FRANCO RICCIARDIELLO

Se io fossi Escherichia coli

 

 

Distendendo il braccio a mano aperta davanti a sé, Rico affonda fino al gomito nello stomaco insanguinato dell’uomo al volante. Estrae l’avambraccio, muovendo le dita come per un irragionevole formicolio. Il morto è compresso contro il sedile dall’airbag: una specie di tumore grosso come un pugno è sbocciato all’altezza dello stomaco sulla sua camicia, nel foro di entrata della pallottola. I finestrini della Mercedes blindata sono fioriti come ragnatele irregolari intorno a una ventina di fori che ancora trattengono i proiettili corazzati, strani attrattori nella superficie violentemente incurvata dei cristalli piombati..

La Repubblica blindata comincia a mostrare insopportabili cadute di tensione in superficie, commenta freddamente la Voce nella testa di Rico. Lui osserva una delle scarpe di suo figlio Rico jr abbandonata sul sedile posteriore della Mercedes ridotta al macabro risultato di un test sugli scontri automobilistici: il cadavere dell’autista e guardia del corpo dietro il volante al posto del crash test dummy, il foro di entrata del proiettile simile alla parodia di un parassita alieno nell’atto di uscire dallo sterno.

Rico arretra dall’immagine tridimensionale in cui è immerso, guardandosi intorno con la luce dei proiettori negli occhi. Nell’olovisione, gli agenti in tuta antisommossa tengono lontana la folla dei curiosi. Il traffico è rimasto bloccato dall’attentato. Suo figlio Rico jr ha appena fatto in tempo a percorrere una ventina di metri nella Mercedes blindata prima di venire tamponato dal furgone del commando terrorista.

Il ritornello di un successo di Rico jr continua a occupargli senza alcuna ragione la mente. Se ti ho amato perdonami, dicono le parole. La Voce, che ha origine da qualche parte lì accanto nel talamo sottocorticale, non sembra udire nulla.

Ai bordi dell’immagine tridimensionale i giornalisti si tengono a distanza dagli uomini dei corpi speciali pesantemente armati. Gli operatori del network hanno già ripreso il cadavere dell’autista e stanno commentando in diretta l’attentato e il rapimento di Rico Bellini jr, numero uno della musica leggera nella Repubblica blindata, il primo essere umano generato per clonazione in un laboratorio di ingegneria genetica in Italia.

La riproduzione olovisiva si spegne. Rico esce dalla sala di proiezione, frastornato e commosso. Rico jr è stato rapito solo il giorno precedente e già l’intera Milizia popolare è stata allertata per il controllo del territorio.

Appena esce dalla sala schermata, oltre il vetro panoramico del laboratorio olovisivo della polizia lo aspetta un fantasma. Rico si irrigidisce, poi quasi si piega in due per il colpo. Accanto al commissario, con un tailleur color fuchsia e la luce buona dei suoi vent’anni c’è Lara, e non è una proiezione tridimensionale. Persino la Voce sembra trasalire, mentre il nastro di neuroni ricomincia a cantare in sordina nella sua memoria.

Se ti ho amato perdonami...

* * *

Venti anni prima. Sul grande schermo nell’aula magna dell’Università occupata una scritta a caratteri tridimensionali impressiona la retina di migliaia di studenti:

Ingegneria Genetica? Sì grazie!

Clonazione: legalizzatela!

Vota SÌ al referendum

Sotto gli occhi di Rico e degli altri studenti, gli slogan si dissolvono per lasciare posto alle immagini di sintesi di una pièce autoprodotta al dipartimento di Biologia durante il mese dell’occupazione estiva.

“La performance si intitola DNA ricombinante e responsabilità sociale” dice la studentessa del Comitato per l’occupazione incaricata di presentare dal vivo l’happening. Il lungo filamento vivacemente colorato di una doppia elica di tRNA si avvita su se stesso contro uno sfondo scuro.

“Riteniamo che la responsabilità sociale di noialtri studenti di ingegneria genetica non possa nascondersi dietro la giustificazione dell’ineluttabilità della scienza” continua la ragazza, che indossa un corto giubbotto di goretex colorato molto di moda in questa estate.

Rico si piega verso il suo vicino nell’aula affollata. “Come si chiama?” domanda.

“Quella è Lara Riva” gli risponde il ragazzo, che porta lenti a contatto a specchio, “ma non è roba per te. E’ la donna di Moreno.”

Moreno. Il leader del comitato d’occupazione.

“Ecco l’enzima di restrizione che taglia la molecola di DNA” spiega Lara mentre la lunga elica sullo schermo si spezza “si tratta di HaeIII, estratto da Hemophilus aegyptius.”

Utilizzare la biologia per una performance artistica è da lungo tempo l’obbiettivo di una parte degli studenti, quelli più interessati alla commistione fra arte e scienza come tecnica di propaganda creativa.

“Vogliamo adesso stabilire un parallelo con l’attualità” prosegue la speaker. L’immagine di HaeIII si trasforma improvvisamente, con uno straordinario effetto di morphing, in una caricatura del tipico militante fondamentalista, la croce di legno al collo e la camicia bianca. Contemporaneamente, il frammento di DNA assume le sembianze del vescovo integralista di Torino, Albino Grandi.

Qualcuno nel pubblico di universitari applaude, altri in fondo all’aula (probabilmente simpatizzanti fondamentalisti) fischiano. Rico si volta e vede distintamente le spalle larghe e la barba folta di Saulo Damiani, il leader degli integralisti. In quel momento e come per contrastarne l’influenza il professor Rigazio, docente di Genetica, si fa largo fra due ali di ragazzi che si separano sollecite. Il professore è amato dagli studenti favorevoli all’occupazione grazie alle sue idee politiche radicali.

Il grosso filamento circolare di una molecola di DNA plasmidico, che sembra composto da una miriade di piccoli volti umani, si fa strada mulinando verso il centro dello schermo. La risoluzione delle immagini è sorprendente.

“Il corpo sociale” spiega Lara controllando lo schermo “gli integralisti cercano di ricombinare con la memoria collettiva il DNA estraneo di Albino Grandi. Non può che nascerne un mostro.”

La molecola circolare si contorce. Il frammento di DNA estraneo fa subito presa, originando una inedita combinazione che assume il colore dell’acciaio.

Il prof. Rigazio osserva la performance con le mani in tasca, in piedi in mezzo agli studenti. La molecola rallenta, si miniaturizza, diventa un anello di metallo cromato. Un batterio si avvicina dai margini dello schermo: gli studenti di genetica non possono non riconoscere la forma oblunga dall’Escherichia coli. Il nuovo arrivato viene afferrato dagli integralisti formicolanti e costretto ad ingoiare la molecola circolare. Il batterio si contorce, si divincola trasmorphandosi in un essere umano nudo. L’elica del DNA ricombinato pulsa maligna nella trasparenza del suo cranio.

“La parola del vescovo di Torino è il DNA ricombinante che sta per infettare tutta la società” continua Lara con voce ammirevolmente inespressiva.

Il batterio umano si scinde due, cinque, dieci volte, replicando a ogni mitosi l’elica circolare di acciaio. E poi tutti i nuovi individui si trasformano in cloni di Albino Grandi.

“L’integralismo cristiano vuole blindare la società” conclude Lara oramai quasi sottovoce. Lo schermo è pieno di cloni che camminano in formazione militare, ognuno con la sua croce di legno al collo e il volto del vescovo di Torino.

