FRANCO RICCIARDIELLO

Non giurammo fedeltà ad alcun Re

Quarto classificato al 2° Premio "Il Vascello", 1987

 

 

Il dottor Cabanells morì il giorno del cinquantesimo anniversario della sollevazione falangista di Siviglia, il 17 di luglio. Lo vidi uscire dalla sua stanza di pensione, in via Cristo Almendra, quando era appena passata l'ora di pranzo e tutti si ritiravano nella frescura delle camere da letto cedendo al sonno che corteggiava con spesse ondate di torpore; seduto a torso nudo nella penombra zebrata della veneziana, lo sguardo perduto nel chiarore accecante della via, notai il dottor Cabanells dirigersi verso la Plaza de Toros, incerto sulle gambe malferme, il bastone dal manico di osso stretto nel palmo. Sicuramente pensai che si stesse dirigendo a prendere il solito caffè allungato con latte al ristorante Ricomar, e non diedi al fatto la minima importanza.

Non sapremo mai quale ignoto desiderio lo spinse a discendere lungo il Camino de los Molinos. La giornata era torrida, irrespirabile; l'aria bruciava come fuoco liquido nei polmoni. Il dottor Cabanells attraversò il ponte nuovo e il Barrio de la Ciudad, discendendo poi con passo malfermo per la via dapprima lastricata a gradini, quindi sempre più fuori mano dove raggiungeva il fondo del declivio. Nella piana al riparo dalle rocce a strapiombo, dove non un filo di vento mitigava l'assalto della temperatura, il vecchio catalano rimase fulminato, bollito vivo nella sua stessa acqua corporea. Lo ritrovarono due ore più tardi, disteso quasi per pudore sul ciglio della strada, talmente morto oramai da far genuflettere in gran fretta il contadino che lo rinvenne per una preghiera tanto rapida da poter precedere l'anima ancora in volo.

Conoscevo il dottor Cabanells da poco tempo, eppure abbastanza da sentirmi veramente scosso dalla sua scomparsa. Il mio sogno ricorrente quella notte fu più frustrante del solito, quasi un presagio di quanto stava per accadere.

Il giorno seguente dopo pranzo scesi a mia volta per il Camino de los Molinos, poiché già sapevo che non avrei potuto chiudere occhio senza quel dovuto pellegrinaggio. Riconobbi il luogo della tragedia dalle descrizioni; dovetti allontanarmi verso le campagne per scacciare dagli occhi le lacrime. Riuscii a distrarmi; camminai per un certo tempo all'ombra degli alberi in riva ai fossi, accompagnato dal nitrire di un cavallo al pascolo. Mi venne fatto di pensare che il giorno precedente quella brezza leggera avrebbe potuto salvare la vita al dottor Cabanells.

Improvvisamente un’incongruenza del paesaggio mi colpì. Arenata in una pozzanghera stagnante a margine del ruscello che taglia in due le rocce su cui la città è costruita, scorsi una foglia di ninfea. Il corso d'acqua era poco più di un nastro nel suo letto, per cui non riuscii a comprendere come quella ninfea potesse essere là. Discesi con precauzione l’argine foderato di erba secca e, mantenendomi in equilibrio sul fango essiccato, mi inginocchiai a sfiorare con le dita la foglia acquatica.

In quel momento udii un nitrito alle mie spalle, oltre l’orlo della riva. Tornai curvo e silenzioso sui miei passi, sicuro di ammirare uno dei cavalli di allevamento che pascolano nei campi a ovest della città.

Sono convinto che fu la prudenza a salvarmi la vita. Rimasi acquattato al riparo della riva, affacciandomi appena.

Sbigottito, ritrassi subito il capo. Avevo veduto un uomo a cavallo, con una armatura approssimativa a copertura del torace, gambali e un elmo di metallo.

Il cuore prese a battermi all'impazzata. Mi appiattii maggiormente contro il terriccio che mi nascondeva; solo facendo appello a tutto il mio coraggio riuscii a gettare un altro sguardo.

L'uomo a cavallo era là, ma non guardava verso di me. Avanzava al passo verso la città; e dietro di lui c'era un altro cavaliere corazzato e armato di lancia, e poi un altro ancora. Udivo distintamente il suono degli zoccoli sul terreno; il raschiare degli elementi dell'armatura uno contro l'altro. Da sotto la visiera degli elmi, tozzi volti barbuti osservavano fisso lo sperone di roccia su cui la città è costruita. Con orrore notai l'avanzare di altra gente dietro i cavalieri, un fiume umano il cui calpestio aumentò progressivamente sino a sconvolgere totalmente la tranquilla realtà estiva del mio pellegrinaggio pomeridiano.

