FRANCO RICCIARDIELLO

Le ginestre oltre il buio

 

 

Spense la sigaretta. Non riusciva a prendere sonno. Con rabbia si alzò dal letto disfatto e si diresse verso la cucina passando davanti alla finestra omeostatica. Dalle tende semi-viventi filtrava una luce d’incubo, memore di innumerevoli notti insonni. Entrò in cucina dove c’era più luce grazie ai mobili laccati bianco; la luce a incandescenza che filtrava dalle serrande creava monotone strisce di chiaroscuro sul pavimento di mattonelle.

Sandro si versò un abbondante bicchiere di vodka e lo ingoiò; il liquore gli bruciò la gola fino a farlo alitare dalla disperazione. Con gli occhi lacrimanti alzò le serrande e uscì sul terrazzo, inspirando aria a pieni polmoni. Davanti a lui era la spietata distesa di cemento della periferia, resa ancora più squallida e soffocante dalla luce falsa della notte. Disperato, oppresso dalla desolata veduta, Sandro rientrò in casa. Si vestì in fretta, afferrò le chiavi e uscì senza chiudere la porta.

Trasse l’auto dalla rimessa e uscì sulla strada sgommando; il veloce coupé corse silenzioso lungo le strade addormentate. Incrociò un’altra vettura che lampeggiò perché Sandro occupava la corsia opposta; la schivò all’ultimo momento e imboccò la sopraelevata che portava fuori città.

La lingua di asfalto scuro era deserta, popolata solo dai bagliori della luna sul guard-rail bonsai. Pigiò il piede sull’acceleratore sino in fondo e il contachilometri digitale srotolò numeri sino ai 280. La strada era diritta, ma la velocità era pur sempre insostenibile; per giunta Sandro non badava minimamente al volante, limitandosi a reggerlo.

Alla seconda curva l’auto tirò dritto sfrecciando oltre il guard-rail stracciato, librandosi nel cielo inchiostrato perché in quel punto la strada cavalcava un ponte alto sessanta metri. Sandro si accorse di precipitare nel vuoto quando l’automobile iniziò la sua parabola discendente. Le viscere si compressero nel ventre di Sandro a causa della depressione; precipitando, il parabrezza della vettura si voltò verso il  suolo, in modo che vide il corso d’acqua scura sul fondo del vallone schizzare verso di lui. Non percepì neppure il momento dell’urto perché penetrò nel parabrezza con il capo mentre l’auto esplodeva.

 

* * *

 

Era come se una cavia impazzita fosse rinchiusa nella sua scatola cranica e grattasse dall’interno per uscirne. Provò a respirare ma si accorse che i suoi polmoni erano ostruiti da qualcosa di viscido e gelatinoso; tentò di urlare ma non uscì suono dalle sue labbra. Tentò di aprire gli occhi ma non aveva occhi. Non udiva niente nè poteva muovere alcuna parte del corpo. Desiderò mille volte di essere morto nell’incidente e che ciò che stava provando non fosse altro che gli ultimi spasimi di vita.

"È il fuoco  che sta consumando il mio corpo” si disse “Ma fa che sia in fretta. Oh, Dio! Fa che sia in fretta!” Gli sembrò di riuscire a urlare e a espellere finalmente quel tappo repellente dai polmoni.

Non provava più dolore; non sentiva più né la testa né i polmoni; non aveva più percezione del proprio corpo. In compenso ci vedeva: era come se ci fosse un filtro nero davanti a lui, un paio di occhiali dalle lenti polarizzate al massimo grado. Dietro le lenti vedeva strisce di luce debole, contorni di ombre in movimento. Quasi distingueva gli interstizi di pareti intorno a sé, come proiezioni geometriche di una realtà virtuale.

