FRANCO RICCIARDIELLO

Torino

 

 

Il dodicesimo giorno dopo la coventrizzazione di Torino, la 24^ divisione corazzata insorgeva attaccando la Guardia Reale di stanza a Carignano, il presidente del Consiglio Galeazzo Ciano si trasferiva al Nord per prevenire tentativi insurrezionali e Bob Dylan faceva uscire sul mercato mondiale il suo 45 giri “Turin”, inciso a tempo di record per la raccolta di fondi a favore delle popolazioni bombardate.

Era l’aprile del 1966; a Torino rasa al suolo dalle bombe “intelligenti” egiziane qualsiasi forma di potere statale era svanita: i gerarchi fascisti fuggivano verso la Liguria, le forze d’intervento francesi erano alle porte di Rivoli e dalla clandestinità il partito comunista chiamava i militanti all’insurrezione. Nelle tende improvvisate per il picchettaggio, il ventiduesimo giorno di sciopero al Lingotto quasi distrutto dai bombardamenti, ascoltavo alla radio Bob Dylan con una stalattite nel cuore.

...Turin... Turin... Is there anyone still live out there, Turin?

“Piantala di cantare” esclamò Costanza Gremmo entrando sotto la tenda “quando arriverà il blindato?” Si era infilata un paio di stivali da cavallerizza, pantaloni rinforzati al cavallo e un grosso cinturone di cuoio con un revolver.

“Non avere fretta” risposi cominciando a raccogliere i dischi di vinile del PC. La detestavo perché aveva i capelli puliti malgrado l’acqua corrente mancasse oramai da oltre quaranta giorni.

Costanza mi fece un cenno silenzioso, attirandomi all’ingresso della tenda; indicò Mario che sedeva al sole di aprile, la spina dorsale contro il cancello del Lingotto occupato. “Dove l’hai trovato, quello?” domandò “non mi pare sia della tua sezione.”

Sentii un tuffo al cuore. Ero arrossito? “Non puoi conoscerlo” risposi brusco “E’ della Vanchiglia.”

Costanza annuì poco convinta, scrutandomi a pochi centimetri di distanza dalle labbra. “Spero che tu sappia quello che fai, Bertinetti” disse.

Tre colossali carri armati dell’esercito, Panther di costruzione tedesca, erano allineati nel cortile interno del Lingotto. Gli operai avevano verniciato falce e martello sulla corazza utilizzando inchiostro rosso, che sovrapponendosi al verde sporco dava un colore bruno poco visibile. Diversi gruppi di operai, uomini e donne, marciavano da un capo all’altro del piazzale cercando di tenere il passo: il rosso scarlatto dei fazzoletti intorno al collo contrastava violentemente con il nero della colonna di fumo che saliva ancora dalle macerie dell’ala nord del Lingotto, dove fino a pochi giorni prima si producevano i carri armati leggeri per il Regio esercito.

Un rumore diesel arrivò dall’angolo della strada aggirando le macerie di un condominio bombardato, dove quattro giorni prima avevamo trovato una ragazzina di diciotto anni sepolta viva dal crollo. Un autoblindo ci raggiunse sferragliando.

“Certo che sei unico, Bertinetti” disse la Gremmo con le mani sui fianchi “non so quanti altri sarebbero riusciti a fottere un blindato sotto il culo delle camicie nere.”

Mi resi conto in quel momento di non sapere se Costanza Gremmo avesse un uomo. Mario si svegliò al rumore del blindato, ma ebbe il buon senso di tenersi lontano da noi.

L’autoblindo si fermò in mezzo alla pozzanghera versata dall’acquedotto danneggiato; sette, otto compagni armati balzarono a terra per lasciare uscire gli altri all’interno. Un’Alfa li seguiva, carica di armati; contando noialtri della fabbrica eravamo disponibili in ventidue, non potendo distogliere gli istruttori che cercavano di far marciare gli operai con i fucili in spalla.

“Che si fa?” domandarono i nuovi arrivati.

“Non abbiate fretta” li raffreddò Costanza “ne avremo per tutto il giorno.”

“Notizie?” domandò Mario spolverandosi i pantaloni. Non riuscii a leggere la reazione di Costanza.

“Ciano è già arrivato qui a Torino, ma deve essere sepolto in qualche bunker a prova di atomica: probabilmente concederà interviste a una rete televisiva siriana” rispose qualcuno “Mussolini è apparso alla televisione per giustificare la resa senza condizioni all’ONU. A Genova la flotta si è ammutinata contro gli ufficiali.”

Rientrai nella tenda e con un paio di giri di manovella ricaricai l’interfono. “Teresita” dissi quando vidi la sua immagine sullo schermo in bianco e nero “sarà meglio che tu venga, dobbiamo lasciare subito la fabbrica.”

La vidi perplessa. “Non sarà pericoloso?”

Costanza Gremmo tornava spazientita verso la tenda. “Per voi sarebbe più pericoloso stare qui da soli” replicai in fretta prima che sentisse “Scendi subito, troveremo una soluzione strada facendo.” Tolsi la comunicazione e raccolsi i dischi nelle custodie di cartoncino.

Costanza si affacciò. “Con chi stavi parlando?” domandò.

“Fatti miei” risposi brusco “comunque, non riguarda il Partito.”

“Tutto riguarda il Partito” rispose laconicamente lei, fissando gli occhi sulla stella rossa che portavo al bavero.

La seguii fuori nel sole, il PC con i suoi dischi di vinile sotto un braccio, sotto l’altro il garand. Tutto intorno a noi i palazzi erano spezzati a metà dall’urto dei bombardamenti scarsamente selettivi che avrebbero dovuto colpire solo la fabbrica: nel tiro a segno notturno avevo perso due cugini prima che tutti i parenti fuggissero dalla città.

Teresita era già insieme a Mario. “Chi è quella?” domandò Costanza Gremmo senza indicarmela.

Teresita indossava un vestito a fiori di cotone stampato, riuscendo ad essere a modo suo elegante anche in mezzo alla guerra civile. “E’ la sorella di Mario” risposi senza pensarci su.

Riempimmo due automobili e il blindato. “Andiamo avanti noi” dispose Costanza additandomi la Lancia “guida tu, Bertinetti; non superare i quaranta.”

“Anche a volerlo sarebbe difficile con le strade in queste condizioni” replicai. Se tu fossi l’ultima donna rimasta sulla terra, non so se ti scoperei, pensai.

* * *

Il giorno in cui baciai per la prima volta Teresita, mentre ballavamo un lento, mia moglie ci stava guardando seduta in fondo alla stanza.

La festa era in uno dei caffè di Vanchiglia, fra l’università e il Po: al piano superiore, in cima a una scala di legno tarlato, una quarantina di universitari fumavano e facevano musica sotto festoni di carta colorata, discutendo di filosofia e di rock’n’roll. Eravamo stati invitati anche io ed Enrichetta, sposi da pochi mesi, malgrado avessimo abbandonato gli studi da oltre un anno.

Due egiziani della Nubia dalla pelle viola come prugna, figli di un ingegnere minerario che lavorava in città, erano venuti per i liquori e la compagnia: avevano portato dischi di musica rock, sigarette, programmi per PC su dischi di vinile colorato.

Dopo un paio di ore Enrichetta si era stancata di stare in piedi: aveva trascorso metà della notte abbracciata al lavandino del bagno perché era al secondo mese di gravidanza. Il marito di Teresita, che aveva la mia stessa età e si chiamava Vassallo, era rimasto tutto il tempo seduto in disparte in mezzo alle numerose camicie nere che si trovavano dappertutto, giovani militanti del PNF sui quali aveva una sgradevole influenza.

