FRANCO RICCIARDIELLO

La scala d’oro

 

 

Fu verso la fine dell'inesauribile notte artica che seppi per la prima volta dell’esistenza del libro. La stagione era nella sua curva più mite, il mese dei frutti fuori serra e dei riflessi di sole sulla torre di vetro dell’Università, quello in cui l’acqua calda convogliata dall’interno dell’isola è tenuta in circolazione minima e le piscine all’aperto sono affollate come d’inverno quelle coperte.

Finita la lezione di Storia, ero scesa in ascensore con tutte le compagne del collegio dal livello delle aule attrezzate, che formano la base della torre di cristallo dell’Università, verso la riva del mare per la nostra passeggiata pomeridiana sul molo riscaldato; tenevo alcune schede-appunti che portavo sempre con me avvolte in strisce autoregolanti, e camminavo a piedi scalzi con la mente affollata delle immagini olografiche proiettate durante la lezione.

La giornata mi rendeva particolarmente torpida e distratta. Rimasi indietro presso un cespuglio, in cerca di fuscelli della misura giusta per preparare la corona con cui quell’estate andava di moda circondare le tempie o passare sotto le ascelle o alla vita; spingendomi fra gli arbusti in punta di piedi, scelsi una bella pianta verde brillante, e sollevando l’orlo del lungo vestito discesi di alcuni passi dietro una costa di roccia; stavo già per risalire quando udii delle voci dal sentiero, come se qualche compagna fosse rimasta indietro. Curiosa, mi appoggiai con la schiena alla pietra, mordendomi le labbra per resistere ai graffi delle spine sulle caviglie.

— Non è inglese, ti assicuro — riconobbi la voce di Kaylegh, che alla lezione appena terminata era seduta nel banco dietro di me; sporgendomi appena fra le piante, ma sempre nascosta fra le foglie, vidi che la accompagnava Lisistrata.

— Ma tu come l'hai avuto? — domandò Lisistrata, notevolmente elettrizzata.

— L’ho preso a mia madre — rispose Kaylegh con aria complice.

Si erano fermate proprio sopra di me, fra i fiori dagli odori violenti che mi frastornavano, perché ero abituata agli odori sintetici dell’Università; potevo udire distintamente tutto quanto dicevano. In un certo senso ero pentita di essere rimasta a origliare invece di rivelarmi subito; decisi comunque che non potevo uscire allo scoperto perché mi avrebbero etichettata come spia; già mi prendevano in giro perché portavo sempre con me le schede-appunti delle lezioni.

— E... com’è? — domandò Lisistrata.

Kaylegh allargò le braccia, le palme all’insù.

— È fantastico! — esclamò —  roba da fare arrossire chiunque. All’apparenza sembra un libro normale, ma leggendo anche solo alcune pagine...

Avevano ripreso a camminare, e non udii il seguito del discorso. Mi rialzai, le piante dei piedi intorpidite e graffiate, e le seguii cercando di non farmi scorgere, senza tuttavia riuscire a rubare altro del loro discorso; pensai che fossero le solite manovre sottobanco da adolescenti, alle quali ero personalmente poco interessata, e scordai l’episodio.

* * *

Nella settimana che seguì gustammo l'oro e il miele del cielo sereno attraverso i cristalli piombati della torre. Nel cuore della città, a ridosso del porto di cemento e ferro, fra  le torri di cristallo dei palazzi pubblici costruiti per imitare l’Università e i viali di vegetazione mediterranea riscaldata dall'acqua calda convogliata dai geyser, la nostra intensa vita di studentesse continuava fra una lezione di fisica e una gara oratoria nell’aula magna, fra una gita in barca sui laghetti di fuoco e una scampagnata con l’elettrotreno in montagna. A svettare alto di guglie e arcobaleni di scomposizioni solari c’era l’edificio dell’Università; nelle sue sale di vetro e stoffa, ottone e cristallo ci perdevamo spesso, abbagliate dai labirinti di stanze vuote, dai corridoi di vetro lanciati attraverso abissi di luce lattiginosa, sospesi sulla foschia di infinite stanze di cristallo sovrapposte a sottrarsi la luce le une con le altre, schiacciate dai cieli arcobaleno di immense sale di resine trasparenti e cortine di poliammide. Come la civiltà è una costruzione in bilico tra il divino e il terreno, attraversata per ogni dove dalle correnti d'indagine della conoscenza, così pure l’edificio dell’Università è una fragile torre di conoscenza conficcata come una presa neurale nella terra, fra il nudo naturale esterno e l’umano interno; ma può anche rappresentare l’animo umano, trasparente e conoscibile in superficie, oscuro territorio per l’indagine della scienza al suo interno dove la luce solare non giunge.

L’Università era un filamento di fibra ottica sulla città aperta al mondo oltre gli oceani, in quel tardo agosto di sconvolgimenti in cui Kaylegh fu messa sotto inchiesta dall’autorità scolastica per essersi rifiutata di consegnare un libro messo all’indice.

Kaylegh era una ragazza fragile e pallida che conoscevo piuttosto bene perché mia madre e sua madre erano state intime amiche in gioventù; ci eravamo perse di vista quando aveva seguito per qualche anno la madre in Italia per lavoro, ma aveva in seguito fatto ritorno a casa per studiare all’Università, massimo vanto del nostro piccolo paese alla deriva nel mare gelato.

Solo quando fra noi studentesse cominciò a circolare la verità sul motivo delle accuse a Kaylegh, sulle quali l’Università avrebbe desiderato mantenere il segreto per evitare lo scandalo, solo allora ricordai la conversazione udita involontariamente durante la passeggiata di alcune settimane prima.

Era giorno di studio e meditazione quando seppi dell’isolamento di Kaylegh in una delle camere dei livelli intermedi; volli farle visita nella speranza di poterle portare almeno la solidarietà della nostra amicizia di un tempo, ma mi persi in quei corridoi poco conosciuti affondando con gli ascensori verso il cuore dell’Università, dove la luce è artificiale e solo poche insegnanti passeggiano verso mete misteriose, a testa bassa, perdute nel mondo a parte di una connessione neurale. Con l’animo oppresso dalle immagini lugubri dei quadri alle pareti, croste di polvere evocatrici di un passato bestiale, mi sedetti per riposare in una sala rischiarata da punti luce a forma di candelabri a tredici braccia; mi trovavo là già da parecchi minuti, quasi convinta ad arrendermi e infrangere il silenzio per domandare la strada a una delle insegnanti, quando una figura nota attraversò un lato della sala: era Lisistrata, la compagna di stanza di Kaylegh, che scomparve trafelata e senza vedermi oltre una porta protetta da pannelli coperti da dipinti nanotec in movimento perpetuo.

Mi alzai di scatto per seguirla, supponendo che si recasse da Kaylegh, e la chiamai dall'inizio del corridoio; mi vide ma non rallentò il passo. Di corsa leggera la raggiunsi dopo alcune svolte sotto gli occhi impolverati delle figure fissate a pennello sui quadri, e rischiando di travolgere alcune studentesse.

— Ascolta... — esordii con il cuore in gola, ma Lisistrata era più affannata di me, e gettandomi uno sguardo di sopra le spalle sgranò gli occhi portando la mano alle labbra.

— Taci! — intimò, e infilando una mano nella scollatura della tunica ne trasse una scheda-appunti che mi gettò praticamente in mano.

— Nascondila — supplicò — per amor di Dea.

Rimasi inebetita, ma reagii istintivamente udendo passi in avvicinamento, e nascosi la scheda.

— Studentessa, seguimi — disse la voce imperiosa di una insegnante rivolgendosi a Lisistrata, affiancata da altre due donne il cui ruolo non compresi. Senza più guardarmi né alzare il capo, la ragazza obbedì; mi ritrovai sola nel corridoio tubolare di luce fredda, senza capire perché non avessi rivelato all’insegnante ciò che Lisistrata mi aveva consegnato, evidentemente contro ogni regola.

* * *

Solo quando la brevissima sera artica si approssimò, oscurando appena la mia cameretta attraverso i vetri che davano sui corridoi, e attraverso soffitto e pavimenti su altre camerette, solo allora potei godere di un minimo di intimità e passare con mani tremanti nel lettore la scheda consegnatami da Lisistrata e che non mi ero risolta di di­struggere.

Si trattava di circa trecento righe ricopiate probabilmente a penna ottica da un romanzo ; leggendo qua e là alla luce di un globo sulla spalliera del lettino, mi resi conto che doveva trattarsi di una ricopiatura di brani da quel certo libro incriminato che aveva sicuramente procurato l'isolamento di Kaylegh e, probabilmente, ora anche quello di Lisistrata.

 

Allora Ginia si spogliò vicino al fuoco, adagio, con un cuore furioso che la faceva tremare, e ringraziava nell'animo Amelia ch'era andata a vestirsi e non la vedeva. Guido tolse il foglio dal cavalletto e ne appuntò un altro. Ginia posava la roba a pezzo a pezzo sul sofà. Guido venne a riattizzare il fuoco. “Presto” le disse “Altrimenti mi va troppa legna.” “Coraggio” le gridò Amelia da dietro la tenda.

Ginia fissò la fiamma, chiedendosi se Amelia era già uscita di laggiù.  S’accorse che il riverbero le dorava la pelle e la mordeva. Allora sbirciò la neve sui tetti senza muovere il collo.

“Non coprirti con le mani. Levale su, come tenessi un balcone” disse la voce di Guido.

 

Nascosi la scheda nella tasca del vestito, dopo averla protetta con una chiave a ologramma, e spegnendo il globo rimasi turbata a ripensare a Kaylegh, a Lisistrata rincorsa nel corridoio delle zone interne, al libro proibito. Nel breve paragrafo che avevo letto, c’era qualcosa di effettivamente strano, qualcosa che andava oltre la morbosità, qualcosa nei personaggi che mi parve esageratamente sfrontato; ma ero tanto stanca e turbata che mi assopii.

* * *

Il libro di Kaylegh divenne in breve un caso per tutta l’Università. Qualche voce sul mio lieve coinvolgimento doveva pure essersi sparsa, perché tre giorni dopo aver ricevuto da Lisistrata la scheda-appunti, mentre tutte le collegiali del nostro corridoio non parlavano che del libro proibito, fui convocata dalle Madri andate.

Era solo la seconda volta che ciò avveniva, e in precedenza si era trattato di un proforma all’atto dell'accettazione in collegio, una visita breve forse studiata apposta perché ogni collegiale potesse sperimentare di prima mano il pozzo di sapere che l’Università tramanda.

