FRANCO RICCIARDIELLO

La notte del miliardo di bombe

 

 

La notte del miliardo di bombe, sepolto in un bunker sotterraneo nel dipartimento di Cundinamarca, in Colombia, attendevo che i missili extraterrestri perforassero da un secondo all'altro lo spesso strato di cemento armato che divideva il mondo sotterraneo, il mondo delle vibrazioni, dall'inferno di fuoco e polvere in superficie.

"Quanto manca?" domandò Loviisa accanto a me, cacciando con un gesto della mano l'afrore di polvere e traspirazione umana dell'ambiente chiuso.

Mi passai il palmo della mano sulla fronte, mi sentivo sudato e spossato; l'aria nel bunker gremito di corpi umani era pressoché irrespirabile sotto la protezione di cemento martellata con cadenza inferiore al secondo dai missili alieni.

"21 ore e venticinque" risposi a Loviisa.

Anche la sua pelle era lucida di sudore. Sentivo tutto il disagio di vivere quel momento, il fastidio nauseabondo d'essere me stesso sotto la pioggia di tritolo che minacciava di cancellare per sempre la civiltà umana dalla faccia della Terra.

"Quanto manca?" domandò subito dopo qualcun altro più in là.

"21 ore e venti."

Il bunker sotterraneo, un tempo quartiere generale sul fronte andino dell'Ortodossia Occidentale, era affollato all'inverosimile da quando la stazione orbitante di LK era stata distrutta da un missile alieno.

21 ore e quindici. Il martellamento era incessante. Fra poco più di venti ore avremmo raggiunto l'apice dell'offensiva: durante quella sola notte 990 milioni di missili erano destinati a colpire la superficie terrestre, culmine di un'offensiva scatenata da ignote intelligenze aliene del cuore della galassia quando ancora la civiltà terrestre era al suo stadio infantile; missili che  arrivavano a destinazione dopo migliaia d'anni di viaggio nello spazio interstellare.

La vibrazione di un'esplosione particolarmente vicina al bunker mi rimandò con la memoria a quando tutti noialtri di LK vivevamo ancora in orbita intorno alla Terra.

* * *

Le due navette spaziali attraccarono alla stazione orbitante quasi simultaneamente, benché da due parti diverse, proprio mentre un banco di missili attraversava il nostro campo radar.

Aprii la tendina a scomparsa dell'oblò sul ponte per vedere gli ordigni alieni accendersi come comete contro l'orizzonte color pervinca della curvatura terrestre: si trattava del rivestimento esterno dei missili che prendeva fuoco per attrito a contatto dell'atmosfera, ma ogni volta che assistevo all'arrivo di un'altra bordata di bombe dallo spazio non potevo evitare di augurarmi che bruciassero sino a consumarsi completamente prima dell'impatto con le città terrestri.

Mi voltai verso l'operatore radar. "Dove cadranno questi?"

L'uomo indossava sul capo una sottile cuffia flessibile, con i grossi paraocchi neuroterminali della protesi per non vedenti.

"Da qualche parte fra la costa algerina e l'Andalusia" rispose.

Nell'Ortodossia, dunque; ma faceva poca differenza, perché con imparzialità statistica il prossimo attacco sarebbe piombato sull'Eterodossia Levantina.

Benché i missili fossero stati lanciati migliaia d'anni prima dalle viscere della galassia, colpivano un obiettivo virtualmente infinitesimale come il pianeta Terra con una precisione che lasciava comprendere come gli alieni potessero calcolare con cura la traiettoria attraverso un'incommensurabile distanza spazio-temporale. Quei missili sparati all'epoca in cui le poleis greche erano gli albori e gli imperi mesopotamici si divoravano l'un l'altro, avevano viaggiato per tutto quel tempo e attraverso tutto quello spazio per venire a colpire una civiltà assolutamente  ignara della minaccia millenaria in arrivo.

Fortunatamente la tecnologia degli ignoti aggressori alieni sembrava per certi aspetti inferiore a quella umana: gli ordigni erano rudimentali, gli esplosivi relativamente inefficaci; in caso contrario saremmo già stati cancellati da mesi.