L’attenzione di quasi tutti gli altri giovani era concentrata su Cesare Pavese, invitato alla festa per la sua amicizia con uno degli organizzatori. Anch’io l’avevo conosciuto personalmente prima che diventasse famoso, ma quel giorno non mi avvicinai a salutarlo perché temevo non si ricordasse di me. Dopo che si era sparato quel colpo alla tempia nel ‘50, dopo quei quarantadue giorni di coma, non era più lo stesso: non aveva mai più posato le dita sulla tastiera di un PC per scrivere anche una sola parola.

Mi ero alzato per prendere qualcosa da bere a Enrichetta; fu Teresita a servirmi una bevanda gassata. Io, lei e mia moglie eravamo stati molto amici ai tempi del liceo, e non avevamo mai smesso di frequentarci per tutto il periodo dell’università malgrado lei avesse sposato una camicia nera e io mi fossi iscritto clandestinamente al PCI.

Quando Teresita mi porse il bicchiere freddo, sentii il suo profumo che mi richiamò agli anni di scuola. “Vuoi ballare?” le chiesi in punta di labbra senza pensarci su due volte.

Teresita guardò il marito, che non era ancora sceso sulla pista. Io e Vassallo ci conoscevamo di sfuggita, senza frequentarci personalmente, ma doveva sapere che con Teresita eravamo amici da sempre.

Portai da bere a Enrichetta. “Ti spiace se ballo ancora?” dissi.

“Ti perdono solo se mi presenti Pavese” rispose lei.

Portai due dita sul cuore, la baciai sulla guancia e tornai da Teresita. “Ti piace questa?” domandò lei passandomi le braccia al collo.

Piegai la testa di lato, levitando le mani ai suoi fianchi. “Chi canta?”

“Bob Dylan. Non lo conosci, è la sua prima canzone. House of the risin’ sun, la casa del sole che nasce.”

“Che sorge.” corressi. Teresita aveva un profumo che picchiava a tradimento, una camicetta di piqué e jeans di fabbricazione turca. Enrichetta si faceva aria bevendo la gassosa, le caviglie incrociate. Vassallo parlava con i suoi balilla e guardava la moglie. Pavese recitava per i suoi ascoltatori le note di copertina dei dischi americani che a quel tempo il regime ancora non aveva proibito.

Il vino mi dava alla testa. La voce di Bob Dylan, che ascoltavo per la prima volta, grattava le corde della nostalgia. Voce amara, lancinante cantilena ebraica di sangue antico, di persecuzioni millenarie. Il seno timido di Teresita fra noi due, le sue braccia sulle spalle.

“Sai una cosa?” le dissi all’orecchio. Alzò gli occhi. Come altre volte, come mille altre volte: eppure questa volta...

“As the night got longer” recitava Pavese, “the air got heavier, the audience got drunken and nastier, and I got sicker and finally I got fired.”

...eppure questa volta la luce cadeva obliquamente sulla sua pupilla. Se per un punto esterno ad una retta tracciamo una retta, parallela ad essa, otterremo una soleggiata sera d’autunno.

Teresita era alta come me e aveva labbra sottili. Per quella sera, eccezionalmente, si era truccata con un eyeliner nero intorno agli occhi. La baciai in punta di lingua, senza invitarla. Credetti che la musica si fermasse, ma si fermò soltanto il Tempo.

“Sometimes he frets his instrument with the back of a kitchen knife or even a metal lipstick holder” proseguiva Pavese “giving it the clangy virility of the primitive country blues men.”

Ci staccammo con un rumore di rimorso. Sentivo le lacrime alle guance, i miei piedi andavano da soli, ma le mani sembravano incollate con gomma arabica ai fianchi di Teresita.

Vassallo ci guardava incredulo, Enrichetta aveva smesso di farsi aria.

Ci slacciammo. Presi mia moglie per mano e uscimmo dal caffè. Non parlammo mai di quanto era accaduto.

Sette giorni più tardi mi arrestarono per la prima volta; quella notte, mentre in caserma i carabinieri stavano a guardare le camicie nere che mi scavavano fuori il pancreas a calci,  Enrichetta perse il bambino in uno sfogo di sangue, piegata in due sul water-closet di casa.

* * *

Feci guidare Mario nonostante gli ordini contrari di Costanza Gremmo. Montai sul sedile posteriore, la canna del garand fuori dal finestrino, pronto a rispondere agli agguati dei cecchini sui tetti. Sentivamo i lontani colpi di tosse di una mitragliatrice, ma eravamo in zona sicura, sotto controllo del Partito.

Passammo davanti alle fabbriche occupate, ventaglio di bandiere rosse al vento dei cancelli; un camion carico di operai con fucili dell’esercito ci sorpassò, il clacson impegnato a salutarci. In piazza Carlina sfilammo davanti ai furgoni che erano serviti per giorni e giorni al trasporto delle vittime dei bombardamenti aerei, fino alla resa incondizionata all’ONU.

Costanza ci condusse all’università. Quando ci fermammo una pattuglia di caccia egiziani ci sorvolò infrangendo il muro del suono. Costanza Gremmo mi prese per una spalla. “Perché il tuo amico della Vanchiglia non è armato?” domandò a bassa voce per non che Teresita potesse sentire.

“Obiezione di coscienza” risposi.

Naturalmente non mi credette. Scendemmo dalla Lancia. C’erano compagni armati a ogni angolo della piazza, e un gruppo di studenti con fazzoletti rossi e fucili automatici in spalla davanti all’ingresso dell’università. Vidi con un brivido che c’erano dei corpi in terra, lungo il muro della mensa, sotto una rosa di proiettili sparati sui mattoni. Come se non bastassero le vittime delle bombe, pensai. Con un rombo supersonico la squadriglia di caccia riattraversò il cielo, controllando che l’aviazione fascista non violasse il divieto di volo subito con la resa incondizionata.

Costanza Gremmo mi venne dietro, superandomi per entrare per prima dell’edificio. “Aspettate qui fuori” disse senza voltarsi.

Raggiunsi Teresita. “Quando potremo allontanarci?” domandò a bassa voce.

“Non ti agitare. Abbiate fiducia: questa missione è capitata all’improvviso, ma è questione di ore. Domani mattina sarete fuori Torino.”

L’autoblindo manovrò portandosi in posizione difensiva, in mezzo al sole netto della piazza. Eravamo vicino a uno dei centri di raccolta profughi, ma la gente delle valli si teneva lontana. Costretti a fuggire davanti alla avanzata degli eserciti alleati, scampati ai devastanti bombardamenti notturni di Torino, non sembravano impazienti di farsi trascinare nella sanguinosa caduta del regime.

“Aiutami” dissi ad Teresita levando il PC portatile dal baule dell’auto. Mario ci osservava da sotto i portici dove era seduto insieme ai compagni di guardia.

Entrammo nell’atrio dell’edificio, dietro Costanza Gremmo. Non c’era nessuno, Teresita non sembrava preoccupata, fui costretto ad ammirarla per la sua energia.

Il videotelefono era posato su una scrivania in stile nostalgico; posai il PC sopra un fascio di carte, diedi parecchi giri di manovella perché l’elettricità non c’era, quindi collegai ai cavetti del videotelefono la presa fabbricata da me.

“E questo cosa sarebbe?” domandò Teresita.

“La rete funziona ancora, per fortuna” dissi con un sospiro di sollievo quando vidi il volto di mia moglie.

Teresita arretrò per non farsi inquadrare: la ringraziai mentalmente per quella delicatezza.

“Dove sei?” domandò Enrichetta fissando la stella rossa appuntata al bavero della mia giacca.

“Meglio tu non lo sappia” risposi “Forse stasera riuscirò a tornare a casa. E’ successo qualcosa di grosso?”

