FRANCO RICCIARDIELLO

Tutti i miti dell'Ebro

Secondo classificato al I Premio letterario "Città di Montepulciano" 1986

 

 

Vivid, la vida sigue,

los muertos mueren y las sombras pasan;

lleva quién deja, y vive él que ha vivido.

Yunques, sonad; enmudeced, campanas!

Antonio Machado

 

Vivete, la vita continua, i morti muoiono e le ombre passano;

prende chi lascia, e vive chi ha vissuto. Incudini, suonate; tacete, campane!

 

 

Mi fermai istintivamente in mezzo alla via, frugando per abitudine nelle tasche del soprabito. Quando me ne resi conto sfilai subito le mani e mi guardai intorno, sorpreso di trovarmi in quel luogo.

Senza volerlo stavo cercando, l'avevo capito, la tabacchiera d'argento lavorato. Da tre mesi, da quando cioè ero giunto in quell'inammissibile Spagna dell'autunno 1938, avevo promesso a me stesso di non toccare più tabacco. Mi guardai intorno come appena svegliato da una profonda ipnosi, da uno stato di sonnambulismo che mi aveva guidato per ore e ore nelle piazze e fra le case di Cordoba.

Mi trovavo all'angolo di due vicoli dalla larghezza appena sufficiente a lasciare passare un'automobile del mio tempo, se non fosse stato per i numerosi, bassi fusti metallici adibiti a vasi che occupavano metà marciapiede con gerani o con le foglie arcuate delle agave; altri vasi in terracotta erano appesi a tutte le altezze lungo i muri bianchi, a fianco delle finestre protette da inferriate, ai balconcini, a lato e sotto il blasone in pietra incastonato all'angolo delle due vie, raffigurante un inquartato con lune crescenti e lame incrociate.

Il sole invernale riverberava sull'intonaco delle case a due piani, lasciando in ombra solo una striscia di marciapiede e quella parte del vicolo coperta da un ponticello che correndo all'altezza del soffitto del primo piano sosteneva gli edifici opposti e abbelliva quello scorcio di Spagna barocca e moresca. I gerani erano senza fiori, le agave pallide; sotto l'ombra del ponticello un vecchio con larghi calzoni ruvidi, giacca grossolana e una coppola grigia rimaneva immobile ad osservarmi.

Mossi alcuni passi incerti verso di lui, camminando sulla linea che divideva il marciapiede lastricato dal sottile contro del vicolo, pavimentato con ciottoli disposti a spina di pesce. Forse il vecchio non capì che ero straniero; forse furono le mie fattezze italiane a confonderlo, o forse al contrario si accorse subito che ero un pesce fuori d'acqua, un estraneo proveniente da un altro luogo e da un altro tempo, nato decenni dopo quel mite pomeriggio andaluso.

Superai il vecchio; superai anche il crocefisso a grandezza naturale piantato nel cuore di una piazzetta e protetto da una bassa ringhiera metallica, oltraggiato dalle ingiurie e dalle sassate della rivoluzione e non ancora restaurato.

Non me la sentivo di tornare alla pensione da Liselott, di tornare al lavoro, di tornare all'inconcepibile irrealtà della Spagna del 1938. Camminai di buona lena sino al ponte romano sul Guadalquivir, che aveva sfidato due millenni di erosione. Il suo era stato un viaggio nel tempo usuale, provato, inevitabile: dalla sua costruzione al momento in cui ci trovavamo, la fine ottobre del 1938. Per giungere a quell'appuntamento, io avevo compiuto un viaggio temporale in direzione inversa, del tutto eccezionale, illegale e forse suicida. Non mi era occorsa alcuna macchina del tempo: era stato sufficiente attraversare la frontiera franco-spagnola in Catalogna e il 1938 mi aveva abbracciato come previsto.

L'acqua del fiume scorreva ampia e placida sotto le arcate, oltre le rovine dei mulini arabi sul greto di sassi e fango. Sarebbe stata questione di un attimo scavalcare il parapetto del ponte, lasciarmi scivolare nell'acqua gelida, scura, profonda. Del resto, già arrivando in Spagna sentivo che non avrei mai fatto ritorno al mondo da cui venivo; cosa sarebbe accaduto di noialtri infiltrati quando l'altalena temporale fosse cessata, nessuno era in grado di prevederlo.

Malgrado il sole, spirava sul ponte un vento gelido proveniente da nord, dalle Sierre centrali, dal fronte di Madrid. Rialzai il bavero del soprabito e affondai le mani nelle tasche. Stringendo i denti, tornai in città.

Cordoba era presidiata, trincerata, quasi assediata. L'esercito repubblicano era a poca distanza, troppo debole per attaccare durante tutta la durata della guerra. Avendo trascorso a Barcellona i primi mesi dal mio arrivo (la parola “mesi” è errata), poi a Madrid assediata dai falangisti, avevo deciso di passare da quest'altra parte della barricata per sapere come si vivesse nella Spagna nazionalista. Ufficialmente ero un giornalista, inviato speciale nell'anomalia temporale che aveva resuscitato dal passato una penisola iberica già morta, lanciando quella odierna chissà dove nel passato o nel futuro o nel nulla.

