FRANCO RICCIARDIELLO

L’uomo del dieci di agosto

 

 

Il primo diritto è quello di esistere. La prima legge è dunque quella che garantisce a tutti i membri della società i mezzi di esistenza; tutte le altre sono subordinate a quella.

(Maximilien Robespierre, discorso sui moti frumentari dell'Eure- et-Loir, 2 dicembre 1792)

 

 

— Desideri qualcosa di particolare, cittadino? — Domandò il banco della frutta, un tavolaccio di assi di platano tenute insieme da chiodi di legno e sorretto da cavalletti incrociati, sovraccarico di cassette di frutti locali: panmeloni, verze dolci, corrance, mele lacustri.

L'uomo di mezza età che si dondolava sui talloni di fronte al banco della frutta si destò dai propri pensieri e scosse il capo in segno di diniego. Era vestito, come tutti gli abitanti di Deux Lacs, di una semplice tuta di tela morbida composta da un paio di calzoni e una blusa senza colletto; ai piedi calzava scarpe di stoffa con suola di corda. Mentre si allontanava dal banco della frutta, il banco di verdura accanto disse a mezza voce: — Non l'hai riconosciuto? È il cittadino Robespierre.

L'uomo udì ma non prestò attenzione alla conversazione che seguì; era abituato a essere riconosciuto dagli abitanti di Deux Lacs ancora in giudizio e anche dagli altri, i giudicati: i lampioni, gli alberi della frutta, i filòfoni nelle case, le case stesse, i banchi del mercato e via dicendo.

Da un certo punto di vista era piacevole essere riconosciuti per strada: significava che per l'esistenza di tutta quella gente l'operato del cittadino Robespierre aveva avuto un'importanza fondamentale; spesso i banchi del mercato bendisposti gli offrivano i frutti più succosi, i lampioni lo fermavano per conversare, gli armadi gli esprimevano solidarietà domandando dello svolgimento del processo. Il rovescio della medaglia era rappresentato da tutti coloro ai quali il Terrore era stato inviso ed ebbero in qualche modo a soffrirne: preti refrattari, aristocratici, emigranti espropriati, cordiglieri e girondini ghigliottinati, foglianti perseguitati; tutti costoro pensavano di potersi arrogare il diritto di vendetta su Robespierre, come se i processi non fossero già istituiti a tale scopo.

"Che amarezza. Che amarezza," pensò Maximilien Robespierre, nato nel 1758, già deputato di Arras alla Costituente, membro del Comitato di Salute Pubblica, ghigliottinato il 28 luglio 1794 e ora cittadino di Deux Lacs, metropoli di mezzo milione d'abitanti. "Che amarezza che tutta questa canaglia sia stata ancora una volta accomunata agli onesti cittadini. Ma il piano di Deux Lacs è imperscrutabile e io voglio credere che quanto ci è stato assicurato corrisponde a verità. Ci sarà finalmente Giustizia per tutti; non per nulla i processi vengono protratti tanto a lungo. Occorre indagare a fondo."

Il cittadino Robespierre camminava nella Lungastrada, la principale arteria di comunicazione di Deux Lacs, che collegava la terraferma dal canale del Perdono al quartiere del canale del Cuore attraverso le tre isole che separavano il sago Superiore da quello Inferiore, e sulle quali la città di Deux Lacs era costruita.

Una folla variopinta gremiva la strada, pavimentata a ciottoli di granito grezzo: uomini e donne di ogni età, vestiti tutti esattamente alla stessa maniera ma dediti alle più diverse occupazioni; chi portava sottobraccio lunghe baguettes di segala, chi spingeva o tirava un carretto di legno, chi trasportava borse di verdura, chi passeggiava tenendo le mani dietro la schiena, chi conversava inciampando talvolta nella pavimentazione irregolare. Non era semplice distinguere i maschi dalle femmine per via delle medesime tute colore carta da zucchero. Robespierre tentava di tenersi in disparte e passare inosservato per non essere fermato strada facendo. Tuttavia, quando superò il lampione a gas del ponte sul canale della Vita, questi lo salutò con un "Buongiorno, Robespierre". Robespierre ricambiò con un grugnito indistinto; conosceva quel lampione, era Alexandre De Lameth, già membro del Club dei Giacobini.

Dal canale si alzava una foschia fredda che faceva rabbrividire quanti transitavano sul ponte, ragione per cui Robespierre fu lieto di accelerare il passo. La biblioteca si trovava a poca distanza dal canale della Vita; l'uomo entrò nel portico dalle larghe colonne a capitello corinzio dove fu bloccato piuttosto bruscamente da una voce imperiosa.

— Fermo — intimò la voce. — Chi sei?

Robespierre si spazientì, ben sapendo quanto la biblioteca gli fosse ostile. La biblioteca era l'abate Sieyès, che fingeva di non riconoscerlo ogni volta che tentava di accedere alla sala di lettura; Robespierre sospettava che si trattasse di un meschino tentativo di vendetta.

Dopo che la biblioteca fu costretta a lasciarlo entrare, Robespierre prese a vagare fra le centinaia di armadi di libri disposti su file ordinate tutto intorno alla sala di lettura, per sei piani di altezza. Almeno cento posti a sedere ad altrettanti tavoli erano disponibili, giù nella sala.

— Buongiorno Maximilien — salutò Camille Desmoulins, il tavolo al quale era solito sedere per sfogliare i libri e che in quel momento era occupato. Camille, benedetto Camille: almeno lui non gli serbava rancore.

Salì la scala di legno sino al quarto piano, senza guardare giù dal ballatoio interno per la vertigine. A quel piano, al quinto e al sesto era ospitata una selezione di volumi stampati dopo l'anno 1800. Nella biblioteca non c’erano i libri pesanti, grezzi, rilegati con accuratezza in pelle e oro del tempo in cui era vissuto, bensì volumi di una carta molto leggera, uniforme, dalla copertina non cartonata e rilegati con collante.

— Posso aiutarti, cittadino? — domandò un armadio di pino svedese.

— No, grazie, sto curiosando.

Robespierre scorse con gli occhi i titoli sul dorso dei volumi, titoli mai sentiti e che denotavano un gusto differente da quello del suo tempo. Il principe e il povero, Anna Karenina, Critica della ragion pura, I miserabili, Niente e così sia, Avere o essere, La mano sinistra delle tenebre: come era possibile comprendere dai soli titoli quale fosse l’argomento dello scritto? La maggior parte di essi parevano opere di fantasia, romanzi. Ah, c’era anche lo scritto di uno dei suoi giudici, La rivoluzione tradita. Ma cercava qualcosa di differente. Domandò all'armadio dove potesse trovare qualche opera sulla rivoluzione francese del XVIII secolo.