Scosse il capo. “La Rai non trasmette più nulla. Però gli egiziani hanno montato un ripetitore sul Rosa e trasmettono notiziari di propaganda sulla disfatta del nostro esercito. Perché non torni davvero stasera?”

Udii dei passi sul marmo. “Devo lasciarti” risposi in fretta “sto facendo un lavoro per il Partito, non essere in pensiero.”

Levai la comunicazione. Costanza Gremmo ci raggiunse insieme a due uomini con fucili automatici di fabbricazione siriana. C’era anche un prigioniero, un uomo sulla sessantina con cappotto pesante, cappello a tesa larga e una barba mal curata.

“Che stai facendo?” domandò Costanza. Teresita arretrò istintivamente dalla scrivania, io staccai i morsetti dai fili del videotelefono.

Uscimmo nella piazza. Costanza fece sedere il prigioniero sul sedile posteriore della mia auto,  mettendogli a fianco le due guardie rosse. Teresita passò sul sedile anteriore, stretta fra me e Mario che sembrava esageratamente teso.

“Calmati” gli sussurrai in un orecchio, coperto dal trambusto. “Qualche ora e sarai fuori.”

“Ma hai visto chi è?” rispose a denti stretti.

Non osai voltarmi per osservare il volto del prigioniero sotto la tesa del cappello di feltro.

“Scendi verso via Po” disse Costanza “ti darò istruzioni strada facendo” Quindi si dedicò al ricevitore portatile che le stava comunicando qualcosa. Avrei voluto avere un’autoradio per ascoltare ancora la canzone di Dylan.

* * *

“Se tuo marito ci vedesse così, mi farebbe fucilare” le dissi all’orecchio. Teresita sorrise, ma con una punta di amarezza. Compresi allora che non avrei dovuto nominare Vassallo.

Mi separai dai suoi fianchi perché cambiasse il disco. “Ho qualcosa che vorrei farti sentire” disse levandosi finalmente la giacca. Con due balzi arrivò alla borsetta e ne estrasse la custodia di cartone di un disco. “Ricordi i nubiani,” disse fingendo di lanciarmelo “i figli dell’ingegnere minerario? Se ne sono andati definitivamente dall’Italia perché non abbiamo rinnovato la convenzione. Mi hanno lasciato tutti i loro dischi: voglio farti sentire questo.”

Tornammo sul parquet dopo che Teresita ebbe caricato il vinile sul piatto dello stereo. Le altre coppie di ballerini erano lontane, in fondo alla palestra; le alte finestre piombate della fabbrica in disarmo lasciavano entrare la luce e una corrente d’aria irriverente. Gli altoparlanti vicino alla porta di ingresso suonavano un tango argentino, opprimente sullo sfondo squallido dei muri di fabbrica. Qualcuna fra le altre clienti doveva essersi accorta che Teresita stava ballando con l’addetto alle pulizie, forse commentavano pesantemente.

Tornai a cingere Teresita, che ora era a braccia nude. Il sole si rifletteva testardo sui listelli di legno nuovo, incollati sul cemento consumato della gigantesca fabbrica.

La musica di Teresita attaccò violenta, introducendo subito una voce americana che conoscevo. “Da quanto tempo...” mi lasciai scappare “Bob Dylan?”

Teresita mi portò una mano dietro la nuca, ma non era facile tenere il passo di quella ballata strascicata: oltretutto, io ero capitato per caso nella palestra di danza, dopo essere stato licenziato dall’Università a causa del mio arresto.

“Hmm” mugolò Teresita nell’abbraccio della musica “dimmi la verità, come ve la passate tu e Enrichetta?”

Teresita aveva fianchi da anguilla e braccia bianche, lisce. “Per fortuna lei non ha perso il posto” risposi, ma non mi andava di parlarne. “Lo sai che questa musica oramai è proibita?” dissi per sviare il discorso “Autarchia. Non è più come quell’ultimo ballo in Vanchiglia. Se ci vedesse tuo marito...”

“Fanculo, Edo” rispose lei a occhi chiusi, ruotando come una vite sulla mattonella di parquet “balli da schifo.“

“Ci vieni spesso?” domandai con i suoi capelli contro le labbra.

“Appena posso. Tu lavorerai qui d’ora in poi?”

Mi strinsi nelle spalle. “Non ho libretto di lavoro. Avevo cominciato a battere al PC materiale editoriale per Cesare Pavese, ma quando è morto il mese scorso mi sono ritrovato a piedi. Adesso fare le pulizie qua in palestra e negli uffici al piano di sotto mi prende quattordici ore al giorno.”

Si irrigidì, mi cercò negli occhi la verità. “Quattordici ore? Non lasciare che ti sfruttino.”

Risi. “Parli come una comunista.”

“Oh, smettila con la  politica!” tagliò corto “dimmi se ti piace questa canzone.”

...It was gravity which pulled us down and destiny which broke us apart...

“Imperdibile” commentai provando un brivido mentre Dylan strusciava con la sua voce contro la mia spina dorsale “Basterebbe l’ostracismo del partito di tuo marito nei confronti di questa musica per meritare all’Italia il boicottaggio dell’ONU.”

...I can’t remember your face anymore,  your mouth is changed,  your eyes don’t look into mine...

Il bacino di Teresita era contro il mio osso pelvico. Sapevo che il principale avrebbe potuto licenziarmi vedendomi ballare con una cliente della palestra, ma in quel momento era la cosa meno importante per me. Da quando avevo trascorso i miei diciotto giorni di galera, molte cose erano diventate meno importanti.

...I waited for you on the running board near the cypress tree, while the Spring turned slowly into Autumn...

“Non era bello l’anno scorso, Edo?” disse improvvisamente Teresita senza alzare la testa dalla mia spalla “perché non si potrebbe tornare ai giorni dell’Università? Perché voi uomini dovete sempre spararvi in bocca quelle parole d’ordine inconciliabili?”

Un giorno ti perderò, mi ritrovai a pensare con le labbra a due dita dalle sue; Un giorno non sarà più possibile per Enrichetta e me vivere in questo Paese. Dovremmo allontanarci sulla strada dell’esilio, e chissà se e quando faremo ritorno...

...I can’t feel you aymore, I can’t even touch the books you’ve read...

“Mi rincrescerebbe doverci perdere di vista” continuò Teresita come leggendomi nel pensiero “avrei voluto fare qualcosa per te, mentre eri in... Ne ho parlato anche a mio marito...”

“Taci, adesso” la interruppi “lasciami ascoltare la canzone.” Un giorno ti perderò, come perderò la vista o i capelli o l’Italia. Perderò i miei giorni come perle sul rosario dell’esilio, e li farò perdere a Enrichetta. Perderò il groppo in gola del desiderio di te, il batticuore incontrollabile per la  tua presenza, il chiodo arrugginito della tua voce nel padiglione auricolare; distruggerò la mia esistenza e la mia salute con panini e caffè in qualche ufficio del Partito a Algeri o a Teheran, ringraziando quotidianamente non so chi per avermi fatto scampare un altro giorno ai sicari di regime. Il canto del cigno della democrazia, l’arma ideologica nelle mani del Partito combattente.

Mi ritrovai con le labbra sulle sue, lingua contro lingua.

...you’ll never know the hurt I suffered nor the pain I rise above, and I’ll never know the same about you...

Il tango ufficialmente tollerato era cessato, le clienti si asciugavano il sudore mantenendo i muscoli caldi e gli occhi morbosi su di noi. Mentre la ballata clandestina di Dylan rimbalzava sulle colonne di cemento armato della palestra, sussurrai all’orecchio di Teresita “Ci vuole tutta la forza del mondo a lasciarti andare.”