Camminando soprappensiero, ero giunto sotto le finestre della pensione. Oltre i vetri, Liselott mi fissava con la sua espressione indecifrabile, forse incurante, quasi certamente in attesa di qualche avvenimento che risolvesse l'inquietudine. Salii le scale sino alla mia stanza sotto gli occhi della padrona; per quella donna obesa e avvizzita io ero un essere misterioso, incomprensibile; Lisa ed io eravamo giunti dal futuro raccontando di cose assurde, di invenzioni impensabili, della fine della guerra.

Quando entrai nella stanza, Liselott era seduta sul letto e mi attendeva, sorridendo senza parlare, consumandomi con il suo sguardo inquisitore; non ce l'hai fatta, voleva dirmi. Sei andato fino al porte, ma non ce l'hai fatta ad attraversare il fronte da clandestino per cercare di raggiungere il nord, raggiungere l'Ebro per il grande passo finalmente. Non sei riuscito neppure a gettarti nel fiume, diceva ancora il suo sguardo, ma senza derisione; si trattava piuttosto di amarezza, comprensione e, perché no?, sollievo.

Tutto sommato, il tuffo nei flutti era fuori discussione: sia lei che io amavamo provocarci mentalmente in quel senso, stuzzicandoci l'uno con l'altra in cerca di una prova di coraggio per dimostrare che ciò che ci tratteneva a Cordoba o a Madrid o a Barcellona era solo curiosità e non codardia.

"Torniamo a Madrid," disse Liselott. Lo disse con tenerezza, quasi non fosse la constatazione di qualcosa di inevitabile, ma un'idea tutta sua, un gingillo con il quale consolarsi della futilità di quanto le stava accadendo.

Come era diverso quel mondo da ciò che avevamo immaginato prima di attraversare i confini dell'anomalia. L'altalena aveva bloccato tutte le passioni, le lotte, la decisione degli spagnoli; la vita si trascinava, periodo dopo periodo, in uno stato di attesa che poteva benissimo durare in eterno e che andava logorando Liselott e me e quanti come noi, approfittando dell'occasione offerta dall'anomalia, erano giunti in quella Spagna scomparsa alla ricerca di qualcosa che nel nostro futuro era quasi impossibile trovare.

E Lisa chiedeva di tornare a Madrid. Nel prossimo momento di crisi che sarebbe giunto puntuale, di lì a ore o giorni, avrebbe sempre potuto ripetere che era meglio tornare a Madrid, che Madrid era più vicina all'Ebro. Come se laggiù o a Cordoba facesse differenza.

Non si aspettava una risposta e io non gliela diedi. Sedetti invece allo scrittoio estraendo dalla valigia il PC portatile e accantonando il blocco di fogli rigati e la penna a inchiostro, ai quali non ero più abituato.

Voltavo le spalle a Liselott; come esercizio mentale provai a ridisegnare con il pensiero i lineamenti del suo viso: gli occhi, gli zigomi gentili, i capelli chiarissimi che si aprivano sulla fronte girando intorno alle curve delicate degli orecchi fino sulla nuca, dove piegavano su se stessi e finivano stretti in un fermacapelli di cuoio, con stecchetto di legno. Liselott era svedese, corrispondente di un quotidiano dal nome impronunciabile, ma come nel mio caso l'attività giornalistica non era che un pretesto per la sua venuta in Spagna.

E, improvviso ma piacevole, mi tornò in mente il modo in cui l'avevo conosciuta, la prima settimana del mio arrivo a Cordoba. Abituato all'atmosfera da trincea di Madrid assediata su tre lati, alla mancanza di pane e di svago, rimasi sfavorevolmente colpito dalla vitalità irresponsabile di questa parte della barricata. Mi trovavo a una fiesta danzante organizzata in piazza, dinanzi al sagrato di una chiesa; una moltitudine di falangisti, miliziani e soldati regolari si contendevano il favore delle signorine accorse al richiamo della musica, le spalle protette da scialli intrecciati a mano dalle madri che osservavano vigili dall'alto dei balconi. Mi riempiva di nausea il pensiero che mentre oltre il fronte la gente soffriva per mancanza di pane, a causa dei campi di grano caduti nelle mani dei nazionalisti, da quest'altra parte, a Cordoba, a Burgos, a Santander, a Siviglia miliziani ottusi il cui grido di battaglia era ¡Viva la Muerte! si divertivano al vespro dopo aver fucilato per tutto il giorno contadini, sindacalisti e repubblicani.

