Io
non sono Luciano Pavesi
Ognuno
di noi ha i propri pensieri. Ognuno dentro di sè ride, piange, conversa,
ascolta le voci silenziose dei neuroni. Comunicare ad altri tutto ciò che
proviamo, proprio tutto, ogni scintilla di pensiero, ogni brandello di
idea è assolutamente impensabile; ogni essere umano è separato da ogni altro
essere umano da decine di anni luce di diversità, di incomprensione, di sogni
differenti. Ma se fosse possibile cancellare con un colpo solo tutte le
distanze, tirare i fili che ci legano gli uni agli altri sino a far combaciare
gli angoli dei nostri sentimenti? Se qualcun altro conoscesse ogni nostro più
recondito pensiero, ogni riflesso spontaneo, ogni allegria, ogni turbamento,
cosa accadrebbe? Saremmo veramente felici, uniti al di là di ogni barriera?
Saremmo veramente una mente sola, in grado di capirci e comprenderci
reciprocamente?
Luciano
Pavesi aveva un sosia; c’era un altro lui stesso, che conosceva ogni suo
pensiero, ogni schema cerebrale. Erano nati insieme nello stesso laboratorio;
cellule clonate dello stesso donatore, un padre a loro sconosciuto che aveva
donato due volte se stesso alla scienza. In fondo, aveva ceduto due cellule, due
infinitesimali blastule; esse erano state sezionate, i loro nuclei asportati e
trapiantati dentro embrioni monocellulari, si erano scissi per generazione
agamica miliardi di volte, erano divenute quei grumi di vita chiamati Giuliano e
Luciano Pavesi. Il cognome era in onore alla città del laboratorio che aveva
visto i loro natali.
I
due gemelli vennero separati immediatamente dopo la nascita e non ebbero mai
occasione di incontrarsi. Luciano rimase a Pavia, adottato da persone di fiducia
del laboratorio; Giuliano fu cresciuto a Milano, sempre da persone di fiducia.
Sebbene lontani, i due vissero in case perfettamente identiche, in stanze
perfettamente identiche nella disposizione dei mobili. Sin da piccoli vennero
riforniti di abiti uguali, frequentarono scuole dello stesso tipo.
Sebbene separati da un buon numero di chilometri, venne fatto in modo che
crescessero con personalità il più possibile identiche.
*
* *
I
due cloni non seppero nulla l’uno dell’altro sino all’età di diciotto
anni, quando vennero informati contemporaneamente dai genitori della loro
origine. La rivelazione ebbe un pesante riflesso sulla loro esistenza; la
scoperta che esistevano un altro Luciano e un altro Giuliano a meno di cento
chilometri di distanza fu condizionante. Nessuno dei due a quell’epoca sapeva
quanto fossero simili, se non addirittura identici; per una sorta di sesto senso
di paura non chiesero tuttavia di mettersi in contatto.
Ovviamente
la loro vita non poté essere parallela in tutto e per tutto: a ventidue anni
Luciano si innamorò di Sara, una
studentessa di Vigevano che frequentava l’Università a Pavia;
affittarono
insieme un minialloggio, in modo da poter frequentare più comodamente
l’Università e convivere allo stesso tempo.
Si
abituarono velocemente alla vita in comune. Sara si impegnò a capofitto nello
studio mentre Luciano lavorava giungendo al terzo anno di iscrizione in anticipo
sugli esami.
La
sera del ventiquattresimo compleanno di Sara ci fu un festino fra amici nel
minialloggio; alle tre di notte l’ultimo invitato se ne andò e i padroni di
casa poterono gettarsi esausti sul divano, l’una nelle braccia dell’altro.
—
Hanno suonato — disse Sara.
Luciano
chiuse gli occhi, sospirando. Sentiva il sonno salirgli ad ondate dalla nuca. I
passi di Sara si allontanarono verso la porta, che si aprì con uno scatto
metallico.
Luciano
si aspettava di udire la voce familiare di Marco, ma non percepì che il
silenzio. Aprì gli occhi e si voltò; Sara era in piedi sulla soglia. Con lei,
nel pianerottolo della scala, al buio, c’era un uomo in impermeabile.
—
Chi è? — domandò Luciano. Ma non ebbe bisogno di una risposta perché
l’uomo fece un passo all’interno e fu come se avesse detto “sono io."
—
Sono Giuliano Pavesi — disse invece.
Luciano
annuì e si avvicinò alla porta per stringergli la mano. Ma la sua destra
tremava come quella dell’altro.
—
Togliti l’impermeabile, siediti. Non aspettavamo visite a quest’ora.
Dalle
scale, insieme al buio, filtravano freddo e umidità. Sia Sara che Luciano che
Giuliano rabbrividirono e non solo per la temperatura.