Non era sdraiato ma in piedi, o almeno così gi sembrò poiché non aveva senso dell’equilibrio. Tentò di chiudere gli occhi ma non vi riuscì. Era come se non vedesse con gli occhi; non gli riuscì nemmeno di voltare la testa. Non stava male né era curioso del proprio stato.

“Sono morto” pensò “non posso essere vivo.” Ma la visione delle pareti intorno a  lui non lo abbandonava.

Non aveva cognizione del tempo, ma vedeva più chiaramente di prima. Le ombre avevano contorni di luce, come se portassero una sorgente luminosa dietro la schiena; non potevano definirsi umane, ma forse a causa della scarsa visibilità non le distingueva bene. O i suoi sensi erano troppo attutiti perché potesse ragionare; aveva come un’imbottitura antiurto di polistirolo espanso nel cervello che impediva la comunicazione fra i neuroni.

Temette di essere ancora in vita in una stanza d’ospedale. Le tecniche di resurrezione facevano ogni giorno passi da gigante.

Proprio mentre aveva questi pensieri fu scosso violentemente da una corrente liquida  di energia che lo attraversò, gli penetrò dal foro occipitale e uscì dagli orecchi, dalla bocca, dalle narici trascinando via il polistirolo dal suo cervello. Era una corrente liquida, non composta di acqua ma di luce. I suoi sensi furono pieni di luce, la vedeva dappertutto ma non faceva male agli occhi perché non aveva occhi. La violentissima ondata turbinosa penetrò in ogni cellula del suo non-corpo e lo abbandonò saturo di luce, librato a volteggiare velocissimamente su se stesso in un cielo di un azzurro senza sfumature. Non c’erano più pareti; il suo corpo girava sul proprio asse, le gambe distese e unite e le braccia aderenti al corpo, le palme a contatto delle cosce. Continuò a girare come una trottola precipitando nell’azzurro.

 

* * *

 

Davanti a lui stava sua madre. Era nel fiore della maturità, gli orli del viso e i capelli disegnati a tratti di luce sul nero che circondava Sandro. Sapeva che non poteva essere viva, quindi anch’egli era morto. Questa constatazione lo rincuorò. Ma gli sembrava strano che potesse vedere se non era più; guardò la madre come se cercasse una risposta da lei, e la trovò: anche se lei non parlò perché non aveva bocca, capì di non essere più in vita.

Senza chiederlo seppe dalla madre che le altre ombre erano nel loro stesso stato dell’essere. Decise di allontanarsi separandosi dalla genitrice:  c’era tempo a disposizione per incontrarla di nuovo. Tentò di muoversi e scoprì che ci riusciva. Non muoveva le gambe, perché non aveva gambe. Le altre ombre entravano nella sua visuale e ne uscivano; avevano forma umana, ma si accorse che era solo la sua volontà a creare le immagini. Aveva visto sua madre nel pieno della maturità perché così la ricordava, perché così voleva ricordarla; altrimenti, come Sandro stesso e tutti gli altri, non aveva aspetto visibile. Al principio del suo “cammino” le ombre scaturivano dalle tenebre; proseguendo, il buio si schiarì trasformandosi in dense nuvole di vapore. Non riconobbe nessuna ombra; non seppe riconoscere né fisionomie, né razza, né sesso.

Si ritrovò senza preavviso in un prato di erba leggermente mossa dal vento; il cielo sull’orizzonte era azzurro molto tenue, per scurirsi man mano che lo sguardo si alzava. Sentiva il canto di un uccello fra i rami di un albero verdissimo; un ruscello scrosciava nascosto alla sua visuale. Lontano, molto lontano, gli parve addirittura di udire un suono di campane. Si accorse di avere finalmente un corpo guardandosi le familiari dita delle mani, lunghe e affusolate. Immerse le mani nell’erba bagnata di rugiada e se le passò sul viso e fra i capelli biondi, godendo della sensazione di ricordi perduti che provava. Gli tornò in mente un bambino che correva in quel prato, sporcandosi i calzoni di erba e di terra; rivide se stesso coricato accanto ad un ruscello dall’acqua freschissima e invitante.