In quel momento il cicalino alla mia cintura trillò fastidiosamente. "Il dottor Novalis la attende sul ponte cremisi" disse il volto del mio segretario sul visore da due pollici.

Attraversai diversi ponti della stazione orbitante per raggiungere Novalis, senza smettere di pensare ai missili che di lì a pochi minuti sarebbero caduti su Orano o su Siviglia.

In aggiunta alle devastazioni dei missili alieni, in quel mese di settembre cadeva il nono anno della guerra di annientamento combattuta sulla Terra fra due blocchi ideologici opposti: il fronte di terra apriva nel ventre dell'Europa una ferita sanguinante, dai bordi frastagliati, che serpeggiava dalla Toscana al Tirolo, dalla Slesia a Berlino, dalla Pomerania alla Lituania. Nei corsi e ricorsi delle vicende belliche, quell'anno all'offensiva era l'Ortodossia.

Sul ponte Cremisi, il dottor Novalis stava dando il benvenuto a Reading, Segretario generale dell'Eterodossia Levantina, appena giunto via navetta sulla stazione orbitante di LK.

Novalis non era il vero nome del dottore; si trattava di uno pseudonimo risalente ai tempi dei primi studi classici, abbandonati ben presto sotto l'attrazione gravitazionale delle scienze esatte. Novalis era oramai un'istituzione intoccabile per il vecchio pianeta martoriato, un granello di sabbia nella ruota dentata dei signori della guerra.

Era merito di Novalis la scoperta dei primi missili alieni, il cui impatto era stato confuso con quelli allora ben più numerosi della guerra di annientamento che si combatteva sulla superficie terrestre; opera sua era stata la creazione di LK, il consorzio indipendente di scienziati dell'una e dell'altra parte, con lo scopo di porre termine alla guerra; sua ancora l'impresa di riunire nella stazione orbitante di LK i vertici politici dell'Ortodossia e dell'Eterodossia per porli di fronte alla crescente minaccia delle numerose ondate di missili in arrivo, e alla necessità di giungere a un armistizio; sua, infine, l'idea base che avrebbe dovuto scongiurare gli effetti devastanti della notte del miliardo di bombe.

Il ponte era affollato di militari eterodossi in divisa color carta da zucchero; o meglio pensai fossero militari finché mi resi conto che indossavano parodie di semplici tute da lavoro, scarne e sbiadite, con pochi gradi stilizzati. Non c'erano cronisti nè olocamere perché l'incontro era segreto: ufficialmente, per ognuna delle parti l'altra era ancora il nemico da annientare.

Appena entrai Novalis fece cenno di avvicinarmi e mi presentò al Segretario generale; nello stringergli la mano non potei reprimere un brivido di repulsione e timore insieme. Si trattava di Reading, pugno di ferro dell'Eterodossia, nemico mortale della società individualista in cui ero nato io; Reading che aveva fatto fucilare gli avversari a migliaia, nei primi anni della rivoluzione, dopo processi sommari nei bunker sotterranei esposti ai bombardamenti degli ortodossi, Reading che una volta acquistato il potere l'aveva consolidato fucilando a migliaia anche i sostenitori, e poi l'aveva accentrato fucilando chi l'aveva aiutato a fucilare, e aveva infine reso quel potere totale ed onnipresente fucilando i fucilatori, così che da quei giorni ogni suo gesto sembrava scavare nell'aria con un crepitio di arma da fuoco, e si portava dietro nei capelli, sulla pelle e nel tessuto della sua divisa da operaio l'odore rivoltante della cordite.

Alcuni assistenti di Novalis si affacciarono dal portellone stagno del corridoio di babordo, e il professore fece loro cenno di entrare. Obbedirono, seguiti da diversi uomini che portavano spessi occhiali neri; si trattava dei famigerati cyborg pretoriani, metà robot e metà macellai, del Presidente eterno dell'Ortodossia di Ponente, Mallet, il quale li seguì a ruota scortato da due ali di generali con sterminati cimiteri di medaglie sul doppiopetto color kaki.