Passò un uomo armato che reggeva una bandiera, e dietro di lui una schiera di fanti con picche e alabarde, e un'altra schiera ancora, un'armata compatta su migliaia di righe, per la profondità di centinaia di file fino dove il mio sguardo poteva giungere. Tutto era un ondeggiare di elmi, corazze ammaccate, punte di lancia sollevate, pronte a comporre una falange alla minima necessità.

Terrorizzato, mi ritrassi appiattendomi contro la riva. Per parecchi minuti rimasi boccheggiante in ginocchio, mentre un cavaliere che si era avvicinato si fermava a non più di cinque metri, scrutando senza vedermi i cespugli della riva. Quando si allontanò avanzai carponi lungo il greto del fiume, che da quel punto curvava verso il tajo, la profonda spaccatura che separa nettamente in due la città

Per mia fortuna la marcia dell'incredibile armata doveva portare verso un altro punto, poiché dopo un centinaio di metri carponi tornai a sollevarmi senza scorgere anima viva.

Apparentemente, la moltitudine era scomparsa. Tornai di corsa lungo il sentiero che sale sino al Campillo, incespicando, rovinandomi scarpe e vestiti, spezzandomi le unghie sulle pietre. Dovetti rimettere in un angolo di strada tutto il pranzo a causa dello sforzo, e passare per vie poco frequentate per dare nell'occhio il meno possibile, lacero e inzuppato di sudore com'ero. Tornato alla mia cameretta di pensione, non riuscii a trovare la forza di farmi una doccia e mi addormentai quasi febbricitante sul letto, pensando all'esercito medioevale che avevo visto marciare sula città.

 

* * *

 

Al risveglio, gli avvenimenti del pomeriggio mi parvero un sogno. Tuttavia non riuscii a convincermi che fosse stato un colpo di sole a procurarmi quelle impressioni così nitide.

Era ora di cena, ma non avevo appetito. Uscii per una passeggiata nei giardini dell'Alameda, avviandomi senza saperlo all’incontro della mia vita.

Pochi turisti camminavano sottobraccio nelle vie del centro, sull'asfalto che dopo il tramonto rimandava il calore assorbito durante la giornata. Mi resi conto con amarezza che l'incidente del pomeriggio mi aveva fatto dimenticare la morte del dottor Cabanells, il vecchio repubblicano rientrato in patria dopo trentasei anni di esilio, e che dopo tutto questo tempo aveva deciso di ritirarsi in un altro confino volontario lontano dalla sua amata Catalogna.

Rivissi i pomeriggi passati con lui nella frescura del caffè Ricomar, quando mi raccontava dell'esilio in Francia e poi in Inghilterra, della guerra, della difesa di Madrid, della presa di Teruel. Il mondo stava morendo un pezzo alla volta, mentre la realtà svaniva insieme alla memoria degli ultimi sopravvissuti.

Mi affacciai alla ringhiera che dall'Alameda dà sullo strapiombo di duecento metri che limita a ovest la città. Tutta la pianura si srotolò davanti ai miei occhi, con gli alberi e il fiume e la strada dove il dottor Cabanells era morto. La giornata non era più torrida, ma serena e ventilata; il panorama della campagna coltivata era veramente rilassante. Ciò che più contava, non vi era nessun esercito in marcia verso la città.

Rassicurato, mi voltai per tornare in centro a cercare un bar e mangiare qualcosa; nel far ciò mi ritrovai invischiato nel mio sogno ricorrente.

C'era gente che passeggiava, altra gente seduta sulle panchine a chiacchierare, anziani affacciati ai balconi di pietra del mirador e bambini che giocavano ovunque. A nemmeno cinque metri da me, affacciata alla ringhiera, c'era la donna che ogni notte ritornava nei miei sogni.

Un improvviso giramento di capo mi fece barcollare; afferrai saldamente il corrimano sulla ringhiera della terrazza. Non si era accorta di me; mi pizzicai un braccio, ma riuscii solo a provare dolore, senza svegliarmi dal sogno.

Non era un sogno. Indossava una maglia di cotone fatta a mano, colore terra di siena, e un paio di shorts stampati. Era come nel sogno: identici i capelli castani gonfiati dalla messa in piega, le mani sottili e curate che al momento stringevano una macchina fotografica. Era la ragazza che ogni notte rincorrevo per calli anguste, su e giù per le vie di paesi arroccati sulla sommità di speroni rocciosi, mentre lei non si accorgeva del mio inseguimento sino al momento in cui la raggiungevo.

Mi avvicinai. Si voltò, alzò le sopracciglia e mi sorrise per cortesia. Era bellissima. Mi accorsi con terrore di non sapere cosa dirle.

— Io ti conosco — riuscii solo a balbettare.