Si mosse verso il luogo in cui sapeva esserci la risorgiva; la trovò e si sdraiò sull’erba a guardare il cielo, molto scuro sopra di lui. Non seppe per quanto tempo rimase in quella posizione; il tempo non aveva senso perché la morte è al di fuori di esso. Tutto ciò che è vita è calato nella corrente a senso unico del flusso temporale; quando la vita finisce, l’entità esce dal Tempo e galleggia al di fuori di esso. Fuori dal Tempo, tutto ciò che era subconscio diviene la realtà. Sotto lo stimolo di varie sensazioni il subconscio crea immagini, soprattutto ricrea ricordi di luoghi e persone.

Una strana sensazione lo smosse dai pensieri senza fine: era come se qualcuno lo stesse chiamando. Si alzò lentamente a sedere e si accorse di essere molto agitato. Notò con angoscia che il cielo si sera fatto molto più scuro e che i rumori bucolici erano scomparsi. Si alzò e camminò verso l’orizzonte in una direzione qualsiasi; una foschia come ai bordi di una lente sfuocava la visuale dove il cielo incontrava il prato.

A ogni passo la sensazione che qualcuno lo stesse chiamando si faceva più forte e Sandro si guardò intorno angosciato. Prese a correre mentre la voce gli rimbombava nella testa: Sandro! Sandro! Sandro!... Si gettò a terra urlando e coprendosi le orecchie con le mani.

La voce era scomparsa. Scoprì di essere sdraiato a faccia in giù, la bocca aperta su un terreno nudo. Non c’era più erba, ma un terriccio grasso e profumato. Inspirò a pieni polmoni la nuova fragranza disciolta nell’aria, un ricordo di giorni di infanzia, di giochi sfrenati sotto il sole. Era il profumo di arbusti odorosi misto a quello di ginestre in fiore.

Alzò lentamente la testa: davanti a lui era un edificio, una grossa villa; bassi alberi di sambuco selvatico contornavano il pergolato; l’entrata era protetta da una tettoia in stile classico. Si alzò in ginocchio e poi in piedi. Dei giovanetti vestiti con corte tuniche e sandali di corda passeggiavano e parlavano nei vialetti di ghiaia. Alcuni schiavi aravano con un rastrello lo spiazzo dinanzi al porticato.

Nessuno sembrò avere notato Sandro che si avviò verso l’idilliaca visione. All’improvviso un dolore logorante lo trafisse. Non era una fitta materiale, ma una voce che gridava a squarciagola il suo nome. Vide la facciata della villa incrinarsi e la visione si sfuocò. Sandro si tappò le orecchie con le mani, urlando.

La visione della villa che crollava scomparve e si trovò a fissare una stanza dall’alto. Era come se avesse infilato la testa in un foro nel soffitto della stanza per affacciarsi: sotto di lui, al buio, c’era un tavolo rotondo. Solo la luce di un’alogena illuminava la scena in modo spettrale. Seduti al tavolo, cinque miseri esseri umani (così parvero a Sandro) che indossavano sottili cuffie stereo.

Alle pareti, quadri tetri che non riuscì a distinguere ma che non gli piacquero. La cosa più terribile, quella che urlava il suo nome, era un amplificatore posto al centro del tavolo: una macchina che Sandro sentì di odiare con tutta la propria forza. Il suo odio doveva essere così intenso che l’amplificatore cominciò a fischiare. I presenti torsero le teste dagli occhi chiusi, tendendo i muscoli facciali. Uno di loro alzò la testa al soffitto e per un attimo Sandro gridò.

Era Sara. Doveva averlo udito perché aprì gli occhi e si guardò intorno. “E’ qui” lesse Sandro sulle sue le labbra, pur non udendo nulla.