Ci ritrovammo in mezzo, Novalis e i suoi collaboratori fra cui io; da una parte del ponte stavano Reading e i suoi generali operai, fucilatori di professione; dall'altra, seduto fra i suoi marescialli da cerimonia che stavano comandando lo sterminio al fosforo di intere nazioni dell'Europa centrale, stava il Presidente eterno Mallet: si raccontava avesse comperato i voti dei suoi Grandi elettori nel Parlamento censitario, i quali avevano comprato i voti dei deputati, che erano stati eletti acquistando i voti degli elettori intermedi i quali a loro volta avevano pagato a basso prezzo il voto di una immensa massa di diseredati che la guerra aveva spinto ad abbandonare le regioni del fronte per emigrare nelle invivibili periferie delle città, nel cuore pulsante dell'impero di ponente dove tutto aveva un prezzo.

Novalis mi fece un cenno, impercettibile per i nostri ospiti. Mi limitai a sfiorare la sensibilissima spirale di un telecomando che portavo in tasca: l'aria nel mezzo del ponte cominciò a vibrare alla frenetica attività come di minuscole particelle, una sorte di esercito di formiche che si arrampicavano una sull'altra fino a disegnare, al centro del ponte, una lastra sottile all'altezza di 70 cm. dal pavimento; la vibrazione da sciame nanotec aumentò d'intensità sotto gli occhi dei militari dell'una e dell'altra parte, materializzandosi nella superficie di un tavolo a ferro di cavallo al quale poterono prendere posto tutti i convenuti.

Novalis non sperava certo di impressionare con uno sfoggio di tecnologia avanzata i vertici delle due superpotenze impegnate in una reciproca guerra di annientamento, poiché proprio i laboratori di ricerche militari dei due blocchi avevano partorito tutti i quadri dirigenti di LK, l'organizzazione superpartes di Novalis. Io stesso, nato nei paesi dell'Ortodossia, avevo lavorato a lungo al LEP di Ginevra prima di essere contattato da LK. Tuttavia, gli stati maggiori delle due parti dovevano già essere a conoscenza del fatto che la proposta di risoluzione della crisi extraterrestre da parte di Novalis si basava sull'impiego di una forma di nanotecnologia estremamente avanzata che solo LK poteva progettare.

Il vuoto circolare in mezzo al tavolo separava i cimiteri di medaglie dalle tute da fatica. Novalis sedette a una scrivania nello spazio fra le due estremità del ferro di cavallo, mentre io rimanevo in piedi accanto allo schermo, padrone in teoria della situazione.

La sicurezza che ostentavo minacciò però di andare in frantumi quando passando lo sguardo sui presenti mi resi conto che c'era una persona nella delegazione ortodossa che conoscevo bene: si trattava di Loviisa, mia ex collega di lavoro prima che mi unissi a Novalis; doveva già avermi riconosciuto da prima, perché compresi che sino a quel momento avevo avuto i suoi occhi puntati addosso senza accorgermene.  Mi sentii in svantaggio; non potei rivolgerle un cenno di saluto perché un cicalino insistente richiamò la mia attenzione: ma ancora una volta era la cintura di Novalis che trillava, non la mia. Il professore accostò l'orecchio al calcolatore da polso, ascoltò, quindi annuì. Si piegò verso di me con fare teatrale, come per attrarre l'attenzione degli ospiti, e mi disse, mentre i traduttori rendevano comprensibile alle lingue straniere dei macellai in capo le sue parole: "Apra la panoramica, Martini: è in arrivo un banco da 200."

Mi alzai discretamente, rendendomi conto che gli occhi del Presidente eterno e del Segretario generale, ma soprattutto quelli di Loviisa erano fissi su di me; accostandomi alla paratia dietro le spalle di Novalis, che non si voltò neppure a controllare, sfiorai un interruttore.

La parete sembrò animarsi, rivelandosi per ciò che era: un colossale schermo a cristalli liquidi spalancato sulla notte orbitale. Si cristallizzò un velo d'inchiostro di 15 mq., vivacizzato appena da un settore circolare di luminosissima superficie terrestre.

Il segretario generale si chinò a consultarsi con uno dei garzoni da macellaio; la dottoressa Crane del Consiglio direttivo di LK passò a distribuire a ogni presente un foglio quadrettato di materiale sintetico, che fece aderire a intervalli regolari sul lungo tavolo.