Il mio disgusto crebbe quando vidi la ragazza bionda ballare con un giovane graduato che immaginavo con la canna della pistola e la punta degli stivali macchiati di sangue. La ragazza era straniera, forse tedesca o scandinava: non esistono spagnole con un simile colore di capelli. Vestiva tuttavia come una spagnola, e se il suo corpo magro non conosceva alla perfezione i passi delle danze, cercava di ovviare con l'impegno. Al mio primo incontro con Liselott la disprezzai; la detestai perché si prostituiva con un macellaio, un macho triste dalla bustina nera sulle ventitré. Invidioso, geloso ancora a livello inconscio, la guardai ballare nella folla rumorosa finché la sera calò sulla piazza e si accesero i lampioni. Lo scialle sottile che la ragazza portava sulle spalle era scivolato inesorabilmente ad ogni movimento lungo le braccia e fino in terra, ma né lei né il suo cavaliere se ne erano accorti. Cadde ai loro piedi, avvolto su se stesso, e Lisa continuando a ballare lo calpestò senza accorgersene.

Mi sentii male, all'improvviso. Là in terra, sul selciato della piazza, sotto i piedi della ragazza che ballava non c'era uno scialle ma il mio volto. Sentivo le suole delle sue scarpe battermi sugli zigomi, sulla fronte; sentivo i tacchi rompermi gli occhi, graffiarmi le guance, spezzarmi il naso. Lei non se ne accorgeva e continuava a passare e ripassare sul mio viso, un-due-tre, un-due-tre senza sosta a massacrarmi il volto, a strappare i capelli, a forarmi la lingua.

Mi alzai e barcollai sino a un vicolo laterale dove l'aria fredda mi fece riprendere. Mi tastai il viso, con il fiato in sospeso per il timore di ritirare la mano imbrattata di sangue. Niente, neppure un graffio. Eppure, per pochi attimi, avevo sentito i passi della ragazza sulla pelle come se fossi stato io lo scialle, e il fascista che lo sapeva benissimo continuava a girare in modo da far ruotare la ballerina sullo stesso punto.

Quando tornai nella piazza parecchia gente se ne era andata; fra di essa anche Lisa. La immaginai mentre camminava abbracciata al suo cavaliere, e rideva tenendo in mano lo scialle impolverato e sporco di sangue.

Mi sbagliavo. Con gran sollievo, scorsi il graduato con altri colleghi; la ragazza non era con lui, se ne era andata da sola.

 

* * *

 

La rividi il giorno seguente, di mattino, sotto la porta del Perdono. Io stavo uscendo dalla foresta di colonne della Moschea araba e avevo appena attraversato il patio degli Aranci quando la ballerina della sera precedente mi venne incontro, proveniente dalla direzione opposta.

La riconobbi a distanza dal colore dei capelli e rallentai per avere il tempo di osservarla. Indossava un soprabito foderato colore blu aviazione, che sulla schiena formava una graziosa mantellina a coprire le spalle e le braccia fino sotto il seno. La vita, stretta da una cintura annodata, era dolce e sottile. La foggia e il colore del soprabito avevano un taglio quasi militare, ma il modo in cui la ragazza lo portava lasciava intendere che le si era modellato addosso durante un lungo periodo d'uso.

Liselott e il suo soprabito erano in simbiosi: quello la scaldava e la rendeva attraente, questa lo indossava come poche altre donne in tutta la Spagna avrebbero saputo fare. Al momento di incrociarci, ricambiò il mio sguardo senza interesse né indifferenza. Forse con... simpatia? Può darsi che avesse già riconosciuto in me uno Straniero.

Mi fermai, mi voltai a guardarla allontanarsi lungo il vialetto che attraversava il Patio degli Aranci; io immobile sotto il minareto della moschea, all'ombra della porta del Perdono, lei che camminava da sola attraverso il cortile striato dall'ombra netta degli aranci, delle palme, dei lecci.

Non c'era altra anima viva.

Il debole vento che aveva spirato fino a quel momento scomparve improvvisamente, fermando i capelli e le falde del soprabito della ragazza. Quasi obbedendo a una scenografia prestabilita, uno stormo di colombe bianche si staccò dai cornicioni della moschea e calò frullando le ali appena sopra la testa di Liselott.

Il tempo sembrò fermarsi. Anche Lisa pensò, credo, ciò che pensai io: l'altalena di tredici ore si era contratta ancora di più, chiudendo il Tempo della Spagna in un solo, eterno secondo di immobilità.

La ragazza si voltò verso di me, incerta; non c'era nessuno altro all'infuori di noi, e come per un miracolo concertato ogni suono si era fermato durante quei pochi attimi. Senza osare aprire bocca, la ragazza mi guardò; tornai in fretta sui miei passi rispondendo al suo richiamo inespresso.

La vita riprese improvvisa; si udì il rombo di un camion, poi ancora il frullio di ali e il vento tornò ad alzarsi. Ma oramai il Tempo aveva raggiunto il proprio scopo: Liselott ed io avevamo fatto conoscenza.

