FRANCO RICCIARDIELLO

Storia di un commissario

 

 

Margarita comparve al tempo del grande sconforto, quando gli obici repubblicani aprivano più brecce nelle cariatidi del mio sistema di valori che nelle trincee realiste. Giunse all'ottavo mese degli ozi di Teramo, prima delle incursioni aeree alleate sulle città del Nord, prima dell’inverno dei centomila morti, appena prima dell’offensiva repubblicana di primavera.

A quel tempo, sino a metà del ‘47, ci si limitava a sorve­gliare con una mitragliatrice dall’alto dei campanili i movimenti dei realisti sulle strade vicinali, arrestando ed espropriando gli esponenti bianchi più in vista nelle zone sotto il controllo del CLN di Milano.

Io mi trovavo su quel fronte già da mesi: ero partito con la ricostituita XIII divisione partigiana Garibaldi Pietrorame ingrossata da contingenti di volontari della CGIL, quelli che in seguito furono conosciuti come “battaglioni operai”, quando ancora i francesi non avevano varcato i confini del Piemonte: per questo mi trovavo tanto distante dalla mia Torino semiassediata.

Margarita venne a me in uno dei momenti più tragici della guerra, al tempo dello sconforto. I bianchi controllavano quasi totalmente Roma; gli inglesi bloccavano via mare tutti i porti del Nord, da Trieste a Venezia ad Ancona, da Genova a La Spezia a Livorno; l’esercito francese aveva attraversato il confine occu­pando Aosta, Imperia e le valli alpine del cuneese e del torine­se. L'intero meridione era controllato dai bianchi.

Alla periferia di Giulianova, nell'umida cascina in cui ero acquartierato nella primavera di quell'anno, non avevo pensato ad altro che a Torino paralizzata dagli scioperi operai e minaccia­ta dagli obici francesi.

“Sembra di essere tornati al ‘20” amava ripetere raggiante il Ghiera, comandante del plotone di cui ero Commissario politico, leggendo la prima pagina de l’Unità. Sui colli tutto intorno, i cannoni realisti erano puntati verso Teramo; al largo, da San Benedetto a Pescara, navi da guerra inglesi incro­ciavano minacciose, quasi ansiose di scendere in campo a difesa del legittimo Re d'Italia.

* * *

Disteso sul letto disfatto, in attesa di una qualsiasi deci­sione del Governo provvisorio, passavo le ore a osservare il sole filtrare attraverso gli scuri della finestra, discendere lungo il muro sotto il davanzale interno a segare in netto il pavimento con una lama di luce pura.

Era, ancora una volta, primavera; oltre un anno era trascorso dal referendum vinto dalla Monarchia; dopo anni di guerra e lutto, dopo la sciagura bestiale della dittatura fascista, ben accetta dal padre di quel Re che stava per ritornare a Roma dopo sei mesi di ritiro a Ravello, e dopo due anni di guerra di liberazione contro i nazisti, ancora nulla di fatto era stato concluso sul fronte della guerra sociale. Eccettuate le condizioni imposte a forza dai lavoratori in Italia settentrionale, il CLN non aveva saputo fare altro che cercare l’appoggio delle classi medie e delle potenze straniere meno favorevoli al ritorno della monarchia, Stati Uniti e Francia.

Sino allora le ostilità si erano limitate a scaramucce fra auto blindate, all’arresto di esponenti della parte avversa, repubblicani o realisti a seconda del predominio locale di una fazione o dell’altra; a sud di una linea da Roma all’Adriatico erano maggioranza i “bianchi”, realisti, fedeli al governo monar­chico di Badoglio: l’Abruzzo era zona di contesa tra le formazioni ex partigiane delle divisioni Garibaldi appoggiate dai batta­glioni operai e il Regio esercito ricomposto sotto l’ala benevola degli Alleati.

Finalmente qualcosa sembrava muoversi; sotto l’onda d’urto delle agitazioni nelle fabbriche, Togliatti aveva potuto conquistare la maggioranza al CLN, determinando la fine del predominio del Psiup di Nenni e Romita e votando la formazione di un Governo provvisorio nel nord Italia: c con la radicalizzazione del CLN sulle posizioni di Togliatti eravamo scivolati inesorabilmente verso la guerra civile. La guerra di propaganda stava per iniziare sui fronti piemontese, abruzzese e di Roma.

Il guaio era che, nel frattempo, io mi ero logorato nell’atte­sa. Mi sembrava sempre più improbabile che, dopo una guerra civile lunga e sanguinosa come quella che stava per scatenarsi, si potesse instaurare a Roma un vero governo operaio. I bianchi erano sostenuti dall'Inghilterra e appoggiati da Usa e Francia, che non avevano esitato a intervenire anche militarmente per mantenere in piedi il secondo governo Badoglio; come potevamo sperare di vincere senza l’aiuto dell’Unione Sovietica? E che tipo di governo si sarebbe instaurato dopo la presa di Roma, se non uno ben visto dal Comintern?

Mentre mi maceravo in questi amari pensieri, bussarono alla porta. Attesi che qualcuno aprisse ma i colpi continuavano. Nella cascina era acquartierata una squadra del plotone cui ero aggre­gato, volontari di Torino e provincia, ma evidentemente si trova­vano tutti fuori per operazioni.

All'insistenza dei colpi mi rassegnai ad alzarmi; nel far ciò la testa prese a girare e dovetti sostenermi alla spalliera di una sedia. Il troppo ruminare sulle medesime questioni stava sortendo i suoi effetti.

Senza guardare i ritratti dei compagni Uljanov e Bronstein sul ballatoio, ridiscesi i gradini di pietra sino alla cucina e aprii la porta. Era una giornata di vento; ritagliato nella luminosità meridiana dell’aia, vidi il profilo di una figura femminile. Alzai la mano a schermarmi gli occhi.

