FRANCO RICCIARDIELLO

Ombre di imperi a venire

 

 

Mentre l’Impero del Male viaggia a ritroso nel Tempo, frantumando i secoli del futuro prossimo con la forza cieca dell’incoscienza, Joyce Harrington osserva se stessa obbligata ad un rapporto orale con un uomo dai lineamenti sfumati da una protezione ottica.

Il lamento di ghisa della campana di Hexham Bridge non la distrae. Joyce Harrington solleva gli occhiali sulle tempie, lasciandoli allacciati dietro la nuca in modo che le premano sul cuoio capelluto facendola sentire viva. Le linee rette degli edifici universitari incrostati dalla nebbia sono sempre lì, fuori dalla finestra di anodizzato. Una nausea da straniamento attutisce il suo rientro nella geometria reale del laboratorio.

Pensa di avere visto male. Pensa di essersi imbattuta in un evento C, un avvenimento privato che non ha influenza sulla venuta dell’Impero. Abbassa di nuovo le lenti sugli occhi, sentendo l’elastico impigliarsi nei capelli, per rientrare nella registrazione dell’evento.

Si vede di spalle, nuda dalla vita in su. Nota gli stessi pantaloni che ha indosso oggi, la cintura di metallo sbalzato arrotolata per terra, il foulard giapponese accartocciato sotto i piedi. Le sembra di sentire l’eco del proprio cuore all’interno della simulazione. Sente freddo. Richiama con un gesto del dito guantato il menu, controlla i parametri dell’evento: 35 giorni da oggi, con una approssimazione di 8 giorni in più o in meno.

I lineamenti dell’uomo seduto alla poltrona di damascato sono protetti da una deformazione ottica. Joyce Harrington si sposta come in sogno verso la coppia impegnata nell’atto osceno. Vede la propria testa sollevarsi quasi impercettibilmente, inginocchiata davanti all’uomo. Si avvicina al pavimento, notando l’ottima definizione della riproduzione e riuscendo a vedere il proprio volto dal basso.

Si ritrae disgustata, sollevando di nuovo le lenti per uscire nel laboratorio. Apre la finestra respirando la nebbia fino al quarto inferiore dei polmoni. Teme un giramento di testa, teme di cadere fuori, di precipitare sulle mattonelle a incastro del cortile del college.

Brividi. Joyce Harrington teme di non essersi imbattuta accidentalmente in un evento C che la riguarda direttamente. Teme si tratti di una trappola. Le viene persino in mente un’analogia con il fascismo virtuale dei media elettronici, lei che non ha mai ceduto alle seduzioni nichiliste dei tommyguns.

La campana di ghisa di Hexham Bridge batte nove colpi, perforando la nebbia acida del Northumberland. Joyce Harrington si alza dal tavolino di acrilonitrile per ordinare un caffè all’operatore della cassa. L’uomo la guarda con aria interrogativa, Joyce gli fa presente che la tastiera del tavolo non funziona.

Mentre ritorna con le mani in tasca verso la vetrina su cui si può leggere LYONS - GUINNESS - TYNE al contrario,  il dottor Coverdale entra dalla porta colore vetro di bottiglia della strada. Joyce, le dice, credevo fosse di turno oggi.

Joyce Harrington rivede l’immagine di se stessa inginocchiata davanti allo sconosciuto, come se indossasse ancora le lenti. Il dottor Coverdale? Non mi sento bene, risponde.

Una cameriera pakistana li raggiunge con un vassoio di polistirolo espanso che reca stampata una mappa di Stonehenge attraversata da vettori di forza e formule matematiche. La cameriera domanda al dottor Coverdale se prende qualcosa.

Cosa è accaduto?, domanda l’uomo mentre Joyce Harrington lo invita a sedere, ha l’aria di chi ha appena visto un fantasma di rete. O un tommygun.

Joyce è contenta di non rimanere sola. La attraversa il pensiero rapido di interrogare il dottor Coverdale sulla probabilità statistica di imbattersi casualmente in un evento C personale, ma teme di stimolare la sua attenzione. Conosce la sua curiosità professionale ed è certa di non resistere a un suo interrogatorio dettagliato. Si vedrebbe costretta a mostrargli la registrazione dell’evento.

* * *

La campana ripete i nove tocchi. Il dottor Coverdale sembra prestare orecchio a qualcosa di lontano o di interno, forse la medesima voce del silenzio che questa mattina ha sentito Joyce Harrington mentre, visionando il materiale selezionato durante il turno di notte, scopriva la registrazione .

Ho dormito poco, si giustifica Joyce sorridendo controvoglia. Posa la tazza vuota, notando che la tastiera ha ripreso a lampeggiare. Adesso mi sento meglio, rientro al laboratorio, dice pensando che sarebbe meglio accertarsi di avere eliminato la registrazione dalla console.

