FRANCO RICCIARDIELLO

Sangue fragile

 

 

Una mattina di domenica come tante altre, dopo essere rimasto a letto sino alla nausea a torturarmi con vuoti d'angoscia nello stomaco, mi alzai per scoprirmi grosse occhiaie brune. Vibrazioni di prurito mi scendevano a ondate dagli zigomi.

Più tardi a messa, nella chiesa moderna e sovraffollata, divenni preda non solo della consueta nausea di rigetto: un dolore sordo, acuto, grossolano mi si conficcò nell'addome.

"Non stai bene?" domandò mamma preoccupata "Sei pallido."

Uscii a piangere di ribellione frustrata, soffocando i conati di vomito; nel cortile dell'oratorio calpestai l'erba colore li­quirizia cercando di attirare le libellule sulla punta del dito, e sospirai di sollievo al suono dell'organo di chiesa che accom­pagnava la comunione; ma un nodo mi stringeva come una mano la parte sinistra delle viscere. Guardandomi sopra le spalle per accertarmi che nessuno vedesse, sollevai maglia e camicia sul ventre per sfiorare perplesso con le dita la bolla rosa carne, tonda come una susina, che  gonfiava la pelle appena sotto le scapole magre.

Rimisi subito la camicia nei calzoni e tornai all'uscita della chiesa perché la benedizione era appena scesa sui fedeli. Quella notte a letto sentii la pelle contrarsi e al tatto il bubbone era diventato sodo e preoccupante.

Al ritorno da scuola mi chiusi al bagno e, sollevandomi in punta di piedi davanti allo specchio. notai con curiosità e disgusto che la bolla turgida era tutta corrugata di pieghe. Stropicciandomi le mani per la tensione, mi affacciai controvoglia alla fine­stra del bagno per osservare le ombre nette dei muri nel cortile di ghiaia e ascoltare i suoni malinconici del pomeriggio: i motori, le vibrazioni delle lavatrici, le grida delle madri. Rimasi a spiare con sollievo la Giulia che giocava a palla in cortile insieme alle ragazzine del palazzo.

Con un semplice desiderio potevo richiamare al mio occhio interiore i suoi lineamenti: i capelli biondi, lunghi e mossi, gli occhi luminosi della vivacità, le ciglia lucide da foto di classe in bianco e nero, le braccia magre da ragazzina. La Giulia aveva un anno meno di me.

Il pomeriggio passò senz'altro da rilevare che il fastidio e il senso di prurito al fianco. Mamma avrebbe voluto che chiamassi qualche ragazzino della mia età del palazzo, ma il solo pensiero di scendere giù dalla Giulia con il disagio della spina nel fianco mi spingeva a restarmene a casa. Lessi tutto il tempo finche mi sentii il capo pesante e la bocca dello stomaco amara. Continuai a leggere anche a tavola, a cena, tanto che papà si irritò.

Qualche giorno dopo, quando il prurito sotto la pelle era divenuto una mano d'angoscia chiusa sulle viscere, il mio compa­gno di banco, il Marcello, venne a fare i compiti a casa mia. Sino allora avevo evitato di mostrare la bolla, chiu­dendomi a chiave mentre facevo il bagno malgrado desse molto fastidio alla mamma. Evitavo accuratamente di bagnare o toccare il bubbone ma non potevo astenermi dal fissare a metà fra inte­ressato e disgustato le pieghe della pelle, che da arrossata si era fatta color pesca marcia.

Il Marcello era in soggiorno che colorava con i pastelli una “cartina della guerra nel mondo”; io mi sentivo lo stomaco vuoto, ma non era ancora ora che mamma togliesse dal frigorifero i budini alla vaniglia per la merenda. Pensai alla Giulia vista dall'alto, ai suoi capelli, ai suoi larghi shorts di cotone. "Vado al bagno" dissi alzandomi. Mi chiusi dentro ma dalla finestra non vidi nessuno. Allora mi misi davanti allo specchio e sollevai la maglia.

Quel giorno le fitte erano state più intense del solito, ma dall'arrivo del Marcello s'erano acquietate.