Fu Loviisa, l’assistente del nostro piano di camerette, a portarmi la convocazione e ad accompagnarmi attraverso i curvilinei corridoi di tangente esterni, giù per ascensori di servizio in vetro, dove guardando attraverso il piano del pavimento sembrava di precipitare in un baratro di riflessi colore del pomeriggio. Anche Loviisa smarrì un paio di volte la strada, ma finalmente ci ritrovammo con un certo mio sollievo in un sala ovale dove regnava l’odore di ozono delle intelligenze artificiali e la luce sembrava spalmata uniformemente dietro la superficie di cristallo delle pareti.

Nella luce cruda abbagliante dell’anticamera, attendendo d'essere ammessa alla presenza di una Madre andata, pensai con terrore alla sbadataggine di portare con me in tasca la scheda-appunti di Lisistrata proprio nella bocca del leone.

Le pareti della stanza della Madre andata erano ricoperte di olografie in movimento, o forse erano schermi di immagini composte. La vecchia ultracentenaria giaceva nel suo sarcofago di circuiti interattivi reclinato contro un elevatore idraulico, mezza mummia e mezza robot, metà umana e metà intelligenza artificiale, capelli di ragnatela lattea sulla rete delle rughe sotto la corona di spine delle prese neurali; l’aria sapeva di formaldeide e silicone, un’atmosfera densa di ossigeno consumato e informazioni registrate da tempo immemorabile.

La Madre rantolò socchiudendo una palpebra per guardarmi; mi avvicinai attraverso le colonnine di cristallo dell’octopus chirurgico che la circondavano.

Rimasi in piedi di fronte al sarcofago a trastullarmi le unghie, finché la Madre andata non si degnò di dire, con una voce raschiata da un pickup biomeccanico su corde vocali incastonate nel profondo di catarro secolare e tessuti slabbrati: — Il significato del sostantivo “regola” sta a indicare qualcosa che va rispettato.

Trattenni il fiato, ma non mi parve di dover rispondere; osservai le sue labbra inumidite ogni ora dall'octopus con lanolina e talco veneto, sinché eruppero in un nuovo ansito bioelettronico: — Alcune fanciulle che ti erano vicine hanno peccato di presunzione; hanno ritenuto di essere in grado di giudicare ciò che è giusto per loro più delle cure dell'Università.

Era la conferma che il motivo della mia convocazione era proprio il vizio di Lisistrata e Kaylegh.

Attesi altro, osando appena respirare a capo chino di fronte alla morta vivente, soffocata dal suo odore di alcool etilico e ozono, e quando dopo alcuni minuti stimai che l’udienza fosse terminata e ritornai verso la porta d’uscita, la sua voce mi raggiunse un’ultima volta con stridio di pickup su corde vocali infiammate: — La luce artificiale dei quartieri interni è la peggiore reclusione per chi pecca di superbia.

Con questa minaccia appuntata alla spina dorsale, feci ritorno all'anticamera dove Loviisa mi attendeva premurosa.

* * *

La notizia del ritorno di Kaylegh e della sua morte si diffusero pressoché simultaneamente.

Al mattino, dopo la lezione di matematica musicale, mentre passeggiavamo nel corridoio panoramico intorno al museo di tecnica idraulica, nei quartieri più esterni dell’Università sospesi sui tetti ricoperti di serpentine termiche delle case sottostanti, notai un certo fermento fra le compagne. La mia nuova compagna di stanza, Melissa (era giunta a occupare il posto vacante da quando la precedente si era diplomata a pieni voti) mi si avvicinò come per caso per sussurrarmi all'orecchio, ma con il sorriso sulle labbra perché l’insegnante di grammatica quantitativa che ci accompagnava era troppo vicina, che era capitato qualcosa a Kaylegh.

Mi preoccupai immediatamente, ma Melissa non poté continuare la conversazione e mi precedette nel corridoio. Non riuscii a fissare la mia attenzione sulle virtù matematiche della scala musicale che ci erano appena state illustrate: mi tornavano sempre in mente le parole della scheda-appunti di Kaylegh: “Quando Ginia fu nuda, Guido la percorse adagio con gli occhi chiari, senza sorridere.”

Le pareti della nostra stanza erano ambrate a causa degli anni che le erano passati attraverso; mi gettai sulla trapunta turchina del letto, e Melissa giunse dopo pochi minuti.

— Cos'è accaduto? — volli sapere subito dopo essermi accertata a vista che occhi indiscreti non ci osservassero attraverso i muri o il soffitto.

Melissa mi teneva sulle spine, facendo la misteriosa.

— La pinacoteca — sillabò — pare che Kaylegh sia in pinacoteca: l'hanno vista, è sicuro"

Chi l’ha vista? — volli sapere.

In quel momento Loviisa, la sorvegliante del piano, passò accanto a noi con il microfono direzionale del registratore puntato sulla nostra porta. Melissa sedette davanti allo specchio e io presi a pettinarle i capelli per non dare l’impressione di perdere inutilmente il nostro tempo in chiacchiere fini a se stesse.

— La fonte è sicura — frusciò la voce di Melissa fra i denti — se vuoi,  andiamo insieme durante l'ora libera.

Continuai a pettinarla senza osare di voltarmi verso il corridoio. Melissa veniva dalla Germania settentrionale, aveva capelli colore lana di vetro, occhi di bachelite e costellazioni di efelidi sulla fronte e sulle guance.

— Perché dici che è capitato qualcosa? — domandai a denti stretti. Non avevo mai avuto tanta paura di essere sorvegliata, e mi ripromisi una volta di più di disfarmi della scheda-appunti. Ma la tentazione era troppo forte.

Quando poco più tardi uscimmo nel tunnel di neon nebulizzato del corridoio trafitto dalla luce della sera artica, apprendemmo la tremenda notizia che Kaylegh non era più in vita.

Metà delle ragazze era già radunata sulle scale e sui pianerottoli, e a nulla servirono le suppliche e le minacce delle assistenti ai piani: sciamammo tutte insieme verso i quartieri mediani, invadendo la biblioteca e le aule intorno, radunandoci poi tutte nella sede della pinacoteca. Melissa mi aveva tenuta strettamente per mano per non perdersi nella folla: lessi nei suoi occhi, e in quelli di tante altre, la mia stessa agitazione.

Il flusso ci portò in una delle sale minori, dove si dava per certo che il corpo di Kaylegh fosse stato ritrovato. La direzione universitaria non aveva ancora fatto in tempo a prendere provvedimenti per chiudere la sala: anzi, il punto in cui presumibilmente era stata strangolata Kaylegh poco prima del rinvenimento, erano queste le voci che circolavano, era transennato con paletti e cordoni, risultando perciò ben visibile. Tutte ci avvicendammo per vedere se la vita scappatale dai polmoni avesse lasciato traccia sul pavimento di elastomero traslucido, ma inutilmente.

Il brusio nella sala crebbe di intensità, si videro alcune collegiali piangere; ma ben presto fra le tuniche colore neve delle ragazze apparvero le uniformi del corpo insegnanti per disperdere l'assembramento. Solo allora riuscii a farmi largo sino al quadrato di pavimento nudo per accertare con i miei occhi come non vi fosse traccia di violenza. Sentivo il cuore di Melissa appoggiata alle mie spalle bussarmi contro le costole attraverso il suo seno, poi le sue unghie mi artigliarono la tunica e dovetti accompagnarla in corridoio. Allora, nel volgermi verso di lei, lo sguardo mi cadde sul quadro alla parete, sotto il quale Kaylegh era...

Ad attrarre la mia attenzione fu il fatto che il grande pannello incorniciato fosse leggermente inclinato, come se qualcosa l’avesse urtato. Era un dipinto del secolo precedente, raffigurante alcune collegiali nell’atto di scendere da una scala ritorta su se stessa: una scalinata di pietra, senza protezione, all'aperto, forse contro la facciata di un edificio ricoperto di piante nate spontaneamente negli interstizi del muro. La targhetta sul muro diceva Eduarda Burnett-Jones, "La Scala D’oro".

Melissa non mi cavò le unghie dalla spalla sino al ritorno in stanza.

— L'ho vista, sai? — disse pallida, e poi al mio sguardo interrogativo: — la scheda che tieni in tasca.

Mi sentii mancare le ginocchia, mi accasciai sul letto di fianco a lei. “Se l’ha trovata Melissa” pensai “potrebbe trovarla chiunque altro...”

— Dobbiamo disfarcene — dissi — poi ti spiegherò. Ti prego, aiutami a liberarmene!

— È per colpa di quella che Kaylegh... — accennò Melissa.

Annuii. — Fra meno di un’ora siamo libere — replicai — porteremo la scheda in un luogo sicuro.

* * *

Non ci fu possibile. Mi ero scordata che il giorno seguente era domenica: mamma venne personalmente a prendermi per trascorrere insieme a lei il fine settimana. Lasciai a malincuore Melissa, ma portando con me il quadrato di plastica sottile della scheda-appunti in una borsetta di pelle regalatami proprio da mamma.

Il dilemma se parlargliene mi perseguitò tutto il giorno, mentre visitavamo insieme l'antico colle dei megaliti sotto il vento boreale. A sera prendemmo l’elettrotreno per i nuovi insediamenti sui monti dove mamma viveva; arrivate nella sua villa sulle pendici del vulcano, ero tanto stanca che mi assopii sul letto a pressione che mi aveva fatto preparare.

Sotto il quadro raffigurante la scala d’oro, mi ritrovai a parlare con Kaylegh, ma quando assalì ricordai che era morta, mi accorsi di averla confusa con Lisistrata. Allora piansi per l’amica perduta, e girandomi nel letto mi risvegliai con la testa pesante. Scesi a fare una sauna con doccia gelata, poi nel rivestirmi con gli abiti puliti trovati nell’armadio l’occhio mi cadde sulla borsetta. Badando che la porta della cameretta fosse chiusa, inserii la scheda nel lettore di mamma fermandomi sulle prime righe.

 

Quella notte restarono sul sofà a luce accesa, e Ginia non cercò più di nascondersi. Avevano portato la stufa vicino alla sponda, ma faceva freddo lo stesso e, dopo un momento che Guido la guardava, Ginia doveva tornare sotto le coperte. Ma più bello di tutto fu pensare, stretta con lui, che questo era proprio l'amore. Guido si alzò, nudo com'era, per prendere del vino e tornò saltellando dal freddo. Misero i bicchieri sulla stufetta, per scaldarli, e Guido venne che sapeva di vino, ma Ginia preferiva l’odore caldo della pelle. Guido aveva dei peli ricci sul petto, che solleticavano la guancia, e nei momenti che si scoprivano Ginia confrontava quel biondo col suo, e aveva vergogna e le piaceva nello stesso tempo. Disse all’orecchio di Guido che aveva paura a guardarlo, e Guido rispose che allora non guardasse.

 

Spensi lo schermo arrossendo; c'era qualcosa di innaturale, di blasfemo che mi turbava.