— Sei francese? — mi domandò in spagnolo.

— Italiano — risposi, e venni a sapere che veniva dalla Svezia della seconda metà del secolo. Le rivelai di averla notata la sera precedente, subito prima della fine dell'altalena, mentre ballava a una fiesta. Era a un passo da me e stavamo parlando come solo due persone dello stesso tempo che si ritrovano in un Tempo diverso possono fare, quando compresi che non avrei voluto lasciarla andare.

Non avrei voluto che i suoi occhi si nascondessero sotto le ciglia chiare, che le sue labbra lucide si chiudessero e che Liselott si girasse allontanandosi da me, allontanandosi verso il portale della moschea.

Mi occorse solo un minuto per capire che ciò non sarebbe accaduto. Era finita la solitudine; avevo trovato un altro lupo con il quale accompagnarmi, una donna del mio stesso tempo. Provai un fastidio retroattivo per tutte le sere passate da solo in una cameretta di pensione a masticare liquirizia, nell'attesa della fine dell'altalena.

Prendemmo in affitto una nuova camera presso una pensione tollerante dove non ci si curava dello stato civile degli ospiti che dormivano insieme; e nella Spagna del nuovo regime non fu facile.

 

* * *

 

Quello stesso giorno in cui ritornai in camera dopo essermi recato al ponte romano, Lisa era uscita per una passeggiata ma era rientrata subito per la noia e la disperazione. Mi confessò di avere atteso alla finestra il mio ritorno per chiedermi di trasferirci insieme a Madrid o a Valencia o a Barcellona, ovunque l'atmosfera fosse più respirabile. Siccome non riuscivo a concentrarmi e a scrivere nulla, mi voltai verso di lei, sempre restando seduto al portatile.

— Facciamo un patto — le proposi: — restiamo ancora una settimana a Cordoba, poi andremo dove vuoi.

Una settimana nella Spagna atemporale significava quattordici altalene, poiché ognuna di esse durava circa tredici ore, dalle 8,35 alle 21,10 del 29 ottobre 1938. Il Tempo si era guastato, senza alcuna ragione apparente, solo all'interno dei confini della penisola iberica. Esattamente in coincidenza della frontiera con la Francia, senza alcun preavviso si passava da un universo all'altro, e si ritornava nell'universo di partenza facendo un passo indietro. Cosa era accaduto nella Spagna scomparsa? Perché il tempo della Spagna apparsa nella falla temporale continuava a passare e ripassare su se stesso, dalle 8,35 del mattino alle 9,10 di sera dello stesso giorno senza fine, la vigilia del contrattacco nazionalista sull'Ebro?

Al largo delle acque territoriali, una flotta dell'ONU incrociava bloccando chiunque tentasse di penetrare nella falla. La frontiera sui Pirenei era chiusa dall'esercito francese, lo stretto di Gibilterra pattugliato dalla flotta britannica. Pochissimi permessi di attraversamento venivano concessi, per il timore di indurre cambiamenti irreversibili nella Spagna del 1938, nel delicato periodo della guerra civile. Che influenza avrebbe avuto sul presente una seppure minima variazione in quel tempo lontano sessanta anni nel futuro? E se invece si fosse riusciti a cambiare le sorti della guerra, a fare in modo che il governo repubblicano riuscisse a sconfiggere l'insurrezione fascista?

Tutto il mondo seguiva con apprensione le vicende all'interno della falla, in quel vasto pianeta misterioso emerso dalla marea del Tempo. Gli osservatori ONU riferivano all'esterno, come pure noi giornalisti clandestini. La Spagna era divenuta il teatro di un esperimento su scala mondiale; chi fosse a condurlo, non era dato sapere.

L'entrata e l'uscita della falla erano rigorosamente controllate dall'esterno; solo un centinaio di osservatori imparziali avevano in teoria ricevuto il permesso di penetrarvi, per necessità di cronaca storica. In un modo o nell'altro, eravamo almeno in mille noi giornalisti affluiti attraverso canali clandestini.

Gli spagnoli, chiusi fra le sconfinate pareti della falla temporale, sapevano del cambiamento esterno, si accorgevano dell'altalena. La guerra si era improvvisamente arrestata, la controffensiva nazionalista sull'Ebro era in stallo in attesa di qualcosa che risolvesse l'angoscia generale. Per la storia della Spagna moderna, il confronto sul fiume aragonese aveva un'importanza fondamentale; seppure in modo istintivo, anche in quel tempo chiunque se ne rendeva conto. Rappresentava l'ultimo, disperato tentativo della Repubblica  per battere gli insorti, per acquistare fiducia e aiuto dalla Francia e dall'Inghilterra, per vedere affermati gli ideali che avevano unito una moltitudine di individui e classi diverse e attirato quarantamila volontari da tutto il mondo sotto le bandiere delle Brigate internazionali.