E’ che oggi fa davvero freddo, annuisce il dottor Coverdale con il tono di chi dice una battuta di spirito. Indossa un barbour verde decomposizione, la fodera stampata con il tartan di qualche clan distrutto da Oliver Cromwell nella battaglia di Dunbar.

La cameriera pakistana porta un altro caffè. Il vassoio adesso mostra un’olografia di Tommy Gunn virata in blu, i capelli a spazzola, bande di cuoio a X sul petto della tuta mimetica, una calibro 45 giapponese a 12 colpi nella mano sinistra. L’olografia è povera di contrasti, in modo inversamente proporzionale alla quantità di contrasti che Tommy Gunn ha scatenato nella società.

Vuole che chiami la signora Caird?, domanda il dottor Coverdale sciogliendo mezzo grammo di Sugarproof Gold nel caffè, forse preferisce tornare a riposare nel suo appartamento?

Joyce Harrington questa volta sorride in modo più convincente. Non è necessario, grazie. Preferisco terminare io il lavoro.

Il cellulare del dottor Coverdale suona. Joyce fa appena in tempo a vedere i lineamenti di Alison Caird sul piccolo display a cristalli liquidi prima di uscire in strada.

* * *

L’uomo seduto indossa una giacca di tweed di sartoria. Nessuno dei conoscenti di Joyce Harrington frequenta una sartoria. Joyce seleziona con il traguardo ottico delle dita a squadra un campione del tessuto, ricopiandolo nel proprio bloc-notes. Si sposta dietro la poltrona di damasco, cercando un varco nella deformazione ottica che dilata i lineamenti dell’uomo come i vetri discreti di una public house degli anni ‘70.

La routine brevettata da Duncan Moore le segnala che c’è ancora molto materiale elaborato durante la notte da selezionare: # 9 “B” events, ma Joyce insiste nella sua indagine privata. Sospetta qualche potere morbosamente ipnotico nel movimento a stantuffo della propria testa nella riproduzione virtuale, ma non riesce a sottrarsi al fascino della propria degradazione.

Dopo il primo smarrimento ha riconosciuto la stanza: si tratta dell’ufficio del capo dipartimento Angus Moore, fratello maggiore di Duncan. Pareti di tempera sintetica bianca, olografie del Vallo di Adriano e di Skara Brae, un’alogena a stelo, un sistema immersivo di fabbricazione tedesca, l’ampia finestra con telaio di legno.

Non può essere però sicura che l’uomo seduto sia il capo dipartimento. Naviga intorno alla coppia intenta nell’atto osceno, cercando di isolare quella parte della propria coscienza che cerca di comunicarle un collegamento fra se stessa e la Joyce Harrington della registrazione. Si sente come un sonnambulo, uno degli automi corporali di Tommy Gunn. Per un momento pensa alla registrazione come al fascismo elettronico del broadcast di Clive Winston Bentham.

Cerca nella registrazione la camicetta che deve essersi sfilata prima dell’evento. Sente il ridicolo di definire in modo così impersonale l’atto sessuale cui sta assistendo, che la coinvolge[rà] direttamente entro 60 giorni, con un’approssimazione di ± 10 giorni.

Si volta rapidamente intorno nell’ufficio riprodotto, vagamente nauseata dal ricalcolo dei poligoni ogni volta che sposta lo sguardo. Quello che cerca è ammucchiato in terra, ai piedi dello stelo dell’alogena: una camicetta di tessuto grezzo, nera con fiori chiari, che non riconosce come sua.

Un led rosso si accende nel suo angolo visuale. Joyce Harrington compie il prescritto movimento della mano destra all’interno del guanto e si ritrova fuori dalla simulazione. Si slaccia gli occhiali, rivolgendo un cenno di saluto a Alison Caird. Sei arrivata in anticipo, le dice con il sistema circolatorio ancora teso dall’esperienza all’interno della registrazione.

Alison Caird sembra stupita. Non ti eri messa d’accordo con Coverdale?, le risponde. Mi ha detto che non ti sentivi bene, che era meglio se anticipavo di un paio d’ore.

Il dottor Coverdale è troppo apprensivo, è la risposta di Joyce. Avvia il salvataggio della registrazione su chip, sperando che Alison non vi faccia caso.

La collega ispeziona il proprio posto di lavoro, di fronte all’enorme finestra di legno a ogiva che dà sui cortili interni del campus. Idiosincrasia. Quando si immerge in una simulazione, Alison Caird soffre di agorafobia se non pensa ad uno spazio sufficiente davanti a se: come se temesse di andare a sbattere contro i muri reali del laboratorio mentre naviga le strutture virtuali del ciberspazio.

Trovato qualche A?, domanda Alison visionando l’indice degli eventi selezionati durante la notte.