"Cerco il compagno Commissario" disse la donna con un pesante accento straniero.

"Sono io" risposi prudente, e attesi. Non disse né tentò nulla finché non mi scostai per farla entrare.

Era una ragazza: doveva avere un’età fra i venti e i venti­cinque anni. Rimasi in piedi, la mano sulla grossa maniglia della porta, a osservare quell’imprevista figura nella grossa cucina della cascina pavimentata in cotto. La ragazza portava in testa un fazzoletto di cotone rosso che le lasciava scoperte ciocche di capelli castani sulla fronte, le tempie e il collo; aveva una camicia ricamata, di buona fattura, con polsini elastici, una gonna di taglio francese e uno scialle nero. Il suo viso era giovane, con vistose chiazze rosse sintomo di pelle delicata e difficoltà di comunicazione; le labbra erano sottili, chiare, il viso grazioso, gli occhi del colore indefinibile ma esotico dell’acciaio della gioventù slava.

"Margarita Ivánovna Kozlóvskaja" disse la ragazza uscita da un romanzo di Dostoevskij. "Tu devi aiutarmi a ritrovare mio padre, compagno Commissario."

Migliaia di militari sovietici e di quadri del Comintern affiancano le formazioni di sinistra dell'esercito repubblicano. Il padre di Margarita aveva lasciato Leningrado sei mesi prima per partecipare alla contesa che spezzava in due un Paese a lui straniero.

La invitai a sedersi e mi versai un bicchiere d’acqua fresca. Avevo un’emicrania straziante che sino a pochi minuti prima avrei considerato come uno dei piacevoli risultati raggiunti con la pratica della masturbazione psicologica.

Ma in quel momento il dolore mi pesava. Mi era d’impaccio per comprendere il perché di quella visita assolutamente inattesa. Cosa ci faceva quella giovane slava con i capelli raccolti da un pettine e gli occhi grigi, là al fronte, nell'imminenza della prima of­fensiva repubblicana su Teramo?

Non volle sedersi né bere l'acqua che ogni giorno un soldato tirava dal pozzo con l’aiuto di un mastello.

"Sono venuta per mio padre" insistette Margarita, "Iván Roma­novic Kozlóvskij. È stato condannato a morte ma è assolutamente innocente. Tu devi aiutarmi, compagno Commissario."

Il tavolo era vecchio e tarlato, la stanza troppo calda. Una gatta pregnante si lisciava il pelo nell’angolo accanto al cami­netto spento. Ogni pochi secondi i bicchieri, le posate, i soprammobili vibravano leggermente, o forse era il mio capo a vibrare.

Non riuscivo a capire. Avrei voluto svegliarmi completamente dall’incubo del dolore, ma una volta intrapreso il cammino del­l’autoesilio occorre un certo esercizio per ritornare sui propri passi.

Le confessai che non capivo, la pregai di spiegarmi. Mi rac­contò del padre, funzionario di partito nell'oblast di Leningra­do, partito volontario per la guerra civile italiana quando era da poco conclusa la guerra di liberazione del suo sterminato Paese, e terminò con queste parole: "Lui è venuto qui a combat­tere per la libertà, ha risposto all'appello del tuo governo. Ora l’hanno condannato a morte; tu devi aiutarlo, devi aiutarmi."

Era assurdo. Non riuscivo a mettere ordine nelle mie idee, benché un sospetto più che consistente cominciasse a farsi largo. Ma Margarita non sapeva nulla di più: aveva ricevuto una lettera da un compagno d’armi del padre, che raccontava della condanna capitale senza fornire particolari. Margarita aveva immediatamente richiesto il passaporto ed era giunta in treno attraverso l’Ungheria e la Jugoslavia.

Le spiegai che probabilmente non avrei potuto fare nulla, specialmente se il sospetto che avevo si fosse concretizzato: pensavo a Trockij. Ma dovetti prometterle che appena possibile saremmo andati alla ricerca del padre.

Quella ragazza mi aveva colpito: era giunta sin là, a tre chilometri da uno dei fronti più caldi, per giocare una dispera­ta partita contro la morte. La ammirai subito, in segreto. Atte­ndemmo che tornassero i soldati, ma il Ghiera, il comandante del plotone, mi disse che gli dispiaceva di non potermi prestare alcun mezzo perché le bestie da tiro erano stremate.

Mi cinsi il braccio sinistro della fascia rossa simbolo del mio grado e presi due biciclette impolverate per me e Margarita, che mi seguì silenziosa senza protestare. E in silenzio uscimmo incontro al vento e alla polvere che continuarono l’opera di massacro sul mio cervello; ogni contraccolpo della bicicletta mi rimbombava nella scatola cranica come un’esplosione.

Dopo l’ascesa di Togliatti, i bianchi avevano eretto posti di blocco lungo le strade della “frontiera”, appostando cecchini sui campanili e sui tetti delle case, tagliando i campi con reticola­ti, spezzando in due l’Italia con una linea serpeggiante che da Roma saliva a Terni, piegava su Rieti e finiva sul litorale abruzzese oltre Teramo. Chiunque intendesse scendere da Nord doveva esibire un lasciapassare. Dopo esserci nascosti per due volte nel fossato accanto alla strada per sfuggire ai fucili dei cecchini sugli alberi, giungem­mo a Porto d'Ascoli.

Mi recai al comando di brigata dove domandai di Kozlóvskij. Nessuno sembrava sapere nulla ma l’espressione marmorea di Marga­rita mi indusse a non desistere.

Dopotutto ero un commissario politico, un ufficiale nominato dal Governo provvisorio del CLN, e possedevo un'indubbia influen­za. Finalmente un sottotenente si degnò di rivelarmi che Kozlóvskij era stato condannato a morte per diserzione, ma che la pena era stata sospesa per esigenze logistiche. Mi feci rivelare il nome del commissario del plotone di Kozlóvskij.