Nel bel mezzo di questa situazione una stagione imprevedibile, inquietante, silenziosa si era impadronita della Spagna, delle sue sierre, delle città, della popolazione, dei due eserciti che si fronteggiavano lungo una linea lunghissima incurvata a squarciare in due il paese: da Granada a Cordoba, dall'Estremadura a Madrid, da Guadalajara al Mediterraneo, dalla foce dell'Ebro ai Pirenei.

Infine, a completare la geografia di questa Spagna sovvertita dagli uomini e dal Tempo, eravamo giunti noi: los Extranjeros, sciacalli affamati di sensazioni, avidi ricercatori di passioni violente, eventualmente mortali. Perseguitati senza pietà dalla nausea, torturati dalla noia, sospinti dal tedio di una società troppo perfettamente pianificata, non ci eravamo lasciati sfuggire l'occasione di bere al calice della passionalità spagnola ritrovata nel massimo del suo impeto.

 

* * *

 

— Ho conosciuto un ragazzo, oggi — disse Liselott dopo che eravamo rimasti in silenzio sino a sera. Dette a quelle parole una intonazione fastidiosa.

Poiché non accennavo a rispondere, continuò da sola: — Si chiama Valerio, è figlio di un anarchico fuggito da Cordoba al momento del colpo di mano. Vorrebbe che lo portassimo con noi a Madrid; cercherà suo padre, se necessario si arruolerà.

Mi dava disgusto quella finta indifferenza nel suo parlare, come se stesse raccontando di qualcosa accaduto in un ipermercato della periferia di Stoccolma. Non voleva dimostrare interesse per quel ragazzo, evidentemente; ma nel far ciò lo metteva in risalto senza intenzione. Tornai istintivamente con il pensiero al falangista malinconico che aveva danzato con lei nella piazza della chiesetta e mi immaginai per contrasto questo ragazzo come un essere spaurito, dagli occhi grandi e affamati di libertà, sul cui capo riccioluto Liselott potesse riversare una cascata di affetto materno in cambio del suo sesso immaturo.

— Lo porteremo con noi? — insisté Liselott dall'oscurità. Nessuno dei due si sentiva dell'umore adatto per accendere un lume.

— Non hai bisogno della mia approvazione — risposi. — Se lo ritieni giusto, lo porteremo.

Avevo messo una punta d'astio di troppo nel parlare, Lisa si era offesa. Lanciai un'occhiata fuori dalla finestra, verso le facciate buie delle case, sull'altro lato dalla strada. Udii Lisa che frusciava nell'oscurità, poi nessun rumore. Ancora un fruscio, il bisbiglio di qualcosa di morbido sul legno.

Accesi il lume. Liselott era in piedi accanto al letto, vestita solo dei calzini ricamati arrotolati alla caviglia e delle scarpette di vernice nera.

— Che hai? — domandò.

La luce della fiammella era terribilmente debole, ma calda e cauta sulla pelle setata di Liselott. Disegnava ombre irriconoscibili sul suo corpo nudo: una striscia di ombra fra la spalla e la forma morbida del seno, una stella chiara tra i fianchi delicati, una rete di oro sulla fronte e sul collo, macchie di ombra sotto i ginocchi e lungo il profilo delle gambe.

Per la seconda volta, dopo l'occasione del nostro primo incontro, calò su di noi un istante senza tempo. Non un suono, non un pensiero, non una dissonanza in tutta la situazione: ancora una volta, Liselott aveva la funzione di catalizzatore, di fulcro dell'istante che io vivevo, del quale era parte superflua l'ambiente esterno. Per lei la prima volta era avvenuto il contrario: il catalizzatore ero stato io; ma questa seconda volta mi accorsi che non ci fu momento perfetto per Lisa. Era stato essenziale il vederla nuda alla luce della lampada: mi ero trovato immerso in una situazione ideale, come solo Sartre ha saputo descrivere esattamente; Liselott, io, il lume, la finestra, i vestiti sul letto e sul parquet, il letto stesso non eravamo altro che attori in una recita, determinata nello spazio ma non nel tempo.

Fu questione di secondi, quindi tutto svanì. Svanì quando mi alzai e mutò la forma delle luci e delle ombre sulla pelle di Lisa; cambiò la prospettiva ed il momento perfetto sfumò. Liselott era rimasta in piedi davanti a me, con una luce curiosa e divertita nelle pupille; il guardarla, così tenera e sottile, alta neppure sino al mio mento, mi fece affiorare le lacrime agli occhi. Senza una ragione arrivai a compatirla, a compatire me stesso che ero tanto simile a lei, a compatire tutta la nostra solitudine e la nostra disperazione.

— Andiamo a Madrid — dissi con voce rotta dall'emozione. — Partiamo domani, Lisa. Non possiamo restare e ammuffire a Cordoba: noi apparteniamo all'altra parte, alla Spagna che sta morendo.

