FRANCO RICCIARDIELLO

La casa in riva al mare

 

 

Leandro aveva visto per la prima volta sull'isola la donna circa una settimana prima.  Fino ad allora aveva vissuto solo, senza il bisogno di altri esseri umani per allietare la sua reclusione volontaria.

Se si affacciava alle finestre che davano sul mare poteva distinguere chiaramente il cottage dove ella viveva, dall'altra parte della piccola baia che Leandro considerava sua proprietà. Era solito passeggiare sull'ampia spiaggia di sabbia bianca, durante la bassa marea, rivoltando con il piede le conchiglie arenate, cercando bastoni levigati dall'acqua del mare in forme strane o semplicemente guardando i pesci agonizzare intrappolati in pozze d'acqua che evaporavano.

Se la giornata era limpida ed il sole alto allo zenith, si poteva scorgere il profilo del continente, a nord. Malgrado tutti i ricordi spiacevoli che quella vista gli evocava, Leandro trascorreva ore ed ore al binocolo.  L'arrivo della donna spezzò la routine delle sue giornate. Un giorno la osservò contrariato mentre passeggiava sulla sua spiaggia e si proibì mentalmente di avvicinarla.

Fu quello il primo giorno in cui, da quando era giunto sull'isola, rimase chiuso in casa, seduto al pianoforte. Ma le sue dita non seguivano la linea dei pensieri e vagavano per conto loro, attraverso universi melodici improvvisati.  Dopo una seconda mattinata sprecata cercando ispirazione decise di uscire  ugualmente, ripromettendosi di manterersi distante dalla  spiaggia.

Dietro la villa prefabbricata in cui abitava, un sentiero si  inerpicava attraverso la vegetazione mediterranea sin sulla  scogliera che sovrastava l'ampia spiaggia.  Leandro prese il  binocolo e s'incamminò a lunghi passi controvento, tenendo  d'occhio il cielo per vedere i gabbiani scendere ai nidi, sullo  strapiombo. Il terriccio misto a sabbia scricchiolava sotto le  sue scarpe di gomma, logorate dall'uso e dall'acqua salmastra in  cui spesso passeggiava. Si accorse ben presto di tenere  un'andatura troppo sostenuta, ansimando nell'aria carica di  iodio.

Si trovava all'ombra di una cresta rocciosa quando scorse un nido, ad una trentina di metri da lui. Sdraiandosi sull'erba regolò il binocolo per osservare le teste implumi dei piccoli,i  loro becchi spalancati e gli occhietti semiciechi; lo sciacquio  della risacca gl'impediva di udire i pigolii di fame. Si alzò carponi, tenerdosi per prudenza sottovento per awicinarsi di  alcuni passi allo strapiombo, e fu così che vide nuovamente la  donna, sulla spiaggia sotto di lui. Era ferma e guardava in direzione della villa di Leardro, voltando le spalle alla  scogliera. L'uomo ritornò velocemente sui propri passi; conosceva un sentiero che conduceva sino all'alta spiaggia, dietro le basse  piante da fusto.

Lei stava già facendo ritorno quando Leandro, nascosto  dietro un grosso cespuglio di felci, riuscì a guardarla da vicino. Indossava un maglione di lana chiara, una leggerissima gonna di cotone bianco e, particolare strano, aveva guanti senza dita alle mani. Non sembrò accorgersi di chi la spiava: passeggiava  lentamente (a piedi nudi) sulla sabbia fine, teriendo nella mano ripiegata contro il seno quello che a Leandro parve un libro rilegato in pelle.

 

***

 

Quella sera il caldo fu soffocante, ma a metà nottata una brezza fresca diretta verso il continente investì l'isola da sud, asciugando la camicia sudata di Leardro seduto in veranda. Neppure una luce era accesa ad individuare il cottage sulla sponda opposta del piccolo golfo.