Uscimmo all'aperto. Cercai negli occhi di Margarita un ringra­ziamento per ciò che avevo appena ottenuto, ma quegli occhi mi dissero che ancora non avevo fatto nulla. Avevano ragione.

La porta del comando di brigata si chiuse alle nostre spalle e fummo nuovamente fuori all’aria aspra della notte adriatica. "Devi aiutarmi, Commissario" La ragazza era disperata, credeva ciecamente nella buona fede e nell’innocenza del padre. Io avevo il sinistro presentimento che non ci sarebbe stato nulla da fare. Solo per un caso fortuito la sentenza di morte ancora non era stata eseguita, ma la sospensione sarebbe scaduta presto. Tuttavia decisi che avrei tentato. Avrei provato a far annullare la sentenza: per salvare una vita. Perché non è giusto pagare così tanto per un errore. Per Margarita.

"Ora andremo a dormire" le dissi "e domani vedremo cosa altro potremo fare. D’accordo?"

E senza aggiungere altro volsi la mia bicicletta. Mi fermai guardando di sopra la spalla. Margarita era ritta in piedi, dietro di me, e mi osservava.

"Puoi tenere la bicicletta" le dissi "Me la porterai domani. Mi fido di te."

E mi allontanai, ma la nuca mi formicolava. Dopo pochi metri mi fermai, voltandomi.

Era ancora là, nella stessa posizione, il manubrio fra le mani. "Che c’è?" gridai.

"Non so dove andare a dormire."

Pedalammo stancamente, ancora senza parlare, nel vento ag­ghiacciante. Arrivammo spossati alla cascina; cercai una brandi­na, un materasso, un mucchio di coperte, qualsiasi cosa che potesse servire per giaciglio a Margarita.

Inutile: tutto era già stato requisito dai soldati. Dormimmo tutti e due sulla mia branda, schiena contro schiena, nel freddo primaverile della notte di fine maggio.

Il sole spuntò troppo presto a violentare l’oscurità relati­va della mia camera da letto/ufficio. Mi svegliai che Margarita era già alzata. Sedeva sull’unica sedia, quella di fronte alla scrivania, voltandomi le spalle. Stava sfogliando uno dei pochi libri che facevano parte dei miei effetti personali, certamente tentando di leggere quella lingua a lei straniera.

Ebbi modo di osservarla. Si era tolta il fazzoletto rosso ricamato, così che potei ammirare le corte trecce dei capelli, le spalle leggermente curve sul piano della scrivania, l’ondeg­giare della testa all'unisono con il voltarsi delle pagine.

Me ne stavo innamorando, lo capivo.

Me ne stavo innamorando senza scampo, senza alcuna possibili­tà di evitarlo. Ero a terra, psicologicamente annientato; Marga­rita era venuta a me quando intorno avevo solo soldati e pratiche da sbrigare. Già allora c’erano moltissime donne nell'esercito repubblicano, ma nel plotone del Ghiera non ne era presente nessuna.

Da oltre due anni, da prima della fine della guerra di libera­zione, frequentavo una ragazza, una compagna; ma il rapporto con Teresa, rimasta a lavorare da operaia alla Venaria, si era guastato con la mia partenza per il fronte, ed era tutto tarlato dal verme della lontananza.

Sentivo il bisogno di amore, di stringere fra le braccia il corpo di Margarita, di accarezzarle le spalle, di passarle le labbra sul collo, sui seni, sul ventre. Ma sapevo che lei pensava al padre condannato a morte.

"Sei sveglio?" chiese voltandosi verso la branda. Doveva aver percepito il cambiamento di ritmo nel mio respiro.

Mi alzai passandomi una mano fra i capelli. Lasciai scorrere lo sguardo tutto intorno sulla mia stanza e su quello che conte­neva: il letto senza spalliera né cuscino, la scrivania accosta­ta all'angolo del muro, con la sedia impagliata su cui sedeva Margarita. Sulla scrivania c’erano i miei libri, una macchina da scrivere appartenuta al podestà di Giulianova, cartelline di documenti e pochi fogli bianchi. Un tappeto sfilacciato giaceva ai piedi del letto, e c’era un altro grosso tavolo in legno che usavo solo per tenervi sopra gli oggetti rinvenuti nella stanza e che non mi appartenevano: una scacchiera senza pezzi, un lucigno­lo e un soprammobile di avorio d’origine coloniale. Nel cassetto della scrivania tenevo la rivoltella d’ordinanza. Circa un mese prima avevo levato dal muro la bandiera rossa che tenevo appesa sin dal primo giorno del mio arrivo. Margarita avrebbe voluto aprire gli scuri per fare entrare tutta la luce del sole, ma la pregai di non farlo.

"Ora andrò a vedere cosa si può tentare per tuo padre" le dissi "oggi mi aspetterai qui a casa. È inutile che tu venga."

Margarita si rassegnò. Quella ragazza aveva qualcosa che mi angosciava. Non erano i suoi occhi grigi, né i lineamenti pre­ziosi del suo volto; non era il sorriso triste ma fermo, non era neppure il collo fatto per essere accarezzato. Margarita aveva una forza che mi impressionava e che io non possedevo assoluta­mente. Viveva in un Paese dalla libertà limitata, suo padre sarebbe stato fucilato dall’esercito nel quale io combattevo e nella settimana che trascorse con me non si lamentò una sola volta, non maledisse il Partito né la guerra, non inveì contro il suo governo né contro il mio.

E io morivo.

Io ero in crisi per la paura. Avevo paura di vincere la guer­ra, paura che lo strazio della guerra civile portasse al potere una dittatura di partito come la storia dell’Unione Sovietica ci ha insegnato.