Simultaneamente, Liselott mi cinse il collo con le braccia e io le posi le mani sui fianchi. Respirò commossa e intenerita mentre le avvolgevo la schiena con il tweed della mia giacca. Sentii una vampata salire dai lombi e un groppo in gola; quasi rabbrividii dall'eccitazione.

— Sì, andiamo a Madrid — sussurrai quando trovai la forza di sollevare le labbra dai suoi capelli. — Andiamo a Madrid e portiamo il tuo amico.

La stanza si inondò senza preavviso di luce mattutina. L'altalena era finita, il tempo era ritornato su se stesso alle 8,35 antimeridiane del medesimo giorno senza fine.

 

* * *

 

Tutto era pronto per la partenza, la camera di pensione disdettata, la valigia rifatta. Era mattino presto sulla Spagna, la stessa quantità di nuvole di ogni inizio altalena restava sparpagliata nel cielo.

Nella penombra deserta di un’osteria, ancora addormentato per metà, ascoltavo Liselott parlare con Valerio, il ragazzo che aveva conosciuto appena due altalene prima.

Stavamo bevendo vino andaluso annacquato, mangiando tapas confezionate con tutto quanto era possibile trovare in quei giorni di magra: sardine, uova sode, frittata, olive, cipolle, cavolo bollito e altro. L'odore di fritto che proveniva dal cucinotto ci raggiungeva a zaffate e mi sentivo di vomitare.

Per curiosità osservavo il ragazzo, cercando di non farmi notare; Valerio aveva occhi quasi solo per Liselott. Era scuro di pelle, con un aspetto delicato, labbra sottili, gli occhi grandi e scuri, i capelli crespi, le mani sporche e sempre in movimento; non vedeva Lisa solo come una possibile amante, una compagna, ma soprattutto come una figura materna. Liselott non faceva che assecondarlo, trattandolo come avrebbe fatto con un fratello minore, ridendo senza malizia dei suoi errori, passandogli affettuosa una mano nei capelli, guardandolo quasi con orgoglio. Non mi sarei stupito se il ragazzo le si fosse accoccolato in grembo, sollevandole la maglia per attaccare la bocca affamata al suo seno pesante; mi veniva da ridere a immaginare la scena, la faccia del cameriere nel guardare Valerio raggomitolato in posizione fetale, le mani a coppa intorno ai seni di Lisa.

Con mio grande sollievo, non ero geloso del ragazzo; per lui provavo solo compassione. La madre era deceduta parecchi anni prima e negli ultimi momenti della battaglia di Cordoba aveva perduto ogni traccia del padre, che si trovava dall'altra parte, nell'esercito repubblicano, chissà su quale fronte; Valerio voleva raggiungerlo.

Avevamo affittato un'automobile per le undici; non potevamo fare altro che attendere. Ordinammo un'altra portata di tapas; il cameriere venne a prenderci il piatto per tornare a riempirlo senza neppure pulirlo con uno strofinaccio.

Liselott si era fatta servire una spremuta di agrumi; il ragazzo tacque osservandola con occhi adoranti. Certamente vedeva ciò che vedevo io: la straordinaria assonanza di colore fra il succo nel bicchiere di vetraccio e i capelli di Lisa, bagnati dalla luce obliqua della finestra che li scuriva. Credetti che il momento perfetto si ripetesse per una terza volta, ma non accadde: Lisa dovette accorgersi di qualcosa perché ci guardò da sopra l'orlo del bicchiere, senza posarlo. Il suo volto rimase illuminato.

Entrò un cliente che richiuse la porta dietro di sé e l'incantesimo si spezzò. Liselott riprese a parlare, io mi concentrai sul ragazzo. Pensai a suo padre, l'anarchico fuggito da Cordoba; lo immaginai sul fronte di Madrid, o a Guadalajara, o meglio ancora sulle alture della riva destra dell'Ebro, intorno a Gandesa, nascosto sino al mento in una trincea ad attendere che l'anomalia temporale si ricucisse e i falangisti tornassero all'assalto.

Strana razza, quella da cui Valerio discendeva. Riuscivo a immaginare chiaramente suo padre, nei primi anni della Repubblica, mentre visitava i pueblos dell'Andalusia per insegnare ai contadini a leggere e a scrivere, a contare, a essere fedeli alle mogli, a essere vegetariani, a non bere alcolici e rifiutare il tabacco, e a non rispettare lo Stato. Lo vedevo benissimo, piccolo ma asciutto, i baffi sottili, mentre spiegava ai contadini, concentrati nello sforzo di capire, che la pistola e l'enciclopedia erano gli unici rimedi per risolvere i problemi della Spagna. I contadini divenivano seri, si mettevano d'impegno per studiare, per imparare, comprendevano che l'ignoranza della gente è un'arma nelle mani di chi governa.

Liselott si alzò da tavola.

— Torno subito — disse dirigendosi verso il retro del locale, dove si supponeva fossero i servizi.