Il mattino seguente decise di alzarsi piu' tardi del solito, l'ora in cui la donna era solita caminare sulla riva, probabilmente in cerca di grosse conchiglle portate dalla marea.

Indossò un maglione (la temperatura era notevolmente diminuita) e prese il sentiero per la scogliera, quindi una diramazione che lo portò più all'interno, fuori vista dalla spiaggia.

Camminò di buon lena, notando come i gabbiani volassero bassi a preannunciare il continuare del maltempo. Per giungere all'altra villa dovette camminare per un centinaio di metri sulla riva, attento che la donna non fosse in vista.

La porta bianca, sulla veranda di legno, era aperta; il  soggiorno su cui dava era poco illuminato, sebbene le finestre  fossero prive di tende. C'era rell'aria un sentore di carta vecchia come in una biblioteca; ed infatti un gran numero di  libri giaceva sparpagliato alla rinfusa su tutti i ripiani  possibili, su alcure sedie ed anche in terra. Una macchina da scrivere elettrica era la regina indisturbata della scrivania,  contornata da pacchi di fogli bianchi. Dopo il primo, lungo sguardo, l'attenzione di Leandro cadde su di un libro in particolare, quello che aveva visto in mano alla donna il  mattino precedente. Era separato dagli altri, posato su una  maglia di lana; Leandro lo prese in mano, godendo del tocco piacevole e delle sensazioni di cose perdute ch'esso gli  rimandava. Nella prima pagina c'era una dedica scritta con un pennarello scuro: "À Anrelle: quem dii diligunt adolescens moritur". Richiuse il libro senza sfogliarlo. Anrelle. Questo  dunque era il suo nome.

Uscì con precauzione e ritornò a casa, camminando in fretta nel tratto di sentiero aperto sul mare.

 

***

 

Il cielo rimase eccezionalmente bello per quattro giorni,  sebbene un vento freddo, proveniente da nordovest impedisse  all'aria di riscaldarsi. Pareva che le nuvole gonfie di pioggia  si tenessero lontane dall'isola, spostandosi perennemente da una parte all'altra del continente quasi a far sì che gli abitanti delle città non potessero vedere il momento in cui sarebbero caduti i missili.

Leandro, di cattivo umocre, si tenre lontano per ripicca dalla  spiaggia e da tutto ciò che riguardava Anrelle. Rimase a letto  fino a tardi tutte le mattine, pur senza dormire; gironzolò  oziando per la casa senza aprire le finestre sulla verarda battuta dal vento. Si sedeva al pianoforte abbozzando svogliatamente un accordo a caso, per poi tornare a sdraiarsi sul letto fissando il soffitto bianco.

Fu durante un mattino qualsiasi che, volgendo lo sguardo ad  una finestra, vide la donna ferma sul sentiero dietro la casa, ad un centinaio di metri di distanza. Indossava gli stessi indumenti chiari della prima volta e sembrò accorgersi quando Leandro la vide, oltre la finestra: si voltò lentamente e  ritorrnò sui proprii passi, in modo che l'uomo poté scorgere Il  libro in pelle che teneva nella mano.

 

***

 

Era notte quardo lo stratobombardiere danneggiato sorvolò a volo radente l'isola, svegliando Leandro con il mostruoso, lamento dei suoi jets feriti.  Leandro uscì di corsa sullaveranda; l'aria era calda come non lo era stata da qualche sera a quella parte. Vide subito la massa metallica dell'astronave con le luci di posizione accese che precipitava in mare, schiantandosi senza esplodere. Una colonna d'acqua alta parecchie decine di metri s'innalzò immediatamente al cielo, trascinando con sé di rimbalzo miriadi di frammenti metallici che ricaddero lentamente  in un discreto raggio dal puntò in cui si era inabissata la carcassa, proprio al centro della piccola baia. In capo ad un minuto, il silenzio aveva già inghiottito gli ultimi rumori dell'avvenimento. Leardro tornò a letto, il pensiero rivolto alla guerra in corso sul continente, a non molti chilometri dalla pace dell'isola.