Joyce fa scivolare con un singolo movimento il chip con la registrazione nella tasca anteriore dei pantaloni. Senza nessuna ragione, immagina che Alison porti sotto la giacca una T-shirt con il viso di Tommy Gunn. Evidentemente il vassoio di polistirolo della cameriera pakistana l’ha colpita. Si domanda fino a che punto la violenza ideologica dei tommyguns sia divenuta endemica all’interno della società.

* * *

L’edificio di mattoni ripieni di fronte al laboratorio possiede una geometria perfetta. La torre di metallo e vetro dell’ascensore, montato in un secondo tempo all’esterno della facciata, si integra bene con il bovindo di legno verniciato di verde.

Joyce Harrington abbassa lo sguardo dalla finestra al parquet del pavimento. Duncan sta ritoccando il primo violino in un brano di Sidsel Endresen, cercando una sonorità più acustica. Ha passato metà del pomeriggio a scomporre e rimontare frammenti musicali nel tentativo di mettere a fuoco un’idea che ha in mente dal mese precedente, da quando ha acquistato l’opera della Endresen in un negozio virtuale su Hypernet.

Joyce Harrington ascolta i suoi esperimenti acustici. Si è tirata giù le maniche del pull a trecce fino alle nocche, perché nell’appartamento di Duncan Moore la temperatura è sempre di qualche grado inferiore ai 20° C. La principale preoccupazione di Joyce in questo momento non è la registrazione contenuta nel chip che ha nascosto nella sua raccolta disordinata di ipertestuali, sulla scrivania dell’appartamento al piano terra di quello stesso edificio. Pensa che sarebbe bello passare un fine settimana a Lincoln, a casa di sua sorella, insieme a Duncan. Ma le spese per il riscaldamento e le rate dell’auto elettrica non glielo permetterebbero, e inoltre Duncan non ha ancora finito di pagare gli interessi di mora per l’operazione alla tiroide dell’anno precedente.

Giocando con le dita Joyce proietta ombre lunghe nello spazio fra le ginocchia. Levandosi i capelli davanti al viso, si rende conto di un’idea fiorita spontaneamente nel suo pensiero.

Duncan, chiama, ma lui sta mettendo a punto un terzo livello di eco per i violini, con riverbero di pietra grezza. Allora Joyce cammina in punta di piedi per non disturbarlo fino al suo immersivo. Si adatta il casco leggero al capo, raccogliendo i capelli dietro la nuca, e calza il guanto. Sceglie nel menu iniziale il Long Distance Shopping, cercando di ricordare come funziona il programma di Duncan.

Seleziona il vestiario femminile, poi le camicie, quindi riempie l’aria intorno a sé di riproduzioni di camicette di tutti i generi. Passando il dito sopra ciascuna di esse, le ingrandisce in rapida successione, ma la scelta è vastissima. Comincia a girarle la testa. Ritorna al menu precedente, seleziona Camicie a fiori, riprende l’esplorazione veloce, gira su se stessa rapidamente, il dito guantato che esplode modelli di prêt à porter come se fossero alieni da far scoppiare in un gioco di simulazione.

Finalmente vede un lampo di colore, blocca il movimento, torna indietro. Annaspa per qualche secondo nell’aria e infine mette a fuoco il modello. Sfiora il pulsante tridimensionale e la camicetta si gonfia e riempie, come drappeggiandosi intorno a un busto femminile. Joyce non si trova sulla propria console, altrimenti potrebbe inviare una riproduzione tridimensionale registrata di se stessa per controllare l’effetto in anteprima.

Richiama il prezzo, sospira quando lo vede. Per comprarla dovrebbe rinunciare ad accantonare il risparmio settimanale. Stampa l’indirizzo del distributore, quindi esce dal Long Distance Shopping  e dalla console.

Duncan sembra stia misurando a grandi passi il parquet vuoto della stanza. Per un attimo Joyce Harrington pensa che abbia indosso lenti seethrough, ma si rende conto che sta solo cercando il punto migliore per ascoltare la musica in quadrifonia.

Cede alla tentazione. Entra nel gestore finanziario del sistema di Duncan. Conosce la sua parola chiave: sposta 50 ecu dal conto di Duncan Moore al proprio, quindi si sfila il guanto e il casco.

Fra due ore inizia il mio turno, dice, torno a casa.

Così presto?, domanda Duncan senza guardarla.

Voglio fare una doccia prima, risponde Joyce raccogliendo dal tavolino i CD che era venuta a chiedere in prestito, e poi devo ancora chiamare mia sorella a Lincoln.

Come ti pare?, domandò Duncan luminoso di orgoglio, che ne dici di questi archi?