Ma l'attenzione di tutti era attratta dallo schermo gigante: una serie di punti fiochi apparve nell'angolo superiore destro.

"Può ingrandire?" domandò uno dei traduttori.

Delimitai sul mio visore con il cursore lo spazio interessato, e con un semplice comando questo si ampliò sino ad occupare tutto lo schermo panoramico. I deboli punti di luce riflessa divennero sigari grossi come un dito, con ogive istoriate puntate verso la Terra e caratteri di un alfabeto alieno sui fianchi.

Erano i missili extraterrestri, gli alfieri artigianali dell'annientamento del pianeta Terra; già decine di volte avevo seguito banchi di bombe nell'impatto con l'atmosfera, ma ogni volta provavo la medesima emozione. Le ogive istoriate portavano incomprensibili messaggi, la cui traduzione era già oggetto di studio da parte di due apposite équipes di LK.

Percepii distintamente la differenza di potenziale nella tensione emotiva sul ponte, e temetti che potessero scoccare scintille di guerra fra il kaki e il carta da zucchero.

"Dove cadranno?" domandò nel silenzio denso il traduttore eterodosso.

Novalis si voltò verso la dottoressa Crane, che si affrettò sul proprio terminale portatile. "Fra il 40.mo parallelo sud e il 70.mo meridiano ovest, nella parte meridionale della Patagonia."

Quasi tutti trassero un sospiro di sollievo, compreso il Presidente Mallet sulle cui terre i missili provenienti dallo spazio stavano per cadere: certamente perché nessun obiettivo militarmente o economicamente rilevante era sulla traiettoria.

Cercai conferma negli occhi di Loviisa, ma era indaffarata a collegare al sottile circuito stampato del flat screen che la dottoressa Crane aveva fornito al Presidente eterno, un decodificatore che avrebbe permesso di smascherare eventuali falsificazioni di dati da parte di LK.

Anche gli eterodossi stavano collegando un esemplare di decodificatore più artigianale, frutto senz'altro di spionaggio industriale nei laboratori dell'ortodossia.

Appena i duecento missili provenienti dallo spazio esterno scomparvero dall'orlo dello schermo gigantesco, Novalis riprese ad effetto la parola: "Se oggi siete qui, non è necessario un riepilogo dei principali avvenimenti che vi hanno portato ad accettare la mediazione di LK. Abbiamo collaborato con gli Istituti preposti delle due parti belligeranti, dimostrando inequivocabilmente l'esistenza di un intervento nel conflitto da parte di mezzi di distruzione non appartenenti all'una o all'altra parte in causa. Accurate ricerche di LK hanno portato all'identificazione di almeno 729 casi di deflagrazioni singole o collettive di missili provenienti dallo spazio extrasolare, guidati dal campo magnetico terreste. LK ha già portato a conoscenza degli Istituti di cui sopra i rilevamenti di oggetti in avvicinamento, dai quali si prevede un'intensificazione in misura esponenziale nella frequenza di impatto degli ordigni; l'apice dell'offensiva è stimato intorno alla seconda domenica di gennaio dell'anno prossimo. Se per l'epoca le parti belligeranti non avranno unito i loro sforzi per giungere a una soluzione comune, la civiltà umana sarà cancellata da un'ondata di missili stimabile in 990 milioni di ordigni.  Permettetemi di esprimere il mio auspicio che un'intesa di massima per il cessate il fuoco venga raggiunta il più presto possibile per dirottare tutte le energie dei nostri Paesi contro l'offensiva extraterrestre."

La trattativa dell'armistizio aveva inizio.

* * *

Più tardi, durante una sospensione nelle consultazioni sulla stazione orbitante, riuscii a incappare in Loviisa dopo un lungo appostamento nel corridoio di babordo del ponte ocra.

Era in compagnia di due colleghe dell'Istituto scientifico militare; ma quando mi vide sussurrò qualche parola all'orecchio delle amiche, che la lasciarono sola.

Ci stringemmo la mano. "E dunque?" dissi, temendo di cominciare a balbettare per l'emozione, "Mi sembra tu stia bene..."