— Caro cittadino — gli fu risposto, — mi stupisce che tu non lo sappia: è l'argomento più consultato di questa biblioteca. Sali al quinto piano, cerca l'armadio Marie-Louise Saint-Germain, lei ha tutto.

Robespierre ringraziò e fece quanto consigliatogli. Nel salire la scala di quercia provocò uno scricchiolio stridente e inatteso al settimo scalino e involontariamente trasalì.

— Non preoccuparti, cittadino — lo rassicurò la scala; — è normale: si tratta purtroppo di una tavola difettosa, non posso ovviare.

Sul ballatoio del quinto piano erano presenti solo due floride cittadine con rotondi volti da figlie di mercanti. Bisbigliavano, ma s'interruppero arrossendo quando sopraggiunse Robespierre, che si soffermò a curiosare sul loro stesso scaffale.

Mathiez, La reazione termidoriana, Soboul, Movimento popolare e rivoluzione borghese, Galante Garrone, Buonarroti e Babeuf, Jaurès, Storia socialista della Rivoluzione francese. E poi ancora altri: c’era solo l'imbarazzo della scelta. Ne prese uno a caso e ridiscese tutte le scale. Desmoulins si era liberato e Robespierre si sedette sulla panca di abete del tavolo di lettura.

— Buongiorno, Camille.

— Cosa leggi, Maxime?

— Dunque, fammi vedere: Carovita e lotte sociali sotto il Terrore.

Il tavolo, Camille Desmoulins del Club dei Giacobini, poi del Club dei Cordiglieri, ghigliottinato nel marzo del 1794, rimase per alcuni minuti in silenzio mentre Robespierre sfogliava il volume in brossura. Desmoulins poteva percepire l'imbarazzo di Robespierre, che con palese senso di colpa non se la sentiva di rifiutare l’amicizia di colui che egli stesso aveva voluto condannare alla pena capitale.

— Sai qualche novità riguardo il tuo processo? — domandò il tavolo.

— Non ancora. Penso che ne avrò per molto.

— Il mio processo è durato tre mesi.

— Beato te — commentò il libro aperto sul tavolo; — io sono rimasto sotto giudizio per otto mesi.

Sia Robespierre che Desmoulins rimasero esterrefatti. Mai era capitato che un giudicato fosse inviato in un libro.

— Chi sei? — domandarono i due all'unisono.

— Marie Joseph, Marchese di La Fayette, caro Robespierre.

Robespierre sospirò di delusione. Aveva segretamente sperato di ritrovare qualche amico.

— Otto mesi di giudizio? — domandò Desmoulins riallacciandosi all'intervento del libro. — Dovevi confessare parecchi misfatti.

Dopo essersi informato sull'identità del tavolo da lettura, La Fayette dichiarò: — La verità è che la mia vita è stata ben più lunga delle vostre due, cari miei; ho vissuto una repubblica, un consolato, un impero, un regno, una seconda rivoluzione, una monarchia costituzionale. Ho mantenuto la testa sulle spalle, io.

Robespierre richiuse il volume.

— Non ho più voglia di leggere — disse.

La Fayette spiegò che il numero dei processi risolti aumentava di giorno in giorno, e nella stessa misura cresceva la richiesta di oggetti d'invio. A Deux Lacs non erano disponibili ulteriori lampioni a gas né alberi da frutta, né abitazioni, né svariati altri oggetti ricettivi per l'enorme massa di giudicati. Si era perciò sentita la necessità di trovare nuovi oggetti d'invio a partire dai due milioni di volumi della biblioteca.

— Si parla di dodici milioni di processi risolti — concluse La Fayette.

Robespierre si scusò con Desmoulins e riportò il volume al suo posto nell'armadio. Ritornò all'aria aperta della Lungastrada fingendo di ignorare la porta che quasi la biblioteca gli sbatté sui talloni. Corrucciato, si avviò mani in tasca verso la propria abitazione, nel quartiere delle Isole. Il solo pensiero di ritornare a combattere contro i meschini boicottaggi della casa in cui viveva lo deprimeva irrimediabilmente.

All’altezza del ponte sul canale dei Sentimenti si accorse di camminare controcorrente: evidentemente era l’ora in cui tutti si avviavano verso il mercato per il piacere di stare fra la folla, anche senza bisogno di contrattare per i prodotti dei banchi.

Il ponte era costruito in legno scuro, molto consumato agli scalini dove una moltitudine di piedi lo calpestava in continuazione, sia in salita che in discesa.

Dacché erano iniziati i processi, sempre un numero fisso di cittadini aveva abitato Deux Lacs: 531.441, l'equivalente di 1.000.000 in un sistema numerico a base 9 (così aveva confidato a Robespierre il Laplace). Non appena un cittadino veniva giudicato e passava in un oggetto d’invio, un altro prendeva il suo posto, la sua abitazione, il suo turno di lavoro, il suo status in tribunale.

Le abitazioni di Deux Lacs erano casette a schiera disposte su un piano solo, ordinate su file interminabili a formare i tredici quartieri e mezzo della città. C’erano 531.441 case, ognuna delle quali dotata di filòfono e arredamento; sia la casa che il filòfono erano oggetti d’invio, tutte le altre suppellettili no (per fortuna, pensava Robespierre). La via principale del quartiere delle Isole discendeva dal livello del ponte sul canale dei Sentimenti sino all'imbarcadero; Robespierre la percorse a passo svelto e stava per varcare la porta di casa quando scorse un distributore di latte di canna che arrancava su per la via. Attese che lo raggiungesse.

— Vorrei un bicchiere di latte, per cortesia.

— Ah, ottima scelta, cittadino! — gongolò il distributore. — Questo è il latte di canna migliore di tutta Deux Lacs... solo un momento, il freno non funziona; vuoi essere così gentile da mettere il tuo piede sotto una delle ruote posteriori per tenermi fermo?

Un arto meccanico in legno si snodò, tirato da sottili corde di canapa, a prendere una canna verde del diametro di due dita e lunga un braccio, tagliata sopra i due nodi.

— Io estraggo il latte sul momento, cittadino, proviene da canne dell'Isola del Limbo, le migliori. Caldo o freddo?

— Caldo, ti prego. Serve a placare una delusione.

— Ah,  cittadino caro, come ti capisco!

