FRANCO RICCIARDIELLO

La rocca dei Celti

 

 

INTRODUZIONE [1987]

 

"La Rocca dei Celti" è il primo romanzo scritto da Franco Ricciardiello, un autore ventiseienne che sta lentamente ma inequivocabilmente imponendosi come uno dei più complessi e convincenti autori giovani del fantastico italiano.

In questo romanzo ritroviamo tutti i motivi principali dell'opera dello scrittore biellese che potremmo sintetizzare come segue:

1) La costruzione attenta degli scenari e delle ambientazioni.

2) Il tema del tempo e dei viaggi nel tempo.

3) Il tema della "risurrezione" e del superamento del tempo come limite dell'uomo.

Non vogliamo rubare nulla alla lettura della "Rocca..." per cui ci rifaremo abbondantemente ai racconti pubblicati dall'autore in questi ultimi anni. Per capire l'opera di Ricciardiello bisogna conoscere la sua profonda passione per la storia e per i viaggi; molti dei suoi racconti hanno come protagonisti personaggi storici o trattano abbondantemente di storia antica o moderna, come per esempio il Bob Dylan e il George Orwell de "L'eterna estate sul Fiordo" (1) o, a maggior ragione, il Robespierre e gli altri personaggi del Terrore ne "L'Uomo del Dieci di Agosto" (2), o la accurata ricostruzione della Spagna rivoluzionaria in "Tutti i Miti dell'Ebro" (3).

E' inevitabile che parlare della storia antica scrivendo fantascienza voglia dire trattare i viaggi nel tempo nelle loro infinite ramificazioni, anche perché questo tema è certamente uno dei più interessanti di quelli trattabili da un autore di SF.

 Viaggio nel tempo è la risurrezione di Robespierre in un remoto futuro e in un ambiente alieno seppure così carico di ricordi del passato, e anche l'analoga avventura che capita a Dylan e Orwell ricostruiti sempre in un lontanissimo futuro su di una Terra dominata da potenti razze extraterrestri, ed è, in una trovata da classici della S.F., il giorno circolare che rimbalza dalle 8,35 alle 21,10 del 29 ottobre 1938 nella Spagna della guerra civile, improvvisamente materializzatasi al posto della Spagna dei giorni nostri. a causa di una mostruosa anomalia del tempo.

Il tempo la fa da padrone, dunque, e specialmente in questo romanzo che andate a leggere.

Legato al tempo è il tema del superamento di questo limite (della morte?) come accade nei casi delle resurrezioni ed a modo suo nella folle avventura di Gerard nel racconto "Conchiglie"(4).

La forza e la portata di questi temi non è facile da essere sopportata, per l'incauto apprendista stregone che si proponga di metterli sulla carta, condannando i suoi personaggi a confrontarsi così con l'eterno e con le loro responsabilità... Ma Franco Ricciardiello ci riesce, ottenendo di suscitare nei suoi lettori forti emozioni.

Ricordiamo solo alcune altre interessanti note per il pubblico locale. Franco Ricciardiello è probabilmente uno dei massimi narratori del vercellese ed è forse il primo ad interessarsi di fantascienza a questi livelli, e non basta! E' anche il primo che ambienti una parte sostanziale di un romanzo di S.F. proprio a Vercelli, anzi, come molti avranno capito, il titolo "La Rocca dei Celti" è uno degli antichi nomi della città piemontese.

 II protagonista del libro si chiama Franco, ma è lo stesso autore a negare recisamente che si tratti di un richiamo autobiografico.

 

GIANPIERO PRASSI (1987)

 

Note:

1. Racconto apparso in The Dark Side num.3 anno 1V, 1985

2. Racconto apparso in T.D.S. num.2 1987

3. Racconto secondo classificato nella prima edizione del premio letterario "Città di Montepulciano", che appare nell'omonima antologia del premio, Edizioni Luì, Ottobre 1986

4. Racconto finalista nella prima edizione del premio letterario "Terre del Sogno" di Cossato (anche premio per il miglior racconto di autore biellese) che appare nell'omonima antologia, The Dark Side num.5 anno IV, 1985

 

 

 

LA PRIMA RIVELAZIONE

La Storia non esiste

 

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Ero tornato in Irlanda, infine. Rinnegando i giuramenti fatti a me stesso a maggio, ero tornato in Irlanda.

Stavo per rivedere Seàghan. Stavo per rivedere il professor O'Higgins e tutti i suoi assistenti. Ma ciò che mi faceva più male (e al tempo stesso aspettavo con più ansia, lo ammetto) era il rivedere Fionnula. Sulla destra del ponte della nave che mi trasportava, il promontorio di Howth incominciava a delinearsi dalla bruma indistinta dello sfondo, come un ricordo dal nulla dell'inconsistenza; quel massiccio frammento di roccia scagliato nel mare, forse caduto dalla Luna, non era un'isola. Quella era già Dublino, era già l'Irlanda.

Quale rapporto mi legava a quel paese? Non ero giunto laggiù solo per lavoro. L'amavo da tempo, da quando ero un ragazzino magro confuso fra centinaia di altri, in una scuola media qualsiasi. Il destino esiste, il destino ha tracciato le linee della mia vita in congiunzione con quelle dell'Isola Smeralda? Girai il palmo della mano verso il ponte, come se un folletto incarnato nelle paratie metalliche potesse leggerne le linee della vita e della predestinazione.

La nave virò approssimandosi ai moli del porto di Dùn Laoghaire. Mi svuotai i polmoni e raccolsi la mia valigia leggera; avevo portato con me ben pochi effetti personali e ancor meno indumenti. Avevo forse paura che Fionnula rubasse le mie proprietà come aveva prosciugato la mia anima?

Non c'era dogana all'arrivo. Seàghan mi aspettava in piedi fra i rumori dei parenti dei passeggeri, con le mani in tasca e il sorriso sulle labbra sottili. Ci abbracciammo e ci baciammo.

- Hai fatto buon viaggio, Franco? - Mi domandò accompagnandomi alla sua macchina, nel parcheggio del porto. L'aria del mattino era umida e fredda, caratteristica del mese di novembre.

- Come stanno, tutti? - Chiesi per scacciare l'apprensione.

Seàghan sorrise. - Ti aspettano con impazienza. Temevamo che non volessi più tornare, sai? - Bene, non aveva nominato Fionnula. La nostra separazione dunque aveva toccato tutta la compagnia. Però ero sicuro che avesse notato come ero vestito: indossavo l'armatura di lana naturale, il maglione Aran che Fionnula mi aveva regalato a Glencolumbcille. Il mio messaggio era chiaro, diceva: "Ehi, vedi che non soffro più?! Indosso persino il suo maglione, ergo, pensare a lei non mi fa più male." Tuttavia sapevo che in presenza di Fionnula non l'avrei indossato; avrebbe potuto equivocare e credere che volessi tornare con lei (Lo volevo?).

- Ti vedo bene, Franco. - Mi disse Seàghan in inglese. Quella mancanza di confidenza non mi piacque; ormai parlavo bene il gaelico e lui non poteva averlo scordato.

- Andiamo a St. Stephen's? - Gli chiesi nella stessa lingua. In St. Stephen's Green avevo il mio monolocale in affitto.

Seàghan mi guardò. - No, - disse, - ci aspettano tutti nella nuova casa estiva del professore, nel Donegal. Il professore ci raggiungerà questa sera, non te l'ho detto per telefono?

Seàghan è un tipico irlandese dai capelli neri e lisci, la corporatura leggermente solida e le sopracciglia folte. Come tutti gli altri nostri colleghi, assistenti del professor O'Higgins, egli nutre una profonda avversità per l'Inghilterra e tutto ciò che è inglese. "Rinascita celtica" la chiamavano agli inizi del secolo; adottare i costumi e le tradizioni Gaeliche in contrapposizione alla cultura anglofona. Nato John O'Kane, il mio amico si era fatto cambiare nome nella calligrafia irlandese Seàghan òCathàn.

Gli chiesi di tutti gli amici in comune (che comunque avrei rivisto di lì a poche ore riuniti insieme) e con mio gran sollievo ritornò alla sua solita lingua. La strada non era affatto breve ma ci tenemmo compagnia; riconobbi il Seàghan di sempre, quello che sei mesi prima avevo lasciato a causa della depressione per il fallimento del rapporto con Fionnula. Qualcuno mi portava rancore per ciò? Ero fuggito in Italia durante il periodo più noioso dei lavori, e quando gli scavi stavano per iniziare tornavo a prendere un posto di prima fila che evidentemente non mi spettava più.

Il professor O'Higgins aveva gentilmente insistito per il mio ritorno e gliene ero grato. Potevo così partecipare alla più grossa scoperta archeologica della storia dell'umanità, io, uno studente di archeologia dell'Università Statale di Torino.

Giunti a Slane guardai verso occidente, verso il cielo luminoso del 53° parallelo, verso Newgrange, dove di lì a non molti giorni avremmo iniziato gli scavi. Non riuscii a nascondere un fremito d'eccitazione e notai che anche Seàghan aveva gli occhi lucidi. Tuttavia proseguimmo e dopo non molto attraversammo la frontiera delle Sei Contee.

Il posto di blocco era già stato abbandonato dall'esercito britannico, che proprio in quei giorni iniziava l'evacuazione dall'Irlanda del Nord, e rilevato dalla polizia di Belfast. Forse il sogno di milioni d'irlandesi non era poi così lontano dalla realizzazione: a Belfast erano stati concessi di nuovo l'indipendenza e un Parlamento separato da Londra e c'erano buone speranze, da parte del Governo a Dublino, di raggiungere un accordo.

Evitammo Derry (Londonderry) e tornammo nella Repubblica d'Irlanda, contea di Donegal, quella regione che non fa parte del Regno Unito ed è congiunta all'Eire soltanto da una striscia di terra a sud. Sospirai di sollievo per essere uscito dall'Irlanda del Nord, da quella sua soffocante atmosfera di oppressione mascherata, dai posti di blocco corazzati alla frontiera, dall'odio disumano degli Orangisti.

Eravamo tornati alla Repubblica, alle pianure d'erba verde chiaro, alle gazze nere nei campi.

- Stiamo andando in un posto meraviglioso, - mi diceva Seàghan, - una penisola semidisabitata su al nord. Guarda questa strada: non è meravigliosa? Sei mai stato a Doagh?

Feci un segno di diniego.

- No? E' un magnifico piccolo villaggio di ex pescatori, non più di una ventina di case. Il professore ha acquistato e riadattato un rustico in campagna.

Adducendo a scusa il caldo, mi tolsi il bel maglione di Fionnula.

Il paesaggio era davvero stupendo: vegetazione bassa e verde scuro, bestiame, stradine come lingue d'asfalto nel verde. Il cielo era denso, grave di nuvole grigie. Finalmente svoltammo in una corta stradina di ghiaia che portava a un insignificante rustico; conoscendo i gusti del professor O'Higgins, ero sicuro che l'interno era stato arredato in modo deliziosamente confortevole.

Deirdre McEoin (Mac Keown in inglese) ci aveva notati dalla finestra e si sbracciava per salutarmi. Non era un'assistente ma la nipote del professore. Insieme alla sorella Orla faceva comunque parte fissa della compagnia.

Scaricai la valigia e stringendo il maglione come un talismano per soggetti non superstiziosi varcai la soglia. Padraic (Patrick) McSweeney fu il primo a venirmi incontro e salutarmi; era il più esperto degli assistenti del professore, un ruvido ragazzo di trent'anni, vero genio nell'organizzare un'équipe archeologica. Quasi mi stritolò una mano nel salutarmi.

- Oh, ragazzi, Franco! Sei ancora vivo?! Aspettavamo solo te per iniziare.

- Gli scavi? - Feci io.

- Nooo! La festa! Il professore non arriva che stasera e noi abbiamo una luuunga giornata davanti.

Incorreggibile Padraic, come avremmo fatto senza di lui?

Orla era in soggiorno insieme al suo ragazzo, Seàn McBride (che non faceva parte dell'équipe).

- Ehi, Franco, come va? Oggi niente spaghetti, eh?

Orla era più piccola e meno carina di sua sorella Deirdre, ma più spigliata nel carattere. Era il tipo giusto per Seàn, alto e magro, con una barbetta rossa ruvida da timidone.

Ancora non avevo visto Fionnula, ma il mio batticuore e il tremore alle mani durò poco. Mi venne incontro con un sorriso da caro-amico-come-stai? sulle labbra. Maledizione a me, era ancora bella e attraente come la ricordavo; dunque non avevo mitizzato i suoi capelli chiari e il dolce volto nei mesi in cui, da solo in Italia senza neanche una sua fotografia, avevo giurato senza convinzione che non sarei mai ritornato in Irlanda.

Fionnula òFlaitbartaig (O'Flaherty) era una ragazza di ventidue anni, ma aveva già ucciso un uomo (scusate questa puerile concessione drammatica: quell'uomo ero io). Avevamo vissuto insieme per otto mesi durante i quali ci eravamo amati. Amati, punto e basta; il fatto che avessi abbandonato l'Irlanda dopo essere stato abbandonato da Fionnula, e che sei mesi dopo ne soffrissi ancora è indice dell'intensità del mio sentimento (Ora la smetto di fare il vittimista).

Fionnula ha occhi verde scuro e capelli chiari, che in quel mese di novembre portava lunghi fino alle spalle, leggermente in piega; non aveva bisogno di truccarsi, ma ostentava comunque un lucido rossetto spezzacuore. Ci baciammo sulle guance come vecchi amici, stringendoci la mano; indossava un caldo maglione indigeno che non riusciva a darle un tocco di mascolinità. I suoi occhi sembravano sorridermi alla ricerca di un labile indizio per rassicurarla che non soffrissi.

- Il mondo gira, Fionnula, - le dissi. Lei avrebbe capito. Infatti sorrise e sembrò soddisfatta della mia reazione.

Stavo quasi tremando; mi occorse qualche secondo per focalizzare lo sguardo su Peadar òConaire (Peter O'Connor), di Galway, un imponente vichingo dai capelli e dalla barba rossi come fili di rame.

- Prima che arrivi il professore ci sarà una gara, - mi avvertì giocondo Peadar, - ci stai, Franco?

Sapevo cosa significava. Io e lui eravamo i più forti mangiatori di budino al cioccolato presenti al momento sull'isola. Sarebbe stata una sfida memorabile, regolarmente registrata negli annali dell'Istituto di Archeologia.

- Dov'è Deirdre? - Domandai, - Si stava facendo in quattro per salutarmi dalla finestra.

- E' in cucina con Caitlin, - rispose Peadar. - Vedrai che budini, Frank! Vieni a salutarle.

Con gran delizia della mia ghiottoneria, in cucina c'era un soave profumo di patate arrosto e funghi che sopraffaceva quello del cioccolato. Avete mai assaggiato le patate irlandesi al forno, cotte con la pelle? Figuratevi che quel giorno avevamo a disposizione un caminetto a torba, nella miglior tradizione di una riunione fra amici della Lega Gaelica.

Per qualche attimo confusi Deirdre e Caitlin perché mi voltavano le spalle armeggiando entrambe con pentole e frusta da dolci; Peadar, che indossava anch'egli un grembiule da cucina, lanciò un urlo per farle voltare.

- Franco! - Strillò Deirdre gettandomi al collo senza volerlo le braccia sporche di cioccolato.

Deirdre McEoin e Caitlin òCoileain (Kathleen Collins) erano ambedue snelle e di media statura, occhi verdi entrambe, ma Deirdre aveva corti capelli neri come la sorella Orla, e Caitlin capelli rosso scuro e corti con efelidi chiare in viso.

- E' meraviglioso essere ancora qui con voi - le adulai in gaelico, la stessa lingua che tutti stavano usando e che da loro avevo imparato (da Fionnula in particolare, NdA). Deirdre mi presentò venti scodelle di budino allineate sul tavolo infarinato, chiedendomi se avessi bisogno di un aperitivo.

- Io no, - risposi, - forse Peadar.

Quindi sgusciai via, per non buscarmi una manata massacrante dal nostro Ercole, e quasi investii Fionnula nel corridoio. Perdemmo entrambi il sorriso.

- Il mondo gira, - mi disse recuperando senza molta originalità il mio saluto di poco prima e guardandomi negli occhi.

- Come va il cuore? - Le chiesi, e intendevo dire "ce l'hai un altro uomo?"

- Un po' su, un po' giù, - rispose, e intendeva dire "ce l'avevo ma ora è finita".

Tutti e due ci chiedevamo se lo studente italiano fosse tornato per continuare il lavoro o per rivedere la bella irlandese.

- Cosa fai qui, Franco? - Ci sorprese Padraic, - vieni con me accanto al caminetto, facciamo due chiacchiere tutti insieme.

Avrei voluto baciare la bocca di Fionnula, invece alzai le sopracciglia e me ne andai.

 

@ @

 

 Seàn stava suonando alla fisarmonica ballate folk (come sempre fanno gli irlandesi quando sono almeno in due), gighe e reels. Orla cantava qualcosa, o meglio cercava di indovinare il tempo con lo strumento di Seàn. Era, immancabilmente, una canzone di protesta. Gli altri tenevano il tempo battendo le mani, ma dopo qualche minuto si arresero e accantonarono i piani musicali. Il tempo era bello e uscimmo per una passeggiata, Seàghan, Orla e io. Chiesi notizie del professor O'Higgins, e seppi che era in perfetta forma, impaziente d'iniziare gli scavi.

La ragione per cui mi trovavo in Irlanda (e, secondariamente, per cui avevo conosciuto Fionnula) era uno scambio a livello universitario fra il Trinity College di Dublino, in cui il professor O'Higgins insegnava archeologia sociale, e la mia facoltà a Torino. Tutto era iniziato un anno e mezzo prima, quando un'équipe archeologica anglo-americana guidata dal professor Alfons Demeulenaere aveva fatto una scoperta eccezionale nel passaggio n. 2 del sito archeologico di Caiseal Aonghousa (Newgrange). Tutta l'attenzione mondiale era allora focalizzata sul passaggio n. 3, affidato dal Ministero dei Beni Culturali alla nostra équipe.

 Dopo una breve passeggiata, ritornammo a casa per pranzare. I funghi con patate erano deliziosi, gustosissimi; l'allegra brigata a tavola mi scacciò la malinconia. Fionnula era seduta lontana da me? Tanto meglio, potevo fare a meno di lei. Deirdre e Caitlin, una per parte, mi ingozzarono di patate e allegria dosando accuratamente le porzioni di Peadar e mia, in modo che nessuno si riempisse più dell'altro. Buttai giù parecchia Guinness (per gli irlandesi la birra e la Guinness sono due cose distinte).

Tutti noi eravamo colleghi, tranne le sorelle McEoin e Seàn McBride. Avevamo in comune gli studi universitari (tranne Padraic che insegnava) e la fiducia nel professor O'Higgins.

O'Higgins era uno strenuo oppositore delle teorie di Demeulenaere, che per nostra sfortuna erano state accettate dalla maggior parte degli esperti.

Il professor Alfons Demeulenaere dell'Università di Cambridge affermava che la storia non esiste. O meglio, la Storia come era sempre stata intesa fino a prima dei suoi scavi. Secondo lui, in qualche punto imprecisato antecedente al 500 d.C. la Storia della civiltà occidentale è stata inventata di sana pianta, e tutto ciò che ne sappiamo ora è una menzogna. All'infuori delle documentate cronache dell'Impero Romano, i fatti riguardanti il nord dell'Europa si sono svolti in modo completamente differente da quanto è stato accettato come realtà per 1500 anni. Le prove da lui raccolte nel passaggio n. 2 di Newgrange gli hanno permesso di fare tale affermazione. Esse sono le uniche testimonianze, o le prime se preferite, sinora scoperte. Chi "falsificò" la Storia fece sparire tutte le prove contrarie. II rogo della biblioteca di Alessandria era in connessione con i fatti messi in luce da Demeulenaere a Newgrange? Demeulenaere dichiarava di essere in grado di stabilire il momento esatto in cui la "correzione" era avvenuta; le sue prove erano così inconfutabili da far pendere la bilancia della ragione dalla sua parte. Tuttavia chi avesse interesse a modificare la Storia non gli fu possibile accertarlo. Per un errore o per qualche altra imperscrutabile ragione, nel passaggio n. 2 di Newgrange si erano conservati gli indizi che hanno permesso di risalire alla verità.

Finito il pranzo, continuammo a parlare mentre Seàn e Padraic lavavano i piatti. II cielo andava lentamente rannuvolandosi, riempiendo la campagna della piccola penisola di chiaroscuri e rapide ombre che parevano inseguire i greggi di pecore sull'erba atlantica. La prima volta che giunsi in Irlanda le nuvole mi colpirono molto: erano ben più vicine al suolo che in Italia, e potevi vederle volate, gonfiarsi e contrarsi, espandersi come in un film accelerato. Uscii per passeggiare sulla stradina di ghiaia insieme a Deirdre.

— Come va il lavoro? - Le chiesi. Era impiegata presso un ministero.

Si strinse nelle spalle. - E' un lavoro, - rispose. - E i tuoi genitori?

— Campano. Mio padre andrà in pensione poco prima di Pasqua.

— Mi piacerebbe vedere 1'Italia.

— Perderesti molto se non la vedessi.

L'aria era fresca e dovetti tornare in casa a prendere il maglione. Quando uscii fuori, Deirdre stava camminando sull'erba.

— Mi spiace che non ci siano alberi, qui. - Disse - Secondo me gli alberi sono il simbolo della vita stessa.

— Più di un elefante? - Le domandai, - Più di un uomo vecchio?

— Più di qualsiasi altro essere vivente. Un vecchio, nodoso albero, modellato anno dopo anno dalla linfa e dal tempo come un possente bonsai il cui artefice è la natura. Ogni giorno la sua forza immensa si prodiga per la creazione di nuovi tessuti, un altro anello per il suo tronco pluricentenario, inglobando e sconfiggendo malattie e tumori. Ogni anno la stessa vita e un nuovo anello, il lungo sonno in inverno e l'esplosione in primavera.

 Deirdre sembrò cambiare umore e volle tornare insieme agli altri. Sul tavolo del soggiorno erano già allineate le scodelle di budino, quindici a testa (Peadar aveva consigliato di aumentare quelle già preparate da Caitlin). Già si accettavano le prime scommesse, e Peadar pretendeva di baciare Fionnula per allenare i muscoli della bocca.

- Io non ho bisogno d'allenamento, - dissi, - in Italia ho fatto molta pratica.

La gara ebbe inizio. Caitlin, Deirdre e Seàn avevano puntato su di me, gli altri su Peadar. Seàghan era l'arbitro imparziale.

Il mio robusto avversario trangugiò il primo budino in due cucchiaiate mentre io aggredivo la mia porzione a piccoli bocconi, senza parlare. Fino a otto budini fece una tirata unica, quindi si concesse una breve pausa notando che ero indietro.

Gli amici facevano il tifo per l'uno o per l'altro, anche per tutti e due. Io proseguivo imperterrito allo stesso ritmo, senza fiatare. Deirdre sorrise e mi incoraggiò.

Peadar ricominciò sicuro e si portò, con minor slancio devo dire, a livello quattordici. Era il suo record personale e gli amici gli saltarono addosso quasi facendogli schizzare il cioccolato fuori dalle orecchie.

- Fermi! - Urlò Peadar; - ne ho ancora uno! - Radunò tutte le sue forze e (a occhi chiusi e con una mano sul ventre) eliminò anche l'ultimo budino da un etto.

Io iniziai allora il decimo; a piccoli bocconi, respirando il meno possibile continuai instancabile l'opera di demolizione. Dodici, tredici. Rallentai. Quattordici.

Agli irlandesi piace scommettere e quella volta non mancarono. Delusi tutti i miei detrattori perché finii anche l'ultimo budino.

— Pari! - Esclamò Padraic, - Merda, bisogna preparare altri budini!

— Impossibile, - lo demoralizzò Caitlin. - Non abbiamo più latte né cioccolato. Abbiamo saccheggiato l'emporio di Dunaibh.

— Andiamo a Carraig Art! - Supplicò Padraic, offrendosi di partire lui stesso. La sua proposta non fu accolta e Seàghan proclamò la parità.

Scambiai uno sguardo nauseato con Peadar. Quasi non riuscivamo a parlare.

Quando giunse il professor O'Higgins in auto, ci eravamo appena rimessi da lunghe sedute nei servizi igienici.

Il professore era sinceramente contento di vedermi.

- Franco caro, è un piacere per noi. Vieni, sediamoci tutti insieme. Come stai, Seàn?

Colm O'Higgins è un tipo magro e asciutto, più alto della media; i capelli, un tempo biondi, erano divenuti bianchi e li portava lunghi sul collo. Notai che la pelle del viso e delle mani era molto abbronzata; si era concesso una vacanza all'estero?

Bevemmo Guinness mentre il professore ci metteva al corrente delle ultime novità, che immancabilmente riguardavano le attività di Demeulenaere e dei suoi sostenitori.

— E' stato purtroppo accertato per la quinta volta, - ci disse, - che la pergamena di Newgrange non è un falso. Risale realmente a un periodo intorno al 250 a.C. ed è stata stilata nelle regioni britanniche.

— In che modo si è giunti a questa conclusione? - Domandò Padraic.

— Analisi di minuscoli campioni d'inchiostro, prove sul materiale della pergamena e così via. I colori sono stati fabbricati alcuni secoli prima della nascita di Cristo e non pochi mesi fa.

— Mi faccia capire, - insisté Padraic, - si tratta ora di dimostrare non che la pergamena è un falso, ma che il compilatore era in malafede?

Il professore chiuse gli occhi e scrollò le spalle.

La Pergamena di Newgrange è il più importante dei reperti presentati da Demeulenaere. Non è altro che una cartina dell'Europa compilata nei tempi antichi, quando ancora Roma era lontana secoli nel futuro. Quella mappa mostra un unico, immenso impero che si estendeva dalle Isole Britanniche all'Italia settentrionale, dal Portogallo alla Svezia meridionale includendo la Gallia e la Germania. Secondo l'autore della Pergamena, quell'impero era durato cinque secoli e aveva riunito tutte le popolazioni europee d'origine celtica. Questo impero, sempre stando a quanto stabiliva la Pergamena, aveva parecchie capitali: Caiseal Mumhan (oggi Cashel) per l'lrlanda, Silbury Hill vicino Salisbury per 1'Inghilterra, una località non identificata per la Scozia settentrionale, Cueva de la Pastora per la penisola iberica, Vercelli per la pianura Padana, Hascherkeller vicino Monaco per la Baviera e altre quattro città in Francia, Germania e Danimarca. Questa enorme nazione di cui nessuno sospettava l'esistenza (tranne forse i sostenitori di Atlantide) non era altro che una pacifica federazione di popoli. Demeulenaere sostiene che la scintilla di questa civiltà nacque proprio in Irlanda, nella Valle del Boyne, e si diffuse fra tutte le popolazioni celte. L'impero si sbriciolò lentamente quando i Cartaginesi invasero la Spagna, quando i Romani eliminarono i Cimbri nella Pianura Padana e in seguito occuparono la Gallia.

Era chiaro che questa scoperta obbligava a riscrivere la storia antica. Che influenza ebbe questa civiltà sull'Impero Romano, e di riflesso, sulla civiltà odierna?

Mi ero distratto e non avevo ascoltato tutto ciò che il professore aveva detto. Mi ritrovai a fissare i suoi corti baffi mentre lui mi guardava, in un attimo di silenzio.

- Inoltre, - continuò, - pare che abbia amici molto influenti; - (si riferiva a Demeulenaere) - un segretario del nostro Ministero mi ha detto che il ministro ha ricevuto una lunga telefonata ufficiosa da Londra circa il ritiro del permesso di scavo alla nostra équipe. Demeulenaere ha fatto inoltrare domanda ufficiale dall'Istituto Archeologico di Cambridge perché la responsabilità del sito di Caiseal Aonghousa venga affidata a lui stesso, in considerazione dei notevoli risultati ottenuti nel recente passato.

Dopo queste parole, una riflessione improvvisa mi attraversò i pensieri: era strano, in effetti, che il Ministero avesse concesso il permesso di scavo del passaggio n. 3 a una sconosciuta équipe irlandese, quando la fama e l'influenza di Demeulenaere dovevano essere palesemente soverchianti. Evidentemente anche O'Higgins aveva forti appoggi.

— Che cosa ne pensa realmente, professore? - Gli domandai a quel punto. O'Higgins rifletté un attimo, torturandosi le labbra con i denti.

— Secondo me, I disse quindi soppesando attentamente le parole, Demeulenaere ha interpretato male alcuni indizi. Inoltre ha preso per buoni altri reperti tipo la Pergamena. Poniamo il caso che Caiseal Aonghousa sia stata abitata per un tempo più lungo di quanto si ritenga ora. Anche dopo aver abbandonato l'usanza di seppellirvi le ossa dei defunti, supponiamo che rimanesse un santuario, un centro sociale.

— O perlomeno, solo il passaggio n. 2, - rettificò Padraic.

— Esatto. Ora, poniamo che la Pergamena sia stata compilata due o tre secoli dopo il periodo che vuole rappresentare. Chiaramente l'autore ha interpretato erroneamente le notizie a sua disposizione e ha per così dire inventato una Storia che non esiste. Ammettiamo che le diverse tribù celtiche avessero punti di contatto fra di loro; l'autore della Pergamena ha ritenuto che tutte le città fossero più grandi che nella realtà, federate in un Impero che in realtà non è mai esistito.

— Oppure c'è un'altra ipotesi, - s'intromise Peadar: - gli indizi sono stati creati da Demeulenaere per inventare una teoria che gli desse fama.

— Beh, - rispose il professore, - è un'affermazione troppo grossa, non trovi?

Io avevo l'impressione che avessero già tenuto fra loro quelle discussioni e che le stessero ripetendo a mio esclusivo beneficio.

- Purtroppo lo svantaggio è nostro, - disse Fionnula. - Le prove sono dalla parte di Demeulenaere e tocca a noi smontarle.

Deirdre mi aveva detto che da alcuni mesi Fionnula era diventata una specie di segretaria del professore, il quale era troppo disordinato per riuscire a badare a tutte le proprie scartoffie.

Io ero abbastanza stanco; chiesi permesso e mi ritirai per andare a letto. Fu Caitlin che mi accompagnò al piano superiore per mostrarmi la stanza che avrei diviso con Peadar e Seàghan.

- Spero che tu non abbia freddo, stanotte, - mi disse. Lo disse con un sorriso che quasi mi spinse a chiederle di restare con me per scaldarci. Deirdre e Caitlin si interessavano a me. Perché? Forse per un gusto dell'esotico in comune. A loro piacevano gli stranieri come a me le straniere. Mi sedetti sul letto accanto a lei.

- Domani mattina presto il professore tornerà a Dublino, - mi disse; - Fionnula partirà con lui.

Non lo sapevo. Forse era meglio così. Guardai Caitlin, con i suoi jeans scoloriti e la sua maglia di morbido cachemire. Scommisi che fra la lana e la sua pelle non portava niente.

— Bene. - Dissi, - Dobbiamo considerarci in ferie per qualche giorno?

Caitlin sorrise: - Devi chiederlo a Padraic.

Si alzò dal letto. - Dunque, vedo che sei stanco. Buonanotte, ci vediamo domani.

- No, rimani. Non mi spiace affatto. Anzi.

— Gentile. Ma avremo tempo domani. Buonanotte, Franco.

Quando fu uscita, sospirando mi spogliai e m'infilai fra le lenzuola fresche. Anzi, fredde.

Respirai a pieni polmoni il profumo invernale della stanza e stiracchiai i muscoli. Bene. il ritorno era stato ottimo, e qualcosa mi faceva presagire che avrei potuto rimarginare la ferita aperta da Fionnula.

Deirdre o Caitlin? Con quale delle due potevo andare più d'accordo? Tentai di ricordare quanto più sapessi su di loro.

Deirdre era nata a Droiched Atha ventitré anni prima e viveva con la sorella e i genitori a Dublino, in un bell'appartamento sul Liffey a due passi dal Phoenix Park. Lavorava, come mi pare d'aver già detto, al Ministero degli Esteri. Le piacevano la musica e la lettura e adorava 1'Italia. Caitlin aveva la stessa età, due anni meno di me, ed era nata in quella meravigliosa città chiamata Baile àtha Cliath (mai sentita nominare?! Beh, è il nome gaelico di Dublino). Mancavano tre anni alla sua laurea e se le andava bene si sarebbe servita dell'esperienza a Caiseal Anghousa. Aveva liberamente scelto di abbandonare la lingua con la quale era cresciuta e di adottare il gaelico per rispetto verso le tradizioni della sua patria. Per quanto conoscessi Caitlin e i suoi gusti meno di quelli di Deirdre, sapevo che amava la campagna e gli animali in particolare e aveva una passione quasi maniacale per la lettura.

Non riuscii a continuare le mie meditazioni perché scivolai lentamente nel sonno.

 

@@@

 

 Mi svegliai al mattino con allegri pensieri per la testa. A parte un bagno in un'enorme vasca piena di budino, avevo sognato di salire le scale di casa mia, a Vercelli, insieme a Caitlin. Lei camminava avanti a me e portava una gonna con lo spacco che a ogni passo mi eccitava di più.

Quando si sogna un individuo dell'altro sesso, penso che l'inconscio si liberi dei sentimenti cosicché la parte conscia ne viene a conoscenza. Non vedevo l'ora di incontrarmi con Caitlin.

Padraic era solo in cucina. - Hai dormito sodo, eh? - Mi disse. - II professore è già partito per Dublino e ci ha concesso altri due giorni di vacanza. Torneremo al Trinity mercoledì tutti insieme, contento?

Voleva offrirmi un budino al cioccolato per colazione, ma rifiutai. Pane tostato con burro e marmellata, latte con cereali secchi e un uovo al formaggio. Ero tornato in Irlanda.

— Dove sono andati tutti gli altri? -  Domandai alla fine.

— Sono alla spiaggia. Non è una spiaggia come le vostre, ma non ne abbiamo di migliori.

-  Come mai il professore è già ripartito?

- Da qui non può tenersi informato. Demeulenaere è tornato a Londra per un giro di conferenze che rafforzeranno la sua posizione. L'ambiente accademico sa essere crudele in parecchi casi, Franco. Il professore deve prepararsi per controbattere le tesi di Demeulenaere ed è un lavoro lungo. Fionnula è perfettamente in grado di aiutarlo.

Cosa provavo per la partenza di Fionnula? Mi concentrai per guardare dentro di me. Evidentemente mi spiaceva, non potevo esserne indifferente. A ogni modo, ero contento di essere tornato. L'Irlanda mi mancava.

— Caitlin non è andata alla spiaggia. E' in soggiorno che ti aspetta.

— Tu non vieni?

— Turno. Devo lavare i piatti.

— Auguri.

Caitlin stava, immancabilmente, leggendo un libro. Era "II mistero dell'Atlantide" di Charles Berlitz.

— Interesse professionale, - specificò alzando gli occhi al mio arrivo.

— Hai dovuto aspettarmi tanto?

— Due capitoli. Dormito bene?

— Ho sognato budino al cioccolato e Caitlin òCoileain.

— Nel sogno chi preferivi?

— Chi aveva la gonna con lo spacco. Cosa facciamo, andiamo in spiaggia?

— Usciamo, poi decideremo.

L'aria era squisitamente frizzante e me ne riempii i polmoni.

— Ah, deliziosa. -  Mormorai. - Da quale parte è la spiaggia?

La penisola di Rosguill è una delle propaggini settentrionali della contea di Dun na nGall (Donegal), nel nordovest d'Irlanda; il vento dell'Oceano Atlantico giunge sulla terraferma senza alcuna barriera. La vegetazione è bassa, gli alberi quasi completamente assenti.

In riva al mare, sulla sabbia di un color oro intenso, i nostri amici erano sdraiati in un dolce ozio che avrebbe reso invidioso Annibale a Capua. Erano tutti vestiti perché la temperatura non permetteva nudità. Orla e Seàn stavano giocando a Mastermind, Seàghan suonava un'armonica a bocca, seduto su un masso in mezzo alla risacca. Peadar e Deirdre (che indossava un interessante paio di jeans attillati) parlavano di musica.