Sorrise appena con gli angoli della bocca, annuendo come per soppesarmi. Abbassai anch'io lo sguardo su di lei. "La divisa ti dona" dissi "ma come preferirei vederti ancora con il camice bianco di una volta."

Ci eravamo conosciuti lavorando insieme all'Istituto superiore di Astrofisica di Anversa; avevamo vissuto nello stesso appartamento per due anni, lontani dal clamore concitato dei bombardamenti perché a quel tempo l'Ortodossia era all'offensiva e il fronte affondava a est sino a Bratislava; ma con il volgere della sorte a sfavore degli occidentali, culminato con il bombardamento al fosforo di Colonia, l'Istituto era stato militarizzato e i membri del Consiglio d'amministrazione incarcerati o costretti a dimettersi; allora avevo abbandonato il mio lavoro, Anversa e Loviisa, iniziando un esilio che mi avrebbe portato nella rete di Novalis e di LK. Loviisa era invece rimasta all'Istituto militarizzato, dove aveva evidentemente fatto carriera.

Ebbe la delicatezza di non rispondermi. Le feci un gesto di cortesia perché mi seguisse nel corridoio che andava svuotandosi verso la mensa. Le feci strada verso una cabina-salotto, richiusi alle nostre spalle. Loviisa non parlava e mi fissava seria.

"Puoi lasciarti andare" dissi tenendo le mani in tasca per nascondere l'emozione "Questa stanza è elettronicamente protetta contro i microfoni."  Sapevo che tutti i membri delle due delegazioni portavano indosso trasmittenti-spia ventiquattr'ore su ventiquattro.

"Lasciarmi andare?" replicò Loviisa "Penso sia tu a doverti spiegare."

Mi strinsi nelle spalle. "Volevo vederti in privato e parlare alle tue orecchie solamente. Scusa, si tratta solo di un impulso egoista, senza secondi fini."

E proprio in quel momento il mio cicalino trillò. Accostai di malumore il polso all'orecchio.

"Il dottor Novalis la aspetta sul ponte cremisi, salotto B" era la Crane "Può raggiungerlo subito?"

Svuotai tutta l'aria dei polmoni attraverso le narici "Certamente" sibilai a denti stretti.

"Chi era?" domandò Loviisa. Portava una pettinatura complessa, con riflessi biondo cenere, che poteva permettersi solo chi vivesse lontano dalle zone del fronte o comunque al riparo dall'incubo delle incursioni missilistiche. Una pettinatura come la sua avrebbe significato nei paesi dell'Eterodossia la persecuzione della polizia politica.

La precedetti nell'uscire; ci separammo, raggiunsi nel salotto B l'intero comitato scientifico di LK.

"Venga, Martini" mi accolse Novalis, che per me aveva un occhio di riguardo "Legga questo."

E così dicendo mi consegnò la copia di un documento, su carta autocomburente, che gli altri già stavano esaminando. Conteneva un comunicato congiunto fra il Presidente eterno e il Segretario generale, i quali riconoscevano il fatto che la recrudescenza nelle operazioni belliche era dovuto non ad attacchi missilistici dell'una parte o dell'altra, come sino all'incontro sulla stazione orbitante di LK avevano sostenuto gli stati maggiori delle due potenze, bensì a ordigni provenienti dallo spazio extrasolare. La funzione di mediazione di LK era esplicitamente riconosciuta, sia come fonte di rilevazioni per determinare la provenienza dei missili non identificati, sia come promotore dell'incontro segreto nella stazione orbitale.

"Tutto qui?" dissi appena terminato di leggere "Non si fa cenno ad un nuovo armistizio."

Novalis allargò le braccia in un gesto eloquente, proprio mentre il suo cicalino suonava. Era divenuta un'ossessione. Novalis trasmise il messaggio nel circuito audio perché tutti potessimo udire.

"Alle 19,45 ora di Greenwich una salva da 169 missili ha colpito la penisola di Kola in Scandinavia; due ordigni inesplosi; si stimano oltre ottanta vittime nella sola città di Murmansk.

* * *

La notte in cui Loviisa tornò a dormire nella mia camera, dopo un'assenza di anni, rimanemmo svegli a parlare di morte sino alle sei del mattino.