Il distributore perforò la canna su un tubicino verticale di ebano terminante in un contenitore di bambù. Un getto di vapore sbuffò dal lato del carretto dove un’incrinatura diminuiva leggermente la pressione.

— Hai noie con l'abitazione?

Robespierre annuì.

— Ah, come ti capisco, cittadino caro. Pensa che io, prima di essere inviato in questo distributore, vivevo in una casa che era stata una realista vandeana. Non ti dico che lotte con quella reazionaria: mi chiudeva le finestre sulle dita e sbatteva le imposte tutta notte per impedirmi di dormire. Zucchero?

Robespierre gustò di malumore il latte caldo servito nella stessa canna svuotata e restituì il contenitore ringraziando. Il distributore continuò ad arrancare sulla strada cantando la Marsigliese e Robespierre zoppicò sino all'ingesso di casa. Si massaggiò il dorso del piede quasi schiacciato dalla ruota del distributore tirando nel contempo il cordino del campanello.

Come sempre, la casa si rifiutò di lasciarlo entrare; né Robespierre pensava che accadesse il contrario. Picchiò con il pugno contro il telaio delle finestre per far sapere a Saint Just che era di ritorno. Attese quindi fiducioso che la porta si aprisse.

Dovete pazientare parecchi minuti (con il passare dei giorni il rifiuto si faceva più caparbio e deciso). Finalmente, Saint Just riuscì con le minacce a convincere Dumouriez e il portone si spalancò. Robespierre entrò ringhiando mentre Saint Just ancora stava inveendo contro la casa.

— Non ne posso più, Louis Antoine — si sfogò Robespierre. — Questo imbecille di un generale mi farà saltare i nervi.

  È sempre peggio — confermò Louis Antoine Saint Just, giacobino, già membro del Comitato di Salute Pubblica, ghigliottinato il 28 luglio 1794 insieme a Robespierre, ora inviato nel filòfono di casa Dumouriez, dove il suo amico di un tempo abitava in attesa di giudizio. — Pensa, Maxime, che ho dovuto far squillare il filòfono della guardia civile per convincere questo imbecille di Dumouriez ad aprirti.

Robespierre si gettò sul letto di paglia per calmare i nervi, costringendosi all'autorilassamento. Chiuse gli occhi e non si accorse neppure di addormentarsi. Quando li riaprì, gli sembrò di averli serrati per un attimo.

— Bentornato — lo salutò Saint Just, il filòfono.

Robespierre grugnì.

— Sei di buonumore, Maxime? — continuò il giudicato. — Vorrei farti ascoltare una poesia.

Prendendo il silenzio di Robespierre per un assenso, Saint Just cominciò a declamare:

 

Comunque alla luce d'un ideale

nascono i fiori del male...

 

— Ti prego, Louis Antoine, non avertene a male: sarebbe meglio che tu attendessi un altro momento.

Saint Just si rassegnò. La solitudine di un giudicato inviato in un filòfono, in una casa che gli è decisamente ostile, può essere devastante. L'unico modo di scambiare quattro chiacchiere è chiamare il collega filòfono di un'altra casa (ogni abitazione ne ha uno).

— Parliamo un po’, Maxime, ti va? Come stai con il processo?

— Siamo arrivati al dieci di agosto del '92. Come hai superato tu questo capitolo?

— Piuttosto bene, mi pare. La parte del leone in quel giorno fu di Danton. Oh, scusa, Maxime! Non avrei dovuto dirlo.

Un violento crampo rimescolò le viscere di Maximilien Robespierre. Prese a camminare su e giù per la stanza.

— Tenessi chiusa quella tua bocca di legno, Louis Antoine. Che ore sono?

— È mattino presto. Hai dormito dieci ore.

Robespierre sussultò. Doveva recarsi immediatamente al Tribunale o avrebbe rischiato di arrivare in ritardo. Si lavò il viso nel lavandino di ceramica, salutò Saint Just e ritornò sulla via.

L’aria del mattino era frizzante e induceva a fare del moto fisico. Camminò di buona lena sulla leggera salita verso la Lungastrada, salutando i conoscenti che venivano in senso contrario.

Il Tribunale era l'edificio più imponente di Deux Lacs. Occupava un'area maggiore di quella del mercato e di quella della biblioteca; non era un oggetto d’invio. Non era neppure parte integrante della città. Dalle sue nove porte entrava e usciva un flusso incessante di folla; a giorni alterni e per turni di due ore ogni abitante varcava quelle soglie per essere sottoposto alla pratica del processo.

Quale fosse la ragione per cui Deux Lacs esisteva, e che nessuno sembrava conoscere perfettamente, doveva riferirsi unicamente all’esistenza del Tribunale.

Con spirito di rassegnazione, Robespierre si soffermò per un attimo di fronte all’arcata a sesto acuto della Porta della Lontananza. Tre rampe di nove scalini che conducevano a ogni porta del Tribunale erappresentavano come una transizione fra Deux Lacs e l'atmosfera austera delle camere di giudizio..

Nella penombra dei lunghi corridoi crivellati di porte, una marea di folla fluiva in ogni direzione, entrava e usciva dalle camere di giudizio, si scambiava saluti, riempiva l'atmosfera di un brusio sommesso. Dividendo la popolazione totale di Deux Lacs per la durata di ogni turno di processo e la sua frequenza, si otteneva che almeno 22.143 persone in ogni momento erano presenti nel Tribunale; sempre il Laplace aveva assicurato a Robespierre che le camere di giudizio corrispondevano a questo calcolo.

Varcata la soglia e chiusa la porta dietro di sè, come sempre Robespierre si accorse che il brusio dei corridoi svaniva completamente. La camera era una cella esagonale con due sole porte: quella dalla quale entrava il giudicato e quella dei giudici; le pareti erano a piombo e spoglie, tranne che per il fregio  circolare del diametro di un braccio con la scritta "Liberté égalité fraternité". L'unico arredamento erano una scrivania e tre sedie.

— Buongiorno, Robespierre — salutò la sedia, — accomodati. Hai dormito bene?

Le altre due sedie, quelle dei giudici, non erano oggetti d'invio.

Robespierre non ebbe tempo di rispondere perché l'altra porta si spalancò e ne entrarono i giudici.

Il più basso dei due aveva corti capelli ondulati color polenta, un viso largo e interessante, corporatura ben piantata. Le mani erano tozze e forti, gli occhi grigi, la barba corta e ispida. Non aveva lo sguardo del conquistatore nè quello del giudice, bensì l'espressione indefinibile del filosofo.

