FRANCO RICCIARDIELLO

Verrà il tempo della cenere

 

 

Credetti di vedere anch'io la cenere il giorno in cui giungemmo a Granada. Mi ero assopito sul sedile del treno perché ci eravamo svegliati di buon'ora, a Siviglia, e mi sentivo debilitato dal continuo oziare degli ultimi mesi.

Socchiusi gli occhi mentre il mio cervello cercava di registrare cosa avesse causato il risveglio, e vidi Arianna seduta sul sedile di fronte, già sveglia.

"Hai fame?" chiesi, ancora avvolto dai fumi del sonno. Alzò un sopracciglio; io gettai uno sguardo fuori dal finestrino e sobbalzai, artigliando con le dita i braccioli del sedile fino a sbiancarmi le nocche. Per un attimo mi sembrò che la stazione ferroviaria di Granada in cui stavamo entrando fosse avvolta in nuvole di cenere che si gonfiavano e contraevano intorno ai piedritti di mattonelle, alle pale di segnalazione, ai calzoni del capostazione fermo sul marciapiede.

"Cos'hai?" domandò Arianna. Mi accorsi allora che non si trattava di cenere ma di fitta nebbia mattutina smossa dall'arrivo del treno; subito mi rilassai, ma sentivo il cuore battere a cento all'ora.

"Stai tremando," disse Arianna.

Fui lieto che non avesse compreso la ragione del mio smarrimento.

"Ti sbagli," risposi laconicamente, e mi alzai per prendere le valigie dal portabagagli.

L'aria nella stazione era calda, era solo di nebbia estiva che già andava dissolvendosi. Ricordando la mia precedente visita, nell'estate di qualche anno prima, guidai Arianna verso un hostal economico dove avremmo potuto sistemarci per un certo tempo in attesa che mia moglie rintracciasse la pista che l'avrebbe condotta al centro dell'Universo.

* * *

Fu una sera a cena in un ristorante d'angolo nella piazza di Bib-Rambla, sotto la mole impressionante della cattedrale, che Arianna, dopo avere avanzato quasi tutto il gazpacho nel piatto, mi mostrò il palmo della mano sinistra.

"Cosa ci vedi?" mi domandò con un filo di voce.

Mi accorsi che era pallida. Osservai attentamente la pelle candida del palmo, la mano piccola, la fede nuziale all'anulare. "Nulla," risposi.

Chiuse gli occhi. "C'è un insetto che sta nascendo nel palmo," gemette d'un fiato.

Posai il coltello di fianco al piatto, perfettamente perpendicolare alla forchetta e in modo che il bicchiere si trovasse nel punto in cui gli immaginari prolungamenti delle loro linee si intersecavano.

"Un insetto?" ripetei, attento a non cadere nel suo tranello.

"L'altro giorno, al Generalife," spiegò cercando di mantenere ferma la mano, il gomito appoggiato sul piano del tavolo, a fianco del mazzetto di timo e rosmarino che un cameriere aveva gentilmente messo in un vasetto nella trincea fra i nostri piatti; "un insetto caduto da un albero mi ha punto qua, al centro del palmo. Deve avermi iniettato le uova nella carne: ora sento che si schiudono e qualcosa si sta muovendo sotto la pelle."

Presi con attenzione la sua mano tirandola verso di me. "Non c'è nulla," la rassicurai, e per dimostrarlo posai le labbra al centro del palmo.

"No!" esclamò, attenta a non farsi udire dai camerieri ma ritraendo di scatto la mano. "Non farmi questo. Non potrei mai perdonarmelo."

Un silenzio di imbarazzo calò fra noi. Osservai l'ampia parete a vetro dietro le spalle di Arianna, dove la gente passeggiava in gran numero verso la cattedrale. Una ragazza si fermò davanti al menu del giorno: era alta quanto Arianna ma più magra, con capelli tagliati corti alla maschio; il suo vestito era originale, un corpino stretto in vita da un nodo e una gonna bianco panna lunga sino a metà polpaccio, che non lasciava vedere in trasparenza perché, notai, portava un sottogonna con merletti. Aveva alti braccialetti di metallo e orecchini a goccia, e le labbra girate all'insù come per un sorriso perenne. Mi compiacqui di immaginarla una bohémienne parigina, forse grazie alla borsa di cuoio consumato che portava in spalla, e in tasca il denaro appena sufficiente per un pasto al giorno.

Mentre leggeva attentamente la lista, muovendo appena gli occhi, continuai a osservarla incurante di Arianna; allungando il collo, vidi che la ragazza oltre la vetrina era a piedi scalzi.

"Deve essere un segno," disse in quel momento Arianna, che non si era neppure accorta della mia distrazione. Teneva il palmo della mano sinistra semichiuso come per non vedere nè schiacciare qualcosa che portava nel suo interno. "Un segno, non c'è dubbio. Mi sto avvicinando."

"Gli insetti non lasciano uova sotto la pelle della gente," dissi tornando a volgere la mia attenzione verso la vetrina. La ragazza vestita di bianco se n'era andata; la cercai con lo sguardo nella sala del bar, ma evidentemente aveva preferito proseguire per un posto meno caro.

Uova di insetto nel palmo, nella carne della mano. Che idea orripilante. Nel suo delirio, Arianna aveva fantasie raccapriccianti.

Mi scoprii a ripensare agli anni dolci prima che la cortina di cenere calasse sulla sua mente. Ci eravamo conosciuti giovanissimi, durante una vacanza in Bretagna, quando giravo gli ostelli della gioventù e mangiavo una volta al giorno perché non potevo permettermi pasti regolari: Arianna era in ferie con una sua amica, si erano offerte di ospitarmi nella loro tenda quella notte per risparmiare i soldi dell'ostello.

"Non ho più fame" disse Arianna "ti spiace se andiamo?"