-  Il tempo peggiorerà, - disse Seàghan.

— Speriamo che non rovini le danze, -  gli rispose Orla.

— Quali danze? -  Domandai.

— Sai ballare, Franco? -  Mi domandò Caitlin. -  intendo dire danze tradizionali, come gighe e reels.

— Che cosa avete in mente?

-  Una "square dance". Sai cosa intendo?

Lo sapevo. Ne avevo vista una a Ballyholland, contea di Down, Irlanda del Nord. Un gruppo di danzatori all'incrocio di due strade occupano il selciato per una pista da ballo improvvisata. Molto bello e divertente.

-  Non so ballare, -  ammisi.

— Poco male, -  rispose Orla, - sarà nostro piacere insegnarti.

Ci sedemmo con gli altri, ma dopo mezz'ora Padraic venne ad avvertirci che il pranzo era pronto.

La compagnia si era riunita e la riconoscevo come prima. Finito lo scambio di novità, era come se non mi fossi mai separato da loro. Anzi, non sentivo la mancanza di Fionnula; erano tutti così gentili con me e nessuno sembrava portare rancore per il mio interesse per Caitlin, neppure Deirdre.

Dopo pranzo, Caitlin volle portarmi a vedere una spiaggia chiamata Trà na Rosann, non molto distante da Doagh. Raramente ci passavano accanto macchine nel nostro cammino e tutti ci salutavano con un cenno della testa come se ci conoscessero. Dovemmo uscire dalla stradina asfaltata per recarci sulla spiaggia, camminando sul basso tappeto erboso.

-  E' bello qui, - dovetti ammettere. Ci trovavamo in una piccola baia, scogliere a sinistra e terra bassa e colline a destra. Il mare era freddo e calmo, la sabbia umida e dorata. Non c'era nessuno in spiaggia quando ci sedemmo con le schiene appoggiate alla roccia.

— Il maglione che indossi, - disse Caitlin, - è un messaggio? Naturalmente sapeva chi me l'aveva regalato.

— No, è un maglione. Non ti piace?

— Non ho detto questo.

— Se non ti va puoi regalarmene un altro.

Aveva capito l'allusione.

— I tuoi calzoni, invece, sono belli, -  dissi.

— Vorresti togliermeli?

-  E' un'idea. Vorrei anche vedere il tuo maglione più da vicino. Ti spiace darmelo?

Caitlin mi abbracciò. -  Ora no, fa freddo.

Il suo collo sapeva di saponetta profumata e il corpo, sotto la lana del maglione, era tenero e caldo. Le lentiggini sul viso e i capelli corti la facevano sembrare una ragazzina alla prima esperienza sessuale.

— Sarà un piacere lavorare con te, - dissi.

— Sei mesi fa lavoravamo già insieme.

— Era diverso. Tu eri sempre all'elaboratore a sintetizzare il nostro lavoro.

— Quest'anno sarà diverso. L'elaboratore è affidato a Fionnula.

Mi diede un bacio mentre le passavo le braccia dietro la schiena. - Scaveremo fianco a fianco, - aggiunse.

Stringere fra le braccia il suo corpo snello mentre la guardavo negli occhi era meraviglioso. Un piacevole calore proveniente dai lombi mi si irradiava in tutto il corpo; le ghiandole stavano lavorando più veloci della nostra volontà. Di solito io non ricordo assolutamente il colore degli occhi della gente; è una cosa che proprio non mi rimane impressa, al punto che non saprei dirvi degli occhi di mio padre o mia madre. Ma gli occhi di Caitlin quel giorno...! Oh se li ricordo! Anche se non li avessi mai più guardati da allora, ricorderei perfettamente le sue iridi del verde più bello che io possa immaginare. Lo so, è l'amore, ma che posso farci? Gli occhi di Caitlin sembravano illuminare tutto il suo volto e anche la spiaggia sotto di noi.

— Caitlin... non per dire, ma è un bel nome.

— Come sei originale.

-  Lasciami parlare. I tuoi occhi mi ricordano una canzone, sai? "Tutti i ciottoli che ho visto, pietre preziose per Colleen, ogni minuto li rivedo nei giorni passati insieme". Ecco, ho sempre immaginato Colleen come una fatata dama celtica, una magica signora con i capelli di rame nudo e gli occhi verde smeraldo di Caitlin.

Caitlin rise: - Una fata celtica? Mi piace. Cosa ne sai tu della celticità?

-  Sono in Irlanda. Qui tutto è l'esaltazione di ciò che è celtico. -  Poi aggiunsi passando una mano sul profilo del suo viso: -  Sai che 1'Irlanda e la mia terra hanno molto in comune?

— Ti lamenti della tua identità mediterranea?

— Per niente. Non cambierei 1'Italia per la tua Irlanda.

— Bravo Franco. Sangue latino non mente.

Le posai una mano sul seno. -  Sei bella, -  dissi facendomi serio.

-  E se non lo fossi stata?

-  Lo sei. Non è giusto ammetterlo?

Caitlin sorrise e la baciai. La sua lingua era calda e vivace e non so quanto tempo passò prima che separassimo le labbra, respirando profondamente. - Sei tornato solo per il lavoro? - Mi chiese dolcemente, a voce bassa.

— Se avessi saputo che saremmo finiti insieme, non sarei neppure partito.

— Ciò a cui stiamo lavorando è una scoperta importante. Chi pensi abbia ragione?

-  Prima di pronunciarmi, preferirei attendere i risultati degli scavi. Io sono solo uno studente, mentre O'Higgins è un grande esperto. Se dice che Demeulenaere potrebbe essersi sbagliato, voglio seguirlo per vedere come andrà a finire.

- Certo che la teoria di Demeulenaere è meravigliosa. Ci pensi? Ha aperto un'intera prospettiva di visione del mondo.

-  Certo, Caitlin. La Storia non esiste. Già questo concetto da solo fa venire i brividi. Supponiamo che siano stati i monaci medioevali a inventare la Storia: supponiamo che abbiano falsificato l'esistenza stessa dell'Impero Romano e che prima del, mettiamo 1000 d.C., l'evoluzione della civiltà si sia svolta in un modo completamente diverso.

Caitlin rise di gusto. -  Hai una bella fantasia. Hai ragione, è una teoria affascinante.

— A proposito di affascinante, non possiamo imboscarci?

Le avevo infilato una mano sotto la maglia. Lei me la scostò. - E' fredda, -  disse. -  Andiamo, conosco io un posto.

Tornammo sulla strada, con il cuore a cento all'ora. Tenendoci per mano, oltrepassammo la ventina di casette bianche che formano Doagh e ci fermammo di fronte a una villetta in costruzione.

— Ti piace? - Mi chiese Caitlin.

— Perfetta. Fammi strada.

Sempre tenendoci per mano, oltrepassammo la volta della porta non ancora installata, salimmo gli scalini di granito lucido sfiorando con la punta delle dita l'intonaco bianco delle pareti e il corrimano della balaustra. Al piano superiore le stanze avevano vetri alle finestre e il pavimento era pulito; in una bella camera luminosa Trovammo una brandina con rete di metallo e coperte militari per materasso.

— Che lusso, - dissi, - manca solo il caminetto.

— Non ti piace l'austerità?

— Moltissimo. Le comodità non contano. Ciò che conta è l'amore.

Caitlin approvò e si gettò sulla brandina.

-  Niente polvere. E' ben usata.

Mi gettai accanto a lei. La posizione coricata era decisamente più comoda che la spiaggia, anche se meno romantica. Avevo fatto l'amore anche in posti peggiori, in soffitte piene di ragnatele o in boschi abitati da insetti noiosi. Per l'ipocrisia della mentalità comune, ci si deve nascondere per godere delle effusioni amorose senza scandalizzare; per fortuna, però, non occorre essere in un bello scenario per provare piacere. Ci spogliammo in fretta e ci avvinghiammo battendo i denti.

-  Ha ragione Seàn, -  dissi, -  il tempo peggiora. In Italia a novembre fa più caldo.

-  Torna a fare l'amore in Italia.

-  No. A me piacciono i capelli rossi e le lentiggini.

- Caratteristiche somatiche di discendenza vichinga, -  replicò Caitlin. Non è il tipo gaelico.

-  Meglio vichingo che inglese.

Non ci accorgemmo del passare delle ore finché iniziò a piovere. Stavo passando una mano intorno alla rotondità dei suoi seni quando sentimmo scrosciare l'acqua sui vetri, sul tetto e sulla campagna.

— Merda, -  dissi, -  o corriamo o saltiamo la cena.

— Smetterà di piovere. A me non spiace restare qui.

Rimanemmo in silenzio ad ascoltare il ticchettio dell'acqua, scambiandoci un bacio o una carezza, finché il calore sprigionato dai nostri corpi durante l'amplesso ci abbandonò. Ci rivestimmo tremando e scendemmo le scale abbracciati; fuori, la stradina di ghiaia era divenuta un ponte su un laghetto di fango, ma la pioggia stava scemando.

Il vento ci sferzò mentre cercavamo di scaldarci l'un l'altra, ma il maltempo era passato quando arrivammo a casa.

-  Ah, eccovi, -  ci accolse Orla; -  stavamo ascoltando il bollettino dei dispersi in mare, alla radio. Peadar già voleva dare la vostra cena a un cane randagio.

Mangiammo con piacere la crema d'asparagi tiepida, dopo esserci cambiati i vestiti bagnati. Peadar mi diede un maglione di Seàghan che calzavo decisamente bene; arrivammo leggermente in ritardo alla square dance, in mezzo ai pascoli, all'incrocio fra la strada che da Doagh attraversa la penisola e quella che da Carraig Art porta all'ostello della gioventù e più oltre, alle case sparse all'estremo nord.

Gli altri avevano bloccato l'incrocio (non c'erano comunque altre strade); Seàghan al violino, Seàn alla fisarmonica e Deirdre al tin whistle iniziavano in quel momento a suonare. Dopo un corso di danza durato sette minuti e impartito da Caitlin e Padraic, ero pronto a tuffarmi nella mischia. La danza irlandese è un divertentissimo insieme di passi, un delicato ballo collettivo e in quel suggestivo scenario all'aria aperta la sua magia ci conquistò tutti, in particolare Franco Oppezzo di Vercelli, digiuno di simili manifestazioni. Fu come se un intero gruppo di folletti si fosse incarnato negli amici della compagnia, costringendoci a muoverci senza sosta per scacciare il freddo della sera. Quando i musicisti si stancavano, si fermavano a bere birra da un barilotto posato da Peadar sul ciglio della suada. Anche noialtri danzatori bevevamo e in breve fummo tutti ubriachi e non erano rari gli spintoni fra l'ilarità generale. Dalle fattorie dei dintorni affluì una decina di persone che si unirono a noi: coppie di anziani pastori, bambini dai capelli rossi e dai piedi vivaci, innamorati adolescenti troppo timidi per baciarsi in pubblico. Da due automobili bloccate scesero spettatori e anche danzatori, e sembrava che tutti facessero un punto d'orgoglio il tenere il tempo con il battere delle mani. Caitlin fu meravigliosa accanto a me, correggendomi quando sbagliavo i passi, sbellicandosi dalle risa quando urtavo qualcuno. Deirdre, che ogni tanto abbandonava il tin whistle per la pista da ballo, aveva le guance infiammate e la sua lunga gonna di cotone stampato si muoveva a velocità vertiginosa e a un ritmo meraviglioso.

Ballammo fin quando i piedi si ribellarono e lo stomaco si rifiutò d'ingurgitare altro. Sorreggendoci talvolta l'un con l'altro, tornammo a casa con il barile vuoto e le lingue sfrenate a raccontare barzellette che non sempre riuscii a capire. Dormii ancora nella stanza con Peadar e Seàghan, ma ripromettendomi di chiedere per la notte seguente una sistemazione che prevedesse un letto con Caitlin.

 

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Con il bel tempo Dublino è splendida, ma il suo vero fascino si manifesta in special modo nei giorni in cui il cielo è coperto e la temperatura su livelli primaverili. C'è chi l'ha definita, non a torto, una delle più belle città dell'Europa Occidentale.

Il Trinity College è un complesso di edifici universitari separati da prati e cortili, un tempo collegio protestante, ora faro illuminante del mondo accademico irlandese. Dieci giorni dopo il mio arrivo in Irlanda, il professor O'Higgins tenne una riunione per informarci tutti circa i progetti di scavo; ci trovavamo in un'aula qualsiasi, dotata di un proiettore e di alcuni banchi scolastici in metallo e plastica. Fionnula era seduta alla scrivania, alla tastiera dell'elaboratore portatile del professore, mentre O'Higgins camminava avanti e indietro fra le lavagne e i suoi assistenti.

- Non dovete aspettarvi che io rimanga continuamente a Caiseal Aonghousa durante gli scavi. Anzi, spesso e volentieri mi tratterrò a Dublino per alcune conferenze o per preparare il mio esposto finale. Alcuni di voi potrebbero pensare che preparare la tesi prima ancora di aver cominciato le ricerche sia contrario al metodo scientifico, o quantomeno non molto pratico. Sorridemmo per gentilezza.

- Il fatto è, - continuò, - che ci troviamo di fronte ad avversari agguerriti con i quali occorre ponderare attentamente sia gli argomenti che le parole. Nel nostro ambiente è difficile giungere alla fama, ma molto facile venire distrutti. Durante la mia assenza, Padraic, che è mio assistente da più tempo, farà le mie veci. Fionnula farà la spola fra gli scavi e Dublino, continuando a curare l'elaboratore e dandovi una mano durante il tempo libero. Prima di andarvene a cena, oggi, vi mostrerò l'equipaggiamento messo a nostra disposizione dall'Istituto, che sarà integrato dal mio personale. Perloppiù si tratta di utensili antiquati, ma con i fondi messi a nostra disposizione ho dovuto accontentarmi di fare acquisti limitati e usare molto materiale già esistente. Non preoccuparti, Peadar, sarai normalmente pagato a fine mese. I fondi per gli stipendi sono già accantonati.

A metà riunione, dopo una breve pausa per il thè, il professore ci parlò degli scavi veri e propri.

Vorrei mettere ai voti due proposte: scegliete fra due diversi modi di conduzione dei lavori. Un'unica squadra che lavora di giorno o due squadre per una  giornata lavorativa di sedici ore, dalle 6 alle 22?

Ci guardammo tutti in faccia, come per cercar consiglio.

- Beh, - dissi, - dipende da lei. Ha più esperienza di tutti noi. Quale pensa che sia il metodo migliore per ottenere il massimo rendimento?

- Certamente l'ipotesi dei turni, però c'è da considerare il fatto che occorrerebbe uno scavatore esperto per ogni turno, e io posso fidarmi solo di Padraic. Come ho già spiegato, non pouò essere presente che raramente.

- Io penso, -  s'intromise Padraic, - che un turno unico sia la soluzione migliore. Questi ragazzi hanno bisogno d'esperienza e sarà mio piacere insegnar loro come scavare.

Approvammo tutti. Peccato: un turno di notte io e Caitlin da soli non mi sarebbe spiaciuto.

Cenai con Caitlin e Seàghan in un delizioso caffè vegetariano chiamato "Coffee Bean" appena fuori dal Trinity, bevendo thè durante il pasto. Dopo patate e prezzemolo e fagioli in insalata (ebbene sì, in un caffè in Irlanda si mangia anche di questo), Seàghan ci lasciò soli per andare a comperare qualcosa che non ricordo, e finalmente potei chiedere a Caitlin una cosa che non osavo in presenza di lui.

- Ho notato, - dissi, - che 1'équipe Demeulenaere è formata da una quindicina di assistenti inglesi, americani e di Bèal Féirste. Come mai nel nostro gruppo siete tutti irlandesi?

Caitlin rispose sicura: - Devi sapere che la responsabilità delle operazioni di scavo dipende unicamente dal professore. Il college si limita a passargli un determinato stanziamento ed è lui a scegliere e pagare gli assistenti. Il professore inoltre è un fervente nazionalista e desidera che siano gli irlandesi a occuparsi degli scavi archeologici in Irlanda. Si è sempre battuto per l'indipendenza della ricerca scientifica nel nostro Paese, recriminando quando per mancanza di fondi accade che spesso siano équipes straniere a prendersi la gloria delle scoperte.

- E per quanto riguarda me?

- Il tuo è un caso particolare, uno scambio fra O'Higgins e il professor Martelli di Torino. Inoltre, tu appartieni a una cultura che deriva, alla lontana, da quella celtica. Devo aggiungere che, la prima volta che arrivasti, lui fu molto contento di sapere quanto tu fossi affezionato all'Irlanda prima ancora di conoscerla.

- Un giorno, - dissi rigirando fra le dita una crosta di pizza integrale, -- un uomo mi disse che quando si è affezionati enormemente a un Paese, tanto che quando ci arrivi ti senti a casa, significa che in una vita precedente ci hai abitato.

- Credi nella reincarnazione? - Mi chiese Caitlin-capelli-di-rame.

- Non la escludo a priori. Se mi dimostrassero che esiste, non farei alcuna fatica ad accettarla.

- Dunque credi nell'anima?

- E' una conversazione adatta a un caffè vegetariano? No, non credo nell'anima in senso religioso. Non esiste paradiso né vita ultraterrena. Oltre la morte non c'è nulla.

Caitlin sembrava interessata: - Non è una visione pessimista dell'esistenza?

- Nient'affatto. La vita è bella perché è unica. Non riesco a capire come si possa goderne tutti i piaceri se si crede nella continuazione dell'esistenza. Tu come la pensi, fata?

- Come te. E' bello avere tanto in comune. Però vorrei che la vita fosse più lunga. Accadono tante cose brutte, ma si riesce a ricordare solo quelle belle, e se vivessimo più a lungo potremmo avere un'infinità di bei ricordi in più.

- Il mito dell'immortalità. Incredibilmente affascinante.

- Trovi? Ti piacerebbe essere immortale?

- Indubbiamente sì. Solo con una vita più lunga della nostra è possibile realizzarsi in un modo che non sia imperfetto.

Ricordo bene la discussione di quella sera perché fu il giorno seguente che iniziammo a montare il campo scavi a Newgrange.

Io dormivo in un minialloggio in St. Stephen's Green di proprietà di un amico dei genitori di Orla e Deirdre, e Caitlin abitava con i suoi nei dintorni di Phoenix Park; avevamo già formulato l'idea di andare a vivere insieme ma la data era ancora da stabilire. Perciò quella sera ci separammo.

I1 mattino dopo ero molto eccitato per quanto sarebbe accaduto quel giorno. Il professore non venne con noi; Padraic e io portammo il furgoncino con l'equipaggiamento fino a Slane, 50 chilometri a nord di Dublino, dove Caitlin, Fionnula, Seàghan e Peadar ci avevano preceduti in auto. Andammo tutti insieme a Newgrange.

Il sito archeologico di Caiseal Aonghousa, in inglese Newgrange, è una delle cose più interessanti che si possano trovare sulla faccia della Terra. E' una costruzione circolare, eretta sulla sommità di una piccola collina d'erba. Essendo stata costruita duemila anni prima dell'inizio dell'era cristiana, è il più vecchio edificio oggi esistente nel mondo. Si tratta di una costruzione circolare larga circa 30 metri e piatta, circondata completamente da un muro di pietre bianche alto due metri e mezzo; all'interno del muro, lo spazio è totalmente riempito da pietre ammucchiate le une sulle altre senza alcun elemento cementante. Tre passaggi si aprono fra le pietre, ognuno dei quali parte da una porta sul muro esterno e giunge in una cavità interna contenente tre camere tombali, nove camere in tutto. Ognuna delle cavità interne non è collegata con le altre, per cui fino al momento in cui il professor Demeulenaere liberò il passaggio n. 2 dai detriti si conosceva solo il passaggio n. 1. La porta d'accesso di quest'ultimo, piuttosto bassa per un uomo del nostro tempo, dà accesso a un corridoio lungo una decina di metri, la cui volta è sostenuta da pietre piatte a incastro. Siccome il livello del passaggio è leggermente in salita, giunti nella cavità tombale il pavimento è perfettamente allineato con una seconda apertura posta sopra la porta d'accesso. Essa non è che un foro quadrato dal lato di 70 centimetri circa, ma durante uno e un solo giorno all'anno (il ventuno di dicembre, giorno del solstizio d'inverno), il sole che sorge penetra con i suoi raggi l'apertura, prosegue nel suo cammino allineato fino al pavimento della cavità e vi disegna un segmento di luce. Ciò accade solo alle 9,20 del mattino del 21 dicembre e il fenomeno dura 17 minuti (sottinteso che il cielo non sia coperto). Non è meraviglioso?

Come ho già detto, il passaggio n. 2 è stato aperto soltanto diciotto mesi fa, anche se si sospettava la sua esistenza da parecchi anni. Quali elementi lo facevano supporre? Occorre sapere che il passaggio n. 1 era stato ritrovato scavando nel perimetro della costruzione esattamente dietro una pietra levigata a bassorilievo (rappresentante spirali doppie unite tre a tre). Altre due pietre dello stesso tipo poste a intervalli regolari lungo il muro perimetrale facevano propendere per l'esistenza di due passaggi in tali punti, anche considerato che la prima cavità tombale, alla fine del passaggio n. 1, non si trova esattamente al centro dell'edificio ma è più vicina al perimetro; per questa ragione l'esistenza di altre camere simili era quasi certa. Ultimo elemento, le spirali triplici sulle pietre scolpite facevano pensare a una sorta di "piantina" che indica i tre corridoi di Caiseal Aonghousa.

Se si fosse appena sospettato che nel passaggio n. 2 le scoperte sarebbero state diverse da quelle del n. 1, i lavori di scavo sarebbero stati intrapresi decine d'anni prima. Invece la gloria (meritata o meno, ancora non potevo giudicare) era andata a Alfons Demeulenaere.

Quel mattino, il quattordici di novembre, giungemmo a Caiseal Aonghousa mentre la foschia del mattino si andava alzando. II sole che la disperdeva non era poi così lontano dal punto in cui il 21 dicembre d'ogni anno riproponeva la millenaria magia di Newgrange. Come facevano le popolazioni di cinquemila anni fa a conoscere l'esatto percorso del sole, la sua posizione durante il giorno più corto dell'anno?

Eravamo tutti ansiosi d'iniziare i lavori quando il guardiano venne ad aprire la cancellata del nostro settore di scavi. Il primo passaggio era ancora aperto al pubblico (una marea di turisti vi si riversava in quel periodo) e il n. 2 era riservato all'accesso dell'équipe Demeulenaere.

Piantammo due tende militari all'interno della cancellata, una per il materiale e una per i poliziotti (due Gardaì distaccati da Navan che vegliavano a turno durante la notte). Verificammo quindi per curiosità il luogo degli scavi. Il perimetro tondo sembrava uniforme, un monte di terra ricoperto d'erba; il muro esterno è stato infatti ricostruito solo intorno al passaggio n. 1 ed è in via di ricostruzione al n. 2. I mattoni d'arenaria bianca e grigia che lo formavano erano crollati e sepolti sotto il terriccio che nascondeva anche l'entrata del passaggio; il masso lavorato a spirali poteva essere stato spostato leggermente durante i secoli, per cui non sapevamo il punto esatto in cui avremmo trovato il corridoio.

II professore arrivò nella tarda mattinata con il sovrintendente ai beni culturali della Contea di Meath e il nostro pranzo al sacco. Dopo che il sovrintendente ebbe fatto la conoscenza di ognuno di noi, se ne andò e divorammo il cibo, impazienti di dare inizio ai lavori. Tutti insistemmo perché fosse il professore a spostare il primo terriccio, quindi iniziammo gli scavi veri e propri. Caitlin, Seàghan, Peadar e io asportavamo terra da quattro punti distanti due metri l'uno dall'altro, nelle due direzioni a partire dalla pietra. Padraic passava dall'uno all'altro di noi consigliando e aiutandoci talvolta, e vigilando anche su Fionnula addetta alla pompa dell'aria compressa.

II professore insisteva molto sulla lentezza e precisione, per cui lavorammo molto con spatole dolci e pennelli, spesso con le mani. Dopo quattro ore di lavoro non avevamo rinvenuto altro che un mucchio di pietre bianche e grigie, quelle che costituivano il muro originale e che in seguito avremmo ricostruito. Le pietre erano state accuratamente ripulite con l'aria compressa e spiegate sul terreno a ricevere la luce solare per la prima volta dopo chissà quanti secoli.

Lasciammo in consegna il campo ai Gardaì e tornammo a Dublino per la notte. C'è chi crede che gli scavi archeologici siano appassionanti e pieni di imprevisti, chi crede addirittura che i lavori siano veloci. Bene, cari aspiranti archeologi, non illudetevi affatto. Le scoperte della Maschera di Tutankhamon, dell'Esercito di Pechino, della Pergamena di Newgrange sono un caso su mille. Nella maggior parte degli scavi si deve lavorare duro per molte delusioni. Durante i primi due giorni non trovammo altro che le pietre esterne e ci imbattemmo spesso nel riempitivo interno, che ci costringeva a cambiare punto di scavo. Per sei ore su otto (questa era la durata della nostra giornata lavorativa) Fionnula era al Trinity a dirigere l'attività complessiva dell'équipe, quindi spesso restavamo in tre a scavare e uno, a turno, al compressore.

Eravamo abbastanza demoralizzati nel complesso e probabilmente ognuno di noi pensava che il passaggio n. 3 fosse solo un bluff. Avevamo la paura egoista che a noi non spettasse una minima parte della gloria archeologica. Sognai che scoprivo il passaggio, ma all'improvviso cadeva la notte e un gruppo di alti e robusti celti scaturiti dal corridoio inseguiva Caitlin e me per la pianura. Assurdo: i celti non erano affatto alti ed erano vissuti quasi due millenni dopo i costruttori di Caiseal Aonghousa.

Fu Peadar a trovare il passaggio. II riempitivo dell'edificio era più cedevole in un certo punto e Padraic gli consigliò di scavare più a fondo. Aveva ragione: una ventata d'aria chiusa uscì dal foro grande come un pugno che Peadar aprì nella terra pressata. Là dietro c'era il corridoio. Seàghan corse a telefonare al professore mentre Padraic si prodigava per allargare l'apertura e noialtri montavamo le lampade. O'Higgins giunse in tempo per gettare la prima occhiata all'interno. Manovrando le lampade, il professore si sporse all'interno mentre noialtri facevamo capolino dietro le sue spalle.

- Molto, molto bene, - disse; - un buon lavoro. Ora inizia il bello.

Il corridoio sghembo si snodava, leggermente in salita, nelle viscere di Caiseal Aonghousa. A causa delle brevi svolte, non riuscivamo a intravedere la camera tombbale con le tre nicchie. il passaggio era simile agli altri due, simile alle tombe di Knowth e Dowth a poca distanza da Caiseal Aonghousa. II pavimento era ricoperto di polvere e terra dalle quali spuntavano ossa sporche.

- D'ora in poi occorre fare la massima attenzione, - si raccomandò il professore. - Avanzeremo palmo a palmo rimuovendo il materiale dal suolo, puntellando le pareti e il soffitto con travi, se necessario.

Si rivolse quindi a Padraic: - Controllerai tu ogni frammento di materiale. Passate al setaccio ogni grammo di terreno. Vorrei che veniste tutti stasera al College, il rettore darà un party per festeggiare.

Fu così che ebbe inizio la nostra avventura. Lavorammo con entusiasmo per liberare completamente l'arco d'entrata, fino a lasciare la pietra nuda come l'avevano posta i costruttori originariamente.

Non continuammo i lavori quel giorno; Padraic fece sbarrare l'entrata con una grossa tavola di legno massiccio e raccomandò ai Gardaì di non far avvicinare nessun estraneo.

Al party dell'Università intervennero molte autorità politiche e religiose, docenti e studenti. Il rettore consegnò pubblicamente a O'Higgins telegrammi di felicitazioni giunti da tutto il mondo, e anche offerte d'aiuto. La notizia era corsa velocemente sebbene non fosse stato il professore a spargerla. O'Higgins pregò il rettore di declinare gentilmente le offerte poiché i suoi assistenti erano in grado di svolgere tutto il lavoro meglio di chiunque altro. Eravamo tutti su di giri quella sera e ci permettemmo una scappata in un "singing pub" dove migliorai la mia resistenza alla birra. Caitlin dormì nel mio appartamento, ma ci addormentammo immediatamente talmente eravamo stanchi.

 

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 Caiseal Aonghousa, come tutte le altre strutture megalitiche dell'età della Pietra, è stato costruito per ragioni non ancora appurate in pieno. Quella più evidente è il seppellimento dei defunti.

L'assenza di qualsiasi oggetto metallico nelle tombe del suo genere indica che i costruttori furono gli agricoltori del neolitico, non i celti dell'età del Ferro come si era creduto per molti secoli. Questa deduzione fu confermata con il metodo di datazione basato sul Carbonio 14. In tale modo si venne anche a sapere che i monumenti più antichi, quelli della Bretagna, risalgono al 4.500 a.C.

La costruzione di monumenti megalitici (cioè formati da enormi frammenti di pietra) e monolitici "passò di moda", se così si può dire, con l'avvento della tecnologia basata sulla lavorazione del bronzo (2.000 a.C.). Vorrei spiegare a chi è digiuno di archeologia alcuni elementi utili allo studio dei monumenti neolitici. Le strutture megalitiche si possono dividere in due tipi: dolmen e menhir. I menhir sono pietre oblunghe conficcate nel terreno verticalmente (l'esempio migliore sono le migliaia di pietre di Carnac in Bretagna). I dolmen sono composti da due, tre o quattro grandi massi che sorreggono una lastra orizzontale di pietra, e l'esempio più famoso è il doppio cerchio concentrico di Stonehenge, Inghilterra. I dolmen e i menhir sono diffusi in tutti i paesi dell'Europa atlantica: Irlanda, Gran Bretagna, Portogallo, Paesi Baschi, Francia, Olanda, Danimarca, Svezia meridionale, Germania settentrionale, Spagna, in parte Italia. E' da notare che tutte queste regioni sono comprese nella cartina della Pergamena di Newgrange.

Come già detto, la loro funzione più evidente è quella di sepolcri tombali. Per quanto riguarda però le strutture del tipo di Newgrange, occorre fare altre considerazioni.

Caiseal Aonghousa fa parte di quelle costruzioni che vengono definite "tombe a corridoio". i passaggi, o corridoi, venivano cosparsi delle ossa dei defunti: poiché i resti sono incompleti, è quasi certo che i corpi venissero lasciati a decomporsi in altri luoghi prima dell'inumazione finale. Roger Mercer, Università di Edimburgo, ipotizza che i corpi venissero esposti nelle numerose aree circolari recintate, circondate da fossati, rintracciabili ovunque nelle regioni citate prima.

 Tuttavia è in seguito apparso evidente che la monumentalità di certe strutture (pensiamo a Caiseal Aonghousa o Stonehenge) è spropositata rispetto alla supposta funzione sepolcrale. Pensiamo che per l'erezione di Newgrange occorsero circa 106 ore lavorative, cioè un milione di ore. Quale sparuta comunità preistorica si sarebbe accollata tale sacrificio per la costruzione di una tomba?

Colin Renfrew sosteneva la teoria che tali monumenti garantissero la continuità della comunità, la sua unità. Egli scrisse: "La costruzione di un monumento destinato a durare molto a lungo era un atto simbolico di grande importanza che affermava appunto tale unità. Si dovrebbe ricordare che questi uomini vivevano in un mondo in cui altre creazioni umane durevoli di una certa imponenza erano rare. Io sostengo, quindi, che non dovremmo considerarle semplicemente come tombe, ma come edifici pubblici. Spesso essi potrebbero aver svolto la funzione di luoghi di riunione: forse di sede per un'intera gamma di riti religiosi, che instaurava un rapporto fra la comunità nel complesso e i suoi avi, oltre che con il defunto più recente".

Arthur A. Saxe dell'Università dell'Ohio forniva una spiegazione più tecnica, leggermente diversa dalla precedente e basata sulla conservazione, da parte della comunità, delle terre degli avi: "Nella misura in cui i diritti collettivi di un gruppo a usare e/o controllare risorse cruciali ma limitate vengono conseguiti e/o legittimati per mezzo della discendenza lineare dai defunti (ossia da legami logici con i progenitori), tali gruppi manterranno aree formali per la sistemazione esclusiva dei loro morti". Ciò significa che la tomba degli avi posta su un determinato territorio sancisce l'appartenenza di quelle terre alla comunità dei discendenti.

Vi è ancora un'ultima spiegazione che non esclude bensì integra le precedenti. E' la teoria neomarxista di Christopher Tilley, Università di Lund, la quale spiega la costruzione dei monumenti megalitici con la necessità, da parte dei membri più anziani del gruppo, di imporre il proprio dominio sui più giovani. Tali costruzioni assolvevano egregiamente la loro funzione di controllo sul rituale religioso della comunità.

Non sapeva Tilley quanto fosse vicino, e al tempo stesso lontano anni luce, dalla realtà che io ora so. Tuttavia, in quei primi giorni di novembre, ero all'oscuro e mi limitavo a portare avanti il mio lavoro. S'era verificato il crollo di alcune lastre di pietra dal soffitto del corridoio e dovemmo rimuoverle delicatamente per non rovinare i frammenti di reperti al di sotto. il terriccio che ricopriva il fondo del corridoio era pieno di ossa e frammenti di ossa, più i tipici e ovunque diffusi manufatti del neolitico, vale a dire vasellame, armi (asce e zagaglie), utensili di selce scheggiata. Soprattutto trovammo ossa, che il professore si prodigò per ricomporre in un'aula del Trinity, misurandole e analizzandole e scoprendo che, come c'era da aspettarsi, parecchie parti mancavano per giungere a scheletri completi.

Quando, più tardi, il professore ci comunicò i risultati delle analisi su tali resti umani, sapemmo che la popolazione sepolta nel "nostro" corridoio rientrava nella normale varietà di individui rilevata in casi analoghi, cioè alcuni nati prematuri, moltissimi bambini, un assortimento di maschi e femmine sino ai trenta anni, quindi una grossa proporzione d'individui tra i trenta e i quaranta, pochissimi oltre tale età. Dobbiamo ricordare che la vita media delle popolazioni ibére (cui i resti appartenevano) era intorno ai trenta-trentacinque anni. Nel periodo in cui fu necessario sgomberare il corridoio dal modesto crollo e puntellare la volta, accadde uno strano episodio che mi diede molto a pensare in seguito. Il professore chiamò due falegnami del College perché costruissero un supporto per il soffitto, nel punto del crollo. Insistette comunque che Padraic li sorvegliasse attentamente in modo che non rovinassero nulla. Immaginate quanto dovette essere penoso lavorare in condizioni simili: il corridoio in quel punto era alto un metro e mezzo, largo altrettanto a livello del terreno e non più di settanta centimetri alle spalle; i falegnami dovevano lavorare praticamente in ginocchio nella semioscurità della luce artificiale.

Dunque, accadde che Padraic mi lasciò a controllare i due lavoratori mentre egli mangiava; io mi trovavo fra il punto del crollo e l'entrata del corridoio. Seàghan era dalla parte opposta rispetto a me, appena un passo oltre i due operai, e scrutava verso la camera tombale con una torcia tascabile. Per quanto potessimo vedere dal punto in cui ci trovavamo, il nostro passaggio era simile al n. 1 (cioè privo di reperti fuori luogo o comunque importanti come la Pergamena), ma gran parte della camera era ancora nascosta alla nostra vista. Seàghan si accucciò, volgendo il fascio di luce al terreno e inondandolo di chiaroscuri. Mi voltava le spalle e la vista mi era impedita dalla presenza dei due uomini, ma per un attimo la visuale si liberò e distinsi chiaramente che Seàghan afferrava da terra qualcosa, un oggetto non più grande di un pugno, e lo infilava rapidamente in tasca. Si voltò subito e io, imbarazzato, finsi di non aver visto.