Il cielo aveva già assunto la colorazione blu cobalto della notte boreale; scesi in cerca di mamma e la trovai nella piscina d'acqua sorgiva, sul crinale che dalla collina porta verso le antiche colate laviche.

Rimasi attonita a fissarla dall'alto, fra la vegetazione che cingeva la vasca di cristallo intagliata appositamente da artigiane di Växjö; l'acqua, di parecchi gradi più calda dell’aria, evaporava in una foschia sottile che trasformava in cristalli le foglie più vicine. Dentro la vasca, puntato verso la parte più chiara del cielo, un grosso proiettore raccoglieva la luce torcendola a colpire perpendicolarmente l'acqua e tingerla dei colori dell'arcobaleno. Mamma si lasciava galleggiare il capo e il busto, ma non aveva ancora bagnato del tutto i capelli, che nella luce scomposta della luna mi parvero più chiari di quanto ricordassi.

— Vieni — mi chiamò appena si accorse di me — vuoi entrare?

Mi sfilai le scarpe e, sedendomi sul bordo della vasca incassata nel terrapieno, immersi i piedi  posando con cura la borsa accanto a me.

Il viso di mamma aveva acquistato i riflessi della vegetazione e della notte rispecchiati in acqua.

— Qualche cosa non va? — mi disse con fare comprensivo quando si accorse della mia rigidità.

— Kaylegh — non sapevo come cominciare. Mi stropicciavo nervosamente le mani, lanciando continui strali alla borsa. — Ricordi Kaylegh...? La figlia della tua amica...

Mamma annuì: — La figlia di Suzanne.

Mi morsi le labbra. — È morta.

Mi parve di vedere i suoi occhi tingersi di una tinta più cupa, ma forse fu solo perché abbassò lo sguardo, modificando la linea delle labbra in un preludio di lacrime. Si riprese quasi subito, e fendendo con eleganza la superficie dell'acqua sorgiva mi venne accanto.

— Come è morta?

Allora, scostandomi i capelli dalla fronte, cercando di contraffare il tremito delle spalle e delle mani, le mostrai la scheda-appunti.

Andai a prendere il suo lettore. Mamma fece scorrere alcune righe, poi disse sforzando le labbra a non rompersi dal dolore: — È per questo che...

Le raccontai tutto. Tutto, mentre immersa fino al collo mi ascoltava con attenzione; e quando finii, si mostrò preoccupata per il mio coinvolgimento.

— Mamma, io sono cresciuta.

Mi si aggrappò alle gambe, e dovetti tenermi al cristallo per non essere trascinata in acqua. — Non farlo, Malvina...

Ma la interruppi: — Tu devi aiutarmi, mamma; tu conosci sua madre, lei deve essere in grado di dirci cos’è quel libro.

Il volto di mamma divenne un lenzuolo di sgomento. — Tu non sai, piccola, non farlo! — mi aveva afferrato per i polsi: perdetti l'equilibrio cadendo nella deliziosa acqua tiepida che mi sommerse sino a metà busto.

— Mamma — dissi scuotendo il capo, il viso rigato dalle lacrime e dagli spruzzi d'acqua, — qualcosa di torbido è accaduto all'Università; se tu non vuoi aiutarmi...

Allora mi abbracciò, inzuppandomi la blusa e i capelli.

— Amore mio, amore — singhiozzò.

Sotto la luce sparata, fra le foglie mosse dall'aria riscaldata in risalita, piansi di commozione e nostalgia.

— Ti voglio bene, mamma, ti voglio bene...

* * *

FINQUI

    L'aria del piano era elettrizzata come un corpo conduttore: correva voce che fosse stato ritrovato il libro di Kaylegh. Oramai eravamo tutte sicure che a esso fosse dovuta la sua morte, ed era comprensibile come ci sentissimo preoccupate per la sorte di chi ne era il nuovo possessore.

   L'ingresso alla sala dove era stato rinvenuto il corpo fu interdetto a chiunque. Era stata la bibliotecaria a fare la raccapricciante scoperta: Kaylegh portava ancora al collo, sopra le piaghe, il nastro di seta verde che ne aveva provocato il soffocamento. Il delitto era certamente avvenuto sul posto del ritrovamento, poiché altre insegnanti erano passate poco prima per la sala e la ragazza era ancora viva e vegeta. Ma come era uscita dall'isolamento dei quartieri interni?

   "Bisognerebbe parlare con Lisistrata" mi disse Melissa, la mia nuova compagna di camera.

   Era notte, e invece di dormire eravamo coricate a chiacchierare del principale argomento nelle discussioni del collegio, benché ogni giorno le insegnanti tentassero di dissuaderci con avvertimenti non espliciti e di deviare la nostra attenzione su altri interessi: fui esortata a confrontarmi in una gara di olografica con Lucrezia, la precedente compagna di Melissa.

   La notte era blu elettrico attraverso le pareti permeabili alla luce. All'inizio, nel primo mese di collegio, era stato arduo abituarsi alla perenne mancanza di intimità: Loviisa, l'assistente del piano, sembrava girare giorno e notte con il microfono direzionale per controllare che noialtre collegiali fossimo intente ai compiti assegnatici alle varie ore, che non sporcassimo le camerette o i corridoi, non consumassimo alimenti in camera, non ci perdessimo in occupazioni oziose. Abituata alla placida anarchia in casa di mamma, mi sentivo asfissiare nella formidabile trasparenza dei gesti.

   Per disciplinarmi, misi in pratica ciò che mi aveva insegnato la mia precedente compagna e che a mia volta insegnai a Melissa, nella bruma rovente del bagno di vapore, l'unico luogo dei quartieri esterni dove i vetri appannati permettessero una parvenza d'intimità.

   Accadde il mattino dopo la sera in cui ci eravamo assopite durante la discussione sulla sorte di Kaylegh: era l'ora di cultura fisica, quando tutte le ragazze si trovavano in piscina a fendere l'acqua tiepida con bracciate eleganti. Noi due ci togliemmo la tunica di cotone nell'anticamera dei bagni, immergendoci poi nei miasmi torridi delle pietre arroventate a fuoco e schizzate d'acqua.

   C'era una parete di specchi riflettenti in piombo, tutta appannata, che circondava su due lati la sala bassa di vapori. Vi condussi Melissa tenendola per le spalle, appena ci fummo spogliate, evitando le compagne dai vetrini degli occhi quasi annebbiati dalla nuvola bollente; passai la mano sulla superficie liscia dello specchio, liberandone dal vapore una parte alta abbastanza da contenere la figura di Melissa.

   "Guardati" le dissi. Le feci alzare le braccia lungo i fianchi, poi in bilico su un piede solo, sollevando il ginocchio verso il petto come quei fenicotteri africani, poi inginocchiata con le mani dietro la nuca.

   Parve a disagio solo quando la misi faccia a faccia con lo specchio, ordinandole di descriversi.

   "Capelli biondi" esordì, credendo si trattasse di un compito facile.

   "Biondi come?" domandai subito.

   "Biondo lino. Lunghi sino alla nuca."

   "Lisci?" la incalzai, standole alle spalle perché non mi potesse vedere.

   "Lisci. Occhi azzurri."

   "Azzurro è troppo vago."

   Si morsicò le labbra, ma vedendosi se ne accorse e vi passò la lingua. "Azzurro cielo."

  "Quale cielo?"

   "Dea, non so. Cielo d'Irlanda."

   "Naso?" la istigai.

   "Diritto. Piccolo. Labbra tonde. A cuore"

   Ridemmo insieme. "La pelle?"

   "Efelidi. Sulla fronte, su..."

   "Le spalle?"

   "Quarantacinque gradi".

   Scoppiammo a ridere. "Cosa dice il tuo viso?"

   Scosse il capo "Indifeso. Protezione..."

   "Così ti vedono le altre?" La feci arretrare d'un passo, detergendo ancora lo specchio con il taglio della mano. Si mosse da una parte e dall'altra.

   "Sì" rispose "non comunico sicurezza."

   Le insegnai a inventare un'espressione indifferente, poi attenta, poi comprensiva, e assente, e divertita, e così via sinché ebbe tutte le basi per impostare il lavoro da sola.

   Nello spogliatoio, all'uscita, eravamo solo noi due e Lucrezia, la mia antagonista di olografica. Quando ci fummo rivestite delle tuniche, Lucrezia che sembrava nervosa mi avvicinò mentre la mia compagna si pettinava.

  "Vorrei che tu tenessi questo" mi disse consegnandomi una busta di carta sigillata. "Aprila solo dopo la gara, solo allora."

  Indugiai, incerta su come accogliere la richiesta, ma prendendomi le mani fra le sue insistette: "Ti prego, Malvina, promettimelo: solo allora".

   Melissa stava per tornare da me, allora dovetti promettere in fretta. Ad ogni modo, la nostra sfida di olografia si sarebbe svolta dopo due giorni: non si poteva definire un'attesa tormentosa.

* * *

   Discendevo la scala d'oro con Kaylegh e Melissa e altre compagne di studi, fra cui Lisistrata e Lucrezia. Non era esattamente come nel dipinto, ma io sapevo di essere là: c'erano i corridoi di pietre muschiose, coronati da portici ad archi, su cui si aprivano le porte delle camerette. Vasi di gerani rossi, rosa, gialli, bianchi spezzavano le linee orizzontali dei balconi, le corolle voltate verso i piani inferiori, che declinavano l'uno sull'altro a terrazzo sul pendio che portava in città.

   Fiumi di collegiali scendevano dalla sommità del complesso attraverso la scala d'oro che da ogni piano conduceva a quello superiore o a quello inferiore; io indossavo la solita tunica di cotone, stretta alle ascelle e al capo da corone di foglie; Kaylegh e Lisistrata camminavano avanti a me, e notai come fossimo tutte simili, vestite e agghindate uguali e con il medesimo taglio di capelli, tanto che ci potevamo confondere. E ci confondemmo: Lisistrata era Melissa, e Kaylegh Lucrezia, e io ero Lisistrata a mia volta, e così via, tanto che non riuscii più a ritrovare me stessa e mi svegliai con il cuore pigiato fra la lingua e i denti.

   Il mio primo pensiero andò alla busta di Lucrezia, fra il materasso e la branda a molle, e per un istante solo pensai paradossalmente che, come una spina attraverso la stoffa, mi avesse seviziato lungo la notte assicurandomi quel sogno sospeso fra realtà e anticipazione.

   Avevo in bocca un sapore amaro, come di terra o fogliame acerbo. Melissa era già pronta, tunica e schede, e sedeva sul bordo del letto, forse attendendomi.

   "Che giorno è oggi?"

   "La gara di olografica" rispose.