L’altro uomo era di poco più alto, aveva capelli crespi e scuri, barba e pizzo sotto il mento e lenti sul naso incastonate su una di quelle montature metalliche così rare ai tempi di Robespierre e che egli chiamava occhiali. Non sembrava un pensatore ma un uomo d'azione, non un uomo di lettere ma di parole.

Ogni abitante di Deux Lacs possedeva le esatte condizioni fisiche del 10 agosto 1792; dalla città erano e sarebbero transitati a turno tutti i 26 milioni di esseri umani che avevano vissuto in Francia in quel preciso giorno, come pure i cittadini francesi riparati all'estero a causa della rivoluzione.

Ma i giudici non erano vissuti in quel periodo storico; non erano neppure francesi. L’uomo basso dai capelli di grano era una delle menti più alte dell'umanità, l’acheo Platone. L’uomo dagli occhiali era un ebreo russo del XX secolo, Lev Davidovic’ Bronstein, meglio conosciuto con il nome di Trozkij.

Robespierre conosceva e ammirava il primo giudice, ma del secondo non sapeva nulla se non ciò che egli stesso gli aveva rivelato durante lo svolgersi del processo, e cioè che anch’egli apparteneva alla grossa e triste famiglia dei rivoluzionari sociali.

Il giudice Trozkij conosceva sia il suo collega che il giudicando, Platone non conosceva nessuno dei due. In un altro tempo e in un altro luogo, ambedue erano stati processati e condannati alla pena di essere giudici loro stessi.

La seduta si rivelò immediatamente agli occhi di Robespierre come diversa da tutte quelle che l'avevano preceduta. I giudici non avevano portato con sè, dal Nulla sul quale dava la porta da cui erano entrati, nè libri nè appunti come sempre avevano fatto.

Il giudice Trozkij si assestò gli occhiali sul naso, quindi disse: — Cittadino Robespierre, sei giunto al punto culminante del processo, quando ti verranno consegnate tutte le fila dell'istruttoria in modo che tu stesso possa trarne le inevitabili conclusioni. Sarà Robespierre a giudicare Robespierre, a proclamare se vorrà essere assolto o condannato, a emettere la sentenza e a farla eseguire.

Robespierre provò un brivido lungo la spina dorsale. Non aveva mai saputo di una simile procedura per l'emissione del verdetto. Per quanto ne sapeva, tutti gli altri giudici avevano sempre tratto le conclusioni del processo. I due uomini oltre la scrivania di mogano rimasero impassibili nel lieve alone di luminosità che li circondava, e che non era soprannaturale ma proveniva dalla tuta arancione che tutti i giudici indossavano, a differenza dei giudicandi.

Riprese il discorso il giudice Trozkij: — Siamo certi che emetterai l'unica sentenza possibile. I tracciati degli avvenimenti storici che passano attraverso il Tempo e lo Spazio umani, che si intrecciano intorno ai filosofi e agli assassini, ai re e agli artigiani, agli uomini di fede, alle cortigiane, ai guerrieri, alle prostitute, a Chiunque In Ogni Tempo, avvolgono e fasciano anche Robespierre e tutti gli uomini del dieci di agosto. Questi tracciati portano a una sola, inevitabile conclusione che tu stesso, a differenza di chiunque altro sinora in questo Tempo e in questo Luogo, puoi stabilire con facilità.

Robespierre ancor rimase ammutolito incapace di far altro che deglutire e stringere i bracciali della sedia.

— Le due considerazioni che devi porti — si intromise il giudice Platone, — e in base alle quali emetterai la sentenza, sono le seguenti: in primo luogo, è valsa la pena di tagliare tante teste per salvare la rivoluzione? Il prezzo della vittoria doveva inevitabilmente essere lo scorrere di fiumi di sangue, la caligine del Terrore, l'ordine stabilito con le picche sanculotte, la sanguinosa guerra di propaganda contro i governi di mezza Europa?

— La seconda considerazione — continuò il giudice Trozkij, — è la seguente: agisti davvero per il meglio il 10 termidoro anno II quando, arrestato a causa della congiura dei vari Carnot, Barère, Billaud-Varenne rifiutasti di appellarti all’intervento popolare per la tua liberazione e la salvezza della Repubblica? Perché ti spaventò lo spargersi di altro sangue, il perdurare del Terrore quando sapevi che era l’unico modo per salvare la rivoluzione? Come hai potuto offrire in olocausto la tua vita, quella di Saint Just e Couthon, di tuo fratello Augustine e degli altri che furono ghigliottinati con te, per tentare di cancellare i fiumi di sangue del Terrore?

Robespierre tremava come un animale impaurito, a occhi chiusi. Non riusciva ad aprire la bocca, a controbattere per difendersi. Si ritrovò solo nella stanza: i giudici erano usciti.

La seduta era stata brevissima.

— Durante la prossima seduta — gli aveva detto il giudice Platone, — emetterai la sentenza.

Era rimasto solo. Tornò nel corridoio, strascicando i piedi sino a una qualsiasi delle Porte esterne. Non incontrò anima viva: tutti erano ancora nelle loro stanze, di fronte ai tavoli dei rispettivi giudici. Come in sogno, percorse la riva del canale della Vita dalle acque placide e chiare.

Era impossibile suicidarsi: a Deux Lacs non si annegava, non si poteva rimanere feriti, non si moriva. Saint Just, che era stato uno dei primi abitanti della città, gli aveva raccontato di aver visto con i suoi occhi una sanculotta che cercava di strangolare Charlotte Corday senza riuscirci. La popolana era robusta e le sue mani si stringevano intorno al collo dell’assassina di Marat; ma Charlotte Corday non era morta: aveva subito come tutti, il processo e la condanna.

L'Essere supremo che aveva creato Deux Lacs aveva pure donato una immortalità relativa ai suoi abitanti. Dove era situata la città dai tredici quartieri e mezzo? In Finlandia, diceva qualcuno, nella regione dei mille laghi. In un Tempo e un Luogo che non erano della Terra, dicevano altri. Era impossibile esplorare i laghi o le loro coste ricoperte di aghifoglie perché in città c’era un solo battello, quello che partendo dall’imbarcadero faceva il giro delle isole minori: il Lembo di Terra, l’isola del Nulla insidioso, l’isola del Limbo, l’isola dei Pescatori. Il battello era un oggetto d’invio, si sarebbe rifiutato a qualsiasi deviazione dalla propria rotta, Era teoricamente possibile costruire un’imbarcazione, anche solo una zattera, ma il tempo libero non era sufficiente per consentire una vera esplorazione. Ogni giorno c’era una seduta in Tribunale o un turno di lavoro di due ore per la raccolta di frutta e verdura nelle piantagioni: il Corpo dei Fiori, il Campo delle Stelle, il Prato Libero, le isole minori.