Che cosa aveva fatto? Aveva trovato qualcosa di importante e non voleva che venisse alla luce? Pensai anche che fosse sul libro paga di Demeulenaere, ma in quel caso avrebbe dovuto depositare un reperto falso e non prelevarne uno vero. Fui sul punto di fermarlo mentre tornava fuori, ma mi trattenni. Seàghan era mio amico. Ma io dovevo più lealtà a lui o al professore? Decisi di parlarne con Caitlin.

Quel giorno Seàghan si comportò normalmente e non notai più il lieve gonfiore nella sua tasca. Per qualche ragione che non so spiegare, non ne parlai a Caitlin; forse pensavo che avrebbe potuto non credermi.

Il giorno seguente l'équipe Demeulenaere se ne tornò a Cambridge dopo aver completato la composizione del muro esterno nel proprio settore. Mancava un ultimo terzo di muro, il nostro.

Verso la fine di novembre Padraic ci informò ufficiosamente che Demeulenaere aveva smosso le acque perché ci venisse ritirato il permesso di scavo. Questo ci indignò parecchio, e se fosse stato possibile avremmo evocato gli spiriti dei morti di Newgrange per maledirlo fino alla fine dei suoi giorni. Per nostra fortuna le sue manovre non sortirono alcun effetto a causa delle elezioni politiche in Irlanda.

Ora occorre fare una rapida scorsa della situazione politica dell'Eire per poter comprendere quale grande influenza abbia avuto sulle vicende degli scavi archeologici di Newgrange e, perché no, sulla mia vita stessa.

Dopo seicentocinquanta anni di dominazione e oppressione da parte dell'Inghilterra, agli inizi del nostro secolo 1'Irlanda si gettò nella lotta finale per l'indipendenza. Dal 1919 al 1921 un vero e proprio esercito, I'IRA, fu arruolato volontariamente e allenato clandestinamente in ranghi militari per la guerriglia contro la polizia ausiliaria britannica, che si macchiò in Irlanda di crimini e rappresaglie paragonabili a quelli dei nazisti durante l'ultimo conflitto mondiale. Dopo aver subito la distruzione del sistema fiscale, legislativo, poliziario e giudiziario imperiale sull'isola, il governo di Londra decise di stipulare un Trattato di pace con i "ribelli". Ogni membro dell'IRA aveva giurato di combattere o morire fino all'avvento della Repubblica in Irlanda, ma dai lunghi negoziati con la delegazione inglese (guidata da Lloyd George e Winston Churchill) non si riuscì a ottenere che lo statuto di Stato Libero per 1'Irlanda. I parlamentari avrebbero dovuto comunque prestare giuramento di fedeltà al Re d'Inghilterra. Perdipiù, sei delle nove contee che componevano l'Ulster si staccarono e vollero un Parlamento indipendente, sotto la guida della maggioranza locale di religione protestante legata alla Corona da vincoli nobiliari.

Il Trattato spaccò immediatamente in due I'IRA fra coloro che accettavano per il momento il male minore, in vista di un futuro ottenimento della completa indipendenza, e coloro che rinnegavano i negoziati ed erano propensi a continuare la lotta fino alla realizzazione degli ideali. il partito pro-Trattato assunse il potere mentre i Repubblicani occupavano caserme e punti strategici finché la guerra fu inevitabile.

Dopo dieci mesi di lotte intestine, i Repubblicani si arresero. In quei tristi mesi d'inutile guerra, tutti i leader dell'indipendenza morirono e 1'Irlanda perse i suoi osannati eroi. Dalle parti contrapposte nacquero due partiti politici: il Fine Gael (pro-Trattato) e il Fianna Fàil ("i cavalieri del destino", il partito nazionalista discendente dai Repubblicani). II Fine Gael era al governo in una coalizione con il partito laburista durante il periodo in cui lavorai in Irlanda. Era un periodo cruciale per la storia dell'isola: le truppe britanniche erano quasi completamente evacuate dall'Irlanda del Nord mentre un nuovo Parlamento indipendente si era insediato a Belfast. Il Fianna Fàil prometteva, in caso di vittoria elettorale, una definitiva soluzione al problema della separazione.

II professor O'Higgins aveva forti appoggi in quel partito. Con suo gran piacere, le elezioni arrisero proprio al Fianna Fail e la situazione politica si aggravò.

L'IRA, l'Esercito Repubblicano Irlandese, cominciò ad arruolare, armare e riorganizzare i suoi membri volontari per un'eventuale offensiva oltre frontiera. Le elezioni si svolsero il venti di novembre, e nella settimana seguente alcuni incidenti ebbero luogo in zone di confine, specialmente nelle contee dell'Irlanda del Nord con popolazione a maggioranza cattolica. Furono esplosi colpi di pistola contro poliziotti e molti animi si infiammarono. I giornali riportarono la notizia che Londra aveva richiesto l'intervento temporaneo di truppe dell'ONU per salvaguardare le frontiere, ma Belfast rifiutò rispondendo che la situazione non richiedeva affatto un intervento militare.

Caiseal Aonghousa dista solo una settantina di chilometri da una delle aree di confine più "calde"; verso fine novembre vedemmo due camion pieni di civili armati sulla strada che da Dublino porta a Monaghan, al nord. Caitlin mi spiegò che probabilmente erano volontari dell'IRA che si preparavano a ogni eventualità.

Per ottenere più informazioni sull'IRA dovetti chiedere a Peadar. Venni così a sapere che l'Irish Republican Army è praticamente la riunione di due organizzazioni, l'IRA Official e l'IRA Provisional. I Provisional credono che per raggiungere il loro fine sia indispensabile la lotta armata, la guerriglia sotterranea nelle città del Nord; tutti gli attentati rivendicati dall'IRA in Irlanda e Inghilterra sono da imputare a loro. L'IRA Official è un'organizzazione segreta di fede marxista che mira alla riunione delle due Irlande (come l'ala Provisional) ma ha nei propri obiettivi anche una nazione non allineata, sganciata dall'Europa e dall'influenza americana, una Repubblica Socialista. L'emanazione politica dell'IRA (Official prevalentemente) è il piccolo partito Sinn Féin. Nell'IRA, quasi sempre l'ala Provisional, quella violenta, è stata in maggioranza e ha dato la propria impronta al movimento. Anche se in passato vi furono periodi di dissidio aperto fra le due parti, e alcuni Official furono assassinati dalla fazione oltranzista, in occasione della possibilità di riunione con le Sei Contee vi fu una definitiva riconciliazione. La doppia probabilità di successo rappresentata dal ritiro delle truppe britanniche e dalla vittoria elettorale del Fianna Fàil contribuì alla causa dell'IRA.

Dall'altra parte della barricata, le organizzazioni protestanti delle Logge Orange raccolsero i fedeli alla difesa della libertà religiosa, da realizzarsi mediante l'organizzazione paramilitare dei Difensori Protestanti. Rifiutando assolutamente di lasciarsi governare da un Parlamento repubblicano, i predicatori orangisti cospargevano il seme dell'odio fra i propri seguaci al fine di preparare una difesa anche all'ultimo sangue contro qualsiasi tentativo di cambiamento. Vi fu persino un pastore protestante di Lisburn (vicino Belfast) che parlò di "difesa della Cristianità contro coloro che in passato alterarono la Storia". Ovviamente si riferiva all'ipotesi che i "falsificatori" della verità storica fossero gli antichi Druidi celti dai quali i cattolici irlandesi discendevano.

Questa situazione politica decisamente tesa si è sviluppata in un Paese scarsamente popolato (cinque milioni di persone in un'area poco più grande dell'Italia settentrionale) in cui il numero di abitanti, e di conseguenza il peso decisionale, della parte "cattolica" aumentava sotto la spinta di un incremento demografico senza pari fra i Paesi europei. Ciò significa che l'equilibrio su cui si basava l'esistenza del sistema di dominio nell'Irlanda del Nord era comunque destinato a spezzarsi nel breve giro di qualche anno. La manifesta lealtà dei cittadini dell'Ulster verso Sua Maestà la Regina è sempre stata palesemente dettata da ragioni economiche al fine di garantire privilegi alla minoranza protestante e borghese. Nel contempo l'interesse britannico verso quella provincia turbolenta era rappresentato non da un leale atteggiamento paternalistico della chioccia monarchica, ma dall'importante fonte di reddito dell'industria cantieristica e metallurgica di Belfast.

L'equilibrio sociale sul punto di spezzarsi si andava incrinando, per coincidenza, durante il periodo del mio soggiorno sull'isola. Gli avvenimenti successivi avrebbero avuto solo un'importanza marginale di fronte alla sconvolgente ragnatela di rivelazioni che nel frattempo veniva intessuta intorno alla mia persona. A quel tempo ne ero ovviamente all'oscuro: conoscevo solo la realtà della tensione sociale dei miei compagni di viaggio su quell'isola. Questa era la situazione di quel mese di novembre in cui la nostra équipe procedeva lentamente alla conquista dei segreti di Caiseal Aonghousa.

 

LA SECONDA RIVELAZIONE

Chi ha mentito?

 

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Il ventisei di novembre di quell'anno fu una giornata che non dimenticherò tanto facilmente. Eravamo praticamente in procinto di entrare nella camera tombale quando un violento temporale fece saltare la corrente elettrica in tutta la zona, costringendoci a sospendere momentaneamente i lavori. Non potevamo procedere al buio e non avevamo torce a batteria con autonomia sufficiente. Questo incidente si rivelò una piccola fortuna per Seàghan, che era a letto con l'influenza. Se non ci fosse stato quel contrattempo avrebbe perso il momento di gloria. Da due giorni non lo vedevo, ma Padraic mi aveva assicurato che stava bene e mandava i suoi saluti; in qualsiasi condizione fosse, prometteva che sarebbe tornato con noi entro due giorni.

La pioggia era talmente fitta quel giorno da renderci difficile pranzare al sacco sotto la tenda da campo. Una volta tanto decidemmo di pranzare fuori e ci autotrasportammo sino a Slane, cercando fra i menu dei pub quello più conveniente.

Non c'era molta scelta, ma mangiammo zuppa di funghi e sandwich con lattuga e insalata russa, il tutto annaffiato da birra e thè, in un pub che sapeva di divani impolverati. Contro ogni previsione, l'atmosfera all'interno era simpatica malgrado la vecchia carta da parati ruvida alle pareti. II cibo era buono, specialmente la zuppa che ci riscaldò lo stomaco (mai come la birra). Avremmo volentieri schiacciato un pisolino sdraiati sulle poltrone di stoffa amaranto in attesa che il tempo migliorasse. Fionnula e il professore erano a Dublino, perciò eravamo solo in quattro. Peadar uscì per comprare un giornale; noi preparammo un mazzo di carte e un tavolino.

Quando Peadar ritornò con l'Irish Independent (era l'unico quotidiano rimasto in vendita a quell'ora) ci riscosse dall'apatia abulica che ci aveva catturati.

- E' accaduto qualcosa di grosso, gente. Guardate qua.

Indicò un titolo in prima pagina: UCCISO IL MAESTRO DELLA PREISTORIA - E' morto in un attentato il Professor Demeulenaere dell'Università di Cambridge, lo scopritore della Pergamena di Newgrange.

Incitammo Peadar a leggere. Conservai l'articolo ed ebbi modo di rileggerlo parecchie volte durante il mese seguente, perciò lo ricordo quasi a memoria. Accanto al titolo appariva una fotografia in bianco e nero scattata dall'esterno del finestrino di un'automobile; attraverso il cristallo fracassato si vedeva Demeulenaere, la testa appoggiata al sedile e gli occhi chiusi. Tutta la parte sinistra del volto, quella rivolta all'obiettivo, era una maschera di sangue in parte raggrumato. L'assassino aveva esploso almeno tre o quattro colpi alla distanza di mezzo metro dal viso.

L'articolo diceva: "Londra. Alle ore nove di questa mattina, una berlina con tre persone a bordo, fra le quali il Professor Demeulenaere, docente di archeologia all'Università di Cambridge e osannata figura di primo piano nel panorama scientifico mondiale degli ultimi mesi, si ferma sotto l'abitazione cittadina del Professore, in Rupert Street. Prima ancora che i tre occupanti abbiano il tempo di scendere, un giovane in vestiti scuri (così è stato descritto dai molti testimoni) scende da una macchina parcheggiata dietro a quella delle vittime. Muovendosi sveltissimo, senza che alcuno dei presenti si accorga di qualcosa, il giovane esplode una raffica con un fucile automatico attraverso il lunotto posteriore della vettura. Spostandosi sul lato del marciapiede, esplode un'altra raffica attraverso il finestrino del Professore, che siede accanto all'autista, quindi lascia cadere l'arma e abbandona l'auto, fuggendo a piedi nella fitta folla del giorno di mercato. La polizia, prontamente accorsa sul posto, ha circondato con un cordone le vetture. L'automobile era crivellata di fori e l'ambulanza ha portato via i tre corpi: l'unico deceduto è il Professore Demeulenaere. Gli altri due occupanti sono gravi ma non in stato di coma; si tratta, inspiegabilmente, di dipendenti di un'organizzazione di guardie del corpo. A questo punto nasce spontanea la domanda se la vittima si aspettasse un attentato. La perizia autoptica ha rivelato che il Professor Demeulenaere è stato ucciso da un proiettile penetrato nella zona cranica attraverso il foro occipitale; ciò significa che quando è stata esplosa la seconda raffica a distanza ravvicinata lo scienziato era già morto, stroncato sul colpo da un proiettile della prima. Nessuna traccia rimane del brutale esecutore; gli esperti stanno analizzando l'arma del delitto. L'automobile dalla quale il giovane è sceso è risultata rubata la settimana scorsa a Liverpool.

Ricordiamo a tutti i lettori che il nome del Prof. Demeulenaere è legato alla scoperta della famosa "Pergamena di Newgrange" e degli altri reperti minori che lo misero in grado, alla fine del 1988, di pubblicare su Scientific American il coraggioso e discusso articolo dal titolo provocante "La Storia non esiste". E' dal lavoro di questo ormai famoso docente universitario d'origine belga che il processo di rinnovamento delle concezioni storiche del nostro tempo ha avuto inizio".

Questo era il succo dell'articolo, e vi assicuro che ne rimanemmo piuttosto sconvolti. Era entrata una vampata di violenza nel mondo del nostro lavoro e ci sentivamo tutti toccati.

- E' terribile, - disse Caitlin, - c'è chi tenta di corrompere il mondo dell'archeologia con interessi estranei. La politica dovrebbe restarne al di fuori.

- Cosa intendi dire? - Le domandai; - In fondo anche O'Higgins ha appoggi politici.

- Franco ha ragione, - disse Padraic ritirando le carte dal tavolino, poi rivolto a me: - Però al suo livello è necessario avere le spalle coperte. Sai che qualcuno, mosso da Demeulenaere, ha esercitato forti pressioni sul Ministero per impedirci di iniziare i lavori?

Finii di bere la mia pinta di Harp Lager. - Sembra che le elezioni siano giunte di proposito, - dissi.

Padraic annuì, forse senza riflettere sulla mia risposta. Telefonammo al professore, che ovviamente era già a conoscenza del fatto. Ci ricordò che il mattino seguente sarebbe stato presente anche lui al momento in cui saremmo entrati nella camera mortuaria.

Passammo praticamente tutto il pomeriggio nel pub di Slane, giocando a carte o a freccette, finché Padraic decise che per quel giorno i lavori erano sospesi. Dopo una veloce capatina agli scavi, che lasciammo in consegna ai Gardaì, fummo di ritorno a Dublino.

Caitlin si fermò a casa mia per cena. I1 minialloggio consisteva di una camera da letto/studio e di un soggiorno can angolo cucina. I1 letto era a una piazza e mezza, troppo morbido e ricoperto di un'orrenda tela di spugna viola. La carta da parati era secca e in alcuni punti ingiallita dal sole, ma il soggiorno era intimo e simpatico. Un tavolo snack di legno chiaro separava l'angolo cucina dalla living room, composta dì un tavolo antico e massiccio e un divano dal gusto stranamente moderno, per ottenermi i1 quale Orla e Deirdre avevano insistito presso i padroni di casa. Comperammo un chilo di patate che lavammo accuratamente, incidemmo in profondità e mettemmo nel forno a legna senza pelarle. Caitlin aveva insistito per comperare una bottiglia di Vodka originale russa che usammo come aperitivo insieme a una fetta di limone (importato dalla Sicilia). Misurai i calzoni di velluto a coste piccole che avevo acquistato il giorno precedente per sostituire i jeans distrutti durante i giorni di lavoro.

- Io aspetto ancora quel maglione, - dissi, riferendomi alla conversazione circa il regalo fattomi l'anno precedente da Fionnula.

- Bene. La costanza è la migliore virtù. Continua ad aspettare.

Non conoscevo i genitori di Caitlin; non andava molto d'accordo con loro e quando le chiedevo di presentarmeli lei rispondeva che non l'avrebbe mai fatto. Però le passavano una discreta somma mensile per gli studi universitari, che unita allo stipendio le avrebbe permesso di vivere sola.

- Quando verrai a stare con me? - Le domandai. Stava impastando la crema di formaggio con il pepe e le spezie.

- Io sto già con te.

- Intendevo dire ad abitare con me. Non far finta di non aver capito.

- Cosa hai intenzione di fare, - mi domandò per tutta risposta, - quando finiranno gli scavi?

- Vuoi sapere se tornerò in Italia?

Lei annui.

- Forse dipende da te. - Continuai, - Vuoi venire a vedere come si vive in Italia?

- Vorresti portarmi con te? Non ti piacerebbe fermarti in Irlanda?

- Certamente mi piacerebbe.

- Hai scrupoli verso i genitori?

- Forse pensi che potrei trovare lavoro qui?

Le patate erano pronte. Le togliemmo dal forno, allargando i tagli e riempiendoli con una cascata di formaggio insaporito con foglie di cipolline; poggiammo il tutto su foglie di lattuga, fette di pomodoro e pochi spicchi di cipolle forti e ci sedemmo a tavola.

- Penso che dipenda dai risultati degli scavi. Se il professore riuscirà a confermare la sua teoria, un po' di notorietà di riflesso ricadrà su di noi.

All'improvviso posai la forchetta e le presi una mano fra le mie.

- Vieni ad abitare qui con me, - le dissi,- ho bisogno di te.

Per qualche attimo rimase a guardarmi con espressione seria. Poi riprendendo a mangiare, disse: - Che ne diresti se mi fermassi qui a dormire, stasera?

Più tardi, seduti sul divano dopo aver sorseggiato un bicchierino di Vodka come digestivo, fui sul punto di parlarle di Seàghan, del suo strano comportamento il giorno in cui i falegnami puntellavano la volta del corridoio. Non lo feci, non mi avrebbe creduto. Io stesso cominciavo a pensare d'aver visto male.

Fu una serata bellissima; durante la notte decidemmo che Caitlin si sarebbe trasferita provvisoriamente da me il giorno seguente.

E il giorno seguente Seaghan era ancora ammalato. La corrente elettrica era ripristinata e facemmo ingresso nella camera mortuaria, preceduti dal professore.

Neppure paragonabile, come emozione di prima vista, a quella sbocciata negli scopritori delle tombe egizie, o delle cripte mortuarie dei Maya, delle ricche tombe dei mandarini cinesi o anche solo delle necropoli etrusche. Quello non fu un giorno più entusiasmante di tanti altri per me, ma per il professor O'Higgins segnò la certezza della ragione; l'assoluta mancanza di reperti anacronistici non rappresentò una delusione per lui, bensì un trionfo. La camera era identica a quelle degli altri passaggi: una cavità circolare del diametro di cinque metri circa sul cui perimetro si aprivano tre nicchie profonde un metro e alte altrettanto. Nelle nicchie c'erano rozzi altari di pietra incavata ricoperti di ossa e ceneri fossili.

La camera aveva la volta a cono, formata da pietre poggiate le une sulle altre senza cementante; nel passaggio n. 1 e nel n. 2 erano stati trovati graffiti e incisioni su pietra. La camera del passaggio n. 3 si presentava né più né meno come quella del n. 1. Non c'era cioè traccia di "incongruenze" tipo i reperti scoperti dall'équipe Demeulenaere.

Nei primi momenti entrammo tutti contemporaneamente nella camera, Fionnula compresa. Stando attenti a non toccare niente, ci guardammo in giro, anche se eravamo in troppi. Non so se gli altri si sentissero come me, ma io ero fortemente eccitato. Eravamo entrati in una tomba vecchia di migliaia di anni. La lampada elettrica portata da Peadar traeva bagliori mistici dalle pareti e vi stagliava le mostruosità delle nostre ombre. "Saccheggiatori di tombe", mi venne in mente questa definizione. Ovviamente noi non eravamo vandali saccheggiatori, però al pensiero che quel luogo fosse rimasto inviolato per millenni, e che sarebbe stato accuratamente ripulito delle ossa e dei resti umani, mi sentivo fastidiosamente in colpa. Avremmo impedito ai defunti di raggiungere il paradiso che avevano immaginato oltre la morte.

- Bene. - II professore fu il primo a rompere il silenzio. - Sembra che qui non ci sia niente di strano. Possiamo cominciare a rilevare questi reperti.

La nostra avventura era quasi finita. Proprio allora iniziava il lavoro speculativo destinato a trarre un risultato tangibile. Ovviamente, mi dispiaceva che la parte più interessante degli scavi materiali fosse finita. Nei giorni seguenti, dopo aver svuotato la camera, ci dedicammo alla ricomposizione della porzione di muro esterno spettante alla nostra équipe. Come il corridoio n. 2, il nostro non possedeva un foro per effetti solari. Continuammo a scavare nel prato intorno alla costruzione finché giudicammo che le pietre allineate e ricomposte provvisoriamente sul terreno fossero tutte quelle originali. Fu solo verso il quindici di dicembre che il lavoro di ricomposizione finì.

Caiseal Aonghousa era ritornata simile al giorno in cui, cinque millenni prima, l'ultima pietra era stata incastrata nel suo perimetro. Nuova, vergine, bianca di pietre e verde d'erba, pronta ad accogliere i suoi costruttori per 1'U1timo Viaggio.

La sua forma, vista da lontano, ricorda un cappello di pelo schiacciato: la piatta collinetta artificiale fatta di pietre accatastate, nella quale i corridoi e le camere vere e proprie sono ricavate, sporge per pochi metri al di sopra dello smagliante anello di pietre alto poco più di due metri che la circonda. Quello era l'aspetto originario di Caiseal Aonghousa, ricomposto dopo migliaia d'anni, nuovo fiammante nel sole eccezionalmente radioso di dicembre. L'autunno volgeva alla fine, entro pochi giorni il sole avrebbe riconfermato il rito preciso e nostalgico del passaggio n. 1, probabilmente alla presenza di moltissimi turisti attratti dall'alone di celebrità che grava sui campi circostanti. Cosa avrebbero pensato i suoi costruttori nel vedere la loro tomba destinata a un uso così commerciale?

Erano accaduti parecchi avvenimenti negli ultimi giorni del nostro lavoro. II Ministero aveva, secondo alcuni inspiegabilmente, ritirato all'équipe Demeulenaere l'esclusiva degli scavi per il corridoio n. 2 e l'aveva affidata al professor O'Higgins. Ci trovammo così fra le mani la responsabilità dell'intero sito. Tutti noi assistenti vedemmo dietro questo avvenimento il risultato delle manovre del professore, ma fra di noi non sì ebbero discussioni, nemmeno il minimo accenno. O'Higgins sembrava in grado di iniziare il lavoro di demolizione delle tesi di Demeulenaere, anche considerato che tutti i reperti ritrovati nel sito si trovavano in un padiglione chiuso del Museo Nazionale, a Dublino, al quale fu proibito l'accesso ai membri dell'équipe anglo-americana.

Il professore era euforico. Ci concesse una vacanza di quindici giorni per le festività natalizie, promettendo risultati favorevoli per il nostro lavoro. Gli scavi erano conclusi; dopo le ferie avrebbe avuto inizio il lavoro intellettivo.

 

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Se giungete a Vercelli in primavera, attraverso l'ininterrotto specchio d'acqua delle risaie, noterete già da lontano i campanili e gli edifici più alti che si stagliano nettamente al di sopra della linea retta della pianura. Per un raggio di decine di chilometri tutto intorno, le campagne ricoperte di terra impermeabile sono allagate per proteggere la crescita delle piantine di riso dal freddo esterno. I1 riso è l'unica fonte di ricchezza dell'economia vercellese, e in passato aveva attirato grandi masse di lavoratrici a cottimo, le mondine, dalle regioni venete; la meccanizzazione dell'agricoltura disgregò questa fonte di lavoro e gettò nella disoccupazione buona parte della popolazione della città.

Io e Caitlin giungemmo a Vercelli in autunno inoltrato, pochi giorni prima dell'inizio dell'inverno, quando lo spettacolo fuori dal tempo del "mare a quadretti" era lontano ancora mesi nel futuro. Avevamo deciso di passare i quindici giorni di vacanze natalizie a casa mia, cosicché Caitlin potesse conoscere come vivevo. II mattino era freddissimo e il cielo sembrava sul punto di rovesciare metri di neve sulla città. Prendemmo un autobus che ci portò a casa dalla stazione seguendo la cinta dei viali.

- Sul percorso che stiamo facendo, - spiegai, - un tempo sorgevano le mura della città.

- Mmh, interessante, - rispose Caitlin con uno sguardo libidinoso (per me i 4/5 dei suoi sguardi erano libidinosi). Indossava un giaccone chiaro acquistato con lo stipendio anticipato di dicembre. Le avevo regalato un paio di bei guanti di lana che avevo preso anche per me; i nostri bagagli erano ben miseri: una grossa borsa di tela ciascuno.

Gli alberi dei viali erano completamente spogli e le foglie cadute sull'asfalto erano state spazzate via già da settimane. Nei pochi minuti passati sull'autobus guardai fuori dai finestrini per cercare di riconoscere qualche volto. Mi sentivo a casa.

Scendemmo alla fermata lungo il viale deserto, dove pochi ragazzi in motorino sfidavano il cattivo tempo imbacuccati fino alle orecchie. I miei ci stavano aspettando, impazienti di conoscere Caitlin; in casa c'era un piacevole calore e dopo i primi convenevoli ci ritirammo in camera da letto per riposare un paio d'ore.

Ci svegliammo che nevicava. Nei giorni seguenti presentai Caitlin ai parenti e trascorremmo alcune serate in famiglia, che entrambi sopportammo stoicamente. Di giorno camminavamo a piedi per le vie del centro, parlando di tutto ma specialmente di noi. Caitlin gradì molto le decorazioni natalizie della città: le figure sagomate in polistirolo sospese ai fili elettrici in Rialto, le vetrine addobbate lungo il Corso, gli alberi di Natale in piazza Cavour e di fronte al municipio, le decorazioni luminose su Viale Garibaldi. Le presentai alcuni amici e andammo insieme in birreria, ma mi sentivo già sradicato dalla città, come se con 1'Irlanda avessi lasciato qualcosa di troppo importante.

Caitlin era contenta di conoscere i miei amici, anche solo di stare con me e passeggiare per le strade di periferia intorno al campo d'aviazione, spesso spezzate da pozzanghere ghiacciate e battute da cani randagi. Il fascino esotico di Caitlin aveva colpito anche i miei amici, che mi chiedevano per scherzo di portarli in Irlanda.

Ci recammo ovviamente alla sede del GAI, il Gruppo Archeologico Vercellese, dove il mio interesse si era in origine formato.

- Fu il professor Rigazio, - le raccontai, - a instillare in me l'interesse per le civiltà del passato. E' morto tre anni fa in un incidente automobilistico, mentre ancora ricopriva la carica di presidente del Gruppo.

- Un grand'uomo, - rispose Caitlin, - se ha fatto in modo che ci conoscessimo.

- E' quello che dico anch'io.

Vercelli fu fondata da popolazioni celtiche secoli prima della nascita di Roma. I1 suo nome deriva da Verk Elle, entrambi suffissi comuni nella lingua celtica. Secondo altre fonti deriva da Wehr Celt, la Rocca dei Celti. A Caitlin questa leggenda piaceva perché simboleggiava un legame fra la mia terra e la sua. La mia fata sembrava a suo agio fra i ragazzi dal carattere piemontese, chiuso e diffidente con gli estranei. In quei giorni compresi che non sarei più riuscito a vivere distante da lei, e che se non c'era soluzione migliore ero disposto a trasferirmi in Irlanda.

A Caitlin piacque la moda italiana, ma nessuno dei due aveva soldi a sufficienza per soddisfare i suoi desideri. Mio padre era un operaio, diplomato autodidatta, in cassa integrazione in attesa del prepensionamento, mio fratello frequentava l'Università a Pavia e mia sorella studiava ancora.

Il giorno di Natale ci riunimmo tutti quanti a casa per il cenone. Sebbene fossi tornato a mangiare carne nel periodo immediatamente seguente la fine della relazione con Fionnula, mi ero pentito ed ero tornato sulle mie decisioni. Caitlin, come tutti gli assistenti del professor O'Higgins, era vegetariana; per rispetto, quella sera mia madre non cucinò carne e si adattarono tutti alle nostre esigenze.

Mio fratello parlava bene inglese e discutemmo con Caitlin di problemi universitari e delle differenze fra 1'Italia e 1'Irlanda, come sempre succede quando   i persone straniere le une alle altre si ritrovano. Fu una calda serata e ci divertimmo; Caitlin e io accettammo di recarci alla messa di mezzanotte per rispetto alla tradizione. Inoltre, conoscevo bene il parroco e lo stimavo poiché era stato il mio insegnante di religione al liceo, prima dell'abolizione del Concordato. Al ritorno, c'erano regali per tutti sotto l'albero.

- Meravigliosa! - Esclamò in italiano Caitlin tenendo fra le mani la sciarpa di lana a quadri regalatale dai miei.

Avevo regalato a mio fratello e mia sorella dei dischi e ne avevo ricevuto in cambio un cappello buono e un paio di guanti pesanti perché li usassi durante il rigido inverno atlantico.

Chiesi a Caitlin se ci tenesse a fare un giro notturno della città, quindi ci incamminammo fra le vecchie case, nelle stradine contorte del centro storico a pianta circolare.

- E' bello, di notte, - commentò la fata alludendo alle decorazioni pubbliche e alla gente che si scambiava saluti all'uscita dalle chiese. In molte abitazioni le cene erano ancora in corso.

— Millenovecentottantanove anni fa è nato un uomo chiamato Gesù Cristo, - dissi, - che per un mistero da me mai compreso era il figlio di Dio, e ora la gente perbene lo festeggia con cene ricche e abbondanti, sulla pelle di tacchini e maiali sgozzati. Agli animali da cortile le vicende del Creatore e della Sua prole devono apparire come un destino crudele e avverso, e meglio sarebbe stato per loro se il Salvatore non fosse mai sceso sulla Terra.

Caitlin rise: - Parli come un libro, - disse aggrappandosi al mio braccio. - Avresti dovuto fare lo scrittore.

- E' una vocazione; non ci si può alzare al mattino e dire facendo schioccare le dita "ecco cosa farò da grande, lo scrittore!". E su cosa potrei scrivere? Sulla borghesia cattolica e il rito cannibalistico della transustanziazione, l'orgia di sangue e carne umani della comunione? No, Caitlin, a questo la gente non vuol pensare. Il mestiere di filosofo è difficile.

Ci fermammo sotto l'arco di un portone per baciarci. La pelle del volto di Caitlin era gelata, ma gli occhi e le labbra erano caldi. Avrei potuto scommettere che i suoi piedi erano freddi negli stivali al ginocchio. Tornammo a casa verso l'una di notte, mentre pensieri tristi mi giravano per la mente. Avevo deciso, dunque. L'Irlanda e Caitlin erano il mio futuro; la camera universitaria, la famiglia e 1'Italia erano dopotutto di secondaria importanza. Ognuno deve decidere a un certo punto nella vita quale sarà il suo destino; siccome io non posso sopportare la passività, la sensazione che il fiume dell'esistenza ti trascini con sé, decisi di imparare a nuotare. Anche se stavo andando controcorrente, era meglio il nuoto che la deriva.

Probabilmente se avessi chiesto a Caitlin di venire a vivere in Italia, avrebbe accettato. Ma tanto valeva tentare in Irlanda. Andavo allo sbaraglio, è vero, ma c'era lei con me e questo mi bastava. Non mi interessavano la carriera, la fama, la ricchezza; rifiutavo violentemente simili ambizioni per rivolgermi a quelli che consideravo i sentimenti veri: la felicità, l'amore, il senso di giustizia. Ero un idealista, ma non me ne sono mai pentito. Anzi, ricordo con malinconia quei semplici giorni in cui vivevo per Caitlin e lei viveva per me.

Per la notte di San Silvestro fummo invitati nell'antica cascina di un mio amico, in Monferrato. Nessuno ci viveva più, e le uniche volte che le sue camere intonacate risuonavano di voci e risa era durante i fine-settimana o le vacanze estive.

Eravamo quattro coppie ognuna acquartierata in una stanza. Non c'era riscaldamento, perciò la sera dovemmo accendere il caminetto, nella sala da pranzo al piano terreno. La cena fu veramente ottima e restammo svegli a parlare fino alle prime luci dell'alba, cercando di conoscerci meglio gli uni con gli altri. Dopo essere andati a dormire, ci svegliammo a metà pomeriggio che il cielo era sereno e il sole splendeva sulla campagna. Come se non avessimo interrotto la discussione, riprendemmo a parlare.

Parlammo dell'archeologia e dell'Irlanda. Dell'Italia e dei viaggi all'estero, della situazione dell'Irlanda del Nord. Parlammo del lavoro dell'équipe O'Higgins, di Demeulenaere e della Storia. E a questo punto fu semplice passare ad argomenti più filosofici: la giustizia, la politica, la religione. Credemmo che parlare di marxismo o di Dio servisse a comprenderne il significato. Eravamo giovani e temerari e se fosse stato per noi il mondo poteva cambiare, cambiare in meglio. Parlammo di violenza e di non violenza, di disarmo e socialismo, di ingiustizie e razzismo. E verso sera, ancora nel profondo delle discussioni, mentre eravamo tutti eccitati e fiduciosi che ogni cosa, le nostre vite comprese, fosse di fronte a una svolta, un rumore sommesso filtrò dall'esterno. Continuammo a parlare senza curarcene, osservando con la coda degli occhi il sole sulla campagna. Ma dovemmo fermarci ad ascoltare. Era pioggia.

Uscimmo al riparo del pergolato all'entrata. Pioveva; per uno scherzo della natura, il sole toccava ancora i campi e gli alberi, ma la pioggia cadeva. Cadeva sul grano, sulla cascina, sul pergolato, sui nostri discorsi interrotti. Con le lacrime agli occhi, senza che nessuno dicesse niente, ognuno comprese il significato del messaggio. La natura non si curava del sole o delle nostre speranze. Non avrebbe prestato ascolto ai nostri progetti, avrebbe continuato a lasciar piovere fino alla fine del tempo sulle messi e su di noi, imparziale e inevitabile.

 

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Due giorni prima della data prefissata per il ritorno, mi giunse una lettera di convocazione della Prefettura di Vercelli. "Rinnovo del permesso di residenza all'estero", diceva l'oggetto, e a me parve strano poiché non era affatto scaduto. Il due di gennaio mi recai comunque in Prefettura, presentandomi al comando di polizia.

Dopo aver mostrato la lettera, fui introdotto nell'ufficio di un commissario che mi salutò con diffidenza. Controllò i miei documenti in silenzio, senza degnarmi di un'occhiata di troppo, quindi mi fece strada in un altro ufficio vuoto, dicendomi di aspettare. Dopo pochi minuti introdusse un altro uomo in borghese che mi presentò come Ispettore James Walton della Polizia Europea.

- Piacere, signor Oppezzo, - disse l'uomo in italiano, con un leggero accento inglese, suingendomi la mano. Mi risultò subito più simpatico dell'altro commissario.