   Ciò che temevo. Mi risciacquai il viso al lavandino ultrasuoni e seguii Melissa in mensa. Invece di ripassare a mente le sequenze della mia olografica, ripensai a Kaylegh. Perché proprio sotto quel quadro? Stava solo transitando di là quando il laccio fatale l'aveva fermata per sempre oppure, come mormoravano le dicerie di corridoio, era stata notata già da parecchi minuti in quel punto?

   Il refettorio era in fermento: sedemmo accanto a Lucrezia e alcune ragazze del primo anno. "E' arrivata la madre di Kaylegh!" mi disse una con tanto d'occhi, appena sedetti con la mia ciotola al loro tavolo. Cercai lo sguardo di Lucrezia.

   "Ce l'hai con te?" domandò la mia avversaria di olografia di quel giorno.

  Sentivo l'impronta lieve della sua busta tra la cintura della tunica e la sottoveste. "L'ho con me" la rassicurai. Mi parve che un tremito alle mani le impedisse di portare il  cibo alla bocca.

   La madre di Kaylegh, Suzanne, da sempre amica di mamma. Accanto al dipinto, la targhetta "Eduarda Burnett-Jones, La Scala d'Oro"; sotto il dipinto, il pavimento di resina e vetro certamente ricordava il corpo di Kaylegh distesa.

   Madre storia, questo era l'argomento della gara: il passato nebuloso, bestiale delle nostre progenitrici; l'evo oscuro di ignoranza mefitica, mentre in Europa si moriva di epidemie e nell'isola di ghiaccio e fuoco si lavorava solo per strappare il mare al gelo, per svellere l'erba dal terreno e farvi crescere grano e prosperità; l'età d'oro in cui dal mondo intero si guardava all'astro di cristallina purezza, al campione di civiltà dell'isola di fuoco e lava perduta nei mari boreali. Ma quanto marcio fra queste pareti abbacinanti! Conseguire la conoscenza al prezzo della perdita dell'indipendenza, della libertà personale, del pensiero eretico.

   Kaylegh.

   Mi girava il capo, forse avevo la pressione bassa.

  Lucrezia, Madre storia, la Scala d'oro. Chi aveva dipinto quel quadro? Eduarda comesichiama.

  "Cos'hai?" mi domandò Melissa quando barcollai nell'alzarmi da tavola, "sei pallida".

   "Davvero?" replicai "Non è nulla."

   La Scala d'oro. Perché Kaylegh sotto il quadro? perché morta? Come era uscita dai quartieri interni? Faceva caldo, mi sentivo rossa al collo e alle tempie.

   "Vuoi uscire un momento?" domandò Melissa, premurosa.

   "Non posso, la gara... che figura ci farei?"

   Il quadro. Il libro ricopiato sulla scheda. La Madre andata con le labbra mangiate dall'aria e dal tempo, Lisistrata nell'ombra di paravento dei quartieri più interni, nella notte di muffa delle stanze di reclusione dove si medita alla luce di globi consumati sulla bontà dell'Università e sul destino della civiltà.

   "Madre storia è evoluzione" stava recitando con fervore nel microfono Lucrezia mentre modificava l'olografia sotto la campana di proiezione. "Dal buio degli evi oscuri alla luce che filtra pienamente nel nostro secolo radioso."

   Non potevo concentrarmi sull'immagine che stava ruotando nè sulla mia relazione. Mi appoggiai con la schiena alla spalliera della sedia sperando che un colpo d'aria fresca mi risvegliasse dal torpore che mi imprigionava. Incrociai lo sguardo apprensivo di Melissa fra il pubblico delle classi più giovani.

   "La Storia deve ancora avere inizio." Cosa stava dicendo Lucrezia? "Questo tempo in cui la conoscenza non è che mera ripetizione dei sistemi immutabili tramandati da generazioni di Madri andate, non merita di chiamarsi Storia; deve essere ancora l'evo oscuro. Un'oscurità più evanescente di quella classica, e perciò più difficile da mettere a fuoco."

   Era impazzita? Per un momento tornai in me e arrossii nell'osservare le reazioni sbigottite sulla tribuna delle insegnanti. Sotto la campana, una serie di raggi di luce provenienti dall'interno dell'olografia perforarono una cortina di nebbia indefinita.

   Fu grazie a quella lucidità assicurata da Lucrezia che mi accorsi della presenza di mamma nella tribuna del pubblico, accanto a una bella signora alta che doveva essere la madre di Kaylegh, Suzanne.

   "La conoscenza elargita a grappoli, in un circolo esclusivo" accusava ancora Lucrezia, regolando dalla tastiera l'olografia in movimento "non può essere sorgente di sviluppo bensì autoincensamento asfissiante. Oggi la nostra scienza osserva e conserva se stessa: tutto il resto è vanità; così essa si mette i paraocchi e seppellisce con la cenere dell'oscurità tutto ciò che è al di fuori del proprio orizzonte. A questo modo, desiderosa di chiudere fuori il mondo non conosciuto, chiude se stessa dentro, precludendosi le infinite realtà che non considera ufficiali. La diversità politica, il dissenso, è diventato eresia religiosa."

   Lucrezia, la mia rappresentazione olografica. Barcollai nel banco e scivolai in terra.

   Mamma curva su di me, brusio di volti e scalpiccio di piedi, Lucrezia non parlava più; mi ritrovai seduta in terra mentre Melissa mi allargava il vestito sul collo per farmi prendere aria e applicarmi sulla trachea un derma al glucosio. Mentre mi sollevava con l'aiuto di mamma, vidi Lucrezia tutta sola in un angolo, le schede-appunti della relazione ben stretti in mano e il capo chino. Oltre la parete alle mie spalle, il pubblico si assiepava incerto nel corridoio, muto per l'imbarazzo.

  "Lucrezia" mormorai sentendo una pena infinita fra il diaframma e la coscienza, poi la stanza mi girò intorno e incomprensibilmente vidi il pavimento scattarmi contro il viso.

* * *

    Attaccare direttamente l'Università in un'occasione che essa stessa aveva consentito, la gara di olografica, significava incorrere nelle ire delle Madri andate: lo sapeva persino la matrice dei miei incubi, che mi sprofondò nei caliginosi quartieri interni insieme a Lucrezia, condannate entrambe alla dimenticanza dal suo gesto d'accusa di fronte a pubblico e insegnanti. Per questa ragione non mi stupii quando Loviisa venne a convocarmi dalla Madre andata.

   Discendemmo silenziose attraverso anni luce di corridoi, scalinate, ascensori, scale a chiocciola e stanze varie, mentre la mia compagna pareva oppressa da montagne di pensieri tali da curvarle la spina dorsale.

   Nell'anticamera della Madre andata era ad attenderci la sua assistente, di nome Erika; la penombra era quasi assoluta, ma mi fu permesso di portare con me un pallido globo consumato. Erika, che evidentemente si muoveva a proprio agio nell'oscurità grazie a occhiali a infrarossi, mi guidò oltre il breve corridoio dove pacchi di schede ottiche combattevano contro la polvere e il tempo, sin nella stanza fetida di morte della Madre andata.

   L'aria smossa dai colpi di tosse e dalle vibrazioni della struttura dell'Università non invogliava certo a respirare a pieni polmoni; Erika mi lasciò pochi passi avanti al sarcofago interattivo e andò a portarsi accanto alla Madre, sotto il ragno delicato dell'octopus chirurgico. Attesi a capo chino di essere interpellata, misurando il tempo con il respiro rauco della mummia.

   "Talvolta" disse finalmente l'ugola incrostata di microfoni "la colpa di chi manca ricade su chi gli è vicino."

   Erika teneva gli occhi al suolo. Io pensavo a Lucrezia e alla sua colpa che, se non me ne dissociavo immediatamente, sarebbe ricaduta su di me. Poi pensai alla sovrastruttura di menzogne e oscurità che torreggiava sull'Università, svettando ben più in alto dei suoi flussi di conoscenza rivolti all'esterno; pensai a quella mole sulle spalle di Lucrezia, e di Lisistrata, e di...

   No, Kaylegh no: ne era rimasta schiacciata.

   Forse la Madre andata aspettava di udire la mia abiura, ma rimasi in assoluto silenzio senza alzare gli occhi dal pavimento: quando Erika venne a riaccompagnarmi da Loviisa, quasi tremavo dall'orgoglio di essere riuscita a tener testa alla Madre; ma sulla porta mi parve di udire il suono metallico del suo respiro amplificato, pesante come se si fosse assopita.

* * *

   Di ritorno alla mia cameretta, preceduta di pochi passi da Loviisa, gustai con attenzione sotto i polpastrelli il sapore piatto della busta datami da Lucrezia, stretta fra la cintura e la camicia. Doveva certamente trovarsi lì dentro, serrato fra il cuore e il desiderio, il segreto di tanto dolore.

   Non potei vedere Melissa perché fui accompagnata ai cancelli dei giardini pensili riscaldati, dove mamma e Suzanne mi avevano atteso per tutto il tempo durato il trambusto sollevato da Lucrezia. Prima di uscire dal cancello dell'Università, nei servizi igienici aprii la busta per trovarmi fra le dita, con una certa delusione, una stampa telefax: era una riproduzione a colori del famigerato dipinto. Sul retro, lessi la didascalia:  Edward Burnett-Jones, La scala d'oro, Tate Gallery, Londra. La parte del mittente e quella del ricevente erano state accuratamente tagliate via.

   Uscii incontro a mamma sventolando sovrappensiero la stampa; la madre di Kaylegh, Suzanne, aveva corti capelli castani e lisci, uno sguardo a metà tra l'espressivo e la morte, un vestito di renna color notti del baltico e una valigetta di politene perforato.

   Ci incamminammo verso le scale mobili che salivano le colline ricoperte di terrazze giardino, mamma sottobraccio a me da una parte e a Suzanne dall'altra. Quando ero stata portata all'infermeria, dopo lo svenimento, non le era stato permesso di seguirmi. Aveva atteso con la sua amica, nei giardini.

   Ci sedemmo all'ombra di un abete centenario, con vista panoramica sul punto di litorale dove era avvenuto il primo sbarco di esplorazione dall'Europa, all'alba della preistoria della nostra isola; solo allora mostrai senza preamboli a mamma la stampa telefax, domandandole se le ricordasse qualcosa.

   La studiò con un sopracciglio levato, e con un'espressione di sincera ignoranza che mi convinse della sua buonafede la passò all'amica, con identico risultato.

   "Cosa ha di particolare?" domandò mamma "a parte il fatto che non ho mai udito parlare di questa Tate Gallery di Londra?"

   "Lo strano è che questo dipinto si trova qua alla pinacoteca dell'Università, e non a Londra."

   Si scambiarono uno sguardo sventolato dall'ombra mobile dei sole tra i rami. "Una riproduzione?" azzardò Suzanne.