Sfiorai con la punta delle dita la pelle raccapricciante del bubbone, e di scatto una delle pieghe si aprì; al di sotto, un paio d'occhi d'animale si fissarono su di me. Cacciai un urlo, rimanendo inorridito a fissare quelle palpebre screpolate che si erano aperte sugli occhi grandi, da bambino, dell'orrore nascosto nel bubbone. Non riuscii a vincere il disgusto e riabbassai maglia e camicia, restando ad ascoltare fra i conati di vomito il pulsare del sangue che la bestia che cresceva nel mio fianco succhiava dalla mia carne per nutrirsi.

Tornai dal Marcello stordito e pallido come un uovo sodo, non riuscendo a combinare nulla per il resto del pomeriggio. Ripensa­vo agli occhi spalancati dell'orrore nel mio addome, mi pareva di sentire lo strofinarsi delle sue ciglia contro la camicia.

La sera una chiazza rossa mi si allargò sulla spalla destra. Restai sveglio a sin­ghiozzare tutta notte sentendo i movimenti della bestia sotto il pigiama, immaginando di strapparla dalle mie carni incidendola tutto intorno con un coltello. Al risveglio, per quel poco che riuscii a dormire, mi accorsi di essermi tolto la pelle delle nocche a forza di morderla.

E seguitò a crescere dentro di me nei giorni seguenti, rossa e malevola con i suoi occhi liquidi da neonato, fino a divenire grossa come un pugno. Non mi spogliavo più in presenza di nessuno e facevo il bagno con gli occhi chiusi; presi l'abitudine di rimanere in casa per pomeriggi interi a leggere, piangendo al pensiero della bestia che mi mangiava le carni del fianco e immaginando di raccontarlo alla Giulia che forse avrebbe potuto aiutarmi.

Mamma si accorse della chiazza rossa sulla mia spalla un pomeriggio in cui, mentre studiavo, mi grattavo sovrappensiero nel collo della camicia. "Cos'hai lì?" disse e prima che potessi inventare una scusa qualsiasi scoprì l'irritazione.

"Cosa ti sei fatto?" domandò subito turbata "togli la camicia, fammi vedere."

Oramai era troppo tardi per giustificarsi, ma non dovevo assolutamente mostrarle la bestia. "Bisogna subito prendere ap­puntamento dal dermatologo" concluse mamma dato che non ero in grado di risponderle in modo soddisfacente.

Uscii dicendo che andavo a fare due passi. Comprai un mazzo di stecche di liquirizia farci­ta  all'oratorio, dove costavano meno, e piangendo di rabbia e di pena percorsi quasi a passo di maratona tutto il viale, masticando le lacrime. La bestia si agitava, sentivo prudere la spalla e l'interno delle palpebre.

Mi parve che sbattesse le sue ciglia immonde. Col tempo, se fossi riuscito a non rivelarlo a nessuno, mi sarei abituato alla sua presenza corruttrice, e questo era ciò che assolutamente non volevo: se mi fossi arreso alla bestia, alla sua esistenza, sentivo che sarebbe cresciuta ancora dentro di me, straziandomi le interiora in un tripudio di sangue.

Il medico, visitandomi, mi avrebbe certamente fatto spogliare, e allora sia lui che mamma avrebbero scoperto la bestia. No, non potevo permetterlo: dovevo disfarmene prima di allora.

Tornato a casa, mi chiusi al bagno mentre mamma gridava dalla cucina di non passarci il pomeriggio. Avevo con me un pezzo di filo di ferro e uno spago; mi spogliai a torso nudo, vincendo la nausea. Era là, gonfia di sangue, e guardava fisso avanti a sé con i suoi occhi semiciechi, che già accennava a volgere intorno. Trattenendo il fiato, passai le dita intorno al bubbone, dove la pelle incontrava il collo indurito della bestia: come avevo pensato, c'era una piega profonda, segno che la bestia stava per staccarsi. Passai le dita sul filo di ferro, lo piegai a cerchio e riempiendo i polmoni, incavando l'intestino, sollevai con le dita il contorno del mostro infilandovi sotto il metallo. Torsi su se stesse le due estremità, avvitandole, finché il ferro si strinse profondo contro la bestia, che batté gli occhi. Cacciai fuori tutto il fiato, tremando come una foglia; mi liberai dello spago, al quale avevo preferito il filo di ferro, e mi affacciai. Giulia, Giulia! Mi asciugai le lacrime, sentendo la bestia rigi­da. Dovevo disfarmene a tutti i costi prima della visita medica.