- Vogliamo accomodarci? - Mi domandò. Restammo soli nella stanza.

- Voglio subito avvertirla, per correttezza, - continuò, - che la lettera era un pretesto. In realtà, io ho bisogno di interrogarla in merito a un'indagine di competenza del mio dipartimento.

- Quale dipartimento? - Domandai impulsivamente, quindi mi morsi le labbra.

L'uomo mi guardò da sopra le lenti dagli occhiali come per valutarmi. - Polizia criminale, - disse quindi, - dipartimento politico.

La storia non mi piaceva. Mi sudavano le mani.

- Prima di darle spiegazioni, - continuò con cortesia, - mi permetta di farle alcune domande.

Estrasse da una cartellina di cartone che aveva davanti, sulla scrivania, una foto a colori di grosso formato.

- Conosce questa persona? - Mi domandò.

- Padraic McSweeney, - risposi.

- Esatto. Patrick Mac Sweeney, trenta anni, di Tralee, ora residente a Dublino.

Estrasse un'altra foto.

- Sean O'Kane, venticinque anni, studente di archeologia presso il Trinity College di Dublino.

Sean O'Kane è l'inglese per Seaghan òCathàn. Dalla cartellina continuarono a uscire foto, come conigli incriminati da un cappello a cilindro-galera.

- Fionnula O'Flaherty, ventidue anni, di Enniskillen. Peter O'Connor, ventiquattro anni, residente a Dublino. Colm O'Higgins, anni cinquantaquattro, docente di archeologia sociale.

Per ultima, con un piacere quasi sadico, tirò fuori la foto di Caitlin. L'avrei strozzato con la sua stessa cravatta.

- Kathleen Collins, anni ventitré, nata e residente a Dublino. Conosce e riconosce tutta questa gente, signor Oppezzo?

- Li conosco.

L'ispettore Walton si appoggiò alla spalliera della sedia spingendo con le palme delle mani contro il bordo della scrivania. Mi stava studiando, e io studiai lui. Giacca di spigato chiaro, elegante, volto ben rasato, baffetti alla Orwell, capelli brizzolati. Probabilmente la sua camicia profumava di detersivo.

- Voglio mostrarle una cosa, prima di continuare, signor Oppezzo. - Poi, rivolto a un interfono, disse: - Siamo pronti? Allora andiamo.

Acceso lo schermo di un doppio visore posto sulla scrivania; mentre io seguivo da una parte, lui vedeva le stesse immagini dall'altra. - Segua attentamente.

Era la ripresa senza sonoro di una via cittadina, effettuata probabilmente dal primo piano di una casa. Regno Unito, giudicai dalle targhe delle automobili; una folla non troppo fitta percorreva un marciapiede, alcuni entravano in una grossa porta a vetri che sembrava lo scopo principale dell'attività della telecamera. La gente portava cappotti e pellicce, la giornata era chiara ma senza sole.

Senza alcun preavviso, quasi in primo piano, un individuo armato di mitra esplose una raffica di colpi contro un'auto parcheggiata. Distinsi chiaramente i lampi dell'arma e gli sbuffi di fumo. Per un attimo l'uomo scomparve, quindi riapparve da un altro lato dell'automobile per una seconda raffica. La folla si disperdeva intimidita, gesticolando; l'uomo uscì velocemente dalla visuale della telecamera, camminando con un'andatura che trovai vagamente familiare. L'ispettore spense il video.

- Non le dice niente? E' l'assassinio di Alfons Demeulenaere, a Londra; ora le farò rivedere l'immagine ingrandita dell'assassino, ottenuta dagli esperti del dipartimento e passata al rallentatore.

Ero teso, nervoso. Cosa significava? Lo schermo si riaccese. Inquadrava l'uomo mentre entrava nel campo di visuale, molto più ingrandito e rallentato della volta precedente. L'immagine era di ottima qualità. Non potevo avere dubbi.

L'uomo con il mitragliatore sotto il cappotto era Seàghan. Con spaventosa lentezza si avvicinò all'auto parcheggiata, senza emozioni sul viso; estrasse con una flemma accentuata dalla moviola l'arma. La ripresa fece un breve zoom all'indietro, inquadrando anche la parte posteriore dell'automobile. Rividi rabbrividendo la scarica dell'arma, distinsi persino i frammenti di vetro del lunotto posteriore, l'espressione di Seàghan a occhi socchiusi. Non fece fatica ad aprirsi un varco nella folla che cominciava a chiedersi cosa stesse accadendo.

Si avvicinò al lato dell'auto rivolto alla telecamera e l'immagine elaborata zummò in avanti, incorniciando e fermandosi per pochi secondi su Seaghàn con l'arma tesa e i primi proiettili che esplodevano di nuovo. Attraverso il finestrino, una frazione di secondo prima che si disintegrasse, si intravide un busto umano sul sedile. Dopo quei pochi secondi di immobilità, il rallentatore riprese la marcia e Seàghan esplose tutto il caricatore contro la testa di Demeulenaere. Si allontanò dalla visuale, seguito dall'immagine fin dov'era possibile. Non impugnava più l'arma.

La ripresa era finita. Walton mi allungò un bicchiere di acqua minerale.

-  Lei è pallido, - disse. Bevvi l'acqua.

-  Ha riconosciuto l'uomo?

Annuii.

- Nessuno sa dell'esistenza di questa ripresa, nessuno. E' stata filmata per pura coincidenza dal circuito di sicurezza interno di una banca, la cui entrata è esattamente sul luogo dell'omicidio. Ci aspettiamo che lei mantenga il segreto.

Non sapevo più cosa pensare.

Seàghan. Mi venne in mente il suo misterioso agire, quel giorno durante gli scavi.

- Ho bisogno di sapere, signor Oppezzo, se ha mai ascoltato o notato indizi, anche i più piccoli, che possano far pensare all'appartenenza di alcuni suoi colleghi a gruppi terroristici irlandesi.

Rovesciai la testa all'indietro, con il sangue che pulsava nelle tempie. Dunque era quello il punto! L'IRA Provisional o IMLA! E Caitlin? Era in qualche modo coinvolta?

- Ci pensi, signor Oppezzo.

Ci pensai. Se gli avessi detto di Seàghan, cosa sarebbe accaduto? Probabilmente non avrebbero potuto sospendere il lavoro del professore; cercai di guardare all'interno di me stesso. Credevo realmente in ciò che mi diceva quell'ispettore di polizia? Seàghan era rimasto a casa, spacciandosi per malato, proprio nei giorni in cui era avvenuto l'omicidio; l'avevo inoltre riconosciuto chiaramente nel filmato. Non c'erano dubbi su di lui, ma gli altri? Caitlin una terrorista? Cercai di ricordare alcuni particolari. Era stato Peadar, il giorno in cui Demeulenaere era morto, a dirmi che Seàghan stava migliorando e che sarebbe ritornato presto al lavoro. Probabilmente lui era l'unico ad averlo visto (o a pretendere d'averlo visto, poiché il malato era in realtà a Londra). Sempre Peadar aveva acquistato il giornale da cui avevamo appreso dell'accaduto; che cercasse solo una conferma della riuscita dell'attentato?

La polizia sospettava anche del professore. Certo, c'erano le sue simpatie nazionaliste, I'IRA che prendeva posizione in suo favore, l'interesse nel mettere a tacere Demeulenaere. Non potevo pretendere di capire in pieno i sentimenti degli irlandesi. I miei colleghi erano marginalmente interessati di politica, ma da ciò ad arrivare a all'organizzazione terrorisitica il passo è lungo. Potevano, è vero, recitare la farsa per me.

- No, non ho notato niente, - dissi. Non parlai nemmeno di Seàghan. L'ispettore accese un registratore e iniziò con domande su ognuno degli indiziati; i miei rapporti con loro, i rapporti dell'uno con l'altro, i loro argomenti di conversazione, l'interesse dimostrato verso il lavoro: tutto incuriosiva Walton. Mi irritò parecchie volte nell'ora che seguì con le sue domande spesso private circa la mia relazione con ciascun sospettato.

— Siamo sulle tracce di questo gruppo da parecchi mesi, - disse infine l'ispettore. - Lei si renderà conto dell'importanza di assicurare alla giustizia un assassino, vero? Non è con la violenza che si giustifica una causa.

Fui sul punto di chiedergli quanto pretendesse di sapere delle idee e della psicologia degli irlandesi, lui, rappresentante di un popolo che per sette secoli dell'Irlanda non aveva mai compreso nulla.

Arrivò infine al punto centrale, cui girava intorno da parecchio. Voleva che io collaborassi attivamente con i suoi colleghi del dipartimento politico, a Dublino. Ero l'unico (per il momento) non sospettato, e poiché gli altri si fidavano di me potevo abbastanza facilmente diventare una quinta colonna. Concluse dicendo che sarei stato ricompensato con una raccomandazione per un sicuro posto di lavoro come assistente universitario.

Lo assicurai che la mia coscienza m'imponeva di collaborare con la giustizia, ma che comunque non credevo che i miei colleghi facessero parte di alcuna organizzazione terroristica (a parte Seàghan, è ovvio). Non me ia sentivo di fare da spia, ma se fosse stato necessario avrei senz'altro aiutato i suoi colleghi.

Era più o meno quello che si aspettava da me; mi salutò con la stessa cordialità ma con uno sguardo d'intesa collaborazionistica che non mi piacque. Sulla strada verso casa il mio cuore aveva già deciso che Caitlin non c'entrava nulla con Seàghan.

 

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Senza alcuna ragione, mi svegliai. Il treno continuava alla stessa, monotona velocità, dondolando più o meno bruscamente le nostre cuccette. Girai la testa; Caitlin dormiva alla mia stessa altezza al lato opposto dello scompartimento. Guardai l'ora. Mancavano quarantacinque minuti per l'arrivo a Holyhead, dove avremmo preso il traghetto per Dùn Laoghaire.

Non potevo allontanare il corso dei miei pensieri dal rapporto fra Caitlin e l'attività di Seàghan. Stavo cercando giustificazioni nel caso fossero veri i sospetti di quell'ispettore, James Walton. Ma quale giustificazione poteva esistere? Può darsi che Caitlin facesse parte dell'lRA (Official) o che ne fosse una forte simpatizzante: nella Repubblica la maggioranza della gente è di questa opinione. Può darsi che fosse a conoscenza di ciò che Seàghan aveva fatto, ma più probabilmente Peadar era l'unico a sapere del reale ruolo del nostro collega.

Su un altro aspetto della faccenda ero completamente privo di sospetti od opinioni di sorta: il coinvolgimento del professor O'Higgins. Potevo vedere ben poco oltre la sua insondabile barriera di facciata, lo scoglio della sua personalità che supponevo forte e magnetica. Che egli avesse importanti aderenze politiche era indubbio, ma a che punto le sue relazioni implicavano rapporti con I'IRA?

L'amore per 1'Irlanda è il movente primo di ogni patriota ed ero certissimo che tutti i miei amici lo provassero. Potevo solo supporre che dietro le apparenze pacifiche della loro allegria di facciata si nascondesse qualcosa di più incomprensibile (almeno per me), come mi era accaduto di scoprire riguardo Seàghan.

Io non me la sentivo di giudicare nessuno, ma il mio senso morale poteva anche condannare senza la partecipazione della volontà.

Qualsiasi cosa avessi potuto scoprire, il mio sentimento di fondo per Caitlin non sarebbe cambiato. Quando ci si ama l'un l'altro, si arriva a scoprire quasi completamente i reciproci caratteri, cosicché si possono ammettere o escludere decisamente varie ipotesi sul compagno. Io sapevo che Caitlin non poteva essere complice di un assassinio a sangue freddo.

Stirai le membra e mi alzai per svegliarla. Sbadigliò un bacio, la testa arruffata e i capelli scompigliati. Ci vestimmo e rifacemmo i bagagli per scendere al capolinea.

Quando, dopo la nave e l'autobus, arrivammo a Dublino, trovammo ad accoglierci un'aria diversa da quella serena della nostra partenza. Un camion carico di civili armati ci passò accanto, diretto verso le zone settentrionali della città. Ci guardammo negli occhi, senza parlare; era fin troppo evidente che I'IRA si mobilitava oramai pubblicamente.

C'era meno gente del solito in giro, soprattutto meno sorrisi e più rughe sui volti. Tutti sentivano minaccia di guerra. Comperammo un giornale. Il governo di Londra stava considerando l'ipotesi d'interrompere il ritiro delle truppe britanniche, ma la loro entità era ridotta a poco più di un centinaio di soldati che sarebbero stati inutili al momento cruciale. Era anche stata considerata la possibilità di un ritorno dell'esercito, ma sia 1'Ulster che la Repubblica avevano rifiutato questa marcia indietro. Londra sembrava impotente a impedire una soluzione violenta del problema della separazione.

Prendemmo contatto con Padraic da un telefono pubblico. II professore ci attendeva tutti per il mattino seguente al College. Nel mio appartamento, ci gettammo esausti sul letto; dormimmo qualche ora abbracciati, quindi ci svestimmo ancora intontiti dal sonno per fare l'amore al freddo della stanza e infilarci poi sotto le coperte per cercare un po' di calore. Restammo a parlare dal primo pomeriggio fino a notte inoltrata, finché dimenticai completamente il problema rappresentato da Seàghan.

I1 professore nel frattempo aveva lavorato sodo e ci aveva preparato una sorpresa: esaminati i reperti Demeulenaere affidatigli dal Ministero, vi aveva trovato un'ulteriore conferma alle sue teorie.

Come ci mise al corrente durante la riunione di ripresa del lavoro. la Pergamena di Newgrange era un "falso in buona fede". II suo autore aveva semplicemente interpretato male i racconti e le tradizioni orali delle tribù. Aveva creduto che le città il cui ricordo era ancora vivo (ma in parte alterato dalle leggende) avessero un tempo (ben prima della nascita dell'autore) stretti rapporti fra loro. In realtà in comune possedevano solo l'origine etnica degli abitanti.

Per quanto riguarda la funzione di Newgrange durante i secoli, secondo il professore non era stato il "centro" dell'impero celtico, ma semplicemente il ritrovo privato di una famiglia di dotti e filosofi. I passaggi n. 1 e n. 3 erano già impraticabili a quel tempo, il n. 2 era tenuto nascosto e tramandato di padre in figlio insieme alle conoscenze degli antenati. Era quella la ragione dei reperti anacronistici (utensili in ferro, calamai in vetro con inchiostro fossilizzato, iscrizioni in quello che sembrava essere un alfabeto evoluto) ritrovati in piccole quantità da Demeulenaere.

Non posso tacere della mia delusione alle parole del professore. E' vero che io lavoravo per lui e che avrei dovuto essere contento della provata veridicità delle sue teorie, però... come non provare delusione di fronte all'amara conclusione dell'avventura dell'archeologia?! Seppure azzardata, ed ora palesemente errata, l'ipotesi di Demeulenaere, la Storia non esiste, era decisamente più affascinante di quella di O'Hjggins. E il professore stava per porci sopra una pietra con la parola "fine". Potevo già sentire le urla di giustificazione dei sostenitori di Demeulenaere: "Noi non gli abbiamo mai veramente creduto!"

La difficoltà del compito di O'Higgins stava nel convincere le numerose équipes archeologiche al lavoro in tutta 1'Europa occidentale che non dovevano aspettarsi di trovare altri indizi dell'Impero celtico. La leggenda di Atlantide era ancora insoluta, la Pergamena aveva portato tutti fuori strada. Ma poi, pensandoci bene, come avrebbero potuto i sostenitori di Demeulenaere accettare queste teorie che vanificavano i loro sforzi, la loro notorietà, la fama legata alle scoperte in corso, l'attenzione stessa del mondo per l'archeologia?

E se fosse stato invece proprio O'Higgins a sbagliarsi, malgrado tutta la sua vantata sicurezza? A stargli vicino, a sentirlo parlare, sembrava naturalmente indistruttibile. Tuttavia, riflettendo un attimo, non potevo evitare che mi balenasse l'idea che la sua non fosse convinzione ma fanatica cocciutaggine dovuta alla sua (da me solo supposta) anglofobia.

Non avrei voluto essere nei panni del professore: ero comunque innegabilmente coinvolto nelle sue azioni: se lui fosse caduto sarei stato trascinato giù con lui.

I1 professore. Era stato lui a chiedere l'esecuzione del suo avversario d'oltremare? Aveva approfittato della sua influenza (solo supposta) sul Sinn Féin per eliminare il suo principale nemico?

Se aveva ragione, tutte le speculazioni dei sostenitori della Pergamena sarebbero crollate. Non era più necessario sapere se erano stati i latini a cancellare la memoria di un impero più vecchio del loro, oppure se erano stati i monaci medioevali per nascondere l'evidenza di una potente forza d'aggregazione pagana ancor prima dell'anno zero.

Tutto ciò non aveva più senso perché il cambiamento non era mai avvenuto. I sapienti si erano sbagliati, gran parte degli esperti si era dimostrata incompetente.

La parte finale del nostro lavoro era dunque la più difficile poiché, come il professore ci spiegò, non era ammissibile commettere errori.

Alla riunione c'eravamo tutti, Seàghan compreso. Molti avevano passato le feste con i genitori, ma Caitlin, che era stata in Italia con me, decise di trascorrere con i suoi tutta la giornata sino al mattino seguente. Se ne andò a casa appena finì la riunione, mentre tutti noialtri andammo a prendere un caffè (d'orzo, a me il caffè non piace). Una volta tanto Fionnula venne con noi invece di rimanere a lavorare sul suo elaboratore. Ci raccontammo tutti delle vacanze, finché spendemmo gli ultimi soldi in pizza farcita, caffè e "scones" con burro e marmellata. Padraic se ne andò dopo poco, quindi Peadar e Seàghan dissero che avevano un appuntamento con due ragazze e mi chiesero se potevo accompagnare io Fionnula che era senza auto e abitava lontano dal centro.

Restammo dunque soli a girare fra le dita i tovagliolini di carta; fuori dalle finestre del primo piano potevamo vedere gli edifici del Trinity College illuminati dal sole invernale.

- Beh, vuoi andare a casa? - Le domandai. - Hai fretta?

- No. Come stai?

- E' la prima volta che possiamo parlare da soli, da quando...

Alzai gli occhi. - A me sembra che fossi tu a evitare di parlare.

Sorrise. - Hai colpito nel segno. Hai ragione; ma restiamo buoni amici, vuoi? Ammetto di aver sbagliato tutto cercando di starti lontana, ma... non volevo che ci ricadessimo tutti e due.

- Non per offenderti, ma io non ci ricadrò.

II suo volto era bello quando rispose: - Sì, lo so; si vede che tu stai bene con Caitlin. Siete fatti l'uno per l'altra. - Osservò le foglioline sul fondo della sua tazza da thè. - Si dice che sia possibile leggere il futuro nei residui di thè. Tu cosa leggi nei miei?

- Miele raggrumato. Non pensi che la vita sarebbe ben triste se fosse possibile determinare precisamente I'avvenire dalle foglioline di thè?

- Sei ancora meno romantico del solito, se è possibile. Oggi, quando Caitlin è andata a casa, ho provato l'impulso di parlare con te.

- Parlare di cosa?

- Di niente. Di tutto. Parlare da amici. In fondo, io non posso odiarti e tu non puoi odiarmi, vero?

La mia espressione di ghiaccio si ruppe e le sorrisi affabilmente. - Hai ragione, - ammisi anche a me stesso. - Non è giusto conservare rancore dopo tutto ciò che è stato fra noi.

Fionnula si guardò intorno. - Andiamo da qualche parte, qui sta arrivando gente. Vuoi?

Guardai l'orologio. - Dove andiamo? Io non ho più un penny in tasca.

- Casa tua è qui vicino. Andiamoci.

 Tornai a guardarla negli occhi; non riuscii a leggere dietro la sua espressione, ma mi parve sincera Dopotutto anch'io volevo restarle amico.

Andammo dunque a casa mia, che piacque a Fionnula e chiese se era più frutto del gusto di Caitlin o del mio.

Le offrii l'ultima Vodka rimasta con fette di limone fresco e mi sedetti sul divano accanto a lei, proprio come due amici ritrovati dopo tanto tempo.

- Dunque, come sta il signor calcolatore? - Domandai facendo tintinnare il ghiaccio nel bicchiere.

- Bene. Mi piace: è versatile, utile, non è arido.

- Ci risparmia molto lavoro. Sei tu che lo fai rigare dritto.

- Questo è quanto dice il professore.

Sarà stato effetto della Vodka o della simpatia reciproca, dopo dieci minuti sembravamo tutti e due dispiaciuti di tutto l'astio, o quanto meno dell'ignorarsi reciproco che c'era stato fra noi negli ultimi due mesi.

Non pensavo più alla storia di Seàghan né tantomeno ai rapporti di Fionnula (anche lei dopotutto poteva essere coinvolta) con essa. Con un filo di colpevolezza nei confronti di Caitlin, mi accorsi di tenere Fionnula fra le braccia; ricordavo bene cosa si provava a stringere il suo corpo snello, il profumo dei suoi capelli biondi, lunghi fin oltre le spalle. Portava una camicetta di lana a quadretti sbottonata fino ai seni, che erano più tondi e pieni di quelli di Caitlin. In lei non c'era la magica atmosfera celtica che emanava la mia amante dai capelli rossi, bensì una dolce impressione di sesso, di attrazione fisica da batticuore.

E il cuore mi batteva, effettivamente. Era giusto nei confronti di Caitlin? Non ci eravamo mai giurati eterna fedeltà sotto la luna, né ci eravamo sposati spiritualmente al lume di una candela. Se a Caitlin piaceva realmente qualcuno, sarebbe andata con lui, possibilmente senza farmelo sapere. Fionnula sembrava sincera, non mi avrebbe ricattato (un ricatto sentimentale non avrebbe avuto effetto su Caitlin). Dopotutto, quello che stavamo per fare non significava riprendere la relazione.

Oltretutto, il ginocchio che Fionnula aveva sollevato sul cuscino del divano attirava visibilmente il mio sguardo. Mi sedetti più vicino a lei, che smise di parlare. Mi tolsi gli occhiali e li rigirai fra le mani. Fionnula mise una mano sulla mia; io sollevai lo sguardo e le appoggiai l'altra mano sul seno, sopra la camicia. Guardandoci negli occhi, avvicinammo le labbra e ci baciammo, mentre dai miei lombi arrivavano ondate di piacere e di eccitazione. Ci abbracciammo, le accarezzai i capelli e le sbottonai la camicetta. Come in uno sceneggiato rosa, sotto non portava nulla, neppure il reggiseno. Le scoprii le spalle e il ventre, portando la bocca al suo seno morbido mentre ci abbassavamo sul divano. I1 mio organo sessuale era al massimo dell'erezione quando finimmo di spogliarci; lei capì che non volevo portarla sul letto che dividevo con Caitlin e si adattò di buon grado alla tiepida moquette consumata sul pavimento in legno del soggiorno. Le nostre mani erano fredde ma ansiose di contatto, il suo collo liscio e nervoso sotto l'onda dei capelli sembrava invitare le mie labbra.

Andai a prendere dal letto una coperta di lana che ci gettammo addosso per non congelare. Dopo l'impeto quasi furioso che ci trascino, tornammo a sederci sul divano con un leggero senso di colpa. Non riuscimmo a resistere e dovemmo rivestirci.

- Mi credi se ti dico che non ho niente contro Caitlin? - Mi chiese, riabbottonandosi la camicetta. Era riuscita a riavermi, fosse anche solo per una sera.

- Ti credo. Ti conosco, anche se tu pensi di no.

- Sei un ragazzo strano, Franco. Credevo di conoscerti abbastanza da sapere che avresti sofferto se ti avessi lasciato.

- Nessuno è insostituibile. Cosa puoi saperne della capacità di sofferenza degli altri?

- Non pensare male di me. Era uno scrupolo. Non avevamo più niente da darci, ma so che tu non avresti voluto lasciarmi. In fondo avevo ragione io, vero? Stai meglio con Caitlin.

- Sei cambiata. Un tempo non avresti mai detto che insieme a un'altra sarei stato più felice.

- Sono più sincera cosi, non trovi?

La baciai.

- Ti riaccompagno a casa.

Invece restammo ancora per un paio d'ore a parlare, prima di recarci in autobus a casa sua.

 

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Non ricordo molto della settimana di lavoro che seguì, l'ultima per me. Analizzavamo i reperti, nostri e dell'équipe Demeulenaere, sintetizzando il lavoro in modo da poterlo esporre chiaramente in visione a O'Higgins. Fionnula ci aiutava all'elaboratore, indispensabile per tutta 1'équipe. I nostri rapporti erano migliorati, nel senso che non cercavamo più di evitarci. Tuttavia non ci comportavamo l'uno con l'altro come ci saremmo comportati con uno qualsiasi degli amici. Caitlin non sapeva né sospettava niente, ma mi sentivo colpevole e cercavo di starle molto vicino.

L'ultimo periodo della mia permanenza con gli assistenti del professore ebbe inizio durante quel fine settimana. Tutta la banda era stata invitata a Droichead Atha, in una casa di proprietà dei genitori delle sorelle McEoin. Ci trasferimmo con due macchine il venerdì sera, compreso il professore. Dovevamo festeggiare l'imminente inizio della campagna di conferenze e comunicati stampa, e O'Higgins aveva bisogno di incoraggiamento.

 Eravamo tutti ospitati anche per le notti di venerdì e sabato dato che la casa era spaziosa e alle sorelle piaceva avere compagnia. Come al solito ci sbizzarrimmo in pranzi e danze sino a notte fonda. Durante la notte di venerdì capitò lo strano episodio che mi avrebbe condotto a scoprire la verità su Seàghan e quanti erano legati a lui.

Io e Caitlin stavamo dormendo saporitamente dopo la baldoria, quando mi svegliai con un gran bisogno di andare ai servizi. La birra ha questo effetto sulla mia vescica. Mi alzai senza svegliare Caitlin e uscii a piedi nudi nel corridoio.

La casa era una di quelle costruzioni vecchie e grosse, con i pavimenti in muratura ricoperti di legno consumato e talvolta moquette. La nostra stanza da letto si trovava al primo piano e dava su di un corridoio in comune. Non riuscendo a trovare l'interruttore della luce, avanzai a tentoni fino alla porta del bagno. Mentre tornavo indietro, giunto all'altezza della scala che portava al piano terra, si accese la luce all'improvviso di sotto. Sentii diverse voci concitate, quelle di Seàghan e Peadar che parlavano veloce in gaelico con qualcuno che non conoscevo. Udii quindi sbattere la porta d'ingresso e le voci si abbassarono; con qualche sforzo scendevano le scale di legno che portavano alle cantine. Mi parve anche che tirassero calci alle pareti scendendo, quindi i rumori si attutirono finché non udii più niente.

Caitlin non si era svegliata. Mi infilai accanto a lei sotto le coperte ripensando a quanto avevo udito. Erano le tre di notte, quindi non mi pareva un comportamento normale. Senza accorgermene, mi addormentai dalla stanchezza.

Il mattino seguente tenni d'occhio sia Seàghan che Peadar. Ormai ero quasi certo che ci fosse qualcosa di losco nei loro traffici notturni. Scesero molto tardi a fare colazione e sbadigliarono a lungo; evidentemente quella notte avevano dormito poco. Nel palmo della mano sinistra di Peadar notai un lungo graffio semicircolare, una cicatrice fresca che lui cercava di nascondere e che se non fossi stato attento non avrei mai scorto.

Ci recammo per un nostalgico pellegrinaggio a Caiseal Aonghousa, dove l'affluenza dei turisti sembrava alta per la stagione. Anche durante il pomeriggio rimasi lontano da casa e mi fu impossibile mettere in atto un piano per controllare le cantine.

La sera, invece, si presentò l'occasione. Dopo cena ci accorgemmo di aver finito i liquori, e Deirdre mi chiese se mi spiaceva andare a comperare due bottiglie di gin in un pub. Mi accorsi che avevano bisogno di parlare senza la mia presenza e accettai, fingendo di non sospettare nulla. Uscii dalla porta del soggiorno, aprii il portone di casa e lo richiusi, come se fossi uscito in strada. Non potevano controllare dalle finestre. Mi avviai verso la porta delle cantine quando qualcuno uscì dal soggiorno. Nascondendomi dietro la porta della cucina, vidi che si trattava di Seàghan. Scese le scale delle cantine accendendo la luce e accostò la porta alle sue spalle.

Dopo aver atteso mezzo minuto, m'infilai dietro di lui. Anche 1ì gli scalini erano di legno; in fondo alla scalinata c'era un locale umido pieno di rottami e casse di birra in lattine. Nessuna traccia delle armi che mi aspettavo di trovare. Ma dov'era Seàghan? Mi guardai intorno nella scarsa luminosità, senza scorgere altra uscita. Spensi la luce e intravidi una lama di chiarore intorno a quello che m'era parso solo un pannello di truciolato inchiodato al muro. Era in realtà una porta, evidentemente mascherata.

Cosa c'era oltre? La socchiusi lentamente, con l'occhio nell'apertura. Nessun segno di vita. La oltrepassai per trovarmi in una stanza più grossa della cantina, con le pareti scrostate e piene di ragnatele. Un locale come quello non era tanto logico, tanto più che era completamente spoglio. Ancora nessuna traccia di Seàghan. Tastai le pareti con le mani finché non mi parve di udire un rumore. C'era una vecchia, impolverata porta che aprii. Il corridoio che seguiva era illuminato e girava intorno alla stanza seguendone il perimetro. Oltre l'angolo, c'era una scala in piena che portava ancora più in basso.

La faccenda si faceva sempre più strana. Ovviamente quei sotterranei non erano normali. Scesi le scale sfiorando il muro con una mano e attento a non fare rumore. In un'altra stanza, grande come la cantina e l'altra camera annessa al piano di sopra, c'era Seàghan. Era seduto su di una sedia e mi dava le spalle, osservando molto concentrato un grosso libro appoggiato su un tavolo. L'ampia stanza era piena di scaffali contenenti animali impagliati, libri, vasi di vetro scuro, oggetti impolverati, congegni metallici, pile di fogli di carta e chissà quanta altra roba che non distinsi. Ancora, c'era una porta, molto vicina a quella da cui potevo entrare, che dava accesso a una scala illuminata, in discesa. Camminando in punta di piedi, la imboccai mentre Seàghan non si voltò. Discesi gli scalini e mi trovai in un classico sotterraneo. C'era una navata centrale con parecchie nicchie cui si accedeva mediante grandi porte ad arco. Le nicchie erano buie e piene di casse accatastate che parevano confermare la mia ipotesi sulle casse di armi dell'IRA; non mi fermai però ad aprirle perché un suono umano, quasi un lamento, attirò la mia attenzione. Proveniva da una delle nicchie in fondo alla navata.

Tenendomi a ridosso del muro e muovendomi in silenzio, mi accostai. La nicchia era un piccolo locale di due metri per tre, appena illuminata dalla luce della navata; il pavimento era ricoperto di vecchi stracci impolverati, ma le pareti grondavano umidità

Una vampata d'orrore mi travolse. Inchiavardata al soffitto con un grosso anello di ferro c'era una pesante catena che penzolava fino a terra. Distesa a faccia in giù sugli stracci, nuda e tremante di freddo, c'era una donna con i polsi dietro la schiena, assicurati alla catena del soffitto. Teneva gli occhi chiusi.

- Chi sei? - Domandai in inglese senza pensare che Seàghan al piano di sopra avrebbe potuto udirmi. La donna aprì gli occhi e li mise a fuoco su di me. Mi apostrofò in un gaelico pesante che non compresi.

Mi avvicinai mentre sollevava la testa. Intravidi due occhi stanchi e iniettati di sangue, una faccia pallida (forse per effetto della luce artificiale) solcata dai capelli spettinati.

- Chi sei? - Domandò nella stessa lingua, - Non sei giovane. Sul momento non compresi cosa volesse dire. Pensai che non riuscisse distinguermi in controluce. La schiena era ricoperta di lividi, e quando si ritrasse al mio avvicinarsi, rotolando su se stessa quanto la catena glielo permetteva, vidi le cicatrici e le bruciature sul ventre, sulle spalle e persino sul seno.

-  Cosa ti è successo? - Domandai nella stessa 1ingua in cui mi si era rivolta. - Chi sei, chi ti tiene prigioniera?

Malgrado la posizione svantaggiata, la donna mi studiò con lo sguardo appoggiandosi sul gomito e alzando la testa. Invece di rispondere, mi fece altre domande.

- Come sei giunto qui? Tu non sei giovane.

Ancora quell'affermazione senza senso. La donna era stata torturata, forse era in parte uscita di senno. Era lei che avevano trasportato giù dalle scale Peadar e Seàghan durante la notte. Mi inginocchiai accanto a lei e le misi una mano sulla spalla per rassicurarla. Era fredda.

- Coraggio, - le dissi, - ora chiamo i Gardaì.

Ero deciso a smascherare Seàghan e i suoi intrighi. Evidentemente anche Orla e Deirdre erano nella cospirazione perché ci trovavamo in casa loro. Rimasi quindi di stucco quando la donna proruppe in una fragorosa risata, rovesciando all'indietro la testa dalle labbra viola.

-  Tu non sei un Gardaì, - disse. - Tu sei un amico di chi è giovane. Chiedilo al soldato chi sono io. Mi chiamo Susanne Ashbury, chiedi al soldato perché sono qui.

Non afferrai alcun senso nelle sue parole. Mi alzai e tomai a passo svelto verso la scala. Al piano superiore la luce era spenta e Seàghan era scomparso. Ritornai nel corridoio, poi nella stanza vuota e da lì nella cantina, quindi risalii le scale aprendo la porta sul corridoio di casa. Seàghan e Caitlin erano davanti al portone, aspettando che tornassi con le bottiglie. Smisero di parlare quando videro da dove uscivo.

Si guardarono stupiti e poi Caitlin cominciò a dire: - Franco, ...

Prima che potesse continuare balzai addosso a Seàghan e afferrandolo per il colletto della camicia lo sbattei contro il muro.

- Bastardo, - gridai, - chi è la donna in cantina, chi è?

Non tentò di reagire né di divincolarsi. Caitlin mi afferrò per un braccio cercando di liberare Seaghan e riportarmi alla ragione.

- Franco, Franco! Lascialo andare, perché ti comporti così?

- Travolto dalla rabbia mollai la presa e fulminai Caitlin con un'occhiata.

- Chiedilo a lui. Chiedigli chi è Susanne Ashbury, chiedigli se quando si è dato per malato era veramente a letto o se era piuttosto a Londra a preoccuparsi della salute di Alfons Demeulenaere.

Restarono tutti e due senza parole, Caitlin compresa La guardai esterrefatto. Sembrava stupita che sapessi tutto.

Mi ero sbagliato. Anche lei faceva parte della banda, anche lei sapeva tutto. Il mondo sembrò crollarmi addosso trascinato da quella nuova, assolutamente inattesa consapevolezza.

- Che cosa succede? Seàghan, Franco?... - Il professore era sulla porta del soggiorno, tutti gli altri alle sue spalle. Seàghan si riassettò la camicia.

- Forse è meglio che ci sediamo, - disse calmo, quasi rassegnato. Non mi accorsi nemmeno di essermi mosso fin quando mi trovai seduto al tavolo con tutti gli altri.

Tutti. Quell'ennesima, terrificante comprensione quasi mi distrusse. Erano tutti d'accordo. Il professor O'Higgins, con i suoi capelli bianchi e l'espressione autoritaria; Caitlin, non più la mia Caitlin ma non ancora un'estranea per la mia volontà; Deirdre con le mani sul tavolo che cercava Peadar con lo sguardo; Seàn, anche Seàn, e Orla seduti accanto, forse mano nella mano sotto il tavolo; Peadar, l'unico che mi guardasse negli occhi sondandomi senza riserve; Seàghan, gli occhi abbassati al tavolo mentre cercava di calmare l'affanno del breve scontro; Padraic che giocherellava con il cucchiaino e le briciole nel piattino da dessert come se stesse pensando a qualcosa di spiacevole; Fionnula, la sua disarmante espressione da brava ragazza, che sembrava quasi sul punto di mettersi a piangere.

