FRANCO
RICCIARDIELLO
Saluti
dal lago di Mandelbrot
PRIMA
ITERAZIONE - MODELLO APPROSSIMATIVO DI RAFFICHE DI ERRORI
Anzitutto si riscontrano delle ore nel corso delle quali non c’è alcun errore. In base a questo fatto, ogni intervallo di tempo affiancato de due intermissioni della lunghezza di un’ora o più si propone sotto specie di “raffica di errori”, che verrà considerata di “ordine zero”. Osserviamo poi più attentamente una di queste raffiche. Vi distingueremo diverse intermissioni di 6 minuti o più, che separano delle “raffiche di errori di ordine 1”. Analogamente, ognuna di queste ultime contiene numerose intermissioni di 36 secondi, che separano delle “raffiche di ordine 2” e così via..., ogni raffica fondandosi su intermissioni dieci volte più brevi della precedente. In questo risultato, la cosa più notevole è che le distribuzioni di ciascun ordine di raffiche si sono rivelate identiche, dal punto di vista statistico, rispetto all’ordine immediatamente superiore.
Benoît Mandelbrot
Solo
gettando un’ennesima occhiata casuale allo schermo, dopo diversi minuti che
osservavo il file della sua cartella clinica, mi resi conto che l’insieme di
Mandelbrot utilizzato per riprodurre i progressi della dermatite di mia moglie
Carmen era in realtà una mappa dettagliata della sua cavità uterina. La costa
interna del lago di Mandelbrot disegnava l’endometrio, dove la curva frattale
si frantumava in una polvere di colori attraversando la frontiera dell’insieme
di Julia connesso. Nella regione immediatamente esterna il miometrio era
riprodotto da fasce concentriche di colori tra il rosato e il sanguigno. L’ostio
esterno sfociava in basso in direzione della vagina, mentre l’ostio interno si
apriva sul collo uterino come una baia lacustre sulle cui coste proliferavano le
terminazioni sempre più frantumate dei punti di Julia connessi.
“Cos’hai?”
domandò mio cognato Claudio “qualcosa non va?”
Distolsi
lo sguardo dallo schermo, scuotendo il capo. Dovevo essere rimasto troppo a
lungo a fissare i pixel fino a che avevano assunto una diversa configurazione
agli occhi della mia mente, disponendosi su forme in precedenza invisibili quasi
animate da una forma di vita elettronica.
Claudio
si sporse verso la mia tastiera. “È la cartella clinica di Carmen, vero?”
disse.
Cercai
di scuotermi. “Me l’ha data Oberhof,” mentii sentendo la saliva scendere
nella trachea.
Claudio
tornò al suo schermo. Osservai l’insieme di Mandelbrot: la didascalia diceva
ECZEMA DIATESICO SUB-ASCELLARE IN FASE DI REMISSIONE. Invece distinsi con
chiarezza gli avvolgimenti a camera d’aria delle tube di Falloppio, terminanti
nei grossi noduli a geode delle ovaie.
Colto
da un’idea improvvisa, confrontai l’indice del file che mi aveva procurato
Lele Muriatico con la cartella clinica che Oberhof aveva consegnato direttamente
a Carmen: non trovai traccia di una dermatite simile. Continuai a osservare il
frattale, mettendo a fuoco la mia attenzione su un punto oltre il piano dello
schermo. Non riuscii comunque a cancellare la forma inequivocabile di un utero.
Uscii
dal programma e composi con la tastiera video il numero di mia moglie. Dopo una
ventina di secondi Carmen rispose: si trovava dal suo coiffeur di via
Toledo. “Sei ancora al lavoro?” domandò sorridendomi da sotto la frangia.
“Sto
aspettando Claudio,” risposi. “Ascolta, Oberhof ti ha detto nulla di
particolare sull’andamento della cura?”
Carmen
cominciò a grattarsi meccanicamente la clavicola. “No. Perché? Qualcosa non
va?”
Mi
strinsi nelle spalle. “Niente. Claudio ha quasi finito, vengo a prenderti?”
Carmen
si schiarì la gola. “Non ricordi che abbiamo appuntamento all’Immacolatella
Nuova?”
Chiusi
gli occhi contrariato, me l’ero scordato. Ma tornai a guardare mia moglie
perché proiettato contro l’interno oscuro della palpebra avevo visto il lago
di pixel a 256 colori della sua cavità uterina. “Ci vediamo alle 20”
risposi interrompendo la comunicazione.
Dissi
a Claudio che tornavo a casa a cambiarmi, invece scesi in strada. In via ai
Librai presi un caffè veloce, con mani tremanti, pensando alla cartella clinica
di Carmen mentre accarezzavo con le dita la custodia trasparente del CD, nella
tasca della giacca da vela, sul quale avevo copiato il file hackerato da Lele
Muriatico.
Mi
decisi; composi il numero di Oberhof, ma sul piccolo schermo del portatile
comparvero i lineamenti della sua segretaria. “L’ambulatorio è chiuso,”
disse, “il dottore è appena uscito.”
“Avrei
bisogno di parlare con il dottore della cartella clinica di mia moglie,”
insistetti.
Mi
sembrò di leggere una chiusura in difensiva sui lineamenti sfuocati della
segretaria. “Domani è sabato,” rispose, “può richiamare in inizio di
settimana.”
Mi
schiarii la gola. “Ho il numero personale del dottore...”
“E’
andato fuori città,” si affrettò a tagliare corto la donna, “di solito
disabilita l’intercom durante il fine settimana.”
Riposi
il portatile in tasca, ordinando un altro caffè. “Che ore sono?” domandai
al barista. La routine dei miei occhiali non funzionava più.
“Le
18,” rispose abbassandosi sull’occhio lo schermo seethru’ della
lente sinistra.
Gli
allungai la carta di credito e uscii. Corsi verso via Duomo mentre cominciava a
piovere, acquistando in fretta un
impermeabile usa-e-getta alla stazione del metrò. Presi la linea nord scendendo
a Bagnoli.
Il
cielo era striato di nuvole ma non pioveva. Gettai su una duna di rifiuti la
plastica dell’impermeabile che cominciava a sciogliersi, attraversando il
cortile di ghiaia e vegetazione urbana del Tuttapposto, all’ombra delle
ciminiere che tagliavano il vento.
Una
ragazza in jeans stava piangendo seduta contro il muro dell’officina meccanica
sconsacrata. Entrai spingendo con la spalla la porta di bachelite traforata.
Messina, che era seduto al mixer nell’atrio, si allungò afferrandomi al
braccio quando cercai di attraversare la porta.
“Cazzo
vai, Matthei?” disse.
Tastai
con le dita la custodia del CD nella tasca della giacca. “Cerco Lele,”
dissi.
“Non
c’è,” rispose Messina controllandomi con un occhio solo attraverso la lente
seethru’.
Guardai
alle sue spalle lo schermo del mixer dove Lele Muriatico stava in equilibrio su
una gamba sola, la testa imprigionata in un casco che gli copriva occhi e
orecchie.
Messina
seguì il mio sguardo. “Ha da fare,” rettificò.
“Mi
siedo in un angolo,” sospirai, “ho bisogno di lui.”
Entrai
nella luce obliqua del capannone. Le pareti dell’antica officina erano nude,
gli spettatori sedevano contro le colonne o in cerchio intorno a Lele Muriatico.
Stavo per sedere anch’io in silenzio, ma quando lui percepì la mia presenza
posò in terra la gamba sollevata. Mi guardò attraverso la museruola cieca del
casco, quindi avanzò guardingo verso di me seguendo un tragitto labirintico,
come per evitare oggetti virtuali sul cemento del capannone.
“Messina
dice che hai bisogno di me,” disse nel microfono. Sentii gli occhi di tutti
addosso. Sfilai di tasca il CD, consegnandoglielo. Muriatico riattraversò in
punta di piedi una spiaggia butterata di granchi virtuali, lasciando il CD in
mano a una ragazza che avevo visto suonare il contrabbasso tascabile nel
complesso di Messina.
“Adesso?”
domandai, infastidito che tutti vedessero. Il lago di Mandelbrot dell’utero di
mia moglie Carmen si materializzò dal nulla nell’holobox sospeso al soffitto
del Tuttapposto.
“Sei
venuto per questo, Matthei?” domandò Lele Muriatico.
Mi
slacciai il nodo della cravatta. Ciò che è politico è anche personale,
pensai. “È quello che ho trovato quando ho aperto il database di cui mi hai
fornito la password” dissi “era catalogato come cartella clinica di mia
moglie.”
Tutti
guardarono la didascalia sotto i geodi cancerosi di Julia che erano le ovaie di
Carmen. ECZEMA DIATESICO SUB-ASCELLARE IN FASE DI REMISSIONE. Lele
Muriatico passò la lingua sulle ragadi agli angoli delle labbra, osservando la
stessa immagine nello schermo del casco. Allungò una mano a dita aperte come
per penetrare la vagina frattale di Carmen. Annuì.
“Dobbiamo
parlare da soli,” disse, “mi rincresce per i compagni, la festa è
finita.”
*
* *
“Oberhof,”
ricordò Lele Muriatico dalla volta precedente, quando mi aveva trovato la
password per il sistema privato del laboratorio medico. Stava masticando una
gomma ipnotica mentre planava attraverso i nodi della rete autostradale
digitale. “Analisi cliniche. Via Diaz.”