* * *

Stavamo scendendo dalla ripidissima Cuesta de la Alcahaba dopo una visita all'Albaicín, il quartiere rimasto in mano agli arabi per un certo tempo dopo la caduta dell'Alhambra. Arrivati al punto in cui, dopo una cunetta, si giunge al termine della discesa in prossimità dell'arco Elvire che era quasi all'altezza della pensione, Arianna rallentò il passo fino a fermarsi, lo sguardo fisso davanti a sè. Io, che mi trovavo alcuni passi avanti, mi voltai per domandarle cosa fosse accaduto.

Arianna indicò con un cenno del capo il termine della costa, in basso davanti a noi. "La cenere" disse "eccola."

"E' fitta?" domandai dopo aver seguito il suo sguardo.

Arianna guardò per qualche secondo davanti a sè, mentre i pochi passanti che osavano affrontare l'ascensione all'Albaicín la osservavano curiosi. "Si va infittendo. E' scura e piena di figure."

Cacciai fuori tutta l'aria dai polmoni, cercando di non farmi sentire da Arianna. Pessimo segno: anche a Tripoli aveva veduto figure nella cenere, cariatidi alate e altri animali fantastici, e mi aveva costretto a percorrere per quaranta giorni la costa della Tunisia e della Sirte.

"E' fitta. Fittissima," disse muovendo appena le labbra.

La afferrai per le braccia, scuotendola con vigore. "Stai calma, non ti succederà niente, sono qua io," le gridai in viso.

Aveva braccia sottili e delicate; si soffiò via i capelli dal viso senza cercare di liberarsi. "Sei tu che ti stai eccitando," disse senza alterare la voce.

La lasciai. Continuò a osservare il fondo della costa. "E' troppo densa e sta salendo; ci sono già due o tre dita di cenere sul selciato. Dobbiamo tornare su."

La seguii docile, senza che ci affrettassimo. Ogni tanto si gettava un'occhiata alle spalle, ma quando rientrammo dalle mura arabe dell'Albaicín si calmò.

"Sento che siamo vicini," mi disse senza fermarsi, e non era tesa nè eccitata, ma soprattutto non sembrava per nulla alterata. "Il centro dell'Universo deve essere a poca distanza, forse addirittura qua a Granada. Collima perfettamente con la mia ipotesi della spirale di città."

Perché Granada era la sessantaquattresima località che visitavamo dall'inizio dell'odissea mentale di Arianna, ed è veramente il centro di quella spirale che si ottiene congiungendo con una linea immaginaria tutte le città toccate durante gli ultimi mesi: da Roma a Torino e a Bordeaux e Siviglia, e Fes, Tunisi, Marsiglia, Madrid, Cordoba, Tetuan, Algeri, Valencia, Málaga, sebbene non in questo ordine.

Tripoli, spiegò allora Arianna, era il capo opposto, l'inizio della spirale; per tale ragione le spire di cenere erano state tanto fitte e popolate di figure. "Ho intravisto cose terribili: bestie ungulate con cavalieri in armatura, vergini dai vestiti nuziali macchiati di cenere, cariatidi volanti e animali senza arti che strisciavano fra gli zoccoli. Ma tutto era confuso, in evoluzione, avvolto nella cenere più densa."

Nella piazzetta della chiesa di San Nicolás, da dove si ha una veduta impareggiabile sulle mura dell'Alhambra, c'era più gente, turisti soprattutto. Arianna guardò giù dal declivio, dove il vento autunnale le corteggiava i capelli colore rosso scuro; aveva un collo liscio e dorato dal sole.

"C'è vento di cenere sul fiume," disse. Il rio Darro divide la collina dell'Alhambra da quella dell'Albaicín. Osservò con più attenzione. "Soffia da laggiù," precisò indicando alla nostra sinistra, "La cenere è bassa sul fiume e spira verso il centro città."

Sedetti sul muricciolo della piazza mentre Arianna picchiettava sulla pietra con i polpastrelli. Cercai di pensare ad altro.

Alla pioggia. Come sarebbe stata Granada con la pioggia? Torrenti di acqua piovana per le coste dell'Albaicín, che irrompevano come cascate nelle vie piane dove García Lorca amava passeggiare; le vie si trasformavano in fiumi sommergendo il centro città, e dall'alto delle mura dell'Alhambra i turisti in impermeabile osservavano l'acqua che saliva: i tavoli divenivano zattere, le bare barche, e flotte incerte salpavano dalle colline verso le guglie della cattedrale, verso il campanile di San Juan de Diós e la cupola di Nuestra Señora de las Angustias che si intravedevano appena sulla superficie liquida increspata dalla pioggia che continuava a precipitare.

Mi riscossi dalla mia fantasia. Arianna era accovacciata in terra e studiava con attenzione qualcosa tra le pietre del selciato. Mi accorsi una volta ancora di quanto fosse bella, le braccia e il collo nudi, la canottiera di cotone; teneva un ginocchio quasi poggiato in terra e l'altro più sollevato, così che la gonna si tendeva fra le cosce. Non avevo mai veduto Arianna indossare un paio di calzoni.

"Cosa hai visto?" domandai. Aveva cura di non aprire la mano chiusa a pugno nè sfiorare con i polpastrelli l'interno del palmo.

"Formiche," disse laconica.

Saltai giù dal muretto e mi chinai con precauzione accanto a lei. C'era una lunga striscia brulicante fra un anfratto del muretto e una macchia di gelato rovesciato, una processione di soldati indaffarati.

"Siamo come formiche," disse Arianna, la voce incerta per l'emozione "Industriosi, laboriosi, intelligenti a modo nostro: ma formiche. La cenere si compiace di osservarci dall'alto della sua saggezza millenaria, sapendo che le sue spire ingrossano ogni secondo che passa. La cenere è tutto ciò che l'uomo ha bruciato sul suo cammino: le foreste, le popolazioni, gli steli d'erba, i bambini sterminati, i bisonti, gli anabattisti, la foresta amazzonica, gli elefanti, gli ebrei, le querce, il lupo, i pellirosse, la flora di città, i coccodrilli, i polacchi, le balene, i gitani, le foche, gli eretici."