Joyce Harrington presta orecchio. Se tiene gli occhi chiusi ha l’impressione di trovarsi nel transetto di una chiesa di stile romanico. Bellissimo, risponde.

E pensa che è stato registrato alla stavkirke di Heddal, le grida dietro Duncan mentre lei attraversa la porta, la più grande delle 25 chiese in legno della Norvegia. Non sembra pietra?

* * *

Garza di lana, dice la commessa in minigonna.

Chi l’avrebbe mai detto che esistesse un tessuto chiamato garza di lana? commenta Alison Caird tastando la manica della camicetta che Joyce sta misurando.

Tenga il colletto abbottonato, consiglia la commessa rimboccando e allacciando i polsini, dovrebbe portarla con un ciondolo al collo. Qualcosa di vistoso. Si faccia allungare i capelli di qualche centimetro, devono cadere sulle spalle: il suo biondo si intona con il garzato del tessuto.

E’ biondo naturale, dice Alison alla commessa fingendo di confidare un segreto, Joyce ha antenati norvegesi. E quanto costerebbe questa camicia da uomo, di due misure troppo grande per Joyce?

59 e 90, risponde la commessa. Alison Caird fulmina Joyce con un’occhiata di rimprovero, ma oramai è cosa fatta.

Joyce Harrington sa di non potere evitare l’acquisto. Non perché si sentirebbe in colpa a tenere i soldi di Duncan, e neppure per paura della commessa: però Joyce ha visto quella camicetta nell’evento C, la  registrazione del suo futuro prossimo.

Sta scendendo una pioggia fastidiosa quando escono dal magazzino. Alison guida con prudenza attraverso i sensi unici del centro città. Oggi sono nuovamente di turno insieme perché Duncan ha la sua giornata libera. Joyce pensa a un modo per tornare a immergersi nella registrazione senza che la collega se ne accorga, ma sa che non è facile. Rischia di lasciare da parte il lavoro della giornata, e il dottor Coverdale se ne accorgerebbe.

Il suo dilemma si risolve automaticamente al loro arrivo al laboratorio: il responsabile del dipartimento, Angus Moore (che è anche fratello maggiore di Duncan) le aspetta nel suo ufficio.

Joyce entra in punta di piedi seguendo la collega, conscia del fatto che la registrazione è stata ripresa in quella stanza. Angus ha aperto la portafinestra per lasciare entrare i primi raggi di sole della giornata, che filtrano dalle nuvole in ritirata, e i rintocchi della campana di Hexham Bridge. Anche Duncan le sta aspettando, ma è intento a seguire qualcosa sui propri occhiali. Appena può approfitta della tecnologia avanzata del laboratorio anche per fini personali, e l’università lo tollera perché è un ottimo ricercatore e non provoca costi aggiuntivi.

Il dottor Coverdale siede in disparte, osservando la modesta collezione di oggetti Pitti e Scotti di Angus Moore, al riparo dentro una teca di vetro: fibule, punte di lancia, un vasetto da forno.

Sono presenti anche i ricercatori del turno di notte, che al momento si occupano della supervisione alla selezione: Winnie Nichols e John Malcolm Frost

Angus Moore le invita a sedere. Duncan solleva le lenti, notando la camicia nuova di Joyce. Non è niente di ufficiale, dice il capo dipartimento, semplicemente ci tengo a informavi dei successi di questa équipe. Un evento B 1/10,90 è stato riclassificato a Londra come A 1/11,10.

Ah! Esclama Alison Caird, lo sapevo! Si tratta delle elezioni regionali in Galizia, vero?

Angus Moore scuote il capo. No, mi dispiace signora Caird. Si tratta della nascita di Vincent Zijlstra Jr.

Joyce Harrington si sente chiamata in causa. Era stata lei a selezionare l’evento, una notte di alcune settimane prima.

L’evento ha provocato un considerevole rallentamento nella venuta dell’Impero nel Sudest asiatico, spiega orgoglioso Angus. Inseguendo la linea temporale di Zijlstra Jr. abbiamo rintracciato un suo trasferimento in Indonesia, che nel secolo scorso era colonia olandese. L’influenza del suo arrivo nell’area sarà determinante.

Complimenti, Joyce, interviene il dottor Coverdale. Lei non capisce se Angus Moore lo abbia informato in precedenza, o se veramente lui si ricordi chi era stato a selezionare l’evento. Guarda la poltrona su cui è seduto il dottor Coverdale, e vede se stessa ai suoi piedi a torso nudo.

Vorrei complimentarmi con tutti quanti, prosegue Angus Moore con un gesto delle mani curiosamente mediterraneo. Purtroppo devo avvertirvi che nel bilancio di quest’anno gli stanziamenti per la ricerca sono stati ridotti del 7,50%.