Senza accorgersene, Robespierre era giunto di fronte alla porta di casa. Ancora sconvolto dagli avvenimenti, e con l'impressione che tutto congiurasse per travolgerlo, fece l'atto di aprire la porta.

Dumouriez si rifiutò di lasciarlo entrare. Robespierre si imporporò in viso e picchiò sulle assi del portone, minacciando la casa.

Colto da un improvviso malore, si lasciò scivolare sugli scalini; tutto parve ruotare intorno a lui, lasciandolo frastornato.

— Stai bene, cittadino?

Una voce femminile superò la nebbia bianca. Intravide il volto di una donna di mezza età chino su di lui, quasi contemporaneamente udì i tonfi secchi di martelli che picchiavano contro il legno.

— Cosa accade? — domandò. La donna lo aiutò ad alzarsi.

— Sei svenuto, cittadino Robespierre. Il tuo filòfono ha chiamato la guardia civile, stanno minacciando la casa.

Il ritmo dei martelli si intensificò. Tre uomini stavano picchiando contro la porta di casa con pesanti attrezzi dal manico lungo almeno un braccio.

— Non preoccuparti, cittadino — disse uno degli uomini. — Non può resistere per molto. Ogni giorno abbiamo tre o quattro casi di abitazioni recidive, ma dopo un trattamento della guardia civile un simile incidente non si ripeterà, te lo assicuro.

E riprese a martellare.

— Sei sicuro di stare bene, cittadino? —  domandò premurosa la donna. — Io abito qui, di fronte a te. Vuoi venire da me per un bicchiere di acqua intanto che la guardia civile finisce il suo compito?

— No, no, grazie — declinò Robespierre. — Vorrei prendere una boccata d’aria. Mi pare che abbiano quasi finito, tra l’altro.

La porta si spalancò con uno schiocco secco, ma Dumouriez non disse una parola. Sbuffando e asciugandosi il sudore dalla pelle lucida, gli uomini della guardia civile si rimisero i martelli in spalla.

— Ah, è stata dura, stavolta! Ma chi è la casa?

— Il traditore Dumouriez — rispose Robespierre.

— Ah, vile! — gridarono gli uomini e quasi si sarebbero rimessi a martellare, ma Robespierre ringraziò e li congedò. Doveva riposarsi.

La donna lo accompagnò in casa, dove Saint Just lo festeggiò. — Maxime, cara anima. Hai visto? A tanto è giunto il cane Dumouriez!

— State tranquillo, cittadino — commentò la donna. — Dopo questo trattamento ci penserà più di una volta prima di rifare uno scherzo.

— Siedi, Maxime — continuò Saint Just. — Possiamo chiedere a questa brava cittadina di fare del caffè di erba doria, se ti va.

Quando la donna fu in cucina, Robespierre riassunse a Saint Just la seduta in tribunale. Il giudicato nel filòfono tacque, riflettendo. Robespierre respirava a fatica sul sofà imbottito.

— Direi che è un onore per te — volle consolarlo Saint Just. — E aggiungerò che se i giudici sono arrivati a decidere tanto, tu sei perfettamente in grado di farlo. Loro vedono cose che noi non immaginiamo neppure.

Robespierre si passò le mani fra i capelli e sulle palpebre chiuse. — Mio Dio, Louis Antoine, persino a Parigi era tutto più semplice.

Più tardi si svegliò. La donna se n’era andata e il caffè, posato in terra accanto al sofà, si era oramai raffreddato.

— Cosa pensi di Deux Lacs? — domandò senza preamboli.

— Non so nulla più degli altri —  rispose Saint Just dopo un attimo.

— Possiamo essere certi di una cosa. Questa città è stata creata da Qualcuno. Questo Essere Supremo ha prelevato ciascuno di noi a mano a mano che la nostra fiammella si spegneva sulla Terra polverosa e ci ha reincarnati sulle rive di questo lago. Ma questo è uno stato di passaggio? È il purgatorio, l'inferno o il paradiso? E poi ancora, Louis Antoine, ti prego: rispondi o potrei impazzire. Che logica c’è dietro i processi? Gli oggetti d’invio sono una punizione o un premio, la dannazione o la salvezza? Chi viene giudicato con più indulgenza: il reazionario o il rivoluzionario?

— Posso solo dirti questo, Maxime: io sono qui da quando Deux Lacs esiste, dal primo scaglione di processi, e ho sempre visto che c’è differenza fra l'assoluzione e la condanna. L’unica sentenza è la reincarnazione in un oggetto d'invio.

— Sì, ma qual è la logica? Suppongo che siamo qui per imparare a distinguere il Bene dal Male, per sapere se ciò che abbiamo fatto sulla Terra fosse giusto o errato.

— Vorrei solo farti notare una cosa. Io ho avuto quest'impressione, sebbene possa essere assolutamente sbagliata e suggerita solamente dai miei giudici. A me è parso, Maxime, che Dio sia un giacobino.

 

* * *

 

Il quartiere delle Isole era limitato su tre lati dal lago Superiore; oltre l'imbarcadero una stretta lingua di terra si protendeva a chiudere quasi l’imboccatura del canale dei Fiori: su quel tratto di terreno ricoperto di latifoglie Robespierre andava spesso a meditare.

Il sole a Deux Lacs non tramontava mai. Il suo moto apparente era appena percettibile nel cielo luminoso, non c’era differenza fra il giorno e la notte per gli abitanti della città.

Seduto su un sasso muschioso, lo sguardo volto verso l'imbarcadero e più oltre, verso i lago aperto, Robespierre rifletteva su quanto era accaduto, lontano dal tumulto della propria abitazione.

I giudici gli avevano suggerito due precise considerazioni: è valsa la pena tagliare tante teste? Ed è stato giusto rinunciare al Terrore prima che sortisse il risultato che ci si era imposti, vale a dire quello di salvare la rivoluzione?

Una famiglia di oche rosa si avvicinò schiamazzando all’acqua. I piccoli appena nati seguivano fiduciosi la madre che ancheggiava. Sono questioni cui è difficile rispondere, e non è giusto che sia una persona sola a occuparsene. Inoltre, rispondere "no" alla prima domanda eliminerebbe completamente il senso della seconda.

Ma qual è la verità?, domandò a se stesso Robespierre; quella verità che io ancora non voglio ammettere? So benissimo qual è la risposta: ho solo paura di dirla ad alta voce per doverla accettare. Tuttavia da questo esame dipende la mia maturità, secondo la logica del Tribunale di Deux Lacs, forse organismo divino.