Già i rapporti fra i partiti avevano più della repressione che della dialettica; il Comintern stava usando la tragedia italiana per liberarsi degli oppositori di sinistra, come già accaduto in Spagna nel ‘38.

Era necessario vincere per riunificare la nazione, per caccia­re i fascisti, per soddisfare le promesse di giustizia sociale, per costruire l'utopia; ma avevo anche paura di quella vittoria, delle epurazioni, delle fucilazioni, dell’occupazione militare, delle guardie rosse, di Stalin, di Berja, di Molotov.

Margarita invece non dubitò mai. Non temette mai neppure una volta per la sorte della guerra. L'obiettivo prioritario era la vittoria e ci si doveva dedicare con tutte le forze dimenticando le secolari divisioni della sinistra. Dall'inizio della frattura fra repubblicani e realisti, nel­l’estate che aveva seguito il disastroso referendum del 2 giugno, non avevamo ancora consolidato una vittoria. Al sud vigeva l'or­dine militare come prima della liberazione; il nord era al con­trario straziato da lotte intestine, da faide di partito e da agitazioni sociali nelle fabbriche.

Tornai a casa all’ora di cena per dirle che avevo ottenuto la assicurazione che suo padre non sarebbe stato fucilato fino al dieci di maggio. Entro quella data avremmo dovuto rivolgere domanda di grazia perché la pena fosse commutata nell’invio a uno dei reparti punitivi.

Quando glielo spiegai, bastò il suo sorriso a gratificarmi. Ah, giovane Margarita, quale coincidenza di fatti fece in modo che tu giungessi a chiedere aiuto proprio a me?

"Tu stai morendo" mi disse Margarita quella sera. Le avevo detto che se non aveva posto dove andare poteva restare nella mia stanza ed attendere la decisione del Tribunale militare di Ascoli.

Stavo leggendo. Sollevai gli occhi dal libro e incontrai il suo sguardo.

"Tu stai morendo" ripeté "tu non credi in questa guerra, non credi in ciò che fai."

"Sbagli. Ciò in cui non credo è la morte inutile."

"Sei venuto volontario come tutti. Cosa ti ha fatto cambiare idea? Non hai più fiducia nel Partito?"

"Non l’ho mai avuta. Non mi sono mai iscritto al Partito. Sono venuto unicamente per fermare il fascismo."

Margarita insisteva: "Occorre una rivoluzione, occorre una guerra per fermarlo. E in una guerra c'è gente che muore."

"Io non me la sento di uccidere."

"Sei un commissario politico. Hai altre responsabilità, la tua opera continuerà dopo la vittoria."

Mi avvicinai a Margarita e le posi una mano sulla spalla. "Tuo padre crede davvero in questa guerra?"

"Ci crede."

"Anche ora?"

"Ancora di più. E anch’io ci credo. Una tragedia individuale non può e non deve fermare il corso della Storia."

"Vorrei tanto avere le tue certezze" replicai a denti stretti "Ma ciò di cui stiamo parlando non è un sistema astratto o una partita di calcio o cosa abbiamo mangiato ieri a cena: si tratta del mio Paese, del futuro di una nazione. Per me, per l’Italia, la Storia si è arrestata il 2 giugno dell'anno scorso con la vittoria della Restaurazione."

Margarita si alzò in piedi, avvicinandosi alla finestra che dava sui suoni bucolici dell'aia. "Avresti preferito accettare il risultato del referendum?" disse con un’intonazione di voce come se dalla mia risposta dipendesse il suo apprezzamento per me.

Scossi la testa, disingannato. Non era poi diversa dagli altri, era anzi perfettamente aderente a quei tempi senza sfuma­ture di sorta. Il bianco è bianco e il rosso è rosso: se sei di questa parte, non puoi ammettere che su un particolare secondario la parte avversa non abbia torto. Il rosa non esiste.

"La libertà senza socialismo è privilegio e ingiustizia" era scritto sulla striscia di carta che usavo da segnalibro e che Margarita mi mostrò. "È per questo che stai combattendo" disse, bella e granitica nella fragilità della sua aura da mistica comunista. "Per nulla di meno. Per la Repubblica contro la monar­chia, il futuro contro il passato, il progresso contro la reazio­ne. Combatti per la rivoluzione contro la restaurazione, per la falce e il martello contro il fascio e la bipenne, per la Storia contro l'Economia."

Annuii con gli occhi umidi per il panegirico, ma per dramma­tizzare voltai dalla parte opposta il segnalibro, mostrandole la scritta sull'altra faccia. "Il socialismo senza libertà è be­stialità e dittatura."

"Trockij" dissi tenendo il segnalibro fra le dita "Un colpo di piccone al cranio; Tuchacevskij, fucilato; Bucharin, fucilato; Radek, Zinov'ev, Kamenev, fucilati; Antonov-Ovseenko, scomparso; Reiss, assassinato a Losanna; Wolf, assassinato a Barcellona; Klement, assassinato a Parigi; e Kosior, Cubar, Petróvskij, Eisce, Egov, Mezlauk, il generale Alksins, Latis e Peters, scom­parsi nel nulla; l’intera generazione rivoluzionaria sovietica sterminata da Stalin."

Si strinse nelle spalle. Mi strinsi nelle spalle e mi affac­ciai alla finestra per troncare la discussione. Ma non riuscivo a ignorare a quel modo l’attrazione fisica. Una gradevole brezza che lambiva la facciata della cascina mi accarezzò come l'ombra di un sogno piacevole.

"E questo cos’è?" domandò. Mi voltai nuovamente verso di lei. Alludeva alla mia torre di Pisa di cartone, seminascosta dietro una pila di libri.

"Un passatempo" mormorai, neppure certo che potesse udire. Si curvò sulla scrivania per osservare meglio, facendo ruotare con le dita la base della torre, con attenzione.