Sulle prime fraintese. Credette “a lasciarti andare fra le braccia dell’altro”. Invece intendevo dire che sarei stato costretto ad andarmene, forse per sempre.

Mi guardò negli occhi. Non si poteva dire bella, ma aveva occhi nocciola e tutto il tempo del mondo dalla sua parte. “Il mio amante da romanzo rosa!” disse sorridendo “credo tu ti stia sopravvalutando.”

...Idiot wind blowing through the buttons of our coats, blowing through the letters that we wrote, idiot wind blowing through the dust upon our shelves...

“Vento idiota” dissi al suo orecchio “mi rincresce di non aver potuto avere una vita normale. Mi rincresce di non poterti essere amico in altri tempi, in altre condizioni.”

La sentii rabbrividire. “Non dire così!” rispose abbassando il capo “potremo vederci ancora, qua in palestra.”

Ma già il vento idiota soffiava fra di noi. Entrava dalla finestra, spazzava il parquet verniciato di lucido e scoppiava attraverso le cuciture dei nostri vestiti. Il vento idiota soffiava su Torino vigliacca, anestetizzata dall’estate precoce del ‘63. Soffiava sulla vela del mio destino, gonfiandola, fino a quando il Pretore non ordinava per la seconda volta il mio arresto, questa volta con una imputazione gravissima: coinvolgimento nell’attentato dinamitardo di via Cernaia che era costato la vita al sottosegretario agli Interni, mancando per una frazione di secondo di colpire Galeazzo Ciano.

Un reato che prevedeva la pena di morte.

* * *

 “Ciano” disse Mario tamburellando con i polpastrelli sul volante della Lancia.

Alzai il capo di scatto, ma non stava scherzando: guardai meglio il prigioniero, in piedi a diversi passi dalla nostra auto ferma, controllato a vista dalle due guardie rosse.

“Non è possibile” dissi seccamente.

“Guardalo meglio” insisté Mario. Teresita aveva reclinato il sedile e fissava ipnotizzata il tettuccio.

“Merda” dissi fra i denti. Era davvero Galeazzo Ciano: sembrava più basso e più anziano che in televisione, forse a causa della barba brizzolata. Costanza Gremmo tornò verso la Lancia, levandosi i capelli che un vento idiota le gettava negli occhi.

L’autoblindo era immobile dietro di noi, il motore acceso. Ci trovavamo a una cinquantina di metri dal guado di barche che attraversava la  Stura, dietro il tiro a segno, per sostituire i ponti fatti saltare dalle bombe intelligenti egiziane. Dall’altra parte stazionava un’unità meccanizzata dell’esercito francese, intervenuto sotto la bandiera ONU per punire l’Italia invasore in Svizzera. Alla nostra sinistra, verso occidente, le prime case di Venaria Reale.

“Come cazzo abbiamo fatto a catturare Galeazzo Ciano?” dissi fra me e me, ma a voce alta.

Nessuno rispose. Nulla si mosse sotto il cielo velato dal fumo di Torino agonizzante. I ragazzi erano sdraiati al riparo di un terrapieno, i fucili puntati verso i francesi oltre il guado.

Aprii la portiera della Lancia.

“Non farlo” sussurrò Mario “cercherai grane.”

Scesi.  “Quello è Ciano” dissi alla Gremmo additandolo con il capo.

“Fatti i cazzi tuoi, Bertinetti” rispose lei senza neppure guardarmi, la custodia del revolver slacciata.

Scesi verso il guado spelandomi le scarpe sui sassi di fiume. Il vento era più forte che in città; Galeazzo Ciano, presidente del Consiglio, genero e delfino del Duce, camminava lentamente lungo l’argine senza allontanarsi dai suoi sorveglianti.

C’era fermento sulla sponda in mano ai francesi, finché una Renault civile venne verso di noi lungo il ponte di barche. Costanza Gremmo tornò a passo rapido verso l’acqua. “Avverti i tuoi di stare pronti, Bertinetti” mi disse piano “e speriamo non ce ne sia bisogno, altrimenti ci massacrano tutti quanti.”

Tornai indietro. Le guardie rosse presero Ciano per un braccio riportandolo verso la Lancia, Costanza scese a piedi incontro alla Renault.

E poi tutto precipitò. Il rumore dell’acqua di aprile si trasformò in un rombo di pale meccaniche. Due elicotteri schizzarono fuori dalle ciminiere di una fabbrica di cemento abbandonata sull’argine, in direzione di Venaria.

“Bertinetti!” strillò Costanza con un salto “l’autoblindo, Bertinetti!”

In un attimo gli elicotteri furono sul ponte di barche. Dalla sponda francese spararono, ma non contro di noi: un missile anticarro scese dal cielo, tranciando il guado in una nuvola di acqua e fuoco proprio all’altezza della Renault.

“Le camicie nere!” esclamai. Erano elicotteri fascisti, non francesi. Il prato si riempì di rumori. I miei facevano fuoco sugli elicotteri da dietro il terrapieno, i francesi cercavano di imitarli. Le guardie rosse trascinarono quasi di peso Galeazzo Ciano fino alla Lancia, mentre una mitragliatrice ci sparava contro dal cielo.

Costanza Gremmo ci raggiunse, voltandosi ogni pochi passi per sparare con il suo revolver. La mitraglia dell’autoblindo cominciò a sparare, uno degli elicotteri virò bruscamente, planando sul pelo dell’acqua. Mario aveva già rimesso in moto: vidi con la coda dell’occhio che tutti stavano risalendo sulle automobili, nessuno sembrava colpito.

Gli elicotteri furono costretti a ripiegare, tornando verso la fabbrica, mentre i francesi sull’altra sponda presero a sparare sull’autoblindo.

Ci muovemmo. Cacciai il garand fuori dal finestrino e cominciai a sparare. Nei duecentocinquanta metri che ci separavano dalla sommità dell’argine, solo un proiettile colpì il cofano della Lancia. L’autoblindo continuo a tossire fuoco verso l’altra sponda, e poi tutti fummo in salvo.

Costanza Gremmo bestemmiava come un ferito, le guardie rosse si erano strette contro Ciano sul sedile posteriore dopo averlo spintonato lungo tutto l’argine per sottrarlo al fuoco francese.

Sentivo il sapore di sangue in bocca, dovevo aver battuto le labbra contro il calcio del garand. “Un’imboscata!” imprecava incredula Costanza “stronzi merdosi, un’imboscata!”

Teresita mi si era aggrappata al braccio e tremava come una bambina. Mi voltai indietro per cercare dal parabrezza se gli elicotteri ci seguissero.

“E adesso?” disse Mario.

“Zitto, stronzo” lo tacitò Costanza Gremmo, e poi sporgendosi verso il sedile anteriore mi afferrò per la giacca. “Ho ordini precisi” mi sussurrò all’orecchio “proseguiamo verso Chivasso, senza tornare sulla statale.”

Sospirai. “Mantieniti sull’argine” dissi a Mario. Lui armeggiò con un accendino tunisino mentre guidava, tossendo una nuvola di fumo contro il parabrezza. Mi sembrava incredibile che nessuno dei miei fosse stato colpito.

* * *

La brace rossa della sigaretta era a un millimetro dalla mia palpebra. Potevo sentirne il calore fuorilegge attraverso l’ecchimosi sull’occhio.

“Ricominciamo” disse la voce dell’ispettore “levate di mezzo quella sigaretta e mettetelo a sedere, mi fa schifo così accasciato.”

Mi sentii sollevare per le ascelle. Tornai sulla sedia, appoggiandomi con i gomiti allo schienale. Usciva sangue dai lividi spaccati sulla mia spalla sinistra.