Mi rispose in inglese che non parlava lo spagnolo.

— Ieri avevi al collo una collanina di acquamarina — le dissi nella sua lingua, — e una canottiera arancione.

Si rabbuiò in volto. Certamente pensò che l'avessi seguita dal giorno precedente, mentre invece le raccontavo solo ciò che di lei vedevo ogni notte.

— Non andartene via — dissi. — Lasciami la possibilità di spiegare. — Tesi la mano verso di lei.

Mi guardò fisso e temetti che si voltasse per scomparire dalla mia vita. Non potevo lasciarla sfuggire proprio quando l'avevo raggiunta dopo anni di frustrazioni notturne.

Invece mi porse la mano, lasciando che gliela tenessi. Avevo le palme sudate dall'emozione e mi sentivo terribilmente serio, mentre lei prendeva la cosa come un piacevole diversivo.

Più tardi, al tavolino di un bar, scoprì che non ero spagnolo ma italiano, e io scoprii che non era inglese ma norvegese e si chiamava Linn. Ecco perché l'avevo vista tanto spesso con maglioni a collo alto e calzoni imbottiti.

Ordinai qualcosa, ma scordai di mangiare lasciando tutto a freddarsi nel piatto. Linn rimase seduta a schiena dritta sulla sedia ad ascoltarmi parlare, sorridendo e scuotendo incredula la testa, oppure facendosi seria quando capiva che non scherzavo. Io sentivo caldo; osservavo il colore della sua maglia cambiare là dove il seno modificava l'angolo della luce, e il moto appena percettibile del suo respiro.

— Ogni notte ti sogno — le confessai, sentendomi più ubriaco che se avessi ingoiato litri di vino. — Sogno di incontrarti e parlarti, mentre tu non ricordi nulla della notte precedente; potrei dirti com'eri vestita ieri sera, e ogni notte della settimana scorsa, e il mese precedente, e quali gioielli portavi l'anno scorso. Ogni notte tu mi torturi con l'assenza del tuo ricordo; ogni notte devo tornare a inseguirti, corteggiarti, lusingarti fino a che non cedi e a quel punto io mi blocco. Mi baci, mi sorridi, mi preghi, mi ami ma io non riesco ad amarti, il mio corpo non risponde. Mi risveglio sempre con il sapore delle tue labbra sulle mie e l'amaro in bocca. Se fosse continuato ancora per qualche mese, mi avresti ucciso.

— Cosa ti fa pensare che sia finita? — mi chiese per provocarmi.

— Ora ti ho trovata, non posso lasciarti andare via. C'è un filo doppio che ci tiene legati oltre la struttura dello spazio e del tempo. Non vedi?

Sorrideva e scuoteva la tesa; allora tornavo a spiegarle da capo, a raccontarle dei miei sogni e lei si faceva seria, poi ancora diceva di non credermi.

Quasi non ci accorgemmo di essere gli ultimi rimasti nel locale. Una volta usciti, Linn guardò l'orologio e disse che era tardi, doveva rientrare.

La accompagnai al suo hotel poco distante, strappandole un appuntamento per il mattino seguente. Incredibilmente su di morale, tornai all'Alameda per affacciarmi sul panorama notturno della Serranía e respirare la stessa aria del luogo in cui finalmente avevo conosciuto la donna del sogno.

La brezza sollevava sino a me il profumo di terra della  piana, e ancora un altro profumo di rose a sprazzi. Il cielo era sereno, la via lattea scintillava dividendolo in due.

Un balenio flebile attrasse la mia attenzione sulla pianura; volsi gli occhi più o meno verso il punto in cui era stato ritrovato il corpo del dottor Cabanells. Con stupore notai nell'oscurità un formicolio silenzioso, uno sciamare di corpi in movimento verso il ponte nuovo. Un'improvvisa intuizione mi assalì: corsi a più non posso attraverso la città, passando davanti alla Plaza de Toros. Dal ponte non riuscii a vedere nulla; corsi ancora più avanti giù dal sentiero che dal mirador del Campillo scende verso il fiume, e ad una svolta tornai a vedere l'armata del primo pomeriggio: una schiera di soldati, stavolta senza armature, che avanzando a piedi trascinavano lungo il Camino de los Molinos una decina di cannoni su affusti di legno. I soldati avevano divise chiare, con cintura e cinghie di cuoio a tracolla.

Ritornai sconvolto alla pensione, accorgendomi dei avere perso la chiave del portone sulla strada. Dovetti suonare per farmi aprire dalla padrona, che per fortuna era ancora sveglia. Vide nei miei occhi una luce che la impressionò, perché domandò se mi sentissi bene.

Non riuscii a prendere sonno. Attesi quasi febbricitante l'ora di uscire a prendere Linn per la colazione.