Un silenzio imbarazzato gela tutti, più ancora dell’aria che è tornata fredda. Come sarebbe?, esordisce Duncan rompendo il ghiaccio, come può pensare Atkins che possiamo andare avanti con ancora meno fondi di quelli attuali? Come possono da una parte invitarci a lavorare sempre più alacremente per ritardare la venuta dell’Impero, e dall’altra tagliare le spese?

Purtroppo la ripartizione del fondi non è più controllata dall’ufficio del generale Atkins, spiega Angus Moore a denti stretti. Il generale Atkins è morto tre settimane fa in un incidente di macchina presso Wolverhampton. Si tratta di una notizia classificata della massima sicurezza fino a ieri sera.

Joyce Harrington percepisce un istantaneo irrigidimento nella respirazione di tutti i presenti. Le pare di vedere materialmente le molecole della stanza, come quei demo sulla retroazione di forza in cui si cerca di afferrare gli atomi di ossigeno e idrogeno in una proiezione immersiva.

Il generale Atkins è morto? Ripete Alison Caird. E chi ha in mano adesso il progetto?

Il generale aveva ovviamente predisposto piani di emergenza, si affretta a spiegare Angus Moore, non sono in pericolo né il progetto né la sua segretezza. Tuttavia, l’ufficio di feedback che controlla le reazioni all’interno dell’Impero del Male sta ipotizzando l’esistenza di un analogo progetto, condotto da un’organizzazione corrispondente alla nostra, con l’obbiettivo di affrettare la marcia dell’Impero a ritroso nel tempo.

E questo cosa avrebbe a che fare con la morte del generale? Interviene Winnie Nichols. Non vorrà dirci che sono in grado di provocare eventi nel nostro universo?

Si tratta di un’ipotesi, naturalmente, spiega Angus. Spetta all’ufficio di feedback verificarne l’attendibilità.

* * *

Joyce Harrington si muove con cautela nella registrazione. Si accorge che la qualità sta rapidamente perggiorando: l’immagine perde in definizione, il sistema ritarda nell’elaborazione dei poligoni, alcuni colori sono mutati rispetto alle riproduzioni precedenti. Joyce non riesce a resistere all’attrazione morbosa della propria immagine inginocchiata davanti all’uomo senza identità.

Si accorge di trascurare il lavoro quotidiano. Certamente Alison si è resa conto del suo smarrimento, perché ha già preso in carico senza farglielo pesare alcune delle selezioni notturne destinate a lei. Joyce è anche preoccupata dall’atteggiamento di Duncan.

Si rende conto di essere addormentata. Sto sognando, si dice, non è possibile che le registrazioni perdano di definizione. C’è qualcosa di oppressivo nel sogno, un’entità sovratemporale indefinibile ma assolutamente presente. Joyce Harrington ricorda i primi tempi pionieristici di interconnessione della rete, quando si credeva che potessero generarsi all’interno del ciberspazio entità virtuali come le divinità della mitologia vudù.

Ma nel sogno Joyce Harrington conosce perfettamente questa entità: è l’Impero del Male, una minaccia materiale e tangibile, rilevabile attraverso strumenti scientifici, che viaggia a ritroso nel tempo fracassando i secoli e le nazioni. L’Impero sta alle divinità vudù come l’automa corporale tommygun sta all’uomo-fascista di Clive Winston Bentham: materiale contro virtuale, corporale contro elettronico, reale contro letterario.

Si è svegliata. Sente l’aria della camera asciutta, disidratata. Duncan dorme senza il minimo sospetto, voltato dall’altra parte. Si rende conto dopo una rapida verifica mnemonica di avere lasciato il chip con la registrazione dell’evento al laboratorio.

Joyce Harrington scivola fuori dalle coperte, esce in punta di piedi. Scivola fino all’angolo cucina, tenendo i pantaloni arrotolati stretti sotto il gomito. Si riveste in silenzio, in piedi nel tronco di cono dell’illuminazione pubblica fredda e gassosa della finestra.

La porta scivola su se stessa riconoscendo la sua impronta digitale. Joyce scende nel proprio appartamento al piano terra, prende il microchip dell’antifurto e parte con la sua Austin elettrica verso il laboratorio.

La città è morta sotto la luce straniera della luna. Mentre l’Impero progredisce a velocità variabile verso il presente, frantumando la realtà fisica dell’universo, Joyce Harrington non riesce a pensare ad altro che alla registrazione del suo evento.

La Austin arranca sulla collina verso il laboratorio. Joyce preme a tavoletta il potenziometro a pedale, ma con un sibilo di sconforto l’auto si ferma dopo il secondo tornante di Slumber Hill. Nessun segno di vita dal motore.

Era già capitato un’altra volta: una questione di contatti elettrici, Joyce non sa dove mettere le mani. Scende nervosa, osservando le spirali di umidità nebbiosa. Non c’è una sola luce accesa in una casa.