Di nuovo la luce negli occhi pieni di grumi. Il carabiniere in fondo alla stanza camminava nervosamente, consumando una sigaretta in lunghi tiri basso-polmonari ed evitando di guardarmi.

“Dunque, Bertinetti” proseguì l’ispettore fingendo pazienza “il giorno 19 ti sei recato in treno ad Asti per incontrarti con un agente comunista. Abbiamo un identikit di un cameriere del bar autolinee, hai mangiato panini e caffè insieme a una bionda con occhiali scuri.”

Tenni gli occhi fissi su una mattonella sconnessa del pavimento. Sentivo tirare la pelle sui lividi del viso, non riuscivo a staccare la punta della lingua dai tagli all’interno delle labbra.

L’ispettore si rialzò. Io strinsi gli occhi temendo che arrivasse un altro colpo. “Bertinetti, sappiamo che non hai avuto una parte attiva nell’attentato” proseguì l’ispettore con voce cantilenosa, come recitando a memoria “Stai solo proteggendo quella donna, ma così farai del male a te stesso e alla tua famiglia.”

Tra poco mi lasceranno lavare la faccia, pensavo, non possono riportarmi in cella senza lavarmi la faccia, farebbe infezione.

Sussultai nel sentire il viso dell’ispettore accanto al mio. Riaprii gli occhi: si era chinato davanti alla sedia. Mi grattai nervosamente le mani. “Bertinetti, quella Costanza Gremmo è un’assassina, tu sei un uomo istruito, avresti potuto essere professore se non fosse stato per questa ossessione della politica. Lei è un’operaia, una sovversiva senza Dio né legge. Perché la proteggi?”

Il carabiniere si era fermato, o forse era uscito in corridoio. Uno degli agenti porse all’ispettore un’altra sigaretta accesa. “Gli faccia un buco sulle palpebre” insisté “le assicuro che funziona sempre.”

L’ispettore prese la cicca, ma invece di bruciarmi me la infilò fra le dita, dalla parte del filtro.

Mi prude la faccia, pensavo, ma avrei bisogno di uno specchio per ripulirmi. Non possono rimandarmi in cella senza uno specchio e un lavandino.

La porta di ferro della stanza si aprì rapidamente, cigolando. Un carabiniere entrò per dire qualcosa all’orecchio dell’ispettore, che fece cenno agli agenti di uscire.

Mi sentivo spossato, non dormivo da quarantotto ore. La gola era asciutta come un muro di gesso. Chiusi gli occhi, pensando al refrigerio di un secchio d’acqua, o anche solo di una spugna bagnata. Sentii un respiro vicino a me, riaprii gli occhi e sussultai nel trovarmi accanto il viso di Vassallo.

“Sappia che non ne sono contento, Vassallo” stava dicendo l’ispettore. Mi accorsi che gli agenti erano usciti dalla stanza.

Vassallo si accese una sigaretta in un raschiare di zolfo. Temetti che il fumo mi provocasse di nuovo quella tosse convulsa che aveva irritato a sangue l’ispettore, poco prima.

”Che cazzo sei andato a combinarmi, Bertinetti...” disse Vassallo a voce bassa senza levarsi il cappello “mi domando se è stato il lavoro con quel comunista di Pavese a rovinarti.”

Raddrizzai la spina dorsale, cercando di mantenermi dritto e guardandolo attraverso il gonfiore delle palpebre. “Ti sembra giusto quello che stai facendo a tua moglie?” proseguì con disprezzo.

Avrei voluto rispondergli Ti sembra giusto quello che stai facendo all’Italia?, ma avevo paura di prendere ancora botte. Avevo terrore del momento in cui Enrichetta sarebbe venuta a farmi visita, vedendomi così pestato.

Vassallo si avvolse in una nuvola di fumo nel rumore ritmico dei tacchi del carabiniere in fondo alla stanza. Chiusi gli occhi desiderando di addormentarmi per qualche secondo.

Li riaprii di scatto. Stronzo, pensai, cinque giorni fa avevo tua moglie Teresita fra le braccia, ballavamo una canzone di Dylan proibita dalla censura. Quando il dissenso si infiltra nelle piccole cose quotidiane, un regime è alla fine.

“E adesso cosa ha intenzione di fare?” domandò la voce dell’ispettore dalla porta.

Vassallo si alzò in piedi. Dietro di lui c’erano due camicie nere: mi disinfettarono i tagli più vistosi mentre stringevo le labbra, poi mi riabbottonarono la giacca e mi sollevarono per le braccia.

“Se ne vada” disse Vassallo all’ispettore, consegnandogli un foglio di carta meccanografico “prendo io in consegna il detenuto.”

Dopo un lampo di cielo aperto, nel cortile della questura, mi ritrovai stretto fra le due camicie nere sul sedile posteriore di una Fiat. Vassallo sedette a fianco dell’autista. L’aria fresca era come una medicina sulle botte.

Pensai che fossero gli ultimi minuti di vita. Vassallo era venuto a prendermi personalmente in consegna, e grazie alla sua posizione nel partito la questura non aveva potuto opporsi: non poteva avere dimenticato l’oltraggio di quel giorno, al ballo studentesco di pochi mesi prima, quando avevo baciato Teresita sulla bocca davanti a tutti. Mi ritrovai addirittura a pensare che il mio coinvolgimento nella congiura dell’attentato fosse una sua idea per levarmi di torno.

La macchina attraversava le vie di Torino in direzione Rivoli. Avevo già sentito parlare di persone gettate giù da auto in corsa, oppure massacrate di botte in una strada di periferia.

L’aria fresca del finestrino mi svegliò del tutto. C’era profumo di caffè, e un traffico eccezionale in città: operai in utilitaria diretti in montagna o ai laghetti per il fine settimana, gente che forse non si preoccupava se altri vedevano il cielo a griglia da una finestra di prigione, gente che forse non si preoccupava neppure se il sottosegretario agli Interni era stato assassinato dai comunisti in via Po con una carica di tritolo diretta a Ciano.

“Dove andiamo?” domandai a Vassallo, ma quasi non feci in tempo a finire la parola che uno schiaffo mi frustò la bocca.

“Taci” mi intimò la camicia nera. Vassallo si voltò appena.

Prendemmo la tangenziale, l’autista sparò il clacson per farsi largo. Superammo in terza corsia per tutto il tragitto fino all’aeroporto.

Nessuno disse una parola. Io pensavo che finché rimanevo in mezzo alle due camicie nere non potevano buttarmi giù dall’auto in corsa.

Entrammo da un cancello laterale che dava accesso alle piste dell’aeroporto. Accostammo accanto a una vettura di servizio, quindi si aprirono tutte le portiere. Le camicie nere quasi mi spinsero giù, aprendo l’altra vettura...

...sul sedile posteriore era seduta Enrichetta, e accanto a lei Teresita.

Oh no, pensai, Enrichetta non deve vedermi così. Fece per venirmi incontro, ma forse si vergognava di tutta quella gente. Vassallo si allontanava fumando, dandoci le spalle. Teresita scese, andandogli dietro.

“Ci hanno espulsi, Edo” disse mia moglie “ci imbarcheremo sull’aereo per Damasco.”

Riempii i polmoni di aria, ma bruciavano di sangue raggrumato. “E’ stata Teresita a convincere suo marito a farmi liberare?” domandai a labbra rotte.

Enrichetta mi prese sottobraccio. Avevo voglia di piangere perché mi vedeva in quelle condizioni. Teresita tornò per scaricare un paio di valigie che contenevano tutta la roba che ci era consentito portare in esilio.

“Come ha fatto Teresita?” domandai piano a mia moglie “c’era un’accusa di cospirazione, per me. Come ha fatto Vassallo a convincere il giudice a scarcerarmi?”