— Stai pensando alla bellezza del mondo? — domandò, non attesa, una voce femminile dietro di lui.

All’ombra di un giovane tiglio, in un fruscio di erba stava Marie-Louise, la vicina di casa che poche ore prima aveva preparato per lui un caffè di erba doria.

— La bellezza del mondo? — ripeté sorpreso Robespierre.

— Scusami, cittadino; non sapevo che ti avrei trovato qui. Generalmente a quest’ora non c'è nessuno.

Robespierre si alzò in piedi. — Non importa, cittadina — disse. — Stavo solo riflettendo in solitudine. Ma, dimmi: cosa significa la tua domanda sulla bellezza del mondo?

Invece di rispondere a voce, Marie-Louise alzò un braccio in un ampio gesto circolare all'altezza delle spalle, e Robespierre guardò; guardò e vide ciò che sino allora non aveva mai notato: il lago Superiore piatto come una tavola di olio, la linea scura del quartiere dei Viali all’orizzonte e alla sua sinistra, di una sfumatura più chiara, la grossa isola piatta chiamata Corpo dei  Fiori. Vide, molto più vicine e più vivide, le isole minori che segnavano nettamente il confine fra il cielo e l'acqua, che altrimenti sarebbe stato difficile distinguere. Vide i molti alberi sulle isole più vicine: le basse frangole e i tigli selvatici, i frassini e i salici, e gli alberi esclusivi di Deux Lacs: corranci, alberi del pane, meli lacustri. Vide il riflesso delle isole nel lago, udì il verso baritonale del traghetto che ritornava all'attracco dopo il breve giro delle isole, annusò il sentore di fumo nell'aria.

— Questa è la bellezza del mondo, cittadino — disse Marie-Louise. — Chi ha creato Deux Lacs ha un fine gusto estetico, un senso del bello che mi riempie di attonita meraviglia.

Robespierre si strinse nelle spalle. — Sì, ma chi ha creato Deux Lacs? Questa è la domanda che veramente deve interessarci.

— Davvero lo pensi, cittadino? — Marie-Louise si fece più vicina. — Che importanza ha la causa dinanzi al fatto? Secondo i nostri sensi Deux Lacs esiste, esiste il processo, come pure esistiamo noi stessi. Il perché è assolutamente secondario e non deve confonderci mentre veniamo sottoposti a ciò che è stato preparato per noi. Che ti importa di sapere se sia stato l'Essere Supremo o la Necessità Storica, oppure ancora l'Equilibrio Universale o la Giustizia Matematicamente Inevitabile a preparare ogni cosa?

— È ora di tornare al lavoro — disse Robespierre schiarendosi la gola.

— Qualcosa ti angustia?

— Niente in particolare. Il mio processo sta per terminare.

— Vorrei accompagnarti a casa, cittadino.

Robespierre ristette per un attimo, quasi interdetto, le mani intrecciate dietro la schiena.

— Ma sì... sì, naturalmente — rispose.

La casa non era distante dal canale dei Fiori. Camminare accanto a quella donna con vestiti così inusuali e poco femminili era per Robespierre piuttosto imbarazzante. La strada era in leggera salita, rozzamente pavimentata e tortuosa, fiancheggiata da due file di abitazioni a schiera.

La donna raccontò di avere vissuto nel Faubourg Montmartre e di essersi trovata anch'ella alle Tuileries il dieci di agosto. Il marito, ufficiale volontario nell’esercito repubblicano, era morto alla battaglia di Rivoli, durante la campagna d'Italia del '96-'97; Marie-Louise aveva vissuto ancora per pochi anni in miseria, finché si era spenta stroncata da una polmonite trascurata.

— Bene, cittadino, questa è tutta la mia vita, non molto avventurosa. In compenso, sulla tua sono stati scritti dei libri. Penso tu li abbia visti in biblioteca.

Robespierre sospirò. — Li ho visti, li ho visti. Per i posteri io sono solo un tiranno, un sanguinario, l’uomo del Terrore e il Terrore è Robespierre. Nessuno ricorda Robespierre l'Incorruttibile, l’uomo della Convenzione, della Costituente, del Comitato di Salute Pubblica, l’uomo che voleva salvare la Francia e la Rivoluzione.

— Ci sarà giustizia anche per te — volle consolarlo con convinzione la donna. — Ci sarà giustizia per tutti, cittadino.

 

* * *

 

Robespierre trascorse il proprio turno di lavoro raccogliendo corrance all’isola del Limbo. Il traghetto affollato lo trasportò sin là dopo sei fermate in altrettante isole; quattro-cinquecento cittadini lavorarono gomito a gomito, cogliendo i tondi frutti rosa e trasportandoli per mezzo di ceste intrecciate sino al molo, dove al primo passaggio il traghetto avrebbe fatto giungere il carico in città.

Mentre risaliva anch’egli sull'imbarcazione per far ritorno a casa, incrociò Marie-Louise che scendendo dal trampolino del battello gli prese le mani fra le sue.

— Mi ha filofonato il cittadino Saint Just — gli disse. — Appena finito il mio turno di lavoro verrò a parlarti a casa tua.

E si allontanò alla volta della piantagione di corrance, senza permettere a Robespierre di rifiutare.

Un vento fastidioso spazzò il ponte del traghetto sino allo sbarco, Robespierre corse intirizzito incontro al primo distributore di latte di canna per qualcosa di caldo da bere.

Non se la sentiva di tornare subito a casa. Era arrabbiato con Saint Just per ciò che aveva raccontato a Marie-Louise, ma non sapeva dove rifugiarsi per avere un minimo di quiete e di conseguenza la possibilità di riflettere.

Mentre beveva il liquido caldo, si soffermò come sempre ad ammirare la scultura d'acqua del cittadino Philippe Lebon. Non era la sola nè la più bella che egli avesse costruito a Deux Lacs: nella sconfinata Piazza del Tribunale, Lebon aveva montato e messo in funzione un’imponente scultura di fronte alla quale Robespierre rimaneva attonito per ore ad ammirare gli ingegnosi flussi e riflussi d'acqua, e i getti e gli arcobaleni, le pioggerelline e le nebbie sottili. Servendosi quasi unicamente di canne svuotate di tutte le dimensioni, il Lebon aveva convogliato dal canale della Vita una quantità di acqua che si frazionava nei mille tubi lignei intrecciati, fuoriusciva dalle bocche libere o drenate da reticelle a seconda dell'effetto che si voleva ottenere. Una volta messa in funzione, la scultura d’acqua nascondeva alla vista i tubi di canne chiare, rivelando solo le pareti esterne d’acqua e i mille rivoli sinuosi, i getti verticali, le cascatelle orizzontali, i funghi liquidi, i salici trasparenti, gli arcobaleni di foschia, le luci diffuse o riflesse.