* * *

Un pomeriggio uscii di casa per andare a lezione di ginnasti­ca, nella palestra della scuola; invece a metà strada deviai verso l'ampia area edificabile che si allargava fra la zona industriale e il cimitero, dove i ragazzi della mia età andavano a giocare a pallone sfidando quelli più grandi; le porte del campetto di calcio, sciancato da avvallamenti e pietre, erano delimitate da mucchiet­ti di maglie, le squadre erano raccogliticce, ma a nessuno importava. Passeggiai su e giù lungo il ciglio della strada prendendo a calci la borsa da ginnastica tenuta per i manici, godendo del sole caldo. Non sapevo se la salute del mio organismo significas­se deperimento della bestia o se al contrario prosperasse con me; tuttavia, più mi sentivo bene tanto più immaginavo di essere in grado di sconfiggerla.

Sentivo il suo respiro strozzato contro il filo di ferro, la immaginavo strabuzzare gli occhi mentre si gonfiava di sangue tendendosi per liberarsi dal cappio. Poi mi venne un'ottima idea e, controllando l'orologio, saltai in bicicletta per scendere in centro città. Incrociai la Giulia con alcune amiche più piccole e badai bene a non salutarla in modo diverso dalle altre, ma mi salì il cuore in gola.

Ai grandi magazzini salii all'ultimo piano, nel settore ferra­menta, e passai in rassegna pinze e tenaglie; i prezzi erano spaventosamente alti per me, ma avevo la necessità di portarmi sempre dietro un paio di pinze: se avessi preso quelle di papà poteva accorgersene.

Scelsi una pinza piccola, con manici inguainati in una plasti­ca di colore vivace, e guardandomi alle spalle con la coda del­l'occhio la infilai nella cintura, dalla parte opposta alla bestia, sotto la maglia. Ostentando indifferenza e decisione, scesi le scale e passai davanti alle cassiere senza che nessuno si prendesse cura di me.

Avevo ancora poco più di mezz'ora per fingere di tornare a casa da scuola. Pedalai oltre i negozi del centro, oltre la cintura dei viali fino al lungofiume, sull'argine ricoperto di ghiaia grossa. Prima del ponte stradale presi a due mani la bicicletta e scesi a piedi la ripa fin quasi contro il primo pilone.

Non c'era nessuno e tirava vento. Estrassi la pinza dal cello­phane e sollevai la maglia, seduto sul cemento. Subito la bestia mi puntò, per la prima volta, gli occhi direttamente addosso. Sapeva di vivere dentro di me che cercavo di strangolarla, e questo pensiero mi gelò il sangue nelle vene, poi sentii il viso caldo e la testa leggera.

La pinza mi cadde di mano, ma riempiendo i polmoni d’aria sentii il peso della bestia contro l’intestino, e ritrovai il coraggio. Strinsi con la morsa delle pinze le estremità del filo di ferro attorci­gliate insieme, e le torsi con un movimento del polso. Il cappio si strinse contro la bestia là dove cercava di staccarsi dal mio corpo, e affondò ancor più nella sua carne. Espirando tutto il fiato che avevo in corpo mi rimisi la camicia nei pantaloni, e a gambe malferme per lo spavento tornai sull'ar­gine.

Quella notte sognai di avere una cresta di pelle cascante sotto le ascelle, fra le costole e le braccia, e un’altra fra le cosce: come bargigli di gallina, epidermide superflua ma gonfia d'e­screscenze. Mi svegliai con la morsa dell'angoscia intorno al collo, come se il cappio di ferro non stesse per strangolare la bestia ma me medesimo. Toccandomi le palpebre mi accorsi con sgomento di avere una formica sotto l'occhio. Accesi la luce, mettendomi a sedere sul letto per cercarne altre sul cuscino, poi corsi in bagno a lavarmi il viso.

Mi sedetti al tavolo della cucina senza avere osato dare un'oc­chiata al parassita nel mio fianco. Mamma venne dalla sua stanza con gli occhi ancora appiccicati. "Cosa fai a quest'ora?" disse, allora ricordai che era domenica.

Mi strinsi nelle spalle. "Niente, avevo sete." Andai in sala a sfogliare l'enciclopedia medica, ma non trovai nulla che facesse al caso mio. La bestia pulsava, sorda e feroce, irrigidendosi per resistere al cappio.