“Invece di essere contento...” disse Enrichetta scuotendo il capo “ce ne andiamo, Edo: sei libero. Avrebbero potuto fucilarti...”

Teresita aveva in mano le nostre valigie, io non ce l’avrei fatta a portarne neanche una, dovettero dividersele lei e Enrichetta.

C’erano almeno trecento metri fino all’aereo di linea, zoppicai, cercando di raddrizzare il busto. Attraverso il velo delle botte, non riuscivo a provare più nulla per Teresita che pure avevo stretto fra le braccia solo cinque giorni prima.

Ma rimanemmo indietro, io e lei, mentre Enrichetta consegnava già i biglietti a una hostess dalla divisa severa. Il medesimo vento entrato dalle finestre della palestra da ballo ci raggiunse sulla pista di decollo.

“Sono in debito, dunque” dissi voltandomi verso Teresita.

 “Mio marito non fa mai nulla di cui non sia convinto” rispose lei.

Ero libero. Era vero. Sapevo che era grazie a Teresita, grazie a suo marito. Forse è l’ultima volta che ti rivedrò, pensai. Il vento idiota aveva ragione: ci stiamo perdendo, abbiamo perso tutto. Ma sentivo che mi rimaneva ancora molto. Enrichetta tornò a prendere le valigie.

“Addio, Edoardo” disse Teresita “mi rincresce per ciò che hai dovuto passare, spero di essere riuscita a sdebitarmi almeno in parte.”

I ginocchi non volevano piegarsi per salire la scala. Merda, pensai, merda su questa città assassina. Merda su questo Paese di vigliacchi, su questo continente omicida. Damasco. I paesi industrializzati, l’oriente ricco e democratico che chiude gli occhi sul fascismo in Europa.

Il portello dell’aereo si chiuse dietro di noi. Si sarebbe riaperto solo in Siria. L’ultima persona che vidi dal finestrino fu Teresita che tornava a piedi verso il marito; la prima persona che vedemmo, uscendo nella hall dell’aeroporto di Damasco, fu Costanza Gremmo: ci portava il benvenuto del Partito in esilio, un rotolo di banconote e le chiavi di un monolocale in piazza Al Yarmouk.

* * *

Ciano era in piedi contro la foschia di aprile, diversi passi più in là delle auto ferme; Costanza Gremmo teneva a tracolla un fucile mitragliatore, io mi nascondevo dietro la stella di alpacca rossa e non volevo liberarmi del mio garand.

“Cosa vuoi fare?” domandai. Ci aveva condotto lungo la statale per Chivasso, qualche chilometro fuori città, in aperta campagna. Non c’era il minimo movimento sulla pianura abbandonata.

“Ho ordini precisi” rispose Costanza “aspettatemi qui, accompagnerò io il prigioniero.”

Teresita gemette dalla macchina. Sentii montare il sangue agli occhi. “No, tu non vai da nessuna parte da sola.”

“Non ti agitare, Bertinetti” mi rispose Costanza, con una voce che tradiva stanchezza più che amarezza. Aveva ancora i capelli negli occhi per via del vento, e teneva il fucile mitragliatore rigido fra le mani, la cinghia della tracolla tesa al massimo.

Feci per seguirla ma le guardie rosse mi fermarono. Il prigioniero camminò curvo nel suo cappotto di mohair verso la macchia colore verde scuro dei salici, Costanza Gremmo gli tenne dietro.

Li guardai allontanarsi dietro la lente deformante delle lacrime.

“Edoardo!” mi implorò Teresita dalla Lancia.

Sentii montare un groppo in gola. “Costanzaaa!” strillai con i muscoli della gola ridotti a un cordone. “Devo farlo io! Era compito mio!”

Si voltò di traverso, un attimo, il profilo del mitragliatore stagliato sopra l’orizzonte basso, ma Galeazzo Ciano proseguiva verso gli alberi e lei lo seguì. Scomparvero.

Mario mise in moto la macchina, Teresita fece per scendere ma si trattenne.

Pensai ai morti di Torino coventrizzata. Pensai ai soldati di leva bruciati vivi nei carri armati in Canton Ticino. Pensai ai marinai annegati nelle cacciatorpediniere silurate dall’Onu nel Tirreno. Pensai ai comunisti bastonati a sangue nelle galere.

Udimmo sparare, una breve raffica e poi un’altra. Urlai di disperazione. Le guardie rosse si mossero lentamente verso la macchia, andando incontro a Costanza Gremmo che tornava già indietro.

Udii battere le portiere dell’auto. Mario cominciò a correre verso la statale seguito da Teresita. Con pochi balzi arrivai alla Lancia, sedetti al volante, premetti il piede sull’acceleratore, sobbalzai sull’argine dei campi e girai il più strettamente possibile sulla stradina, manovrando per evitare l’autoblindo. I ragazzi mi guardarono impassibili, come avevano lasciato andare Mario e Teresita.

Cercai di raggiungerli ma erano scesi lungo l’argine del fiume dove l’auto non passava. Vidi dallo specchietto retrovisore che Costanza Gremmo era tornata all’autoblindo e faceva cenni ai ragazzi.

Raggiunsi la statale. Credendo di prendere la via per Torino, in modo da tagliare la strada ai due fuggitivi quando sarebbero risaliti sulla carreggiata, sbagliai direzione e mi accorsi di fare un giro a vuoto infilandomi nella foschia bassa di una strada sterrata. Girai cercando di guadagnare la direzione sud e mi cacciai in un gruppo di cascine. Ero convinto di aver raggiunto la statale quando nello svoltare l’angolo nella piazzetta del centro abitato trovai il blindato a sbarrarmi la strada, e le due auto di traverso. Frenai, arrestandomi a due metri dai cingoli. Costanza Gremmo mosse due passi per venirmi incontro, il fucile mitragliatore a tracolla.

* * *

Cominciai a bruciare vivo la sera di quel giorno di giugno in cui avrei dovuto uccidere un uomo. Appena sveglio dal riposo pomeridiano, nel letto rovente, mentre Enrichetta già in piedi preparava un caffè prima di andare al lavoro, provai ad immaginarmi nell’atto di sparare alla mia vittima.

“Vai alla fiera?” domandò Enrichetta, pronta per tornare in fabbrica al turno di notte.

Mi rasai accuratamente, mettendo una camicia pulita; Costanza Gremmo aveva raccomandato la massima cura personale per ridurre al minimo i controlli di polizia.

Enrichetta uscì. Mi affacciai dal terrazzo infuocato, imbiancato a calce: Damasco si stendeva immensa e sonnolenta fino al monte Qassyoun, gli altoparlanti della moschea degli Omayyadi cantilenavano ritmi primordiali che stonavano con la cappa di smog industriale sulla città del nostro esilio.

Terminai il caffè. Ingoiai la capsula che mi aveva dato Costanza Gremmo e mi precipitai giù dalle scale. Enrichetta ed io abitavamo dalle parti di piazza Al Yarmouk. Risalii a piedi verso la cittadella, la camicia aperta sul collo e la spugna bollente della febbre contro le tempie.

Enrichetta. Sotto le mura, una calca di turisti affollava le bancarelle del mercato notturno. Viaggi organizzati avevano portato decine di migliaia di persone da Gerusalemme, da Baghdad, dalla Turchia per la immensa Fiera di Damasco. Torce di legno erano conficcate lungo le mura fino alla moschea di Sinan Pascià. Poliziotti in occhiali a specchio controllavano le bancarelle, prostitute greche e spagnole battevano la via Al Midan, vestite di lunghi spacchi nei caftàn.