Restai solo con il ragazzo, così incantato dalle parole di Lisa da pensare che anch'io avessi succhiato avidamente dalle sue labbra ogni concetto.

— Cosa ne pensa, signore? — mi domandò.

Caddi completamente dalle nuvole; non avevo ascoltato il loro discorso, glielo confessai.

— Parlavamo del tempo guasto — spiegò il ragazzo quasi stizzito. — Ho anch'io una mia teoria, sa? Ora gliela racconto. Per favore, mi dica il suo parere, se posso osare di esprimerla a Lisa.

Sospirai e accettai. Valerio non se ne ebbe a male.

— Grazie, signore — disse. — Io penso che debba esserci una ragione per la quale il tempo si è guastato proprio in Spagna, entro i limiti precisi dei suoi confini e in questo giorno dell'anno, dal mattino alla sera. Non crede, signore? Deve essere accaduto qualcosa di importante in questo giorno: qualcosa di grosso, tanto grosso da spingere Dio o chi per lui a puntare un dito su questo luogo e questo tempo. Ora sta a noi comprendere, per cercare di rimediare. Bene, cosa sta accadendo ora in Spagna di più rilevante della battaglia dell'Ebro, dove finalmente il fronte fascista sta cedendo?

Provai un brivido di stizza: tutto quello che diceva era risaputo, cosa voleva scoprire di nuovo?

— Cosa ne pensa, signore? Lei conosce la Storia dopo oggi: cosa è avvenuto in seguito di tanto importante?

Sapevo bene cosa era accaduto: l'ultima grande battaglia perduta dai repubblicani, la caduta della Catalogna, la fine della guerra. Se non si trattava di un puro incidente, la falla temporale stava a indicare il momento decisivo della guerra civile; ma era possibile che la lotta in Spagna potesse avere un'importanza tale nella Storia mondiale da giustificare la falla e l'altalena?

— Non è d'accordo con me, signore? — insisté incerto il ragazzo.

Lo guardai senza neppure vederlo. Stavo provando a immaginare cosa sarebbe accaduto se a vincere non fosse stato il generalissimo Franco ma i repubblicani. Probabilmente la guerra mondiale sarebbe scoppiata in anticipo, magari nel gennaio 1939 invece che a settembre. Cosa sarebbe cambiato? Qualche vantaggio degli alleati sull'Asse? Hitler avrebbe potuto senza eccessivo impegno militare invadere la Spagna subito dopo la Francia.

— Ho detto qualcosa che non va? — domandò il ragazzo afferrandomi per un braccio e piegandosi nel frattempo sul tavolino. Mi irritai molto e come un idiota mi resi conto in quel momento di essere geloso, di esserlo stato fino dalla prima volta in cui Liselott aveva accennato al ragazzo.

— Vuoi sapere una cosa? — gli dissi, con la voce più aspra che mi riuscì; volevo fargli del male, e quale modo migliore della verità? — Vuoi sapere come andrà a finire la battaglia dell'Ebro? I fascisti torneranno all'attacco in forze; metro dopo metro vi farete massacrare senza abbandonare le posizioni, ma sarà inutile: servirà solo a ritardare di due mesi la sconfitta. Vi bombarderanno i falangisti, gli italiani di Mussolini attaccheranno con i carri armati, l'aviazione nazista bombarderà a tappeto le montagne. Alla fine della battaglia sull'Ebro il vostro esercito in Catalogna sarà completamente annientato. Perderete settantamila uomini, un'infinità di materiale, quasi tutte le armi. I fascisti prenderanno Barcellona senza sparare un colpo. Comincerà l'esodo verso la frontiera: su lunghe code di automobili e muli, sotto la pioggia di febbraio, mezzo milione di catalani fuggiranno in Francia dove saranno internati in campi profughi privi di servizi igienici e di assistenza sanitaria. Poi avranno inizio le lotte intestine: i vostri capi partiranno in esilio abbandonando l'ultimo lembo di Spagna libera. Fuggirà Negrín, fuggiranno Indalecio Prieto, Largo Caballero, Palmiro Togliatti, Dolores Ibarruri; i sovietici lasceranno il paese con le loro armi. Franco vincerà la guerra e cominceranno le stragi, i processi sommari, le carceri si riempiranno di prigionieri politici. Calerà l'inverno sulla Spagna per trentacinque lunghi anni. Era questo che volevi sapere, ragazzo?

Malgrado gli occhi velati dalla rabbia mi accorsi che Liselott era tornata e mi guardava stupita. — Cosa ti prende? — domandò.

— Niente — risposi pentito. Il ragazzo aveva nascosto la testa fra le mani, sul tavolo. Stava tremando, credo singhiozzasse. La sicurezza di Liselott si squagliò come ghiaccio al sole; non le riuscì neppure di consolare Valerio.

Incoerentemente, l'unica cosa che mi riuscì di pensare in quel momento fu quanto Lisa stesse bene con il soprabito blu aviazione.