Rico abbassa lo sguardo sul professor Rigazio. Tutti sanno che il concetto di società blindata sono parole sue. Sullo schermo è ricomparso lo slogan Vota SÌ al referendum: la performance è finita. Gli studenti contrari schiamazzano dal fondo dell’assemblea, Saulo Damiani agita la mano chiusa a pugno gridando slogan proibizionisti con il volto congestionato. Qualcuno urla il nome del professore, insistendo fino a che Lara lo chiama al microfono.

Rigazio sale controvoglia la pedana dell’aula magna ai piedi dello schermo, a fianco della speaker. Gira lo sguardo intorno, nella sala gremita fino alle porte lontane. L’occupazione dell’università è al suo massimo: ora gli studenti dovranno decidere per un aumento della pressione o per la smobilitazione.

“Cosa ne pensa, prof?” domanda Lara con voce incerta, emozionata mentre la voce amplificata zittisce gli applausi “abbiamo fatto un buon lavoro?”

Rigazio annuisce, ancora con le mani in tasca, dando l’impressione di guardare in faccia ognuno dei presenti.

Noi non siamo cloni di Albino Grandi, pensa orgoglioso Rico.

“Se voi foste Escherichia coli,” dice finalmente il professore nel silenzio attento, in piedi di fianco a Lara, “molto presto diventereste un esercito di volonterosi veicoli di infezione per la Repubblica blindata.”

* * *

Venti anni dopo, Rico ha 40 anni e Lara ancora 20. Una sigaretta alla menta in una mano, il bicchierino di polistirolo del caffè nell’altra, lo guarda fisso nel corridoio gelido della questura.

“Perché non ti sei fatto vivo?” gli dice senza aria di rimprovero “lo sai che oramai da 6 mesi sono tornata a... sono tornata a Torino. Ti ho cercato a lungo.”

Rico si stringe nelle spalle. “Che senso avrebbe?” risponde con dolcezza morsicando con i denti il bordo del bicchierino. La Voce nella sua testa, rimasta muta dal momento in cui Rico è uscito dalla sala di proiezione incontrando il fantasma inatteso, si fa viva spaventandolo. Come è bella... sussurra.

Non la ricordavi più? Le domanda Rico senza parlare. Anche la Voce sa del debito che lui ha contratto 20 anni prima verso questa ragazza.

“Ho trovato lavoro come free-lance” prosegue Lara ignorando la sua scortesia. “In redazione hanno pensato subito a me appena si è diffusa la notizia del rapimento di tuo figlio.”

Rico jr. Il suo ricordo sembrava accantonato in un angolo, ma non è possibile dimenticare il sangue sulla camicia dell’uomo massacrato nell’automobile. Junior che canta Se ti ho amato perdonami.

Perché non mi hai detto che era tornata... accenna la Voce.

Taci!, le impone Rico temendo che voglia ricordargli il debito.

“Vogliono che sia io a seguire il rapimento” dice Lara sfiorandogli il dorso della mano con le sue dita che hanno vent’anni.

Gli uomini della questura in borghese hanno un’aria efficiente; sembra che possano difendere ogni strada, ogni casa, ogni piccolo Escherichia coli dalla violenza fanatica degli integralisti: ma ciò che riescono e vogliono proteggere è solo quella porzione di società assolutamente fedele al regime uscito dai giorni dell’Università. La Repubblica blindata.

“Sei impossibile” Lara scuote il capo per commentare l’asprezza del suo silenzio “assolutamente impossibile. Il tempo per te non è passato.”

Uno schermo in fondo a un ufficio mostra immagini di violenza in un quartiere di periferia di Milano: i terroristi hanno assaltato la navetta di una ditta chimica uccidendo il conducente e ferendo alle gambe metà degli impiegati.

Rico pensa a suo figlio nelle mani dei terroristi. Da venti anni temeva questo momento, da quando i proibizionisti avevano giurato morte a Rico jr e Lara jr prima ancora che nascessero. I primi esseri umani clonati in Italia.

“Siamo alla guerra civile” dice Rico con tono monotono “la Milizia territoriale è infiltrata dagli integralisti, gli integralisti dai servizi segreti. Ogni batterio in questo Paese ha il suo DNA estraneo che lo trasforma in un microbo teleguidato.” E anch’io ho il mio corpo estraneo, pensa poi con la mente alla Voce, ma Lara non lo sa perché l’altra Lara è morta prima, venti anni fa. Una tristezza antica si impadronisce di lui, una malinconia che è sempre stata sua compagna intima, insieme alla Voce, a partire dall’attentato nella sala conferenze della clinica del dottor Little.

 “Di chi è questa idea che tu debba seguire come giornalista il rapimento di mio figlio?” domanda, “della questura? La Repubblica blindata... Rigazio aveva ragione. L’abbiamo blindata noi questa nazione. Volevamo proteggere milioni di Escherichia coli indifesi dai cloni di Albino Grandi, e guarda cosa abbiamo fatto.”

 “Non ho pensato ad altri che a te da quando sono uscita dal coma dopo l’incidente” gli dice Lara dolce, comprensiva, “ora voglio aiutarti a ritrovare tuo figlio.”

Rico sta trattenendo il fiato. Sia lui che la Voce hanno temuto per un attimo che Lara sapesse la verità su se stessa, ma poi entrambi ricordano che lei crede di essere rimasta vittima di un incidente automobilistico.

“E’ il mio destino” continua Lara “tocca a me continuare ciò che aveva iniziato mia madre. Devo prendermi cura di te.”

* * *

Venti anni prima, Rico ha 20 anni e Lara ancora 20.

“Se io fossi Escherichia coli” dice Rico chinandosi verso l’orecchio della compagna davanti a lui “tu chi saresti? La mia piccola blastula fedele?”

La ragazza si discosta appena dalla sua confidenza, iridi trasparenti attraverso la galassia di viticci dei capelli, ancora più bella che nella luce dello schermo panoramico nell’aula magna. “Romantico” replica in tono ironico sostenendo il suo sguardo. L’intera parete del dipartimento davanti a loro è percorsa da una lunga teoria di video che mostrano le informazioni sulla vita della facoltà. Corso di laurea in Biologia, dice l’intestazione di ogni schermo. Ingegneria genetica: legalizzatela! aggiunge uno slogan pirata appena sotto.

Rico si schiarisce la gola. “So che ti chiami Lara” continua “ti ho vista alle lezioni di Genetica. Ci sarai anche tu all’[un]RealParty stasera?”

Uno stormo di matricole eccitate come elettroni passa loro di lato nel corridoio del dipartimento, orientati verso qualche laboratorio. Lara sembra incerta se sganciarlo o dargli corda; lo studia ostentatamente, sorreggendo con la spalla la cinghia di tela del portatile da aula.

Esaurita l’occupazione, ottenuto un riconoscimento politico dalle autorità universitarie, c’è aria di euforia nell’università. Gli integralisti sembrano destinati all’estinzione ideologica. Lara Riva, la ragazza di Moreno del comitato per l’occupazione, sta cavalcando la cresta dell’onda. “Ci sarò, ma non ti dico la chiave” risponde gettando via il mozzicone di sigaretta alla menta dopo l’ultimo tiro, pericolosamente vicino al filtro “se indovini avrai un premio.”

Rico annuisce. “Una scommessa. Se vinco ti farai tatuare quello che sceglierò io qui, sulla spalla. Dal tailandese dei Murazzi.”

Lara sembra prenderlo molto sul serio. La solita stretta di mano a pollici avvinti suggella la scommessa, poi le mani della ragazza si infilano nelle tasche dei blue jeans.

Ma mentre Rico si allontana quasi tremando sulle gambe per la propria audacia, sente la voce di lei alle sue spalle “Se tu fossi Escherichia coli, io sarei il tuo enzima di restrizione.”