 

* * *

 

Tre notti dopo, quando un'altra armata silenziosa comparve sul versante est della città, Linn accettò di trasferirsi nella mia camera di pensione.

La padrona la accolse con complicità femminile e da quel giorno non perse l'occasione di fermarla per le scale e chiacchierare delle cose più futili, mentre Linn che al massimo parlava un francese stentato sorrideva e annuiva con gentilezza.

Portò con sé vestiti e cappelli, libri in inglese e norvegese, CD di danze gitane e un cesto pieno di conchiglie che andava raccogliendo su tutte le spiagge di Spagna.

La sera, dopo averla lasciata nella sua camera, uscii per un giro di perlustrazione e mi accorsi del nuovo esercito che brulicava dalla parte opposta al precedente, oltre la discesa dei bagni arabi. Come avanguardia di un mare di fanti con armature di cuoio, avanzava una profonda schiera di cavalieri con elmo e pennacchio a spazzola.

Immaginai il dottor Cabanells solo nella piana arroventata, di fronte all'esercito dei suoi peggiori incubi. Compresi come egli fosse stato solo la prima vittima della guerra non dichiarata, e come fosse assolutamente necessario fermare quella moltitudine che sembrava dover progredire con smisurata lentezza nella sua marcia verso la città

Come potevo parlare a Linn della difesa della necessità di difendere la città quando era stato tanto difficile convincerla di una cosa semplice come il fatto di averla già conosciuta in sogno? Inoltre, pensavo che non sarei stato in grado di toccarla con un dito per paura di scoprire nella realtà l'impotenza del sogno.

Linn si manteneva leggermente riservata, come se volesse rendersi desiderabile per essere corteggiata; intanto godeva del sole che nel suo paese era tanto raro anche nel pieno dell'estate.

Quel pomeriggio mi chiese di fare una passeggiata per il Camino de los Molinos, ma rifiutai con una scusa. Volle andare lo stesso, da sola. La seguii di nascosto sino al mirador del Campillo, dove rimasi a osservare con un brivido mentre scendeva incurante in mezzo alle avanguardie di artiglieria che cominciavano ad arrancare per il sentiero, in cerca di una posizione dove piazzare le bocche da fuoco. Ancora pochi giorni e le case imbiancate a calce avrebbero sopportato l'urto delle bombe.

Per l'occasione avevo portato il binocolo. Osservai Linn camminare con le scarpe da passeggio in mezzo a una compagnia di granatieri con alti cappelli di pelo e vivaci stendardi. I sottufficiali discutevano tra di loro senza curarsi della ragazza che anacronisticamente passeggiava ammirando le rovine arabe lungo la china, la gonna che oscillava ad ogni passo sfiorando le ginocchia. Provai il fortissimo desiderio di imbracciare un fucile per abbattere quegli spaventosi cavalieri incuranti che nascondevano alla mia vista la passeggiata di Linn.

Un blocco alla bocca dello stomaco e la vista appannata dalle lacrime furono i primi sintomi della comprensione.

L'esercito, le due ali della morsa che andava stringendosi intorno alla città, era composto di morti. Erano schiere di defunti ammazzati per mano umana, tutte le vittime delle innumerevoli guerre dalla notte dei tempi. I fantaccini greci, i barbari, i crociati, i samurai, i fanti e i cavalieri di tutto il mondo dilaniati dalle bombe, assassinati a colpi di scimitarra o di fucile, falciati dalla mitraglia e dalle epidemie, fucilati per diserzione o per codardia. Non mi stupii che infine il luogo in cui i morti vanno dopo il passaggio sulla Terra si fosse riempito, e che ora essi tornassero per riconquistare questo mondo. Compresi come il dottor Cabanells, il sopravvissuto della guerra civile, fosse caduto prima vittima della vendetta finale.

Un vuoto improvviso mi abbracciò, disorientandomi tanto che quasi il binocolo mi sfuggì di mano quando mi resi conto che la prossima vittima ero io. Ciò che non comprendevo era perché proprio io, che non avevo mai combattuto in nessuna guerra, dovessi essere il predestinato.

 

* * *

 

— Vorrei andare al mare — disse Linn mentre, chiusi nella stanza di pensione a leggere, aspettavamo l'ora di cena.

Lo sguardo mi corse al cesto di conchiglie assortite che con perizia da dilettante Linn andava cercando di spiaggia in spiaggia, da Castro Urdiales a Alicante, da Torremolinos a Mataró, da Huelva a La Coruña.

— Al mare? — ripetei per prendere tempo. Per sottolineare la sua intenzione, Linn si provò allo specchio un cappello di paglia a tesa larga, con il chiaro intento di ignorarmi sinché non avessi acconsentito.