Non saprei dire se il suo interesse mi compiacesse oppure infastidisse. Mi approssimai fregandomi le mani per l'apprensione.

"È... come si dice... Non mi viene la parola" Margarita si innervosì "È bella, ben fatta."

Avrei voluto dirle "Anche tu sei bella", passarle una mano sul fianco, sotto la camicia ricamata, per sentire che consistenza avesse la sua pelle: liscia e serica come la seta, tiepida come la giornata di maggio, uniforme come la bandiera rossa che, staccata dalla parete, faceva da panno sulla scrivania.

"Ce la faremo" le dissi. Era la prima frase ottimista che mi fiorisse in bocca da mesi a quella parte: "Ce la faremo a salvare tuo padre. Mi credi, Margarita?"

Mi credeva. Quella notte avrei voluto dividere con lei non solo il letto ma anche l'intimità... e non ebbi il coraggio di chiederglielo, neppure di allungare la mia mano per toccarle il ginocchio nudo scoperto dal lenzuolo di lino. Rimasi a torturarmi mentalmente per ore ed ore, irrigidendomi nel letto per non che potesse sentire il fremito con la sua schiena contro la mia; infine mi alzai per uscire a parlare con il piantone e ritirarmi solo a notte fonda. L’alba mi trovò addormentato sulla cassapan­ca del corridoio; ma non furono il piantone né Margarita a svegliarmi, bensì il rombo sordo dell'artiglieria non molto distante.

L'offensiva repubblicana su Teramo era iniziata. La guerra civile era iniziata.

* * *

Quando, appena giunto al fronte, avevo visto la stanza in cui avrei dovuto acquartierarmi, mi era subito piaciuta. Era sobria, austera, spartana come si conviene a un campione del proletariato in armi. Mesi più tardi, quando negli ozi della guerra dei lasciapassare mi accorsi di essere solo un imbecille, uno stolido idealista, un piccolo universitario borghese, avevo preso a odia­re la stanza.

Margarita, o forse solo la sua risolutezza, mi riportò alla condizione precedente. Sembrò di nuovo possibile distinguere il bianco dal nero, il giusto dall'ingiusto, e l'universo riprese a girare come doveva intorno al mio sistema di idee. La causa era giusta, la vita degna di essere vissuta.

La resistenza bianca cedette a Roseto dopo ventiquattr’ore; la mia brigata non fu coinvolta nella battaglia, rimanemmo a leggere i giornali: l’offensiva era stata scatenata su tutto il fronte, dall'Adriatico a Roma, e sembrava che i bianchi cedessero.

Nell’agitazione dei primi giorni di guerra, mentre la mia compagnia attendeva l'ordine di partecipare ai combattimenti, vedemmo svanire l’occasione di recarci nelle retrovie alla ricer­ca di Iván Kozlóvskij: parecchi civili sfollarono verso nord su ordine del comando operativo, e Mascia avrebbe dovuto seguire la stessa sorte. Ma mi informai via telefono al comando della III Brigata, venendo a conoscenza dell'imminenza del tra­sferimento di Kozlóvskij per il giudizio d’appello ad Ascoli, e convenimmo che era meglio attendere a Giulianova.

Nei tre giorni che trascorremmo insieme, durante l'offensiva su Teramo, notai un miglioramento nell'umore di Mascia. Non che avessi mai percepito in lei una vena di pessimismo, né che mi avesse dato a credere di temere veramente di perdere il padre. Mi accorsi però che si preoccupava di meno, che come me era fidu­ciosa. Il commissario Kasparov mi aveva assicurato che non si sarebbe opposto alla domanda di commutazione della pena.

Forse era l’atmosfera a sollevarmi il morale: pareva che il Regio esercito si sfasciasse dopo poche ore di resistenza. Solo nel capoluogo di provincia le Brigate Garibaldi furono seriamente contrastate: il comandante realista della piazza era un nobile romagnolo, Platone  d'Este, che i bianchi e i rossi indifferen­temente chiamavano Platone d'Esecuzione per la ferocia repressiva con cui applicava la legge marziale in zona d'operazioni. D’altro canto, a condurre l'offensiva dell'esercito repubblicano nello stesso settore era un ex comandante partigiano, mi pare di Ivrea, capo di Stato maggiore della divisione Garibaldi Pietrorame, che aveva nome Felicitore ma era conosciuto universalmente come Fuci­latore.

La ferocia di quella collisione inchiodò l’offensiva repub­blicana per parecchi giorni, durante i quali il mio plotone rimase nell’inattività della cascina.

Per nulla al mondo avrei rinunciato a quei momenti di grazia: Mascia si era sciolta i capelli insistendo perché glieli accor­ciassi con una forbice presa a prestito da un soldato del ploto­ne. Diceva che è difficile tenerli in ordine oltre una certa lunghezza. Passammo buona parte di quei giorni a smaltire l'enor­me mole di lavoro accumulato nei mesi dei miei ozi di Capua: Mascia batteva a macchina mentre io dettavo, e occorreva il doppio del tempo per correggere i suoi errori di ortografia.

Anche con la mia torre di Pisa ci trastullammo moltissimo: le insegnai a tirare le righe con precisione sui cartoncini, a ritagliare strisce dalle cartelline delle pratiche senza far notare la menomazione, a incollare i ritagli con la coccoina senza linee di sutura. Mascia era visibilmente compiaciuta della mia abilità, benché avessi il sospetto che disprezzasse il mio spreco di energie in un’attività tanto futile.

Ero in paradiso. La fiducia tornava a gonfiarmi i muscoli. Lo squallore, la povertà della mia stanza non mi toccavano minima­mente. Anzi, la semplicità rinsaldava il mio desiderio per Margarita. La amavo forse perché non c’era altro da fare, perché la guerra civile precludeva qualsiasi avvenire, perché quando avessimo espugnato Teramo avremmo dovuto prendere Pescara, e poi Foggia, poi magari Benevento e giù fino a Napoli e oltre. Non esisteva il futuro prossimo, non c'era sicurezza di vittoria né di vita, perciò mi rassegnavo a godere al meglio di quei giorni con Margarita.