- Cosa significa? - Dissi a voce alta, senza paura. L'adrenalina riempiva ancora le mie vene spingendomi a sfidarli tutti insieme.

- Niente di particolare, - rispose Peadar con l'autorità di un capo. - Prima o poi ti avremmo spiegato tutto, tanto vale farlo adesso.

-  Sì, dovete spiegare. Sia ben chiaro però che io non sarò mai vostro complice; so che siete tutti coinvolti nell'assassinio di Alfons Demeulenaere.

Fionnula singhiozzò visibilmente. Non provavo pietà per lei.

- Non posso dire di no, - ammise Peadar, - anche se non so come tu sia arrivato a questa conclusione.

- Non è una conclusione, è una certezza. La polizia è sulle vostre tracce; c'è un filmato segreto che ritrae Seàghan, io l'ho visto.

- In Italia? - Domandò Caitlin. Io la ignorai.

- Non serbarci rancore,  continuò Peadar. - Quando saprai tutto capirai perché abbiamo agito in modo così brutale. A volte ci sono azioni che è necessario compiere anche se offendono gravemente la nostra dignità di esseri umani.

- Non esiste dignità nel torturare una donna, replicai asciutto. - Ho visto Susanne Ashbury nei sotterranei.

- Susanne Ashbury è un nome, un'identità di copertura. Quella donna non è una giornalista inglese come ti ha detto.

- Non mi ha detto niente. Ho visto il modo in cui L'avete trattata. Morirà entro poche ore, nelle cantine.

- No, non morirà Non ancora, forse fra qualche giorno.

-  E' uno sTrano linguaggio per un essere umano, non trovi, Peadar? Un vegetariano non parla di togliere una vita, tantomeno quella di un essere umano.

A questo punto si intromise Caitlin, rivolgendosi a Peadar: - Vorrei spiegargli tutto io, se non ti dispiace.

Peadar si consultò per mezzo di un semplice sguardo con Padraic e Seàghan, quindi tornò a rivolgersi a me.

- Caitlin ha ragione. Seguila, ti mostrerà la ragione del nostro agire. Sono convinto che non potrai che giustificarci quando saprai tutto.

Dieci minuti dopo, senza salutare nessuno, mi sedevo accanto a Caitlin nell'auto di O'Higgins.

-  Andiamo a Enniskillen, - disse anche se non le avevo domandato niente. Io continuai a tenere lo sguardo fisso di fronte a me, oltre il parabrezza, sul fondo della notte.

 

LA TERZA RIVELAZIONE

I vecchi e i giovani

 

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La strada che da Droichead Atha porta a Enniskillen nell'Ulster passa per la contea di Monaghan, un triangolo di territorio della Repubblica incuneato nel1'Irlanda del Nord. Siccome durante tutto il viaggio non rivolsi la parola a Caitlin, ebbi tutto il tempo di guardare fuori del finestrino la gente. La contea sembrava un paese di frontiera nell'imminenza di una guerra: benché fosse notte inoltrata, superammo decine di camion diretti a nord, carichi di civili armati. Nell'attraversare Monaghan potemmo osservare meglio la gente che stava affluendo: uomini di tutte le età pesantemente vestiti, armati di fucili automatici e mitragliatori. Tutti portavano al braccio una fascia di tela bianca, arancione e verde, i colori della bandiera nazionale, e in testa coppole o baschi scuri. L'abbondanza di armi mi stupì. Era possibile che 1'IRA meditasse da tempo l'ora dell'azione e avesse preparato con cura una quantità di arsenali in tutto il paese?

Alla frontiera fummo accuratamente perquisiti da funzionari di polizia dell'Ulster, quindi proseguimmo il cammino. Mi spiaceva mantenere il silenzio con Caitlin, ma avevo assolutamente escluso la possibilità che lei fosse coinvolta in quella storia ed ero stato deluso. Mi passavano per la mente centinaia di pensieri diversi, che avevano finito per convincermi di tornare in Italia e farla finita, stavolta per sempre, con 1'Irlanda. Caitlin, mentre guidava, ogni tanto cercava di avviare una conversazione, ma io le rispondevo solo a monosillabi. La osservai con la coda dell'occhio, attento a non farmene accorgere. La sua espressione era preoccupata, quasi come se una responsabilità troppo grossa gravasse su quelle spalle sottili. Leggevo anche un leggero dispiacere per me; era sincera? Avevo realmente significato qualcosa per lei? Probabilmente sì.

Comunque non era abbastanza da indurmi a perdonare a lei e agli altri ciò che avevo visto in casa McEoin a Droichead Atha.

Susanne Ashbury, benché avesse parlato in gaelico, aveva un forte accento londinese. Da ciò che mi pareva d'aver capito, si fingeva una giornalista. Era forse un agente segreto britannico? La colpevolezza del gruppo aumentava ai miei occhi.

Cosa c'entrava comunque Caitlin? Forse aveva un ruolo marginale, e oltretutto non era detto che approvasse in pieno i metodi dei suoi compagni. Mi voltai verso di lei, ancora attenta alle svolte della strada. Di nuovo mi diede l'impressione di essere sinceramente dispiaciuta; la gonna lasciava scoperte fino a metà coscia le gambe intente a premere i pedali dell'automobile. Non era mai riuscita a darmi una spiegazione razionale del fatto che non portasse calze di nylon, neppure in pieno inverno, soltanto stivali alti fino al ginocchio. No, continuavo a esser certo che non fosse coinvolta. Dovevo pur aver fiducia in qualcuno, e chi meglio di Caitlin ne meritava?

Finalmente giungemmo a Enniskillen. La cittadina era pattugliata da volontari delle due fazioni, come è normale per una contea di frontiera. La casa era un vecchio edificio a schiera sull'isola lacustre sulla quale è costruito il centro di Enniskillen.

Caitlin mi precedette nell'entrata, profumata di lucido per mobili. Non avevamo portato bagagli, neppure un vestito; al momento del nostro arrivo non avevo idea di quanto ci saremmo fermati. Non avevo neppure riflettuto sulla ragione per cui Caitlin avesse avuto bisogno di portarmi proprio in quella casa.

Rifiutai qualcosa da bere, quindi Caitlin cominciò a rovistare nel frigorifero per rinunciare quasi subito.

-  E' inutile, - disse. - Io soffro, tu soffri. Arriviamo subito alle spiegazioni. Franco, promettimi di credere a quello che ti dirò, anche se potrà sembrarti impossibile o assurdo. Lo prometti?

- Io ti ho sempre creduto.

-  E' diverso. Quanti anni credi che abbia, Franco?

Sospirai; le voltai le spalle avvicinandomi aLla finestra per guardare se in strada vi fosse segno di mobilitazione anche da questa parte della frontiera.

- Sono stanco, Caitlin, - dissi. - Penso che domani tornerò in Italia.

Tacemmo tutti e due; senza dubbio cercava di capire dal mio tono di voce se fossi ancora risentito.

-  Dopo quello che ti dirò, cambierai idea, - rispose. - Vuoi prestarmi attenzione, ora?

Tomai a voltarmi verso di lei.

- Se dirai cose sensate. Cosa c'entra la tua età? Sei nata a Dublino ventitré anni fa.

Venne verso di me, arrestandosi però a metà strada, ancora incerta.

- Ti sbagli, - disse, - sono nata quattromilaottocento anni fa in quella che oggi chiamiamo Valle del Boyne.

Di scatto lasciai la finestra, deciso a uscire senza più rivolgerle la parola. Evitando di guardarla, aprii il portone di casa stringendo i denti per lo sdegno; ma appena scesi i pochi scalini di casa mi fermai esitante e mi voltai, pensavo per l'ultima volta in vita mia, verso Caitlin.

Era in piedi sulla soglia della stanza e mi guardava, torturandosi le unghie delle mani. Deglutii ostentatamente, concentrandomi sul mio battito cardiaco. A passo lento, tornai in casa richiudendo il portone alle spalle.

- La mia identità è falsa, - mi disse Caitlin a mezza voce, ma fissandomi negli occhi. -  Le identità di Seàghan e Peadar, e quelle del professore e di Fionnula, quelle di Deirdre e Orla e Seàn, anche quella di Padraic, sono fittizie. Da ben più tempo di quello che tu immagini calpestiamo la polvere di questa terra. Il mio vero nome è Leannàn, innamorata.

Ricambiai il suo sguardo con un'espressione che doveva essere indecifrabile, perché mi parve di capire che mi sondasse per vedere se le credevo e al tempo stesso io vidi in lei compassione e comprensione. O si trattava di sincerità?

- A me risulta un'altra versione, - risposi. - Ti ho già detto di aver visto un filmato segreto che prova l'appartenenza di Seàghan a un gruppo terroristico.

- Ti sbagli; prova solo che Seàghan ha ucciso colui che tu chiami Alfons Demeulenaere.

Non capivo: - Non è la stessa cosa? Chi era Demeulenaere?

- Aspetta un attimo, Franco. Prima devi accettare quanto ti ho appena detto.

- Circa la tua età? Come posso accettarlo!

- Sto mentendo? - Mi domandò, di nuovo a bassa voce ma senza stuccare lo sguardo. - Dimmi, sto mentendo?

Per la prima volta, mi passò per la mente che il fissarmi fosse per Caitlin uno stratagemma, così da farmi credere nella sua sincerità in forza di ciò che provavo per lei.

- Mi credi, Franco? Non posso continuare le spiegazioni se non accetti questo punto. Io non sono Caitlin òCoileain ma Leannàn, nata nel 2800 avanti Cristo. Mi credi?

Mi sedetti in una delle poltrone. Non potevo crederle. Per quanto potessi sforzarmi, per quanto la mia fiducia volesse accettare quanto ascoltavo, non trovai alcun motivo per crederle. La guardai, forse con un'espressione scettica perché riprese a parlare per evitare che tornassi ad alzami.

- E' la verità, assolutamente; tutti noialtri dell'équipe siamo immortali, e anche coloro che conosci come i genitori di Orla e Deirdre, e molti altri. Durante i secoli abbiamo vissuto senza far sapere a tutta l'altra gente della nostra esistenza. Riesci a immaginare il nostro destino se i mortali avessero mai avuto il sospetto di ciò che siamo? Noi viviamo senza invecchiare d'un giorno mentre chiunque altro nasce, cresce, vive e invecchia, il suo corpo si disfa e muore e noi siamo ancora 1à a guardare i suoi figli, a parlare con i suoi nipoti, a vivere con i pronipoti. L'invidia ci avrebbe uccisi migliaia di anni fa.

Ancora non potevo crederle. Aprii la bocca per dirglielo ma mi bastò vedere la sua espressione per tacere; aveva le lacrime agli occhi, ma una vena sottile che le pulsava in gola la costringeva a parlare. Continuò.

- Non so né come siamo nati, né la ragione della nostra diversità. Nessuno lo sa, seppure durante tutti questi anni i nostri scienziati abbiano cercato di riprodurre il fenomeno.

- I vostri scienziati? - Mi scoprii a domandare a denti stretti. - Ma in quanti siete?

- Da centocinquanta a duecento, non posso esserne sicura. Da principio eravamo tremila.

- Ti rendi conto di cosa potrei pensare io? Come speri che possa crederti?

- Non è tutto. Non ci siamo solo noi. Esistono altrettanti membri di un gruppo ancor piu vecchio del nostro, nati due secoli prima; sono nostri nemici dichiarati. Questa è una lunga guerra, Franco, una guerra che è infuriata dagli albori dell'età neolitica sino ai giorni in cui viviamo.

Mi passai una mano sulla fronte. Dalle finestre entrava la prima luce dell'alba.

- Non è possibile, - dissi sospirando. - Per qualche ragione che non riesco a comprendere, vuoi prenderti gioco di me. Cosa ti ho fatto per meritarlo, Caitlin? C'è qualcuno che te lo ha imposto? - Soffrivo veramente.

- La verità è davanti ai tuoi occhi, - mi rispose Caitlin scuotendo la testa. - Sono i meccanismi di autodifesa della tua logica razionale che si rifiutano di accettare la realtà di quanto stai apprendendo. Eppure hai visto la donna Seanòin catturata a Droichead Atha ieri notte.

- Chi è Susanne Ashbury? - Domandai.

- II suo vero nome è Sealgaire, la Cacciatrice, una delle spie dei Seanòin, i Vecchi. Una nemica mortale.

Ripensai alle frasi assurde della donna alla catena, nel sotterraneo di Droichead Atha, in un gaelico molto antico, e all'improvviso mi parvero acquistare senso. "Tu non sei un Giovane, tu sei amico dei Giovani. Chiedi al Soldato perché sono qui." I Giovani... gli Ogànach.

- Chi è il Soldato? - Domandai a Caitlin impallidendo

- I1 Soldato, Saighdiuir in gaelico? E' il vero nome di Seàghan.

Inspirai profondamente, lasciando che l'ossigeno salisse al cervello. - E chi era Demeulenaere?

- Era Aer, Aria, un Seanòin lui pure. La sua esecuzione è stata approvata e comandata dal nostro Consiglio centrale.

Mi coricai sul divano odoroso di legno vecchio. Dopo qualche esitazione Caitlin si sedette accanto a me.

- Oh, Franco, non sai quanto mi rincresca che tu debba venirne a conoscenza in un modo cosi drammatico. Io avevo meditato di rivelarti tutto, ma gradatamente e senza che ciò potesse costituire un trauma per te.

Un trauma? Avrei detto una rivelazione fatale. Caitlin diceva di non essere Caitlin ma Leannàn, un essere incredibile che si era arrampicato sulla scogliera del tempo per quarantotto secoli, sessanta volte l'età che potevo sperare di raggiungere durante la mia vita mortale. Una volta appurato che la mia coscienza accettava che Caitlin non mi mentiva, che non poteva mentirmi, tutto ciò che potevo fare era abbattere le barriere dell'incredulità, gli schemi di  pensiero e i luoghi comuni della mia mente e lasciare che la corrente di rivelazioni scioccanti affluisse alla mia coscienza, sperando di poterla assimilare gradualmente.

Mi rilassai, chiudendo gli occhi, quindi presi la mano di Caitlin fra le mie.

- Incomincia tutto da capo. Tutto.

I ricordi dei primi anni della sua infanzia erano quasi completamente sfumati. Quelli della pubertà si basavano su brevi lampi di immagini che, discussi con gli altri Ogànach (i Giovani) avevano dipinto un quadro plausibile dell'inizio della loro avventura.

C'erano una serie di villaggi, un susseguirsi di stagioni fredde e miti, la raccolta dei frutti, la caccia. C'erano i Seanòin (Vecchi), che erano già nati da innumerevoli anni e comandavano sui mortali, piegando l'esistenza altrui alle esigenze delle proprie vite divine. Poi, crescendo, lei e gli altri della sua generazione si erano accorti di non invecchiare. Per qualche inspiegabile ragione, una seconda ondata di immortali era nata; con sgomento, i Seanòin se ne accorsero, notarono che non tutti gli "inferiori" morivano per essere sepolti nelle tombe collettive della comunità, Caiseal Aonghousa e Knowth e Dowth. Subito cercarono di eliminare i loro avversari che erano però più numerosi. Una guerra sconvolse la valle del Boyne, durante la quale parecchi Seanòin morirono. Sconfitti, dovettero battere in ritirata e fuggire oltremare, sulle coste dell'Inghilterra.

Gli Ogànach, i Giovani, divennero padroni della valle. Dalle aree vicine affluirono altri "mortali" attirati dall'aura mitica di deità che andava condensandosi intorno agli Ogànach. Tuttavia non si creò mai una civiltà d'aggregazione nelle comunità del Boyne a causa dell'incapacità degli immortali di credere nel proprio ruolo di esempio verso gli altri. Caitlin ricordava vagamente i primi anni in cui era vissuta in una piccola società mista di mortali e Ogànach; la vita si trascinava come durante i tempi precedenti, una dura esistenza nei campi e nelle foreste dell'età della pietra.

Con il passare degli anni. gli Ogànach si accorsero che la loro posizione era tutt'altro che invidiabile. Spesso un mortale assassinava un immortale per derubarlo o per vendicare un torto, o anche per semplice invidia. Tutti insieme, gli Ogànach decisero di emigrare in un luogo in cui non fossero conosciuti per ricominciare una nuova vita. Attraversarono quindi tutta l'Irlanda centrale e si stabilirono sulla collina di Caiseal Mumhan (oggi Cashel). Le cose però non funzionarono neppure nella nuova patria, poiché le lotte con i mortali ripresero più aspre ancora. Gli Ogànach discussero tutti insieme (questo Caitlin non lo ricordava, ma le era stato raccontato) e decisero che da quel momento in poi si sarebbero confusi con la gente comune, fingendo di morire dopo un certo numero di anni, trasferendosi invece in un altro luogo. Si era giunti cioè alla decisione di integrarsi completamente con la popolazione mortale: era la diaspora.

Così i secoli passarono, secoli durante i quali gli Ogànach si dispersero per 1'Irlanda e il mondo. Mantennero però le relazioni dividendosi in gruppi di una decina d'individui e vivendo in luoghi diversi. Durante i secoli immediatamente seguenti, gli Ogànach crebbero socialmente e moralmente insieme all'umanità. Essenzialmente pacifici, gli Iberi, cioè la popolazione che abitava l'isola e alla quale anche gli immortali appartenevano, assorbirono gli invasori di stirpe celtica che giunsero nella seconda metà del primo millennio a.C. Una identica assimilazione avvenne da parte degli Ogànach, che provvidero a integrarsi anche culturalmente con le tribù celte.

Ancor prima della nascita dell'era cristiana molti di loro compirono avventurosi viaggi personali d'esplorazione, dopo i quali si provvide a compilare una specie di "atlante" che racchiudesse tutte le conoscenze comuni. Caitlin stessa aveva visitato il Galles, la costa meridionale dell'Inghilterra e la Bretagna. I suoi compagni di viaggio erano Padraic (il cui nome è Othar, Paziente) e un altro uomo che non conoscevo, Triocha (Trenta). La loro avventura durò ben più del tempo che il concetto di viaggio può evocare nell'accezione comune, e fu comunque breve in rapporto ai vagabondaggi di altri Ogànach, alcuni dei quali rimasero addirittura per secoli fuori d'Irlanda.

Erano in seguito giunti tempi duri. Non si erano più avute notizie dei Seanòin per secoli, finché gli inglesi giunsero in Irlanda per calpestarne il territorio: con loro calarono i nemici di un tempo. Attizzando il fuoco dell'odio dei conquistatori, tentarono di sterminare gli indigeni per eliminare gli Ogànach. Questi ultimi, a loro volta, si unirono sempre agli oppressi per poter debellare la minaccia comune.

Caitlin non fu esplicita sul ruolo da lei svolto durante quei lunghi secoli di lotta aperta, dal 1170 al 1920. Compresi però chiaramente che in quel periodo gli Ogànach si erano divisi in fazioni più o meno attive nella lotta contro i Seanòin; le fazioni si erano in seguito, per sicurezza, scisse in gruppi. O'Higgins, i suoi assistenti e le sue false nipoti Orla e Deirdre erano soltanto un gruppo, il cui leader era Ionadaì (Agente), cioè Peadar.

I miei colleghi di lavoro erano perciò insieme da un tempo maggiore di quanto avessi immaginato. Infinitamente maggiore, in realtà: mi parve strano in quel momento come la solidarietà fra i miei conoscenti, così profonda, non mi avesse insospettito. Othar (Padraic), Caitlin e Triocha formavano un gruppo da secoli; ad essi si unirono Duibheagàn (Deirdre) e Dirìm (Seàn), poi uno ad uno tutti gli altri dopo la morte di Triocha in una delle numerose guerre contro gli inglesi.

Tutto questo appresi durante la mattina e fino a sera quando, scosso e inverosimilmente stanco, mi addormentai infine sul divano di stoffa dimenticando di svestirmi.

 

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Mi svegliai con odore d'olio fritto nelle narici. Caitlin (mi riusciva difficile pensare a lei come Leannàn) aveva preparato thè al latte, uova e toast imburrati. Consumammo la cena senza parlare; non si era neppure pettinata.

- A cosa stai pensando? - Le domandai.

- A te. Ho sempre temuto il momento in cui avrei dovuto darti spiegazioni. Sapevo che sarebbe toccato a me piuttosto che a un altro.

- E adesso cosa faremo?

- Le spiegazioni non sono finite. Non posso credere che tu comprenda la nostra causa prima di averti rivelato tutto.

Mi rilassai contro la spalliera della sedia, che cigolò.

- C'è altro?

- Credi che cinquemila anni di storia si possano sintetizzare con un racconto di poche ore?

- Io non credo più nulla. Non posso più credere in nulla; mi sembra di vivere in un romanzo di fantascienza.

Caitlin/Leannàn mi guidò nei sotterranei. Dopo una normale cantina, c'erano altre stanze mascherate; la casa penetrava addirittura per sei piani sotto il livello del terreno, e ogni piano era una sorpresa. Senza dire una parola, attraversammo un ospedale con sala operatoria (la maggior parte delle macchine erano strane e poco familiari all'apparenza), un laboratorio chimico con lunghissime file di provette e (nella mia ignoranza mi sembrarono fuori luogo) apparecchiature elettroniche. Poi una biblioteca con vecchissimi volumi, peraltro non impolverati, e parecchie scrivanie da lavoro. Quindi un laboratorio elettronico incredibilmente colmo di macchinari di scarto accatastati ovunque. Uno degli ultimi utilizzatori stava evidentemente costruendo un automa - un automa! - che era rimasto in piedi ancora incompiuto accanto a un banco di lavoro, con fili e circuiti disconnessi penzolanti da tutti i lati. Il penultimo locale era un'aula scolastica (!) con lunghe file di grossi banchi di legno robusto ed enormi schermi, forse elettronici, al posto delle lavagne. L'ultimo locale, il più impressionante per il mio stomaco, era un magazzino in cui si custodivano parti di corpi umani. Galleggianti in soluzioni liquide vedevo reni, fegati, ghiandole, cuori (pulsanti!), tenuti in vita da sistemi circolatori artificiali. E poi ancora arti: braccia, gambe, dita, orecchie, tessuti muscolari, organi sessuali. E infine cervelli.

Ero sconvolto, incredibilmente sconvolto, e Caitlin lo percepiva. Dopo avermi guidato fra i banchi dei vari laboratori, mi riportò alla superficie attraverso le scale, oltre i sistemi antincendio automatici e i condizionatori d'aria. Con la voce più indifferente che mi riuscisse, e vi assicuro che fu un grosso sforzo, le chiesi: - E' il vostro quartier generale?

- Uno dei tanti. Non il più importante.

A ogni rivelazione le frontiere del fantastico si allargavano. Era impensabile, incredibile che fosse accaduto a me. Non avevo ancora riflettuto se quanto apprendevo fosse una fortuna o la peggiore delle brutte sorti, ma non potevo fare a meno di ammettere che si trattava di un'esperienza assolutamente unica. I laboratori sotterranei erano una prova evidente dell'esistenza dell'organizzazione Ogànach, seppure nessuno fino allora l'avesse individuata.

- Non è la base del nostro gruppo, se è a questo che stai pensando. E' una delle sedi segrete in comune che ognuno è libero di usare a proprio piacimento.

- Un'organizzazione democratica, la vostra. Tenete anche dei party, qui?

- Sento amarezza nella tua voce. Ti prego, Franco, dimmi cosa c'è che non va. Mi sono comportata male con te?

La guardai negli occhi. Sembrava sincera. Possibile che per lei fosse tutto naturale?

- Cosa c'è che non va? - Le feci eco. - Merda, Leannàn, mi chiedi cosa non va? Proprio non riesci a immaginarlo? Credi che possa perdonarvi l'assassinio di Demeulenaere, la prigionia di Susanne Ashbury? Ma dove è la vostra umanità? C'è un dottor Jekyll in voi che esce fuori periodicamente per trasformarsi in mister Hyde, a quanto pare. Cristo, avete manipolato la storia dell'Irlanda e della Gran Bretagna per i vostri scopi. Siete giustificati, secondo te?

- La scelta è fra la morte dei Seanòin e la nostra. Susanne Ashbury non ci rivelerebbe mai i nascondigli segreti del suo gruppo se non la costringessimo.

- Esistono droghe che inibiscono la volontà. Mai sentito parlare del siero della verità?

- Su un Seanòin non avrebbe effetto: il loro metabolismo è chimicamente modificato; sono psicologicamente immunizzati all'ipnotismo. L'unico modo, per quanto possa ripugnare te o noi, è quello di strappare le informazioni a ogni costo, anche con la violenza e verificarle. Se ci ha presi in giro, Sealgaire sa che le torture continueranno.

- E la fine logica è la morte, vero? Susanne Ashbury sa che, lentamente o senza dolore, sarà comunque messa a morte, vero?

- Esatto. Sealgaire sapeva, anche prima di essere catturata, che il suo destino era una lunga tortura, quindi la morte.

- E dopo cinquemila anni di vita, Sealgaire deve rendere l'anima a voi, miseramente inchiodata a una catena e stroncata dal dolore fisico?

- E' quello che aspetta anche ogni Ogànach catturato dai Seanòin, non dimenticarlo. La crudeltà è reciproca.

- Bella consolazione. Siete umani, molto umani. E adesso? Mi ricorderai che gli Ogànach non sono umani?

Si alzò da tavola e mi pentii di averle parlato così duramente. Potevo leggere abbastanza facilmente in lei, e vedere che era combattuta. Fra quali termini si svolgeva il suo conflitto interiore? Fra morale e necessità? Fra amore per me e devozione per i suoi simili? Tentai di cambiare discorso.

- Hai detto che Demeulenaere era un Seanòin. Quindi probabilmente le teorie da lui esposte erano un falso, un trucco per giungere a un ben preciso obiettivo.

Alfons Demeulenaere era in realtà Aer, uno dei Seanòin padroni del mio villaggio. Ho un vago ricordo di lui, al limite della memoria. Persino con l'ipnotismo non ho potuto ricavare niente di più concreto. C'era un altro gruppo di Ogànach sulle sue tracce, in Inghilterra; sono stati loro ad appurare la sua identità certa, ma per l'esecuzione pratica avevano bisogno della collaborazione di uno "straniero".

- E Seàghan si è offerto volontario.

- I1 vero nome di Seàghan è Saighdiùir, Soldato.

Una lampadina si accese nell'area del mio cervello riservata alle scoperte evidenti.

Saighdiuir! Ecco cosa intendeva Susanne Ashbury dicendomi di rinvolgere al Soldato le mie domande!

- Non sappiamo quale fosse l'intenzione dei Seanòin con la difficile manovra di Demeulenaere. Forse intendevano farci uscire allo scoperto e colpire quanti più Ogànach possibile.

- Se davvero è così, Caitlin, al vostro posto comincerei a preoccuparmi.

La sua voce si addolcì all'improvviso e lo sguardo spezzacuori fece capolino attraverso la maschera seria della sua vera identità, da poco scoperta. Disse: - Prima mi hai chiamata Leannàn, ora Caitlin.

Era veto? - Quale nome preferisci? - Mi informai.

- E' lo stesso. I1 nome è un attributo della persona, e variando non cambia necessariamente la personalità. Puoi chiamarmi Caitlin o Leannàn, io resterò sempre la stessa. Potresti anche chiamarmi Fionnula, io non diventerò certo lei per questo.

Fionnula? Touché. Non doveva dirlo, e se ne accorse. Per un attimo sospettai che sapesse del nostro ultimo incontro a casa mia. Per quanto ne sapevo, loro due potevano benissimo essere d'accordo per prendermi in giro. Allungai una mano e le accarezzai il collo, i capelli, sfiorai gli orecchini colorati che dondolavano vivacemente verso le spalle.

- Raccontami qualcosa, - dissi, - qualche episodio della tua vita.

Ci sedemmo accanto al caminetto, accendendo un profumato fuoco di torba.

Mi raccontò di quando, in compagnia di Othar (Padraic) e Triocha (in italiano Trenta, un Ogànach basso e tozzo dotato di una forza superiore alla media), aveva attraversato il Mare d'Irlanda giungendo in Galles. Era stato un viaggio di ben dieci anni, durante i quali i tre si trasferirono ogni pochi mesi da una comunità agricola all'altra. Si era in piena età del ferro, le prime città sorgevano in tutta l'area atlantica e le popolazioni erano sostanzialmente pacifiche. Aveva assistito a molte cerimonie delle tribù celtiche, alcune delle quali assolutamente raccapriccianti. In una località costiera della Cornovaglia assistette a un sacrificio umano; era d'uso, presso quella comunità, cambiare ogni anno il re, sacrificando ogni volta il sovrano dei dodici mesi precedenti. Nella festa dell'incoronazione di metà estate, il re fu fatto ubriacare con sidro e legato a una quercia scolpita a forma di T. Il collo, i polsi e le caviglie furono stretti insieme con rami di salice secondo un ben preciso intreccio. La quercia era sistemata in un cerchio perfetto formato da dodici menhir. Due maschi adulti si avvicinarono al re ubriaco, lo picchiarono, lo flagellarono con fruste, lo accecarono e castrarono. Dopo essere stato slegato, il re fu impalato su un ramo di vischio, infine fatto a pezzi su un altare di pietra; il sangue, raccolto dalle scanalature dell'altare, fu spruzzato su tutti i presenti.

I1 racconto mi rivoltò lo stomaco, quindi potete immaginare l'effetto su Leannàn e i suoi due compagni di viaggio. Pur essendo dei primitivi, la loro lunga esistenza (avevano già vissuto per oltre mille anni a quel tempo) li aveva dotati di un senso etico decisamente superiore a quello delle popolazioni mortali. Il loro rispetto per la vita (tranne quella dei Seanòin) era grande già allora. Dopo pochi secoli sarebbero diventati tutti vegetariani.

I tre giudicarono prudente lasciare la Cornovaglia quando gli indigeni offrirono a Triocha di divenire re. Tante altre storie mi raccontò quella sera Leannàn. Immaginate di essere soli con la vostra anima gemella mentre vi sentite di ascoltare le sue confidenze; comincerete a parlare e ascoltare episodi di venti, forse trenta anni di vita. Bene, ora siete in grado di comprendere la quantità di cose (e il tempo necessario a raccontarle) che Leannàn sentiva il bisogno di rivelare.

Non ricordo più tutto ciò che mi raccontò. Ritornata in patria, visse girando per alcuni secoli, interrompendo di tanto in tanto la vita autonoma per dedicarsi ai doveri dell'organizzazione Ogànach. Con l'arrivo della cristianità, predicata ufficialmente per la prima volta da San Patrizio nel 432 d.C., gli immortali credettero d'aver trovato una risposta alla loro origine.

Alcuni, più inclini alla filosofia, ipotizzarono che il popolo prediletto da Dio fossero gli Ogànach, altri che i Seanòin rappresentassero i demoni (cioè gli angeli caduti in disgrazia per il male) e che gli Ogànach, gli angeli in terra, avessero il dovere di combatterli. Fino all'arrivo del cristianesimo, né i celti né gli Ogànach avevano posseduto il concetto di dualismo fra il Bene e il Male, fra la Luce e le Tenebre, fra l'anima e il corpo, fra la realtà in cui è immerso il Tempo e le altre ipotetiche realtà possibili nel tempo e nello spazio. Non erano mai giunti a contatto con la civiltà e la filosofia greche, da cui derivarono i concetti cristiani (fusi insieme alle credenze zoroastriane).

Ma il più importante pensatore Ogànach, An Muir (il Mare), rinnegò la fede cristiana e la reputò non adatta al mondo. Gli immortali erano nati prima di Gesù Cristo, che si era incarnato a migliaia di chilometri di distanza. Perciò nulla aveva a che fare con gli Ogànach.

Io ero l'allievo e Caitlin la maestra; io ero il bambino, lei la madre che raccontava storie. Per ogni anno che io avevo vissuto, Caitlin ne aveva visti duecento. Ma chi l'avrebbe detto vedendola lì seduta accanto a me? Chi le avrebbe dato più dei ventitré anni di Caitlin òCoileain?

Io al suo posto non ce l'avrei fatta. I1 peso della responsabilità mi avrebbe schiacciato, unito al peso dei ricordi, agli amici morti, ai nemici uccisi, alle ere che si erano susseguite senza che nulla incidesse veramente.

- Nessuno, - le domandai, - nessuno ha mai posto la naturale obiezione se sia lecito influenzare la vita dei mortali per i vostri scopi?

- Se i nostri scopi coincidono con i loro, non vedo perché non avremmo dovuto. La liberazione dell'Irlanda dal tallone di ferro inglese ha portato solo del bene alla popolazione. Non sono anche i governi, gli uomini di stato, gli arrivisti a influenzare la vita altrui, a falsificare e mentire per fini molto più ignobili dei nostri?

- Sono speculazioni che si esauriscono nell'arco di una vita umana. La vostra partita invece dura da millenni, è molto più subdola e sottile. Probabilmente se voi non foste mai nati la storia sarebbe stata diversa.

- Diversa non significa necessariamente migliore, Franco.

- No, non significa migliore. Solo, voi non avete il diritto morale né storico di fare ciò che fate.

Ci interrompemmo il mattino dopo, per ordinare un pasto già pronto a un ristorante all'angolo. La giornata era grigia e il cielo greve, gonfio di cattivi presagi come il mare di rivelazioni che ancora Caitlin doveva offrirmi.

- E per quanto riguarda le invenzioni? Mi pare che nei sotterranei di questa casa ci siano scoperte scientifiche tali da rivoluzionare buona parte della società. Cosa aspettate a divulgarle al mondo?

- L'apparenza talvolta inganna. Molte delle macchine che hai visto sono soltanto variazioni di apparecchiature già esistenti. I nostri maggiori progressi si contano nel campo della chirurgia plastica.

- Chirurgia plastica?

- Esatto. La necessità di cambiare spesso volto.

- Leannàn, vuoi dire che non hai sempre avuto il bel volto di Caitlin òCoileain?

- A volte non comprendo se mi prendi in giro o se sei serio. Sì, talvolta l'ho cambiato, negli ultimi secoli. L'ultima volta nel 1941, quando rinacqui come dottoressa scozzese in India.

- In India? Perché in India mentre quaggiù infuriava la guerra?

- Molti di noi si recarono laggiù. Il colonialismo inglese vacillava ed era necessario dargli una spinta giù per la china.

- Motivi filantropici, immagino.

Arrivò il nostro pranzo.

E' curioso, - dissi mangiando, - come voialtri siate tutti vegetariani. Non trovi che sia una contraddizione salvare la vita agli animali e sopprimere, seviziare i Seanòin?

L'animale non ha colpe, caro Franco. L'animale non è messo al mondo per essere divorato da un Ogànach o da un essere umano. Come tutte le creature animali, ha un diritto naturale alla vita che i Seanòin hanno perso ai nostri occhi nel momento in cui iniziarono la guerra contro gli Ogànach. Anche tu sei vegetariano; non solo perché lo sono Fionnula òFlaitbartàig o Caitlin òCoileain, ma anche per tua convinzione. Però non esiteresti a uccidere una tigre che ti saltasse addosso nella giungla o un rapinatore deciso a passare sopra il tuo corpo per impadronirsi del portafogli. Quindi perché noi dovremmo stare a braccia conserte parlando di pace e aspettando che i Seanòin ci stanino uno a uno per sterminarci? Anche loro, forse non lo sai, sono vegetariani.

Senza che la mia volontà lo avesse permesso, la possibilità di perdonare Leannàn si creò uno spazio in un angolo dei miei pensieri consci. La stavo provocando perché mi convincesse di ciò che volevo credere ma non riuscivo ad accettare con le mie sole forze. Io volevo credere che il comportamento di Leannàn e degli Ogànach fosse l'unico possibile, l'unico moralmente accettabile.