* * *

I passi di Lara sul tappeto bukhara non hanno svegliato Rico, ma quando lei accende il proiettore olografico lui apre un occhio. Ricorda di essere sdraiato sul futon nel proprio soggiorno perché le ha lasciato il letto.

Lara sta dirigendo la bacchetta del telecomando sul proiettore. L’immagine di Rico jr si è materializzata sul bukhara: i capelli al vento sul balcone di qualche villa mediterranea affacciata sul golfo di Napoli o di Taormina, una camicia sportiva con inserti di goretex, l’auricolare del network che sporge dall’orecchio sinistro. L’intervista, che risale ad alcuni mesi prima, si alterna con brani di videoclip.

Fingendo di essere ancora addormentato, Rico osserva il figlio. E’ diverso da come eri tu a venti anni, dice la Voce.

L’importanza delle condizioni ambientali¸ risponde Rico senza parlare, una piccola cicatrice sul mento, una piega diversa negli occhi, e soprattutto il condizionamento del mondo dello spettacolo.

“La somiglianza è impressionante” dice invece Lara, “non sai quanto mi dispiaccia avere dimenticato tutto quello che è stato prima dell’incidente.”.

Il videoclip di Se ti ho amato perdonami, con Rico jr che passeggia sulla spiaggia davanti Mont St. Michel. Il padre sente un nodo in gola, come un tumore o una pistola puntata alla trachea.

Ancora Rico jr con i capelli al vento. “Se ti ho amato perdonami è la preferita del mio repertorio. Il testo è tratto da una poesia di mio padre, una sua ossessione privata che risale al tempo della mia nascita.”

“In momenti come questo capisco quanto ho perduto durante quei mesi di incoscienza” insiste Lara senza staccare gli occhi dalla proiezione. “Non riesco neppure a ricordare questa canzone, deve essere stata un hit. Pensi che riuscirò mai a recuperare la memoria dei miei primi anni?”

Rico graffia con le unghie il bracciolo del futon, tentato di raccontarle la verità. Ma in questo momento sarebbe troppo sconvolgente.

* * *

Rico cala gli occhiali e indossa i guanti, muovendo le dita nello spazio virtuale della dataland. Con gesti rapidi richiama il menu del datasuit fatto preparare apposta per la festa a tema.

“Oh cazzo,” pensa appena gli si materializza davanti quello che sembra un grosso salsicciotto semitrasparente imbottito di filamenti lattiginosi simili a spaghetti di soia. Rico deve apprezzare lo sforzo di fantasia kitsch del designer; anelli di infezioni costellano gli organi interni del suo travestimento: una cellula di Escherichia coli, vero e proprio automa cellulare dell’ingegneria genetica. Rico ne mette alla prova i movimenti. La torsione verso destra o verso sinistra di entrambi i guanti lo fa voltare di 45 gradi nella stessa direzione. Sollevando contemporaneamente i due indici, Rico impara a muoversi a balzi.

Sospirando, materializza di nuovo le dita delle mani per selezionare l’indirizzo della dataland condivisa. Parte subito per il suo viaggio simbolico su una specie di cartina geografica in rilievo, al cui orizzonte celeste giganteggia la scritta Ricorda! La mappa è MEGLIO del territorio!; un risucchio trascina il grosso stick di silicone in cui si è trasformato Rico in un volo al di sopra di panorami creati con algoritmi frattali. L’effetto ebbro dell’assenza di peso lo sostiene fino all’approdo al portale della dataland.

Muovete il culo, dice una Voce sottotitolata quando Rico mette piene oltre il perfetto rettangolo marmorizzato della soglia, vedete come gli enzimi di restrizione tagliano la loro sequenza di DNA preferita?

All’ingresso dell’[un]RealParty è sistemato uno specchio in modo che gli ospiti possano ammirarsi nei loro datasuit e sghignazzare. Rico si meraviglia per la fantasia dei travestimenti: una rissa di strani oggetti incongruenti fra di loro affolla il vasto appartamento digitalizzato in cui si svolge la festa. Riproduzioni di batteri, embrioni pulsanti, gruppi di molecole che per gioco si combinano, lunghe eliche di amminoacidi, serpenti sinuosi di RNA. Ogni ospite ha scelto il travestimento per adattarsi al tema della festa, ripetuto su tutte le pareti di casa: Dr. Rigazio says: “If you were E.coli”.

Legalizzatela!,  martella ancora la voce a un volume decisamente troppo alto mentre le lettere dei sottotitoli scorrono in fondo al margine di visione, Gli ottimi enzimi di restrizione del Dott. Rigazio hanno appena pasteggiato a DNA, in questo momento stanno digerendo. Ecco un succoso filamento di scarto. Qual è la fortunata ospite destinata ad accoglierlo?

Rico attraversa uno stormo di spermatozoi nerastri e semitrasparenti che si muovono con scatti nervosi della coda. Immagina la difficoltà di padroneggiarsi in quel datasuit. La sua fantasia crede si tratti del gruppo di matricole che ha quasi travolto lui e Lara quel mattino quando l’ha abbordata nel corridoio del dipartimento.

Lara. Si domanda quale possa essere il suo travestimento. Se tu fossi Escherichia coli io sarei il tuo enzima di restrizione, gli ha detto, ma Rico pensa che non debba essere preso letteralmente. Immagina piuttosto Lara nell’atto in inserire dentro di lui l’infezione vitale di un filamento di DNA digerito. Mi stai entrando dentro, pensa ricordando di essere innamorato di quella ragazza dal primo giorno in cui l’ha vista a una lezione di genetica, il portatile aperto sul vecchio banco di legno e la nebulosa gonfia dei capelli davanti agli occhi di calamita pervinca.

Tagliamo insieme il morbido anello della molecola del DNA ospite. Ecco il succoso filamento digerito dagli enzimi di restrizione che si avvicina alla sequenza interrotta. Riuscirà a ricombinarsi?

La ritmicità nel movimento del datasuit comincia a dargli la nausea. Un gruppo di molecole di adenina modificate si apre per fargli spazio. Rico preleva una bevanda euforizzante dal legame idrogeno di una splendida 6-Metilaminopurina.

“Ehi, batterio” lo apostrofa la molecola “mi sembra di conoscerti.”

Rico è annoiato. Segue tutte le stanze nel labirinto della dataland, cozzando contro un’infinità di ospiti. Una varietà di enzimi sta ballando sotto la musica assordante in un grosso ambiente sulle cui pareti scorrono confuse immagini digitalizzate: blasfeme sodomie molecolari di batteri deflorati da molecole di DNA ricombinato, torture di lunghi filamenti di fagi digeriti vivi da enzimi riconoscibili in HindII, i loro poveri resti ancora guizzanti come anguille iniettati negli anelli gommosi di plasmide. Oscenità della biologia, pornografia dell’ingegneria genetica.

CONTATTO! La molecola circolare è richiusa. La vediamo avvicinarsi pericolosamente a una cellula di Escherichia coli. Fuggi, piccolo batterio illibato!

La bevanda euforizzante rende più precise alcune incomprensibili sequenze di dati che scorrono in quelle che sembrano tubature incastonate nelle pareti virtuali. Le indecifrabili sequenze di pixel si trasformano nel programma di altre feste scadenziate durante il mese successivo nell’ambiente universitario, come veicolo di propaganda per il referendum sulla legalizzazione dell’ingegneria genetica.

Muovendosi a balzi come un goffo würstel semitrasparente, una specie di sacca di polietilene imbottita di spaghetti gommosi immersi in silicone, Rico comincia ad annoiarsi. Gli sembra impossibile riconoscere Lara in quell’incubo genetico.