Voltando le pagine patinate del librone mi provocai un ta­glietto nella piega fra due falangi del medio. Asciugai in fretta con il fazzoletto la striscia rossa sul foglio e mi succhiai il dito, ma il sangue non voleva fermarsi. Mi ritrovai a pensare che se la bestia era nata e cresciuta dentro di me era a causa del sangue fragile: a ogni minimo taglio era un’impresa cercare di arrestarne la fuoriuscita; e appena mi spelavo un ginocchio o un gomito imbrattavo pantaloni e calzini, con i giocattoli di metal­lo dovevo mettere un’attenzione continua, e lo stesso in palestra a scuola.

Lasciai scorrere l'acqua fredda sul dito, prima che mamma e papà si alzassero, poi in cucina lo avvolsi in un cerotto medi­cato. Allora vidi sul calendario a muro che la visita dermatolo­gica era prenotata per otto giorni dopo.

Otto giorni per staccare la bestia e rimarginare la ferita: quasi impossibile. Per la cicatrice potevo inventare una scusa, avevo tempo: ma mi sarebbero bastati otto giorni per strangolare il mostro? In camera mia, tolsi la pinza da sotto il materasso dove la tenevo nascosta e detti un altro giro al cappio, sve­gliando la bestia che aveva gli occhi chiusi. Soddisfatto benché scosso da brividi di ribrezzo, passai una domenica terribile, angosciato dal pulsare del sangue nel corpo della bestia, disfat­to dal fare nulla, senza la distrazione dell'impegno a scuola. La domenica era un buco grande come un pugno alla bocca dello stomaco.

Avevo bisogno di aiuto. Ma a chi chiederlo? Mamma e papà si sarebbero agitati, portandomi subito all'ospedale. Allora mi avrebbero operato e tutti a scuola sarebbero venuti a conoscenza dell'orrore. La nonna? Non potevo fidarmi di lei, scriveva maia­lino con due elle e manine con la doppia enne. Il Marcello l'a­vrebbe detto a tutti, i professori neanche a parlarne. Il medico che doveva visitarmi, me lo immaginavo: gli sarebbero caduti gli occhiali dallo spavento e avrebbe cercato dell'alcool per anne­gare la bestia.

Alcool? E se l'avessi bruciata? Un batuffolo di cotone imbevuto d'alcool denaturato; un ferro ardente, un carbone acceso. Una scossa elettrica.

Potevo cavarle gli occhi, martellarla, perforarla con il trapano. Ma se avessi provocato un'emorragia? Il suo sangue era il mio, non dovevo scordarlo. Come potevo tamponare la ferita, poi, con il mio sangue fragile?

Il Marcello suonò alla porta per un giro in bicicletta. Voltammo intorno al cimitero e ci inoltrammo fra l'odore d'acqua consumata delle risaie. Il vento contrario ci impediva di parlare con facilità, ma preferivo così. Ci fermammo per un ghiacciolo in un bar di periferia. "Sabato prossimo vado a una festa" disse il Marcello "posso portare un amico: vuoi venire?"

Mi strinsi nelle spalle. "Devo andare dagli zii". E poi: "Di chi è la festa?"

"Una del tuo palazzo, la conosci. La Giulia, quella bionda."

Di colpo mi scoprii interessato. "A che ora è? Ci sarà la musica? Chi altro viene?"

Il Marcello gettò via il legnetto del ghiacciolo. "Ma non vai dai tuoi zii?"

"Non avrei tanta voglia. Questa potrebbe essere una scusa valida." Bestia permettendo.

Tornando a casa attraverso i quartieri nuovi, tutte villette intorno a un grosso campo quadrato e ancora incolto, non riuscii ad astenermi dal continuare a interrogare il Marcello. Ma la notte tornai a sognare che avevo una membrana di pelle cadente all'inguine, che mi si attaccava fino al pisello: epidermide gonfia, morta; i denti mi si staccavano a tranci, con le gengive attaccate, ma senza dolore.

Mia madre volle controllare l'eczema sulle spalle, notando con preoccupazione che la pelle si screpolava. "Non l'avrai mica da qualche altra parte?" Negai in fretta e riuscii a sottrarmi; dovevo cercare un regalo per la festa della Giulia, qualcosa che la colpisse, qualcosa di qualità. Scesi in centro e con la bici alla mano passai in rassegna tutte le vetrine, ma non mi venne alcune idea. Evitai una banda di una classe accanto alla mia che mi aveva in antipatia e cercai anche ai grandi magazzini, senza risultato.