Per
seguire la sua discesa mi aveva messo in mano uno schermo a cristalli liquidi.
Le rappresentazioni tridimensionali di ammassi di dati che superava nel suo
viaggio pneumatico apparivano e scomparivano in traslazione lorentziana.
Muriatico
stava vagliando rapidamente le caratteristiche della cartella clinica di Carmen
con un software illegale. Mi domandai come potesse distinguere fra le visioni
del chewing gum al peyote e le costellazioni virtuali del ciberspazio.
Afferrai un paio di occhiali sintonizzandoli sulla frequenza dello schermo LCD.
Il
frattale L seno, di valore reale = 1 e valore immaginario = 0,4, esplose l’insieme di
Julia dei neuroni di mia moglie sull’ologramma degli occhiali seethru’.
Arretrai istintivamente di fronte alle autostrade filamentose di impulsi
bioelettrici che collegavano le cellule neurali, impressionato dalla velocità
di Lele Muriatico nel navigare l’oceano della memoria di Carmen.
“Steganografia”
disse Muriatico. Perforò il corpo calloso avvitandosi verso il basso, in
direzione del ponte di Varolio, per uscire dalla riproduzione tridimensionale.
Toccò uno switch e ci ritrovammo a circumnavigare la forma a tubo di un capello
di Carmen, delle dimensioni di un oleodotto.
Riconobbi
la parte terminale delle rive del lago di Mandelbrot. Oberhof aveva selezionato
un singolo filamento ritorto per fare da campione ai capelli di mia moglie.
“Ste-ga-no...?”
domandai.
“Steganografia”
ripeté Lele Muriatico senza cessare di planare intorno al capello. Sintonizzai
sul suo sistema i miei occhiali seethru’ accantonando con sollievo lo
schermo LCD. Muriatico ripiombò in picchiata verso la radice del
capello, sollevandosi poi in verticale. Adesso l’albero nodoso a 16 milioni di
colori sembrava un vaso sanguigno che si frazionasse in una quantità di
capillari esattamente identici al modello. “Si possono nascondere una quantità
di informazioni segrete dietro alle immagini che viaggiano attraverso la Rete“
proseguì Muriatico “E’ sufficiente alterare l’8° bit dei parametri che
definiscono il colore dei singoli pixel. La quantità di informazione contenuta
nell’ultimo bit del tono, della brillantezza o della luminosità è talmente
infima che una sua alterazione risulta impercettibile all’occhio umano.”
Seguendo
il flusso dell’iterazione ciclica di colori lungo un modello di vaso
sanguigno, ritornammo alla calma rassicurante nelle acque di Mandelbrot
dell’utero di Carmen.
“Alterazione
di informazione?” domandai.
“Crittografia.
Messaggi nascosti dietro le immagini, nell’8 bit: informazioni cifrate
in modo da non essere decrittate anche se intercettate.”
Osservai
con un lieve fastidio la nostra discesa verso il lume vaginale di Carmen,
sentendomi sbilanciato dalle vertigini della picchiata. Attraversammo una specie
di colossale lettera dell’alfabeto, poi Muriatico si voltò indietro. - STORARO
MARIA CARMELA - diceva la didascalia 3D sovrapposta alla cartella clinica.
“Tutto
questo è demenziale,” mormorai più che altro a me stesso.
“Sei
tu che mi hai chiesto di aprirti quel database,” disse Lele Muriatico,
sollevando un dito per uscire dall’archivio medico del professor Oberhof.
Mi
levai gli occhiali, notando che Muriatico staccava le connessioni del suo deck.
“E
tu saresti in grado di decrittare queste informazioni nascoste?” domandai con
un cerchio di emicrania.
Si
strinse nelle spalle, infilando il deck in una scatola di scarpe a suola di gas.
“Non è detto che le informazioni ci siano davvero, nel least significant
bit,” rispose, “finché non si trova la chiave di decrittazione, non è
possibile sapere se si tratti di un messaggio cifrato.”
Sentivo
montare la nausea. Ho bisogno di una pastiglia, pensai. “Che bisogno può
avere un dermatologo di nascondere messaggi crittografati dietro riproduzioni
frattali del corpo di mia moglie?” dissi.
“Questo
non posso saperlo io, purtroppo,” rispose alzandosi, “ci conviene filare,
non hai visto l’icona, qualche secondo prima che uscissi?” Così dicendo
infilò la porta.
Mi
riscossi. “Quale icona? Ehi, Muriatico!” balzai in piedi sentendo il primo
rumore di effrazione.
Muriatico
non era in corridoio. Lo vidi arrampicarsi sulla ringhiera del balcone, dove un
tempo carrucole montate su argani di ghisa avevano sollevato containers interi
fino all’ultimo piano dello stabilimento.
Lo
seguii nella sua arrampicata lungo la ragnatela della scala antincendio. In
basso, all’ingresso del Tuttapposto, i cilindri plastici di gas esilaranti
esplodevano mentre gli occupanti del centro sociale si erano già dileguati.
Sentivo
il fiato grosso. Attraverso i vetri polverosi distinsi figure in tuta da
combattimento, all’assalto del capannone vuoto con grossi caschi a visiera e
armi antisommossa.
Lele
Muriatico balzava come un gatto sul displuvio del tetto, poi lungo la grondaia
fatiscente. “Merda, e chi ha fatto attenzione all’icona” dissi a voce
bassa seguendolo “potevi anche avvertirmi, stronzo.”
Avevo
appuntamento di lì a mezz’ora con Carmen. Dando per scontato di riuscire a
sfuggire agli speznaz, temevo proprio di non riuscire ad arrivare in
tempo.
SECONDA
ITERAZIONE - LA CITTÀ DALLE STRADE ALEATORIE
Il piano è percorso da strisce (nastri) di direzione isotropa, tali che l’intersezione della verticale con la striscia di rango abbia lunghezza Q / r = (2 - D) / r. Il diagramma corrisponde a una D vicina a 2; la sua intersezione con una retta qualsiasi è una polvere di Lévy di dimensione D - 1 prossima a 1. Se si porta tale procedimento all’infinito, quello che rimane per le case avrà area nulla (vi si dovranno costruire torri di altezza infinita?). Quando Q supera 2, tutto il piano è riservato alle “strade”, non rimane niente per le “case”.
Benoît Mandelbrot
Il
guardiano con la fondina all’ascella mi osservò da capo a piedi, senza la
minima reazione davanti agli strappi nella camicia e alle macchie di
lubrificante e polvere sui calzoni. “Ben arrivato, dottor Matthei,” disse
con voce incolore dopo aver controllato la mia identità con gli occhiali seethru’,
“sua moglie la sta aspettando.”
Attraversai
la passerella sospesa sull’acqua, tenendo sulle spalle la giacca da vela con
il CD. Arrivato a bordo, un cameriere mi offrì un aperitivo, lo sguardo fisso
sugli occhiali che avevo agganciato al taschino lacerato della camicia. Seguendo
la fiancata del transatlantico, salii la scaletta per il ponte superiore dove mi
accolse una musica assordante.
Il
salone era pieno di invitati, parecchi dei quali dovevano già essere in viaggio
con fumo, pastiglie o alcool. La colonna sonora era una di quelle sinfonie
biologiche della Echaurren che mi sconvolgevano: se ricordavo bene, si trattava
di Metastasi ossea / ultimo stadio.
Intravidi
da lontano mio cognato Claudio. Tenendomi nascosto dietro una zigurrat di frutta
che faceva da baricentro, ruotai lungo l’asse del ponte per esplorare la festa
senza che Claudio mi scorgesse, sperando che non avesse selezionato il
cercapersone dei suoi seethru’.
Gruppi
di giovani borghesi più bruciate dei cyberpunk al Tuttapposto giacevano
sdraiate sotto gli oblò. L’onda viscerale bassa di Metastasi ossea
martellava il mio timpano con insistenza nichilista da amplificatori non più
grandi di un pugno. Seguii per mezzo minuto le parole della sinfonia sulla lente
degli occhiali, poi la sollevai annoiato.
Incontrai
una collega di mia moglie che cercò di fermarmi. Le sorrisi cercando di tenermi
in ombra, ma probabilmente vide gli strappi del filo spinato sulla camicia.
Fu
Carmen a trovarmi grazie all’indicatore luminoso del cercapersone nei suoi
occhiali. “Ma che fai?” disse prendendomi sottobraccio per portarmi in un
angolo “Ti sembra l’ora di arrivare?”
Mi
schiarii la gola. “Ascolta, non mi sento troppo bene. Avrei bisogno di
parlarti. Vogliamo uscire sul ponte lance?”
Carmen
mi scrutò da capo a piedi. “Che hai fatto? Guarda, hai del sangue sul
braccio...”
Mi
grattai nervosamente la piega del gomito. “Niente. Una zanzara.” la presi
per il polso, guidandola all’aperto. La notte del Golfo era satura di umidità,
come una cupola di evaporazione permanente. I laser di discoteche lontane verso
Capo Miseno sciabolavano la notte come alla ricerca di oggetti volanti da
identificare.
“Ma
che ti è capitato?” ripeté premurosa Carmen “Sei tutto strappato, e quei
calzoni...”
Feci
un gesto abrasivo. “Lascia stare, non è nulla. Per la fretta ho attraversato
un campo cintato, al buio non vedevo niente. Devo farti vedere una cosa: dove
troviamo un PC?”