Non avevo alcuna voglia di accompagnarla al mare. Il solo pensiero di lasciare la città e ritrovarla al mio ritorno occupata dall'esercito fantasma mi impediva di muovere un passo fuori dai suoi confini.

— Mi sento a terra — mentii. — Potresti andare da sola; c'è una corriera che porta a Cadice in poche ore. Se ti fermi una notte, potresti essere di ritorno domani per il tardo pomeriggio.

Ignorandomi ostentatamente per dimostrare di essere offesa, preparò una borsa con asciugamani e costume. Sdraiato sul letto, straziato dalla voglia di trattenerla ma senza la minima volontà di fare alcunché per dirglielo, rimasi a guardarla mentre si rivestiva con studiata accuratezza, come per punirmi di non prestarle l'attenzione che, a ragione, pensava di meritare.

Con un fondo di nausea, ricordai di non aver ancora avuto il coraggio per tentare di vincere l'impotenza che al di là della cortina del sogno mi impediva di amarla. L'appuntamento notturno non si era più ripetuto dal giorno in cui l'avevo incontrata sull'Alameda, il profilo stagliato contro le colline della Serranía.

Mentre la accompagnavo alla stazione delle corriere mi ritrovai a pensare con orrore che non tornasse mai più da me, che da Cadice prendesse il treno per Siviglia abbandonandomi nella pensione con i suoi vestiti e le sue conchiglie, con il paesaggio inconsueto della città e l'esercito morto che la assediava.

Poi temetti ancora che, quando fosse tornata da Cadice, l'assalto delle armate delle pianure fosse già iniziato, tagliando fuori qualsiasi via di accesso alla città. Tuttavia, mordendomi il labbro, non feci nulla per trattenerla.

Ci fermammo un minuto in un bar dove fece una telefonata in Norvegia, quindi giungemmo alla stazione giusto in tempo per il biglietto.

— Ti rivedrò domani? — le domandai afflitto.

 Per la prima volta da quel mattino scostò la cortina di indifferenza che mi mostrava. Piegò le labbra in un sorriso. — Cosa dici? Certo che mi rivedrai.

Annuii a occhi chiusi. Sulla via del ritorno verso la pensione udii le prime cannonate. Mi sentii mancare perché, a irridere le mie previsioni, l'attacco era stato sferrato da est, dai bagni arabi.

 

* * *

 

Tutto il pomeriggio rimasi sul ponte nuovo a osservare atterrito i movimenti di truppe intorno al ponte romano. L'artiglieria martellava il quartiere popolare appena al di qua del ruscello, arrampicato sulle pendici orientali del Barrio del Mercadillo. Vedevo nuvole di polvere alzarsi là dove gli obici colpivano le case imbiancate a calce e i tetti di tegole e il fondo delle vie pavimentato a ciottoli.

Nessuno intorno a me pareva curarsi della tragedia. Dal ponte nuovo mi trovavo quasi duecento metri sopra la pianura, perciò potevo osservare con allucinante chiarezza ogni movimento dell'esercito morto su quel versante.

Compresi che la città non avrebbe mai potuto difendersi. Fin dove spaziava la vista, una serie infinita di armate marciava verso di noi: migliaia di bandiere al vento, stivali che calpestavano i campi coltivati, zoccoli che salivano e discendevano gli argini dei canali, le picche e le baionette alzate a tagliare il cielo. L'artiglieria era uno schieramento di nuvole di polvere da sparo tanto fitto che le correnti d'aria non riuscivano a disperderlo.

Toccava a me organizzare la difesa; ma come fare? Mi guardai intorno: i turisti passeggiavano sotto il sole, osservando le vetrine dei negozi di artigianato, affollando i tavolini dei ristoranti. Gli abitanti della città, pochi per la verità, si riunivano a crocchi, gli uomini per osservare le straniere, le ragazze per parlare di scuola e vacanze.

Impossibile. Era impossibile fermare lo scempio. Con il cuore in gola mi recai a passo svelto all'Alameda, affacciandomi alla ringhiera del mirador. Anche dalla parte occidentale l'esercito si andava preparando a un attacco. Corsi in pensione a prendere il binocolo, tornai allo stesso posto di osservazione puntandolo sulla parete di roccia perpendicolare che descrive un arco a nordovest della città, là dove un movimento tellurico deve aver spezzato in due livelli diversi il piano della Serranía. Una fila interminabile di squadroni di fanteria continuava ad affluire nelle immediate retrovie dell'esercito. Non c'era scampo, la città era perduta. Non potevo nemmeno tentare la fuga in ferrovia, non sentendomi di separarmi da Linn. Se poi la corriera su cui viaggiava al ritorno fosse stata catturata, io non avrei potuto tentare nulla per aiutarla, essendo fuggito come un codardo.