Ero quasi tornato a casa quando la bestia mi dette un colpo tremendo al fianco; sbiancai e dovetti sedermi a una panchina, irrigidendo i muscoli del ventre per contrastare l'attacco.

Era come sentire un criceto agitarsi spaventato in un bussolotto: le pareti della scatola erano il mio corpo; la sentivo stropicciarsi sotto le scapole, premere contro il diaframma, menare colpi improvvisi a casaccio. Sperai solo che fossero spasmi di dolore per il cappio che la strozzava.

Stavo sfogliando l'enciclopedia quando all'improvviso trovai il regalo di compleanno per la Giulia. Era lì, disegno e tutto: Tessaratto, un insieme di otto cubi congiunti tra loro da superfici quadrate con porzioni di spazio in comune; c'erano le spiegazioni: ci sono il quadrato, il cubo (che è un quadrato a tre dimensioni) e il tessaratto che è un quadrato nella quarta dimensione. Si trattava di prendere degli stecchetti di legno, papà ne aveva un cassetto pieno, e costruire otto cubi unendoli con una pallina di das o plasmolegno. Per tutto il giorno armeggiai con i legnetti, mentre la bestia stava quieta e mamma veniva ogni tanto a vedere cosa combinavo, ridendo. Il rumore che faceva la nonna sull'asse da lavare in bagno scandì il ritmo del mio pomeriggio. A sera il cubo era pronto, ma dovetti attendere il giorno dopo per comprare della carta oleata e foderare così le superfici esterne del solido.

"Ma che cos’è?" disse infine mamma quando lo vide terminato. Cercai di spiegarle, ma non riuscii a farmi capire. Con l'aiuto di papà, calai un portalampada con lampadina in un foro pratica­to nella parete che avevo deciso essere la superiore, creando così un originale lampadario che appoggiai sulla scrivania della mia camera.

La notte, osservandone il profilo nel controluce della fine­stra, mi venne un'idea. Avevo avanzato della plastilina: scartai il pacchetto di carta metallizzata soppesando nel palmo il pugno di materia fredda e plastica. Davanti allo specchio, scopersi la bestia che sospirava torpida emettendo un sibilo di sfiato dal lato della bocca. Con le pinze, cercando di non far rumore per non svegliare i miei, detti un altro giro al fil di ferro, sen­tendo agitarsi bruscamente l'animale mentre si irrigidiva. Di­schiuse la sua bocca da pesce, con le labbra strette piegate all'ingiù, appena quanto bastava perché gli forzassi fra i denti un brandello di das, poi ne staccai un altro dal pugno e lo conficcai nel primo, allargando la bocca serrata, premendo con il pollice per farlo penetrare nella gola, poi un altro brandello e un altro ancora. L'animale divenne rosso, strinse i muscoli per vincere la resistenza della plastilina, ma continuai ad aggiun­gerne di nuova finche un rivolo di sangue crepò l'angolo della bocca del mostro. Tremavo senza riuscire a fermarmi, e mi accorsi di essere tutto sudato.

A passi brevi e silenziosi andai in cucina a versarmi un bicchiere d'acqua, incapace altrimenti di bloccare il tremito. Tornai a letto stentando a prendere sonno. Sognai di essere nudo nel cortile della scuola, dove i miei compagni stavano giocando a pallone; cercavo di coprire la bestia con le mani ma quasi nessuno sembrava avermi notato. Solo, c'erano alcune ragazzine poco distanti che guardavano verso di me e ridacchiavano: fra di loro anche la Giulia, ma non aveva il suo viso.

Mi svegliai all'agitazione della bestia, mi misi a sedere nel letto con il cuore a cento all'ora e sollevai il pigiama sul ventre. L'animale aveva scatti improvvisi di collera, si racco­glieva come pronto a schizzare fuori dal mio corpo e rotolarsi libero sul pavimento. Mi lanciò uno sguardo gelido con i suoi occhietti malvagi, mentre nella fessura ripugnante della bocca il das aveva fatto presa. Le labbra del mostro erano tutte incro­state di saliva rappresa e polvere di plastilina, con grumi di sangue rosso scuro. Assalito da un raptus distruttivo, presi a colpirlo con una macchinina giocattolo in mezzo agli occhi, sentendo fra le lacrime il rumore sordo del metallo sulla cartilagine.