 

* * *

 

Verso le nove di sera, dopo aver superato senza troppo problemi la linea del fronte,. prendemmo posto su un treno diretto a nord, verso Madrid. Finalmente eravamo tornati nella Spagna repubblicana, democratica, libera, afflitta da contraddizioni insanabili che l'avrebbero portata alla sconfitta.

Liselott, che aveva predisposto tutto, aveva pensato anche all'identità di Valerio. Era riuscita a procurarsi un documento contraffatto; per chiunque, il ragazzo era un assistente reclutato in Spagna.

Il treno procedeva rumoroso e lento nella notte. Entro pochi minuti sarebbe finita l'altalena. Valerio guardava fuori dal finestrino, Liselott leggeva un giornale di parte repubblicana. Non riuscivo a prendere sonno, eppure sarebbe stato piacevole dormire sino all'arrivo, mentre il convoglio sferragliava da una stazione all'altra senza sosta.

Ero giunto in Spagna per vincere la Noia, la Nausea, l'assenza di ideali del mio tempo. Nel 1938, con una causa da difendere, una guerra da combattere, pensavamo (Liselott e io e migliaia di altri) che la vita avrebbe assunto un senso. Ci immaginavamo di potere scendere nelle strade insieme alla popolazione e agitare il pugno chiuso al grido di ¡No pasarán!, se necessario avremmo preso le armi per batterci a Madrid o all'Ebro o dovunque occorresse, ma i fascisti dovevano essere fermati.

Poi giunti in questa Spagna, impossibile a credersi malgrado tutto, ci eravamo accorti di essere molto più vigliacchi di quanto avessimo sospettato. Ci terrorizzava l'idea dei disagi, del freddo, della paura, della mancanza di igiene, la possibilità di essere feriti e soffrire orribilmente. E che importanza aveva davanti a tutto ciò la necessità di fermare i fascisti? La verità era che non ci sentivamo di morire in un mondo e in un tempo diversi dai nostri, per una causa già persa in partenza. La Spagna era già perduta nel 1938 per colpa dell'indifferenza criminale dell'Inghilterra, della Francia, degli Stati Uniti. Che senso aveva, ci dicevamo, il nostro sacrificio per una causa comunque perduta?

A ogni modo, Lisa ed io ci stavamo dirigendo a nord. Era sempre possibile tornare sulle nostre decisioni. Non se ne sarebbe comunque parlato prima della fine dell'altalena, poiché la guerra non avrebbe ripreso fino ad allora. E cosa sarebbe accaduto in quel momento? Avremmo tutti perduto la memoria di quel periodo? Lisa e io e gli altri Extranjeros ci saremmo ritrovati ciascuno nel proprio paese come se nulla fosse accaduto, i due eserciti avrebbero ripreso la lotta? Era l'ipotesi più probabile.

Forse era già accaduto altre volte nel passato; forse accade di continuo e noi non ce ne accorgiamo. Il Tempo è sempre incerto su quale via prendere e si ferma a riflettere, ritornando su se stesso durante quei periodi che chiamiamo altalene. Una volta fatta la scelta, non rimane la memoria di quanto accaduto. La realtà potrebbe essere molto diversa da ciò che crediamo di ricordare.

Liselott balzò in piedi e uscì nel corridoio del vagone. Era frastornata, allibita. Cosa le succedeva? Ancora una volta la ammirai per la sua carica umana, per il suo calore, perché fra tanti aveva scelto di vivere con me.

— Cosa ti succede? — le domandai divertito.

— È tutto finito! — rispose. — Tutto! Guarda fuori, guarda l'orologio: sono le nove e mezza. L'altalena è finita, siamo rimasti imprigionati nella Spagna del '38. Domani all'alba Franco contrattaccherà sull'Ebro.

Era vero! Il cuore mi balzò in gola: avevamo conservato la memoria di quanto accaduto ma eravamo prigionieri.

— Si sente male, signorina? — domandò Valerio a Lisa. — Dovete essere stranieri. Io mi chiamo Valerio, sono fuggito oggi da Cordoba. Vado a cercare mio padre a Madrid, nell'esercito repubblicano. Voi appartenete alle Brigate internazionali, vero?

Lisa e io ci scambiammo uno sguardo sconvolto. La falla era effettivamente rientrata e noi ne conservavamo la memoria. Ma per Valerio e gli altri spagnoli nulla era accaduto.

Eravamo imprigionati nella Spagna dell'autunno 1938, marciavamo con tutti gli altri verso la sconfitta dell'Ebro e il disastro della Catalogna, verso la caduta della Spagna intera, verso l'ecatombe della seconda guerra mondiale.

 

Franco Ricciardiello

 

Scritto nel gennaio 1986

 

Pubblicazioni:

1.      "Premio Letterario Città di Montepulciano", Edizioni Luì, Sarteano (SI) 1986

2.      "Intercom" n. 146/147, Terni 1997

 

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