 

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Il pomeriggio portò qualche raggio di sole insieme al trambusto dei camion e delle voci concitate dalla strada. Enniskillen, la città in cui ci trovavamo, è al centro della contea di Fermanagh, quasi circondata dal territorio della Repubblica. I Difensori Protestanti iniziavano la reazione inviando volontari a dar manforte alle guardie di frontiera.

Ritornammo sul discorso della teoria Demeulenaere. Non riuscivo a comprendere come si inquadrasse in un piano offensivo verso gli Ogànach. Leannàn non aveva una precisa risposta, ma certamente ne sapeva più di me.

- Dopo la fuga dei Seanòin oltremare, - spiegò, - e la nostra migrazione verso sud, a Caiseal Mumhan, Caiseal Aonghousa rimase abbandonata. I mortali la ignorarono, come pure ignorarono Knowth e Dowth e le altre tombe della Valle del Boyne. Questa è solo una supposizione, ti avverto, ma non vedo come possa essere andata diversamente. Alcuni Seanòin restarono in Irlanda, o ci ritornarono, mischiandosi ai mortali ancor prima che noi stessi ne comprendessimo la vitale necessità. Usarono Caiseal Aonghousa come base, o ritrovo segreto. Per meglio dire, usarono il passaggio n. 2. In previsione di un uso futuro, crearono la Pergamena di Newgrange, che è originale del tempo ma è un falso. Non è mai esistito un Impero Celtico o Atlantideo in Europa Settentrionale. Gli altri reperti dell'età del ferro che Demeulenaere ha "riscoperto" erano là dove egli sapeva che li avrebbe trovati. Beo (O'Higgins) non pub dichiarare questo, chiaramente. Deve demolire in un altro modo la falsa teoria.

- Siamo tornati al punto di prima, Leannàn. Qual è il risultato ricercato dai Seanòin?

- Certamente quello di farci uscire allo scoperto. In questo caso il nostro consiglio centrale farebbe bene a preoccuparsi dell'opportuna controffensiva.

- Tutta questa messinscena per far uscire allo scoperto nove Ogànach? A me sembra esagerata. Non posso credere che Demeulenaere, o Aer, abbia sconvolto mezzo mondo scientifico per stanare un gruppo di neppure dieci persone.

- Invece, - rispose Leannàn, -- è plausibilissimo. Prova a ragionare in questi termini: nessun altro Seanòin è presente nell'équipe Demeulenaere, quindi l'unico esposto a rischi era Aer. Non potevano lasciare il suo posto a un mortale, ovviamente. Colei che tu conosci con il nome di Susanne Ashbury venne a intervistare Beo-O'Higgins, evidentemente allo scopo di tastare il terreno e controllare l'identità di eventuali Ogànach nel nostro gruppo archeologico. - Quindi si tratta di due Seanòin in rischio contro nove Ogànach. Il gioco, in questi termini, vale la candela.

- E se voi Ogànach aveste deciso di non far niente per demolire la teoria Demeulenaere?

- Impossibile. Innanzitutto non possiamo sapere, se la Pergamena venisse definitivamente accettata come vera, cosa accadrebbe in futuro. I Seanòin potrebbero addirittura rivelare al mondo le tracce della presenza degli Ogànach in Irlanda.

- Queste uacce esistono realmente? - Domandai.

- In parte sì. Inoltre non sappiamo fino a che punto potrebbero arrivare i Seanòin. Potrebbero creare prove false, la Pergamena è un precedente. Di fronte a queste prospettive incerte, il consiglio centrale ha preferito demolire la costruzione teorica di Demeulenaere. Ora noialtri dell'équipe O'Higgins dobbiamo sparire prima che scatti la trappola.

Era dunque tutto falso. La Pergamena di Newgrange era autentica, ma riproduceva una menzogna. La Storia andava sì riscritta, non per far posto all'Impero celtico bensì per includere tutte le verità che Leannàn e gli Ogànach conoscevano. Una menzogna, tutta la mia storia in Irlanda era una menzogna. Il mondo intero era stato ingannato.

- Da chi è composto il Consiglio Centrale? - Domandai.

- Da rappresentanti di ogni gruppo. Il nostro è Peadar. II capo supremo è An Muir, il Mare.

Mi alzai per sgranchirmi le gambe. Gettammo via i piatti e i vassoi di carta del ristorante.

- Un giorno, - dissi quando quel ricordo mi affiorò alla mente, - durante gli scavi, Seaghàn raccolse da terra qualcosa che non riuscii a scorgere. Devo confidarti che a quel tempo mi diede molto da riflettere. Sai per caso cosa fosse?

Leannàn si concentrò per riflettere.

- C'era una donna Ogànach, - disse quindi, - di cui non ricordo il nome, che morì durante la lotta iniziale contro i Seanòin. Era la donna di Seàghan e fu sepolta insieme a tutte le altre nostre vittime nel passaggio n. 3. Seàghan gettò un medaglione di pietra che ella era solita portare al collo sulle sue ossa, dopo che fu bruciata. Non posso esserne certa, ma devo supporre che ciò di cui parli fosse il medaglione.

- Dimmi un'altra cosa: come siete finiti sulle tracce di Demeulenaere?

- Aer era il suo vero nome. La sua identità precedente era Alfred Van Kerckhove, di Kortrijk nel Belgio. E' in quella nazione che visse per gli ultimi cinque secoli, probabilmente; da qui il suo accento fiammingo e la necessità di adottare l'identità di un professore d'origine belga. Avevamo sospetti su Van Kerckhove e da esso siamo risaliti alla vera identità di Demeulenaere.

- E che cosa mi dici di Susanne Ashbury?

- Il suo vero nome dovrebbe metterti sulla giusta strada per l'intuizione della sua crudeltà: Sealgaire, Cacciatrice. Nella nostra base sotterranea di Skibbereen c'è l'elaboratore centrale che coordina tutta l'attività Ogànach. In esso sono contenuti tutti i dati conosciuti sull'esistenza dei Seanòin e l'elaboratore ci ha fornito una storia ipotetica per ciascuno di essi. Sealgaire è stata una delle più feroci osteggiatrici degli Ogànach; il personaggio più di rilievo attribuitole è la regina Elisabetta I d'Inghilterra.

- Vuoi dire che Susanne Ashbury è stata Elisabetta II? E quando era bambina?

- Quando un Seanòin rimpiazza un personaggio tanto in vista, la sostituzione avviene fra i 13 e i 19 anni d'età, appena dopo lo sviluppo. Anche loto hanno tecniche progredite per la plastica facciale e corporale.

- Così state per distruggere un mito, un essere umano vissuto per cinquemila anni che bene o male ha fatto la Storia. State per distruggere una fonte insostituibile di conoscenza e ricordi!

- Se Hitler fosse stato un Seanòin, avresti avuto gli stessi scrupoli? II nostro dovere è ricavare da lei più informazioni possibili, quindi eliminarla per sempre. Tutto il corpo, intendo dire: i Seanòin stanno facendo esperimenti sulla clonazione.

- E Demeulenaere? Non l'avete distrutto.

- Il corpo di Aer e stato prelevato dai Seanòin dal cimitero in cui era sepolto. La nostra squadra londinese si sta prodigando per recuperarlo o annientarlo.

- Dimmi ancora una cosa. Certamente su Demeulenaere... volevo dire su Aer, è stata compiuta un'autopsia. Non è stato trovato niente d'inconsueto?

- Non esiste niente in noi fuori dall'ordinario. II sangue è normale, le cellule normali, ]a struttura genetica identica a quella umana. Nessuno sa "perché" noi siamo immortali.

- E dove avete catturato Sealgaire?

- A Slane. E' stato un altro gruppo che era alle sue costole da secoli, direi. Stava recitando la parte di uno dei tanti giornalisti britannici attirati a Caiseal Aonghousa dalla controversia Demeulenaere/O'Higgins. Per metterla al sicuro è stata consegnata a noi.

Malgrado tutto ciò che avevo saputo negli ultimi due giorni, c'era una parte di me che ancora guardava a Leannàn come se si trattasse della giovane Caitlin òCoileain di Dublino, studentessa di archeologia. Era la parte di me che ancora provava attrazione sessuale per lei, che ancora si compiaceva di guardarla mentre la parte razionale discuteva con Leannàn Ogànach di etica e moralità. La parte emotiva non accettava l'identità di essere immortale, di creatura infinitamente superiore in quanto dotata di conoscenze e sentimenti di gran lunga più profondi dei miei. La parte emotiva di me voleva Caitlin tutta per Franco Oppezzo, la parte razionale tentava di comprendere se mai Leannàn fosse stata mia anche solo per un'ora. I1 concetto di possesso non dovrebbe esistere in amore, ma come spiegarlo alla parte emotiva?

Leannàn in fondo era, ora posso ammetterlo, una splendida figura che ammiravo. Era un essere umano immortale che cavalcava attraverso le onde della morte e del tempo coalizzate. Certamente una creatura da ammirare. Questa però è la conclusione cui sono giunto dopo un certo tempo di riflessioni; in quei primi giorni dovevo ancora rendermene conto a livello conscio, e per questa ragione continuavo a mostrarmi ostile.

Lei era premurosa verso di me, non come una madre verso il figlio o come un'amante verso l'innamorato, bensì come una sincera amica verso una persona cui tiene veramente. Se le avessi chiesto un contatto fisico non avrebbe certo rifiutato.

- Il nostro obiettivo a questo punto, - continuò, - è quello di stroncare a ogni costo l'offensiva Seanòin. Dopodiché, secondo me, il consiglio centrale farà cambiare identità a tutto il gruppo.

- E' possibile? Come farete a sparire tutti?

- Non sarebbe la prima volta che un intero gruppo scompare. Dopotutto, chi ci conosce? All'infuori di qualche compagno o professore all'Università, siamo volti anonimi fra gente qualsiasi.

- E i tuoi genitori? Chi sono le persone con cui vivi a Dublino?

- Li hai mai visti, tu? Non esistono, Franco. Vivo da sola. I "genitori" di Orla e Deirdre sono Ogànach, invece.

- Spariranno anche loro?

- E' probabile. Il consiglio deciderà.

- E riguardo a me, cosa deciderà il consiglio?

- Ha già deciso. Credi che potrei raccontarti tutto se così non fosse?

- Ma chi ha chiesto l'autorizzazione? Avete deciso da sali la sera in cui scoprii Sealgaire nei sotterranei della casa.

- Ti sbagli. Noi te l'abbiamo fatta scoprire.

- Voi? Intendi dire che non ci sono arrivato da solo?

- Nient'affatto, caro Franco. Il trambusto la sera precedente era creato apposta Chiunque si sarebbe svegliato, tranne chi, come me, sapeva ciò che stava accadendo.

Per l'ennesima volta non capivo più niente. Dunque avevano manovrato anche me? Questa rivelazione ferì il mio assurdo orgoglio più delle manipolazioni ai danni della Storia. In fondo anch'io ero divenuto un burattino, un pupazzo nelle loro mani. Provai la tentazione di sollevare Caitlin dalla poltrona afferrandola per il collo della camicetta, e schiaffeggiarla per far pagare almeno a lei lo scotto dell'orgoglio danneggiato.

Non lo feci. Sebbene fosse duecento volte più matura di me, era anche più fragile e il farle del male mi sarebbe costato un sacrificio indicibile. Non sarei mai divenuto un Ogànach coscienzioso perché non potevo infierire su persone indifese.

Immaginai Caitlin catturata dai Seanòin, spogliata e incatenata in un'umida cantina di qualche magione settecentesca inglese, seviziata e drogata fino alla morte.

Era giusto? Era un'esistenza sopportabile la sua? Poteva una morte orribile rappresentare il prezzo dei lunghi piaceri di un'eterna esistenza?

- Come andrà a finire la lotta? - Domandai.

- Con la distruzione dei Seanòin. O con la loro rinuncia alla guerra. Oppure ancora quando tutti noi e loro saremo rimasti in così pochi da non poter più continuare a combatterci.

- Potrebbe anche finire con la distruzione degli Ogànach.

- E' difficile. In questo secolo siamo in vantaggio. Noi possediamo il segreto della clonazione umana.

- Come? Intendi dire che siete in grado di far rivivere il corpo umano partendo da una singola cellula?

- Esatto. Qualsiasi Ogànach morto, il cui corpo non sia rimasto distrutto e a patto che sia possibile prelevarne in tempo anche solo una singola cellula, può venire ricreato.

- E il clone sarà immortale?

- Questo non ci è dato saperlo. Il tempo a nostra disposizione da quando ci siamo impadroniti della tecnica è troppo breve. Tra poco Orla e Seàn avranno un figlio. Un embrione clonato di un Ogànach morto in un incidente stradale verrà trapiantato nell'utero di Orla.

- Dove possedete le tecniche?

- Abbiamo due ospedali attrezzati: uno a Corcaigh e uno in Europa.

- Ma... e i vostri figli naturali? Non sono immortali?

- No, non lo sono. Solo i cloni, supponiamo.

La guardai negli occhi. - Caitlin... -  dissi.

- Sì?

- Hai mai avuto figli?

Abbassò gli occhi. Il ricordo era troppo triste, compresi.

- Sì, - sospirò. - Durante gli anni pre-celtici ebbi due figli. Una figlia durante il periodo celtico, poi mi astenni per secoli finché Padraic non me ne diede un altro. Non ne ebbi più fino ai primi del '700, un'altra bambina nel 1835 che morì di fame durante la carestia. Da allora giurai che non ne avrei più avuti finché...

- Finché?

- Finché non avessi trovato l'uomo giusto. E' troppo triste vedere un figlio crescere e sapere che morirà. E' infinitamente triste vederlo invecchiare mentre tu resti la stessa, sempre la stessa e ti allontani da dove lui vive o fai finta di morire. Poi dopo parecchi anni ritorni da lui in incognito per vedere cosa fa, come vive, e lo trovi vecchio e decrepito. Ti fingi una giovane passante e ti fai ospitare in casa sua. Lui è benevolo, magari ti trova simpatica e ti dice che vorrebbe tu fossi sua figlia. Tu lo sopporteresti, Franco? Io l'ho provato, più di una volta. No, la prossima volta che avrò un figlio lo lascerò al padre e me ne andrò subito.

Quella notte stentai veramente a prendere sonno. Pensai all'ispettore Walton della Polizia Europea. Provai compassione per lui: non sapeva che le sue indagini non avrebbero portato a null'altro che un buco nell'acqua. Si stava scontrando con qualcosa di grosso e incredibile e non lo sapeva. Se fossero stati costretti a eliminarlo mi sarebbe dispiaciuto; era dopotutto una delle forse numerose vittime innocenti di quella lotta.

Mi tornarono poi alla mente le parole di Leannàn. Che cosa ero io per lei? Un passatempo, un giocattolo, un amante? Ma quanti amanti aveva avuto nei secoli, sulla tomba di quanti di loro aveva pianto?

Era accanto a me nel letto, ma non allungai una mano per toccarla. Girata dall'altra parte, forse dormiva, o pensava, o forse ancora piangeva. Forse ricordava soltanto. Ricordava un giovane celta sreoncato dall'influenza nel pieno della maturità; ricordava un fabbro irlandese suo marito intento a forgiare con l'incudine e il fuoco il cancello di qualche chiesa dell'antichità cristiana. Ricordava un soldato cattolico partito al seguito di Giacomo Stuart, mai più ritornato dallo scontro contro gli Orangisti britannici sulle rive del fiume Boyne? Oppure ricordava un gracile ragazzo distrutto dalla fame durante la carestia del 1845?

Cosa potevo fare io per non diventare uno dei tanti suoi ricordi in un domani non poi così lontano?

Dovevo andarmene, dovevo fuggire dall'Irlanda e dagli Ogànach, da Fionnula/Gaoth e da Caitlin/Leannàn. Merda, merda, perché mi avevano tirato dentro quella stona? Sarebbe stato mille volte meglio se non avessi saputo mai nulla, sepolto nella soffice ignoranza della nebbia, laggiù nella Pianura Padana dove la realtà era più dura ma anche più umana.

 

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C'era stato un ragazzo nella vita di Leannàn che aveva contato più di tutti gli altri; questo mi raccontò il giorno seguente.

All'inlzio del ventesimo secolo ella viveva a Tipperary, non distante da Luimneach (Limerick); Domhan e Beo (che io conoscevo come Orla McEoin e Colm O'Higgins), debitamente invecchiati, erano i suoi genitori che conducevano una normale esistenza come fittavoli di un nobile anglo-irlandese. C'era un ragazzo chiamato James McBride che abitava poco distante, figlio di un altro fittavolo. Era un ragazzo mite e intelligente che aveva voluto imparare a leggere a tutti i costi. Si era reso conto della desolante miseria e dell'ignoranza in cui erano tenuti i suoi compatrioti e sentiva di dover fare qualcosa per loro. Leannàn (che al tempo si chiamava Mary e aveva capelli e occhi neri) lo aveva seguito con ammirazione e sostenuto moralmente mentre studiava la sera, al ritorno dal duro lavoro nei campi. Invece di annegare i dispiaceri in un boccale di birra nel più vicino pub come gli altri, James studiava al lume di una lampada a olio, in una casa abbandonata perché i genitori non lo vedessero.

Quante sere Leannàn aveva trascorso con lui, soli in una stanza fredda, mentre l'olio della lampada si consumava e la testa di James ciondolava per il sonno! Leannàn gli portava un cartoccio di patate arrostite nella cenere e una crosta di formaggio duro in un cesto di vimini coloniale, e insieme consumavano quel povero cibo. A Leannàn pareva un pranzo infinitamente più squisito di quelli che mangiava quando interpretava la parte di una ricca appartenente all'Ascendancy protestante, nei castelli delle contee di Wicklow o Antrim.

Nel 1893, poco più di venti anni prima, Douglas Hyde aveva fondato la Gaelic League per la promozione della riscoperta della lingua e delle tradizioni culturali irlandesi. James vi aderì con il fervore di chi aveva trovato una ragione di vita; la libertà per 1'Irlanda e la giustizia sociale divennero i suoi ideali e prese a simpatizzare per il Sinn Féin, il movimento pacifico di resistenza fondato agli inizi del secolo.

Lo scoppio della Grande Guerra nel 1914 portò scompiglio nella coscienza di molti irlandesi. La Gran Bretagna era scesa in campo per la libertà, contro l'assolutismo degli Imperi Centrali: allora perché si comportava con tirannia e dispotismo in Irlanda, che era stata dichiarata "parte indivisibile dello Stato inglese'? Era scesa in guerra in favore del Belgio, una piccola nazione aggredita: dunque, perché non rispettava i diritti di autonomia della piccola nazione irlandese nei confini di casa? Era scesa in guerra per difendere i diritti della potenza cattolica francese: dunque perché non riconoscere i diritti religiosi della minoranza cattolica in casa?

Sembrava che 1'Inghilterra avesse cambiato politica e che al termine della guerra il suo atteggiamento verso 1'Irlanda sarebbe stato diverso. Ma i giovani inglesi stavano morendo nelle trincee continentali; il piombo tedesco avvelenava i fertili campi delle pianure francesi, la mitraglia falciava il fior fiore della gioventù britannica. Londra aveva bisogno di braccia per difendere le piccole nazioni, per combattere a fianco dei cattolici e contro l'assolutismo. E i giovani accorsero volontari dall'Irlanda a prova della buona fede nazionale. Accorsero a rinforzare le file britanniche sul fronte francese. Anche James credette che il suo dovere fosse di aiutare la patria, anche se ciò significava combattere a fianco dell'odiato nemico. Una sera, durante il gennaio 1916, invece di studiare confidò a Leannàn che voleva arruolarsi.

A nulla valsero le lacrime di lei, la supplica nei suoi occhi, la promessa di un amore eterno e tenero. II diciannovenne James McBride vestì l'uniforme kaki di Sua Maestà e si imbarcò. Leannàn lo accompagnò al treno stipato di giovani baldanzosi che da Tipperary partivano per terre che non avevano mai immaginato di vedere, salutati dalle madri, dalle fidanzate e dai fratelli più giovani invidiosi oppure addolorati, a seconda se credessero o meno nella buona fede del governo inglese.

Quando me ne parlò, Leannàn mi confidò di possedere ancora una foto color seppia di James, vivida come il ricordo dell'ultima volta in cui lo vide affacciato al finestrino del treno, il rigido colletto di panno ruvido con i fregi imperiali che cingeva il giovane collo come un cappio di canapa. Leannàn rimase con la mano alzata nel vento sollevato dal treno, la lunga gonna di cotone del vestito buono indossata per l'occasione che ondeggiava lentamente.

Neppure due mesi dopo, 1'Insurrezione di Dublino durante la Pasqua del 1916 stroncò tutte le speranze di un atteggiamento comprensivo di Londra. Dopo cinque giorni di bombardamenti, l'artiglieria ebbe ragione delle poche centinaia di membri della Fratellanza Repubblicana Irlandese che il lunedì di Pasqua avevano proclamato la Repubblica sotto il colonnato dell'edificio della Posta Centrale a Dublino. Interi quartieri demoliti a cannonate, le vie del centro devastate e piene di macerie, i capi della rivolta giustiziati con la più ottusa ferocia: questo fu il risultato immediato della sollevazione. Ma ogni irlandese capì che il sogno di una riconciliazione era svanito. Londra non avrebbe mai concesso all'Irlanda la libertà.

I ragazzi irlandesi volontari, divisi e assegnati a diverse unità britanniche invece che a Brigate nazionali come gli scozzesi, si trovarono a morire separati dai compagni e dalla patria per una nazione che a casa stava tentando di strappare le radici della rivolta. James McBride morì come migliaia di irlandesi, come un milione di giovani britannici, al suono dei tamburi e delle cannonate interrotti dalle mitraglie. Nel racconto di Leannàn non c'era posto per la retorica trita e ritrita, solo per il dolore per un uomo amato e perduto nel giro di pochi anni.

James McBride morì nella battaglia di Passchendaele, che gli inglesi sempre pronunciano Passiondale, e fu sepolto come altri della sua gente in una fossa comune. Quando nel 1919/20 la lotta per l'indipendenza infiammò l'Irlanda contro la Gran Bretagna, James era già trasformato nel semplice ricordo dei parenti, nella foto sbiadita del soprammobile di Mary. Quando la sua patria avrebbe avuto più bisogno di braccia e cervelli, nella terribile prova della propria maturità, egli non esisteva più.

Dopo l'indipendenza, dopo il tragico fiume di sangue della guerra civile del 1921 che portò i fratelli a sparare contro i fratelli, Leannàn si recò nelle Fiandre Occidentali, nel paese chiamato Passendale dai Valloni o Passchendaele dai Fiamminghi. Non esisteva una tomba con il corpo di James McBride, ma ogni croce su ogni metro quadrato rappresentava un giovane come lui, un contadino o un operaio che aveva abbandonato per sempre la famiglia, 1a fidanzata, il lavoro per diventare nulla più che concime, una croce bianca sotto la pioggia del Belgio. Mentre i figli dei nobili e dell'alta borghesia, gli ufficiali, avevano quasi sempre riportato a casa la pelle, tutti i James McBride ce l'avevano rimessa e niente avrebbe potuto prendere nel cuore di Leannàn il posto vuoto.

Questo era ciò che ella stessa mi raccontò, oltre 70 anni dopo la morte del ragazzo. Aveva capelli ricci ed era miope come me. Ma il tempo cancella tutto. Forse una ragazza mortale si sarebbe sposata e avrebbe continuato a rimpiangere la carne di James McBride fino alla morte, ma Leannàn avrebbe visto altri secoli, altre ere. Avrebbe visto tempi migliori, avrebbe cambiato amanti che appassivano e quel ragazzo di diciannove anni non sarebbe stato che un volto fra tanti. Se fosse riuscita a non cadere mai nelle mani dei Seanòin, un secolo o l'altro avrebbero cancellato il dolore.

Questo fu ciò che le dissi, mentre lei non sapeva se credermi o meno, non sapeva se ero geloso o indifferente, non capiva se parlavo per affetto o noncuranza.

Non avendo voglia di uscire di casa, per la seconda volta ordinammo piatti pronti a un ristorante. Ascoltammo in silenzio il rumore delle posate sui piatti di ceramica, la sinfonia dell'acqua versata nei bicchieri, la solitudine dell'orologio a muro che trascinava i minuti con la sola forza delle lancette. Unici altri rumori erano quelli provenienti da oltre la finestra: voci, risuonare di passi, il rombare dei motori.

Non potevo far niente per Leannàn, quel giorno. Mentre la mia volontà tentava inutilmente di ricacciarlo indietro, un ricordo affiorò dall'angolo della memoria. Non era il ricordo di qualcosa realmente accaduto, solo il paragone con un racconto di Joyce, "I morti". Parla di un uomo, Gabriel, che per caso un giorno si accorge di come sua moglie Gretta possieda una profondità di sentimenti ch'egli non ha mai sospettato. Sull'orlo della commozione, Gretta gli confida che quand'era ancora fanciulla e viveva con la zia a Galway, c'era stato un ragazzo nella sua vita. Michael Furey, questo era il nome, aveva diciassette anni e faceva l'operaio del gas; era un ragazzo dolce e delicato, occhi grandi e scuri e un'espressione che Gretta non può dimenticare, forse idealizzata dalla distanza nel tempo e dalla malinconia.

Un giorno Michael Furey si ammalò, al principio dell'inverno, mentre Gretta dovette partire per recarsi a Dublino in convento. Egli era febbricitante e la fanciulla gli scrisse una lettera promettendogli che in estate sarebbe stata di ritorno, e lui sarebbe stato meglio. Non avevano mai fatto niente altro che passeggiare insieme nei giardini. Michael Furey aveva una bellissima voce ma non poteva studiare canto a causa della salute cagionevole.

La sera prima della partenza, Gretta sentì il ticchettio di sassolini sulla finestra e scese in giardino. Michael Furey era in piedi accanto a un albero, rabbrividiva e non voleva tornare a casa al caldo. Sotto la gelida pioggia invernale, disse a Gretta che non voleva vivere e i suoi occhi rimasero per sempre impressi nel ricordo di lei.

Una settimana dopo Michael Furey morì mentre Gretta era in convento.

La forte somiglianza con la mia situazione mi impressionò. Avevo scoperto che Leannàn aveva una vita diversa da quella che potevo mai aver immaginato. Avevo scoperto che James McBride era morto per lei e per i propri ideali, e il ricordo di lui era entrato a far parte dell'enorme schiera di ombre cui apparteneva anche Michael Furey, in piedi sotto l'albero del giardino e la pioggia d'inverno con gli indimenticabili occhi scuri. Leannàn ricordava ancora James come era a diciannove anni, ma quel tempo era passato da tre quarti di secolo e lei non era una vecchietta grinzosa con la mente annebbiata dall'arteriosclerosi. Era una ragazza di ventitre anni.

Più d'ogni altro passo, mi ritornarono in mente le ultime righe del racconto di Joyce, che a suo tempo avevo mandato a memoria: "C'era neve in tutta 1'Irlanda Cadeva dovunque sulla pianura centrale, sulle colline senza alberi, cadeva dolcemente sulla pianura di Allen e, più a occidente, cadeva dolcemente sulle scure onde dello Shannon. Cadeva anche dovunque nel cimitero isolato sulla collina dove Michael Furey era sepolto. Si posava in grossi mucchi sulle croci storte e sulle lapidi, sulle lance del cancelletto, sugli sterili spini. L'anima [di Gabriel] si allontanò lentamente mentre udiva la neve cadere lieve nell'universo e cadere lieve, come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi e i morti."

Era di questo che ero conscio io, mentre sedevo con Caitlin rivolto a chissà quali pensieri? Forse pensava al primo sabato dopo la domenica di Pasqua del 1916, quando il ragazzo era già in Francia, e lei si era recata con i falsi genitori ad assistere all'insurrezione di Dublino. I giornali parlavano di complotto tedesco, di sbarco di truppe nemiche sul suolo irlandese, ma quando Leannàn era giunta alla capitale, il sesto giorno dei combattimenti, non aveva visto altro che poche centinaia di civili, i ribelli dopo la resa, marciare sotto scorta dell'esercito verso la prigionia o il plotone d'esecuzione. Erano quelli gli uomini che avevano difeso fino all'ultima pallottola Sackville Street contro l'artiglieria reale? Era contro di essi che la gente di Dublino inveiva; i figli degli irlandesi si erano arruolati nelle file dell'esercito britannico, e i ribelli si erano battuti contro l'esercito. Erano perciò nemici.

Sfilarono i prigionieri inquadrati, insultati dagli irlandesi per la cui libertà avevano rischiato e in molti ottenuto la morte. E Leannàn era a portata di voce quando Eamon De Valera, futuro Taoiseach (Primo Ministro dell'Eire) e Presidente, rivolto a un gruppo di spettatori scalmanati disse: "Se solo foste usciti con forchette e coltelli!". E Leannàn capì che egli aveva ragione. Era inutile illudersi di conquistare la libertà con le almi del Parlamento. L'unico metodo era quello della rivolta armata; i figli d'Irlanda che combattevano in Europa dovevano ritornare a lottare in casa.

 

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Fu soltanto il giorno successivo a quello in cui Leannàn si sfogò confidandomi l'episodio di James McBride che fummo in grado di riprendere un dialogo. Si svegliò con un umore decisamente migliorato, tanto che per la prima volta da quella sera a Droichead Atha ci scambiammo baci ed effusioni. Restii a uscire dal caldo rassicurante delle coperte, rimanemmo sdraiati spalla a spalla a osservare il soffitto. Ancora non sapevo cosa avrei fatto. Non sapevo se fosse meglio tornare in Italia o restare con Caitlin. Leannàn.

- Cosa provi per me? - Le domandai.

- Io ti amo.

- Non essere assurda. Come James McBride?

- Come James McBride.

- Lui era il tuo grande amore. Tu eri una contadinella del Munster, una piantina d'erica, verde prima dell'esplosione di colore dell'estate. Lui vestiva calzoni di fustagno e camicie di lino, studiava al lume di lampade a olio; tu vestivi lunghe gonne di cotone e portavi un fazzoletto fra i capelli. Io invece sono un borghesuccio italiano, vesto jeans e velluto volgare e leggo filosofia sotto la luce al neon di un caffè vegetariano; Caitlin òCoileain regala e veste delicati maglioni di lana a tinte tenui e vive della rendita di genitori che non esistono insieme a una banda di nullafacenti. Non mi sembra che la situazione sia la stessa.

- La situazione non è nei fatti oggettivi ma nel soggetto che la vive. Io potrei benissimo provare per te ciò che è stato con lui, a parte il fatto che lui era più intelligente.

- Grazie.

- Franco, io voglio un figlio da te.

Distolsi lo sguardo dal soffitto per posarlo sul suo profilo, accanto a me.

- E' passato un secolo e mezzo dall'ultima volta, - disse, - e comunque penso di aver trovato l'uomo giusto.

- L'uomo giusto per dargli un figlio e abbandonarli entrambi?

Mi sorrise con uno sguardo così dolce che se avesse avuto in pugno una forbice da piantarmi nel cuore e mi avesse chiesto perdono, l'avrei perdonata.

- No, - disse. - Viviamo insieme, Franco. Facciamo un bambino e continuiamo a vivere insieme.

- Fino a quando? Finché invecchierò e il bambino crescerà e tu non ce la farai più a restare con noi per vederci appassire e morire?

Dopo un breve silenzio, rispose: - Non hai ancora tutti gli elementi che ti permetterebbero di giudicare. Sappi solo che hai detto qualcosa di ingiusto, ma ti perdono.

- Tu parli per enigmi.

Più tardi, a colazione, riprese il discorso: - Come lo chiameremo?

Finsi di non capire: - Chi?

- Il bambino. O la bambina.

- Se fosse un maschietto, James mi sembra doveroso.

Mi guardò con gli occhi lucidi. Era incredibile la sua capacità di sopportazione, malgrado tutta l'amarezza che le stavo scaricando addosso. Se soltanto avesse reagito! Non sapevo se si comportasse a quel modo per amore o per compassione.

- Va bene, - raccolse la sfida. - Che ne diresti di Fionnula in caso contrario?

Touché. Uno pari.

Gettò due pasticche in bicchieri d'acqua, ne porse uno a me e tenne L'altro per sé.

- Cos'è?

- Afrodisiaco.

Bevemmo.

- Ce n'era bisogno? - Domandai.

- Per me no. Per te non so.

La sollevai dalla sedia e la trascinai scalciante verso la camera da letto. Nel corridoio cademmo e la spogliai gettando la biancheria intima dove capitava. Le andai addosso, sdraiata sul parquet tiepido, mentre le bocche si cercavano a vicenda

- C'era bisogno di uno stimolante? - Domandai.

- Siamo appena all'inizio.

La bevanda forse conteneva qualcosa di insolito, perché dopo il corridoio riprovammo sulle scale. Era una posizione a dir poco inconsueta. Leannàn dovette aggrapparsi alla balaustra per non cadere, ma ci divertimmo un mondo. Credevo di aver esaurito le energie, invece prima di vestirci salimmo in camera da letto. Tre volte assicuravano più probabilità di una, per generare un figlio.

Dopo pranzo, quando ci distendemmo uno accanto all'altra sul letto per riposarci, non riuscii ad appisolarmi. Stavo pensando a Sealgaire, la Seanòin catturata a Droichead Atha. Leannàn mi aveva rivelato che la donna aveva un tempo impersonato il ruolo della regina Elisabetta I d'Inghilterra, però non era stata esplicita riguardo al ruolo degli Ogànach in quella lotta di personalità, i cosiddetti eroi. Probabilmente alcuni degli eroi della tradizione irlandese erano stati Ogànach; aveva importanza effettuare una distinzione fra uomini e immortali? Tutti avevano lottato per lo stesso obiettivo primario, la libertà dell'isola. Nessuno in questa lotta era stato più sincero di altri. Tuttavia... mi trovai a correre col pensiero sulle piste della fantasia. Era possibilissimo che qualcuno dei miei amici Ogànach avesse un tempo alzato le armi e le idee con un nome passato alla storia e alla tradizione. Quanti immortali erano scomparsi nel far ciò? Pensai a Chu Chulain, il mitico eroe della tradizione celtica, destinato a quanto pare già in gioventù a divenire Re. La sua leggenda era forse ispirata alle gesta di un Ogànach? E poi pensai a tutti i capipopolo storici, dall'Ard Ri (Re dei Re) Malachia che riuscì a debellare il primo tentativo d'invasione vichinga unificando tutte le Tuath (tribu) celtiche, all'eroe nazionale Brian Boru che allontanò per centocinquant'anni il pericolo di invasioni danesi, fallendo però nel tentativo di riunificare 1'Irlanda. I loro caratteri focosi ben si adattavano all'immagine che mi ero fatta degli Ogànach dei primi tempi. Ma continuando lungo la storia, gli esempi mi giungevano innumerevoli alla mente: il Re del Leinster, àrt Og MacMurrogh che intorno all'anno 1400 liberò 1'Irlanda sconfiggendo Riccardo II d'Inghilterra e il più numeroso esercito che avesse mai calpestato l'isola. Non mi era difficile immaginare Padraic o Peadar nei suoi panni. E poi ancora Hugh O'Neill e Hugh O'Donnell che vissero al tempo della regina Elisabetta I, mentre 1'Inghiiterra era sul punto di divenire la maggior potenza del mondo. E Sir Arthur Ashton che a Droichead Atha si oppose all'esercito puritano inglese di Oliver Cromwell, quando tutta l'Irlanda conobbe una sconfitta spaventosa e i cinque sesti dei suoi abitanti furono passati per le armi. E Patrick Sarsfield che guidò l'esercito celtoiberico contro quello ben più numeroso di Guglielmo d'Orange nella disastrosa battaglia del Boyne che segnò la supremazia protestante inglese sulla Francia cattolica; non avrebbe potuto Sarsfield essere Beo, al secolo Colm O'Higgins?