   Scossi energicamente il capo. "Lo escludo. Ricordo bene l'etichetta: Eduarda Burnett-Jones, La scala d'oro". Soggiunsi poi, a voce più bassa: "E' sotto di esso che è stato ritrovato il corpo senza vita di..."

   Suzanne distolse lo sguardo, che immaginai sommerso di lacrime. Mamma rigirò assorta la stampa fra le mani. "Forse è meglio che Suzanne ti spieghi alcune cose" disse finalmente.

   La brezza dall'interno, dal Langjökull, dopo averci lambito le vesti e le chiome continuava verso il fiordo, come a portare l'addio del nostro pensiero sino al terrazzo di alluminio e cristallo dove le ceneri di Kaylegh erano esposte in un'urna sigillata.

   "Lavoravo in Italia l'inverno scorso" sospirò Suzanne "A Torino, per conto del Ministero dei beni culturali: si trattava di rifare un inventario dei volumi di alcune biblioteche."

   Mamma, lo decifravo dal suo sguardo impacciato, conosceva già la storia che raccontava la sua amica. Compresi che era stata lei a convincerla di mettermi al corrente.

   "Quel libro mi colpì quasi subito per il nome dell'autrice" proseguì Suzanne seviziandosi l'orlo della gonna con le unghie. "Cesare Pavese. Cesare: conosco bene l'italiano, e so che non esiste tale nome. Ciò che maggiormente gli si avvicina è Cesarina; incuriosita, ricopiai alcuni brani su una scheda-appunti e controllai da varie fonti se esistessero notizie su Cesare Pavese, ma senza risultato. Presi in prestito il volumetto e lo lessi quasi d'un fiato, con quella scoperta sconvolgente."

   Mi sentii arrossire all'istante. Sussurrare di certe cose con Melissa o con le compagne, nei corridoi all'uscita dalle lezioni o nel buio della cameretta, complice l'infinita notte dell'inverno artico, era una cosa: ben diverso parlarne di fronte a mamma. Mi sentii orgogliosa tutto a un tratto che mi ritenesse cresciuta a sufficienza da toccare certi argomenti.

   "Nel libro..." azzardò Suzanne, e mamma pendeva dalle sue labbra per trovare una conferma a cosa già sapeva, "nel libro di Cesare Pavese l'umanità, come le bestie, è divisa in due sessi differenti, maschio e femmina."

* * *

   Mamma era a Londra, a cercare tracce del dipinto accreditato là dalla stampa consegnatami da Lucrezia. Suzanne aveva preso alloggio in città, all'ombra traslucida dell'Università e secondo il nostro piano comune doveva cercare di contattare le madri di Lisistrata e Lucrezia. Io, nel giardino pensile del Ringraziamento, sulla terrazza del versante orientale dell'Università, mi sentivo terribilmente sola e trasparente durante l'ora di ricreazione, a metà giornata, mentre osservavo le compagne giocare a pallavolo all'aria aperta.

   Sbuffi di vapore si levavano dagli sfiatatoi dell'impianto di riscaldamento geotermico dell'Università, i cui tubi correvano come un sistema linfatico attraverso le pareti divisorie dei corridoi e delle stanze, dissimulati da un sistema di specchi periscopici che deviavano la luce tutto intorno alle condutture.

   Non era la brezza di primo autunno a farmi rabbrividire, ma una corrente ben più agghiacciante che strisciava lungo i muri pallidi dell'Università: da qualche parte, dietro la spalliera di un letto o in una scatola di supporti video o forse in un buco nella terra dei giardini era nascosto il libro che Kaylegh aveva sottratto alla madre, causando la propria morte.

   Ma ben più di quell'avvenimento sciagurato mi sconcertavano le implicazioni di ciò che Suzanne aveva ritrovato; era stata molto riservata con mamma e me: riteneva che il volume appartenesse a un'epoca che non è la nostra. Non un altro mondo, perché altrimenti non si spiegherebbe come possa essere scritto in un italiano identico al nostro: deve addirittura esistere, in una dimensione che va al di là delle quattro conosciute, un pianeta terra con caratteristiche appena differenti dalle nostre, e perciò ben più alieno di un mondo completamente diverso.

   Melissa sospese per un momento di giocare a palla per avvicinarsi alla fontana e rinfrescarsi il collo e i polsi; da lontano, mi dedicò uno sguardo complice e forse anche preoccupato per la mia silenziosa ostinazione. Mi ero ripromessa di ritardare quanto più possibile le spiegazioni con lei, forse per un eccessivo senso di responsabilità nei suoi confronti: non volevo che ne uscisse turbata.

   Come poteva essere questo mondo bestiale? In esso evidentemente Dea non aveva donato alla donna l'arca del seme perché potesse riprodursi come a Lei piacesse, senza la violenza carnale degli animali. Mi rifiutai di accettare i sottintesi che si potevano cogliere nelle poche pagine tradotte in mio possesso, alla luce di quanto ipotizzato da Suzanne.

   Sottomissione, ecco la parola che aveva adoperato Suzanne, rossa di vergogna: la donna era dominata dal maschio con la violenza bruta; e a questo pensiero subito mi sentii arrossire di indignazione.

   Un mondo di sopraffazione continua, di conflitti, di istinti crudi: non era così che lo dipingeva il romanzo di quel Cesare, ma era facile immaginare come tanta irrazionalità si proiettasse sul destino della società umana con la sua logica di dominio brutale. Mi pareva improbabile che in un mondo del genere una nazione piccola e marginale come la nostra isola potesse giungere al medesimo, fulgido destino di faro illuminante della civiltà.

   Melissa si era tirata su la tunica alla cintura per liberare i movimenti nel gioco. Aveva polpacci sottili e scattanti e caviglie tese di nervosismo. Mi resi conto di guardarla con tenerezza quasi materna, come se la consapevolezza dell'orrore mi avesse maturata al punto di dilatare i pochi anni che separavano le nostre età. Non potei trattenermi dall'immaginarla in possesso di un maschio che la costringesse a giacere con lui; un uomo, il libro lo descriveva, con peli ferini sul torace piatto, sulle gambe, intorno al... No, era terribile: non poteva trattarsi di cosa vera, il libro doveva essere un falso, una burla atroce.

   Ma allora, perché uccidere Kaylegh per questo?

   Sussultai ritornando bruscamente al mio presente di vento fresco e gabbiani di fiordo: era apparso, nel vano d'ingresso del terrazzo, un fantasma. Stentai a riconoscerla dapprima poiché non indossava la tunica dell'Università, ma poi Lucrezia alzò una mano per salutarmi.

   Le corsi incontro, inciampando quasi nel pavimento sconnesso dove lingue di muschio separavano le mattonelle di precotto consumate da generazioni di passi. Malgrado non la vedessi da quarantott'ore, mi parve cambiata più che superficialmente: aveva occhiaie brune e capelli aggrovigliati, e le leggevo la stanchezza nei movimenti delle mani.

   Non mi dette il tempo di farle domande. "Mi hanno espulsa" disse rapida e guardinga, come temendo di essere spiata, e poi prevenendo il mio gesto di sconforto "No, ti prego: non dir nulla alle altre per adesso, ho solo un'ora per lasciare il collegio."

   Melissa, uscita dal gioco per avvicendamento, mi osservò di lontano: da dove si trovava non poteva riconoscere Lucrezia. "Tornerò in Grecia" continuò "Devo lasciarti, non è opportuno che ci vedano insieme."

   Mi sentivo gli occhi umidi di nostalgia. Kaylegh morta, Lisistrata scomparsa, Lucrezia espulsa. Ci abbracciammo, schiacciate dalla commozione.

   "Il libro" mi sussurrò nell'orecchio "per amor di Dea, fa attenzione che è pericoloso possederlo. Ma non posso lasciarlo là..." Sospese la frase. Melissa si era alzata e veniva verso di me, incoronandosi i capelli in una ghirlanda di lacci vegetali mentre camminava. Aveva ancora la tunica sollevata alla cintura per lasciare libere le gambe. Nella luce del meriggio boreale, mi parve bella come le fanciulle della Scala d'oro, la gradinata di pietra che un'artista fantasiosa aveva immaginato all'Università, forse non sapendo che proprio tutti gli ambienti sono in materiale trasparente.

   Un'artista fantasiosa? Edward Burnett-Jones.

   "Al tempio" frusciò Lucrezia al mio orecchio "dietro il terzo altare delle offerte, nell'incastro del pavimento." Poi si staccò da me, ritirandosi nell'ombra del cancello perché aveva scorto il sopraggiungere di Melissa. Notai che l'ora della ricreazione era al termine, e non osai seguire Lucrezia per timore di essere scorte insieme. Ma provavo brividi, non di freddo ma di emozione perché sentivo di essere vicina a qualcosa di importante.

   La scala d'oro: L'Università. Eduarda Burnett-Jones.

   Non si sapeva nulla di lei, mi aveva confermato mamma da Londra: ma la sua tecnica pittorica, ero in grado di riconoscerlo anch'io, risaliva al secolo precedente... e a quel tempo non c'era l'Università, e soprattutto non potevano essere identiche alle nostre le tuniche del dipinto, perché erano state adottate nella forma attuale solo con l'arrivo della Madre andata in carica!

   "Aspetta!" la scongiurai trattenendola per un polso, "la stampa telefax, che significa?"

  "Era il segnalibro datomi da Lisistrata, non so altro" disse ritirandosi verso l'interno. "Penso che il libro sarebbe meglio custodito nelle tue mani, ora che ne sai tanto quanto me."

   Udii avvicinarsi i passi di Melissa.

   "Cosa devo farne?" chiesi mentre Lucrezia già se ne andava via.

  "Attendi Lisistrata" sussurrò sillabando con precisione le parole, svoltando verso gli ascensori. La guardai allontanarsi; tremavo, conscia del fatto che Edward o Eduarda Burnett-Jones non poteva conoscere la divisa dell'Università al tempo in cui dipingeva.

   Un attimo prima che scomparisse, feci in tempo a chiederle "Ma chi... chi ha ucciso Kaylegh?"

  Si voltò ancora "Hai letto..."

   Annuii.

   "Io credo sia stato un uomo" e scomparve.

   Un uomo. Cesare Pavese. Edward Burnett-Jones. Una bestia con l'istruzione e i mezzi di un essere umano.

   "Malvina, stai bene?" Melissa mi afferrò per le spalle che ancora tremavo "Sembra che abbia visto un fantasma."

   "Domani alla funzione" le preannunciai con occhi dilatati da esaltata. "Era davvero un fantasma, non so se lo rivedremo più."

* * *

   Il maltempo giunse dall'America. Nuvole atlantiche, basse sull'acqua e veloci come aliscafi a reazione, si diedero la caccia l'un l'altra dall'orizzonte fino a coprire tutto il Faxaflój. Non riuscii a chiudere occhio quella notte, e non solo al pensiero di quanto sapevo: avevo raccontato quasi tutto a Melissa, non resistendo alle sue lusinghe e implorazioni e offerte di complicità, e allora lei per la paura si era rifugiata, sfidando il controllo notturno, nel mio letto.