Carmen
batté le palpebre. “Un PC? Per fare che?”
Rigirai
fra le dita la custodia del CD con la sua cartella clinica. “Ascolta... E’
cambiato qualcosa ultimamente nella terapia di Oberhof?”
Percepii
quasi fisicamente il suo irrigidimento. Incrociò le braccia, alzando il capo in
gesto di sfida. “Come sarebbe a dire cambiato qualcosa? Mi hai già
fatto la stessa domanda prima, quando mi hai chiamato dal coiffeur.”
Le
feci cenno di abbassare la voce. “Sta arrivando gente. Ascolta, Oberhof ti ha
sottoposta a esami particolari? Che so, una scannerizzazione totale, una
colorizzazione endoscopica, un...”
Carmen
si girò di scatto per tornare nel salone della festa. “Ma che vuoi adesso?”
disse alterata, senza voltarsi, “arrivi qui con tre ore di ritardo, dopo che
ti ho aspettato come una scema con quei deficienti dei tuoi colleghi che
facevano i pappagalli, tutto sporco e stracciato come un ladro, e ti metti a
fare domande sulla mia terapia medica?”
La
seguii a balzi. “Carmen, aspetta! Devo solo farti una domanda, Carmen!”
“Fatti
una doccia fredda,” aggiunse con un gesto di malaugurio della mano tesa.
La
raggiunsi nel salone, la presi per il gomito davanti agli invitati. “Non
arrabbiarti, volevo solo sapere dei progressi della... Dei tuoi progressi. E poi
come sarebbe che i miei colleghi facevano i pappagalli? Quali colleghi?”
Si
voltò per affrontarmi, rossa in viso. “Ah! Che bravo, eh?” gridò “I miei
progressi, eh? I miei progressi non esistono, e lo sai,” così dicendo si sfilò
la giacca di cotone blu gettandomela addosso. “Se di progressi dobbiamo
parlare, possono essere solo progressi della dermatite. Mi sta mangiando viva,
non vedi?” Carmen era sconvolta. Si sfilò la T-shirt da marinaio e me la gettò
ai piedi, restando a seno nudo. “Lascia che vedano tutti,” strillò ormai
incontrollabile, rossa di rabbia e tutta spettinata. “Signore e signori, Maria
Carmela Storaro soffre di dermatite. Guardate qua: eczema atopico? Cancro
cutaneo? Psoriasi acuta? Chi è senza idee scagli la prima pietra.”
Sentii
affluire il sangue al viso. “Carmen, lascia stare,” sussurrai. Non avevo il
coraggio di guardare in viso gli invitati.
“Diciotto
mesi” proseguiva Carmen rossa di furia, sollevando un braccio e premendo con
l’altra mano sotto il seno per mostrare la chiazza rossa squamata fra il
capezzolo e l’ascella, “Diciotto mesi e continua ad avanzare. Il buco
nell’ozono? Raggi ultravioletti? Sifilide? Qualcuno ne ha idea?”
Raccolsi
la maglietta e corsi per raggiungerla. “Carmen, è meglio se ti copri”
sussurrai vedendo sopraggiungere suo fratello Claudio. “Scusate,” aggiunsi
sorridendo agli invitati, e cingendo mia moglie alla vita la portai all’aperto
in direzione della passerella.
“Dove
hai la macchina?” domandai sforzandomi di mantenere la voce su un tono
normale, perché la guardia ci teneva ancora d’occhio mentre attraversavamo il
parcheggio davanti al molo.
Carmen
infilò la maglietta marinara. “In ultima fila,” rispose più calma;
“guida tu, non mi sento bene,” aggiunse con un gesto vago allungandomi il
chip della portiera.
Le
cinsi il fianco con il braccio, ma si irrigidì appena sfiorai l’eczema.
“Cos’hai in tasca?” domandò sentendo pungere.
“La
tua cartella clinica.”
La
aiutai a entrare in auto. Si abbandonò contro il sedile allacciando la cintura
di sicurezza e chiudendo gli occhi. Avviai la climatizzazione per non che avesse
freddo e misi gli occhiali per seguire il flusso fosforescente della torre di
controllo del traffico.
Corso
Garibaldi, m. 800 direzione nord - via Poerio, m. 300 direzione nordovest
Guidai
lentamente lungo Corso Garibaldi, seguendo il nastro luminoso all’interno
degli occhiali, incerto su cosa fare. Un blindato della polizia era parcheggiato
di fronte alla stazione della Circumvesuviana. “Carmen...?” la chiamai con
discrezione, ma non rispose. Voltai verso il tribunale, accendendo la TV a
volume inaudibile.
Carmen
si era addormentata. Provai compassione per lei: la dermatite le stava divorando
la vita, avanzando centimetro dopo centimetro senza che nessuno specialista
riuscisse a fare niente. Il dottor Oberhof era l’ultima spiaggia prima della
resa. E dopo la resa?
Distinsi
un riflesso dall’occhio elettronico sulla torre del traffico, in alto verso
Capodimonte. Pensai che sarebbe stato il momento adatto per un joint, ma
era l’auto di Carmen, avrebbe continuato a sentire l’odore di fumo per
giorni e giorni nella moquette di nylon.
Via
dei Tribunali, m. 400 direzione ovest/sudovest - via Duomo, m. 950 direzione
sud/sudest
Sarebbe
possibile sovrapporre attraverso le lenti al corpo di Carmen la riproduzione
frattale dei suoi organi interni? pensai.
Polmoni di bronchi frattali sopra la pelle ondulata della schiena. Ragnatela
arborescente di vasi capillari tra la clavicola e il gomito. Massa pesante di
circonvoluzioni cerebrali sopra il nero dei capelli. Geode di polvere colorata
lungo le coste del lago di Mandelbrot proiettato sul suo basso ventre.
Rallentai
svoltando in via Duomo in direzione del mare, e con il dito ricercai la sintonia
mentre osservavo i poliziotti in equipaggiamento da guerra fermare i pedoni per
controlli di routine. Il canale TV sembrò disturbato. Per un attimo credetti in
una allucinazione: sullo schermo del cruscotto era passata una immagine di Lele
Muriatico nell’atto di fare una smorfia.
Guidai
pensieroso fino al lungomare, dove il traffico era molto più intenso. La torre
di Capodimonte lanciava fasci di segnali codificati ai processori delle auto in
transito verso Portici o in direzione opposta, verso Mergellina.
Parcheggiai
accanto a una cabina VT, come illuminato da un raggio di informazione
concentrata della torre. Connessi il mio intercom al terminale e composi il
numero personale di Muriatico.
Stava
aspettando la mia chiamata, sorridente. “Te la sei cavata, Matthei” disse
“in caso contrario, non credo che potresti chiamarmi da Poggioreale.”
“Vaffanculo,”
lo aggredii controllando che Carmen in auto non si fosse svegliata, “ho dovuto
saltare una siepe di filo spinato, mentre gli speznaz mi sparavano
proiettili di gomma. E dall’altra parte non c’era un materasso, ma un
fossato di residui acidi.”
Muriatico
trattenne un sorriso. “Lo sai quanto è duro amare un centro sociale.”
“Perché
disturbavi il segnale TV dell’auto di mia moglie?”
“Ho
appena fatto un giro nel database di quel tuo dermatologo. Ho collezionato del
materiale affascinante. Posso mostrartelo, Matthei?”
“Hai
decifrato il codice nascosto in quella stegoscopia?” domandai predisponendo la
memoria di massa dell’intercom per la ricezione.
“Steganografia.
Ti fornirò il nome di un amico adatto a risolvere il tuo problema di codici.
Ecco, la trasmissione è completata.”
Grugnii.
“Quando ti farai vivo?”
“Ho
bisogno di qualcosa. Cento. Mi sto nascondendo.”
Inspirai
profondamente. Estrassi di tasca il numeratore del mio conto corrente,
avvicinandolo al microfono del VT. “Te ne accredito 50,” dissi controllando
il saldo nella lente degli occhiali, “per ora non ho di più. Componi il
numero.”
Lele
Muriatico obbedì. “A presto” disse per saluto “ah, a proposito, Matthei:
complimenti per tua moglie.”
E
svanì dal video. Che diavolo vuoi dire? pensai estraendo l’intercom
dalla slitta. Tornai all’automobile rabbrividendo per le raffiche di vento
freddo dal Golfo.
Carmen
aprì un occhio appannato per guardarmi senza fiatare. Trovai un varco nel
flusso del traffico, svoltando a U per tornare verso il Maschio.
Via
Nuova Marina, m. 700 direzione ovest/sudovest - via Cristoforo Colombo, m. 450
direzione sud/sudovest
Collegai
l’intercom alla slitta della TV nel cruscotto. Senza staccare la mia
attenzione dalla strada, vidi apparire sullo schermo tutta una serie di
ventricoli bronchiali. Seguì un gomitolo di vasi sanguigni frattali così
intricato da lasciare poco spazio per immaginare organi e tessuti muscolari
Mi sembrò di vedere una rappresentazione organica della città dalle
strade aleatorie di Cantor e Lévy, con trema a forma di vaso sanguigno che si
moltiplicavano intersecandosi all’infinito senza lasciare posto per gli altri
organi.