Ancora l'avvocato Theobald Wolfe Tone che durante la Rivoluzione Francese guidò dal 1793 al 1798 la rivolta degli Irlandesi Uniti, cercando l'aiuto dei giacobini francesi tentennanti, e che si suicidò piuttosto che finire impiccato. E un altro avvocato, Daniel O'Connel, che s'impegnò a fondo nella lotta sociale per i diritti politici della maggioranza cattolica; poi Charles Parnell che ottenne grandi successi alla guida del partito liberale irlandese e fu stroncato dall'opposizione della stessa Chiesa cattolica. Poi gli eroi dell'insurrezione di Pasqua del 1916 e della guerra d'indipendenza: James Connolly, fervente socialista che riuscì a coalizzare i lavoratori protestanti e cattolici durante gli scioperi di Belfast e fu fucilato nella prigione di Kilmainham dopo la rivolta; la contessa Constance Markievicz, comandante di reparto durante l'insurrezione; Michael Collins, che alla guida di un'organizzazione segreta sgretolò la potenza della polizia imperiale usando i suoi stessi mezzi: l'omertà, la rappresaglia, l'omicidio. E infine gli ultimi eroi della storia contemporanea: la "pasionaria" Bernadette Devlin e Bobby Sands che si lasciò morire di fame digiunando in galera con decine di compagni dell'IRA per protestare contro le condizioni dell'oppressione nell'Irlanda del Nord. Pensare a loro come possibili Ogànach significava sminuire il valore morale di un popolo? Considerando mortali e immortali come due culture separate, probabilmente sì; ma se mi rendevo conto che, malgrado le differenze abissali tutti loro erano irlandesi, il problema non sussisteva.

Anzi, non avevo il diritto di avere simili pensieri. Probabilmente nessun Ogànach si era mai esposto al punto di diventare un "eroe" poiché non ce ne era stato bisogno: i candidati erano tutti a disposizione fra il popolo.

Leannàn al mio fianco si girò e si svegliò. E io non ero neppure riuscito a riposarmi.

Quella sera, tardi, arrivarono Seàghan, Fionnula, Padraic e Deirdre con Susanne Ashbury. Ero alla finestra della camera da ietto, quella con le tendine rosa, quando guardando in strada vidi il furgoncino accostare al marciapiede. Ne scesero Fionnula e Deirdre; nessun altro era in strada. In qualche modo mi videro alla finestra, malgrado l'assenza di luce.

Bussarono alla porta e sentii Leannàn che apriva. Dopo mezzo minuto Deirdre tornò al furgoncino, Seàghan e Padraic scesero e aprirono il portello posteriore. Notai che si incurvavano a sollevare qualcosa da terra, che riconobbi per Susanne Ashbury quando fu in piedi. Aveva un impermeabile scuro gettato sulle spalle e abbottonato al collo e sembrava intontita. Era imbavagliata.

Nessun altro aveva osservato la scena, neppure le pattuglie di Difensori Protestanti che presidiavano la città. Scesi di sotto. Fionnula e Caitlin smisero all'improvviso di parlare e si voltarono verso di me.

- Benvenuto, - mi disse Padraic affabilmente. - D'ora in poi puoi chiamarmi Othar.

Non gli dimostrai altrettanto calore. Fecero sedere Susanne Ashbury su una sedia e le tolsero l'impermeabile dalle spalle; aveva le mani legate dietro la schiena.

- Ci sono notizie dal confine? - S'informò Leannàn.

- Brutte notizie. La guerra è imminente. Tutt'intorno a questa contea sono ammassati migliaia di volontari repubblicani, a Ballyshannon, Sligo, Cavan e Monaghan. Abbiamo dovuto subire una perquisizione accurata nel varcare il confine.

- E Sealgaire?

- Era nascosta in un doppiofondo così piccolo che sembrava impossibile trovarci un solo fucile. - Non l'hanno trovata.

- Avete rischiato grosso, - dissi.

- Eravamo pronti a ogni evenienza.

Trasportarono a spintoni Sealgaire nel primo sotterraneo, l'ospedale. Li seguii, Seàghan rimase di guardia in casa.

- Ora ti riconosco, - disse la prigioniera quando le levarono il bavaglio.

- Ci siamo incontrati nelle cantine della casa di Droichead Atha, - dissi.

- No, prima. C'era poca luce nelle cantine, e non ero psicologicamente in grado di riconoscerti.

- Io non c'entro con loro. Ho saputo tutto solo adesso.

Sealgaire rise forte e Padraic la schiaffeggiò con il dorso della mano.

- Non sei in condizioni di essere allegra, - disse. - Domani arriverà An Muir per interrogarti, dopodiché morrai.

La scena mi dava la nausea; Leannàn se ne accorse e mi accennò di seguirla di sopra. Per le scale incontrammo Seàghan.

- Tornate giu. Ci sono cattive notizie.

Era iniziata l'invasione, come comunicò a tutti. La radio aveva fatto sapere che colonne motorizzate paramilitari avevano violato i confini della contea di Fermanagh in cui ci trovavamo noi, mezz'ora prima. Non si sapeva nulla di preciso, ma pareva che uomini armati avessero sfondato i posti di blocco, ingaggiato uno scontro con le guardie di confine e occupato il villaggio di Belleek, appena al di qua della frontiera sulla strada per Ballyshannon. Un'analoga situazione si presentava a Belcoo, appena diciannove chilometri da Enniskillen, dove Difensori Protestanti e IRA stavano ingaggiando un feroce scambio di fucilate.

Cercammo una stazione radio dell'Eire, che comunicava gli avvenimenti da un punto di vista diverso. Le guardie di confine della Repubblica non avevano potuto impedire il passaggio di civili armati diretti a nord, a Belcoo e anche a Newtownbutler, all'estremo sud della contea di Fermanagh. Si erano avuti soltanto, secondo l'emittente, scambi di fucileria alla frontiera. Tornai di sopra con Seaghan e Leannan; dall'esterno giungevano rumori di motori e voci umane concitate, anche passi di corsa. I Difensori Protestanti si apprestavano a rinforzare i confini.

E noi eravamo proprio in mezzo.

Di sotto salì un urlo di dolore. Era Sealgaire. Seaghan chiuse la porta del sotterraneo.

- Dobbiamo prendere precauzioni, - disse. - Potrebbero perquisire le abitazioni.

Ne avevo abbastanza. Non ne potevo più di segreti, di congiure, di crudeltà, di rivelazioni, di guerre. Me ne andai in camera da letto.

Cos'altro potevo fare? Ero dentro fino al collo. Maledetti, non mi avessero mai preso in mezzo! Ma cosa c'entravo io, perché mi avevano rivelato tutto, perché rischiavano i loro segreti con un mortale? Da quanto avevo capito, ben pochi estranei (forse nessuno) erano venuti a conoscenza dell'esistenza degli immortali.

Non avevo udito i passi salire le scale. Nel buio della stanza, il profilo di Leannàn si stagliò contro il chiarore sfumato che proveniva dalle scale. Distinsi chiaramente il collo circondato dal risvolto del dolcevita, la sagoma della gonna stretta ai fianchi, la luce intorno al profilo dei capelli. Era a piedi nudi, non compresi perché.

Silenziosa come un animale, si avvicinò al letto senza fare scricchiolare il pavimento, il parquet identico a quello sul quale solo quel mattino ci eravamo amati. Sapeva che l'avevo vista.

- Perché? - Le domandai. - Perché mi avete tirato dentro questa storia? Tu non mi hai detto tutta la verità. Cosa ho io a che fare con i vostri intrighi, perché avete programmato la mia curiosità fin dall'inizio, perché avete voluto che scoprissi Sealgaire e cercassi di saperne di più?

Millimetro dopo millimetro, la sua testa si volse verso la finestra, finché la luce di un lampione si posò morbida sui suoi lineamenti.

 

LA QUARTA RIVELAZIONE

La Rocca dei Celti

 

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Durante la notte scattò il piano insurrezionale dell'IRA. Le contee di Fermanagh e Tyrone, incluse nei confini dell'Irlanda del Nord, sono abitate in maggioranza da popolazioni cattoliche. La notte in cui i volontari repubblicani, con la complice indifferenza dell'esercito dell'Eire, violarono i confini, le principali città delle due contee insorsero. Strabane, Omagh, Dungannon e Enniskillen estrassero le unghie e i denti nella notte, mentre l'esercito e i Difensori Protestanti erano scesi a sud per fronteggiare l'invasione.

Udimmo chiaramente clamori e il fragore di armi dalla strada. Udimmo le voci della gente che formava barricate con automobili e mattoni, le sirene della polizia, il sibilare degli inutili idranti. Quella notte nella contea scoppiò il caos.

La regione di Fermanagh è divisa in due da una catena di laghi e laghetti collegati gli uni agli altri. Enniskillen sorge su un isolotto alla congiunzione di due distese d'acqua, nel centro della regione, e l'unica strada che permette di comunicare fra le due parti della contea passa da essa.

Quando, all'alba, la città fu saldamente in mano agli insorti, l'esercito e i Difensori Protestanti rimasero tagliati fuori dal resto del paese, stretti fra i laghi e il fronte d'invasione. Esistono, è vero, due strade minori che attraversano i laghi, ma la prima passa talmente vicina alla città che gli insorti si preoccuparono subito di presidiarla. La seconda corre così vicina al confine meridionale che cadde quasi immediatamente nelle mani dell'IRA.

Enniskillen era l'unica via attraverso la quale i Difensori Protestanti potevano tornare a nord e i rinforzi dirigersi a sud. Ed era nelle mani del nemico; non sarebbe caduta senza combattere.

Eravamo nell'occhio del ciclone.

Durante tutti questi avvenimenti, dalla prima barricata alla caduta della città, Leannàn e io restammo chiusi nella stanza buia a parlare.

- Ciò che sai, - mi disse, - non è tutta la verità. Mi spiace, forse ho sbagliato a non dirti tutto dall'inizio; ho pensato però che sarebbe stato meglio fartelo assimilare a piccole dosi. Tieni presente che ciò che ti ho detto è tutto vero, tranne un particolare: sappiamo benissimo come siamo diventati immortali.

- Tutto a un tratto la mia attenzione aumentò.

- Fu un uomo, non sappiamo chi fosse, che trasformò i Seanòin. Questo accadde, come sai, prima che io o qualsiasi Ogànach nascessimo. Non posso dirti niente di preciso circa quella prima generazione, perciò inizierò da quando venni al mondo. Esisteva già un potere costituito, quello dei Seanòin, cui nessun mortale osava opporsi. Esistevano leggende circa la loro nascita secondo le quali era stato un Dio a generarli, o a donare loro la vita eterna. Io stessa ci credevo, ma i Seanòin preferivano non lasciar trapelare nulla della loro vita passata, tranne l'origine divina. Un giorno, il Creatore ritornò. Era vissuto lontano, oltre il mare, per duecento anni, e intendeva verificare l'operato degli Immortali suoi figli. Quando vide il modo in cui erano trattati i mortali, al livello di schiavi, si adirò moltissimo. Non potendo distruggere i Seanòin, scelse i migliori giovani da tutti i villaggi della valle e operò su di loro lo stesso miracolo di due secoli prima.

- Cosa intendi per "miracolo"?

- In quel tempo non capimmo, ovviamente, quale fosse la tecnica dell'Immortalità. Quando le nostre conoscenze ce lo permisero (oltre 2000 anni dopo) ci sottoponemmo tutti a sedute di auto-ipnosi per mettere a confronto le esperienze individuali. Egli ci aveva sottoposti all'impalpabile azione di una macchina. Dopo averci sdraiati uno per uno su un masso passò a una certa distanza sopra i nostri corpi una macchina a forma di bastone, o di canna, legata a un corpo più massiccio. Ora che possediamo i concetti di onde radioattive e generatori elettrici, purtroppo i ricordi sono così frammentari che nessuna informazione può essere considerata come certa. Ad ogni modo, la macchina ora si trova in questa casa.

-Continua. Pendo dalle tue labbra.

- Ciò che segue immediatamente lo sai già. Intervenne la lotta e la conseguente vittoria contro i Seanòin, il periodo della Valle del Boyne e quello di Caiseal Mumhan. Fino alla decisione del consiglio di entrare nell'anonimato, il Creatore rimase con noi.

-Qual era il suo nome?

- Lo chiamavamo Sioraì, Eterno. Al momento della diaspora, che pose fine al periodo di Caiseal Mumhan, egli si recò oltremare con Fionnula e An Muir. Noi tememmo che fosse andato a unirsi ai Seanòin per aiutarli contro di noi, ma dopo molto tempo ritornò. Nei secoli seguenti ci lasciò spesso per compiere solitari viaggi in Europa, talvolta accompagnato da alcuni di noi. Fu un aiuto valido durante la lotta e un perno di coesione per l'organizzazione.

Perché non creò altri Ogànach per aiutarvi?

-Disse che non poteva. Quando fummo in grado di comprendere, ci confidò che aveva esaurito l'energia necessaria e la Macchina necessitava riparazioni.

- Non vi disse da dove veniva?

-Mai. Sulla sua provenienza sono nate migliaia di congetture. In origine, naturalmente, pensavamo fosse un dio, in seguito un'incarnazione dell'unico Dio (come Gesù Cristo, se mi spiego). Però fu lui stesso a dirci di essere un uomo come noi. Si rifiutò sempre di confidarci qualcosa di più con il pretesto che sarebbe stato meglio per noi se non avessimo mai saputo nulla. An Muir sostenne in seguito la teoria che Sioraì fosse immortale già da migliaia di anni quando creò i Seanòin; però poi, ripensandoci, si accorse che Sioraì non avrebbe potuto raggiungere una tecnologia tale da costruire macchine a energia elettrica nel 3000 a.C. Per un certo tempo pensammo che fosse il messaggero di una civiltà scomparsa e molto progredita, una specie di Atlantide, o che venisse addirittura da un altro pianeta, ma l'autopsia rivelò che i suoi organi erano assolutamente identici a quelli umani.

- Hai parlato di autopsia? Sioraì è morto?

- Sì, nel 1944, ma aspetta che ti racconti. Man mano che il progresso umano continuava, egli si distaccò da noi Ogànach per compiere ricerche scientifiche segrete in laboratori sepolti in Europa, uno in Francia e uno in Italia. Una parte delle invenzioni che esistono ora nei nostri rifugi provengono dalle sue scoperte. An Muir era la nostra coscienza filosofica, la guida morale, Sioraì la luce scientifica. Arrivammo a comprendere che la Macchina dell'Immortalità era un'invenzione altrettanto sconosciuta a Sioraì che a noi. Il tempo e gli incidenti l'avevano quasi distrutta, perciò egli si prodigò per ricostruirla, sostituendo le parti inutilizzabili e cercando di capirne il funzionamento.

- A quanto pare, - dissi, - Sioraì non usava la Macchina da molto tempo quando vi diede l'immortalità. Pare anche che non fosse sua. Forse l'aveva rubata.

- Facciamo un'altra ipotesi. Tu, Franco Oppezzo, stai viaggiando sull'Africa Centrale su un aereo che precipita. Unico scampato, tu, unico oggetto intatto, un televisore. Per un ceno tempo riesci a divenire gli indigeni primitivi con il televisore e l'accumulatore dell'aereo, ma quando l'energia finisce e una noce di cocco sfonda l'apparecchio saresti capace di ripararlo? Ti occorrerebbero anni dì ricerche e sperimentazioni. Non si può dire che il televisore non ti appartenga, eppure per la sua costruzione è stata necessaria una tecnologia che tu non conosci.

Dovetti ammettere che l'esempio calzava perfettamente con la situazione di Sioraì. La pregai di continuare.

- Per parecchio tempo Sioraì visse separato da noi mentre la lotta con i Seanòin infuriava. Ci confidò che era sulla pista buona per la fine dei suoi lavori di ricerca. La guerra mondiale e le nostre suppliche non servirono a convincerlo a ritornare in Irlanda per sottrarsi alla violenza in Europa. Infine accadde il disastro: durante un bombardamento Sioraì fu ferito a morte.

- E così finì la sua storia, vero? E le sue ricerche.

- Nessuno era in grado di proseguirle. Ci rimasero alcune macchine e pochi scritti incomprensibili che trasferimmo in Irlanda. Forse Sioraì voleva finire la riparazione della Macchina dell'Eternità e metterla a disposizione dell'umanità; nella sua visione, era probabilmente questo l'unico modo per interrompere la guerra fra gli Immortali.

Mi alzai a sedere sul letto, accanto a lei, guardando fuori dalla finestra.

- C'è qualcosa che non quadra. - dissi. - Dato che i vostri progressi nella fecondazione artificiale e nell'ingegneria genetica sono così eclatanti, perché non avete prelevato un tessuto dal corpo di Sioraì? Forse il suo clone sarà immortale, forse in qualche modo sarà possibile fargli riprendere le ricerche da dove quell'altro era stato interrotto, forse... Ma mi stai ascoltando, Leannàn?

Leannàn stava piangendo.

- Ma non hai ancora capito? - disse. - Tutto ciò che dici è già stato compiuto. I1 clone di Sioraì sei tu.

 

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All'alba giunse An Muir. Non riesco a comprendere come avesse potuto oltrepassare il confine, tanto più che non poteva muoversi se non per mezzo di una sedia a rotelle. Può anche darsi che fosse già a Enniskillen prima dell'apertura delle ostilità.

Pressappoco nello stesso momento in cui lui entrò nella casa, i Volontari dell'IRA giunsero alle porte della città da sud, dopo aver disperso le truppe chiuse fra il confine e i laghi.

Già le prime scariche di fucileria risuonavano alla periferia di Dòire (Derry), secondo obiettivo dei repubblicani.

Quando Leannàn mi riaccompagnò nel soggiorno, erano tutti là ad aspettarmi con sorrisi d'impazienza e apprensione. Ancora con una mano sulla balaustra delle scale, ricambiai lo sguardo di ciascuno di loro. Saighdiùr (Seaghan), Othar (Padraic), che un tempo, prima ancora che qualsiasi invasore giungesse in Irlanda, era stato l'amante di Leannàn; Gaoth (Fionnula), Duibheagàn (Deirdre) e infine An Muir, che non possedeva un nome mortale. Fu l'ultimo su cui si posò il mio sguardo, e solo con uno sforzo cosciente riuscii a distoglierlo; sedeva, massiccio e onnipotente, nell'angolo più buio della stanza, con una coperta militare gettata sulle spalle.

- Benvenuto, Sioraì, - esclamò Fionnula. Era tutto così assurdo che mi sembrava di essere entrato a far parte di una cospirazione, segreta senza necessità, come una messa nera o una setta di adoratori satanici.

Leannàn evitava il mio sguardo. Mi sedetti accanto agli altri intorno alla tavola in legno che sopportava le impronte dei loro polpastrelli chissà da quanti equinozi. Sapevo di fare una figura patetica con la mia testa spettinata, le guance e il mento non rasati da parecchi giorni, le palpebre che non riuscivano a cedere al sonno, tutto l'insieme della figura magra e all'apparenza debole. Vedevo dai loro occhi che mi riconoscevano, che avevano riconosciuto Sioraì sin dal primo momento che mi avevano visto, appena giunto in Irlanda o forse durante le loro visite in incognito in Italia mentre io nascevo e crescevo.

Sì, perché l'ospedale segreto in Italia è a Vercelli, la Rocca dei Celti, la città che Sioraì aveva eletto a sua capitale sin dal momento in cui vi giunse, nell'intervallo di tempo fra la creazione dei Seanòin e quella degli Ogànach. Nell'ospedale sotterraneo il nucleo di un ovulo femminile era stato distrutto e sostituito con quello di una cellula di Sioraì. Così, in un'incubatrice artificiale, si era sviluppato l'embrione e in seguito il feto del mio corpo. Appena nato, fui sostituito con un neonato del medesimo peso e aspetto, all'ospedale "mortale" di Vercelli dove ero divenuto Franco Oppezzo.

I1 neonato sostituito con me ora viveva in Irlanda e credeva d'essere il figlio di due Ogànach nascosti dietro l'identità di persone di mezza età. Ero sempre stato destinato a conoscere il professor O'Higgins e i suoi assistenti e Leannàn. Avevano manovrato perché accadesse così; la loro potenza è immensa e paziente, per fortuna rivolta a scopi non malvagi (o comunque relativamente innocui per la maggioranza dei mortali). I1 professor Rigazio del GAI di Vercelli, che mi aveva introdotto allo studio e alle meraviglie dell'archeologia, era un Ogànach. Rientrava nel piano di farmi giungere in Irlanda per uno studio sulla Preistoria, e l'occasione delle scoperte di Demeulenaere a Caiseal Aonghousa era giunta a proposito. Io credevo di agire per libero arbitrio, invece la direzione della mia esistenza era già stata tracciata. Il carattere di Sioraì guidava le mie reazioni, anzi in un certo senso io ero Sioraì. Ero il primo essere umano clonato, ero vissuto più di qualsiasi altro nella mia situazione perché creato prima. E' sbagliato dire "creato". Qual è il vocabolo giusto? Io sono Sioraì, la cui origine si perde nella memoria del mondo. Chissà se sono un extraterrestre?

An Muir chiese che fossimo lasciati soli. Quando tutti se ne furono andati, più o meno riluttanti, mi alzai dalla sedia avvicinandomi a lui, osando per la seconda volta posare gli occhi nei suoi. Non sapevo molto di lui. In origine era un Seanòin, non un Ogànach. Era stato il primo Immortale creato da Sioraì. Dopo aver vissuto imprigionato per cinquanta anni per essersi ribellato alla tirannide dei suoi compagni Seanòin, fu liberato durante la rivolta che seguì il ritorno di Sioraì. Da allora in poi aveva vissuto con gli Ogànach, senza aiutarli materialmente nella lotta ma sostenendo che era necessario combattere i Seanòin. Dopo che Sioraì morì, egli divenne il più vecchio animale sulla faccia della Terra.

Un'altra cosa che sapevo, e che non potei credere finché non lo vidi con i miei occhi quella sera nella casa a Enniskillen, era il fatto che An Muir era invecchiato in tutti quei secoli. Al contrario degli altri Ogànach che restavano fisicamente intatti, egli non aveva cessato per un secondo di produrre cellule che si rigeneravano e morivano in continuazione.

Mi avvicinai. An Muir era una montagna di carta stropicciata più vecchia della Pergamena di Newgrange, un rettile dalla pelle più torturata di quella della luna, le labbra più dure del becco di un cormorano. I capelli erano pochi ciuffi di ragnatele marce color cenere che spuntavano da sotto il cappuccio del montgomery che indossava sotto la coperta militare. Solo due elementi di An Muir erano vivi: gli occhi, azzurri e liquidi come una piscina satura di cloro, più acuminati di una macchina della verità, e il cervello che funzionava ancora alla perfezione.

Se il corpo moriva ogni giorno, il cervello continuava a speculare malgrado la vita vegetativa degli altri organi. An Muir era la mente degli Ogànach, il capo del consiglio centrale, il Filosofo, l'unico forse che avrebbe potuto comprendere la natura di Dio se esistesse. Quel cervello non smetteva mai di funzionare, forse neppure durante i fumi del sonno incosciente.

Per la prima volta udii la voce di An Muir: - Buongiorno, Sioraì. Devi scusarmi se parlo lentamente e con voce roca, ma non sono abituato a far funzionare le corde vocali quanto quelle del cervello.

Non potei rispondere. La sua voce era il suono di un pettine strofinato sulla pelle di un tamburo bagnata. Non lasciava spazio a risposte.

- Siediti di fronte a me. Ciò che ho da dirti non può essere ascoltato in piedi, in una mattina come questa.

E continuò: - Abbiamo bisogno di te, tutti noi Ogànach. E' necessario mettere fine a questa guerra insensata. Forse è giunto il momento di donare all'umanità il segreto della vita eterna.

E poi ancora: - Sioraì stava lavorando a due invenzioni diverse: prima di tutto la restaurazione della Macchina dell'Immortalità; la seconda invenzione è qualcosa che non comprendiamo. Nessuno è in grado di continuare la sua opera, o anche solo di comprendere fino a che punto sia giunto. Ora abbiamo bisogno di te. In qualche modo deve essere rimasto in te il potere d'interpretare le ricerche di Sioraì. Ti sottoporremo a esercizi di autoipnosi e informazioni ~ subliminali per introdurre in te la conoscenza di tutto ciò che sappiamo sulle due ricerche di Sioraì.

- No, non può funzionare, - trovai il coraggio di dire. - Come possono i ricordi di un altro riaffiorare in me? Devi considerare che Sioraì e io, malgrado siamo fisicamente identici, siamo due persone diverse.

Con infinita pazienza, An Muir tornò a spiegare: - Sioraì redigeva i suoi appunti in un modo che nessuno di noi, neppure con l'ausilio del più potente calcolatore, è in grado di decifrare. Forse tu, con l'opportuna preparazione, potrai farlo. I tuoi schemi mentali probabilmente funzionano come quelli di Sìoraì. Devi farlo, Franco. Tutta l'umanità ha bisogno di te. Tu devi far rivivere la Macchina dell'Immortalità.

Mi sorpresi in quel momento a pensare che non ero più un mortale. Non ero più un essere umano. Questa differenza forzava una leva fra me e i miei genitori all'oscuro di tutto, fra i miei fratelli e gli amici e tutti i miei conoscenti. Io ero sullo stesso piano di Leannàn e Gaoth.

 An Muir profumava di polvere e tessuto bagnato quando mi spiegò che l'esperimento doveva aver luogo il più presto possibile. Il gruppo degli assistenti dì O'Higgins si era dissolto e il professore (che non poteva scomparire dalla scena pubblica altrettanto facilmente) era guardato a vista da gorilla. Per di più, dalla Pergamena di Newgrange risultava chiaramente che i Seanòin erano a conoscenza dell'importanza di Vercelli nella storia Ogànach. La Rocca dei Celti era una delle città del falso impero celtico, e il documento risaliva ad alcuni secoli prima della nascita di Cristo. Possibile che sin da allora i Seanòin fossero sulle tracce di Sioraì, a conoscenza dei suo legami con quella città? La "scoperta" della Pergamena poteva essere un avvertimento agli Ogànach che i loro complotti erano scoperti, anche se Sioraì non era mai caduto nelle mani del nemico.

Erano già sulle mie tracce?

 

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II mattino del secondo giorno dall'invasione, Seàghan uscì per comperare un giornale e tornò con l'Irish Independent, distribuito con sorprendente tempismo anche nella contea occupata (o, come i Volontari preferivano definirla, liberata).

Derry era quasi assediata dagli invasori, in preda a una devastante guerriglia per le strade fra gli insorti del quartiere cattolico e la polizia. Un numero imprecisato di uomini aveva varcato le frontiere su tutta la linea. Gommoni carichi di Volontari avevano attraversato il Carlingford Lough e occupato Warrenpoint, una cinquantina di chilometri a nord di Droichead Atha, spingendosi poi fino a Newry dove avevano incontrato resistenza. Tutte le cittadine più grosse e più prossime al confine erano assediate da gruppi armati in periferia che contendevano le strade alla Polizia e ai Difensori Protestanti. Benché Belfast fosse pattugliata e fortemente presidiata da milizia volontaria, alcuni quartieri erano insorti e si erano avuti morti per le strade.

Nel complesso, oltre metà dell'Irlanda del Nord era nel caos. Il tacito appoggio dell'Esercito dell'Eire, che non favoriva ma neppure ostacolava i collegamenti nelle retrovie dell'agguerrita IRA, giocava decisamente a favore degli invasori. Il novello Parlamento delle Sei Contee si era appellato all'ONU e Londra minacciò il governo di Dublino di intervenire militarmente se l'atto provocatorio non fosse stato stroncato.

Dublino, dal canto suo, replicò che non poteva trovarsi alcuna responsabilità ufficiale nelle azioni militari, e nello stesso momento l'esercito non poteva impedirle senza la certezza di una disastrosa guerra civile. Dal tono dell'articolo risultava chiaro che la stragrande maggioranza dell'opinione pubblica era in favore di quella disperata ultima manovra per risolvere lo straziante problema della divisione dell'Irlanda.

In quello stesso giorno iniziò la mia "preparazione". Padraic mi introdusse alle prime pratiche dell'ipnotismo, che sono piuttosto lunghe e necessitano di pazienza. Dopodiché mi ipnotizzò lui stesso e cercò di tirarmi fuori tutto ciò che potevo rincordare di Sioraì e della sua vita. Come prevedibile l'operazione fu un completo fallimento. Per di più, mi lasciò prostrato e stanco per tutto il resto della giornata, tanto che An Muir consigliò Othar (Padraic) di lasciarmi libero di riposare.

Leannàn entrò nella camera da letto e mi svegliò in silenzio.

- Cosa c'è? - Domandai.

- Nulla. - Voleva solo starmi vicina.

- Dimmi una cosa, Leannàn, quali sono stati i nostri rapporti nel passato?

Si aspettava questa domanda, ovviamente.

- Siamo stati amanti per diversi periodi, - rispose, - prima e dopo l'inizio dell'era cristiana, più volte durante l'occupazione straniera, l'ultima volta durante la rivolta degli Irlandesi Uniti, quando abbandonasti 1'Irlanda per l'ennesima volta e tornasti in Italia. Non tornasti mai più da me.

- Tu mi amavi?

- Ti ho sempre amato. Dopo il disastro del 1798 tu mi giurasti che tutto era finito fra noi. Naturalmente non era la prima volta, ma decisi anch'io che sarebbe stato meglio dimenticarti.

- Poi ci furono James McBride e la morte di Sioraì, vero? E perché hai deciso di ritornare con Sioraì nella persona del sottoscritto?

Leannàn alzò le spalle.

- Pensavo che fossi diverso, e uguale al tempo stesso. Non è difficile amarti per ciò che era Sioraì.

- Viva la sincerità. E come mi hai trovato?

- Un po' diverso.

Tacqui per alcuni minuti, mordendomi le nocche come non avevo mai fatto e senza sfiorare Leannàn.

- Dev'esserci qualcosa che non mi hai detto, vero? Leannàn, da chi andava Sioraì quando diceva che fra voi era finita? C'era un'altra donna ad aspettarlo?

Per la seconda volta alzò le spalle.

- Non potevo sapere tutto della sua vita privata. Talvolta andava da Duibheagàn (che tu conosci con il nome di Deirdre), ma quasi sempre da Gaoth.

- Ah, ecco la ragione della tua amarezza! - Esclamai. - Per Sioraì tu non en la preferita. Ha vissuto quasi sempre con Fionnula!

La ferii. Se ne uscì senza dire una parola dalla stanza, triste e profumata d'amore come quando era entrata. Fionnula attendeva evidentemente fuori dalla porta, perché si fece avanti per raccontarmi tutto ciò che ricordava della vita di Sioraì, della mia vita Probabilmente era quella che mi aveva conosciuto meglio.

Dopo la creazione degli Ogànach, la Macchina dell'Immortalità aveva smesso di funzionare. Sioraì si era assunto il compito di guidare la lotta contro i Seanòin, anche se non vi prese parte materiale. Fu una battaglia cruenta come solo a quei tempi avrebbe potuto, anche se l'influenza di Sioraì riuscì a mitigare l'asprezza della vendicatività Ogànach. Dopo che i Seanòin fuggirono oltremare, Sioraì rifiutò gli attributi divini che gli venivano applicati e scelse di vivere come un Ogànach qualsiasi. Per tutto il tempo passato nella Valle del Boyne visse con la sua prima moglie, colei che in seguito avrebbe assunto il nome di Duibheagàn (Deirdre), il cui maggior desiderio sembrava quello di dargli più figli possibile. Sioraì cercò d'istruire gli Ogànach sui valori della vita umana e istillò in loro un rozzo senso morale che tuttavia non ebbe influenza sui mortali. Prima che una lotta intestina lacerasse il tessuto sociale delle comunità della Valle, Sioraì guidò gli Ogànach attraverso centinaia di chilometri in direzione sudest, fino alla nuova patria di Caiseal Mumhan. Molte donne erano invidiose di Duibheagàn e dei favori di Sioraì, e giunsero al punto di terrorizzarla per prendere il suo posto (l'insistenza di Sioraì sulla moralità del gruppo era dunque fondata). Gaoth, cioè Fionnula, fu la terza donna che andò a vivere con lui. Credeva di amare un dio, invece si accorse che era un uomo qualunque. Lo aiutò a istruire gli Ogànach fino al tempo della diaspora. La comunità doveva smembrarsi e mantenere labili contatti in modo che nessuno potesse sospettarli del dono dell'Immortalità. Più o meno nello stesso periodo in cui Leannàn era partita con Othar e Triocha per il Galles, 1'Inghilterra e la Bretagna, Sioraì con Gaoth e An Muir iniziò un lunghissimo pellegrinaggio. Il vecchio fingeva di essere il padre del giovane, e Gaoth la sua sposa. L'intenzione di Sioraì era di recarsi oltremare sulle tracce dei Seanòin.

I viaggiatori si accorsero ben presto che degli antichi nemici non rimaneva traccia. Formularono tre ipotesi: la prima, che si fossero estinti. Questa fu subito accantonata come impossibile. La seconda, che si fossero mescolati alle scarse popolazioni locali come gli Ogànach; in questo caso non c'era più nulla da fare. La terza, che fossero emigrati in un'altra terra. I tre lasciarono così la Gran Bretagna dopo cento anni di ricerche e sbarcarono sul continente europeo.

Sioraì guidò gli amici attraverso la futura Gallia fino alla Pianura Padana, dove mostrò loro il luogo in cui era vissuto fra la creazione dei Seanòin e quella degli Ogànach. Era un modesto villaggio di cacciatori vincolati a rimanere fermi in quel luogo dalla promessa che Sioraì sarebbe tornato. An Muir, Gaoth e Sioraì vissero nel villaggio per un ceno tempo come dèi immortali e benevoli, quindi l'inquieto immortale trascinò i suoi seguaci in un lunghissimo viaggio. Dopo aver disceso il corso del fiume che attraversa tutta la Pianura Padana, i tre seguirono la costiera frastagliata della Dalmazia fino alla Penisola Greca. Attraversarono i Dardanelli e passarono in Asia Minore, poi in Siria e in Fenicia (gli Ebrei non esistevano ancora). Giunsero in un Egitto non ancora invaso dagli Hyksos, dove la loro pelle bianchissima destò immensa curiosità negli abbronzati mediterranei. Spinto da una fame di sapienza, da una sete di conoscenza insopprimibile e da una chiaroveggenza che sembrava fargli prevedere civiltà e avvenimenti prima di entrarne in contatto, Sioraì trascinò i suoi due amici in un interminabile viaggio della durata di più vite umane. Visitarono Babilonia due secoli dopo il Codice di Hammurabi. In Egitto e in Mesopotamia An Muir e Gaoth appresero il concetto di scrittura e quello di agricoltura, a loro sconosciuti ma predetti da Sioraì. Dopodiché penetrarono nella Persia che era dedita alla pastorizia e in un certo senso conduceva una vita simile a quella cui erano abituati. Dopo la Persia, i tre scesero in India guidati da una fame di sapere che sembrava infinita. Attraversarono poi il Tibet e penetrarono nella dolce Cina dalla civiltà millenaria. Il colore della loro pelle suscitò ancor più curiosità, finché essi decisero che era tempo di cambiare paesaggio. Scesero nell'Indocina degli Khmer, attraversarono nuovamente 1'India e la Mesopotamia e in Egitto si imbarcarono per Creta, che in quel periodo ospitava una civiltà seconda solo a quella cinese.