Si incammina verso il laboratorio, che è comunque più vicino che tornare da Duncan; vede il cono irregolare di un proiettore sull’asfalto, sente gli spilli della luce negli occhi. Una vettura le raggiunge, scendendo dalla sommità della collina di half-detached houses. Joyce Harrington si ferma schermando gli occhi. La Rover bordeaux si ferma a fianco del marciapiede. Quattro tommyguns la stanno guardando: basco nero, indumenti militari, spille a stella rossa sui baveri. Uno indossa un giubbotto di pelle con una sciarpa dei colori dell’Union Jack.

Joyce riprende a camminare. La Rover compie una lenta inversione a U seguendola senza fretta lungo la strada.

Senza voltarsi raggiunge il cancello del laboratorio. I tommyguns la osservano, fermi pochi metri dietro di lei, inquadrandola nel fascio dei proiettori.

Joyce Harrington passa il suo badge nella serratura del cancello, che rotola su se stesso senza suono. Lo richiude immediatamente dopo essere entrata, ma i tommyguns non sono scesi dalla vettura.

Joyce sale velocemente verso l’edificio universitario. La luce al piano del laboratorio di registrazione è accesa. John e Winnie sono di turno per tutta la settimana.

Non vuole che la vedano. Sa che se riesce a scivolare in punta di piedi davanti alla porta del loro laboratorio può infilarsi nella propria stanza senza esser notata. Sente odore di fumo, John Frost usa tabacco aromatizzato.

Per sua fortuna sono entrambi immersi nei propri viaggi virtuali, sospesi sui lettini a bilanciere. Joyce dischiude il battente della porta e si intrufola nel proprio ufficio.

C’è qualcuno. Sente i capelli ritti sulla nuca. L’alta finestra a semicerchio ritaglia una silhouette: c’è qualcuno seduto al posto di Alison Caird, al buio. E’ l’uomo della registrazione, pensa. L’uomo della mia bocca.

Joyce rimane incollata alla colonna di marmo dell’ordine del giorno. Si sfila le scarpe, strisciando piegata in due verso la propria console. Scivola carponi, poi muove verso il mixer. Senza levare gli occhi dall’intruso collegato alla console di Alison, accende la spia dell’immersivo: un cerchio luminoso sul monitor si trasforma nella scena del suo incubo.

L’estraneo è in immersione nella registrazione del suo evento C. Con un balzo, Joyce Harrington si alza in piedi urlando di sdegno perché ha riconosciuto il profilo della spia.

Alison si strappa dalle tempie il casco, la fissa con occhi increduli. Cosa stai facendo qui? la apostrofa Joyce.

Costa stai facendo tu qui!, risponde imbarazzata la collega additandole i sensori del casco.

Sei venuta apposta nel cuore della notte per spiare il mio lavoro? protesta incredula Joyce Harrington.

Alison si alza, imbarazzata. Non riesce a trovare una scusa plausibile. Potevi dirmelo, balbetta, ti avrei aiutata.

Joyce allunga una mano con cattiveria, le graffia la guancia. L’amica strilla, balza indietro.

Ci sei dietro tu? insiste Joyce, sei tu che hai preparato quella registrazione? Non osa chiederle chi sia l’uomo della poltrona nell’ufficio di Angus Moore.

Alison arretra verso la finestra, schiva un altro attacco delle unghie di Joyce, chiede aiuto ad alta voce. Probabilmente Winnie e John, nel laboratorio adiacente, non possono sentire.

E’ così?, grida Joyce, da quante settimane esci di casa la notte per venire a preparare quella registrazione? Come hai fatto a simulare un evento C?

Io non ho preparato nulla, geme Alison Caird uscendo di schiena sul balconcino. La notte è nera, la nebbia sale lungo Slumber Hill. Ho solo notato che da qualche giorno eri diversa. Ti giuro, Joyce, è la prima volta che vedo quella registrazione!

Con un ululato di furia Joyce Harrington si scaglia sull’amica. Il mondo si capovolge insieme alla testa di Alison Caird, la nebbia si lacera insieme alla sua camicia, la notte urla con lei. Joyce rimane ad osservare dall’alto del balcone e del proprio fiato condensato il corpo della collega in frantumi, giù sul marciapiede del college.

E’ vagamente cosciente della presenza di Winnie e John sul balcone accanto. Torna sui propri passi come una sonnambula mentre le prime luci si accendono negli altri edifici universitari. Uscendo nel corridoio del laboratorio, un secondo prima che gli uomini della sicurezza notturna sopraggiungano, vede appesa all’attaccapanni la giacca di tweed che indossa l’uomo nella sua registrazione.