Mi ero adattato a dormire su un mucchio di coperte militari, ma Mascia insistette per alternarsi sulla brandina. Le fui grato per quella spartana eguaglianza dei sessi che non osavo proporle per non dare l'impressione di volerne approfittare.

Un’ondata di tempo sereno aveva investito il litorale adriati­co. Quasi ogni notte per il caldo mi scioglievo e rimanevo in silenzio a osservare Mascia assopita, nella luce anonima della luna; aveva lunghe gambe bianche, dormiva solo con la camicia per il caldo eccessivo. La sua pelle non era proprio serica, ma delicata come promettevano le guance chiazzate di porpora. L'ultima notte d’assedio non potei resistere e le poggiai una mano sulla coscia, appena sopra il ginocchio, sulla pelle fresca grazie alla finestra aperta. Non se ne accorse e seguitò a dormire; io tentai con tutte le mie forze di carezzarla, di comandare alla mano di risalire sulle sue gambe, ma le dita parevano incollate. Solo all’alba ritornai a posare la mano sul ginocchio nudo, carezzando con movimenti concentrici e distratti, incerti quanto disperati. Si svegliò, ma non fece un gesto. Si limitò a guardarmi nel dormiveglia senza dir nulla, senza sco­starsi, senza incoraggiarmi.

Quel giorno mi parve più distante, ma non ebbi modo di cerca­re conferma perché prima di mezzogiorno la realtà della guerra giunse a bussare alla porta della stanza. Era un soldato del plotone per annunciare una persona che desiderava parlare con Mascia.

Mi domandai subito chi potesse sapere della sua presenza, dato che la sua permanenza al fronte era illegale oltre che pericolosa, e avevo dovuto assicurarmi la complicità del Ghiera per trattenerla.

Mascia si agitò molto. “Chi può essere?” domandò.

Mi strinsi nelle spalle e la accompagnai in cucina, fingendo sicurezza. Mentre scendevamo le scale consumate, un pensiero assolutamente fuori luogo attraversò la mia mente. Finalmente Margarita aveva rinunciato a indossare la sua camicia ricamata così inadatta; tuttavia, con in dosso la sua solita gonna e una delle mie camicie militari era ancora più attraente. Scese i gradini davanti a me quasi correndo.

Ci attendeva in cucina un omino baffuto in divisa, che salutò Mascia in russo e continuò a parlare nella stessa lingua.

“Ce l’abbiamo fatta!” mi tradusse Margarita gettandomi le braccia al collo “Papà è stato graziato! L’hanno trasferito ieri.”

E poi parlò ancora con l’uomo. Io gli chiesi se volesse fermarsi con noi ma rifiutò cortesemente. Era un compagno di plotone di Kozlóvskij e aveva poche ore di libertà prima del seguente turno di guardia.

Se ne andò. Tornammo nella stanza, dove Mascia mi spiegò che il padre era stato trasferito al battaglione coattivo della divisione Arno di stanza a sud di Orvieto.

“Devo andare a trovare mio padre!” esclamò radiosa, e promisi che l’avrei aiutata l’indomani, a patto che ritornasse da me. Acconsentì.

Sapevo che non sarebbe stato facile ottenere il permesso di vedere un militare del battaglione coattivo. Si trattava di un corpo composto non da volontari bensì da delinquenti comuni la cui pena era stata commutata in aggregazione a un battaglione di prima linea.

“Domani organizzeremo la tua partenza” le promisi. E passammo la notte più serena della nostra breve storia insieme. Una notte insonne a causa dell’eccitazione di Mascia.

* * *

La notte era asciutta e ventilata; affacciati alla finestra della mia camera, bevendo mezza bottiglia di vino bianco adulterato, guardammo i bagliori dell’artiglieria a meridione. Il mio zaino era già in assetto, accanto alla scrivania; da un momento all’altro poteva giungere l’ordine di muoversi.

Mascia ne approfittò per mettere ordine nella pila di carta sulla scrivania; con le lacrime agli occhi, avevamo deciso di abbandonare la torre di Pisa senza bruciarla, chissà che non finisse nelle mani di qualcuno che potesse apprezzarla. Rovistando nel materiale ammucchiato sopra una cassapanca, Mascia rinvenne una copia del Corriere della sera del 6 giugno dell’anno precedente. Umberto Re d’Italia - titolava a tutta pagina riportando i dati provvisori comunicati il giorno precedente dal ministro dell’Interno, Romita: Repubblica 10.668.905, Monarchia 12.627.767. I dati definitivi si sarebbero discostati di poco.

“Ma com’è stato possibile?” domandò Mascia indicandomi il titolo del giornale “Dopo venti anni di fascismo e dopo la guerra civile, che abbia ancora vinto una monarchia con le mani tanto sporche di sangue?”

Mi strinsi nelle spalle. “La Resistenza si è avuta solo al nord. Sono stati i voti del mezzogiorno a tradirci.”

Voleva sapere tutto. Aveva letto le notizie dei fatti solo sulla Pravda, e senza molto interesse prima della partenza del padre.

“Le elezioni erano truccate?” domandò. Dovetti spiegarle la differenza tra elezioni e referendum.