Udendo i passi di mamma in corridoio tornai a infilarmi sotto le coperte fingendo di essere addormentato, ma quando si aprì la porta la bestia si agitò disperatamente, scalciando con la forza dell'odio contro i miei visceri.

Era un sabato festivo, non c'era scuola: quel pomeriggio si andava dalla Giulia, ma questo pensiero non contribuì a solle­varmi il morale. La bestia rimase iperattiva tutto il mattino, macchiandomi di sangue la canottiera che dovetti gettare per evitare imbarazzanti risposte a mamma.

Mangiai svogliatamente, quindi mi vestii per la festa e suonai al campanello del Marcello con un certo anticipo sull'appuntamen­to, ma avevo già fatto due giri intorno all’isolato e non sapevo più come passare il tempo.

"Ma non dovevo venire io?" disse il Marcello affacciato alla finestra.

"Ah sì?" mentii "Non ricordo."

Dalla Giulia c'erano già le sue amiche, quelle che stavano sempre in gruppo e ridevano guardando i ragazzi. Giulia scartò il mio regalo con curiosità: "Ah, un lampadario" disse "carino".

"È un tessaratto" spiegai pensandola interessata "un ipercubo" ma qualcuna delle ragazzine capì una parolaccia e si mise a ridere come una sciocca, imitata subito dalle altre. La Giulia ebbe uno scatto di riso ma si trattenne per educazione. Però la sua attenzione sembrava finita. Mi ritirai un poco in disparte, verso il tavolo delle bibite, sentendomi pallido per l'attività insolita nel mio addome. Mentre mi versavo da bere, mi sferrò un colpo da farmi sobbalzare.

Giù di morale, partecipai ai giochi di società senza brillare, con il solo risultato di procurarmi un mal di testa di fondo. Il Marcello tallonò la Giulia passo passo facendole un filo esasperato che lei ricambiò fingendosi appena riservata. Ma si capiva da come sorrideva e lo guardava senza cercare le sue amiche che c'era sotto qualcosa. Uno dopo l'altro gli invitati se ne andarono, restammo solo noi tra bicchierini di carta usati e bottiglie vuote.

"Che facciamo, andiamo?" dissi al Marcello.

"Sì, vai pure, io vengo fra qualche minuto..."

"Non c'è problema, se vuoi ti aspetto." Ma mi lanciò uno sguardo fulminante. Uscii masticando rabbia e frustrazione, e passeggiai nervoso per le vie del quartiere, rientrando in casa di pessimo umore, con il pulsare sordo del sangue nel ventre, là dove stavo combattendo la mia guerra personale contro il mostro.

Sabato sera. E lunedì c'era la visita dermatologica. Sabato sera. E il Marcello era su dalla Giulia, che sedeva sul letto e gli sorrideva parlando e rideva alle sue battute. Sabato sera. E la bestia mi mangiava il sangue e scalciava con forza sempre maggiore.

Ritornai a casa, per fortuna papà e mamma erano fuori. Frugai nella cassetta degli attrezzi di ferramenta, presi il trapano e una punta di media grandezza, armeggiai spelandomi le dita con la chiave, poi corsi in bagno. Mi spogliai a torso nudo. La bestia mi guardava con occhi iniettati di sangue, per i capillari che si erano rotti nello sforzo di frantumare la plastilina consolida­ta che le squarciava la bocca. Mi sedetti tremando di freddo e timore nella vasca da bagno, per non versare sangue sul pavimen­to. Detti un colpo in aria con il grilletto del trapano, vidi che funzionava, e lo poggiai al centro della plastilina, fra le labbra nere dell'animale che mi incenerì con gli occhi. "Ti odio" pensai, poi più forte "Ti  odio ti odio ti odio!"

Il trapano frantumò in un attimo lo stucco, mi sentii vibrare le viscere e mi parve di udire l'urlo sottile della bestia, che strinse gli occhi per resistere; ma forse era solo il sibilo del metallo. Estrassi la punta, mentre una polvere di plastilina fuoriusciva dal buco; il blocco si era frantumato in schegge che l'animale sputò frammiste a sangue. Mi piegai in due nella vasca, lasciando cadere il trapano, rimettendo tutto ciò che avevo nello stomaco.