Sentivo ronzare il capo. Mi aveva improvvisamente riportato alla crudele dimensione della nostra vita di ogni giorno, alla follia del vivere quotidiano, all'attesa della Cenere.

La presi delicatamente ma con insistenza per i polsi e si alzò, guardandomi interrogativamente negli occhi. Stavo per rubarle un'occhiata al palmo della mano ma riuscii a trattenermi.

“E' meglio che torniamo alla pensione," dissi senza inflessioni di tono, "scendendo però da dove siamo saliti."

* * *

Fu la pubblicazione di un articolo su El País l'avvenimento che più mi sconcertò durante il primo mese di permanenza a Granada. La firma era di un attendibile psichiatra, come seppi informandomi per mettere in pace la mia coscienza. Riferiva testimonianze raccolte in diversi nosocomi del paese da addetti ai lavori, medici e infermieri: numerosi ricoverati in reparti psichiatrici avevano visioni di nuvole di cenere, di cenere depositata e figure volanti. Seguiva una breve descrizione delle testimonianze dirette che mi diede i brividi: erano quasi tutte esperienze in comune con il delirio di Arianna. Localizzai mentalmente sulla cartina della Spagna tutti gli ospedali citati: ogni località era sulla traiettoria della spirale.

Ripiegai il giornale senza mostrarlo a Arianna, seduta di fronte a me e assorta nella lettura di una rivista in italiano, quindi aprii l'agenda che avevo tenuto durante i primi mesi del nostro pellegrinaggio andando a rileggermi questo brano per rinfrescarmi la memoria:

"Non sono sicuro che ciò che faccio per lei contribuisca realmente a migliorare la sua salute o se, al contrario, non serva che a peggiorarla: tuttavia non posso fare a meno di assecondarla perché continuo a ripetermi che la malattia mentale non esiste, che si tratta solo di  una diversa percezione della realtà.

Quella di "sanità mentale" è una definizione che va soggetta a innumerevoli interpretazioni a seconda dell'angolo di chi guarda e di ciò che si propone di ottenere dal punto di vista politico e sociale, e ciò ha causato una serie infinita di lutti all'umanità durante i secoli."

Un grosso coleottero cadde sul nostro tavolino dal tendone a colori vivaci del bar, interrompendo la mia lettura. Richiusi l'agenda e la rimisi nel borsello, sempre in attesa di riprendere un giorno a scrivere.

Gli insetti. Osservai il palmo della mano di Arianna, fasciato da una garza leggera per sorreggere il tampone di cotone imbevuto di alcool metilico: sperava in quel modo di distruggere l'insetto che, diceva, le aveva lacerato la pelle e si divincolava con l'ostinata convinzione dell'istinto per uscire alla luce.

Eravamo seduti ad un tavolino all'aperto nella Plaza Nueva, proprio dove inizia la collina dell'Alhambra. Da giorni interi Arianna sembrava muta, quasi l'insetto nel palmo le stesse succhiando l'uso della parola attraverso il sistema nervoso con i gelidi movimenti chitinosi delle sue zampe appena formate.

"Andiamo?" mi domandò alzando gli occhi alla coppa di peltro dove la metà avanzata del suo gelato si era trasformata in fango di latte e zucchero.

"Non me la sento di venire," dissi senza guardarla. Oramai pretendeva che ci recassimo un giorno sì e uno no all'Alhambra. "Vai da sola, ti prego."

Quando si alzò, dopo pochi minuti di silenzio e vento fresco, venne a darmi un bacio casto sulle labbra; quindi si allontanò senza fretta nello zefiro del tardo pomeriggio verso la Cuesta de Gomérez, dove i liutai tenevano appese fuori dalla porta le chitarre fatte a mano e nelle vetrine dei negozi di souvenir c'erano milioni di cofanetti di pietre intagliate e vetro colorato.

Sorseggiai sospirando la mia birra gelata finché il vento non divenne ostinato, ma invece di tornare a passeggiare intorno alla cattedrale o a dormire in pensione mi ritirai oltre i cristalli limpidi della vetrina di un bar, a assaggiare tapas di olive nere e tonno con uova sode e a bere altra birra.

La gente si affrettava per strada,  desiderosa di sottrarsi alle insidie del vento e della polvere, a causa della siccità che da settimane presidiava la bassa Andalusia.

Dopo un po' non trovai di meglio che osservarmi le unghie spezzate e ascoltare i discorsi oziosi della gente al banco, che parlava degli insetti che nell'ultima settimana sembravano essersi moltiplicati a dismisura, refrattari  agli insetticidi.

Qualcosa di chiaro entrò nella mia visuale; alzai gli occhi per ritrovare oltre il vetro la ragazza vestita di bianco. Stavolta indossava scarpe di tela e corda e si faceva ombra agli occhi per scrutare il bancone oltre il riflesso della vetrina. Restai a osservarla, incapace di muovere un dito, finché non si allontanò; allora pagai in fretta e mi precipitai all'esterno.

Sentii il cuore battere accelerato, ma la scorsi subito mentre si allontanava in direzione del fiume. Le camminai rapido dietro e per la fretta quasi travolsi una ragazza che usciva da un portone. Stavo per chiederle scusa e continuare, ma guardandola in viso il mio sorriso si cancellò.

"Arianna!" esclamai, "che fai qui?"

La ragazza rise e si strinse nelle spalle. "No entiendo" disse "¡Qué quiere?"

Mi allontanai di un passo, senza lasciarle la mano che avevo preso fra le mie. Le guardai il palmo: non era fasciato. "Arianna..." ripetei  incerto. Indossava una maglia che non avevo mai visto e un paio di calzoni leggeri a righe, cosa che lei non avrebbe mai fatto.

Non era Arianna. Feci il gesto di sfiorarle i lineamenti con le dita; non si ritrasse ma cancellò il sorriso e rimase a guardarmi come sfidandomi a tentare il gesto.