Sognò di essere arcora in Italia, prima dell'inizio dei bombardamenti. Sua moglie nel sogno era ancora con lui, e gli diceva riderdo che lo avrebbero richiamato nell'esercito; lui odiava l'esercito, odiava il sorriso di sua moglie. Si svegliò, ancora in ansia, un oppressivo senso di angoscia all'altezza del diaframma.

Si vestì senza pettinarsi ed uscì. I gabbiani garrivano nell'aria fresca, annunciando la fire dei giorni di vento e gareggiavano con il rumore della risacca.

Prese il sentiero che portava alla spiaggia ad andatura sostenuta per scaldare le membra nel vento, La sabbia era umida e fredda, spruzzi d'acqua salmastra lo investivano a tratti. Senza fermarsi, camminò sulla battigia scrutando per terra nell'oscurità; ancora lambita dalle onde; rinvenne una cassa di plastica rinforzata chiusa da una serratura che portava impresso un sigillo militare.  Mosse pochi passi tutto intorno ma non riuscì a scorgere nient'altro. Sollevò la cassa poco pesante e posandosela sulla spalla ritornò a casa.

Le divise erano di due misure troppo grandi per lui; d'altronde aveva sempre odiato qualsiasi uniforme. Le gettò su di una sedia spiegazzandole. Passò in ispezione uno ad uno gli effetti personali del proprietario, senza interesse per lui, finché non sollevò un diario dalla copertina plastificata, le pagine fitte di una grafia minuta e precisa; l'ultimo oggetto della cassa era una radiolina in modulazione di frequenza che posò sul tavolo. Era già l'alba inoltrata, Leardro si alzò affacciandosi alla finestra per controllare se Anrelle era intenta alla propria occupazione mattutina.  La donna infatti stava camminando sulla spiaggia sottostante, ma invece di rivolgere la propria attenzione alle conchiglie stava rovistando fra gli oggetti appartenuti allo stratobomardiere che le onde avevano gettato a riva durante la notte. Dalla distanza cui si trovava, Leandro non scorse che pochi mucchietti scuri sulla sabbia, ma evidentemente la donna dava loro un significato particolare. L'uomo accese la radio e tenne premuto il sensore finché non captò un segnale: era una stazione di Marsiglia, le forti interferenze gl'impediroro di comprendere più di poche parole di un notiziario. Spense infastidito l'apparecchio ed uscì sulla veranda stirando le membra. Sedette sul dondolo con il diario rinvenuto nella cassa sulle ginocchia; si cullò appoggiando i piedi alla ringhiera di legno resinoso. Anrelle continuava la propria opera, con le mani cariche di oggetti. Una sola volta alzò il viso verso di lui ma distolse subitolo sguardo quando si accorse di essere.osservata.

Aprì il diario e lesse a casaccio alcune delle pagine in inglese.  L'ultima scritta era datata "Cairo" due giorni prima.

Il proprietario del diario era stato ufficiale  dell'areonautica australiana. Leandro lesse a ritroso le ultime venti, venticinque pagine.

Nei giorni che seguirono parecchie astronavi sorvolarono l'isola ad alta quota, provenienti da sud e dirette verso il continente. Alcune producevano un rombo cupo e profondo che faceva tremare i vetri mentre altre, quelle più distanti, non mostravano ai suoi sensi che una sottile striscia di gas di scarico.

Il tempo era meraviglioso, il cielo caldo e terso. Tutti i pomeriggi Leardro prendeva il sole a torso nudo sulla veranda interrompendosi solo per suonare vecchi brani al pianoforte o per recarsi a spiare gli uccelli ai nidi. Anche la vita di routine di Anrelle si svolgeva in perfetto orario, tranne per il fatto che la donna si attardava talvolta per qualche minuto in più, sulla spiaggia al mattino, come per controllare che la marea notturna non avesse spinto altri oggetti sulla battigia.