—
Devi scusarmi — disse Giuliano. — Contavo di arrivare più presto, ma il
monotreno era in sciopero ed è stato un viaggio allucinante. Inoltre non
conosco Pavia e non è stato facile giungere fin qui.
Luciano
si voltò verso la porta, dove Sara era ancora in piedi con un’espressione
indefinibile fra le labbra e gli occhi. Sara era ovviamente al corrente
dell’esistenza di Giuliano.
“Non
è possibile” pensò Luciano “sto sognando”; ma guardò la sua nuca sotto
la testa di Giuliano seduto sul sofà. Si accorse solo allora che l’altro
aveva un impermeabile simile al suo.
Sedettero
tutti e tre.
—
Sai già dove dormire? Puoi rimanere da noi, se ti accontenti di un divano.
Sembrava
tutto così facile. Molte volte Luciano aveva fatto congetture sul suo eventuale
incontro con il fratello.
La
bocca di Luciano sorrise sotto il naso di Giuliano.
—
Grazie; è tardi per cercare un albergo, ma non avrei osato chiedervi ospitalità
— e fu come se avesse detto “ne ero certo, è quello che avrei fatto io al
tuo posto."
Sara
guardò ancora incredula prima l’uno e poi l’altro. Il suo viso era quello
di una bambina che stava inseguendo una farfalla e l’aveva trovata, fatta a
pezzi da un uccello affamato.
Quella
sera il loro discorso non continuò perché tutti e tre erano troppo stanchi. Ma
nel letto né Giuliano né Luciano a dormire.
Al
mattino erano disfatti dalla stanchezza: occhiaie, palpebre pesanti. Pioveva.
Mentre Sara era ancora a letto bevvero latte di soia bollente senza zucchero,
come piaceva a entrambi. Ognuno di loro pensò “cosa potrei dire, cosa potrei
chiedergli?” Avevano capito sino dal primo sguardo di essere troppo uguali per
trovare difficoltà di comunicazione.
—
Dove abiti? — domandò Luciano.
—
A Milano; mio padre lavora alle banche dati, mia madre è infermiera
d’ospedale.
Sara
apparve sulla porta del cucinino, alla luce incerta del primo mattino di
inverno. Per un attimo non seppe cosa fare: tutti e due i ragazzi che aveva di
fronte indossavano pigiami di Luciano. Sia l’uno che l’altro lessero il
turbamento negli occhi di Sara. Se neppure lei era in grado di distinguerli...
Per
toglierla dall’imbarazzo Luciano la salutò con un bacio; Sara si versò
l’orzo nero di tutte le mattine.
—
Come hai avuto il nostro indirizzo? — si informò Luciano.
—
Era su un biglietto che ho trovato alla porta di casa mia, qualche sera fa.
C’era il nome di una strada di Pavia e un numero stampato a laser. Ho capito
immediatamente di cosa si trattava.
Quando
Sara tornò in camera a vestirsi i due si fissarono negli occhi: — Ti hanno
fatto avere il mio indirizzo perché tu venissi qui.
Giuliano
annuì. — L’esperimento continua.
Per
un riflesso quasi involontario allungò una mano e sfiorò con le punte delle
dita le nocche della mano di Luciano, sul tavolo. Ancora una volta si guardarono
negli occhi e non pronunciarono
parola.
Si
vestirono. Sara avrebbe preferito non andare all’Università perché era
turbata, ma Luciano la convinse. Dopo che fu uscita i due si
trovarono completamente soli.
Rimasero
seduti in cucina, in silenzio, tamburellando con i polpastrelli sul piano del
tavolo, lanciandosi i tentacoli di occhiate indagatrici.
—
Vuoi ascoltare della musica?
—
Sì.
—
Che cosa?
—
Quello che vuoi tu. I miei gusti li sai.
Luciano
pensò al significato dell’ultima frase e sentì la propria pelle
accapponarsi.
—
Cloni... — disse Giuliano.
Luciano
finse di non aver inteso. — Come hai detto?
—
Siamo cloni, non esseri naturali.
—
Fa un certo effetto parlare a un altro dei propri pensieri, senza paura di non
essere capito.
—
Sapevo che eravamo simili, ma non sino a questo punto — disse Giuliano.
—
Per quanto tempo resterai? Pensi... — Luciano si interruppe.
—
Dillo pure — lo invitò il fratello.
—
Pensi che d’ora in poi vivremo vicini?
Giuliano
alzò la sinistra e la tese verso l’altro. Le loro dita entrarono in contatto,
si avvinghiarono.
—
Mio dio — disse uno dei due — mi sono sempre... Scusami, ci siamo
sempre considerati soli, incompresi. Neanche Sara era in grado di capirci fino
in fondo.