Escherichia coli, dolce Venere dei batteri. Per Te cantano cori di acido desossiribonucleico, e si svelano i misteri della doppia elica della Vita. Accogli nel tuo grembo la molecola di DNA ricombinata e riproducila secondo la Tua volontà.

Un lungo nastro di musica comincia a serpeggiare, uscendo da quello che sembra l’impianto di aerazione. Rico trova vagamente irritante un simile realismo edilizio nella progettazione di una dataland: avrebbe decisamente preferito una ambientazione ecologica alle superfici digitalizzate di questa specie di discoteca del XX secolo.

Meravigliosa vita dei batteri indistruttibili. Prosperano mille anni sotto il ghiaccio boreale per tornare all’esistenza, più fottutamente irrequieti che mai. O Vita! Infezione delle molecole, mattoni dell’universo! La dolce Escherichia coli, espresso della vita, propaga il messaggio per meiosi e per mitosi. Lode all’Infezione!

Mentre gira intorno alla pista da ballo, vasta digitalizzazione di quel mandala biologico che è una molecola di Hemophilus influenzæ, una specie di putrella sfreccia a una certa altezza dal pavimento, vira in corrispondenza della parete circolare della dataland e accelera a velocità esponenziale conficcandosi come una freccia nel ventre indifeso del suo travestimento.

Scioccato per il colpo, Rico si accorge di aver lanciato un urlo. Abbassa l’angolo di visione, rendendosi conto di essere quasi tagliato in due da una grossa molecola di SV40 resa lineare dall’opera devastante di un enzima di restrizione che ha spezzato in due la sua perfetta circolarità. Le estremità adesive della molecola che lo ha penetrato, rigida come un giavellotto, sventolano beffarde nella corrente d’aria inesistente della dataland. Rico fissa attonito gli isotopi radioattivi che ne marcano le estremità, impressionato per il realismo chimico di quel travestimento. Tutti gli altri invitati li stanno guardando.

“Se tu fossi Escherichia coli, io sarei la vendetta del Comitato partenti vittime di EcoRI,” dice il datasuit di Lara conficcato nel suo stomaco virtuale.

* * *

Rico si sente a disagio nei locali della Polizia. Nei tempi più cupi della Repubblica blindata, nei giorni più crudi del terrorismo anche lui ha manifestato in piazza contro la scomparsa degli studenti negli scantinati dei palazzi del Ministero degli interni, dove ora si trova per cercare aiuto per suo figlio. Adesso hai bisogno di loro, dice la Voce nella sua testa, come loro hanno bisogno di te. Lasciati proteggere contro gli animali dei GCA finché farà comodo a entrambi.

Il commissario lo guida attraverso corridoi di uffici bene illuminati che sembrano la sede di un network. Solo i giubbotti in fibra corazzata dei poliziotti smentiscono quell’atmosfera radical-chic che Rico e Lara conoscono bene.

Lara sembra altrettanto a disagio, ma penetrare oltre la barriera della sua apparente impassibilità è un’impresa complessa. Si fermano davanti a una porta di laminato verde chiaro che il commissario apre verso l’interno facendosi da parte. “La vostra protezione nella tana del lupo” dice con aria soddisfatta.

Nell’ufficio c’è un uomo voltato di spalle con un vestito di seta nera. Rico si avvicina, ritrovandosi suo malgrado nella simulazione 3-d di un thriller. Quasi non vede il gesto dell’uomo, che ruota il busto all’altezza del diaframma, stendendo il braccio destro verso il viso di Rico.

Si sente distintamente Lara che trattiene il fiato, ma il movimento dell’uomo è incredibilmente rapido. Rico, che non si è mosso, si ritrova con un oggetto puntato contro la gola. Rimane bloccato, il capo piegato appena da una parte quando si rende conto che il braccio che l’uomo vestito di seta nera mantiene teso contro la sua trachea è un arto bionico, una protesi di metallo e resina intrecciata con tessuti umani clonati. Un oggetto duro preme sulla sua carotide.

Dopo qualche secondo di tensione, Rico percepisce dal ritmo del respiro del commissario che non c’è pericolo. L’uomo distende i muscoli facciali in un sorriso e ritira il braccio bionico mostrandogli l’arma: la pistola è grossa, piatta, con una doppia canna sovrapposta e un calcio marmorizzato. Sembra un’arma da bambini perché è di un polimero trasparente e fluorescente, tranne la camera da fuoco di ceramica che si intravede sotto la plastica.

“Scusa lo scherzo, Bellini” dice riponendo l’arma nella fondina da spalla. Il suo gesto è stato rapido e nervoso, una dimostrazione di efficienza. E’ grazie a uomini come questo che la Repubblica blindata riesce ancora ad avere la meglio su tutti i suoi nemici.

E in questo momento Rico si rende conto di conoscere l’uomo.

Anche la Voce ha un sussulto. Moreno! Esclama nel silenzio della sua mente.

* * *

Il cielo è marcio di inquinamento sull’altra sponda del Po. Le ville in collina rastrellano la luminosità fluorescente dell’orizzonte stagliate contro la notte di bachelite.

C’è un uomo nella vita di Lara, un uomo che non sa dell’incontro fra lei e Rico nella simulazione dell’[un]RealParty. L’uomo di Lara si chiama Moreno, è uno dei leader del comitato studentesco di occupazione, l’antitossina contrapposta al proibizionismo bioetico di Saulo Damiani.

 Rico, Lara e Moreno scendono dalla scaletta di cemento spaccato dall’ostinata flora urbana. L’argine dei Murazzi è percorso da una folla di personaggi ambigui, a coppie, a gruppi, solitari, comunque meno rassicuranti dei bizzarri datasuit nell’[un]RealParty.

Ostentando una sicurezza che non ha, soprattutto in presenza dell’uomo che vive con lei, Rico prende sottobraccio la compagna di università portandola verso l’atelier tattoo. Devono bussare al vetro e attendere che il tailandese filiforme apra la zanzariera. Non dà segno di riconoscere Rico né Moreno.

“La mia amica vuole un disegno” dice Rico.

L’orientale si scosta per lasciarli passare, li conduce attraverso una specie di caffè librario dove una decina di giovani coricati sul pavimento sembrano immersi in una seduta di traning autogeno, se non fosse per i leggeri caschi e la complicata ragnatela di cavi elettrici ai polsi e alle caviglie.

Il laboratorio è una vecchia sedia da dentista, gli aghi sono contenuti in provette sterili dentro una 24 ore trasparente sotto una lampada ultravioletta. Lara fa scorrere con una pressione del dito il menu dei disegni su uno schermo, fino a scegliere una doppia elica di globi rossi e azzurri intrecciati. Sembra la rappresentazione di una struttura di DNA concepita da un meccanico.

Rico approva mentre il fastidio di Moreno aumenta. Il tailandese seleziona l’ago con il dito indice simile alla bacchetta di un rabdomante. L’icona appare contornata da una silhouette lampeggiante. Lara sfila il giubbotto di goretex sollevando la camicia sulla spalla.

L’orientale fa un gesto irritato, Rico le spiega di levare la camicia. “Se la manica ricade sull’ago potresti farti male.”

Lara ubbidisce, quindi siede appoggiando le mani sui braccioli.

“Sinistra?” domanda il tailandese.

Rico scuote il capo. E’ il suo momento. “Qui,” dice indicando la parte superiore del seno di Lara, in corrispondenza del ventricolo sinistro.

La ragazza rimane interdetta. Si sente il battito cardiaco di Moreno che rallenta, ma nessun altro nell’atelier cerca i suoi occhi. Lara sembra quasi divertita dietro la cortina bionda dei tralci di vite; senza curarsi del suo uomo, abbassa di qualche centimetro l’orlo del reggiseno raccogliendo la sfida di Rico.