Mai. Ritrovai il mio coraggio. Dovevo darmi da fare, rendermi conto delle possibili difese, visitare i quartieri bombardati per cercare il modo di bloccare l'avanzata dei Morti, per oppormi a ogni costo alla marcia del destino.

Quanto poteva resistere la città? Un giorno, due? Le artiglierie continuavano a martellare. Cacciai un urlo di rabbia quando anche sul versante occidentale le bocche da fuoco cominciarono a farsi sentire, superando il dislivello di duecento metri che separa la piana dalla città.

I primi proiettili caddero sulla Plaza de Toros e sul gazebo costruito a picco sul precipizio. Altri proiettili crivellarono il parcheggio delle automobili, le vasche delle oche nell'Alameda e il parco dell'Hotel Reina Victoria. Corsi da una parte all'altra della città per rendermi conto dello stato dei combattimenti finché a notte tarda, stanco morto, tornai a dormire in pensione con una certa soddisfazione, poiché l'unico fronte su cui il nemico aveva sfondare era il quartiere popolare fra l'ospedale e il tajo, la profonda spaccatura nella roccia sotto il ponte nuovo, una zona di vicoli stretti e ripidi dove sarebbe stato più semplice ritardare l'implacabile avanzata.

 

* * *

 

Dopo poche ore di sonno inquieto mi svegliarono scariche di fucileria poco distanti. Senza  neppure fare colazione scesi in strada, dirigendomi armato di binocolo verso l'ospedale. Con orrore notai che durante la notte il nemico aveva fatto progressi, insinuando nel cuore della città un cuneo che rischiava di dividere i quartieri nuovi dal centro antico. I combattimenti infuriavano strada per strada, rallentando l'offensiva in uno stillicidio continuo con l'intenzione di logorare la violenza dell'attacco.

Verso l'ora di pranzo, per rappresaglia contro le ingenti perdite e per fiaccare la resistenza della città, l'artiglieria avrebbe iniziato un intenso bombardamento sui quartieri intorno alla stazione.

Ancora i turisti stranieri non si erano alzati per la prima colazione quando mi resi conto degli enormi progressi fatti dal nemico lungo il Camino de los Molinos: malgrado l'azione di disturbo di un gran numero di franchi tiratori sui tetti delle case e alle finestre, le muraglie arabe che da secoli dividono il Barrio de la Ciudad da quello di San Francisco erano cadute in mano nemica. Il Barrio di San Francisco era isolato, assediato, perduto. Nuvole di fumo denso e grasso si alzavano in quella direzione, sporcando di grigio cupo il cielo altrimenti sereno.

Sapevo che i difensori si sarebbero battuti come leoni, come già testimoniavano le moltitudini di corpi riversi lungo la strada a fianco dell'antico castello, là dove i combattimenti per il possesso delle muraglie arabe erano stati più cruenti. A modo mio soddisfatto, decisi di ispezionare il fronte settentrionale. Mi fermai solo per mangiare un panino in un bar del centro, circondato da spagnoli assonnati che si preparavano per andare al lavoro.

Guardai l'orologio: le otto e trenta. Era sufficiente che la strada per Cadice rimanesse libera per otto-dieci ore per consentire il ritorno di Linn. Volai in direzione della stazione degli autobus, dove tutto era calmo; idem alla stazione ferroviaria; la battaglia era ancora lontana.

Non riuscivo a comprendere la strategia degli assedianti. Perché sprecare tempo ed energia in attacchi suicidi sulle chine più ripide, esposte al fuoco dei difensori, al sole cocente, alle fatiche dell'arrampicata? Perché trascinare gli obici a forza di braccia per vie tanto ripide da schiantare di fatica i soldati?

Quanto sarebbe stato più semplice vincere dal lato nord, dove il fronte era piatto, largo, difficile da tenere! Ma gli attaccanti disponevano di un vantaggio che la città non aveva: la preponderanza del numero. Tutta la pianura brulicava di tende e accampamenti, bandiere, recinti di cavalli, squadroni di fanteria in marcia di allenamento, depositi di materiale, ospedali da campo.

La resistenza della città sarebbe stata spezzata a colpi di obice, i difensori stanati con il fuoco e la dinamite, gli abitanti decimati per rappresaglia. Ma per tutto ciò era necessaria la fanteria: per proteggere il lavoro degli artificieri, per contendere strada a strada i quartieri spezzati dalle granate, per snidare i cecchini, per neutralizzare i nidi di mitragliatrici, per assediare le sacche di resistenza.

In preda a un delirio incurante, mi spostai tutta la mattina da un fronte all'altro, imprecando contro i turisti, appostandomi dietro i muretti con il binocolo puntato sulle zone calde.

