bruciarmi dall'interno, consumandomi pezzo dopo pezzo man mano che il Fiume di sangue invade il battello a terminare il mio Tempo.

 

Franco Ricciardiello

 

Scritto nel febbraio 1987

 

Pubblicazioni:

1.      "Blade Runner" n. 6/7, Viareggio (LU) 1990

2.      "Terminus", antologia a cura di Fabio Gadducci e Mirko Tavosanis, Agenzia Giovani "Mauro Rostagno", San Giovanni Valdarno 1990

 

< ritorna all'indice dei racconti