“Tutto è avvenuto tra la domenica della votazione e la domenica seguente” raccontai “quando la Corte di Cassazione dichiarò illegittimo il ricorso presentato da un collegio di giuristi di Alessandria, di parte repubblicana, sul modo di conteggio delle schede bianche e nulle e dei non votanti. I giuristi sostenevano che non si potesse dichiarare una delle parti vincenti se non con la maggioranza degli aventi diritto al voto. Ma in quella settimana che la Corte impiegò a discutere per dichiarare valido il risultato, i due schieramenti opposti si coagularono. Roma era presidiata dal Regio esercito, le città industriali del nord dagli ex partigiani che avevano disseppellito le armi. Nessuno dei partiti pro-repubblica accettò la sentenza della Corte, e mese dopo mese, fra scioperi e attentati, scorrerie di bande e regolamenti di conti, editti e controeditti, siamo scivolati verso la guerra...”

Comprese dal tono della via voce che non desideravo parlarne. Il cielo a meridione era tutto un fiammeggiare di lampi. Parlammo piano per ore, vivisezionando il mio Paese e il suo, noialtri e la nostra vita, e anche un poco del futuro. Verso mezzanotte udimmo un rombo come di una colonna di corriere, e qualcuno sbraitò di spegnere tutte le luci.

Era l’aviazione, e non certo quella italiana. Colpirono il centro abitato con tre ondate di bombardamenti, quindi proseguirono verso il porto di San Benedetto, tanto che la terra tremò anche in collina dove era la cascina. Corremmo sull’aia insieme ai soldati, tenendoci abbracciati, coprendoci le orecchie quando il rombo riusciva tanto insopportabile da scuoterci le ossa. Mascia era tiepida e arrendevole nel riflesso condizionato dei bombardamenti sotto i quali doveva avere vissuto sino a pochi mesi prima. Si lasciò stringere come una sposa novella, mentre seduti nella notte lontano dalla macchia bianco calce della cascina attendevamo la fine dell’incursione. Il suo terrore mi diede coraggio anche per lei, e la strinsi per le spalle sino a fermarle la circolazione, benché avessi la stessa trepidazione di una formica sotto una suola di scarpa.

“E se fosse stata la repubblica a vincere?” ricordo che disse a un certo punto la sua voce esoticamente accentata dal velo d’inchiostro della notte. Forse mi ero assopito, forse ero frastornato dalle bombe, forse anestetizzato dal dispregio per me stesso; non capii cosa dicesse.

“Le votazioni... il referendum. Se fosse stata la repubblica a vincere, il re avrebbe rinunciato a governare? Gli alleati avrebbero lasciato governare i comunisti?”

“Chissà...” il tuono dei bombardamenti era lontano a nordovest, il cuore di Margarita troppo vicino sotto la blusa militare. “Umberto di Savoia diceva che un re non può governare con il cinquantuno per cento, ma i suoi accoliti sono stati rapidi a convincerlo. Se i risultati fossero stati invertiti, credo senz’altro che non sarebbe partito per l’esilio: aveva l’esercito dalla sua, tutto il meridione lo sosteneva, il Paese era spaccato in due orizzontalmente. Solo se fossero stati certi che i comunisti non sarebbero entrati nel governo, gli alleati avrebbero accettato il risultato.”

Margarita si mise più comoda contro il mio fianco. “Tornando in Italia nel ‘44, Togliatti ha dissuaso i comunisti dal prendere il potere senza elezioni. Se i partiti repubblicani avessero vinto, sarebbe stato possibile governare insieme?”

Mi strinsi nelle spalle. “Con i cattolici?” risposi amaro “Con i partiti borghesi? Non so. La situazione era esplosiva, anche se Umberto avesse accettato l’esilio saremmo forse giunti ugualmente a uno scontro. In caso contrario, la reazione al fascismo era talmente forte che avremmo vinto le elezioni. Chi altri poteva vantare un’analoga tradizione di lotta contro i neri? I cattolici? C’erano loro in Spagna contro Franco?”

Il rombo viscerale era scomparso. Fu una staffetta in bicicletta a portare l’ordine di ricongiungerci immediatamente al comando di compagnia.

“Perché?” domandò il Ghiera al ragazzo in bicicletta.

“Platone d’Esecuzione ha rotto l’assedio” rispose quello eccitato di paura “i bianchi stanno avanzando.”

* * *

La sanguinosa offensiva realista nelle Marche si esaurì alla periferia di Ascoli. La XIII divisione Garibaldi trincerata arrestò le colonne meccanizzate del comandante d’Este, Platone d’Esecuzione, ma per tre notti di fila i bombardieri inglesi tornarono a colpire la città.

Tuttavia, non su tutto il fronte i bianchi riuscirono a sfondare: anzi ad Amatrice i battaglioni operai schiantarono l’offensiva inseguendo le divisioni in ritirata e occupando l’Aquila; a Terni i bianchi furono respinti in poche ore, Roma tagliata in due non fu occupata dal Regio esercito, che solo a Viterbo riuscì a conseguire un effettivo successo.

Dopo la notte insonne, passammo la mattinata da sfollati; Margarita premeva per sapere dove fosse dislocato il battaglione coattivo del padre, ma non mi riuscì di accontentarla a causa della precarietà della nostra situazione.

Fui cooptato come ufficiale di brigata, e dovetti separarmi da Margarita per raggiungere la prima linea. Il contrattacco repubblicano fu infatti sferrato la prima notte in cui i bombardieri inglesi non si fecero vedere. Margarita rimase alloggiata in un monastero requisito, riluttante a lasciarmi andare senza che avessi potuto informarmi sulla destinazione del padre; ma non poteva seguirmi in zona operazioni.