Non era Arianna.

Le domandai scusa, si strinse nelle spalle e si voltò verso la piazza.

Dovevo fermarla. Con un paio di balzi le piombai davanti e le ripresi le braccia, osservandola ancora incredulo: gli stessi capelli con riflessi di rame, i medesimi occhi verde incerto, i polsi sottili, le spalle strette.

"Mi scusi, ma lei assomiglia moltissimo a..." lasciai in sospeso la frase; volevo vedere cosa rispondeva: Arianna non parlava che poche parole di spagnolo.

"¿A quién?” domandò la ragazza, forse interessata e forse no.

"A mia moglie" decisi di risponderle.

Mi esaminò attentamente, forse per capire se fossi solo un pappagallo, e io mi trattenni dal tremare. Poi sollevò con le mani tiepide la mia sinistra. "E' un anello nuziale?" domandò.

Arianna non poteva conoscere quei termini in spagnolo. Mi sfilai la fede e gliela porsi.

"Arianna," lesse, "mi piace. Dov'è sua moglie?"

Feci un gesto con il capo. "All'Alhambra."

Mi restituì l'anello. "Dunque?" disse.

Mi guardai intorno, da una parte e dall'altra. Avevo scordato la ragazza vestita di bianco. Il vento soffiava pungente, non c'era quasi più nessuno in giro. "Venga," le dissi, "venga con me al bar, devo parlarle."

Stava per seguirmi, ma guardò l'orologio: "Mi spiace, ho un appuntamento."

Mi morsi le labbra. Ancora un attimo e mi sarei messo a tremare. "L'accompagno?"

Chinò appena la testa sul collo per studiarmi. "Cosa cerca?" mi disse.

"Lei è identica a mia moglie. Identica."

Si strinse nelle spalle. "Mi accompagni pure," disse.

Mi guidò sino a una casa dalle parti dell'Università, una zona pulita e ordinata nelle vie principali ma decadente nei vicoli, e parlammo strada facendo. La convinsi che non ero un turista in cerca di avventure.

Si chiamava Fernanda e frequentava l'ultimo anno di università. Mi raccontò altri particolari che non ricordo con precisione.

Si fermò davanti a un portone aperto che dava su un vecchio cortile. "Io sono arrivata," disse.

Annuii. C'era un vecchio manifesto elettorale affisso sul battente del portone. "Posso aspettarti?"

Ci pensò su. Era bella, bella come Arianna: sentivo qualcosa nelle viscere. "E tua moglie?"

"Rimane sempre per ore intere all'Alhambra."

"Non so," guardò l'orologio; "avrò da fare per un paio di ore." Mi salutò e scomparve nel cortile.

Mi ficcai le mani in tasca e osservai il manifesto. Era una riproduzione del famoso dipinto del Goya, Le fucilazioni del 3 maggio: sulla sinistra, i partigiani madrileni trucidati nelle carceri dall'esercito di Gioacchino Murat erano identici all'originale, l'uomo con la camicia bianca e i riversi sul terreno e il sangue; ma sulla destra al posto dei pastrani francesi gli uomini del plotone d'esecuzione indossavano divise da marines americani ed erano comandati da un ufficiale della Guardia Civil di franchista memoria. "¡Fascismo no!" diceva il manifesto "Vota UCE Unificiación Comunista de España" e seguiva una lista di candidati. Al non posto lessi il suo nome, Maria Fernanda Milagros Medina.

* * *

Finalmente giunse la pioggia. Cominciò a scendere sottile sottile e lungamente attesa un giovedì mattina, e continuò senza interruzione sino al pomeriggio della domenica. Il venerdì era un diluvio che spazzava via il sudiciume accumulato dall'inizio della siccità e tutti i veicoli di malattie contagiose.

Non avevamo ombrello nè eravamo soliti usarlo. Arianna si compiacque di camminare per buona parte della giornata per le vie dove le automobili schizzavano onde da motoscafo e le persone si muovevano di portone in portone sotto l'intimidazione degli scarichi di grondaia. Il sabato mattina Arianna uscì veramente di buon'ora; la sera precedente si era fatta una doccia calda di parecchi minuti, tanto che entrando per caso nel bagno l'avevo trovato immerso in vapori quasi di nebbia.

Rimasi nel letto a leggere per oltre un'ora, pensando a Fernanda invece di concentrarmi nella lettura. Riandai con la memoria alle volte che ci eravamo visti da quel nostro primo, inverosimile incontro nella Plaza Nueva; Arianna passava sempre più tempo nell'Alhambra, la sua capacità di concentrazione mentale svaniva ogni giorno di più. Con lei ci si vedeva solo la notte e al ristorante, la sera; talvolta neppure allora.

Di notte passava ore e ore curva su una piantina di Granada; sotto la luce gialla di una lampada da tavolo tracciava vistosi segni con un pennarello rosso: linee, diagrammi, simboli indecifrabili. Io, disteso sul letto, fingevo di dormire nel calore stagnante della camera appena smosso da un antiquato ventilatore da soffitto, struggendomi dal desiderio di dirle che ero sveglio, che le volevo bene e che l'avrei aiutata, oppure immaginando di alzarmi in punta di piedi e scivolare fuori dalla finestra per correre sotto casa di Fernanda, tanto Arianna con gli occhi gonfi di sonno e luce artificiale non se ne sarebbe accorta.

Invece restavo sdraiato sugli umori dell'indecisione, distrutto dal sapore amaro delle mie rinunce e dalle spine dei desideri di sempre e di nuovi desideri.

Cercai di ricordarmi a causa di quale impegno Fernanda non potesse uscire quel giorno, quindi mi commossi al pensiero di Arianna sola sotto la pioggia. Ripensai al suo assurdo incidente, che io sapevo essere premeditato: il giorno precedente si era bruciata il palmo della mano sinistra con un ferro da stiro, alla pensione, ma quando la accusai di averlo fatto apposta si intimorì e negò.