Scollegai
l’intercom e le informazioni ricevute da Lele Muriatico. L’automobile
rollava lentamente sotto le luci di fianco al municipio, mentre gruppi di
ragazzi in uscita notturna passeggiavano a piedi sul lungomare. Poliziotti con
grossi fucili a idrante stazionavano all’angolo dei giardini.
“Stai
attraversando la più bella notte del Tirreno degli ultimi tre mesi,” disse una ragazza dai lunghi capelli neri affacciandosi da una stazione
TV di Anacapri, “se non fosse per alcuni milioni di tonnellate di ossido di
carbonio, potresti vedere il piano dell’ellittica della Via Lattea.”
Sfiorai
con il polpastrello dell’indice il quadratino rosso in basso a destra dello
schermo. Apparve una scritta in sovrimpressione, MARIA PRIMULA ROSSI.
Via
Ferdinando Acton, m. 500 direzione sudovest - via Toledo, m. 1.200 direzione
nord
Svoltai
con precauzione verso piazza Plebiscito, cercando di evitare gli ubriachi
distesi sulla carreggiata. Presi d’infilata il segnale della torre del
traffico, cedendo la guida al pilota automatico che mi incolonnò lungo la retta
tangente di via Toledo. Davanti alla Galleria, un mangiatore di fuoco dalla
pelle colore caffelatte eruttava vampate verso il cielo, sotto lo sguardo vuoto
dei caschi antisommossa della polizia. Fissai lo sguardo su di loro per tre
secondi, ma all’interno delle lenti lessi INFORMAZIONE NON DISPONIBILE.
Una pattuglia di viados colombiani ci superò in moto, la metà superiore
del viso filtrata da visiere seethru’.
Un
cannone sparava fiori olografici dalla certosa di San Martino. Ricordai i
medaglioni di carne che avevo mangiato una sera con Carmen, affacciati al
pergolato di pampini verderame, appena prima che il ristorante chiudesse per la
notte, con il vento che mulinava tovagliolini di carta sul cemento.
Sfilammo
con lentezza da autostrada americana sulla leggera salita di via Toledo. Giunti
in fondo ripresi il controllo dell’auto e parcheggiai dietro il monumento a
Dante, mentre le luci teleguidate delle altre vetture proseguivano verso la
tangenziale.
Calai
il finestrino, Carmen sospirò girandosi dall’altro lato.
“Le
due e trenta di notte,” cantilenò
sottovoce la ragazza da Anacapri, Maria Primula Rossi. “Martedì 26 aprile.
Cosa altro vorreste fare di martedì 26 aprile, a quest’ora del mattino, se
non scendere nell’acqua fino al mento per lasciarvi galleggiare con una
leggerezza sostenibile?”
La
ragazza aveva grandi occhi chiari, una mascella triangolare e capelli spettinati
come Carmen. Scesi senza fare rumore, raggiunsi la cabina VT sotto il monumento
a Dante e composi il numero di casa, connettendo l’intercom. Digitai il codice
appoggiando il numeratore al microfono, poi diedi istruzioni al sistema
domestico.
Avvicinai
gli occhi al binoculare della cabina. Vidi due triangoli isosceli di colore rosa
a vertice ottuso, contro un velo di sangue cupo. Quasi immediatamente si
scissero ognuno in due lobi, separati da un profondo diedro dalle pareti quasi
rettilinee. Di nuovo, altri tagli frazionarono triangoli di carne nei lobi
precedenti, aprendo bronchi arborescenti nei polmoni di Carmen.
Non
è possibile, ricordo che pensai nella
più bella notte del Tirreno da tre mesi a quella parte. Carmen ridotta a una
formula matematica. 1 / [2 cos (p
/ 4 - e
/ 2)]. Rapporto leggermente inferiore a 0,707 per ogni bronco aperto nel lobo di
polmone precedente. Geometria frattale per il corpo nudo di mia moglie. Sonde
nanobiomeccaniche attraverso i vasi sanguigni per scannerizzare ogni cellula.
“Complimenti per tua moglie” ha detto Muriatico.
Estrassi
lo sguardo dal binoculare, interrompendo il collegamento con il sistema
domestico. Appena fuori dalla cabina, un tombino fumava umidità. C’era odore
di frittura di mare e silicone, e i cerchioni delle auto in via Toledo
strisciavano luce sull’asfalto. Composi il numero di Lele Muriatico, ma mi
rispose un salvaschermo che riproduceva un intestino tenue sospeso nel vuoto del
ciberspazio.
Sfilai
intercom e scheda del conto corrente dal terminale VT. Carmen mi guardava
attraverso il finestrino, come una copia frattale di Maria Primula Rossi, la
ragazza di Anacapri.
Appesi
l’intercom alla custodia della cintura, senza levare gli occhi dalle gambe
nude di mia moglie attraverso il cristallo del finestrino. “Ho fa-me,” sillabò
Carmen muovendo con enfasi le labbra.
Via
Pessina, m. 400 direzione nord - via Salvator Rosa, m. 200 direzione nordovest,
m. 200 sud/sudovest, m. 250 sudovest
Carmen
si infilò la giacca mentre seguivo brevemente il traffico verso la tangenziale,
uscendo quasi subito per arrampicarmi verso Castel Sant’Elmo. Posai la mano
sulla sua coscia nuda, pensando al leggero eritema lanceolato della sua piega
inguinale.
C’era
un chiosco turco prima di piazza Mazzini. Parcheggiai lentamente, con
affettazione, mentre Carmen si osservava i capelli nello specchietto del
parasole.
Spensi
il motore. “C’è qualcosa di insostenibile nell’aria, stanotte,” stava
dicendo Primula Rossi con voce a cristalli liquidi. Aveva una pelle scura da
siciliana e occhi neri, eyelineati di acquamarina. Distinsi lo scintillio dello
specchietto di una telecamera miniaturizzata nella sua pupilla destra. “È
come se tutta la vita dovesse scorrervi davanti nel frammento privo di luce
solare di un’ora. Se siete su una spiaggia, cercate di resistere alla
tentazione di annegarvi.”
Abbassai
il cristallo del finestrino. Un ragazzino turco con un cappello di lana si
avvicinò con le mani nelle tasche, poi andò a prenderci un rotolo di kebab.
“Cosa
volevi dire quando mi hai chiesto se era cambiato qualcosa nella cura?” domandò
Carmen rauca.
Mi
strinsi nelle spalle. “Niente, un pensiero senza senso. Vuoi che torniamo a
casa? Sono le due passate.”
Il
ragazzino ritornò, gli allungai la carta di credito attraverso il finestrino.
Attesi in silenzio respirando il profumo di rose e manzo arrostito della notte,
fino a che Carmen ripiegò il tovagliolino di cellulosa vuoto.
*
* *
Mancavano
poche centinaia di metri per casa nostra. Parcheggiai nella rimessa sotterranea
del complesso Mater Dei, trattenendo la pesantezza dell’automobile lungo la
rampa zigrinata di cemento. Nella nuova zona residenziale delle Torri non
c’era polizia stazionante, ma era raro che i malintenzionati si addentrassero
nel quartiere.
Salimmo
in ascensore, sottobraccio, dalla luminosità al neon dell’autorimessa
impregnata di nafta e GPL.
“A
che ora devi svegliarti domani?” domandò Carmen.
“Domani
è sabato.”
Appena
entrati nell’appartamento il sistema di sicurezza cominciò a lampeggiare.
“Chiamata dal sotterraneo” disse la voce registrata di Carmen.
Osservai
nel circuito interno. Era Messina, con il naso grottescamente deformato dal
grandangolo, sullo sfondo monocromatico dell’autorimessa. “Vengo da parte di
Muriatico” disse.
Carmen
era già scomparsa in punta di piedi nella zona notte dell’appartamento. “Lo
sai che ore sono?” domandai al videocitofono.
Messina
si guardò alle spalle. “Dài, Matthei. Potrei avere le testedikuoio alle
calcagna.”
Digitai
il codice di via libera. Mi slacciai la cravatta gettandola sul divano, poi
preparai due bicchieri di minerale. Quando tornai in soggiorno Messina era già
seduto sui cuscini puliti, con il suo chiodo di pelle impermeabilizzata dal
troppo uso, gli anfibi sul tappeto peruviano regalatoci da mio cognato Claudio.
“Cos’è
accaduto ieri sera al Tuttapposto?” domandai tendendogli la minerale, “si è
fatto male qualcuno?”
“Eravamo
tutti preavvertiti, Muriatico ha installato un sistema di allarmi elettronici
che le testedikuoio neppure si sognano.” Armeggiando con il telecomando,
Messina sintonizzò il mio TV sulla stazione di Anacapri. Primula Rossi adesso
era inquadrata a mezzo busto, con un grosso revolver ad aria compressa sulla
scrivania dello studio, in mezzo alle mani posate sul piano come per una seduta
spiritica.
“Cosa
ti ha mandato a fare, Muriatico?” domandai, veramente stanco. Rimpiansi di non
aver assaggiato il kebab insieme a Carmen perché sentivo anche fame.
Messina
materializzò un CD senza custodia fra le dita, senza staccare gli occhi dalla
anchorwoman di Anacapri. “Una collezione interessante,” commentò,
“Muriatico ha detto di avvertirti che nei database di quel medico c’è una
ricostruzione completa del corpo di tua moglie. Ti confesso che mi piacerebbe
vederla di persona.”