Il tailandese avvicina l’ago alla pelle bianca del seno. Moreno tira un calcio di rabbia a un cestino pieno di fazzoletti di carta appallottolati, poi esce sbattendo la porta ma ancora nessuno si cura di lui.

“Mio piccolo Escherichia coli” dice Lara con la bocca a cuore sotto il salice piangente della frangia, “sono pronta per il tuo DNA.”

E in questo momento Rico ha una premonizione. Vede se stesso coricato di schiena su un futon sotto il corpo di Lara. Galassia oscura di capelli, silhouette nel controluce freddo della finestra, Lara che si muove a ritmo con la tensione dei muscoli del suo torace, i frutti acerbi dei seni duri e pesanti nelle mani di lui.

* * *

Moreno mostra a Rico una telecamera che ha lo stesso colore della pistola: traslucida, fluorescente, con solide parti in ceramica che si affacciano nella trasparenza apparentemente innocua.

“Rispondere con violenza alla violenza” recita la sua parte, “se non ci difendiamo con ogni mezzo, questa città diventerà un cimitero immenso.”

“Da tempo abbiamo oltrepassato quel punto,” commenta Rico, “da almeno dieci anni. E non ci siamo fermati.”

Moreno si impone visibilmente di non replicare. “3 chili e mezzo” commenta sollevando la telecamera con il braccio artificiale “una piccola stazione di montaggio. Saulo Damiani non vuole una trasmissione in diretta, ci ha imposto una differita in modo da controllare il contenuto della registrazione prima della messa in onda.”

“Centomila morti in venti anni” insiste Rico sentendo montare l’ira insieme alla consapevolezza dell’enormità accaduta a suo figlio. “Un milione di cittadini in armi nella Milizia non riescono a contenere il terrorismo. Una guerra civile endemica, ma non per quella parte della Nazione che conta: quella è protetta, chiusa, blindata. I fondamentalisti uccidono nelle periferie, in provincia, in campagna, lontano dagli obiettivi strategici difesi a oltranza.”

Lara osserva interessata i gesti di Moreno. Rico ripensa senza particolare fastidio, quasi con nostalgia a venti anni prima, quando i due vivevano insieme prima che il tatuaggio di una doppia elica in un laboratorio dei Murazzi mettesse fine alla loro storia.

“Ti capisco” dice Moreno conciliante, “tuo figlio è nelle mani di quelle bestie, mi sentirei anch’io come te. Ma non temere, lo tireremo fuori incolume. Te lo giuro” Solleva con la destra la pistola, in un modo che a Rico sembra una protesi dell’arto che a sua volta è una protesi. Avvicina l’arma alla telecamera e la incastra con uno scatto, poi fa volteggiare l’oggetto con destrezza e la pistola scompare, completamente mimetizzata. E’ virtualmente impossibile distinguerne la forma incastonata nel fianco della telecamera.

“Non esiste mezzo di individuarla” spiega orgoglioso Moreno.

“Cosa significa?” domanda Rico temendo la risposta.

Significa che Moreno ti accompagnerà nel rifugio dei terroristi, risponde la Voce.

Come per conferma Moreno aggiunge “Porremo come condizione con Saulo che tu e Lara siate accompagnati da un tecnico per le riprese.”

Rico trattiene il fiato. “E quale sarà la tua funzione una volta all’interno del rifugio?” domanda.

“Il signor Moreno è programmato per eliminare da solo l’intero commando terrorista” risponde laconico il commissario entrando in quel momento.

Eliminare l’intero commando terrorista. E Rico jr sarà là dentro. E anche Lara.

“Ma Moreno non sarà solo,” aggiunge soddisfatto il commissario, appoggiandosi con i pugni alla scrivania di cristallo e sorridendo con occhi di ferro a Rico.

“Abbiamo spesso avuto a che fare con gente come lei, Bellini” dice a bassa voce, “ma per fortuna i figli non sempre seguono le orme dei genitori. Quel suo ragazzo, malgrado sia una sua copia identica... ecco, è la dimostrazione di quanto possono l’educazione e l’ambiente rispetto al talento naturale. E’ un cantante fantastico, sarebbe una perdita enorme per noi se quei fanatici...”

Rico fissa dritto negli occhi l’uomo. “Io lo tirerò fuori di là” risponde.

Il commissario annuisce. “Certo. E sa cosa la aiuterà?” punta il dito in mezzo alla fronte di Rico “quella cosa che lei tiene qui da venti anni.”

Rico si morde le labbra fino a farle sanguinare. Come fa a sapere di me? Dice interdetta la Voce.

“Il dottor Little ha mantenuto una regolare e periodica relazione sui propri esperimenti” spiega il commissario “non solo sullo straordinario concepimento e gestazione di suo figlio clonato, anche su quell’altro esperimento all’interno del suo cervello. Le dirò che, opportunamente istruita con gli idonei stimolanti, potrebbe assumere una funzione molto simile alle più moderne routine di combattimento sperimentate l’esercito.”

L’improvvisa immagine di soluzioni bionanotecnologiche attraversano la mente di Rico. Il commissario sembra leggere nella sua esitazione e aggiunge “E’ costretto ad essere coerente, Bellini. Questa Repubblica è una invenzione di voi studenti, venti anni fa. Non può non assumersi le sue responsabilità.”

“Questo discorso l’ho già sentito una volta,” risponde Rico con amarezza, “il giorno stesso della vittoria al referendum. E ha condizionato la mia vita da quel momento fino ad ora.”

Il commissario sorride, poi sembra accorgersi della presenza di Lara. “Non dimentichi, Bellini,” aggiunge allora “che lei ha ancora un debito nei confronti della sua amica. Un debito che custodisce qui dentro” per la seconda volta punta il dito alla fronte di Rico.

Non desiderata, la melodia ritorna all’assalto con la voce di suo figlio, così forte che si domanda come possa la Voce non sentirla.

Se ti ho amato perdonami.

* * *

Fermo in strada alla testa del corteo, Rico alza gli occhi alla finestra del professore. Cerca gli occhi di Lara nel silenzio che si è fatto assoluto. “Che dici?” domanda, “è il caso?”

Il carosello di studenti che ha percorso tutta la notte le vie del centro è diventato improvvisamente silenzioso. Gruppi estremisti si sono scontrati ripetutamente con la polizia, ma si sono avuti incidenti in tutte le città italiane stanotte. I proibizionisti, distrutti dalla vittoria legalista al Referendum, sembrano chiusi in casa. Il tam tam del corteo scandisce slogan offensivi nei confronti del loro leader torinese, Saulo Damiani, e del vescovo Grandi.

“Pro-fes-so-re! Pro-fes-so-re!” implorano a braccia tese i ragazzi. E’ l’alba. Stanotte la pioggia, che durava da due settimane, è improvvisamente cessata. Le quattro vittime delle prime violenze integraliste, timida anticipazione della guerra civile endemica che strazierà il paese per venti anni, sono state sepolte ieri, la mattina stessa delle votazioni, con la partecipazione di un’immensa folla di studenti muti.

Una uguale folla festosa, non accontentandosi di mandare in tilt la rete telematica nazionale con un’invasione di messaggi di trionfo che si moltiplicano come una metastasi, ha occupato stanotte le strade e le piazze di quella che in breve tempo diventerà la Repubblica blindata. Ma sotto la casa del professor Rigazio sembra che l’entusiasmo sia più contenuto.

“Pro-fes-so-re! Pro-fes-so-re!” inneggiano i ragazzi. Qualcuno insiste per formare una delegazione di studenti con l’incarico di salire. Moreno, che nelle settimane seguenti alla rottura con Lara ha perso influenza sull’ala più radicale, non si propone.