Robespierre pensò in quel momento, di fronte alla scultura d'acqua minore, che Marie-Louise probabilmente l'avrebbe inclusa nella sua definizione di bellezza del mondo.

Si recò in biblioteca, al tavolo di Desmoulins.

— Ti sento agitato — disse il tavolo.

— Si avvicina la fine del processo.

— Sono contento per te. Vedrai, tutto è più chiaro e facile da questa parte della barricata. Hai bisogno di un libro per distendere i nervi. Posso suggerirti qualche titolo?

Robespierre scosse la testa in segno di diniego. — No, ti prego, Camille: ho bisogno di concentrarmi, non di distrarmi.

Nel silenzio polveroso della biblioteca, solo i tonfi attutiti dei libri ammorbidivano l’atmosfera ufficiale e stantia. Affacciati alle balaustre dei piani superiori, parecchi cittadini giravano fra gli scaffali, scorrendo con il dito o con lo sguardo il dorso dei volumi esposti.

— Dimmi una cosa, Camille; pensi che sia valsa la pena di tagliare tante teste?

— È questo il tuo problema?

— Sento la responsabilità di tutto il sangue.

— Luigi Capeto dovrebbe sentire sulla propria gobba ben più responsabilità di sangue. Inoltre, lui agiva per proprio interesse, protetto dall’infame menzogna del diritto divino; tu, al contrario, agivi nel nome e per interesse del popolo.

— Come puoi, come puoi Camille giustificarmi quando anche tu sei caduto sotto la lama?

— Non cerco di giustificarti dal mio punto di vista, ma dal tuo. Non è giusto che tu debba pagare per i delitti dei molti. Non ricordi quanto scrissi su France Livre prima che le correnti della necessità ci dividessero e mettessero l’uno contro l’altro? Scrissi "Tutto questo bene sta per attuarsi; questa Rivoluzione fortunata, questa rigenerazione sta per compiersi; nessuna potenza terrena è in condizione di impedirlo. Sublime effetto della filosofia, della libertà e del patriottismo. Siamo divenuti invincibili." Questo scrissi, ed è ancora vero, Maxime, non perderà mai il suo significato. Siamo ancora invincibili, Maxime!

 

* * *

 

Marie-Louise aspettava Robespierre in casa, conversando con Saint Just. Dumouriez aprì la porta senza tentare nulla e Robespierre salutò la donna e il filòfono.

Rimproverò Saint Just di aver raccontato a Marie-Louise dell’andamento del processo,  ma la donna lo difese: — Non prendertela con il cittadino, noi tutti vogliamo aiutarti. Il processo contro Maximilien Robespierre è un processo al popolo, al Comune insurrezionale, alla Francia, alla Rivoluzione. Abbiamo tutti il dovere di aiutarti a difenderti.

Robespierre si alzò di scatto dal sofà in preda a un tremore improvviso a causa dell’eccitazione.

— No, non serve a nulla! —  esclamò. — Sotto processo sono io; io devo accusarmi e difendermi, chiedere clemenza e condannarmi al tempo stesso.

Dumouriez avrebbe voluto deriderlo, ma il ricordo delle martellate della guardia civile era ancora troppo vivido. — Va bene, cittadino — tentò di calmarlo Marie-Louise. — Ci rimettiamo nelle tue mani e siamo sicuri che agirai per il meglio. Ricorda solo che tutto il popolo è con te. La sofferenza si dimentica rapidamente, alla fine è solo l’ideale puro quello che rimane.

 

* * *

 

Era il giorno decisivo, il giorno del giudizio. In piedi di fronte alla porta oltre la quale lo attendevano i giudici, la mano sulla maniglia di ebano, Robespierre si soffermò un attimo, ripensando alla folla fuori dal tribunale.

Erano venuti in migliaia. Era quasi certamente colpa di Saint Just e Marie-Louise; poteva immaginare il filòfono che chiamava tutti gli apparecchi della città, la donna che parlava ai colleghi di lavoro, ai vicini di casa, e la voce si spargeva. "Robespierre sta per essere giudicato" diceva la voce, e la folla si adunava, affluiva dal quartiere del canale del Cuore, dal quartiere del Dolore e dal quartiere delle Strutture, dalle Ville Lontane e dal quartiere dei Viali e si radunava di fronte alle porte del Tribunale. Giungendo dalla strada che correva lungo il canale della Vita, Robespierre trovò la piazza del Tribunale gremita di volti che al suo arrivo si azzittirono. Tutti guardavano lui: aggrappati ai tubi delle sculture d’acqua disattivate, in piedi sull'orlo delle vasche delle fontane, affacciati dalle finestre delle case, ammassati gomito a gomito sul selciato. Dovevano essere centinaia di migliaia.

Robespierre mosse un passo e un varco si aprì nella folla. Come Mosè nelle acque del Mar Rosso, la gente si fendeva e richiudeva al suo passare. Robespierre vedeva un’infinità di volti, volti che un tempo aveva visto sui banchi della Convenzione o per le strade di Parigi; mani che avevano stretto le picche del Comune insurrezionale o avevano acquistato il pane razionato a causa degli speculatori; corpi che erano stati usati come armi contro gli eserciti coalizzati di nove nazioni decise a stroncare la rivoluzione nel sangue, a restaurare l'ordine e la religione, e avevano ricacciato quegli eserciti portando la guerra di liberazione sui loro stessi territori; Robespierre vide occhi che aveva conosciuto nella sua gioventù ad Arras, donne che avevano marciato con forche e cannoni su Versailles per riportare a Parigi l’uomo chiamato Luigi Capeto, re di Francia, uomini che avevano lottato gli uni contro gli altri per il potere nella Convenzione, nel Comitato di Salute pubblica e negli arrondissements rivoluzionari, membri del basso clero che avevano giurato fedeltà alla Costituzione Civile, uomini e donne che erano stati decapitati per tradimento o per semplice sospetto.

La folla si fendeva silenziosa, le mani facevano il gesto di sfiorare Robespierre, le labbra accennavano sorrisi, lacrime imperlavano le guance.