I combattimenti non cessarono per tutto il tempo; a metà giornata, fiaccata l'ultima resistenza al Barrio di San Francisco, l'artiglieria alzò il tiro sui quartieri nuovi. Inchiodato nelle strade del centro cittadino, il nemico concentrò i propri sforzi sulle pendici orientali del Barrio de la Ciudad, negli isolati intorno al ponte arabo e al ponte romano.

Era necessario fare di tutto per garantire l'incolumità di Linn. Mi recai personalmente alla stazione per accertarmi dello stato del fronte, e con gran soddisfazione vidi che non c'era traccia di combattimenti da quella parte, tanto che le autorità militari della città usavano il Barrio del Mercadillo per il riposo delle truppe stremate: però mezz'ora prima una granata era esplosa nel piazzale antistante la stazione, sventrando un pullman che aveva portato fin là un gruppo di turisti francesi.

Passeggiai nervosamente per ore ed ore, informandomi sugli orari di arrivo delle corriere da Cadice. Ero orgoglioso della città, orgoglioso della sua insospettata capacità di difesa, orgoglioso di me stesso. Avrei portato Linn a passeggiare sottobraccio per l'Avenida Dr. Fleming, incuranti delle granate che esplodevano sulle facciate degli alberghi. Sarebbe stato necessario curvarsi al riparo dei parapetti del ponte nuovo per passare al di là del tajo, nel Barrio de la Ciudad.

Pensai a quanto sarebbe stato eccitante sederci ai tavolini di un caffè all'aperto a osservare l'affluire dei volontari sul fronte più minacciato. Mi sentivo in grado di amare Linn. L'avrei amata anche in quel preciso momento, in mezzo alla strada, fra i lettini improvvisati dell'ospedale da campo. Sentivo di avere finalmente, definitivamente sconfitto la mia impotenza.

 

* * *

 

A tarda sera Linn non era ancora tornata. La città era agonizzante; il cuneo conficcato a viva forza nel suo cuore era affondato ancora di più nel corpo morente, fino a raggiungerne le viscere. I difensori, stremati, non avevano più la volontà né la possibilità di resistere; nel Barrio de la Ciudad non erano rimasti nelle loro mani che pochi isolati devastati.

Passeggiai nervosamente su e giù per i viali dell'Alameda, fra gli alberi spezzati e le panchine divelte, torcendomi le mani dall'ansia per la sorte di Linn. Non potevo ritornare alla pensione perché via Cristo Almendra era divenuta teatro di furiosi combattimenti. Dormii all'addiaccio, su una panca di pietra del paseo de los Ingleses, lontano da possibili obbiettivi di granate.

Gli incubi mi tormentarono per tutta la notte. Vedevo una pattuglia di Morti bloccare la corriera, far scendere i passeggeri per poi fucilarli a piccoli gruppi contro un muretto di campagna, compresa Linn con la T-shirt di cotone grigio e gli shorts che indossava quando l'avevo accompagnata alla corriera.

All'alba, affamato, infreddolito, dolorante per aver dormito sulla pietra nuda e certamente febbricitante, mi apprestai a fare l'ultimo giro di ispezione.

Da sud salivano alte colonne di fumo; mi fu impossibile passare oltre la Plaza de España spazzata dal fuoco di fucileria. Tutti gli isolati intorno al cuneo erano caduti, la testa di ponte era giunta sino alla stazione delle corriere, spezzando in due l'ultima parte libera della città.

Tutto era perduto. Gli ultimi difensori era divisi, esausti, i più combattevano sino all'esaurimento delle munizioni, quindi si arrendevano per venire fucilati quasi immediatamente.

Seduto al tavolino interno di un caffè, tenendo d'occhio la strada per Cadice, rimasi tutta la mattina ad attendere la capitolazione della città e l'arrivo dell'esercito nemico. Udivo il crepitare continuo delle armi automatiche tutto intorno, ma nel notare la freddezza degli altri avventori mi mantenni a mia volta calmo.

Hanno ragione, mi dissi, oramai tutto è perduto. È molto più onorevole attendere con calma la fucilazione che tentare la fuga.

Linn giunse con la prima corriera del mattino da Cadice. Reputai che fosse meglio non andarla ad aspettare alla stazione per evitare di comprometterla; incrociai dalle parti della pensione, sotto gli sguardi ostili delle truppe di occupazione distaccate a ogni angolo di strada. Tutto appariva così calmo, così silenzioso da far sembrare impossibile la furia di poche ore prima.

Linn mi trovò sotto la pensione, miracolosamente intatta nell'uragano della battaglia.