Una sera una nave da guerra passò all'orizzonte senza neppure curarsi dell'isoletta e scomparve silenziosamente come era apparsa Quella notte la terra tremò più di una volta di una vibrazione cupa e di cattivo presagio.

 

* * *

 

Curioso di controllare cosa Anrelle avesse trovato di interessante fra i relitti, il mattino seguente Leandro prese il sentiero dietro la casa mentre la donna era sulla spiaggia. Il cielo, a nord, si andava incupendo, le nuvole avevano un colore rosso scuro, come di terra sollevata. A passo veloce Leandro giunse all'altra casa; la porta, come si era aspettato, era aperta. Scrutandosi intorno, notò alcuni oggetti che, così almeno gli pareva, la volta precedente non c'erano. Un berretto gualcito da militare, un libro macchiato, una scatola di cartone piena di bottoni, alcuni strumenti metallici fuori uso, un orologio da polso, brandelli di stoffa.

Il libro macchiato era anch'esso scritto in Inglese. Mosso da un'improvvisa curiosità si avviò ad esplorare le altre stanze del bungalow: un cucinino con poche pentole, alcune bombolette di gas di riserva e piramidi di scatolette cilindriche di cibi conservati. La camera da letto era ampia e bella, legno chiaro alle pareti e parquet ad incastro sul pavimento. Aprì l'armadio che conteneva alcune decine d'indumenti leggeri: gonne di cotone bianco, giacche chiare di lino dal taglio semplice ma elegante e foulards stampati a colori pastello. Passando di fronte allo specchio, si fermò a contemplare la propria figura: calzoni di lino spiegazzato, una camicia bianca consumata che contrastava con la carnagione dell'abbronzatura intensa e recente. Poiché in casa non possedeva uno specchio, si attardò ad osservare i proprii lineamenti dopo lungo tempo, le labbra leggermente screpolate, la pelle asciutta, quasi disidratata. Con stupore si accorse che il tempo era cambiato. Lo specchio rifletteva il cielo a nord, mostrando a Leandro come si fosse notevolmente schiarito in pochi minuti. Con uno scatto si voltò e tornò velocemente nel soggiorno, uscendo sulla veranda incurante di farsi scorgere da Anrelle. La donna era a non più, di cento metri da lui, sul sentiero che saliva alla casa dalla spiaggia.

Era voltata verso nord: il cielo, verso il continente e fin sopra di loro, era molto scuro, denso di nuvole viola cupo. Un vento che si faceva appena sentire a livello del terreno sospingeva i cumuli nembi nella loro direzione, uccidendo la luce del sole ad oriente. Con un presentimento infausto, Leandro corse sul sentiero verso la donna che non udì i passi sulla sabbia finché non le fu alle spalle.

— Anrelle! — Leandro gridò il suo nome e la vide voltare la testa di scatto. I lineamenti erano minuti ed attraenti, le labbra lucide, i capelli castano chiaro le arrivavano alle spalle. La gonna bianca e la maglia di cotone lavorato erano nello stesso stile degli indumenti nella camera da letto. Tutto questo Leandro vide in un attimo, mentre il volto di Anrelle passava dallo stupore alla curiosità. Dopo essersi bloccato per un momento, l'uomo con un ultimo scatto le fu addosso e la gettò in terra, sulla sabbia non ancora calda. Anrelle esclamò qualcosa in francese ma si interruppe quando vide l'espressione sul viso di Leandro. Alzò anch'ella gli occhi al cielo e sentì sulla pelle il tocco contaminato delle prime gocce radioattive che il vento e le nubi stavano trasportando dall'Europa.

 

Franco Ricciardiello

 

Scritto nel maggio 1984

 

Pubblicazioni:

  1.  "The Dark Side" n. 1/85, Vercelli 1985

  2. "Notizia Oggi", Vercelli 1989

       

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