"Non è vero" disse scuotendo la testa e stringendo le labbra per non sentire il dolore nel palmo della mano stretta a pugno. Le aprii le dita e vidi l'impronta rossa del ferro proprio dove due settimane prima diceva di sentire l'insetto.

Mi accorsi di non ricordare nulla delle ultime pagine lette. Continuavo a pensare ad Arianna, alla foglia di pelle bruciata e callosa al centro della sua mano. Mi vestii leggero poiché le scarpe impermeabili erano ancora fradice e uscii dirigendomi verso il centro, fermandomi solo per fare colazione lungo la strada.

Provai a immaginare dove potesse essere Arianna dai pochi accenni sulle sue ricerche che mi faceva. In un modo o nell'altro, mi dissi, avrei dovuto uscire da quella situazione. Forse tornando in Italia si sarebbe risolta ogni cosa; tranne Fernanda, naturalmente.

La pioggia era più dolce e più tiepida del giorno precedente; mi diressi verso la Casa de los Tiros perché sulla piantina di Arianna era marcata con un vistoso punto interrogativo.

I cornicioni riparavano a malapena e dovevo balzare in un portone aperto al passaggio di ogni automobile per evitare di ritrovarmi fradicio. Giunsi alla mia meta che già i capelli mi portavano acqua negli occhi; mi riparai rabbrividendo sotto il portico, nel silenzio rotto solo dallo scrosciare ininterrotto. Mi ravviai i capelli muovendo alcuni passi; ero sudato per l'affanno. Sembrava non  vi fosse anima viva nella corte, ma battendo i piedi mi aggirai sotto l'ombra dei portici.

Arianna era là, bagnata come un cucciolo, seduta sul basamento di una colonna; aveva i capelli incollati alle guance e al collo, che solo allora cominciavano ad asciugarsi alla corrente d'aria. Teneva le gambe accavallate per reggere un blocco da disegno comprato a Perpignano; in terra, accanto ai suoi piedi, era posata la busta di politene trasparente che aveva contenuto i fogli.

Stava disegnando con un carboncino, tutta presa da quella sua occupazione. I miei passi risuonarono umidi e attutiti, ma Arianna non prestò attenzione. Muoveva con furore la mano sul foglio e il movimento si trasmetteva a tutta la spalla.

Mi avvicinai da dietro, in silenzio, ma penso che non mi avrebbe udito ugualmente. Gettai uno sguardo di sopra la sua spalla per confrontare il disegno con l'originale.

Per Arianna, il cortile della Casa de los Tiros era immerso nella cenere: là dove io vedevo solo pioggia, Arianna aveva disegnato una caligine spessa che toglieva luce e celava nel vago le colonne dei portici. Ma in mezzo alla corte, questo mi sconcertò, c'era una figura semiumana, ancora appena abbozzata sul foglio: una sorta di leprecano con una mantella gettata sulla spalla e una mano sollevata a distendere tre dita allargate, con il dorso in su nella pioggia che cadeva nel cortile come in un imbuto.

La figura si distingueva nettamente  nella cenere, che era fitta solo ai lati della corte, per terra. "Arianna...” le posai una mano sulla spalla e si scosse, guardandomi come senza riconoscermi. Lasciò cedere il disegno in terra e si alzò abbracciandomi.

"Aiutami, ho paura," disse, "in questa città c'è la risposta alle mie ricerche: il centro dell'Universo è a Granada."

Non riuscii a trattenermi dallo stringerla tra le braccia; lei forse pensò che fosse passione, ma si trattava piuttosto di compassione. Provai il piacere abituale nel sentire il suo seno contro di me, malgrado un attimo prima, osservando l'orrore del suo disegno, avessi compreso come la sua carica visionaria fosse oramai a uno stato di quasi delirio.

Mi affondava il viso nella spalla; le sciolsi con le dita i capelli incollati, le tastai i fianchi nudi sotto l'armatura di cotone azzurro della maglia. Volevo dirle qualcosa per consolarla, ma si scostò. Raccolse da terra il blocco da disegno.

"Vedi," disse con fervore quasi febbricitante, "sono tutti schizzi che ho fatto in questi giorni, da poco prima che la pioggia cominciasse a cadere". Così dicendo mi mostrò una serie di disegni a carboncino eseguiti in diversi punti della città. Riconobbi, sotto il velo cinereo della nebbia, le mura arabe, il palazzo arcivescovile, il cortile del Generalife e parecchi scorci dell'Alhambra.

Non avevo ancora finito di guardare i disegni che Arianna mi spiegò sotto gli occhi la piantina di Granada su cui lavorava da settimane, piena di appunti. "Guarda," spiegò "queste linee sono vettori di forza. La cenere si muove seguendo una direttrice ben precisa, anche se prima d'ora non me ne ero accorta. Ho cercato di assegnare valori di forza al vento per stabilire il luogo da cui ha origine. Cosa ne deduci?"

Seguii con il dito le sedici indicazioni che Arianna aveva tracciato sulla carta, le freccette con i trattini dell'intensità. Le ripercorsi a ritroso e cercando il punto in cui si congiungevano idealmente trovai l'Alhambra. "Cosa significa?" domandai.

"Il movimento delle nebbie è determinato dal vento," rispose con gli occhi lucidi, scandendo con precisione ogni sillaba come se si trattasse di una verità preziosa, come se le sue labbra avessero il privilegio di rivelarmi la natura del mondo. "Se avessi eseguito rilevamenti in tutte le città dove la cenere mi è apparsa, saremmo giunti a Granada molto prima. Ciò che conta comunque è che ora siamo qui. Il vento soffia dall'Alhambra, l'Alhambra è il centro dell'Universo."

Rimasi agghiacciato, senza osare contraddirla. La sua ricerca, dunque, sembrava giunta a termine, arrivando a sconvolgere la routine della nostra vita negli ultimi diciotto mesi. Su quale binario si sarebbe assestata da allora in poi?