— Cosa ti è capitato? — domandò preoccupata, meravigliosamente ansiosa per il mio aspetto trascurato, per la barba lunga di tre giorni, i capelli aggrovigliati e i vestiti spiegazzati. — Ma tu hai la febbre! — esclamò toccandomi la fronte, prendendomi sottobraccio per riportarmi in pensione.

Insisté per farmi una doccia molto calda, strigliandomi lei stessa la schiena e mettendomi a letto. La stanchezza mi avvolse; nel dormiveglia degli ultimi minuti vidi che Linn aggiungeva nuove conchiglie al cesto.

 

* * *

 

Cenammo in un ristorante vegetariano vicino alla Plaza de Toros. Essendomi appena svegliato, non avevo appetito; Linn aveva insistito per portarmi da un barbiere e mi sentivo in ordine, le guance accese dalla lozione dopobarba.

— Mi spiegherai mai cosa è accaduto in questi giorni? — domandò Linn, più tenera e piena di cure a causa della breve lontananza e della preoccupazione per il mio stato.

Mi strinsi nelle spalle. — Nulla — dissi. — Ho sentito la tua mancanza.

Mi donò un sorriso magnetico.

— Come posso fidarmi a lasciarti, anche solo per poco tempo? — disse.

— Non lasciarmi. Non lasciarmi più.

Rise di gusto. — E come faremo? Le mie vacanze stanno per finire.

— Verrò con te in Norvegia. Verrai con me in Italia. Andremo insieme dove vuoi.

— Io ho il mio lavoro, cosa sai tu di me? Inoltre, mi pare che tu sia morbosamente attaccato a questa città.

Provai un brivido. — Non più — risposi. — Non c'è più nulla per cui valga la pena di restare quaggiù.

Famiglie di turisti dall'aspetto anglosassone si fermarono di fronte al menu, all'esterno del ristorante. Il pomeriggio torpido e sonnolento stava per finire.

— E il tuo lavoro? — insisté Linn.

Chiusi gli occhi. — Non me ne importa nulla. Oggi mi sento un uomo nuovo. È come se fossi rinato.

Dopo qualche minuto di silenzio, finito il gazpacho nelle scodelle di terracotta, appoggiai i gomiti sul tavolo per avvicinarmi a Linn e parlarle a bassa voce ma con fervore.

— Viene un momento nella vita in cui ti rendi conto di quale sia veramente il tuo posto nel mondo, quale il tuo obiettivo futuro. Può capitarti a diciotto anni, a trenta o a sessanta. A me è capitato ora.

Come sempre quando parlavo di cose troppo serie Linn si divertiva moltissimo.

— Quale sarebbe il tuo posto nel mondo? — domandò con un sorriso primaverile.

— C'è una categoria di uomini — spiegai, — che non ha radici, che non vuole padroni né servitori, che scorre nelle correnti della vita a una velocità diversa. Sono uomini e donne che vivono in sogno e che sognano nella realtà, mischiano l'idea e il mondo materiale per incapacità di distinguerli. Artisti o pensatori, viaggiatori o scienziati, musicisti o poeti, tutti vivono uno sfasamento rispetto alla realtà. Io sento di appartenere a questa schiera di pazzi, questi perseguitati da ogni inquisizione. Noialtri non siamo in grado di distinguere l'immaginazione dall'accaduto, l'idea dall'evento; non abbiamo radici in un mondo che ci etichetta come insani, come folli; non vogliamo avere alcun legame con la realtà delle leggi economiche, con questa silenziosa maggioranza morale che si sta impadronendo dell'universo. Noi non giurammo fedeltà ad alcun Re, né al denaro né ai signori della guerra, non siamo in grado di riconoscere l'importanza di quanto viene innalzato a religione da questa massa di insetti brulicanti che consuma la superficie del pianeta.

Una luce di comprensione si era fatta strada negli occhi complici di Linn, che rimase a osservarmi quasi ammirata benché non le fosse consentito da millenni.

— Ciò che dici è affascinante — ammise infine. — Affascinante almeno quanto lirico. Narciso doveva essere uno dei tuoi antenati.

Scossi la testa, comprensivo a mia volta. Del nostro pasto non erano rimaste che briciole sulle tovagliette di carta.

— Non è esagerata considerazione di me stesso — risposi, — è solo comprensione tardiva.

— E ti sono bastati due giorni per comprendere?

— Sì — risposi ridendo in cuor mio. Il velluto cupo della notte aveva già conquistato la totalità del cielo. — Due giorni di furiosa battaglia.

 

Franco Ricciardiello

 

Scritto nel luglio 1986

 

Pubblicazioni:

1.      "Ucronia" n. 3, San Giuliano Milanese (MI) 1988

2.      "Scrittura creativa", Università Popolare, Vercelli 1996

 

       < ritorna all'indice dei racconti