Rico e Lara partono alla testa di un gruppo di otto. Le scale sono luminose e fredde, Rigazio li aspetta sulla porta, serio, vestito con un cardigan molto casual in linea con l’eleganza anglosassone che ostenta all’Università.

I ragazzi si schiariscono la gola, il professore li fa entrare. Una casa con pareti tappezzate di libri e i tavoli ingombri di riviste. Su uno schermo da 48” si può vedere il viso di Albino Grandi, si riconosce un network che trasmette notizie 24 ore su 24.

...Arrestato questa notte con l’accusa di terrorismo e strage. Il vescovo di Torino è stato tradotto in un carcere di massima sicurezza in attesa di essere interrogato dal magistrato...”

Gli studenti si lasciano sfuggire grida di giubilo. “Assassino!” esclama qualcuno.

Rigazio non commenta, ma li guarda uno per uno in viso.

“Professore, abbiamo vinto. La clonazione è finalmente legale.”

“Sono contento” ammette lui annuendo dopo aver tolto l’audio. Le immagini degli ultimi attentati terroristici, imputabili almeno ideologicamente a Albino Grandi, ammiccano da dietro alle sue spalle. “Adesso verranno tempi più cupi. E’ uno scontro ideologico totale, assoluto, fra due inconciliabili visioni della vita. Ci sarà chi non accetterà mai il responso della maggioranza. E saranno così disperati, così terribilmente scoraggiati da preferire la violenza. Dovremo organizzarci per difenderci, e questo giustificherà una repressione su scala sempre più vasta. Dovremo blindare la vita privata e la vita pubblica di quella parte della Nazione che conta, e questo alla fine ci farà perdere.”

I ragazzi appaiono sconcertati, non comprendono questa amarezza dopo una vittoria così netta.

“Ora dovrete dimostrare la vostra coerenza,” prosegue Rigazio come per scuoterli dalla leggera catatonia.

Gli studenti si guardano. “Coerenza?”

Rigazio punta il dito su Lara. “Lei, Riva, sembrava una delle più entusiaste quel giorno nell’aula magna. E’ pronta ad assumersi le sue responsabilità, dopo questa vittoria?”

Rico non capisce cosa voglia Rigazio, ma l’euforia della notte e della affermazione al referendum lo spinge a uno slancio. “Qualsiasi responsabilità, prof?”

“Anche lei, Bellini? Anche lei si sente pronto? Bene, vi prendo in parola. L’équipe del dottor Little a Rivoli che non aspettava altro che il trionfo legalista al referendum per mettere in pratica la prima clonazione di un essere umano in Italia. Riva, Bellini: volete essere voi due i primi genitori di un feto clonato?”

* * *

Quando lasciano la sicurezza minacciosa della Repubblica blindata incamminandosi verso l’incognito del covo terrorista, Rico cammina per primo avanzando con le mani sollevate, Lara lo segue e Moreno con la sua telecamera chiude la fila. Gli elmetti con visiera di plexiglas dei corpi speciali antiterrorismo riflettono la luce dei proiettori puntati sulla fabbrica abbandonata. L’eccezionale dispiego di mezzi nella ricerca di Rico jr ha portato a individuare il nascondiglio degli integralisti in meno di una settimana dal rapimento.

Qualcosa non mi convince, pensa Rico rivolgendosi alla Voce, non abbiamo a che fare con dilettanti. Non credo che l’asso della manica della polizia sia Moreno.

La Voce risponde dopo una pausa sospetta di due secondi. Sospetti di... di Lara?

Un riflettore segue la loro avanzata verso il portone sprangato dall’interno. La fabbrica, in disuso da decenni, è un monumento all’archeologia industriale del secolo precedente. Rico immagina di essere inquadrato nel mirino di decine di fucili di precisione, il sudore gli impregna la camicia. Cosa intendeva dire quando si riferiva alla tua presenza?, domanda alla Voce, come puoi assolvere funzioni simili a quelle delle più moderne routine di combattimento se sei dentro di me da 20 anni, senza nessun contatto esterno?

Il portone è socchiuso, all’interno è buio. I tre si radunano davanti all’entrata, poi Rico li precede. Due uomini armati li spintonano verso il fondo dell’officina, oltre barricate di bancali marci. Sentono sbattere la porta, poi un silenzio teso mentre camminano in direzione di una luce ai piedi delle scale.

Notano diversi terroristi armati fino ai denti, appostati strategicamente alle finestre. Non riconoscono Saulo Damiani fino a quando non compare direttamente in mezzo a loro con espressione seria. “Siete in ritardo” dice con voce incolore, “sono 20 anni che vi aspetto.”

Moreno stringe la telecamera con la mano destra coperta da un sottile guanto di lattice. Rico sa che ha l’ordine di aspettare ad agire fino a quando non si troveranno in presenza di suo figlio, ma sa anche che per l’attentato in cui ha perso il braccio è stato condannato in contumacia Saulo Damiani. Da giurati con i lineamenti alterati da una protezione ottica.

Salgono tutti insieme una scala di ferro, che risuona come una campana a martello nella vastità vuota dell’officina. Altri uomini e donne armati li accolgono al piano superiore dove, in una serie di uffici abbandonati, hanno steso in terra materassini, sacchi a pelo e cucine portatili. E’ un vero e proprio esercito di decine di guerriglieri.

“Dov’è mio figlio?” domanda Rico.

Saulo prosegue senza rispondere verso i servizi igienici, poi apre la porta di una stanza senza luci esterne. Rico jr è sdraiato su un materassino gonfiabile, accanto a giornali appallottolati sul pavimento, un vassoio e piatti di plastica riciclabile. Quando vede il padre si alza a sedere di scatto, ma la presenza di Saulo lo destabilizza.

Rico e il figlio si abbracciano, Lara sembra tesa e sollevata al tempo stesso dopo avere constatato che è ancora vivo. Ma appena Moreno varca la soglia del locale, Saulo estrae un revolver da sotto la giacca e gli spara a bruciapelo alla nuca.

* * *

Rico jr emette uno strillo acutissimo che intenerisce gli operatori del network, anche quelli più cinici. Solo la piccola Lara jr non si scompone continuando a dormire dall’inizio della conferenza stampa.

“Scusate” dice Lara raggiante, “Junior non è abituato a tanta luce.”

Rico è stanchissimo. Ha assistito al parto, il giorno precedente, ed è preoccupato che la confusione dell’appuntamento con il pubblico possa nuocere all’umore dei due neonati.

“Caso praticamente unico nella storia dell’umanità,” sta commentando al microfono un reporter accanto all’orecchio di Rico, “questi due bambini, pur avendo trascorso l’intera gestazione contemporaneamente nel medesimo ventre di Lara Riva, non sono assolutamente fratelli.”

Rico jr corruccia il viso congestionato davanti ai lampi dei flash, rifiutando di aprire gli occhi. Suo padre barcolla dal sonno, cerca di spostarsi verso il professor Rigazio che sembra invece l’uomo più felice del mondo. Al suo fianco Moreno, candidato deputato per la coalizione legalista, è venuto a raccogliere la sua parte di popolarità agli occhi del network. Il dottor Little, primario e amministratore delegato della clinica in cui hanno avuto luogo la clonazione e il parto, completa lo schieramento di personalità ad uso propagandistico.

“Lara Riva e Alarico Bellini si sono offerti volontari un anno fa, il giorno stesso della vittoria legalista al referendum sull’ingegneria genetica, per il primo intervento di clonazione umana in Italia. Dal punto di vista genetico e biologico, Rico jr possiede unicamente cromosomi del padre e Lara unicamente della madre. Per questo non si possono definire genitori in senso biologico.”