Tutti gli altri aprirono gli occhi; tutti meno uno, che anzi reclinò la testa sul tavolo sino a nasconderla tra i capelli, mentre la cuffietta stereo rotolava in terra.

Sandro comprese che non potevano vederlo.

— Sandro! — disse la macchina amplificatrice con la voce di Sara. — Dammi una prova che mi senti.

Urlò mentalmente ma nessuno lo udì; nella stanza videro le spie della macchina spegnersi improvvisamente.

Sandro si ritrovò davanti alla villa. Ma l’atmosfera non era serena; i giovani si guardavano intorno turbati. Gli schiavi fuggirono in casa.

Sandro! chiamò ancora la voce. — So che ci sei. Ti prego! Sono Sara, tua moglie!

Sandro scosse la testa e l’atmosfera alla villa tornò serena. I giovanetti ripresero a passeggiare.

— Sandro! Ti prego, dimmi che il nostro amore era importante per te! Dimmi che non si sei ucciso di tua volontà!

Il medium nella stanza alzò il capo di scatto, in una smorfia di dolore. Parlò con la voce di Sandro:

— Basta! — urlò. — Basta! Lasciatemi stare! Io... io mi sono ucciso, io...

— Ti prego, Sandro! — lo implorarono Sara e la macchina. — Ti prego! Forse c’è una possibilità, c’è la possibilità di...

Il tetto della villa crollò sul pergolato seppellendo i sambuchi e gli schiavi. Urla di dolore lacerarono l’aria: le udirono anche nella stanza. Percepirono anche un debole profumo di ginestre.

— Sandro! C’è la possibilità di comunicare! Potremo parlarci! Ti prego! La macchina... la macchina stabilirà il contatto!

Sandro si rotolò in terra. Urlò di no. Le mura della casa iniziarono a crollare e la polvere gli penetrò nei polmoni.

— Sandro, la scienza... La scienza ci permette di comunicare con voi, con te. Le sedute spiritiche non sono più una truffa. Questa macchina amplifica gli impulsi mentali fino a...

Sandro artigliò il terriccio con le unghie. La fragranza delle ginestre era scomparsa; c’era solo l’acre odore della polvere. Pianse disperatamente: — Non voglio, non voglio, non voglio...

— Sandro! — lo implorò mentalmente Sara attraverso la macchina amplificatrice. — Sandro, ti scongiuro, parlami: potrai farlo attraverso la bocca del medium; potrai parlarmi!

Con un immane sforzo di volontà Sandro si alzò e si mise a correre sul fertile terriccio antistante la valle, fuggendo da casa. — Non voglio! — gridò —È... pericoloso.

Nella stanza il medium si contorse con la testa abbandonata sul tavolo, pronunciando le parole del defunto.

Sandro continuò a correre; quando si voltò per un attimo vide la villa romana in completo sfacelo. Si accorse con un brivido che egli la conosceva: aveva visto moltissime volte quei ruderi corrosi dal tempo e spaccati dagli arbusti. Ora ricordava quella fragranza nell’aria calda. Riprese a correre disperatamente.

Quel profumo di ginestre non proveniva dal tempo  della villa ma dal suo: aveva giocato mille volte fra quei ruderi vicino casa sua, d’estate con gli amichetti. Lì aveva conosciuto la sua futura moglie, Sara. Lì da bambino si era procurato una profonda ferita nel piede con un chiodo arrugginito; aveva contratto il tetano e era stato salvato per miracolo quando era già in coma.

— Sandro — continuò la voce di Sara. — La scienza ha fatto passi da gigante. Sei morto già da parecchi anni e sono successe tante cose: è possibile parlare con voi. Questo è un esperimento, capisci? Questi signori con me sono tutti esperti della comunicazione extrasensoriale.

— No! — urlò il medium per Sandro. — È per... pericoloso!

— Sandro, ti prego!