   Costretta sul filo del materasso, non osando voltarmi per non svegliarla e allo stesso tempo non riuscendo a cedere al sonno perché la mia compagna si agitava e lamentava in continuazione, vittima di chissà quali incubi, non potei liberarmi dall'immagine di un Uomo, dalle braccia e dal petto villosi come uno scimpanzè, con sopracciglia folte da criminale e nelle braccia la forza di sei donne. In qualche modo, in un  modo imprevedibile e forse non voluto, doveva essere passato nel nostro mondo. Quando gliene avevo parlato, Suzanne aveva ipotizzato un buco fra  universi paralleli come un cancello, un ponte sul tempo, un vortice nello spazio: qualcosa che aveva risucchiato nel nostro mondo questo essere e alcune testimonianze del suo universo. Al momento  del passaggio doveva trovarsi in quella Tate Gallery di Londra nominata sulla stampa telefax, davanti al dipinto di Edward Burnett-Jones, con il libro di Cesare Pavese sotto il braccio. Magari teneva con sè un telefax pubblicitario del dipinto stesso che usava come segnalibro; secondo mamma il vortice, l'anomalia dello spazio-tempo, il punto di contatto, aveva perforato la parete fra i due universi trascinando con sè tutta la materia che si trovava in quel punto: l'Uomo, il dipinto, il libro, forse qualcos'altro.

   Allora, resosi conto della differenza fra i due universi, l'Uomo doveva essersi mascherato: radendosi la pelle, adattandosi ai nostri costumi e ai vestiti del nostro tempo (quelli dell'Uomo, lo si deduceva da "La bella estate", erano differenti), nascondendosi. E ora doveva vivere all'Università, benché il suo libro fosse capitato a Torino dove Suzanne per caso l'aveva rinvenuto suscitando la curiosità della figlia.

   La notte stinse senza appello in una giornata d'acqua che aveva viaggiato per giorni sin dal Golfo del Messico per scaricarsi finalmente sull'isola di fuoco e ghiaccio. Avrei voluto che anche i miei pensieri si sciogliessero come nuvole: invece c'era da recuperare il libro, e magari l'Uomo, l'assassino, sapeva bene dov'era custodito e avrebbe teso una trappola a chiunque fosse intenzionato a impadronirsene.

   Melissa si lamentò e girandosi mancò poco che cadesse dal letto. Vidi avvicinarsi Loviisa attraverso la parete, e quasi gettai la mia compagna sul pavimento per evitare che ci scoprisse. Ci lavammo e cambiammo, rivestendoci delle tuniche migliori per la funzione. Purtroppo non c'era altra possibilità di entrare nel tempio.

   Pettinai i capelli di Melissa in due lunghe trecce che girai su se stesse intorno al suo capo, fissandole con un giunco fresco e verde lucido; lei me ne attorcigliò due simili intorno alla vita e alle ascelle, come una ghirlanda. Già vedevamo attraverso i muri le onde delle compagne che si recavano al tempio, fluide come elettroni eccitati lungo un cavo di rame.

   Sentivo tremare le mani di Melissa. Le presi fra le mie per rassicurarla, e tenendola stretta a me, gli occhi nebbiosi per l'emozione, la accompagnai nel flusso umano verso gli ascensori e le scalinate per i piani alti. Appoggiata alla mia spalla, Melissa muoveva a scatti gli occhi, inquisendo chi ci precedeva per scoprire in chi potesse nascondersi l'assassino; potevo sentire il suo cuore battere contro il mio fianco.

   Cercai di ragionare a mente lucida: un Uomo ha, me l'aveva spiegato Suzanne, una corporatura più robusta della media, il collo grosso, pelame su tutto il corpo e presumibilmente, stando a quanto osservato negli animali, una voce dalle tonalità basse; ciò restringeva il campo d'indagine perché quasi nessuna delle compagne corrispondeva alle caratteristiche. Forse un'insegnante, o una sorvegliante.

   Ma... e se si fosse trattato d'un maschio cucciolo, un ragazzo?

   Gli ascensori viaggiavano a pieno carico, sino ai quartieri più alti, dove la luce piovosa del mattino era più limpida e non lasciava scampo; le braccia di Melissa parevano fasci di cavi rigidi, quasi a trascinarmi verso il pavimento. Le pareti risuonavano dell'eco dei passi e del brusio delle ragazze vestite a festa, ma io sentivo alla radice della lingua il sapore brusco dell'inquietudine.

   Finalmente uscimmo all'aria aperta, incuneandoci al riparo dei lunghi colonnati di cristallo che conducono al Tempio, sulla sommità dell'edificio universitario. Lo scalpiccio dei nostri piedi nudi era coperto dal fruscio della pioggia sul vetro; se mi voltavo verso la città potevo vedere le onde di vento sui tetti a punta, sulle vie di negozi di lusso là in basso, contro le colline.

   Il terzo altare delle offerte. La cupola di cristallo soffiato in Svezia del tempio ci sovrastava, solenne e bellissima, grave di prismi di luce scomposta sulla città. Affluimmo come schede vergini a riempire con gli appunti dello spirito, era questa l'immagine che ci dipingevano al primo corso, calcando ogni mattonella di vetro fra le colonne istoriate, inviate in dono dai quattro angoli del mondo quando il tempio era stato eretto: colonne soffiate da Venezia, le artigiane del vetro; colonne scolpite a idoli pagani dall'India; colonne arabe fuse in Marocco; verghe colorate dalle Fiandre; torri di cristallo boemo.

   Il pavimento era freddo sotto i piedi; attraverso di esso potevo vedere le ultime ritardatarie che si affrettavano verso i colonnati. Poco per volta, mi spostai con Melissa aggrappata addosso verso gli altari delle offerte, un passo dietro l'altro nella calca che si assestava per far posto a chi era rimasta fuori. Seguimmo correnti umane lungo le colonne e le pareti sino a portarci in prossimità dell'altare indicato da Lucrezia, con Melissa che non osava voltare il capo per non incrociare lo sguardo animalesco di un uomo.

   Da dove ci trovavamo potevo vedere senza sforzo l'altare principale dove l'Arca del seme era già stata estratta mediante un grosso braccio idraulico dalla sua urna d'oro tempestata di pietre preziose. Le nove Madri andate erano state disposte a semicerchio dietro l'altare, tenute strette ai loro sarcofaghi interattivi con nastri di seta; la Madre in carica, massima autorità dell'Università, una vecchia di oltre ottanta anni, era in piedi subito dietro l'Arca, attendendo il momento di disserrarla e offrire simbolicamente al mondo il suo tesoro di fertilità eterna.

   Man mano che la funzione progrediva nel suo rosario di invocazioni e genuflessioni, preghiere e canzoni, con l'onnipresente sottofondo di olografie edificanti dietro l'altare e musica melensa dalle griglie delle colonne, noialtre scivolammo dietro l'altare dove nessuno poteva vederci se non voltando espressamente il capo verso di noi.

   Con precauzione, ma soprattutto con timore, piegai le ginocchia irrigidendo i polsi, abbassando appena lo sguardo mentre calavo verso il pavimento, verso la scanalatura che correva lungo tutto l'orlo dell'altare laterale. Scorsi con il dito l'orlo zigrinato dello scalino sino a incontrare l'angolo più caldo d'un oggetto. Sollevai il libro con due dita, infilandolo con un rapido gesto nella scollatura per farlo cadere contro la cintura, all'interno della tunica. Prima che chiunque potesse accorgersene ero di nuovo in piedi, mentre le pieghe intorno alla vita nascondevano quanto recuperato.

   Melissa si stava seviziando la pelle intorno alle unghie, non osando neppure volgere lo sguardo verso di me. Nessuna pareva essersi accorta di nulla, la funzione procedeva solenne e tediosa.

   Poi tutto accadde all'improvviso: pochi passi avanti a noi, l'avevo già notato, c'era un gruppo di assistenti delle madri nelle loro divise verdi. Il mio cuore aveva appena smesso di martellare come un picchio che la donna più vicina a noi si staccò dalle altre con un gesto rapido e preordinato, e con poche gomitate giunse presso il nostro altare.

   Allora, leggendo la risoluzione nei suoi occhi, Melissa lanciò un urlo agghiacciante che gettò lo scompiglio fra le compagne; avrei voluto urlare anch'io nel notare la corporatura massiccia di Erika, l'assistente della Madre andata; ma un'onda di sangue freddo che in seguito, al ricordo, mi avrebbe meravigliata, mi lavò le vene pompandovi adrenalina. Afferrando Melissa per le spalle e stringendomela contro il seno, anche per proteggere il libro sotto la cintura, arretrai verso la nicchia alle spalle dell'altare.

   Nel giro di un secondo tutti i volti intorno si voltarono verso di noi, le bocche spalancate per la situazione eccezionale. Erika scostò con una gomitata le ultime atterrite compagne che ancora ci separavano da lei. Melissa continuava a urlare, io arretrando sbattei contro il separè di filamenti nanotec sul retro della nicchia, e scostandolo mi ritrovai all'inizio di un corridoio trasparente dalle pareti imperlate di pioggia, all'esterno.

   Allora non potemmo più sfuggire a Erika che irruppe a braccia tese quasi stracciando il separè; dietro le sue spalle, per il secondo che impiegò a raggiungermi, vidi le compagne e le insegnanti che tenendosi a debita distanza osservavano incapaci di tentare alcunché...

   ... poi ci fu addosso: Melissa perse l'equilibrio e cadde con un gemito, io alzai le braccia a proteggermi il capo e mi raggomitolai perché non potesse tastarmi il libro sotto il vestito. Colpi al capo e calci, poi le sue braccia che cercavano di scostarmi i polsi. Urla scomposte, passi allarmati, la funzione interrotta; quindi qualcuno mi tolse il peso di Erika di dosso, e ancora raggomitolata come una palla sul pavimento aprii un occhio per vedere Melissa che a graffi e morsi aveva assalito Erika.

  "E' lei l'assassino!" la udii urlare "E' un uomo, una bestia!"

   Una moltitudine di divise verdi invase il corridoio; Erika si divincolò, ma nel liberarsi lasciò fra le mani di Melissa la spallina della divisa. Con orrore mio e di tutte coloro che videro, dal reggiseno di Erika, o di chiunque si celasse dietro la sua identità, balzò fuori un'imbottitura di gommapiuma a forma di emisfero; l'assistente della Madre andata gemette, e coprendosi il volto con entrambe le mani travolse quante le stavano davanti per fuggire lungo il corridoio, strillando di rabbia con voce rotta; senza che nessuno osasse inseguirla frantumò in velocità la vetrata laterale precipitando di sotto, fuori delle mura del tempio.