“Sei stanca?” sussurra Rico all’orecchio della moglie.

Lei ricambia il suo sguardo con occhi rassegnati. “Abbiamo accettato tutto questo un anno fa, quel giorno in casa del professore” risponde sottovoce “la nostra vita ci appartiene solo in parte, da allora. Siamo finalmente diventati animali sociali, Rico, dobbiamno esere coerenti: ricordi quanto lo volevamo?”

“Lara Riva ha accettato di portare in grembo per tutta la gravidanza due ovuli clonati, che si sono sviluppati all’interno del suo ventre dando vita a questi formidabili bambini. I piccoli Rico e Lara non hanno un solo cromosoma in comune, né si possono definire in alcun modo fratelli.”

Per fortuna la biologia non può nulla contro l’istinto, pensa Rico sentendo che anche la piccola Lara jr è sua figlia. Noi siamo una famiglia.

“Il professor Marcello Rigazio è il nume tutelare di questo eccezionale concepimento. E’ la prima volta al mondo che due esseri umani clonati vivono una gravidanza gemellare. Possiamo dire che Rico e Lara sono l’avanguardia di una futura generazione di uomini nuovi che, grazie alla scienza, potranno scordarsi terribili anomalie genetiche come la fibrosi cistica, la distrofia muscolare, l’emofilia, la talassemia beta.”

Rico vacilla dalla stanchezza. Il professor Rigazio si avvicina prendendo fra le grosse mani il piccolo Junior. Si avvicina ai reporter, affiancato subito dal dottor Little mentre Lara rimane in braccio alla madre sotto l’occhio indiscreto del network, accanto a Moreno.

“Bellini!” chiama qualcuno. Rico si volta e si ritrova bocconi. Si accorge di essere caduto in terra, vede tracce di sangue che dal suo naso gocciolano sul pavimento della sala. Poi finalmente sente le urla di terrore che filtrano dal ronzio doloroso nel suo cranio. Si mette a sedere in una selva di gambe. Tutti stanno fuggendo, ma il grosso tavolo dove era seduta Lara con la bambina è rovesciato su un lato.

Rico si rialza in piedi. Il tavolo è a pezzi, c’è sangue dappertutto. Una nuvola di fumo si sta già disperdendo e gli sembra di ricordare una fiammata, pochi secondi prima; ma è confuso.

L’adrenalina comincia a scorrere. Vede Rigazio che si allontana nella folla urlante, Junior è incolume fra sue braccia.

“Lara!” strilla, ma non sente neppure la propria voce sopra gli schiamazzi di terrore.

Il servizio d’ordine sta soccorrendo i feriti. Riconosce Lara sotto il pesante tavolo, spaccato e rovesciato su un fianco. Moreno sta cercando di rialzarsi, ha il bracco destro ridotto a brandelli di carne.

La piccola Lara sembra a pezzi accasciata accanto alla madre. Non è neppure intera: un bambolotto spezzato dal troppo amore di un bambino piuttosto che dal plastico. La madre ha il volto e il collo ridotti a una maschera di sangue. Rico si china su di lei, sta randolando. C’è una scheggia di legno del tavolo che le ha aperto una spaventosa ferita nella trachea.

Rico si accorge di gridare il nome di lei da diverso tempo, ma ci sono morti ovunque intorno al tavolo, Moreno è svenuto dal dolore. I soccorsi lo trovano con Lara e la bambina fra le braccia, sporco dai capelli alle caviglie del loro sangue, gli occhi sbarrati dall’orrore e il ritornello di una terribile anticipazione musicale nella mente.

Se ti ho amato perdonami.

* * *

La luce dei proiettori dell’assedio filtra attraverso le imposte. Il corpo di Moreno è in terra, per fortuna a faccia in giù in modo che non si vede la devastazione nella parte inferiore del viso. Una palude di sangue si allarga sulla moquette annerita dell’ufficio in abbandono. Il suo braccio bionico è una strabiliante scheggia di tecnologia gettata nella spazzatura.

Saulo è rimasto in piedi accanto all’uomo appena trucidato alle spalle. Tiene la mano armata in posizione rilassata, il revolver ancora caldo perpendicolare al pavimento. Rico è caduto in ginocchio ma non ha il coraggio di toccare il cadavere.

“Alzati” comanda Saulo senza dimostrare emozione. Tre uomini armati sono alle sue spalle, le canne dei fucili automatici pronte a crivellare gli ostaggi al minimo cenno di reazione.

Rico inspira profondamente, punta il ginocchio e sente girare il capo. Lara si china su di lui.

Rico jr è rimasto seduto sul letto, indebolito dai sedativi. Con noncuranza, Lara appoggia il palmo aperto della mano destra all’interno dell’avambraccio di Rico. Lui sente una piccola puntura, quasi un graffio fatto con carta abrasiva.

“Finalmente ci ritroviamo tutti insieme” dice Saulo con voce da giudizio universale “Ma questa volta non avete dalla vostra parte la violenza della maggioranza, come ai giorni dell’Università. Siete soli di fronte alle vostre responsabilità.”

Rico inspira e la soluzione bionanotecnologica che Lara gli ha iniettato nel braccio entra nel suo sistema circolatorio.

Tutto assume un aspetto diverso. E’ come osservare la realtà attraverso un filtro virtuale. La maggior parte dei suoni si affievolisce, alcuni invece si amplificano. Rico guarda la telecamera che Moreno ha lasciato scivolare in terra e distingue perfettamente la connessione dell’arma nella superficie trasparente.

Gli sembra di vivere in un videogioco. Il suo dito indice è sul grilletto dell’arma prima ancora che Saulo e i terroristi se ne rendano conto. La Voce nella sua mente è diventata un calcolatore che controlla le membra a velocità incredibilmente accelerata.

Come teleguidato, sgancia con uno scatto l’arma dal suo alloggiamento nel fianco della telecamera. Le canne delle automatiche si sollevano istintivamente verso di lui. Se ti ho amato perdonami canta adesso la Voce mentre prende il controllo dei suoi riflessi.

Le armi non sono ancora parallele al pavimento quando il primo bersaglio viene scaraventato all’indietro da un proiettile calibro 7.65. La detonazione è secca nell’orecchio di Rico, distaccata e isolata da qualsiasi altro suono. Il secondo uomo, che sta reagendo d’istinto, ha ora l’arma puntata su di lui mentre Saulo finalmente realizza inconsciamente la reazione dell’ostaggio.

La Voce mantiene la pistola parallela al pavimento, muovendola in verticale e in orizzontale con spostamenti razionali che fanno sembrare la mano di Rico la testina di un plotter. Il primo terrorista non ha ancora toccato il terreno quando il secondo viene colpito alla gola. Il terzo spara e Rico sente come una frustata alla spalla sinistra, ma prima ancora di rendersi conto di essere colpito di striscio la Voce guida il suo braccio a colpire con un terzo, unico colpo l’ultimo terrorista.

Saulo adesso ha il revolver in posizione di fuoco, dritto alla testa di Rico. Se dovesse vedersela solo con i riflessi dell’uomo avrebbe già vinto, ma la Voce ha completamente assunto il controllo del sistema nervoso di Rico. Una raffica di cinque colpi taglia quasi in verticale l’obiettivo, la violenza di impatto dei proiettili è tale che l’ultimo non riesce neppure a mordere la carne perché il corpo è già scaraventato di lato.

Lentamente i suoni ritornano normali, Rico sente il riflusso dell’adrenalina e un ronzio nel timpano come effetto collaterale delle detonazioni. I soccorsi non fanno in tempo ad accorrere in aiuto di Saulo perché le forze speciali hanno contemporaneamente iniziato un micidiale fuoco di sbarramento contro le finestre dell’officina, un concerto di fucileria che fa vibrare persino i muri della fabbrica.