—
Questo è naturale. È la malattia della razza umana.
—
Ma se noi siamo realmente la stessa persona...
—
È un esperimento. Ci stanno manipolando. Giocano con noi.
—
Lo so. Lo sai. Lo sappiamo; forse per questo ti senti meno vivo? Perché non
stare al gioco? Perché non volgerlo a nostro favore?
Giuliano
rise e poi disse: — Per la prima volta non riesco a capire se sono io a
parlare o se è un altro.
—
Perché non vieni a abitare a Pavia?
—
Cosa direbbe Sara?
Luciano
si morse le labbra. — Non ci avevo pensato. Ne soffrirebbe?
—
Tu la conosci meglio di me. Anzi, io non la conosco per niente, anche se fino a
qualche giorno fa uscivo con una ragazza molto simile a lei.
—
Cosa fai a Milano?
Giuliano
sorrise. — Quello che fai tu, suppongo. Insegno musica.
Prima
che Sara tornasse a pranzo con tre porzioni di pasta di alghe da riscaldare il
trasferimento di Giuliano a Pavia era fissato. C’era un appartamentino sfitto
a pochi isolati ed era stato scelto dai due per non creare problemi di
convivenza con Sara.
Per
la verità di problemi ce ne furono. Chi ne risentì più di tutti fu Sara.
Sembrava aver perso la concentrazione: era distratta, in preda a frequenti
emicranie, triste. Per non metterla in imbarazzo Giuliano tentò di comportarsi
in modo differente dal solito (cioè da Luciano); ma il fratello evidentemente
pensò la stessa cosa, e il risultato fu una confusione ancora maggiore.
A
circa una settimana dal trasferimento a Pavia Giuliano decise di evitare Sara,
anche perché fin dal primo giorno aveva sentito che qualcosa in lei lo
attraeva.
La
ragazza saltò alcune lezioni all’Università, subì un collasso nervoso e fu
costretta a letto. Luciano non poté saltare l’orario delle lezioni, quindi
rimase sola in casa. Dopo due giorni era a terra: pallida, spettinata, la
temperatura corporea di due gradi sotto la normalità.
—
Mangi troppo poco — le disse Luciano, — non puoi tirare avanti così.
Quella
sera Giuliano si recò a trovarli. A Sara la visita non dispiacque, anche se nei
giorni precedenti l’avrebbe considerato l’evento meno desiderabile.
Fuori
casa i due fratelli si incontravano spesso. Anche Giuliano aveva ottenuto una
cattedra come insegnante di musica; perciò quella sera il colloquio si svolse
essenzialmente fra loro due.
Sara
notò che parlavano aprendo appena le labbra:
frasi corte, tronche, quasi accenni; ognuno capiva al volo il messaggio.
Sara lo fece notare.
—
La parola è essenzialmente un mezzo di comunicazione — disse Luciano, — un
ponte gettato fra due isole. Ma è un mezzo enormemente imperfetto, inadatto a
descrivere il mondo. Se fossimo telepatici, se potessimo comunicare con il
pensiero, la comprensione ne risulterebbe avvantaggiata.
—
Ora — continuò Giuliano per lui, — immagina che noi due siamo due telepati.
Non è proprio così, ovviamente, ma diciamo che i nostri pensieri seguono corsi
paralleli, schemi di reazioni molto simili. Perciò basta una parola sulle mie
labbra per mettere in moto un meccanismo nei pensieri di Luciano e viceversa.
Ambedue
avevano il sospetto che il promotore dell’orrendo esperimento che era alla
base della loro esistenza li seguisse ancora: per controllare che le sue cavie
si comportassero come previsto, forse per stimolarle.
—
A volte mi pare — disse Luciano alla ragazza, — di non essere io la persona
a muovere i fili della mia vita. Ma vorrei stracciarli di mano al burattinaio.
—
È incredibile — disse Sara. — Io non riesco ancora a crederci. Hanno
giocato con la tua... con le vostre vite per più di venti anni. Questa è
follia.
"C’è
tanta follia al mondo", pensò Giuliano senza dirlo. "Luciano lo sa già
e dirlo a Sara non cambierebbe le carte in tavola. Ma non vorrei non fare
qualcosa solo perché non serve, pensò ancora. Sarebbe assurdo e ingiusto fare
ciò che faccio solo perché posso."
*
* *
Sara
si riprese presto e tornò all’Università. Un giorno Giuliano la passò a
prendere in bicicletta, all’uscita, perché il centro storico era interdetto
alla circolazione dei veicoli a motore. Il fratello era a scuola a fare lezione.
Seduta
sulla canna della bicicletta, le mani sul manubrio, Sara sentiva la presenza di
Giuliano appena duecento millimetri dietro di lei. Mentre pedalava, il ragazzo
le respirò sulla nuca: — Vuoi tanto bene a Luciano?