Si ritrovò a correre nel vuoto e cadde. “Una fossa” pensò “sono caduto in una fossa”. Giaceva sdraiato sul fondo; si guardò intorno con la coda degli occhi. La buca era strana, aveva pareti lisce e squadrate. Si accorse con terrore di essere in una stanza dalle pareti in muratura. — NO! — urlò.

Nella stanza sulla Terra nel flusso del tempo, i cinque esseri umani furono percorsi da una scossa, ma non si allontanarono dal tavolo su cui era la macchina amplificatrice.

Sandro volse lo sguardo girando la testa millimetro dopo millimetro, inesorabilmente, verso il centro della stanza in cui era caduto. Come temeva, c’era un foro ovale nel pavimento. Sentì le sue membra immaginarie che si muovevano contro la sua volontà portandolo a strisciare sul ventre verso il foro. Ovviamente in termini reali non accadeva ciò: egli era semplicemente attratto a comunicare verso il tempo normale dalla macchina.

Nella stanza Sara strillò di terrore: tutti volsero lo sguardo all’amplificatore, che fumava per la tensione di potenza.

— Lasciatemi stare! — sbraitò il medium con la voce di Sandro. — Sento che è pericoloso! Lasciatemi stare dove sono. Sto bene.

— Ti prego, Sandro! Fallo per me! Parlami soltanto, raccontami perché ti sei ucciso.

— NOOOOOOOO! — urlò Sandro, ma la sua voce non proveniva dal medium con il viso rivolto al tavolo. Usciva dall’amplificatore della macchina e rimbombava sulle pareti.

Tutti percepirono che la tensione nell’aria era svanita. Non c’erano più suoni nè profumi.

— Cosa è successo? — domandò Sara in un sussurro.

— Si è interrotto il contatto — sibilò qualcun altro. — Abbiamo fallito.

Si lasciarono le mani a vicenda e si guardarono intorno. Il medium era rimasto con la testa riversa sul tavolo rotondo, le braccia ancora tese sul legno.

— Professor Rota! — lo chiamò qualcuno.

— Guardate — disse un altro. Le dita del medium si contrassero, le unghie grattarono il tavolo. Il corpo fu percorso da un tremito; le dita tentarono di artigliare la superficie di legno per aggrapparvisi, poi il professore si immobilizzò. Farfugliò qualcosa.

— È pericoloso — ripeté più forte. Era ancora la voce di Sandro.

Il contatto non si è spezzato! disse uno dei presenti. Il defunto è ancora fra noi!

Poi fissarono le mani del professore. C’era qualcosa che li angosciò. Anche Sara lo notò: le dita non erano più corte e tozze, bensì lunghe e affusolate.

— Mio Dio! — esclamò qualcuno. — Guardate! Lo sforzo deve essere stato immane: gli sono divenuti i capelli bianchi!

Tutti notarono il particolare con orrore. Nella penombra non avevano notato prima la trasformazione.

Il defunto ci aveva avvertito che era pericoloso per noi disse un altro.

Non era pericoloso per voi, ma per me disse il medium. La sua voce fece gelare il sangue nelle vene. La testa era ancora rivolta al piano del tavolo, quasi toccandolo con il naso.

Cosa... Cosa intende dire, professore?

Il  medium alzò di scatto la testa. I suoi capelli non erano bianchi ma biondi.

Le spie della macchina amplificatrice gemettero e si spensero, la ventilazione interna irradiò un’aria profumata di ginestre che investì tutti i presenti.

Ma in quegli ultimi attimi di luce Sara guardò il professore e avrebbe voluto urlare a squarciagola dal terrore. Sandro era tornato alla vita.

 

Franco Ricciardiello

 

Scritto nel dicembre 1980; revisione gennaio 1993

 

Pubblicazioni:

  1. 1.      "III concorso letterario Nord 1981", Editrice Nord, Milano 1982

  2. 2.      "Fanzine" n. 9, Rapallo (GE) 1994

       

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