La folla mi evitava. Pensai di essere radioattivo. Una vista speciale procurata dalla febbre mi permetteva di seguire varchi di luce tra la folla. Attraversai come in trance cerchi di turisti intorno a mangiatori di fuoco ungheresi e turchi, cercai di incenerire con la vista un elicottero della televisione che sorvolava l’area della fiera, camminai come ebbro in punta di piedi davanti alla moschea Addarouichiye.

Costanza Gremmo. La luna piena sembrava un meteorite rosso industriale nel cielo notturno. Il Partito combattente. Uccidere un uomo. Uccidere un uomo. Uccidere un agente fascista.

Volute di fumo sotto le mura della cittadella. Una ragazza con un copricapo tradizionale camminava lentamente lungo i bastioni, passando i polpastrelli negli interstizi della pietra senza staccarmi gli occhi di dosso. Pensai vedesse anche lei ciò che vedevo io: la solitudine micidiale della notte siriana, il veleno agrodolce dell’incomunicabilità, il fiele dell’esilio come volute di fumo denso, di un verde malato.

“Hai la febbre” disse la ragazza. Indossava un lungo caftàn porpora di taglio maschile, lame d’oro intorno alla fronte e una sciarpa di seta marrone che scivolava fino quasi ai piedi.

Mi fermai per guardarla. Mi passò davanti, osservandomi con occhi sottolineati di mascara, una bocca rossa di fragola e pelle bianca ariana.

“Aspettavi me?” domandai vedendo le mie stesse parole disegnate nell’aria con inchiostro fosforescente.

Ma la ragazza non parlava italiano. La seguii nella folla, aggirando una troupe televisiva privata con proiettori da migliaia di watt.

Teresita. L’esilio. Via dall’Italia, via dal terzo mondo per venire nei paesi industrializzati: un anno in Turchia come cameriere di pizzeria, poi Damasco e la ditta di autotrasporti. Enrichetta invece perforava bande di celluloide per una fabbrica automatizzata. Calice amaro dell’esilio.

Seguii la ragazza verso l’interno della cittadella. C’erano fuochi d’artificio e luce dappertutto. Altoparlanti disposti a intervalli regolari recitavano poesie di Gibran Kahlil e Tahar Ben Jalloun. Un grasso siriano mi guardò male: portava una T-shirt con il volto di Mussolini al centro di un bersaglio sotto la scritta Saddam Colpiscilo!

Mi ritrovai aggrappato al braccio della ragazza. Aveva ossa piccole da uccello e un profumo di zagara, seguii a distanza ravvicinata le sue labbra rosso verniciato sotto la cacofonia mimetica della fiera. Tenendola sottobraccio, sentii con le nocche qualcosa di duro fra la seta del caftàn e il seno. Scostando la sciarpa  mi mostrò il calcio di un grosso revolver.

Continuai a seguirla al ritmo di poesia dei tamburi elettronici. Il cielo era illuminato come per l’esplosione di una supernova. Una bancarella vendeva frutta secca del Libano, una comitiva di etiopi vestiti all’ultima moda ci sorpassò schiamazzando.

“Chi devo colpire?” domandai, evitando di scrivere le parole luminose sulla sua pelle.

“Ti mostrerò io” sussurrò “pensi di essere in condizioni di fuggire, dopo?”

La cancellata di ferro intorno a un cedro del Libano era ricoperta da giovani siriani in blue-jeans, uno schermo panoramico contro un edificio mostrava immagini pubblicitarie mentre la mia guida dalle labbra di fragola mi scortava attraverso la violenza dei suoni.

“Lo bacerò sulla fronte” aggiunse la ragazza parlandomi all’orecchio. Provai la tentazione di staccarle l’orecchino a morsi.

Si sganciò lasciandomi solo. Mi aveva infilato il revolver sotto la camicia. “Ti rivedo, finalmente!” esclamò a voce alta guardando negli occhi un uomo di mezza età, evidentemente europeo, che si intratteneva con alcune orientali davanti a una macchina della realtà.

L’uomo non capiva, ma sorrise alla ragazza, lei si alzò in punta di piedi e lo baciò alla fronte come un vecchio amico. L’uomo rise di gusto.

“Che porco!” commentò quasi compiaciuta una delle sue donne.

L’uomo non rise più quando vide l’arma nella mia mano. Impallidì, ma non alzò neppure un dito per tentare di difendersi o fuggire. Evidentemente sapeva. Sparai tre colpi al cuore in rapida successione, quasi nascosti dai rumori della festa.

Sentii cadere il revolver in terra. Grida più forti, più vicine. Seguii la scia fosforescente della ragazza che camminava a passo svelto, poi scantonai mandandole mentalmente un addio: più tardi glielo avrei scritto in cielo in caratteri elettrici.

La folla dietro di me si squarciava, cominciai a vedere i primi poliziotti. Rallentai uscendo dalla cittadella in direzione della porta di Bab Alfaraj. La notte aveva un battito cardiaco accelerato, la gente lontano dall’incidente non si era resa conto di nulla.

Costanza Gremmo. Giù per la via Almalek Feisal a passo svelto, i tamburi suonano i  ritmi della coscienza. Enrichetta. Porta Bab Touma, la folla un essere vivente, con cellule compatte che non vogliono fendersi al mio passaggio. Teresita a Torino. Se Pavese potesse vedermi adesso... Piazza Al Kharrat, finalmente il fresco del vento per asciugare collo e tempie. La ragazza / labbra rosse / orecchini oro. Come volare a braccia aperte fra la folla diradata della piazza. Al Mantiqa as Sina’iya. Casa.

Rimasi a letto febbricitante tutta notte. Al mattino la TV locale parlò di un regolamento di conti nell’emigrazione italiana, la stampa nazionalista ricominciò a chiedere un embargo antifascista, Enrichetta tornò dalla fabbrica con una lettera di licenziamento.

Sette giorni dopo Galeazzo Ciano ordinava l’invasione della Svizzera, che il Regio esercito portava a termine quasi senza colpo ferire. Le Nazioni Unite mettevano insieme un colossale esercito d’intervento, ottenevano l’appoggio di Francia e Austria, preparavano l’invasione del territorio italiano. Mussolini non recedeva, faceva votare l’annessione della Svizzera; l’aviazione egiziana e siriana iniziava un bombardamento notturno di dimensioni apocalittiche sulle installazioni militari, le fabbriche e altri obbiettivi strategici in tutta Italia, senza riguardo per la popolazione civile.

Venticinque giorni dopo l’omicidio alla fiera di Damasco, il consiglio dei ministri siriano emetteva un decreto di espulsione per tutti gli italiani in esilio nel Paese. Un treno blindato preparato per l’occasione portava Enrichetta e me, Costanza Gremmo e altre centinaia di comunisti attraverso la Turchia e i Balcani ottomani.

Il giorno del nostro arrivo a Trieste, dopo due settimane di bombardamenti devastanti, tutte le fabbriche torinesi scendevano in sciopero in blocco: era l’inizio dell’insurrezione. E Costanza Gremmo si ritrovò al posto di numero due nell’organizzazione militare del partito a Torino.

* * *

Con Teresita seduta accanto a me, mentre guidavo la Lancia verso le linee francesi, pensai a tutte le volte che avremmo potuto fare l’amore e non l’avevamo fatto.

“Hai paura?” mi domandò.

Guardai Mario dallo specchietto retrovisore: osservava nervoso fuori dal finestrino. Il cielo era scuro sulle montagne, una colonna di fumo si alzava dalla periferia occidentale di Torino. In quel momento l’autoblindo doveva essere diversi chilometri alle nostre spalle.

“Non dovete temere” risposi “fra pochi minuti sarete in salvo.”

Teresita piegò leggermente il capo come per non farsi sentire da suo marito. “Dici che facciamo bene, Edo?” sussurrò.