"Non mi sembri convinto," continuò aggrappandomisi al collo.

"Il timoniere sei tu," le risposi.

Era eccitata. La aiutai a raccogliere le sue cose e uscimmo nella pioggia diradata. Sino all'ora di pranzo mi illustrò la sua teoria mentre io cercavo di assecondarla, ma chiedeva solo di essere ascoltata. Dopo pranzo tornammo in camera e, per la prima volta da settimane e per l'ultima volta nella nostra vita, facemmo l'amore.

* * *

"Come ultima sua testimonianza, l'estate andalusa ci ha regalato una disgustosa proliferazione di insetti, che trovi ovunque in città: nelle crepe del selciato, sotto i materassi, a nugoli nell'aria, persino nei cibi: le presenze nei ristoranti sono calate di molto da quando neppure le trappole elettriche riescono a sfoltire le nubi di moscerini che si posano ovunque. I più disgustosi sono i coleotteri, alcuni lunghi un dito.

Arianna passa tutta le giornata all'Alhambra con fogli da disegno e carboncino: ha riempito la nostra camera di pacchi di schizzi con vedute dei cortili, delle fontane, delle mura. Sembra che oramai veda la nebbia in continuazione: sinceramente, non so più che fare."

Posai la penna sulle pagine aperte dell'agenda dove avevo ripreso a tenere il mio diario. Scacciai con la punta del dito una mosca fastidiosa che continuava a corteggiare il mio succo d'arancia. Fernanda era alla finestra per osservare il viavai di gente nella Plaza Nueva verso l'Alhambra.

Mi pareva di sentire all'interno del cranio il ronzio continuo delle mosche; l'umidità sembrava stillare da ogni molecola d'aria in quell'afoso inizio ottobre.

Passai lo sguardo sulle coste dei libri ingialliti dal sole, sulla libreria stretta e alta inchiodata alla finestra. Fernanda batteva con metodica monotonia un'unghia sul vetro, senza voltarsi verso di me; cambiai posizione sulla sedia perché le gambe cominciavano a dolermi.

"Hai qualcosa che non va" constatò senza guardarmi.

Sbuffai: "Cosa pretendi da me? Ci conosciamo da oltre un mese e nessuno dei due ha fatto voto di castità."

"Tu hai un altro voto," replicò guardando in direzione dell'Alhambra, dove Arianna si trovava dal mattino.

Sentii una fitta dietro l'occhio destro e non cercai neppure di cacciare la mosca che si arrampicava sul vetro del bicchiere. "Pensavo che avessi una mente più aperta. Per essere una militante di sinistra, assomigli pericolosamente a una bigotta osservante."

Sospirò. "E' questione di punti di vista."

Mi grattai nervosamente un gomito; mi era parso di sentire la puntura di un moscerino. "Non scaricare su di me le tue nevrosi politiche."

Fernanda aprì la finestra per far uscire una vespa grossa come una noce, poi venne verso di me. "Non devi volermene a male. Io temo che in me tu stia cercando la moglie che perdi."

Avrei voluto picchiare il pugno sul tavolo per fare sobbalzare il bicchiere e il vasetto vuoto, urlando che lei apparteneva a me e che non cercasse di piantarmi, per poi prenderla con la forza sul tappeto di cotone impolverato, gridandole che era quello che voleva; invece contai le bozze nel bordo di legno fra un angolo e l'altro del tavolo, senza alzare lo sguardo perché mi sentivo avvampare il collo e le guance.

"Cosa dovrei fare, secondo te?" sillabai "Lasciarla? E' malata, ho delle responsabilità verso di lei."

Scosse la testa, camminando su e giù dalla finestra alla porta. La sua compagna di appartamento era fuori città. "Mi spiace," sussurrò, "sinceramente, mi spiace per te; ma non posso fare a meno di pensare a tua moglie, laggiù," e indicò con un cenno la finestra, l'Alhambra soleggiata oltre le porte dei liutai lungo la Cuesta de Gomérez, "alla sua solitudine."

Rovesciai piano il succo d'arancia oltre l'orlo del bicchiere in un filo continuo, trasformandolo in uno stagno traslucido con piccole isole di polpa sul piano del tavolo. Le mosche si affrettarono ad accorrere da tutta la stanza.

"Cosa vorresti che facessi?" ripetei, acerbo. Se solo l'avessi guardata il desiderio di lei mi avrebbe aggredito di nuovo. Sentii sotto le dita la pelle liscia di Arianna, come la sera di pochi giorni prima nella camera di pensione, la curva cedevole delle sue spalle, la carne tenera sotto le mie mani. Mi passai una mano fra i capelli perché sentivo il calore a ondate.

"Non so," rispose Fernanda, "scendiamo insieme ad aspettare tua moglie, poi vedremo."

Attendemmo per il resto del pomeriggio nella Plaza Nueva, discorrendo come semplici conoscenti. Verso sera, quando la maggior parte dei turisti era defluita dalla collina dell'Alhambra, distinsi Arianna dal passo morbido e distaccato mentre scendeva la costa.

Fernanda, che in quel momento mi teneva casualmente per un braccio, se ne accorse dal mio irrigidimento. "Dobbiamo..." incominciò a dire, ma a mano a mano che distingueva i lineamenti di Arianna che si avvicinava, impallidì. Mi trascinò dietro l'angolo.

"No!" esclamò piano quando feci il gesto di avvicinarmi ad Arianna in mezzo alla folla; le tremavano le labbra. Sentivo di averla in mio potere.

"Devo andare," dissi.

"Non dirle di me," esclamò senza riflettere. Sino a quel momento, lo capivo, non mi aveva creduto quando le dicevo che erano identiche.

"Devo andare," ripetei voltandomi verso Arianna e i passanti che scendevano dalla costa.

"Aspetta!" mi richiamò Fernanda.

"Quando ci rivedremo?" domandai senza tornare indietro.