L’incontro sulla stazione orbitante di LK risaliva a più di sei mesi prima; raggiunto l'accordo, l'intero potenziale industriale del pianeta era stato stornato dalla guerra di annientamento verso la difesa contro la minaccia spaziale. Nell'estate che era seguita, la distruzione della stazione orbitante era stata data per certa a causa dell'incremento esponenziale della frequenza dei missili; l'intera organizzazione di LK si era trasferita sulla superficie terrestre, dividendosi in due sezioni che avevano collaborato con numerosissimi colleghi dell'una e dell'altra parte.

Io ero stato prescelto da Novalis per il gruppo di lavoro nell'ortodossia; avevo così dovuto tornare nel paese che detestavo, il paese burocratico e poliziotto in cui la vita di un essere umano aveva meno valore di un'automobile usata. Ma nell'Ortodossia avevo ritrovato Loviisa.

In quel mese di novembre in cui tornammo a vivere insieme, gli incomprensibili bombardamenti dallo spazio erano talmente intensificati da minacciare quasi quotidianamente l'intera superficie terrestre.

Una notte, dopo settimane di lavoro gomito a gomito, invece di rientrare nella sua stanzetta privata (che cominciava a essere considerata un privilegio nell'affollatissimo bunker corazzato), Loviisa mi seguì nella mia camera.

Mentre i miei pochi soprammobili tintinnavano di terrore sotto l'impatto dei missili alieni, parecchi metri di cemento e sabbia più sopra, restammo a parlare pacatamente della nostra morte di lì a un paio di mesi, a meno che il terrificante sforzo per mettere in pratica il progetto di Novalis non desse i suoi risultati.

"Quante volte ti sei chiesto chi e perché vuole distruggerci?" domandò Loviisa.

"Forse più volte che il totale dei missili caduti" risposi.

Avevamo fatto tutti l'abitudine a dormire con tappi di cotone e cera negli orecchi, ma quella notte il bombardamento era particolarmente intenso. La nostra contraerea era quasi tacitata, e non avrebbe comunque potuto opporsi ai banchi di missili più numerosi. Finalmente l'intensità parve diminuire; infine cessò. Il banco era esaurito.

"Quanto mancherà al prossimo?"

All'inizio i banchi si susseguivano a distanza di giorni; ma all'approssimarsi della notte del miliardo di bombe la frequenza si era intensificata con intervalli di poche ore.

"E dunque, allora, chi e perché  ci vuole annientare?" tornò a domandare Loviisa.

"E voi perché volevate annientare gli eterodossi?" risposi, ma dovetti insistere perché Loviisa finse di non aver udito: "Perché volevate annientare gli orientali? C'era una ragione vera, una ragione totale ed assoluta che giustificasse la guerra?"

Loviisa si voltò dall'altra parte. "Naturalmente. La nostra era legittima difesa: sono stati i levantini ad attaccarci."

Risi, offendendola. "Se tu chiedessi ai levantini, direbbero la stessa cosa di voi. No, la ragione dev'essere un'altra: o magari non c'è ragione, così come non c'è ragione in quest'offensiva scatenata dallo spazio. E non ha senso domandarci chi e perché, dato che si tratta di evitare il quando."

Durante quella notte, che trascorremmo in bianco, il Dipartimento di Cundinamarca subì altri due attacchi missilistici dallo spazio. Solo all'alba riuscii a prendere sonno, ma sognai così forte che mi esplose il timpano destro.

* * *

La superficie della Terra era demolita.

La notte del miliardo di bombe stava per calare sul pianeta: le città erano deserte, ridotte a sterminati cumuli di macerie in fiamme; chi poteva era fuggito sulle montagne, sui mari, sottoterra. La rete di comunicazioni era completamente distrutta: poche stazioni radio sopravvivevano nei bunker; tutte le strade erano inagibili, le ferrovie inesistenti, i porti rasi al suolo. La civiltà terrestre stava per essere spazzata via.

La notte del miliardo di bombe. Tamponai il  sangue che dal naso mi colava sulle labbra. I filtri dell'aerazione si erano ostruiti a causa della polvere sollevata dalle esplosioni.