   Senza necessità di affacciarci alla breccia infranta, vedemmo chiaramente attraverso il pavimento il corpo precipitare nell'imbuto di un condotto per l'aria, e poi giù nel pozzo profondo decine e decine di metri verso il cuore dell'Università.

* * *

   In principio era il caos: una soluzione di elementi e simboli primigeni in un oceano di moto assoluto. Dea era al di fuori, la Creatrice increata: rimise ordine negli elementi, che combinandosi tra di loro scatenarono reazioni chimiche dando origine al mondo. Liberò poi i simboli, che originarono la diffusione della vita sulle terre e nel mare, e quando il mondo fu pronto intervenne per creare la Donna, l'unico essere non generato spontaneamente; infine, le dette la Legge e le consegnò l'Arca del seme perché potesse riprodursi senza necessità di accoppiarsi bestialmente come fanno gli animali.

   Questa è la Verità rivelata, la parola di Dea: e riprova ne è il fatto che l'Arca produca ancora a distanza di secoli e secoli il seme che permette la fecondazione di ogni donna.

   Ma in qualche altro mondo, oltre lo spazio o oltre il tempo, o in una quarta dimensione, deve esistere almeno un'altra Terra in cui lo sviluppo della vita ha seguito un corso differente dal nostro; un mondo primitivo, alieno, in cui forse Dea neppure...

   Bestemmia, il riflettere troppo sulla vicenda m'induceva a essere blasfema. Eppure il corpo di Erika era una prova, sepolta chissà dove nei mille cunicoli dissimulati dell'impianto di aerazione: recuperare il cadavere non era cosa facile, data l'angustia dei condotti, la loro non-trasparenza e l'assoluta mancanza di uno schema dell'impianto; malgrado ciò era chiaro che la prova tangibile di questo para-universo era a portata di mano.

   Mi trovavo nella mia camera, non molte ore dopo gli incredibili avvenimenti al tempio: Melissa aveva subito raccontato tutto ciò che sapeva alle insegnanti, e quando mi ero riavuta della breve colluttazione con l'assassino Loviisa era giunta per accompagnarmi dalla Madre, quella in carica stavolta. E là, trovandomi di fronte a Suzanne e mamma, rientrata da Londra con la notizia che non esisteva alcuna Tate gallery nella capitale britannica e che non esisteva nessuna fonte su una pittrice chiamata Eduarda Burnett-Jones, non avevo potuto resistere alle lacrime e mi ero gettata fra le sue braccia singhiozzando.

   Ognuno all'Università seppe tutto in brevissimo tempo, mentre le ricerche del corpo di Erika avevano inizio. Finalmente, dopo ore di confusione e attenzione generale, Melissa ed io fummo accompagnate alla nostra cameretta da Loviisa come due eroine. Mamma mi aveva confessato in un orecchio tutto il suo orgoglio, la Madre mi aveva elogiata pubblicamente, seppure in via ancora ufficiosa, per la soluzione del caso ancor prima di rivelarlo.

   Quando le luci della città si spensero e il cielo assunse la stessa colorazione di lettore di schede vuoto, finalmente il sangue riprese a scorrermi nelle vene a una velocità inferiore a quella della luce. "E' tutto così incredibile, Malvina!" sussurrò Melissa dall'oscurità, evidentemente insonne come me.

   Mi venne da pensare al corpo della falsa Erika, a quanto da vivo l'assassino mi era stato vicino, nella camera della Madre andata. Un brivido mi sconvolse. Pensai al collo nudo e indifeso di Kaylegh sotto il laccio verde dell'assassino, forse la cintura della divisa da insegnante, alla vita che le sfuggiva senza rimedio dai polmoni. La bestia si era nascosta per chissà quanti anni fra noi, imbottendosi di stracci il busto, depilandosi accuratamente il corpo e il viso.

   La bestia, la bestia fra di noi... Sentivo la stanchezza dietro i bulbi oculari. Kaylegh, cara... E Lisistrata finalmente sarebbe tornata libera, ma per Lucrezia non vi sarebbe stato appello, la sua esplosione durante la gara di olografia le era valsa il posto. Mi sentii scivolare piacevolmente in un oceano di inconsapevolezza, poi sul confine del sonno mi tornò in mente un particolare, forse a causa del rarefarsi dei pensieri. Mi ritrovai appena più lucida, a riflettere sul fatto che la cintura delle divisa delle assistenti era nera, non verde, e che non riuscivo a capire dove l'assassino si fosse procurato un laccio di quel colore, per quanto questo potesse avere importanza.

   Mentre Melissa dormiva, mentre l'Università dormiva, mentre la città dormiva, mi rizzai a sedere all'improvviso nel letto, completamente lucida.

  I condotti d'aerazione che rendono respirabile il cuore dell'Università, pensai, sono schermati da una serie di specchi periscopici in modo che siano invisibili.

   Erika. Il laccio verde. Il cuore dell'Università e i condotti. Mi si inumidirono gli occhi di lacrime per un inconfessabile sospetto.

   Nell'oscurità vibrante della camera, al silenzio delle esistenze alla deriva nella marea del sonno, verificai il processo mentale del mio ragionamento senza riuscire a trovare nessun vizio. Allora balzai giù dal letto con il sangue impazzito per l'emozione, e annaspando a tentoni mi infilai la tunica.

   "Cosa succede?" sussurrò la voce di Melissa dal buio. Per un momento temetti che fosse stato il battito del mio cuore a svegliarla, e che fosse così forte da sentirsi anche al microfono di Loviisa. Mi inginocchiai accanto a Melissa per evitare che chiunque guardando da fuori potesse scorgere il profilo della mia ombra nel controluce.

   "Ho paura, Melissa" sillabai cercando allo stesso tempo di non lasciar quasi uscire il fiato dai denti. "Ho paura di sapere chi ha ucciso Kaylegh."

   Si rizzò a sedere, completamente sveglia in un attimo. "Cosa intendi dire?" sussurrò a sua volta "il mostro è morto, l'abbiamo visto tutte."

   Scossi la testa energicamente. "Io devo andare a verificare" dissi aggrappandomi alle sue mani con le mie.

   Allora ricambiò la presa per trattenermi. "A verificare cosa?"

   "Il cadavere" balbettai "dobbiamo vedere se veramente è il mostro." Mi parve di sentire le sue mani farsi gelide. "Malvina, non ti senti bene?"

   Provavo una gran voglia di piangere. "Perché Kaylegh è stata strangolata davanti al quadro?" dissi in fretta per trattenere le lacrime "e non, ad esempio, sul lungomare dove c'erano molte meno probabilità di avere testimoni?" Melissa tacque pensando, perplessa.

   "Devi venire con me" dissi allora per scuoterla "Accompagnami, non lasciarmi sola: se mi sbaglio, saremo di ritorno fra poco."

   "Ma ci vedranno tutte!" protestò sempre sottovoce Melissa.

   "Ho paura di no. Comunque, il pericolo lo corriamo solo fino alla pinacoteca."

   Allora Melissa ebbe la prima idea lucida, che mi fece comprendere come cominciasse davvero a credermi e a collaborare con me: "Invece delle tuniche, indossiamo gli abiti più scuri che abbiamo: sarà più difficile vederci nei corridoi al buio."

   Nella cassapanca dei nostri vestiti personali cercammo qualcosa di adatto, e indossai sulla camicia da notte una giacca con il collo di velluto e una lunga gonna di seta, entrambe grigie, e Melissa un soprabito a quadri scuri, il tartan della sua famiglia. Restammo immobili e mute a controllare il corridoio finché non ci sentimmo sicure per uscire. Guidai Melissa in punta di piedi scalzi verso gli ascensori, e scendemmo sino al piano della pinacoteca senza incontrare anima viva nè luce accesa.

   Fu persino troppo facile raggiungere la pinacoteca senza essere notate; ma Melissa mi tratteneva per una mano, continuando a insistere con lo sguardo per ottenere spiegazioni.

   "Se qualcuno voleva uccidere Kaylegh, perché farlo in pinacoteca, con il rischio di avere testimoni?" Le confidai infine mentre, accucciate dietro uno degli archi traslucidi della sala, tenevamo d'occhio la sagoma scura del dipinto.

  "Magari in spiaggia, o nei giardini la sera..." assentì Melissa con le pupille dilatate come biglie di vetro.

  "Invece no" tagliai corto, già cercando con lo sguardo quanto temevo di trovare. "E' accaduto proprio qua. Forse Kaylegh ha visto qualcosa che non avrebbe dovuto, qualcosa che non è necessariamente in relazione con il dipinto." Così dicendo le feci cenno di seguirmi, e avvicinandomi alla cornice del quadro più vicino tastai con le dita là dove appoggiava al muro.

   "E' montato su quattro staffe, agli angoli" dissi per rispondere all'eccitazione di Melissa, ma dovetti aggiungere, visto che non intravedeva la luce: "Il giorno in cui venimmo a vedere dove Kaylegh era stata strangolata, ricordi che il dipinto era storto sulle cerniere?"

   Melissa cominciò a comprendere. Mi precedette a 'La scala d'oro' e, seguendo con il dito l'orlo della cornice, tentò di spostarlo, ma con sorpresa più sua che mia l'intero dipinto si scostò ruotando su cuscinetti magnetici. Dietro si apriva un basso passaggio a volta che, inspiegabilmente, era invisibile dall'esterno.

   Melissa non avrebbe voluto entrare, ma fu costretta a seguirmi perché non avevo alcuna intenzione di sospendere la ricerca, benché mi sentissi le ginocchia molli come gelatina e il diaframma duro come legno stagionato.

  "I condotti dell'aria" spiegai sottovoce mentre camminavamo, non osando ancora alzare la voce ma accendendo i globi che avevo con me. "Il principio è lo stesso: il passaggio vero e proprio occupa solo la parte centrale del condotto, il resto contiene un sistema di specchi periscopici riflettenti l'uno sull'altro in modo che da ogni lato è possibile vedere il lato opposto come se nessun passaggio attraversasse la parete."

   Il passaggio proseguiva verticale sino a una biforcazione, dove scelsi la via che permetteva di scendere più in basso. Una corrente lungo la parete liscia rendeva la fiammella delle candele insicure. Chinando il capo perché il passaggio era angusto, proseguimmo mano nella mano. "Chi usava il passaggio segreto uscì nella sala della biblioteca, e Kaylegh vide tutto. Doveva scomparire, questa è la decisione presa dall'assassino."

   "Non capisco" balbettò Melissa, la mano sfuggente di paura nella mia. "Perché non era mai capitato prima di avere altri testimoni?"

   "Forse" tremai al pensiero "perché nessuno era mai andato tanto vicino al quadro da risultare invisibile a chi, con uno spioncino, avesse controllato dall'interno prima di uscire."