Il popolo minuto era con Robespierre, il popolo che sempre aveva rappresentato il motore della rivoluzione, che aveva armato i cannoni e portato le picche, che era stato affamato in pace e decimato in guerra, oltraggiato, imbrogliato e usato come strumento dal re e dalla Gironda, dalla Palude, dai Foglianti, da La Fayette e De Lameth. Il popolo rimase fermo sotto gli scalini allorché Robespierre varcò la Porta della Lontananza, ma il battito dei loro cuori resuscitati riecheggiò ancora fra i corridoi a ogni passo dell’uomo del dieci di agosto.

Robespierre aprì la porta.

I giudici erano già al loro posto. Robespierre rimase in piedi.

— È il momento della sentenza — esordì subito il giudice Platone, — Ma ciò non deve metterti in soggezione. Sebbene tu non abbia affrontato la questione con serenità, puoi riferirci la conclusione cui sei giunto.

— È impossibile giudicare un movimento di popolo come una rivoluzione nel breve volgere di un processo, per a lungo quanto possa durare — replicò Robespierre.

— Non siamo qua per giudicare la rivoluzione ma il cittadino Maximilien Robespierre.

— Ogni sentenza contro un rivoluzionario francese è una sentenza contro la rivoluzione. Chiunque di noialtri può dire a ragione di essere egli stesso l'uomo del dieci di agosto.

— Non può esistere un processo senza sentenza — intervenne il giudice Trozkij.

— La sentenza è assoluzione — replicò Robespierre. — Io assolvo il popolo di Francia per il sangue versato, poiché esso era conscio di quanto altro ne sarebbe scorso se una rivoluzione non vi fosse stata. I contadini avrebbero continuato a morire per il re nelle sue guerre dinastiche. Molto meglio è stato fare cadere tutte quelle teste di aristocratici antipatriottici, preti materialisti, aggiotatori senza scrupoli, cospiratori nemici del popolo.

— Dunque — disse il giudice Platone, — tu pensi che il mare di sangue si possa riscattare a questo modo, con questa giustificazione. L’interesse del popolo giustifica qualsiasi quantità di teste tagliate.

Robespierre deglutì. Rivide con gli occhi della mente la marea umana fuori dalle porte del Tribunale.

— Sì, io lo penso.

— Perché dunque arrendersi — continuò il giudice Trozkij. — Perché consegnarsi alla ghigliottina quando ancora tanto poteva essere fatto per il popolo, per la giustizia, per l'uguaglianza? Arrendendoti, condannasti la rivoluzione al fallimento immediato.

Robespierre finalmente sedette. Era giunto al punto oltre il quale il futuro si annebbiava, la vista si confondeva, le lacrime bagnavano le guance.

— Non sapevo cosa sarebbe accaduto dopo la mia morte. Avevo fiducia nel popolo, nella sua forza che più di una volta aveva salvato la rivoluzione.

— Come potevi sperare nel popolo quando tu stesso ne avevi stroncato la forza condannandone a morte i capi più capaci, creando una frattura fra il Comitato di Salute Pubblica e il movimento popolare?

— Il Comitato doveva agire al di sopra delle parti. Feci giustiziare sia gli arrabbiati che i cordiglieri indulgenti, sia Hébert che Danton.

— Ancora non hai dato una risposta alla seconda questione — gli ricordò il giudice Trozkij.

— Come è possibile rispondere? —  esclamò Robespierre imporporandosi. — Come posso stabilire se la fine del Terrore sia stata un bene o un male? Non ero là a vederla. Solo tramite un’esperienza approfondita potrei trarre le conclusioni di una questione così vitale.

Per un minuto il silenzio calò sulla stanza, sulle sedie e il tavolo, sulle pareti e il fregio al muro, sul giudicando e i suoi giudici.

— Ti dicemmo che saresti stato perfettamente in grado di emettere una sentenza — disse infine il giudice Trozkij — e non ci sbagliavamo. Hai analizzato e giudicato come dalle nostre aspettative.

— Ma io non ho giudicato! —  protestò Robespierre. — Ho appena confessato la mia incapacità per scarsità di conoscenza!

— È una conoscenza che potrai acquisire solamente studiando con accuratezza il periodo successivo a quello in cui vivesti. Non verrai perciò relegato in un oggetto d’invio, a differenza della stragrande maggioranza degli abitanti di Deux Lacs e delle altre città di Tribunale sparse nell'universo. Diverrai un giudice tu stesso, come me e come il giudice Trozkij. Sarai in questo modo in grado di analizzare il periodo direttamente successivo alla rivoluzione per mezzo dei suoi protagonisti. Sapevi che dopo la Repubblica la Francia si tramutò in un Impero?

 

* * *

 

La folla muta era ancora fuori del Tribunale. Parevano gli stessi visi segnati dalla fatica che avevano un tempo affollato il Campo di Marte, la Piazza della Rivoluzione, gli arrondissements, le armate della Repubblica, le file per il pane. Non si vedevano picche nè berretti frigi, niente armi nè bandiere; nessuno plaudiva, nessuno alzava la voce, nessuno sorrideva.

Robespierre l'Incorruttibile, l'uomo del dieci di agosto, scese gli scalini. Marie-Louise gli corse incontro; dietro di lei si affacciavano i volti anonimi e ansiosi di tutti gli altri protagonisti del dieci di agosto alle Tuileries, e del 14 luglio alla Bastiglia, e del 16 ottobre a Versailles, e del 20 settembre alla battaglia di Valmy, e del 25 settembre alla proclamazione della Repubblica una e indivisibile.

— Cosa è accaduto? — domandò Marie-Louise. Il cielo grigio si rifletteva nei suoi occhi. — Qual è la condanna?

Robespierre aggrottò la fronte, perplesso. Non c’era un filo di vento sulla piazza, nè un suono.

— La condanna? — ripeté. — Non so; non so se sia una condanna.

 

Comunque alla luce di un ideale

sbocciano i fiori del male,

e quando Esso sorgendo li circoncide

ogni sboccio con appassimento coincide.

Il fiorire e il decadere di ogni razza

sono tumulto di un popolo in piazza:

con l’onda solare il fiore colpisce,

con il riflusso della reazione appassisce.

 

Franco Ricciardiello

 

Scritto nell'ottobre 1985

 

Pubblicazioni:

1.      "The Dark Side" n. 2, Vercelli 1987

2.      "Intercom" n. 138/139, Terni 1994

3.      "Futuri di guerra", antologia a cura di Valerio Evangelisti, "Le scintille" n. 4, L'Altritalia/Avvenimenti, Roma 1998

 

        < ritorna all'indice dei racconti