La
minerale mi andò di traverso, e tossii. Avrei preferito che Lele Muriatico non
propagandasse il lavoro che gli avevo richiesto. “E per la stegografia?”
domandai comprimendo la trachea, mentre sentivo scorrere l’acqua nei servizi
igienici. Carmen stava facendo la doccia.
Messina
mi guardò come se non comprendesse. “Ah, il least significant bit. Il
CD comprende anche una lista completa del contenuto degli ottavi bit. Ma da
questo a trovare il codice il passo è lungo... Non so se Muriatico sarebbe in
grado.”
Primula
Rossi aveva appoggiato la testa sulla scrivania, accanto alla pistola. La camera
le inquadrò la parte superiore del viso, fra l’angolo del labbro sinistro e i
capelli, includendo un occhio e mezzo e l’orecchio traforato dalle linguette
metalliche del circuito elettronico neurale. “La modernità sta
distruggendo il tessuto connettivo sociale,” recitò la ragazza, “l’urto
della tecnologia è insopportabile per una civiltà ancora impreparata. Non
siamo riusciti a evitare lo shock del futuro, che ci sta colpendo con la stessa
violenza della polizia nel chiudere i centri sociali.”
“E
chi sarebbe in grado?” insistei, stringendo i denti nel vedere la suola
degli anfibi sulla lana delle Ande.
“Muriatico
mi ha incaricato di accompagnarti da un amico, a Lacco Ameno. Se c’è qualcuno
che può aiutarti con il tuo problema di steganografia, è lui.”
In
quel momento rientrò Carmen dalla zona notte dell’appartamento. “Dove
vorresti andare, a quest’ora?” domandò. Aveva i capelli bagnati incollati
alla fronte e al collo, aggrovigliati in ciocche umide sulle spalle. L’acqua
che avevo sentito scorrere era per lo shampoo.
Controllai
la reazione di Messina, che non conosceva mia moglie. Sta confrontando
l’originale con la copia frattale di Oberhof, pensai.
Messina
abbassò le lenti seethru’, ma non potevo sapere quali informazioni
cercasse. Dopo qualche secondo sorrise. “Posso fumare?” domandò estraendo
dal chiodo uno spinello tranciato a metà.
Carmen
lo incenerì con lo sguardo, poi gli indicò in silenzio la porta della
terrazza. Lui si alzò pesantemente, uscì e rimase affacciato con il viso e una
spalla mentre accendeva il joint con un piezoelettrico.
“Sono
le tre passate,” disse Carmen andando a sedersi al posto di Messina, sul
divano. Raccolse la propria giacca dal cuscino voltandola al contrario per
coprirsi le braccia e il ventre.
“Devo
uscire un paio di ore,” dissi pensando di cambiarmi la camicia strappata, “è
meglio che tu vada a letto.”
Carmen
osservò Messina nella portafinestra aperta. “Gradirei che tu mi dicessi cosa
sta accadendo,” disse, “cosa significavano quelle domande sugli esami
clinici di Oberhof, giù all’Immacolatella?”
“Oh-oh,”
disse Messina traendo una boccata di pakistano nero, “scannerizzazione
corporea?’
Carmen
trattenne il respiro. “Me l’hai chiesto anche tu... Cosa hai visto nella mia
cartella clinica?”
“Fa’
vedere quel CD a tua moglie,” disse Messina.
Carmen
si irrigidì. “Cosa c’è da vedere? Cosa sa questa sottospecie di punk della
mia cartella clinica?”
Sentivo
un’emicrania esiziale. Avrei voluto uscire in terrazza a dare il cambio al joint
di Messina, pur di prendere aria fresca. “Oberhof
non si è limitato a produrre una mappatura del tuo eczema,” dissi con
una voce secca che mi stupì. “La cartella clinica contiene una...” guardai
Messina, quasi divertito nel vedere il mio imbarazzo, “una riproduzione
tridimensionale del tuo corpo.”
Carmen
tacque, dondolandosi avanti e indietro sul cuscino del divano. “Il
day-hospital...” disse dopo qualche secondo.
Messina
strizzò gli occhi mentre aspirava una penultima boccata dallo spinello, quasi
ridotto a una brace. Sembrava molto interessato alla minigonna blu di mia
moglie. Carmen era impiegata nello studio di un pranoterapeuta, uno dei pochi
lavori per i quali fosse ancora richiesto un rapporto umano. Non che la sua
persona fosse indispensabile per l’attività del guaritore, ma la sua presenza
fisica nella sala d’aspetto dello studio intratteneva i clienti mentre, seduta
alla scrivania di vetro, rispondeva al VT fingendo di inserire i loro dati su
maschere elettroniche.
“Ricordo
una specie di polmone artificiale,” continuò Carmen accavallando le gambe,
“o una macchina per la tomografia assiale. Credevo servisse a rilevare altre
possibili lesioni cutanee.”
Messina
proiettò il mozzicone dello spinello nella notte, oltre la ringhiera della
terrazza. “Ti aspetto di sotto, Matthei,” disse avviandosi verso la porta,
non senza lanciare un ultimo sguardo alle gambe nude di Carmen.
“Cos’è
questa storia?” domandò lei appena Messina fu uscito. “Mi nascondi
qualcosa?”
Inserii
il CD che tenevo in tasca nel caricatore. Poggiai il palmo sulla trackball,
selezionando a velocità esperta un’immagine: apparve una riproduzione
dell’intestino tenue di Carmen, forse la stessa che Lele Muriatico aveva messo
come salvaschermo quando l’avevo chiamato al suo numero privato. Selezionai
una porzione qualsiasi del tubo intestinale, ingrandendola.
“Che
scherzo è questo?” disse Carmen davanti a un particolare della sua mucosa
intestinale “Cosa sarebbe?”
“Omotetia,”
dissi a denti stretti, “selezionando un particolare qualsiasi di un’immagine
frattale e ingrandendolo, si ritrova una riproduzione della forma iniziale.
Autosomiglianza. Buona parte del corpo umano è descrivibile con la geometria
frattale.”
Ingrandii
un particolare della superficie a cunette dell’intestino, che si trasformò in
una serie di filamenti ricoperta all’esterno da una frangia di filamenti più
piccoli.
“La
superficie di assorbimento dell’intestino aumenta a livello esponenziale,”
proseguii come ipnotizzato, “in modo da poter assimilare la maggior quantità
possibile di soluti.”
Ingrandii
un particolare delle frange, che si rivelò una bulbo con un follicolo alla
base. Di nuovo, la superficie esterna era composta da bastoncelli simili a
frange.
Carmen
strinse le labbra come per evitare di rimettere. “E questo sarebbe...”
“Una
serie di ingrandimenti successivi della superficie interna del tuo intestino
tenue,” dissi senza misericordia, ingrandendo i bastoncelli fino a
trasformarli in una palizzata rigida, completamente ricoperta da una muffa di
rametti contorti in ogni direzione.
Carmen
si alzò in piedi, lasciando scivolare la giacca. “Basta così,” disse.
“Cosa
è accaduto della nostra capacità di analisi?”
domandò Primula Rossi apparendo sullo schermo appena estrassi il CD, “l’umanità
si è trasformata in un gregge schizofrenico, un pidocchio nell’epidermide
dell’eternità. Lo shock del futuro.”
TERZA
ITERAZIONE - MODELLO SOMMARIO DELLE COSTE DI UN’ISOLA
A scale estremamente piccole, il concetto di costa cessa di appartenere alla geografia. Strettamente parlando, il dettaglio dell’interfaccia tra l’acqua, l’aria e la pietra è di pertinenza della fisica molecolare; è perciò necessario fermarsi prima, e domandarsi cosa succede quando il passaggio all’infinito viene vietato.
Benoît Mandelbrot
Carmen
rimase appoggiata alla ringhiera del parapetto, le mani nelle tasche della
giacca. Messina si addormentò su uno dei sedili al coperto masticando un
chewing-gum ipnotico. Io osservavo all’interno della lente sinistra dei miei
occhiali Primula Rossi, la ragazza di Anacapri, senza inserire l’audio.
Il
vento attorcigliava i capelli di Carmen, vento caldo di golfo che annunciava
l’arrivo di maggio. Troppo facile amare donne come Carmen, pensai. E’
troppo semplice idolatrare una donna bella. Bisognerebbe volere bene a una donna
dal naso grosso, o a una di cento chili. Una donna dal collo lungo, dalle spalle
ossute da maschio; una donna brutta, gli angoli della bocca tristi, mai un vento
di golfo nei capelli.
Il
traghetto si arrampicava a fatica sulle onde. Non c’erano altri passeggeri per
Ischia oltre noi tre. Finalmente l’attrito del vento sui capelli di mia moglie
rallentò, la nuvola simile a un frattale plasma che le circondava il profilo
ricadde sulle spalle.
Uscii
insieme a lei, seguendo con gli occhiali seethru’ le operazioni di
attracco del traghetto a un molo di cemento nanocostruito. Il porticciolo di
Ischia sapeva di notte e catrame, un trasmettitore lanciava raffiche di segnali
ottici alla torre del traffico di Capodimonte.
Messina
ci seguì, preannunciato dal fumo del suo spinello. Un’automobile ci attendeva
sulla strada, riuscivo a vedere a malapena l’autista che sporgeva gli occhi
dal cristallo. Solo quando Messina aprì la portiera mi resi conto che si
trattava di un ragazzo paralitico, dalla grossa testa deforme e dal corpo
scheletrico come un internato di lager. DISTROFIA MUSCOLARE
dicevano gli occhiali.