* * *

Il tè Queen Mary è forte e scuro nella tazza di smaltato, ma Joyce Harrington preferirebbe il flavour vago di tabacco del Lapsang Souchong. Duncan chiude la finestra appena finito di respirare tutte le nebbie del Northumberland.

Non pretendo che tu mi creda, ripete Joyce.

Mi spiace, non volevo farti il terzo grado, si scusa Duncan con voce confusa. Non mi ero neppure accorto che ti fossi alzata dal letto, ieri notte.

Il ragno rattrappito del corpo di Alison Caird forma ancora un collage di rimorso sulle retine di Joyce. La notte è già stata crocefissa dalla razionalità rosata dell’aurora.

Vorranno sapere cosa facevate entrambe nel laboratorio a quell’ora di notte, dice ancora Duncan Moore schiarendosi la gola. Dopotutto, non potrai rispondergli che eravate di turno.

Joyce si stringe nelle spalle. Il chip con la registrazione è nella sua tasca, anche se non ha il coraggio di depositarlo nella cassetta di sicurezza di una banca perché teme che la polizia possa seguirla. Non si è ancora mortificata abbastanza per averla dimenticata nel laboratorio la sera precedente: se così non fosse stato, Alison non avrebbe mai potuto trovarla, non sarebbe diventata un ragno scomposto sul vialetto a incastro del college.

Non ce la faccio più, torno al laboratorio, dice. Duncan non la segue, ma appena esce di casa Joyce si ricorda che la sua Austin è abbandonata a metà strada su per Slumber Hill. Non se la sente di ritornare di sopra. Affondando le mani in tasca, cammina a passo svelto verso la collina.

Un’automobile la affianca. Da sopra il bavero rivoltato Joyce Harrington vede che è la Rover della sera precedente.

Si arresta sul marciapiede, fra un lampione vittoriano e un negozio di ortopedici. Il tommygun della Rover ricambia il suo sguardo masticando un chewing-gum. Io so dov’è parcheggiata, le dice.

Aveva sempre immaginato che l’interno dell’auto di un tommygun sapesse di umidità e tabacco. Invece quando si siede accanto all’autista l’odore è asettico, impersonale, industriale. Un CB sembra ripetere messaggi della polizia o di qualche rete di informazioni via radio.

Il ragazzo guida con prudenza, al contrario di quanto avrebbe pensato Joyce. Ha una tuta mimetica con la bandiera di qualche paese sudamericano alla spallina sinistra. La Rover procede a strappi, il motore è vecchio. Non è pentita di essere salita, ma non sa cosa dire.

Raggiungono la Austin, il ragazzo parcheggia in salita. Ha capelli ricci e lineamenti leggermente stranieri, forse turchi di seconda generazione.

Grazie, dice Joyce Harrington posando la mano sulla maniglia della portiera.

Davvero state cercando di fermare l’Impero? domanda a quel punto il tommygun.

Joyce è stupita. Non sa cosa rispondere. Davvero stiamo cercando di fermare l’Impero? Davvero crediamo che rallentare la sua marcia a ritroso nel tempo abbia un senso che vada oltre il nostro gusto estetico per il conflitto fine a se stesso?

Joyce Harrington riesce ad avviare la Austin al primo tentativo. La Rover la segue da vicino, senza mollare.

Arrivati al laboratorio Joyce parcheggia e si avvicina a piedi al finestrino del ragazzo. Cosa hai intenzione di fare qui? gli domanda senza piegarsi verso di lui. C’è la polizia, potrebbero fermarti.

Il tommygun scarta un altro chewing-gum per offrirglielo. Peggio per te, pensa Joyce avviandosi verso il cancello. Si domanda se il ragazzo la stia guardando da dietro.

* * *

Duncan. Angus Moore. Il dottor Coverdale. John Frost. Il ragazzo della Rover.

Joyce Harrington sta facendo il conto di chi potrebbe diventare l’uomo della sua bocca. Teme di dovere scartare subito Duncan. Non ha mai posseduto una giacca di quel tessuto, e Joyce crede di potere escludere la possibilità che la compri nei prossimi giorni perché lei l’ha già vista negli uffici del laboratorio la sera in cui Alison Caird si è trasformata in un ricordo.

Il tommygun non è il tipo da indossare tweed, anche se non è una prova definitiva. Riesce a immaginarselo mentre scavalca la cancellata del college per saltare dalla finestra all’interno del laboratorio.

Angus Moore. Brian Coverdale. John Malcolm Frost. Non riesce ad immaginare come la se stessa della registrazione possa avere un rapporto sessuale con qualcuno di costoro

Davvero state cercando di fermare l’Impero? ha chiesto il tommygun. Mai questo obbiettivo è sembrato irraggiungibile a Joyce come oggi. E’ l’Impero del Male che sta fermando noi, si dice. Il generale Atkins schiacciato in un incidente stradale. Alison Caird precipitata dal balcone in una notte di nebbia al fosforo. Joyce Harrington inginocchiata ai piedi di un uomo dell’Impero.