"Questa notte a casa mia," disse.

Arianna quasi inciampò in me. "Ah, sei qui," disse piacevolmente stupita. Di impulso la abbracciai e baciai, e quando sollevai il capo sulla sua spalla Fernanda si stava allontanando lungo il muro.

* * *

Risalii di corsa la Cuesta de Gomérez, il fazzoletto bagnato premuto sulla bocca e sul naso e facendomi scudo agli occhi con le dita della mano. Le spire di cenere erano dense e pestilenziali, una caligine grigia impalpabile che ammorbava l'aria; in terra, la polvere bruciata arrivava alla caviglia e scoppiava in nuvolette grigie a ogni passo.

Mi sentii chiamare e mi arrestai. Dietro di me, addossata al muro e piegata in due dai colpi di tosse, Fernanda agitava una mano; subito dopo un banco di cenere la coprì alla mia vista.

Tornai indietro di qualche passo, la presi sotto le spalle per sorreggerla. Aveva gli occhi pieni di lacrime sudice e cerchiati di nerofumo come la fronte, le guance, il collo. "Aspetta qui," le dissi, "non puoi venire."

Tentò di rispondermi, ma l'accesso era troppo violento. La aiutai a sedersi sul gradino di marmo consumato di una bottega, e per lo sfinimento lasciò cadere il lenzuolo che teneva stretto al seno e al ventre come solo vestito, poiché la cenere ci aveva accolti al risveglio quel mattino che ancora dormivamo nel suo letto.

Sullo stipite della porta della bottega correva nei due sensi un fiume di formiche. Mi inginocchiai accanto a Fernanda, scostandole dalla fronte i capelli imbrattati di sudore e cenere e tergendole le labbra con il dorso della mano.

"La cenere..." disse solo, con voce soffocata.

"Aspettami qui" ripetei, senza essere molto convinto di ritrovarla al mio ritorno, se mai fossi tornato.

La cenere scendeva a ondate dalle coste sulla collina dell'Alhambra, spazzando le vie della città vecchia. Arianna, ero sicuro, si trovava nella cittadella araba, e io dovevo raggiungerla.

Fernanda si accasciò piangendo contro il portone, alzando le braccia a difesa del corpo nudo velato di nerofumo in macchie. La ascoltai singhiozzare a occhi chiusi per un attimo, quindi ripresi la salita tenendomi a ridosso delle case dove la caligine sembrava più rada. Con la coda dell'occhio mi pareva di scorgere grevi movimenti nell'atmosfera, come se goffi uccelli giganti volassero rasoterra: ma appena mi voltavo per scorgere meglio la cenere mi riempiva gli occhi.

Alla porta d'entrata del parco trovai due uomini riversi nel loro stesso vomito, uno dei quali respirava pesantemente a bocca chiusa come contendendo l'ossigeno filtrato alla bruma grigia.

Continuai a salire il viale alberato tossendo, inciampando, rialzandomi, il fazzoletto premuto sulla bocca attraverso la cenere che sembrava dover seppellire il mondo. Pallottole di insetti che cadevano dall'alto, forse portati dal vento di cenere, mi colpivano ogni pochi passi alle spalle, al capo, al viso e io procedevo scostandoli con ribrezzo.

Oltrepassai la porta della cittadella araba e di fronte al palazzo di Carlo V trovai la prima traccia della presenza di Arianna: per terra fra gli alberi d'alto fusto e le blatte disorientate c'era il suo cardigan di lana blu acquistato a Trieste; lo distinsi come per miracolo in un momentaneo diradarsi della nebbia: lasciandolo ricadere corsi verso il palazzo reale, come presagendo che Arianna non potesse trovarsi che nel palazzo arabo.

Doveva essere uscita di casa quella mattina presto, quando ancora l'aria era frizzante, prima che la cenere si rivelasse al mondo; cercai di chiamare il suo nome ma la cenere mi soffocò e mi piegai in due tossendo. Mossi un passo ma incespicai, e cadendo mi ferii un ginocchio; in terra, accanto alla mia mano, c'erano lentiggini di cavallette saltellanti.

La cenere usciva a fiumi dal palazzo dei re di Granada, muovendo mulinelli scuri sul selciato; chiudendo gli occhi per evitare di restare accecato, mi ritrovai nel Patio de los Arrayanes. Proseguii bocconi, tastando il pavimento per non cadere nella lamina d'acqua che in quel momento non poteva più riflettere le bifore della Torre de Comares. Allungando una mano, invece di toccare l'acqua trovai un indumento, e portandomelo al viso riconobbi l'ampia gonna di seta di Arianna.

Non capivo da dove provenisse il flusso di caligine, tanto era denso nell'Alhambra, ma mi diressi d'istinto verso il Patio de los Leones, sbattendo più volte contro il muro e sempre bersagliato da pallottole chitinose che sentivo muoversi nei capelli e scricchiolare sotto le suole. Barcollando, inciampai in uno dei canaletti d'acqua e lo trovai pieno di cenere impastata e umida, percorso da numerosi coleotteri neri. Le statue basse erano semisepolte, le colonne indistinguibili; sotto i portici l'aria era più respirabile, ma cominciavo a sentirmi stremato. Tastandomi il viso lo trovai grasso di cenere. Sentivo il bisogno di piangere per liberare gli occhi, ma non mi fu possibile. Procedetti in ginocchio, tastando, trascinandomi sui gomiti verso una direzione qualsiasi e finalmente uscii nei giardini.

Trascinandomi di lato appoggiai la schiena al muro, accorgendomi che il flusso fuoriusciva dalla porta che avevo appena superato, spandendosi nei giardini e giù dalla collina verso la città. Mi cacciai due dita in bocca per disincrostare le gengive e la lingua dalla pasta di cenere, poi mi abbandonai esausto, sentendo il sangue della ferita al ginocchio inumidirmi i calzoni infilati in fretta e furia prima di uscire dalla casa di Fernanda, e le mosche che ronzavano sul sangue.