Salii
sul sedile posteriore insieme a Carmen. Messina ci presentò il nostro autista,
che si chiamava Dingo. Mentre l’auto ripartiva senza che il ragazzo toccasse
comando con i movimenti spastici delle mani, Messina sporse lo spinello fuori
dal finestrino per evitare di infastidirci.
Dingo
guidò con le connessioni elettroniche dei comandi innestate direttamente nelle
vie motorie piramidali in discesa del mesencefalo. Rabbrividii al pensiero del
dolore inimmaginabile causato da un intervento chirurgico così vicino
all’acquedotto di Silvio, tra i peduncoli e la lamina quadrigemina.
Occhiali
parabolici coprivano completamente gli occhi di Dingo. Non avrei giurato che
vedesse la strada in entrambe le lenti: per quello che potevo saperne, uno dei
due occhi poteva seguire in quel momento l’agonia esistenziale di Primula
Rossi in diretta da Anacapri in quella notte in fin di vita.
“Cosa
siamo venuti a fare?” mi domandò Carmen in un orecchio.
“Dev’essere
un esperto di crittografia,” risposi, “senz’altro, se Lele Muriatico ci
manda da lui, è in grado di aiutarci.”
Seguimmo
lentamente il profilo della costa verso ovest. Dopo pochi minuti Carmen si
abbandonò sulla mia spalla, Messina gettò il mozzicone dello spinello giù
dalla scogliera.
Tirai
giù le lenti dei seethru’ sintonizzandomi sulla stazione TV. Primula
Rossi stava volteggiando lentamente sul baricentro della sedia girevole, con gli
occhi chiusi, il revolver a compressione ancora posato sulla scrivania. La
trasmissione sfumò in una neve di pixel eccitati, ricomponendosi
nell’immagine di Lele Muriatico.
“Attenzione
ai serpenti a sonagli,” disse, “sei ancora sveglio, Matthei?”
Sussultai.
Composi in fretta il suo numero personale. “Dove eri finito?” domandai
appena rispose, “la prossima volta sei pregato di non usare l’intestino di
mia moglie come salvaschermo.”
“Càlmati.
Avevo le mie buone ragioni per scomparire. Le testedikuoio mi stanno dando una
caccia forsennata, hanno intercettato per tre volte le mie emissioni. In questo
momento invece sono schermato, e sto seguendo il vostro tragitto verso Lacco
Ameno con un ottico direzionale.”
Mi
sentii a disagio. “Vuoi dire che riesci a vederci anche a Ischia?”
“Proseguite
fino al laboratorio di Dingo. Le testedikuoio non sanno ancora che Messina è
con voi. Penso che il ragazzo sia in grado di darti seriamente una mano. Dagli
almeno 200 euro quando finisce.”
Una
nuova raffica di errori. Ritornò l’emittente di Anacapri. “Le cinque e
quindici,” Primula Rossi, “ieri notte le testedikuoio hanno fatto
irruzione nel centro sociale di Bagnoli. Alcuni compagni hanno cercato un’ora
fa di raggiungere il Tuttapposto per constatare i danni, ma sono stati fermati.
Siamo sicuri che Lele Muriatico è riuscito a mettersi in salvo. Hasta siempre
la victoria del proletariato unito.”
Dingo
rallentò appena raggiungemmo Lacco Ameno, poi entrò nel cancello elettrico di
una villa nascosta fra palme nane e macchia mediterranea.
“Ci
rifiutiamo di sapere qual è la ragione che ha spinto gli speznaz
ad assaltare il centro sociale. Non vogliamo neppure prendere in considerazione
le motivazioni della magistratura. Le nostre riflessioni, come sempre, sono di
ordine ideologico. Forse abbiamo trovato una ragione per non usare questa,
almeno stanotte,” terminò la ragazza spostando il revolver fuori campo.
Eravamo
arrivati, Carmen stirò le membra. Il sole non accennava ancora a sorgere ma una
mezzaluna radioattiva cominciò a spegnere le stelle a oriente.
Dingo
aveva meccanismi oleodinamici che sostituivano le gambe atrofizzate. Senza
levarsi gli occhiali ci guidò cigolando nel sotterraneo di un edificio che
sembrava la casa del custode.
“Hai
sonno?” domandai a Carmen a braccia conserte dal freddo. Immaginai il
direzionale ottico di Muriatico puntato sulla villetta di Lacco Ameno.
“Il
problema dell’algoritmo è il più serio,” disse finalmente Dingo quando
entrammo nel suo laboratorio tappezzato di protezioni anti-interferenza. Erano
le sue prime parole. “Ce l’avete?” aggiunse tendendo la mano.
“L’algoritmo?”
risposi dubbioso.
Messina
rise. “Il CD,” specificò.
Porsi
al ragazzo la custodia di plastica, che lui raccolse con dita simili a lombrichi
vertebrati. Sedemmo tutti su cubi di stoffa, tranne Dingo che collegò la presa
del mesencefalo al sistema di casa. “Volete vedere anche voi?” domandò.
Stavo
per rispondere di no, pensando a Carmen, ma lei disse subito di sì. Dingo
accese per noi uno schermo piatto sul tavolino da cocktail accanto ai cubi.
“L’algoritmo
codifica il messaggio contenuto nel least significant bit,” spiegò il
ragazzo immergendosi immediatamente nella simulazione frattale del muscolo
cardiaco di Carmen, “se applicato al contrario permette di decodificare il
contenuto. Il destinatario del messaggio dell’ottavo bit, se un messaggio
esiste, deve conoscere l’algoritmo originale per poterlo decifrare.”
Si
alzò in picchiata all’esterno del pericardio, stallando poi a una certa
altezza. Se il nostro schermo fosse stato più grande avremmo potuto soffrire
per la brusca decelerazione. “Ah, c’è una discreta miocardite,” disse
Dingo come per inciso, “tossine farmacologiche, forse. Vedete?”
Io
non vedevo nulla. “Ritorna all’algoritmo,” replicai esasperato.
“Generalmente
si usa una doppia chiave,” proseguì il ragazzo precipitando a velocità folle
nelle autostrade delle arterie, “la prima serve a cifrare il messaggio, la
seconda può solo decrittarlo. Esistono formule matematiche che possono essere
usate come doppia chiave, in modo che dalla chiave cifrante non è possibile
ricavare la decifrante, e viceversa.”
“E
tu pensi di riuscire a decifrare il messaggio nascosto?”
“Non
necessariamente esiste un messaggio,” rispose distratto Dingo, attardandosi
all’interno di un’ovaia di Carmen. Rigirò la prospettiva tutto intorno,
mostrandoci senza discrezione le numerose cicatrici dove si erano aperti i
follicoli di Graaf delle ovulazioni. “Per quanto ci riguarda, il contenuto
degli ottavi bit potrebbe essere assolutamente casuale. Questa fantastica
ricostruzione del corpo di sua moglie mi ricorda che la geometria frattale è
insuperabile nel descrivere le dinamiche del caos. Chiunque sia l’autore di
questa ricreazione, sa bene che una dinamica randomizzata non permette di
individuare facilmente il contenuto logico di una teoria di byte, che si
presenta piuttosto simile a una raffica di errori su
un’autostrada di dati.”
Lessi
la nausea negli occhi di Carmen nel guardare le minuscole cicatrici nascoste nel
tessuto irregolare delle ovaie, dove ad ogni ciclo mestruale si erano formati i
corpi lutei. Contare le cicatrici poteva determinare con esattezza il numero di
mesi lunari trascorsi dall’inizio della pubertà di Carmen. 180
microscopiche cicatrici pensai facendo un rapido calcolo mentale. Sempre che
la scannerizzazione di Oberhof non risalisse a prima dell’ultima ovulazione.
Temevo
che Carmen potesse saltargli al collo, ma Dingo ebbe il buon senso di uscire
dalla simulazione, voltandosi verso di noi con gli occhiali sollevati.
“Immagino abbiate già una lista del contenuto dei least significant bit”
disse.
Gli
porsi l’altro CD.
“La
spia sta lampeggiando,” disse tesa Carmen indicando i miei occhiali.
Nello
schermo comparve Muriatico. “Non avete molto tempo”, disse, “un elicottero
è partito pochi minuti fa. Dai riverberi di trasmissioni che ho intercettato,
direi che ha in programma una caccia grossa. Quel tipo di elicottero delle
testedikuoio monta un cannoncino da 72.”
Sentii
accelerare la velocità sanguigna. Composti subito il numero privato di
Muriatico “Come fa la polizia a sapere che siamo qui?” domandai. Carmen e
Messina si voltarono a guardarmi.
“Credi
che solo io possegga un direzionale? Avranno cominciato a tenervi d’occhio
fino dallo sbarco. Così adesso hanno anche scoperto il mio Dingo.”
“E
perché ce l’hanno con noi?” replicai disperato, “hanno scoperto che ieri
sera ero al centro sociale durante l’irruzione?”
“Cosa
accade?” domandò Dingo, notando che Lele Muriatico si era inserito anche
sullo schermo del suo sistema privato.
“Le
testedikuoio, merda!” esclamò Messina quasi ingoiando il joint. Dingo
si affrettò a inserire alcuni comandi con il suo senseglove, in
equilibrio sugli arti meccanici, per inibire il sistema domestico.