Quando riuscii a rialzarmi, lavai con la maniglia della doccia la vasca e ritirai il trapano. La bestia respirava pesantemente, a bocca chiusa. Doveva avere tutti i suoi immondi denti sbriciolati. Mi lavai il viso rigato di lacrime, quindi ancora più deciso presi dall'armadio del balcone il barattolo dell'acido per il lavandino.

Dovevo fare in fretta, papà e mamma sarebbero stati di ritor­no entro breve. La Giulia divideva il bicchiere dell'aranciata con il Marcello, quel vigliacco insensibile del Marcello.

Stappai con le unghie il barattolo e appoggiai il foro diret­tamente fra gli occhi del mostro, scuotendolo, versandogli l'aci­do sugli occhi. Immediatamente aprì a fatica la bocca in un urlo muto, e gli gettai altro acido fra i denti spezzati, e ancora finché il barattolo fu quasi vuoto.

Sentii allora aprire la porta e mi chiusi a chiave nel bagno. "Sei in casa?" udii domandare. La bestia tremava e si dibatteva come per schizzarmi fuori dal corpo. Osservai con orrore l'acido mangiarle i lineamenti, consumarle gli occhi in una schiuma bianca, bruciarle le labbra e la lingua e trasformarle la pelle in un foglio di cartapecora marcia.

"Ma dove sei?" chiamava ancora mamma, e la sentii fuori della porta. "Che cosa fai chiuso in bagno?" Io non potevo risponderle, sentivo che mi tremava la voce e avevo il sapore salato delle lacrime in bocca.

La bestia emise un suono soffocato, d'impotenza. Mi rimisi camicia e maglia e uscii. "Perché piangevi?" domandò mamma.

"Niente" dissi gettandomi sul mio letto, poi dietro sue insistenze le raccontai del Marcello e della Giulia, e mi disse bonariamente che ero uno sciocco e che non dovevo preoccuparmi, che c'erano altre ragazze e che avevo una vita davanti.

Non capivo perché mi fossi confidato così con mamma, io che la mattina a colazione credevo di morire nel silenzio dell'inco­municabilità fra noi due e le tazze del caffelatte. Sentivo che stava per accadermi qualcosa di enorme: forse sarei morto insieme alla bestia.

Mi addormentai senza cena facendo sogni orribili. Al risve­glio, con occhiaie da nottambulo, controllando la bestia mi accorsi con stupore che non si muoveva. Aveva occhi e bocca chiusi, la pelle distrutta, e respirava piano.

Tutto il pomeriggio studiai, tranne un giro in bici, e a sera controllai ancora: sembrava che le palpebre e le labbra le si fossero cicatrizzate, rendendo la pelle uniforme nella sua rugosità masticata.

A scuola, di lunedì, il Marcello non mi guardò neppure, perduto com'era a un altro livello d'esistenza.

Ma la prova del fuoco venne solo nello studio del dermatologo, quando seduto sul lettino bianco mi fu chiesto di spogliarmi in mutandine.

Appena tolta la camicia, il medico controllò l'eczema sulla pelle, che si stava ritirando, e disse che non era nulla di particolare. Quando mi vide il ventre, che io non avevo il corag­gio di guardare, fece notare a mamma quell'altro sfogo. Allora abbassai lo sguardo, sentendomi pallido, e vidi che la bestia era rientrata, riassorbita nel mio corpo, e la sua pelle divorata dall'acido stava cadendo, lasciando intravedere l'epidermide nuova, fresca, rosa acceso che già nasceva sotto.

"Non è nulla di grave" disse il medico sedendosi alla scrivania "Le prescrivo una pomata."

"Perché non hai detto nulla?" mi rimproverò mamma "Guarda cos'hai qui". La bolla era quasi scomparsa.

"Non volevo che ti preoccupassi" risposi, stordito, leggero, incredulo. Il mostro non c'era più.

 

                              Guardo i crimini delle foglie,

l'orgoglio pungente delle vespe,

l'asino indifferente, folle di doppia luna,

e la stalla dove il pianeta si mangia le sue creaturine.

La solitudine vive inchiodata nel fango.

(Federico García Lorca)

 

 

Franco Ricciardiello

 

Scritto nel gennaio 1988

 

Pubblicazioni:

1.      "Cybola", Roma/Viareggio 1991

2.      "MC Microcomputer" n. 152, Ed. Technimedia, Roma 1995

 

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