   Melissa si arrestò. "La cornice spostata!" esclamò tentando di non alzare la voce; il suo volto era solenne in modo quasi comico "Kaylegh doveva essere salita in piedi sulla cornice, perciò non l'hanno vista!" Entrambe pensammo la stessa cosa: cercando di verificare l'autenticità del quadro, forse inseguendo i miei stessi dubbi sulla sua origine, Kaylegh si era trovata all'uscita del passaggio proprio mentre il suo assassino credeva di non avere testimoni.

   Incontrammo una stretta scala a chiocciola ritorta su se stessa, con una discreta corrente ascensionale; seguendo la mia idea originale, scendemmo. "Tutto ciò che hai detto sinora" continuò Melissa "non contraddice quanto è accaduto: l'assassino usava una serie di passaggi segreti, con una delle uscite protetta dal quadro che aveva portato con sè dall'altro universo. Ma ciò non toglie che ora sia morto."

   "Temo di no" balbettai fra me e me. Dopo parecchi giri su se stessa la scala terminò in un corto passaggio orizzontale che conduceva a una nuova scala. Illuminando l'interno, vedevo sugli scalini un corpo scomposto, e alzando il capo percepimmo sul viso una lieve corrente d'aria. Lassù, da qualche parte sopra di noi, doveva esserci l'imbuto di una presa d'aria.

   "E' lei" balbettò a denti stretti Melissa, affondandomi le unghie nel braccio e quasi balzandomi in spalla per la paura.

   Anch'io mi sentivo i nervi irrigiditi e i piedi gelati. "Bisogna andare a vedere" bisbigliai evitando di guardare direttamente la mia compagna.

   Il corpo giaceva scomposto, pochi metri sotto di noi, dove la scala terminava in una specie di antro: c'era sangue raggrumato sulla divisa, sul pavimento e persino sulla ringhiera della scala e sui muri. Il corpo era piegato ad un angolo innaturale, così che per fortuna non ci era possibile vedere il volto. Scesi di un passo, Melissa sussultò e mi tenne dietro.

   "E se fosse ancora vivo?"

  Non la ascoltai neppure, ma quasi me la trascinai per tutti gli scalini. Nelle camera cilindrica, poco più larga della scala a chiocciola, mi parve che spirasse una corrente davvero gelida. Allungai tremando un piede verso il corpo riverso, e cercando di trattarlo con gentilezza lo rivoltai su un fianco.

   Potevo quasi sentir battere i denti di Melissa. "Dea, Malvina!" Poi, quando con la punta del piede scostai la veste dal busto di Erika, Melissa mi affondò il capo nella spalla stringendo gli occhi sino a farli lacrimare.

   Io invece provai una pena infinita quando, sotto il busto posticcio venuto via durante la colluttazione al tempio, vidi, costretto da lacci e corsetto sino quasi ad appiattirsi, il seno vero di Erika: il seno di una donna. Mi si appannarono gli occhi.

   "Ciò che temevo" dissi secca, inducendo Melissa a gettare uno sguardo alla scena raccapricciante. "Erika è una donna, purtroppo".

   "Dea! Malvina, cosa significa?"

   Il globo luminoso lottava sconsolatamente contro il buio di polvere mentre ci dirigevamo verso la porta d'uscita che si distingueva a un passo da noi.

   "Significa che non è un uomo. Quasi certamente non è neppure l'assassino." Tastai la superficie della porta con Melissa appiccicata addosso.

  "Ma allora perché questa mascherata, e come sapeva del libro, al tempio, e perché si è gettata dalla vetrata?"

   Premetti con entrambe le palme delle mani e un rumore metallico simile a quello del dipinto che si spostava interruppe l'oscurità del passaggio segreto. "Per coprire qualcun altro" risposi "qualcuno cui doveva una cieca obbedienza, qualcuno che le ordinò di morire al posto suo perché il caso potesse considerarsi chiuso." Aprii la porta accompagnandola con una mano, e affacciandomi in una stanza dall'odore aspro e familiare.

   Mossi un passo, Melissa mi seguì. Il locale era appena illuminato da fiochi globi di luce, segno che ci trovavamo nei quartieri centrali. Una collegiale era seduta al centro della stanza, voltandomi le spalle; guardai dietro di me per vedere che eravamo entrate dal falso fondo di un sarcofago vuoto appoggiato alla parete. La ragazza udì qualcosa e si voltò, balzando in piedi quando ci vide.

   "Lisistrata!" esclamò Melissa, riconoscendola.

   "Melissa, Malvina... Come potevate essere là dentro?"

   Posai il mio globo, cercando con lo sguardo la Madre andata; si trovava, sdraiata nel suo sarcofago inclinato sotto l'octopus, nell'angolo più buio della camera, fra l'odore di silicone e vecchiaia.

   "La Madre andata ha promesso di farmi sua assistente!" esclamò Lisistrata entusiasta, le pupille eccitate.

   Scambiai un'occhiata con Melissa, poi prendendole le mani la trascinai verso la Madre andata. La vecchia aveva gli occhi socchiusi e le labbra appena unte di vitamina A, segno che aveva già istruito l'adepta a quel compito.

   Melissa tremava, non saprei dire se di paura o rispetto per la vecchia, oppure di sgomento per la mia insolenza.

  "Verifichiamo il tuo grado di preparazione" dissi a Lisistrata "sai dirmi di cosa sono fatti i lacci che sorreggono la Madre andata?"

   "Seta verde, purissima" rispose pronta Lisistrata, senza porsi scrupoli sul mio diritto a interrogarla "vengono sostituiti solo quando si logorano".

   Tenendo ben stretta la mano di Melissa, mossi un altro passo verso la Madre andata, che mi osservava a metà fra le palpebre squamose della vecchiaia. L'oscurità era pressoché totale, ma alzai il globo per far luce...

   ... e vedemmo chiaramente che uno dei cinque nastri che cingevano la Madre andata alle spalle, alla vita, alle ginocchia e alle caviglie era di colore diverso dagli altri: alla spalla sinistra, il laccio era di un verde brillante.

   "E chi sa dei lacci?" Domandai ancora, in preda a una stanchezza che mi conquistava le membra a mano a mano che ciò che avevo previsto si verificava puntualmente.

 "Nessuno deve sapere" rispose Lisistrata calando di tono mentre parlava "Nessuno tranne l'assistente. Oh, Dea! Malvina, cosa mi hai fatto dire!"

   Melissa si nascose il volto fra le mani. Aveva compreso solo in quel momento. La madre andata sollevò allora con un gesto lento ma preciso, mentre la ritenevamo incapace, la mano verso la spalla. Lisistrata più di tutte rimase allibita.

   La mano incartapecorita sciolse con un semplice movimento il nodo e si impossessò del laccio.

   Quella era la mano che aveva strangolato Kaylegh: un laccio come quello e una forza che nessuno avrebbe imputato alla vecchia morente. Rividi come in una folgorazione la scena: la porta occultata si apriva, Erika nell'uscire sorprendeva Kaylegh arrampicata sulla cornice e, afferrandola per impedirle di fuggire, la immobilizzava davanti alla Madre. Un gesto della mano, il laccio, il collo della ragazza così vicino...

   "Chi è lei?" Sbottai stringendo i denti e le unghie sino quasi a ferirmi il palmo "In nome di Dea, chi è lei?"

   E mi accorsi che la Madre stava già parlando, attraverso le labbra crepate dall'aria e dagli anni: "... dolore infinito... pena eterna. Terrore indicibile, repressione... Spiace, mi spiace, tentai di tutto... Volevo... volevo..." così dicendo si aprì la tunica sul fianco, lentamente, con la forza artritica delle dita gonfie, e scostando il nastro di seta si aprì il tessuto sul bacino. La penombra era complice del mistero sotto gli arti di vetro e cromo dell'octopus; Melissa cadde in ginocchio, il volto fra le mani, io volsi il globo verso la mano rinsecchita posata sul ventre nudo.

   "Una pena indicibile... e non mi era possibile Andare, richiedeva troppa volontà... ho dovuto fingere sinora, non essendo nè Madre nè andata..."

   "Oh Dea..." sospirò Lisistrata. Là dove la mano aveva scostato il tessuto, si vedeva l'antica cicatrice di un'amputazione terribile, che nè il tempo nè la natura potevano perdonare o occultare.

   "Ho cercato... con ogni mezzo. Solo Erika sapeva, Erika ha voluto sacrificarsi per salvare me..."

   "Sapeva di doversi gettare dalle vetrate del tempio" piagnucolò Melissa senza scostare le mani dal viso. "Sapeva che sarebbe precipitata nella presa d'aria del passaggio segreto, venendo a seppellirsi per sempre accanto alla Madre."

     Lisistrata era arretrata sino alla parete, alle nostre spalle.

   "Una solitudine eterna, disumana" raschiò arida l'aria sulle corde vocali della vecchia. "Dovetti fingere di Andare, così che quando verrà davvero il momento di morire forse penseranno che la mia assistente non si sia presa cura di me a sufficienza, forse non indagheranno oltre..."

   Allora per un istante, per un istante solamente credetti di comprendere tutto il dolore, la solitudine e la coscienza della diversità che aveva spinto quell'Uomo a cercare di integrarsi e proteggersi allo stesso tempo. Ma la mia comprensione non poté durare più di un attimo perché con un urlo terribile Lisistrata caricò da dietro le nostre spalle, stringendo come una lancia il bastone di ottone che sorreggeva il cordone di velluto, all'entrata dall'esterno. Non potei fermarla: conficcò la punta acuminata nel ventre della Madre che cacciò un urlo breve e stridulo, cercò di divincolarsi contro i lacci tesi, poi si lasciò andare rantolando un ultimo fiotto d'aria e sangue.

   Il globo mi cadde di mano, spegnendosi; Melissa fuggì a quattro zampe, lamentandosi, verso la porta; Lisistrata cadde in ginocchio, prostrata davanti all'Uomo morente, morto.

   Allora indietreggiai piangendo di infelicità; sentivo la tristezza calarmi nel midollo osseo, permearmi le giunture dei polsi e delle ginocchia, bagnarmi di lacrime e sconforto per tante morti da evitare, e così rimasi finché i lamenti di Melissa non attrassero l'attenzione di altre assistenti che irruppero nella camera, di fronte alla scena terribile di Lisistrata prostrata e del sangue stanco che dal vecchio corpo offeso continuava a gocciolare denso di morte nella veste aperta, sul pavimento trasparente ma scuro, sulle mani rinsecchite come rami d'albero.

 

Franco Ricciardiello

 

Scritto tra maggio e agosto 1988

 

Pubblicazioni:

"Intercom" n. 132/133, Terni 1993

 

< torna all'indice dei racconti