"Venti ore all'ora X" disse la Crane con un filo di voce.

E mancavano pochi minuti all'inizio dell'operazione Anello, come era stato battezzato l'esperimento di LK, per far sì che i missili alieni perdessero la bussola e passassero oltre, forse verso Mercurio e il suo campo magnetico così simile  a quello della Terra.

Loviisa riuscì a farsi largo sino da me, con la camicia intrisa di sudore incollata al ventre. "Mancano pochi minuti..."

In quel momento, migliaia di orologi su tutta la fascia equatoriale erano sincronizzati al secondo: l'operazione Anello doveva essere terminata nel giro di 12 minuti per evitare la probabilità statistica di interferenza da parte dei missili.

"Ecco" disse la Crane "E' ora."

* * *

Nel bunker sotterraneo non ci accorgemmo di nulla. Cinquecento chilometri più a sud, tutta una serie di bunker erano stati scavati con un immane sforzo organizzativo da ambedue le potenze terrestri dopo l'incontro al vertice sulla stazione orbitante. Dai portelli spalancati fuoriuscì uno sciame di nanorobot, talmente minuscoli da sembrare limatura di ferro, macchine autonome che lavoravano come entità interdipendenti; sciamando in buon ordine lasciavano dietro di sè una serie di grosse maglie di rame, a loro volta costituite da maglie progressivamente sempre più piccole come in una geometria frattale.

I missili alieni piovevano tutto intorno scavando crateri e polverizzando interi metri cubi di terra e roccia, mentre le formiche pazienti continuavano ad avanzare lasciandosi dietro una bava di maglie di rame; dai bunker equatoriali vennero sparate grosse capsule contenenti altre colonie di nanorobot, per colmare con nuovi tratti di catena lo spazio fra un bunker e l'altro lungo tutta la linea dell'equatore, scavalcando fiumi e montagne, laghi e città. A volte un missile colpiva la catena di maglie, ma subito lo sciame tornava al lavoro ricucendo con pazienza lo strappo. Era uno sciame di formiche leggere, che restava a galla sulla superficie degli oceani, sino a che, 12 minuti dopo l'inizio dell'operazione Anello, una sola cintura di rame di quarantaquattromila chilometri circondò l'equatore del pianeta.

Nel bunker sotterraneo, sotto i nostri occhi, gli aghi delle bussole impazzirono per alcuni secondi prima di assestarsi in direzione contraria.

La polarità del campo magnetico terrestre si era invertita; i missili alieni stavano perdendo la bussola.

* * *

Uscimmo all'alba marcia di polvere, il primo mattino dopo quella che, in mancanza dell'anello di rame, sarebbe stata la notte del miliardo di bombe.

Pochi osavano alzare lo sguardo al cielo per timore di veder tornare i missili. Parecchi caddero in ginocchio piangendo e masticando terra per l'incredulità di essere ancora vivi. La tecnologia approssimativa dei nostri persecutori alieni ci aveva salvato, consentendoci di ottenere il tempo per fronteggiarla.

Loviisa era un essere tremante, il viso impolverato e rigato di pianto, gli occhi lucidi di febbre e i polmoni incrostati di promiscuità.

Vagammo come morti viventi per ore, fino ad incontrare un plotone di militari eterodossi, che invece di mitragliarci a oltranza ci accolsero a braccia aperte.

E poi d'improvviso prese a piovere così fitto da lavare l'atmosfera e da riportare in terra tutta la terra che era stata sollevata dalle bombe; e Loviisa capì che davvero non aveva senso domandarsi il perché delle bombe, così come non c'era senso nella guerra che avevamo combattuto per annientarci, prima ancora dei missili alieni.

E quando la notte seguente passò senza nuovi missili, il mondo insonne per l'apprensione seppe che il Segretario generale e il Presidente eterno erano stati allontanati dal potere da nuovi governi provvisori che continuavano a ripetere parole di pace ai microfoni per i pochi che ancora possedevano una radio.

 

Franco Ricciardiello

 

Scritto tra l'11 giugno e il 31 luglio 1991

 

Pubblicazioni:

1.      "Future Shock" n. 13, Bari 1994

 

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