Annuii. “Non c’è alternativa. Mario ha ragione, dovete fuggire in Francia. Hanno più paura del mio partito che dei fascisti: faranno di tutto per rendervi l’esilio meno amaro, comunque vadano le cose in Italia.”

La strada era sfondata dalle buche come se una colonna di blindati fosse transitata da poco.

“E cosa farai, tu?” insistette Teresita “Cosa farete tu e Enrichetta?”

La coltellata lancinante di un rimorso mi tagliò il diaframma. “Non preoccuparti per noi. In questo momento il Partito è abbastanza forte, e anche se non riusciremo a provocare un’insurrezione al sud i fascisti dovranno scendere a patti. E poi i siriani e gli egiziani non sarebbero così contrari a un governo comunista in Italia, fosse anche solo al nord.”

Mario Vassallo aveva chiuso gli occhi, sopraffatto dalla stanchezza. Teresita scese ancora più giù con la testa appoggiandosi alla mia spalla.

Mi sentii galleggiare. Non mi era mai stata così vicina; non avrei spostato un muscolo neppure per curvare il volante. “Perché non ci raggiungete in Francia, tu e Enrichetta?” disse dopo un minuto “le cose quaggiù andranno sempre peggio nei prossimi mesi. Guarda come è ridotto il paese: tutti i ponti nel norditalia sono distrutti, i porti delle città di mare bombardati, le fabbriche rase al suolo, l’esercito allo sbando, Torino non esiste più. Come potete vivere ancora qua?”

Mi strinsi nelle spalle, ma sentivo gli occhi umidi. “Dopo la resa incondizionata agli alleati, Mussolini troverà le forze per contrattaccare. Manderanno le camicie nere, dobbiamo essere pronti a difenderci, non posso abbandonare adesso. E poi, oggi pomeriggio ci siamo tagliati tutti i ponti alle spalle, hai visto anche tu.”

Uno stormo di aerei a reazione passò basso sull’orizzonte, diretto verso Ivrea. Mario Vassallo dormiva.

“Ma a Enrichetta non pensi?”

Sospirai. “Ci penso sempre, invece. Altrimenti perché credi che non...”

“Taci!” esclamò senza alzarsi dalla mia spalla.

Dopo una svolta intravedemmo un movimento in fondo alla strada, fermai la macchina sulla banchina e levai il binocolo dal cruscotto.

“L’esercito?” domandò Mario svegliandosi.

Annuii. “E’ meglio che io torni indietro” dissi “deve essere quella colonna inviata da Novara. Potete aspettarli qui.”

Non riuscimmo più a parlare. Per qualche minuto rimanemmo a seguire il movimento della colonna in avvicinamento, poi Mario Vassallo scese allontanandosi di qualche passo con le mani in tasca.

Teresita sospirò a fondo. “Promettimi che vi farete vivi” disse con voce rauca.

“Prometto” risposi a labbra strette, mentendo.

Mi prese la mano. “Edo, io...”

Mi guardava negli occhi. Mi aveva sempre guardato negli occhi, senza velleità di seduzione, ma con una sincerità che mi convinceva a corteggiarla con discrezione. “Ho bisogno che tu ti faccia vivo, e presto. Avrei bisogno di spiegarti alcune cose che non avevo capito.”

Sorrisi a forza. “Certo. Le stai già spiegando.”

I mezzi corazzati erano vicini. Avrebbero cercato di riprendere il controllo della periferia di Torino.

Teresita mi si aggrappò al braccio. Aveva un profumo nostalgico, troppo dolce. “Avremmo dovuto conoscerci in tempi meno sanguinosi” disse con amarezza “forse avremmo potuto frequentarci, noi quattro, e andare d’accordo...”

“Non c’è più tempo” sospirai per tagliare “ma passeranno anche questi anni. Dimenticheremo la guerra, tornerete dalla Francia e ci rivedremo.”

“Ma quando sarà? Saremo già vecchi?”

“Non sarà mai troppo tardi” replicai a occhi chiusi, perché invece era davvero troppo tardi e le lacrime mi filtravano dai pori delle palpebre.

Sentii aprirsi la portiera. Teresita scese, Mario tornò verso di noi. “Voglio rivederti” disse deciso “ho un debito.“

 “Taci” risposi “il debito ero io ad averlo. Ora siamo pari.”

“Non è vero. Tu l’avresti fatto comunque.”

“Anche tu. Ora devo andare, stanno arrivando.”

Una stretta di mano attraverso il finestrino. Scesi. Teresita alzò le mani; le sue labbra erano tiepide e bagnate di sale sulle mie. Un vento idiota non dava tregua ai suoi capelli.

Si allontanarono. “Vassallo!” gridai improvvisamente “io e Teresita non abbiamo mai...”

“Taci!” esclamò imperiosamente. Si voltarono per l’ultima volta.

Sentivo un crampo di morte al ventre. Ripartii verso Torino, sbandando perché avevo gli occhi appannati.

L’aria si era fatta più fredda, come per adeguarsi al vento idiota che soffiava dal vuoto della mia gabbia toracica. Quasi non vedevo la strada.

Sulla tangenziale di Venaria incontrai l’autoblindo e i ragazzi seduti nell’erba, sotto un albero.

Non parlarono ma mi seguivano con lo sguardo. Scesi dalla Lancia consegnandola a uno dei miei, sedetti sul sedile posteriore dell’Alfa, accanto a Costanza Gremmo. Le due guardie rosse erano sul sedile anteriore, il corpo di Galeazzo Ciano doveva essere nel baule.

Costanza non domandò nulla. Teneva ancora in grembo il mitragliatore dell’esecuzione, come un cimelio destinato ad acquistare valore nel tempo.

“Grazie” sussurrai sedendomi. I ragazzi tornarono all’autoblindo strascicando i piedi, ripartimmo diretti verso la colonna di fumo nero che era Torino.

Il dado era tratto. Il Partito si era tagliato tutti i ponti alle spalle con l’esecuzione di Ciano: era uno schiaffo in faccia agli alleati, una rivendicazione di autonomia dalle forze che avevano schiacciato la dittatura.

Ma quanto era caro il prezzo:  Torino bruciava, le campagne erano piene di soldati sbandati, le ferrovie distrutte, i ponti saltati in aria. In metà del paese il PNF non esisteva più, la nazione era in ginocchio, la marina si stava ammutinando.

“Gremmo...” sussurrai.

Costanza sembrò risvegliarsi dall’ipnosi della bocca del mitragliatore. Mugolò qualcosa, quasi trapassandomi con lo sguardo la stella rossa. Dovetti ammettere che era quasi bella: ma il tempo trasformava gli amici in nemici, e i fascisti in amici.

Mi bagnai le labbra. “Non è vero che non ti scoperei neppure se tu fossi l’ultima donna sulla Terra” dissi.

“Sai quanto ti costerà la stronzata di oggi?” disse con voce più rauca di quella di Teresita “davvero ne valeva la pena, quella donna?”

Guardai il suo indice sul grilletto del mitragliatore. Davvero ne valeva la pena? Il tempo trasforma gli amici in esuli e le belle donne in strumenti di partito. “L’avrei fatto anche per te” risposi.

Costanza Gremmo annuì più volte, lentamente.

“Grazie,” disse “grazie, Bertinetti.”

 

Franco Ricciardiello

 

Scritto tra il 23 aprile e il 9 maggio 1994

 

Pubblicazioni:

  1.     "Fantasia", raccolta Millelire n. 5, Stampa Alternativa, Terni 1995

  2.  "Intercom" n. 146/147, Torino 1997

  3.  edizione francese: "Turin", Utopiae 2001 (antologia), L'Atalante, Nantes 2001

 

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