Rimasi sino alle due di notte accovacciato in un angolo nella stazione dei carabinieri dove era dislocato il comando di compagnia, tremando di freddo e bestemmiando il giorno in cui avevo seguito i volontari della Garibaldi Pietrorame in Abruzzo, piangendo di rancore al pensiero di aver lasciato Mascia invece di rimanere con lei, invece di tenere fra le braccia il profilo di seta della sua camicetta ricamata. Mi ripromisi di prenderla quando fossi tornato, di tenerla per me; l’avrei corteggiata, adulata. L’avrei ricoperta di attenzioni, l’avrei accompagnata in giro tra una bomba e l’altra a vedere questo nostro paese dilaniato da venti anni di fascismo, da cinque anni di guerra mondiale, da dodici mesi di guerra civile: le fattorie saccheggiate, i granai vuoti, i cecchini sui campanili, le chiese sventrate, le famiglie separate.

Avrei, avrei, avrei. Ma alle due di notte giunse una staffetta con un messaggio del comando di brigata: Fucilatore ordinava di occupare la strada per Teramo sino al chilometro 11 e tenerla sino alle 12 del giorno seguente. Dovetti svegliare il capitano e trasmettergli l’ordine.

In meno di mezz’ora eravamo di partenza.

* * *

Potei finalmente rivedere Mascia la sera del giorno seguente nel cuore di Teramo espugnata o, come scritto sui proclami affissi ai muri, liberata.

Non ero stato ancora reintegrato nelle mie funzioni di commissario politico, e passeggiavo in libera uscita sotto le luci azzurre dei lampioni, fra le automobili incendiate e le macchie di sangue sul pavé, quando incrociai incredulo Mascia.

Era appena giunta in bicicletta da Ascoli, pedalando a passo d’uomo nella notte cieca di stelle, acquattandosi nei fossi sotto il rombo di temporale dei bombardieri.

Ci abbracciammo come fratelli.

“Dov’è mio padre?” fu la seconda cosa che mi domandò.

“All’assedio di Pescara: il battaglione coattivo è stato il primo a spezzare le linee. Ora non puoi andarci, è un territorio appena liberato. Reparti dispersi, e l’aviazione inglese bombarda.”

Improvvisamente Margarita sbiancò in volto, mi considerò un attimo e si voltò e corse lontano da me gridando qualcosa come “Ci andrò ugualmente.”

La rincorsi e afferrai per un braccio costringendola a voltarsi. Era straziante; sembrava la scena finale di un film d’amore e guerra americano. Tutto intorno a noi soldati e civili scorrevano come formiche, attenti al primo cenno di allarme del coprifuoco.

“Non puoi andare!” le gridai in faccia incurante degli sguardi curiosi.

“Io ci vado, invece. Perché non posso?”

“Perché un civile non può andare al fronte. Perché il tuo posto è qui con me. Perché io... perché io ti amo!”

Margarita chiuse gli occhi. “Sbagli” disse piano “il mio posto non è accanto a te. E’ stato bello finché è durato, sei stato gentile con me, ma ora dobbiamo conservare le nostre energie per altro.”

“E per che cosa?”

Lessi l’ira nei suoi occhi. “Per la guerra, cretino! La vittoria ha la precedenza su tutto.” E si voltò lasciandomi là solo, piantato a gambe larghe nella piazza bombardata.

“Non ti lasceranno avvicinare al fronte.”

Si voltò verso di me per l’ultima volta. “Allora mi arruolerò!” disse “Sì, mi arruolerò.”

E se ne andò. Se ne andò via da me, che non credevo assolutamente di perderla, che pensavo di averla ormai con me per sempre.

* * *

Non ebbi più notizie di Kozlóvskij padre e figlia sino all’anno seguente, il ‘48, quando io mi trovavo a Salerno con il mio battaglione e venni a sapere tramite un collega e amico della 71^ Matteotti che Margarita era rimasta con il battaglione sussistenza della Brigata del popolo G.Neri fino a due mesi prima, data in cui era stata aggregata alla brigata Kirov, composta da volontari del Comintern. In quel momento era molto probabilmente a Gaeta, perché al tempo le brigate internazionali, comparse sulla scena a sei mesi dall’inizio della guerra civile a causa dello stallo del fronte, dipendevano ancora dai comandi delle divisioni partigiane.

Quanto a suo padre, il battaglione coattivo cui apparteneva era stato completamente distrutto nella disfatta di Avezzano e i pochi superstiti aggregati all’altro battaglione coattivo, quello della brigata apolitica Giovine Italia. Era impossibile sapere se fosse vivo.

Non tentai di mettermi in contatto con Mascia. Fino alla fine della guerra non ci sarebbe stata speranza di incontrarla.

Bene, ora la vittoria è alle porte. Malgrado i consiglieri militari americani e gli aerei britannici, malgrado la legione straniera francese e i “volontari” spagnoli, il governo reazionario è perduto, prigioniero della bancarotta nella quale ha gettato l’Italia meridionale. Entro poche settimane, al massimo fine aprile del ‘49, Napoli cadrà. Roma sarà tagliata fuori dagli approvvigionamenti via terra. Umberto di Savoia è fuggito a Palermo, la capitale è rimasta nelle mani dei generali.

La vittoria è vicina, Margarita lontana. E le paure di un tempo sono ancora qui, alle mie spalle. Abbiamo vinto con le armi russe, con i volontari delle brigate internazionali del Comintern, con i consiglieri militari jugoslavi. Quale prezzo dovremo pagare alla fine della guerra? Si sarebbe mai impegnata Mosca se il Governo provvisorio non le avesse promesso un governo stalinista ortodosso dopo la vittoria?

Non so come andrà a finire. Vorrei solo che Margarita potesse ritornare da me. Avrebbe dormito con chiunque altro fosse stato in grado di restituirle il padre? No, non lo fece per questo, ne sono certo. E la risposta comunque non mi importa.

La storia della rivoluzione ancora non è finita, ma il mio desiderio è che la storia di Margarita e di questo commissario politico non sia neppure ancora cominciata.

 

 

Franco Ricciardiello

 

Scritto tra agosto e settembre 1989

 

Pubblicazioni:

1.      "Intercom" n. 109/110, Terni 1990

 

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