Messina
era salito al piano superiore. “Andate,” ci incitò il ragazzo nascondendo
in tasca il secondo CD, “non potete seguirmi dove fuggo io. Mi farò vivo con
Muriatico per il messaggio crittografato appena posso.”
Presi
Carmen per mano e salimmo di corsa le scale. Messina era scomparso dal cortile,
e un suono di pale in avvicinamento tagliava l’aurora del golfo.
Per
fortuna sia Carmen che io eravamo vestiti di blu scuro. Scivolammo fra le palme
nane, infilandoci in un giardino di orrendi bonsai deformi, inchiodati con un
sistema di irrigazione che sembrava un’osteotassi.
“ESPOSITO,
SEI CIRCONDATO,” gridò
all’improvviso la vegetazione scura. Carmen inciampò scivolandomi di mano,
poi si levò le scarpe e mi venne dietro saltando a piedi nudi nell’erba.
Stavo
pensando alla fonte della voce, quando Carmen mi indicò l’elicottero. “È
INUTILE NASCONDERSI. ESCI ALLO SCOPERTO INSIEME AI TUOI COMPLICI.”
Oltrepassammo
la recinzione a cellette ottagonali della villa di Dingo. Di Messina non c’era
traccia, ci aveva abbandonati.
Avevamo
il fiato grosso. Raggiungemmo una via silenziosa di villette a schiera quando già
le luci si stavano accendendo. Carmen rimise le scarpe e rallentammo il passo
scendendo verso il centro del paese. “Fa’ finta di niente,” le dissi a
bassa voce, “tra poco la gente uscirà per andare a lavorare e ci potremo
nascondere nella folla.”
“La
folla a Lacco Ameno, alle sei del mattino,” disse Carmen con una smorfia,
“da quanto non vieni a Ischia?”
Un
odore pungente di cibo turco ci raggiunse. Nella sua baracca a lato della via,
un vecchio curdo preparava il manzo arrosto per la mattinata. Entro un’ora il
sole sarebbe sorto del tutto.
QUARTA
ITERAZIONE - DIGRESSIONE SUI SITI DI ARRESTO DEL VOLO DI RAYLEIGH
Supponiamo che un razzo parta da un punto P (0) dello spazio, in una direzione distribuita in maniera aleatoria isotropa. La distanza fra P (0) e il punto P (1), definito come la prima fermata dopo P (0), sarà anch’essa aleatoria, con una distribuzione prescritta in anticipo. L’essenziale è che i salti assumano solo raramente valori molto grandi, di modo che il valore atteso [ |P (1) — P (0)| 2 ] per il quadrato della lunghezza del salto sia finito. Il razzo riparte poi verso P (2), definito in modo tale che i vettori P (1) — P (0) e P (2) — P (1) siano indipendenti e identicamente distribuiti; esso continua così ad infinitum. Si possono inoltre determinare i suoi siti di arresto precedenti P (-1), P (-2), ecc., facendo agire lo stesso meccanismo in senso inverso. Dato che il meccanismo non chiama mai in causa la direzione del tempo, è sufficiente far partire da P (0) due traiettorie indipendenti.
Benoît Mandelbrot
“È
il tuo,” dissi quando Carmen trasalì al suono del suo intercom. Estraendolo
dalla fondina, trovò il viso di Lele Muriatico.
“Cosa
succede?” domandò Carmen mostrandomi il display.
“Ho
paura che abbiano intercettato la frequenza su cui ti trasmettevo,” mi disse
lui. “Vedo comunque che siete riusciti a venire fuori dalla villa di Dingo.”
“Bella
consolazione,” replicai a denti stretti, “in che congiura ci hai infilato?
Perché gli speznaz ci stanno dando la caccia?”
Ci
trovavamo all’interno di un piccolo giardino privato, il cui cancello avevamo
trovato socchiuso. Sentivamo lontano le pale dell’elicottero, verso la costa.
“La
colpa non è mia,” disse beffardo Muriatico, “doveva esserci qualcosa di
davvero simpatico, in quei frattali che abbiamo copiato dall’archivio del tuo
dottore.”
“Ho
fred-do,” mi sillabò Carmen stringendosi nelle braccia.
“Dove
sono Dingo e Messina?” domandai a Muriatico.
“Di
Dingo non mi preoccuperei minimamente. Deve risolvere il problema dei least
significant bit. Messina in questo momento sta cercando un mezzo per
trasportarvi indietro.”
Vidi
aprirsi una finestra al piano terreno della casa. Presi Carmen per un braccio,
ritornando subito in strada.
Un
grosso pickup americano quasi ci investì, inchiodando dieci metri più in là.
“Non voltarti” dissi a Carmen con una smorfia “scendiamo in paese.”
“Matthei!”
gridò una voce alle mie spalle.
Una
ragazza in jeans era scesa dal pickup. Indossava una giacca di lana quechua
e una kefiah al collo. Mi domandai chi fosse e come facesse a conoscere il mio
nome; poi ricordai di averla vista la sera prima, davanti al centro sociale,
mentre piangeva con la schiena appoggiata al muro della fabbrica abbandonata.
Salimmo
sulla vettura. Alla guida c’era un ragazzo con i capelli striati di giallo
fosforescente e un muso lentigginoso da inglese. Masticava una gomma
euforizzante e guidava come a un rally, ma ci portò all’interno dell’isola
verso Barano, deviando a un tratto su una strada sterrata in direzione di
Casamicciola.
Ormai
il cielo era chiaro. Sedevamo in quattro nel cabinato del pickup, Carmen quasi
addormentata sulla mia spalla malgrado le cunette delle strada. La ragazza in
jeans seguiva il tragitto attraverso i suoi seethru’, e ogni tanto dava
informazioni all’inglese.
“Dove
stiamo andando?” domandai, ma ero già contento che l’elicottero della
polizia non fosse più sulle nostre tracce.
Muriatico
si rifece vivo quando già temevo lo avessero intercettato. “Abbiamo messo le
mani su qualcosa di grosso” mi disse dallo schermo del cruscotto “È in
corso un’operazione su vasta scala per intercettarvi. Ho dovuto trasferire le
mie trasmissioni su un altro ponte.”
Mi
agitai. “Cosa intendi dire? Io ti avevo chiesto solo di cercarmi alcuni dati
negli archivi del laboratorio di analisi di Oberhof!”
“Ho
dovuto allertare tutto il mio sistema di collegamenti” proseguì Muriatico
imperterrito “devo dire che i compagni hanno reagito con prontezza, malgrado
solo ieri sera le testedikuoio abbiano assaltato il Tuttapposto, come sai.”
Il
mattino era ventoso. Vedevo muoversi la biancheria ai balconi delle case e i
rami degli alberi sulla collina. Carmen si svegliò, cercando di capire quello
che diceva Muriatico.
“Hanno
teso tutta una rete di intercettazioni sul golfo” proseguì lui “ma noi
abbiamo diverse trasmittenti clandestine, e sto cercando di procurare più
interferenze possibile nel sistema di comunicazioni per distogliere
l’attenzione da voi. Ho scaricato una trentina di virus diversi nella Rete,
dovrebbero paralizzare alcuni settori cruciali nel giro di poche decine di
minuti.”
“Per
l’amor di dio, Muriatico” lo implorai “dimmi cosa sta succedendo...!”
“Tu
sei stato solo il detonatore, Matthei. Volevi scoprire qualcosa di più sulla
cura dermatologica di tua moglie, e hai messo il dito su un sistema di
codificazione di messaggi destinato al Ministero del Benessere.”
Chiusi
gli occhi, inspirando profondamente. Il Ministero del Benessere. Ci
schiacceranno come formiche. Per noi è finita.
“State
per arrivare al molo” disse quasi trionfante Muriatico “C’è un motoscafo
privato che vi attende, Debora vi accompagnerà fino a Nisida.”
Carmen
mi disse qualcosa all’orecchio, ma non compresi. Il Ministero del Benessere.
“La
formula usata per generare i frattali dal tuo Oberhof contiene una piccola
deviazione matematica” spiegò Muriatico “oltre a creare iterazioni
frattali, contiene già sia un algoritmo di codificazione che quello terminale
di decodificazione.”
Eravamo
arrivati a un molo abbandonato, dove un motoscafo attendeva a luci spente. CASAMICCIOLA
TERME, dicevano gli occhiali, e poi
MOTOSCAFO TELEGUIDATO.
Debora, la ragazza in jeans, ci aiutò a scendere mentre il pickup ripartiva con
l’inglese al volante. L’aria era fredda, ostile. Strinsi Carmen alla vita,
aiutandola sul molo perché mi sembrava stanca.
Cercai
in fretta un terminale a bordo per connettere l’intercom. L’immagine di
Muriatico era già là ad aspettarmi. “L’elicottero si sta avvicinando”
disse senza preoccupazione “partite subito.”
“L’elicottero?”
esclamai. “vuoi dire che gli speznaz sono già qui?”
“Non
preoccuparti, neppure sanno dell’esistenza tua e di tua moglie” proseguì
Muriatico indifferente “intercetto quasi tutti i loro scambi di informazione,
che sono facilmente decrittabili, e non sono giunti alla vostra identità. Non
dovete lasciarvi prendere, però. Ti stavo dicendo del tuo dermatologo. Ha
probabilmente commissionato a qualche esperto di matematica del caos una
descrizione frattale degli organi di tua moglie. Non so ancora cosa c’entri il
Ministero, forse l’autore delle formule frattali lavora insieme a un esperto
di steganografia che ne ha approfittato per sperimentare una sua nuova scoperta.