Un uomo dell’Impero? E se davvero fosse così, si chiede Joyce. Impero, antimateria. Fascismo virtuale, anti-carne.

 

 Impero            -----------  vs. ---------------------- Materia

   |                                                                                                    |

   |                                                                                                    |

Fascismo virtuale          -------      vs.           ------------ Carne

 

L’Impero in opposizione con la Materia, il Fascismo in opposizione alla Carne.

Fascismo : Impero = Carne : Materia

Doppia contraddizione Carne/Impero e Materia/Fascismo. Ecco rivelata la struttura profonda della realtà. Joyce Harrington ha i brividi. Teme di avere la febbre. Non riesce a lavorare, ma da giorni nessuno riesce a lavorare al laboratorio.

Osserva dalla finestra la Rover parcheggiata oltre il cancello. Il guardiano del college è già uscito diverse volte a controllare le generalità del ragazzo, che però sembra passare la maggior parte del suo tempo a masticare chewing-gum aspettando che Joyce esca dal cancello.

Qualche volta la accompagna a casa, qualche altra volta le dà un passaggio quando lei lascia apposta la macchina nel box. Non parla mai, ma Joyce ha scoperto tramite il guardiano che si chiama Gabriel Matzkovitch, un nome che tradisce origini slave.

Oggi Duncan è partito per Reading insieme al fratello. Una rimpatriata per un Natale in famiglia. John e Winnie hanno smesso di selezionare eventi durante il loro turno: tutto il mese precedente è passato senza stipendio, il dottor Coverdale è ritornato a tempo pieno in Università. Si dice che il progetto stia naufragando miseramente per mancanza di fondi: al Ministero non hanno creduto alle prove sul potere di determinati eventi di rallentare la collisione con l’antimateria, e il generale Atkins non può più ricorrere ai suoi amici in Parlamento.

Tutto sta marcendo. Tra poco chiuderanno il laboratorio, Joyce Harrington dovrà cercarsi un altro lavoro, magari ritornare a Lincoln. L’Impero continuerà indisturbato a macinare secoli, occupando le terze pagine dei giornali per quasi cento anni ancora.

Joyce Harrington ha comprato un’altra camicia identica nello stesso negozio. Fino dal primo giorno della variabilità del suo evento C, si reca ogni mattino al laboratorio vestita uguale: pantaloni di velluto a coste, camicia di garza di lana a effetto telaio, tessuto di tartan di uno stilista giapponese sulla spalla, fermato in vita dalla cintura con fibbia di metallo sbalzato. E’ quello che indossa nella registrazione, e sa che non potrà farne a meno quel giorno, perché è già scritto nel suo futuro.

Gabo Matzkovitch sa tutto. Gli ha raccontato, seduta nella sua Rover, di quello che le accadrà inevitabilmente. Il tommygun non ha fatto commenti, ma da quel giorno ha intensificato le sue apparizioni fuori dal college.

Come tutte le mattine, Joyce fa un salto nell’ufficio di Angus Moore, controllando che non ci sia nessuno.

Ma stavolta c’è una novità: un tuffo al cuore, e un effetto di straniamento come se la puntina magnetica delle memorie di massa del suo cervello si sia sollevata. Ecco la giacca appesa in corridoio. Una mano, la sua, apre la porta dell’ufficio del capo dipartimento. Joyce Harrington vede tutto come attraverso un telerobot distante chissà quanto, e invece sono i suoi occhi.

L’ufficio è vuoto. Joyce pattina sul parquet, quasi levitando davanti all’occhio della stereocamera con il led di registrazione acceso. Chiude la portafinestra, perché se dovrà mettersi a torso nudo ha paura di prendere una polmonite. Si sfila lo scialle improvvisato, lasciandolo cadere sul pavimento davanti alla poltrona.

Sente dei passi in corridoio, accanto all’attaccapanni. Qualcuno si sta infilando la giacca. Joyce sbottona la camicetta di garza di lana, levandosela. Le sembra di vedersi ancora nella registrazione.

Joyce sta ferma.

Joyce cammina.

Joyce chiude la finestra.

Joyce respira una volta, due volte, tre volte.

Joyce è già a seno nudo quando la porta si apre e compare l’uomo della sua bocca.

 

 

Franco Ricciardiello

 

Scritto tra l'8 e il 21 ottobre 1994

 

Pubblicazioni:

1.        "Caffeina science-fiction" ("Diesel extra" n. 11), Sarre (AO) 1995

2.        edizione francese: "L'ombre des empires à venir", Fragments d'un miroir brisé (antologia a cura di Valerio Evangelisti), Payot, Paris 1999

 

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