* * *

Riaprii gli occhi su un mondo lunare. C'era silenzio assoluto, e distese di forme pallide intorno a me. Grattai via la cenere dagli occhi e mi scossi, sollevando una nuvola impalpabile.

Finalmente riuscii a sollevarmi in piedi, e tirandomi indietro i capelli mi accorsi che era notte.

La luna era piena, tonda e bianca come un soldo di argento. I giardini dell'Alhambra erano sepolti da uno strato di polvere depositata alta più di trenta centimetri, dove le lentiggini ripugnanti di migliaia di insetti formicolavano. Mi mossi incerto su quel tappeto leggero, imbiancato dalla luce della luna; c'era un silenzio di morte.

Ancora non potevo sapere, naturalmente, del resto del mondo. Non sapevo che la cenere a quell'ora aveva già ricoperto con uno strato di venti centimetri l'intera Europa occidentale e l'Africa settentrionale, muovendosi in banchi di nuvole grasse lungo la traiettoria della spirale di città individuata da Arianna; non sapevo che minacciosi nembocumuli stavano attraversando l'Atlantico, che già la cenere cadeva su Mosca e sul Cairo e su Reykjavik, che i trasporti erano bloccati e i raccolti sepolti, le acque intorbidite e le industrie bloccate; non sapevo che la cenere stava annientando la civiltà industriale sotto una coltre cedevole che aveva il medesimo odore dell'annichilimento. Perché Arianna quel giorno all'Albaicín, curva sul formicaio, l'aveva rivelato: la cenere è il residuo di tutto ciò che l'uomo ha distrutto lungo la sua storia.

Mi voltai intorno, stordito. C'erano parecchie impronte sulla cenere che mi misero i brividi: piedi palmati, zoccoli, zampe a quattro dita, scarpe chiodate, piedi scalzi; questi ultimi dalle mura dirigevano verso il palazzo reale.

Seguii le impronte scuotendomi, grattandomi con le mani la caligine sul torso nudo. L'Alhambra sembrava il paesaggio di un pianeta alieno, bianco di cenere e luna. Ben presto, tutta la Terra avrebbe preso quell'aspetto: non appena la cenere, la tangibile memoria del passato umano, avesse percorso tutti cieli del  pianeta per depositarsi ovunque a devastare i raccolti, oscurare il sole, ostruire i macchinari, mandare in cortocircuito gli impianti elettrici, devastare i polmoni e intorbidire i serbatoi d'acqua.

Nel Patio de los Arrayanes trovai Arianna. Mi dava di spalle, completamente nuda, in piedi a capo chino sull'acqua torbida della lamina ricoperta da uno strato di polvere vellutata; la sua pelle era bianca e liscia perché priva di cenere, come se la nube l'avesse evitata per tutte le lunghe ore che si era trovata nell'epicentro della tempesta, o forse la luna l'aveva lavata con l'energia corpuscolare dei suoi raggi. Si teneva le mani in grembo e osservava la cenere sull'acqua; sembrava posare i piedi con attenzione sulla caligine per evitare di imprimere troppo a fondo la testimonianza della propria presenza.

Era al centro dell'Universo. Le giunsi alle spalle e stavo per posare le mani sulla sua pelle bianca quando mi avvidi del sudiciume che le incrostava. Se la tocco, pensai, rimarrà macchiata, macchiata per sempre. Rimasi con le palme sospese sulle sue spalle per lunghi minuti, ma Arianna non alzò il capo. La curva dei suoi fianchi era accattivante sotto il vento di luna dell'Alhambra; sfiorandola l'avrei macchiata, piegandola a giacere l'avrei coricata sulla cenere, prendendola accanto all'acqua morta fra gli insetti brulicanti le avrei violato le viscere con la contaminazione sottile della mia caligine.

Perciò abbassai le mani, mi ritrassi di un passo, girai intorno al bordo rettangolare della lamina d'acqua. Arianna rimase immobile, le braccia in grembo, le gambe leggermente scostate, i capelli che nascondevano alla mia vista il suo viso chino. Solo a quel punto, voltandomi, mi accorsi delle figure immobili nell'ombra della Torre de Comares, e impietrii: là, nell'oscurità composta e discreta dell'atrio, non toccati dai raggi di luna, stavano gli incubi di Arianna: un'aquila incerta dal volto di polena scuoteva le ali nel silenzio più assoluto, smuovendo mulinelli di cenere intorno alle zampe ungulate di bestie metà uomo e metà pipistrello, e arpie dal corpo ricoperto da bandiere insanguinate, pterodattili in uniforme da generalissimo, grossi felini deformi; e al centro di questa fauna da bestiario medioevale, seminascosto nella penombra c’era il Re degli insetti, il Signore della cenere, l'emblema di tutto ciò che l'umanità annienta perché odia: un immane, osceno insetto obeso colore del fumo, con zampe sottili e lente, occhi composti e antenne e chele acuminate e lunghe ali cornee da mantide, un rostro insanguinato che triturava cibo e una grossa ferita purulenta al centro del ventre, un grumo di sangue e scaglie chitinose procurato forse per ribrezzo.

Con essi eravamo destinati a vivere da quel momento in poi a perenne, tangibile memoria delle immensità inferte: con essi e con l'eterno, immancabile, persistente sentore di bruciato ad accusarci. Arretrai, ritornando all'esterno del palazzo e poi fuori dalle mura di corsa, sollevando scie di polvere ed esseri volanti nel silenzio ovattato della luna e della cenere, oltre il parco, giù dalla Cuesta de Gomérez per vedere se Fernanda era stata soffocata dalla cenere o se tossiva appoggiata al portone dove l'avevo lasciata, cacciando le formiche con le palme delle mani.

 

Franco Ricciardiello

 

Scritto tra giugno e luglio 1987

 

Pubblicazioni:

1.      "Baliset" n. 3, Torre d'Isola (PV) 1993

 

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