Pensa che risparmio di tempo e di risorse! Messaggi nascosti dietro ad immagini
generate da una formula matematica che contiene anche l’algoritmo di
decodificazione!”
Il
motoscafo correva come un sasso piatto sulle onde color malto del Golfo, come un
siluro sganciato verso Capo Miseno. Barcollai fino a poppa per vedere se
l’elicottero degli speznaz ci inseguisse.
“È
scomparso” disse Carmen con voce atona. Compresi che parlava di Muriatico: al
suo posto era apparsa una neve grigia di pixel. La ragazza del centro sociale
sintonizzò la TV su Anacapri.
“La
notte è finita, ma arrivano segnali preoccupanti”
diceva Maria Primula Rossi “è come se fosse riluttante ad andarsene. Il
Tuttapposto è stato chiuso solo 10 ore fa, ma già ci manca. Però sentiamo i
tentacoli di Lele Muriatico tendersi come una ragnatela sul Golfo, stamattina.
Una ragnatela di intercettazioni e informazioni fra la costa e le colline,
potete sentirla se entrate adesso in rete. Hasta la Victoria siempre,
Muriatico.”
Il
pilota deviò improvvisamente, gettando Carmen sdraiata sulla cuccetta. Persi
l’equilibrio, battendo il capo contro la scaletta di alluminio. Quasi
contemporaneamente udii il suono confuso di un’arma da fuoco, forse una
mitragliatrice. “Ci stanno sparando?” ricordo che domandai.
Debora
saltò in punta di piedi su per la scaletta, affacciandosi al boccaporto. Rimase
per mezzo minuto a scrutare sul livello dell’acqua, nell’aria gelida del
primo mattino che le seviziava i capelli, poi si mise a ridere.
Guardai
sbigottito Carmen.
“Muriatico
è pazzo” disse la ragazza del centro sociale “pazzo e genio. Penso che stia
facendo credere al pilota di quell’elicottero di essere a Edenlandia.” Così
dicendo saltò giù dalla scaletta, sul pavimento del cabinato.
Un
suono prolungato interruppe le trasmissioni. Al posto di Primula Rossi apparve
nientemeno che Lele Muriatico in mezzobusto. “Attenzione, qui è Radio Gladio
che vi parla” disse in fretta con un’espressione seria “Si fotta il
sistema. Ieri sera le testedikuoio hanno sparato 50 chili di gas tossico nel
centro sociale di Bagnoli, sigillandolo e devastando le apparecchiature
elettroniche. Per rappresaglia, durante la notte abbiamo messo in circolazione
nella rete 32 tipi diversi di virus intelligenti. A tutti gli ascoltatori: se
soffrirete di scompensi di sistema e perdita di dati durante questa mattinata, non
credete alle autorità quando vi diranno che è colpa nostra. I programmi
originali dei virus sono depositati presso un notaio di Agnano, in caso di
necessità possiamo dimostrare che si tratta di software appositamente tarato
per colpire obbiettivi prestabiliti, unicamente nel sistema informativo del
Ministero del Benessere.”
Mi
arrampicai fino al boccaporto guardando fuori. Distinsi a fatica la sagoma
dell’elicottero della polizia: sembrava sparasse contro le onde virando in
continuazione sul proprio asse. Muriatico doveva averlo bombardato con un fascio
di stimoli contraddittori che avevano cortocircuitato il software di bordo.
Rimasi sorpreso dalla potenza delle risorse di quegli hacker.
Maria
Primula Rossi riapparve sullo schermo battendo le ciglia, favorevolmente
sorpresa mentre doppiavamo Procida. “Avete visto anche voi?” domandò.
“È vero, me lo sentivo che in questa notte qualcosa doveva succedere. Le
testedikuoio lætabuntur in cubilis suis, e intanto il Tuttapposto
colpisce ancora, dall’esilio!”
Debora
si accese uno spinello, rilassandosi. Carmen aveva raccolto le gambe, sedendosi
sulla cuccetta disfatta. Possibile che stia capitando proprio a noi, adesso?
pensai.
E
poi all’improvviso gli speznaz ci furono addosso.
Forse
l’elicottero era riuscito a sfuggire alle interferenze, forse il suo soccorso
era giunto da terra, con un sabotaggio della trasmittente di Muriatico: sentimmo
il rumore delle pale proprio sopra di noi, e un urto sopraccoperta ci fece
capire che eravamo stati agganciati da un’ancora magnetica.
“Polizia!
Fermatevi immediatamente!” ruggì una voce amplificata. Debora afferrò
qualcosa sotto la cuccetta e salì verso il boccaporto stringendo in mano due
lattine simili a succo di frutta.
Abbracciai
Carmen perché il motoscafo sbandava. Lo schermo TV era un alternarsi di Primula
Rossi e Lele Muriatico sovrastati dall’amplificatore della polizia. Era come
se fosse in corso una battaglia sulla sterminata scacchiera ciberspaziale fra
Capodimonte e le isole del golfo.
Non
riuscivo quasi più a sentire la mia stessa voce nel bombardamento degli
altoparlanti e della TV. Immaginai la battaglia di frequenze su tutti gli
schermi della città. Chiusi gli occhi mentre Carmen stringeva i denti, fino a
che un urto più forte ci fece rotolare sul pavimento.
Il
rumore dell’elicottero svanì gradualmente, mi arrampicai sulla scaletta
investito quasi subito da una nuvola di fumo colorato. Tossii, sentendo bruciare
gli occhi, e allungando una mano fuori dal boccaporto afferrai una caviglia.
Strattonai,
e la ragazza del centro sociale mi cadde quasi in braccio. Rotolammo giù dalla
scaletta, riuscii ad aggrapparmi ma il fumo era penetrato all’interno del
cabinato.
“Se
ne sono andati?” domandò Debora levandosi la kefiah dalla bocca. Aveva occhi
rossi e il mascara sciolto fino alle guance.
“Hanno
sparato un lacrimogeno?” domandò Carmen dilatandomi con precauzione le
palpebre con le dita per osservarmi la cornea irritata.
“È
stata lei” dissi accennando a Debora “ha aperto due candelotti fumogeni
sopra coperta.”
“Se
ne sono andati?” ripeté la ragazza “l’elicottero, voglio dire.”
Udimmo
rallentare i motori. Balzai a due a due sui gradini della scaletta per guardare
fuori. A prua, stavamo virando intorno al faro di Nisida nell’avvicinarci a
Coroglio; a poppa, oltre un banco di nebbia ocra metallizzato, l’elicottero
della polizia era ammarato e galleggiava, quasi afflosciato, sotto le pale che
rallentavano.
“Non
è possibile...” dissi sentendo appannarsi lo sguardo “in che cazzo di
storia siamo andati a infilarci?”
“Allora?”
domandò Debora da sotto. Ridiscesi precipitosamente, spintonandola. Presi
Carmen per mano, tornando sopra coperta proprio mentre il motoscafo teleguidato
attraccava al molo di Coroglio.
Debora
ci seguì. “Ecco, l’auto è per noi” disse additando una Mirafiori
parcheggiata sulla strada, con tanto di autista. “L’ha inviata Muriatico.”
La
mitragliatrice dell’elicottero cominciò a sparare con disperazione
sott’acqua. Per scendere dal motoscafo teleguidato c’era una passerella con
ganci a uncino. La gettai sul molo, aiutando Carmen ad attraversare, ma quando
Debora ci venne dietro la afferrai per le spalle e spintonandola di sorpresa la
gettai giù, nell’acqua ricoperta da un film oleoso.
Presi
Carmen sottobraccio, avanzando a passo svelto vero l’auto. Il guidatore scese,
era Messina in persona. “Matthei, ma che cazzo hai fatto?” disse “Dov’è
Debora?”
Alzò
le braccia per proteggersi quando tentai di colpirlo, ma gli feci lo sgambetto.
Lo spintonai quando si rialzò incredulo, poi lo inseguii a calci nel
fondoschiena finché non scappò sulla strada verso l’ex colonia marina.
Carmen
mi saltellò dietro. Sentivo ancora nei capelli l’odore da rigetto del
fumogeno. Debora si era issata sul molo, ma la minacciai con un sasso e si lasciò
scivolare in acqua con un gemito.
Mi
sentivo infuriato, invincibile. Muriatico ha detto che gli speznaz non ci
hanno identificati, pensavo. Carmen era già all’automobile, al posto di
guida. La raggiunsi a passi rapidi, e sedendomi vidi sul display che erano le
otto del mattino. L’elicottero galleggiava pateticamente in mezzo a radi
banchi di foschia metallica.
Carmen
prese sgommando la via di Bagnoli, svoltando per la mostra d’oltremare. “La
torre del traffico non funziona” constatò. La battaglia delle frequenze,
pensai. Chiusi gli occhi lungo tutta via Diocleziano, rilassandomi.
All’altezza dello stadio Carmen scoppiò a ridere, quasi sbandando.
“Che
hai?” esclamai, ancora alterato.
“Avresti
dovuto vederti mentre prendevi a calci in culo il tuo amico” rispose senza
smettere di lacrimare dal ridere “Avevo paura che volessi inseguirlo fino ad
Agnano.”