Con un ultimo salto Rico chiude la porta dell’ufficio. Lara è accostata alla parete di fondo, trema di paura ma sapeva cosa sarebbe accaduto quando gli ha iniettato la soluzione nanotecnologica come da istruzioni del commissario. Rico jr sta respirando a fatica. È tornato a sdraiarsi sul materasso per levarsi dalla linea di tiro.

Il battito cardiaco di Rico rallenta per qualche secondo. Le pareti dell’ufficio abbandonato sembrano verniciate di rosso, i tre terroristi feriti a morte si lamentano con voce flebile e Saulo è immobile accanto al cadavere di Moreno.

E’ finita, Rico, dice la Voce, è tutto finito. Abbiamo vinto. Lara e tuo figlio sono vivi.

Finalmente Rico si accorge del sangue sulla manica sinistra della camicia. Ma più importante è la consapevolezza di quello che ha detto il commissario il mattino stesso. , pensa Rico, io ho un debito con Lara. Un debito che mi porto dietro da anni e che è ora di saldare.

Mentre il sangue nelle sue vene riprende a scorrere a velocità normale, Rico si rende conto che è giusto che Lara sappia la verità.

* * *

La trasparenza del cristallo alla finestra aggiunge una profondità inattesa al dolore. Torino si stende indifferente in lontananza, ai piedi della clinica in collina: da qualche parte la polizia sta cercando le tracce di Saulo Damiani, indicato come esecutore materiale dell’attentato alla conferenza stampa che ha assassinato la piccola Lara e ferito gravemente altre tre persone tra cui la madre e Moreno, candidato legalista al Parlamento.

Rico si volta verso l’infermeria sentendo dei passi. E’ Rigazio, più curvo e stanco del solito. “I genitori hanno acconsentito” dice a labbra chiuse “stasera stessa inizieranno le operazioni di animazione sospesa.”

Rientrano insieme nella stanza. Lara è distesa sotto la tenda a ossigeno, povero corpo tenuto insieme da una rete ferroviaria di cuciture con filo azzurro. La pelle al collo e alla tempia è bruciata, rossa, ricoperta da una gelatina nutriente; il resto del corpo è sotto il lenzuolo. Una serie di monitor con istogrammi incomprensibili tiene sotto controllo le sue funzioni vitali.

Rico non domanda nulla. “Non sappiamo quanto occorrerà perché possa tornare fra noi” continua Rigazio non richiesto “il dottor Little è stato chiaro. La Medicina potrebbe essere in grado di portarla a un recupero nel giro di un anno, come di cinque anni o magari di venti.”

Ibernazione. Questa è la parola che circola come routine subliminale appena sotto il livello di coscienza di Rico. Un anno di ibernazione. Forse cinque anni, forse venti. E quando potremo riportarla in vita per noi sarà passato tutto quel tempo, mentre i suoi tessuti rimarranno congelati senza invecchiare.

 “Ho bisogno della tua autorizzazione per un altro esperimento” dice Rigazio. Dalla tensione nella sua voce Rico capisce che si tratta di qualcosa di importante che mette in ansia il professore.

“Tutte le autorizzazioni vanno richieste alla famiglia di Lara” risponde senza distogliere gli occhi dai monitor. Fra poche ore quelle linee diventeranno piatte. Congeleranno le sue funzioni vitali, nella speranza di poterla riportare alla vita. Congeleranno la sua carne, congeleranno le sue labbra e il suo cuore.

“Quest’altro è un esperimento che riguarda te, non Lara. Cosa pensi che rappresenti quella cuffia di elettrodi intorno alla sua testa?”

Rico si sforza di ritornare alla realtà. “Encefalogramma?”

“Il dottor Little sta registrando il contenuto bioelettrico del cervello di Lara. Almeno di quelle parti non danneggiate dall’attentato. Una quantità immensa di dati, tutto quello che è possibile salvare di lei: strutture di pensiero, capacità di provare emozioni, centri del linguaggio. Tutto il salvabile.”

Rico è perplesso. “E a cosa servirà?”

“Se siamo in grado di registrare l’attività bioelettrica dei neuroni, siamo anche in grado di trasferirla. Dobbiamo salvare quanto più possibile di Lara per poterlo ripristinare nel suo cervello quando il dottor Little potrà farla uscire dall’animazione sospesa.”

Rico si sforza di respingere il dolore che gli impedisce di capire. “Little sta registrando Lara?”

“Appena è giunta alla clinica hanno avviato la registrazione cerebrale. Non sappiamo quanto tempo passerà prima che Lara torni fra noi, perciò non possiamo permettere che il contenuto del suo cervello si deteriori.”

“E io cosa posso fare?”

Rigazio inspira profondamente. “Cosa accadrebbe se dovessero occorrere davvero anni prima di poterla risvegliare con la certezza di mantenerla in vita? Come possiamo pensare di conservare su qualche supporto stabile l’immensa quantità di dati registrati? Abbiamo bisogno di un supporto più sicuro.”

Rico trattiene il fiato, poi si tocca la tempia.

Rigazio annuisce. “Siamo in grado di trasferire la registrazione su altro tessuto cerebrale. Non possiamo ancora trapiantare un cervello, forse ci riusciremo davvero solo tra venti anni, ma possiamo conservare il contenuto in un altro cervello. Hai idea della quantità di neuroni inutilizzati in un tessuto nervoso centrale?”

“Lara,” dice Rico “Qui nella mia testa. E io sarò cosciente di lei?”

Rigazio allarga le braccia. “E’ la prima volta che si tenta un esperimento su scala così vasta. Un’intera mente, o almeno ciò che è ancora possibile salvarne, trasferita all’interno di un’altra mente. Non so cosa proverai, Bellini, francamente.”

Rico sente di barcollare. Pensa alla piccola Lara a pezzi sul pavimento della sala stampa. Pensa a sua madre ricoperta di sangue sotto le schegge del tavolo di legno. “Che senso avrà riaverla intera con il contenuto della sua mente intatto fra venti anni, se io avrò il doppio della sua età?” commenta per prendere tempo, ma ha già deciso.

“Povero il mio Bellini, non sarà purtroppo intatta. Non avrà mai i suoi ricordi, ad esempio. D’altronde non lo facciamo per te.”

I lineamenti di Lara sono appena riconoscibili sotto le escoriazioni. Un occhio, completamente perduto, è sostituito da una ampia medicazione. I capelli, i capelli di Lara che ondeggiavano a un vento inesistente quando si muoveva sopra di lui, sono completamente rasati.

“E se sarà davvero fra venti anni, potremo farle credere di essere la piccola Lara cresciuta, il clone di sua madre, e di avere perso la memoria in un incidente automobilistico.”

Lara dentro di me. Lara. Il suo corpo dentro la cella frigorifera in clinica, il suo cervello dentro la mia testa.

Rico sa già che accetterà. Accetterà perché nessun Escherichia coli è mai stato interpellato sulla propria volontà di trasmettere il DNA di un altro organismo, quel DNA che conserverà per 20 anni l’identità personale di Lara Riva.

E già sa che da questo momento in poi comincerà a sognare il giorno in cui sua moglie uscirà dal coma e potrà restituirle la memoria. Tra un anno, tra cinque o tra venti anni.

 

Franco Ricciardiello

 

Scritto tra agosto e settembre 1997

 

Pubblicazioni:

  1. "L'uomo duplicato", antologia a cura di Piergiorgio Nicolazzini, Editrice Nord, Milano novembre 1997

 

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