Sara
fu colta alla sprovvista. Non poteva provare antipatia per il ragazzo che era
con lei, troppo simile a Luciano; però... Un certo senso di fastidio, di
oppressione: come quando si cerca di non pensare a qualcosa di spiacevole che
accadrà di lì a poco.
—
Sì, certo — rispose mantenendo alzata la guardia.
—
Si vede — ammise Giuliano. Rimasero in silenzio per parecchi minuti. Fu
lui a ricominciare: — Verso di me cosa provi?
Sara
scrollò le spalle, poi scosse la testa.
—
Io sono simile a lui... — ripeté Giuliano.
Sara
frenò; erano giunti sotto casa. Smontò sul marciapiede e guardò Giuliano
dritto negli occhi.
—
Cosa intendi dire? — domandò a bassa voce.
—
Ti voglio bene, Sara.
Salirono
in silenzio le scale vecchie dalle pareti macchiate di umidità, gli scalini di
porfido consumato. Il sole filtrava pallido dai finestrini appannati. Aprirono
la porta di casa.
—
Non è possibile, Giuliano.
—
Invece è possibile — insisté il ragazzo gentilmente. — Io sono identico a
lui. Perché non dovrei provare i suoi stessi sentimenti?
Sara
si tolse la giacca e la gettò sul
tavolo di legno del soggiorno. Si avvicinò alla finestra: la nebbia si era
infittita nei pochi minuti occorsi per salire le scale. Quando Giuliano le si
avvicinò, poté vedere le lacrime sulle sue guance.
Le
posò una mano sulla spalla.
*
* *
Quella
notte furono in tre a non prendere sonno. Luciano, dopo tanto tempo, aveva
ripreso a fumare. Fuori faceva molto freddo, ma all’interno il sistema
dell’aria forzata centralizzata riscaldava l’intero quartiere.
Sara
si rigirò nel letto. Luciano e Giuliano erano uguali, ma... erano due persone,
due corpi diversi. Quel pomeriggio l’aveva tradito.
—
Io ti voglio bene! — urlò nella propria mente all’uomo disteso accanto a sé.
Ma non lo disse a voce alta, anche perché quella frase era altrettanto
adattabile ai suoi sentimenti per Giuliano.
Per
tutto il mese seguente Giuliano si recò spesso a prenderla in bicicletta. Un
giorno Sara non ne poté più. Ne parlò a Luciano.
—
Pensa a me, ti prego — disse. — Io non posso dividerti con Giuliano. Lui per
te è come un amante: stai facendo l’amore con te stesso.
Luciano
le toccò le pupille con gli occhi.
—
È un’esperienza unica, Sara: due corpi, una sola anima. Io sono Giuliano e
Giuliano è me.
—
Io non posso amare due persone — una lacrima le scivolò sulla guancia. —
Non posso. Ti prego, digli di andarsene.
Le
guance di Sara tremarono per la voglia di piangere, gli occhi erano velati di
pioggia salata.
—
Io ho fatto l’amore con lui. È stato come farlo con te — e poi, in un
improvviso slancio gli gettò le braccia al collo: — Ti prego, Luciano; ho
paura. Chiedigli di andarsene.
Anche
Luciano aveva le lacrime agli occhi. Le prime parole che disse gli screpolarono
le labbra: — Va bene. Glielo dirò.
*
* *
Sei
giorni dopo, Sara tornando a casa trovò Luciano seduto in poltrona, mentre
leggeva un libro. Per tutta la settimana precedente la ragazza non aveva più
visto Giuliano: era stata molto impegnata all’Università con un esame. Non
era più tornata sul discorso, ma quella sera non poté trattenersi.
—
Se ne è andato? — domandò.
Lui
posò il libro.
—
Sì — disse. — Ci siamo parlati. Ha capito che non era giusto nei tuoi
confronti.
—
È tornato a Milano?
—
No. All’estero, suppongo. Voleva girare, vedere il mondo.
Sara
si tolse la giacca e si avvicinò alla poltrona, prendendo le mani del ragazzo
fra le sue. — Capisco cosa provi — disse. — E mi sento in colpa.
—
Non devi. Era fatale che finisse così.
Sara
si morse le labbra. — Mi dispiace. Ma ora tutto tornerà come prima, Luciano.
Il
ragazzo la guardò negli occhi; lei notò le lacrime.
—
Io non sono Luciano — disse. — Io sono Giuliano.
Franco
Ricciardiello
Scritto
nel febbraio 1985
Pubblicazioni:
1.
"The Dark Side" n. 2/86, Vercelli 1986
2. "Baliset" n. 2, Torre d'Isola (PV) 1993
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