Comperarono un passaggio fino alla Sicilia, risalirono la penisola italiana e tornarono nella Pianura Padana. I1 loro bagaglio di esperienze era incredibilmente accresciuto. Vissero in Italia, poi tornarono in Irlanda e ritornarono in Italia più volte sino all'avvento dei Celti. Guidalo dalla premonizione o dalla conoscenza, Sioraì compì un solitario viaggio nella Valle del Reno, intorno al mille a.C. (Gaoth non poteva essere sicura della data, ovviamente). Invece di tornare da Gaoth che lo aspettava in Italia, Sioraì si recò poi in Irlanda a portare la notizia che una grande civiltà stava per nascere. Dovette però attendere quasi mezzo millennio perché le popolazioni indoeuropee conosciute con il nome di Celti giungessero in Irlanda. Durante tutto questo tempo Sioraì visse insieme a Leannàn, mentre Gaoth era in Italia. Dopo alcuni secoli (Gaoth parlava del tempo che trascorreva con una naturalezza che mi fece rabbrividire) Sioraì tornò in Italia a prendere Gaoth e la trascinò in Grecia a conoscere la magnificenza di quella civiltà. Gaoth si appassionò talmente a Atene che, quando Sioraì volle ripartire, ella lo abbandonò e rimase in Grecia. Dopo la conquista da parte di Roma, fuggì e attraversò le pianure danubiane per imbarcarsi per 1'Irlanda. Lì apprese che Sioraì, dopo un periodo in Scozia, era tornato e viveva con Leannàn. Gaoth divenne l'amante di Ionadaì (Peadar).

La primavera e l'estate celtica fiorirono e passarono lasciando sull'isola l'indelebile eredità artistica che contagiò dapprima i cristiani fuggiti dalla Gallia durante le invasioni barbariche, quindi assimilò completamente il cristianesimo dopo l'arrivo di San Patrizio. Per sei lunghi secoli durante il periodo seguente le invasioni barbariche solo in Irlanda durò la civiltà occidentale, fino alla sua distruzione nel IX secolo da parte dei Danesi. A ciò seguirono le calate successive degli invasori inglesi che fecero del loro meglio per sterminare nel modo più completo possibile i nativi. Con gli inglesi giunsero i Seanòin che durante i secoli trascorsi avevano accumulato un'enorme potenza segreta. La lotta con gli Ogànach riprese senza arrestarsi mai più. Questi ultimi si unirono a tutti i tentativi di cacciare gli invasori. Sioraì e Gaoth divennero sposi e estranei a periodi alterni e in tutte le parti d'Irlanda; lui ogni tanto si recava in Italia, dove il villaggio nella Pianura Padana si era trasformato nella città di Vercelli.

Lo sviluppo dei trasporti internazionali rese possibili viaggi nel breve volgere di mesi, o addirittura settimane. Leannàn tornò a godere dei favori di Sioraì dopo una breve esperienza come monaca di clausura. La loro relazione finì con il sanguinoso fallimento della rivolta degli Irlandesi Uniti di Wolfe Tone, quando Sioraì fuggì in Italia. Tornò in Irlanda nel 1840, al tempo della grande carestia per aiutare più gente possibile. Rischiò la vita durante l'insurrezione che seguì la peste delle patate, quindi divenne un medico di campagna e Gaoth sua moglie. Dopo un costante e posticcio invecchiamento, il medico divenne un proprietario di pub e la moglie una barista. Durante la guerra dei "Black and Tans" (che prese il nome dalla milizia reclutata in fretta e furia dal governo del Re fra i reduci della Grande Guerra) Sioraì combatté dalla clandestinità come tutti i Volontari dell'IRA, e Gaoth si distinse (come altre donne Ogànach) nel movimento femminile Cumann na mBan. Durante il triste periodo della Guerra Civile si mantenne dapprima in disparte aspettando le decisioni del consiglio centrale Ogànach. Quando questo lasciò agli immortali libertà di scelta, consigliando tuttavia di non lasciarsi coinvolgere dalla lotta fratricida ed esortando a non combattersi gli uni con gli altri, Sioraì si arruolò nell'Esercito Nazionale con gran delusione di Gaoth che scelse i Repubblicani. Svanita la prospettiva di riconciliazione nel fiume di sangue della guerra, Sìoraì emigrò per l'ultima volta in Italia dove fondò il primo ospedale Ogànach fuori d'Irlanda.

La bufera della Seconda Guerra Mondiale tenne separati Gaoth e Sioraì, che non si rividero mai più. Egli morì a Vercelli a seguito di un bombardamento americano; alcuni agenti Ogànach prelevarono campioni di pelle dal suo cadavere ancora caldo e, sepolti nell'ospedale segreto di Vercelli, lavorarono per ricreare il suo corpo. Dopo diciassette anni, il risultato fui io. Quando giunsi in Irlanda, Gaoth sperava di riprendere la relazione; si accorse ben presto che ero troppo diverso da Sioraì, e che l'uomo che lei aveva amato non esisteva più.

Quando finì il suo racconto, restai ancora attonito a osservare le molecole d'aria spostate dalla vibrazione delle corde vocali.

- E' difficile prevedere cosa accadrà, vero? - Domandai.

- Non è così difficile. Leannàn ti ama, Franco, io... Se avrò talvolta bisogno di te, non mi rifiuterai, spero.

- La mia risposta è inutile.

Uscì dalla stanza strusciando il vestito contro le coperte del letto.

Ero di nuovo solo con la mia indecisione, con l'incertezza del mio futuro. Dopotutto avevo innanzi chissà quanti anni di vita; ero a quasi lutti gli effetti un Ogànach.

In verità non è che fossi felice alla follia; mi attirava l'idea di un'infinità di tempo a disposizione per imparare tutto ciò che è possibile. Sull'altro piatto della bilancia c'era la situazione in cui la cultura Ogànach si trovava, una cultura di guerra.

Avevo tempo di pensarci. Mi addormentai poco dopo che Seaghàn giunse a portare il mangianastri per l'apprendimento notturno. Dovevo imparare il più possibile su Sioraì nei minor tempo possibile.

 

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Io ero, dopotutto, un esperimento. Se funzionavo, altri Ogànach sarebbero rinati dopo l'eventualità imprevedibile di un incidente mortale. Non era intenzione del Consiglio Centrale promuovere la creazione di legioni di Ogànach clonati da individui viventi.

Durante sedute consecutive, Deirdre iniettò nelle mie vene sostanze allucinogene e Othar continuò le sedute d'insegnamento dell'autoipnosi.

A essere sincero, mi pareva di non ottenere progresso alcuno. Continuavo a conoscere Sioraì soltanto dalle informazioni degli Ogànach. Vidi alcune sue fotografie risalenti agli anni fra il 1930 e il 1940. Avrei potuto benissimo essere io con vestiti dell'epoca. II volto delle immagini era consumato, la texture color seppia metteva in risalto chiaroscuri che sembravano mangiare i lineamenti. Ciò nonostante, chi avrebbe detto che quell'uomo aveva un'età inimmaginabile? La fotografia è un'invenzione relativamente recente, perciò le testimonianze visive di Sioraì erano molto limitate, essendo morto nel '44.

Per il resto, le sue gesta e i suoi fini mi erano ignoti. Leannàn mi portò a vedere le macchine dei due progetti di Sioraì. La Macchina dell'Immortalità era grande come un motore d'automobile, in metallo ricoperto da pannelli in alluminio. Era assemblata evidentemente a mano, come notai aprendo i pannelli. Accumulatori, circuiti elettrici ed elettronici che non comprendevo, tutto si mischiava in una babele che mi sconcertò in quanto a non-familiarità.

Quella era la macchina che aveva trasformato una giovane ibera in Leannàn l'immortale. Sollevai la pesante barra metallica che sembrava essere la parte più importante dell'apparecchiatura; era da essa che si erano sprigionate le radiazioni ammaestrate dietro comando di Sioraì. La barra era collegata al corpo da un cavo elettrico vagamente a spirale, un tempo probabilmente ricoperto di gomma che però era stata rimpiazzata da uno spesso tessuto in striscioline avvolto strettamente.

Padraic, che nel gruppo di Peadar era quello che più conosceva le Macchine, mi aveva spiegato che si era preferito non cambiare nessun pezzo, neppure quelli più consunti. Finché Sioraì era stato in vita, la sua reticenza a rivelare il funzionamento delle Macchine, addirittura a parlare di esse, aveva fatto in modo che nessun Ogànach potesse usarle. Mi venne spontaneo pensare che quella fosse stata la precisa intenzione di Sioraì.

La Macchina dell'Immortalità pesava più di trenta chili e con un certo sforzo era possibile sollevarla. Era stata più volte accertata l'assoluta mancanza di perdite di radiazioni. Tutto sommato, la Macchina era completamente sconosciuta agli Ogànach.

Il secondo progetto era una macchina decisamente diversa. Anch'essa era assemblata a mano. Consisteva di una pedana larga due metri quadri e alta trenta centimetri, zeppa di circuiti elettrici che a me sembravano incompiuti: da sei punti intorno al perimetro si innalzavano robuste braccia di metallo cavo che si riunivano a un'altezza di due metri e mezzo sopra il centro della pedana, come gli spigoli di immaginari lati di un poligono. Dalle loro estremità superiori, saldate insieme, pendeva un gancio cui era assicurato qualcosa che a tutta prima mi parve di poter definire come un sedile d'altalena adatto a trasportare un ippopotamo. I1 sedile era largo e robusto e penzolava senza movimento a trenta centimetri circa dalla pedana.

Nessuna mente Ogànach era riuscita a decifrare le istruzioni lasciate da Sìoraì. In effetti, erano incomprensibili. Una lingua e un alfabeto totalmente alieni. Alieni? Ci sarebbe stato da riflettere su questa parola.

Leannàn mi riaccompagnò di sopra, dove gli altri erano a cena. Non avevo fame e lei fu così gentile da salire con me al piano di sopra.

- Immagino che Gaoth ti abbia parlato, - mi disse. Ammisi che era così.

- Hai qualcosa da dirmi? - Continuò.

Certo. Io non sono Sioraì. - La presi fra le braccia e la baciai, e lei si lasciò andare con condiscendenza. Era tornata una ragazza di vent'anni.

Per l'ultima volta nella sua vita ci amammo disperatamente, come se fossimo tornati ai primi giorni del mio ritorno in Irlanda, nella casa in costruzione. Non chiudemmo la porta ma nessuno salì a disturbarci.

Nella dolcezza torpida che subentrò dopo, mentre Leannàn si pettinava i capelli, scesi in soggiorno dove An Muir mi aspettava, da solo, infagottato nella sua coperta.

Aveva in mano una busta di cartoncino marrone.

- Avrai un figlio da Leannàn, - mi disse.

Riflettei un attimo su questo. Perché Leannàn glielo aveva detto?

- Beh, lei spera di avere un figlio.

- E' più di una speranza. Ti ha fatto bere qualcosa prima, vero?

Ripensai al giorno precedente, all'afrodisiaco. Glielo dissi.

- Non era solo un afrodisiaco. Ora Leannàn può essere certa di ciò che voleva.

- Cosa intendi dire?

- Avrà un figlio da te. Sicuro al cento per cento.

Non feci in tempo a rispondergli perché cambiò subito discorso: - Come va l'esperimento dell'ipnotismo? Fai progressi? - Sorrise quindi, per la prima volta, alla mia smorfia. - Naturalmente, - aggiunse, - era un tentativo disperato. E' per questo che avevo quasi deciso di consegnarti un appunto di Sioraì che nessun altro ha mai visto. Tuttavia, se permetti, vorrei fare un'altra prova, l'ultima.

- Se vuoi. - Oscurai le finestre come mi chiese, serrai a chiave la porta e, nel buio quasi assoluto, mi distesi sul divano. An Muir tirò fuori una piccola torcia elettrica da sotto la coperta militare, e puntandomela negli occhi in modo che potessi vedere solo il pendolino di metallo che faceva oscillare a pochi centimetri dal mio naso, iniziò l'esperimento.

In principio la luce mi dava fastidio, ma dopo alcuni minuti passati a seguire il movimento ossessionante del pendolino, An Muir spense la torcia. Mi rilassai cercando di portarmi al centro del mio essere, come Padraic mi aveva insegnato. Avevo quasi dimenticato la presenza del vecchio, quando la sua voce mi richiamò ai miei doveri di appartenenza a un mondo materiale.

- Ascoltami bene, ti ricorderai di tutto ciò che accadrà ora. Ti trovi in un Paese che non è questo, in un tempo che non è il nostro. La gente intorno a te parla una lingua dolce che è la stessa delle scritte sui muri. Sei in Italia, ma non è il paese in cui è vissuto Franco Oppezzo. E' un paese di paura e morte improvvisa. Senti le sirene del coprifuoco, vedi la gente che corre ai rifugi?

- Sì.

- Ora aumenti il passo, ti metti a correre anche tu; attento a non urtare l'altra gente! Zitti, silenzio, non gridate! Senti il rombo degli aeroplani? Non alzi nemmeno gli occhi al cielo per paura di vederli. Sono questi gli alleati, i liberatori? Eppure fanno incursioni, terrorizzano, bombardano i civili italiani. Manca poco al rifugio. Ascolta! Corri, corri, senti il fischio delle bombe? Arrivano, arrivano! Il fischio ti assorda, Sioraì. A cosa pensi? A cosa stai pensando, Sioraì?

Aprii la bocca: - Non mi muovo, - dissi, - non fuggo.

An Muir sembrò interdetto, ma non riuscivo a scorgere la sua figura.

- Non fuggi? Ma le bombe stanno arrivando, tra dieci secondi saranno su di te!

- Non fuggo. Ho aspettato questo giorno.

- Ma tu hai dei doveri. Sei un Immortale, centinaia di Ogànach dipendono da te. Come puoi non fuggire?

Mi scappò da piangere: - Cosa vuoi da me? Io vorrei, ma sono giunto alla fine del mio tempo. Anche se io cercassi di evitarlo, non sarebbe possibile sfuggire alla morte.

Continuai a singhiozzare al buio per alcuni minuti, senza che An Muir desse prova d'essere vivo. Infine, riaccese la torcia e mi svegliò.

- Stai bene? - Domandò. - Ricordi?

Annuii. Mi alzai tremando e riaprii le finestre.

- Sapeva di dover morire, - borbottò An Muir.

- No, - dissi io, - ero io a parlare, non Sioraì. E' quello che farei io.

Il vecchio ci pensò su.

- Avvicinati, - disse quindi, deciso. Finalmente mi tese la busta che aveva in mano. - Non avrei mai fatto questo, - continuò la sua gola di carta vetrata, - se non fossi sicuro che tutte le nostre speranze sono destinate a un sicuro fallimento. E' una lettera che trovai a Vercelli in casa di Sioraì, poco dopo la sua morte. E' diretta a te.

Non compresi ciò che intendesse. Come poteva Sioraì sapere che io sarei nato? Senza pensarci sopra, aprii la busta.

Conteneva una lunga lettera scritta in un alfabeto sconosciuto, diverso da quello degli altri scritti di Sioraì. E io ero in grado di leggerlo.

 

@@@@@

 

La mattina seguente fuggii dalla casa e da Enniskillen. Fuggi da Leannàn e da Gaoth, dalla contea di Fermanagh e dall'Irlanda. Fuggii dall'Universo.

An Muir, che forse comprese tutto prima che ugissi, rimase in disparte, im- potente a fermarmi. Deirdre e Seaghan erano fuori, non so per cosa; io mi trovavo accanto alla Macchina dell'Immortalità e soltanto Padraic era con me. Naturalmente avevo decifrato gli scritti di Sioraì, sebbene nessuno lo sapesse.

La lettera datami da An Muir era scritta in un alfabeto che avevo inventato all'età di quindici anni, per gioco. Era anche in una lingua con pochi vocaboli, inventata, perciò era risultato impossibile a An Muir decifrarla.

Nessun altro Ogànach sapeva della lettera, altrimenti avrebbero potuto elaborarla elettronicamente e tradurla. An Muir non ne aveva mai rivelato l'esistenza.

II suo contenuto era la chiave per decifrare gli scritti di Sioraì, redatti con vocaboli sanscriti e grammatica latina e vergati in un alfabeto inventato. Come spiegato nella lettera, il vocabolario di sanscrito era nella biblioteca segreta.

Gli scritti sino allora intraducibili di Sioraì erano istruzioni per il funzionamento della Macchina dell'Immortalità e dell'altra Macchina.

Tramortii all'improvviso Padraic con un pugno in pieno viso. Stavamo esplorando per l'ennesima volta gli intrichi di fili e circuiti delle due Macchine; io ne approfittai per controllare l'esattezza delle istruzioni.

Probabilmente Padraic era quello che più avrebbe potuto aiutarmi, conoscendo le Macchine meglio di chiunque altro. Quel mattino spostai la discussione sulla seconda Macchina.

- Hai una teoria tua, riguardo questa? - Domandai.

Non si mostrò stupito che continuassi a girare intorno allo stesso argomento.

- Una teoria ce l'avrei, - rispose, - ma non sul funzionamento di tutta la Macchina.

Aprì quindi uno dei leggeri pannelli d'alluminio che circondavano la pedana e mi mostrò un recipiente ricoperto di rame, a forma di cono, alto circa venticinque centimetri, collegato mediante fili e rozzi tubicini di metallo all'incredibile groviglio della Macchina.

- Vedi questo arnese che sembra un contenitore? - Spiegò Padraic, - Secondo me, ma bada che non l'ho rivelato a nessuno, è un misuratore d'entropia.

Lo fissai attonito.

- Come è possibile misurare l'entropia?! - Domandai.

- Non è possibile, probabilmente, misurare l'entropia generale. Non penso che questo funzionerebbe se usato come, diciamo, contatore geiger entropico. Vedi questo piccolo cilindro che sporge dal cono?

Lo vedevo. Era un tubo ripieno color grigio topo del diametro di un grosso pennarello che sporgeva dal fianco del cono di rame; prima non io avevo notato.

- Questo è piombo, - continuò Padraic. - Sioraì mi avvertì di non rimuoverlo mai perché è radioattivo.

- Radioattivo? Cosa pensi che contenga?

- Una barretta di plutonio, o di uranio. Consumandosi genera energia che decadendo genera entropia. Il cono misura l'entropia.

Mi alzai in piedi. Avevo compreso a cosa servisse. Tuttavia continuai a interrogare Padraic: - Mi sembra assurdo. Perché non misurare direttamente la radioattività?

- Posso solo dirti che Sioraì una volta parlò di entropia, ma io non sapevo neppure il significato della parola a quel tempo. Quando lo scoprii, Sioraì era già morto.

- Riflettei un attimo.

- E se fosse un motore nucleare?

- Sempre in funzione?

- Sempre pronto a funzionare.

- Può anche darsi che serva da motore, ma nel frattempo è soltanto un misuratore d'entropia. Un uso diverso provocherebbe un immediato consumo d'energia e l'entropia aumenterebbe considerevolmente, falsando la misurazione.

- Vuoi dire, - domandai, - che, anche se si trattasse di un motore, non potrà mai essere usato?

- Non intendo dire questo. Potrà essere usato una sola volta, e sembra che l'entropia venga misurata in funzione di quel solo uso. Come Sioraì fosse, mettiamo, un extraterrestre con il mezzo di ritorno pronto a partire; l'entropia può servire a misurare, ad esempio, lo scorrere del tempo per calcolare la posizione di un determinato punto dell'universo in un preciso istante.

Non mi serviva sapere altro. Sioraì aveva appositamente pronunciato la parola "entropia" perché Padraic me ne parlasse. La maggior parte dei fili elettrici all'interno della pedana servivano a confondere le idee. Dato che mi ero accertato che le due macchine funzionavano, stordii Padraic e lo legai e imbavagliai con la cintura dei calzoni.

Trascinai a fatica la Macchina dell'Immortalità sino al montacarichi elettrico. Smontai il seggiolone e le bacchette metalliche della seconda macchina, adagiai tutto sulla pedana che trascinai anch'essa al montacarichi e spedii tutto di sopra, al piano terreno. Risalii le scale fino all'ospedale, presi la pistola automatica che Padraic teneva in un ripiano dentro un armadio e tornai di sopra, in soggiorno.

- Dov'è Othar? - Domandò An Muir.

- Sta arrivando, - mentii. Avevo l'arma nascosta sotto il maglione. Gaoth stava facendo la doccia nel bagno in cima alle scale. Rimase a bocca aperta quando vide la pistola nella mia mano, mentre entravo nella cabina di vetro e chiudevo l'acqua. Le feci cenno di tacere.

Sfilai la cintura dalla gonna appesa all'attaccapanni e legai Gaoth, mani e piedi, forse troppo stretto perché la cintura era corta. La imbavagliai con il mio fazzoletto dopo averla baciata sulla bocca.

- Mi spiace, - dissi sinceramente. - Domani saprai tutto da Leannàn.

Riaprii l'acqua calda che tornò a scorrere sul suo corpo profumato di bagnoschiuma immobilizzato sul fondo della tazza della doccia. Non avrebbe preso freddo.

Leannàn stava leggendo un libro, distesa sul mio letto. Si spaventò nel vedere la pistola.

- Vieni con me, - dissi. - Non costringermi a usare l'arma.

La sospinsi davanti a me giù per le scale.

- Cos'hai intenzione di fare? - Domandò. - Dov'è Othar?

- E' fuori conoscenza. Devi aiutarmi a portare queste macchine al furgoncino.

Aprii il portello del montacarichi. Sotto la minaccia dell'arma, Leannàn mi aiutò. Appoggiammo la Macchina dell'Immortalità su una pedana a ruote e la portammo fuori, giù dagli scalini.

Non c'era nessuno in strada. Caricammo il marchingegno dal portellone posteriore e tornammo verso casa.

- Cosa stai facendo, Sioraì? - Udii la voce di An Muir dal soggiorno. - Dov'è Othar? Leannàn, sei con lui?

- Ha un'arma, An Muir. Mi sta minacciando.

La spinsi verso il montacarichi. Mi sentivo un ingrato a trattarla a quel modo, ma era anche per il suo bene.

Afferrammo la pedana della seconda macchina e la trasportammo lentamente verso la porta.

- Leannàn, cosa stai facendo? - Domandò An Muir, ancora seduto sulla poltrona e fuori dalla nostra vista. Le feci cenno di non rispondere. Adagiammo il carico sul furgoncino, chiusi il portellone e feci salire Leannàn al posto di guida. Io mi accomodai accanto a lei e infilai nel cruscotto le chiavi prese a Othar.

Prendemmo la strada per Cavan e Dublino e incominciai a raccontarle tutto ciò che sapevo. La giornata era fredda e densa di foschia. Non si era ancora a fine gennaio.

Una pattuglia di Volontari armati ci fermò, ma ci lasciò andare dopo aver controllato i documenti e gettato uno sguardo al carico. Poco prima di Belturbet passammo il posto di blocco di confine, ma avevo gettato via la pistola e non ci furono grane.

Giunti all'altezza di Cavan, Leannàn sapeva già tutto ciò che sapevo io. Mi scongiurò di non andarmene, ma dovette convenire che non c'era nient'altro da fare. Come lei doveva continuare a vivere, e forse a lottare contro i Seanòin, Franco Oppezzo (o Sioraì se preferite) doveva andarsene dall'Universo. Accesi la radio.

La guerra rincrudiva. Contingenti di civili armati defluivano da Belfast verso le zone di confine per presidiare le frontiere. Ordigni esplosivi dilaniavano le sedi del Partito Unionista, le centrali di polizia, i circoli orangisti, i depositi di munizioni dei Difensori Protestanti, le auto della milizia, le chiese della Riforma. Se Londra avesse rinunciato a un intervento diretto nel giro di non molti giorni sarebbe esistita una sola Irlanda.

Navi britanniche incrociavano minacciose nella Baia di Dublino e al largo della costa di Belfast, ma non erano autorizzate a intervenire.

Chiesi a Leannàn se era disposta ad aiutarmi, e riluttante accettò. Giungemmo a Slane poco prima di mezzogiorno. Prendemmo la suada per il fiume e le indicai di fermarsi in un prato deserto e freddo.

Scendemmo nella foschia irreale dell'erba, con anelli d'umidità intorno alle caviglie; senza sentire freddo, scaricammo la pedana e rimontammo le braccia metalliche e l'altalena. La parte più faticosa fu sollevare la Macchina dell'Immortalità e deporla sul largo seggiolone dell'altra macchina.

La struttura scricchiolava, il dondolo oscillava. Strinsi per l'ultima volta Leannàn fra le braccia e ci sciogliemmo in un lungo bacio interrotto dalle sue lacrime. Non mi avrebbe più rivisto durante i secoli che probabilmente le rimanevano da vivere.

Saltai sopra la Macchina dell'Immortalità e l'altalena oscillò più forte, quasi minacciosa. Leannàn mi porse i due fili elettrici e mosse le leve che le indicai, di lato alla pedana. Attorcigliai insieme le anime metalliche dei fili.

Per l'ultima volta la guardai negli occhi e continuai a cercarla attraverso il fiato condensato anche dopo che ebbi sganciato il perno dell'altalena. Nelle poche frazioni di secondo che il seggiolone, con sopra la Macchina dell'Immortalità e me seduto, impiegò a toccare terra dopo che venne meno la sua sospensione, tutti e tre svanimmo dall'Universo.

 

L'ULTIMA RIVELAZIONE

L'uomo che inventò il Tempo

 

@

 

Sono qui, seduto su una panca di legno, in una delle capanne di nomadi da me convertiti a una rudimentale agricoltura che nei secoli a venire daranno origine a Wehr Celt, la Rocca dei Celti, Vercelli.

Se guardo fuori dallo spiraglio della porta posso vedere An Muir seduto fra gli uomini del villaggio, nello sforzo di imparare la loro lingua che io appresi sette secoli fa, durante la mia prima visita quaggiù, quando gli Ogànach ancora non esistevano e i Seanòin tiranneggiavano sulle rive del Boyne. Distesa in terra ai miei piedi, c'è Gaoth che dorme su uno strato di paglia. Non ha i capelli biondi che vorrà per vanità quando le sarà possibile, fra migliaia di anni, cambiare il proprio aspetto fisico mediante tecniche di plastica facciale e colorazione artificiale. Ha invece capelli neri lunghi fino alle spalle. Le sue gambe lisce e robuste sono ora abbronzate dal sole della Pianura Padana, più caldo e violento di quello irlandese.

Siamo in estate. Quando lasciai il ventesimo secolo era inverno e giunsi nella tiepida primavera irlandese di milletrecento anni fa. Ora mi trovo perciò nel millesettecento circa avanti Cristo.

Ho scoperto, nello scrivere questo resoconto, le mie discrete doti narrative. E' stato un passatempo, sebbene Gaoth non comprenda il significato di strusciare la penna a inchiostro sui quaderni che ho portato con me indietro nel tempo. An Muir un giorno ha cercato di mangiarli, credendoli tenere foglie. Devo dire, a onore della carta di fabbricazione industriale del ventesimo secolo, che i quaderni hanno resistito per milleduecento anni senza ingiallire più di tanto.

Dunque, la seconda invenzione di Sioraì era una Macchina del Tempo, già tarata per riportarmi alla primavera della preistoria irlandese. La Macchina dell'Immortalità (di cui non comprendo assolutamente il funzionamento) mi permise di donare l'eternità ai Seanòin, come già sapevo che avrei dovuto fare. Nascosi poi le due Macchine (quella del Tempo si era scaricata dell'energia durante il viaggio) e attraversai da solo due mari e due terre e giunsi qui, in riva a un fiume della Pianura Padana. Gli indigeni mi credettero un dio. Insegnai loro i vantaggi dell'agricoltura, quindi ritornai in Irlanda per il secondo appuntamento fisso, la "creazione" degli Ogànach. Liberai An Muir, cacciai i Seanòin, vissi con Duibheagàn/Deirdre nella Valle del Boyne. In compagnia di An Muir e Gaoth iniziai poi il lunghissimo viaggio attraverso tre continenti, che è durato secoli e mi ha portato all'interno di civiltà incredibili fino al ritorno qui a Vercelli.

Sarebbe troppo lungo e forse fuori luogo narrare le meraviglie del mio viaggio attraverso il Mediterraneo e l'Asia. Partimmo verso il 2300 e viaggiammo per cinquecento anni fermandoci a lungo in moltissimi posti, fino al limite di destare il sospetto della nostra longevità. Ho potuto notare con piacere che Gaoth e An Muir sono cresciuti interiormente in modo sorprendente durante questo periodo, a dimostrazione che l'esperienza conta molto nella formazione di una cultura personale. Oggi An Muir non si sognerebbe più di mangiare i miei quaderni.

I miei due compagni di viaggio avrebbero voluto fermarsi in ogni paese che visitavamo, tanta era la loro sete di conoscenza. E con quale reverenza mi seguivano quando li guidavo da una terra all'altra! Loro immaginano che io abbia il dono della preveggenza; non possono sapere che ho studiato a scuola quello che loro considerano il futuro, e perciò so approssimativamente quale civiltà fiorirà in un determinato periodo in un dato paese. L'unico problema è quello di tenere un calendario preciso: ho dovuto infatti destinare un intero quaderno al calcolo manuale del tempo.

Poiché la mia possibilità di assorbimento di nozioni è superiore a quella dei miei due compagni, io ho tesaurizzato queste esperienze molto più di loro. L'aspetto che più mi ha colpito durante il mio vagabondaggio è stata la varietà della gente. Dalle isole britanniche all'Italia, dalla Grecia alla Mesopotamia, dalla Persia all'India ho trovato razze di discendenza indoeuropea o ariana, ma così diverse fra loro da suscitare in me meraviglia a ogni seppur piccola scoperta. Talvolta, facendo un esame di coscienza, mi domando se rimpiango la mia precedente vita del ventesimo secolo. Bene, se volete saperlo, la risposta è: no. Ho rinunciato volentieri agli effimeri piaceri di una civiltà tecnologica per le meraviglie del passato. A pensarci bene i valori sociali di quel secolo a venire non erano attraenti per me. Nel tempo in cui vivo ora è possibile viaggiare senza denaro e senza passaporti, e il piacere dell'ospitalità sacra è sempre vivo nella maggior parte dei popoli che giacciono sulle rive dei fiumi che ho attraversato. Un rimpianto, a dire la verità, ce l'ho: quello di non poter mai sapere cosa accadrà a Leannàn dopo la mia scomparsa dal suo tempo. Finirà la guerra insensata con i Seanòin?

Dove sarà a quest'ora Leannàn? Da cinquecentotré anni non la vedo. Ricordo che partì con Othar e Triocha pochi anni dopo la diaspora per un viaggio, per loro lungo e avventuroso ma ridicolo se paragonato al nostro. II pensiero di Triocha mi riempie di tristezza. E' uno degli Ogànach più intelligenti, un leader dalla personalità carismatica nato per comandare e sostenere gli altri. Ma io so che morirà nell'anno 1600 durante la campagna genocida di Lord Mountjoy nella contea di Tyrone, Ulster, dopo aver combattuto con le forze irlandesi di Hugh O'Neill contro l'esercito della regina Elisabetta I. E uno dopo l'altro scompariranno decine, centinaia, migliaia di Ogànach in incidenti o imboscate dei Seanòin. Di tremilanovantaquattro immortali che bombardai di radiazioni, non più di duecento giungeranno all'anno 1980. Questo eccidio è insensato, considerando l'enorme periodo di vita presumibilmente felice che gli immortali hanno dinanzi. Non c'è modo di riscriverlo, non ha senso neppure la possibilità di cambiarlo.

Sto finendo la carta. Rabbrividisco all'idea di tutto il tempo che dovrò attendere prima di riavere fra le mani un foglio di carta immacolata e una penna a sfera.

Sono l'uomo più felice del mondo.

Rimane un'ultima considerazione ormai da fare. Chi sono io? Sono nato da una cellula clonata, ho vissuto per venticinque anni nel ventesimo secolo, quindi indietro nel tempo e per milletrecento anni fino a oggi. Vivrò per altri tremilasettecento, fino al 1944, e la mia morte sarà l'inizio della vita per il mio clone, che tornerà nel passato e sarà me stesso.

Il serpente qui si morde la coda. Chi mi ha generato? Se Franco Oppezzo è in tutto e per tutto Sioraì, come può aver dato origine a se stesso mediante un processo di clonazione?

Vi è un altro problema, quasi identico a questo: chi ha inventato le due Macchine? Gli Ogànach mi dissero, nel mio passato/futuro, che Sioraì si limitò a lavorare sulle apparecchiature che aveva già con sé al suo arrivo nel mondo dei Seanòin. Ma queste sono le stesse che Franco Oppezzo ruberà a Enniskillen, quindi anche esse sono increate.

Riguardo alla Macchina del Tempo, Padraic aveva avuto una giusta intuizione riguardo al misuratore d'entropia. Il cono ramato serve effettivamente a misurare il tempo mediante un sistema infinitamente preciso, quello dell'entropia generata da una distruzione d'energia, quella di una reazione atomica nel caso della Macchina.

Dunque, dentro il cono c'è la "registrazione" di tutto il Tempo trascorso. Tutti noi compiamo, inconsciamente, un viaggio nel Tempo in una direzione: il Futuro. La Macchina continuerà (o continuò) a registrare il tempo trascorso finché, nel ventesimo secolo, Leannàn e io libereremo la sua energia atomica per l'unica volta durante il suo funzionamento; essa leggerà a ritroso le tracce del Tempo riportandomi all'inizio delle registrazioni. Dopodiché, una volta compiuto il balzo a ritroso, la misurazione è ripresa. Non è possibile un viaggio a ritroso più indietro del punto di inizio della registrazione. Anche questo è un evidente paradosso: a parte il fatto che la Macchina non è stata creata, quando iniziò il suo "girotondo"? Se iniziò nel 3000 a.C., come è più plausibile, chi la portò laggiù se non io stesso? E' un'assurdità.

E' un paradosso insolubile. Può darsi che le Macchine si danneggino nel futuro e io le ripari senza che gli Ogànach lo vengano a sapere; in questo modo crederanno che le Macchine giunte con Sioraì siano le stesse lasciate alla sua morte.

Ma per ciò che riguarda me stesso? Non c'è spiegazione che tenga. Io sono Sioraì, l'uomo che inventò il Tempo. Ho dato e darò origine a me stesso durante interminabili cicli temporali. La storia dell'umanità continuerà a procedere oltre il ventesimo secolo d.C., ma quella di Sioraì rimbalzerà fra di esso e il trentesimo a.C. In un certo senso, il concetto di Tempo è valido solo se applicato a questi cinquanta secoli.

Io, Sioraì, ho inventato il Tempo, perciò il periodo della mia vita (cioè la durata dei secoli che la mia mente può concepire esternamente a essi e ricordare) costituisce il Tempo stesso inteso in senso stretto.

Le due Macchine sono ora nel sotterraneo di un rozzo tempio di pietra a Caiseal Mumhan, migliaia di chilometri distante da qui. Le abbiamo trascinate su carri di legno attraverso tutta l'lrlanda durante la migrazione dalla Valle del Boyne, quindi ho provveduto a nasconderle durante la diaspora. Non so quando le rivedrò ancora, probabilmente appena sarà possibile costruire una delle sedi segrete per gli Ogànach.

Sono curioso. Aspetto con ansia l'infinità di avvenimenti che sono destinati ad accadermi. Aspetto anche con ansia il giorno in cui tornerò a essere l'amante di Leannàn. Ben impressa qui, sotto la pelle e le ossa della mia fronte, c'è l'immagine dei suoi occhi fissi nei miei, nella foschia di mezzogiorno in un prato irlandese lontano tremilaseicento anni nel futuro, quando rimase in lacrime a osservare il telaio vuoto della Macchina del Tempo nell'attimo in cui l'altalena, la Macchina dell'Immortalità e io scomparimmo nella brevissima corsa fra il perno sganciato e la pedana che non arrivammo mai a toccare.

 

APPENDICE

 

Nomi propri e di località e vari gaelici, con il loro corrispettivo inglese o italiano.

 

Baile àtha Cliath, Dublino

Beal Féirste, Belfast

Caiseal Aonghousa, Newgrange

Caiseal Mumhan, Cashel

Carraig Art, Carrigart

Corcàigh, Cork

Dòire, Derry (Londonderry)

Dunaibh, Downies o Downings

Dun na nGall, Donegal

Fianna Fàil, i Cavalieri del Destino, Partito Nazionalista Irlandese; il nome è tratto da una strofa dell'Inno Nazionale

Garda, plurale Gardaì, contrazione di An Garda Siòchana, la Polizia dell'Eire

Luimneach, Limerik

McEoin, McKeown o Mac Keon

òCathan Seàghan, Sean O'Kane

òCoilean Caitlin, Kathleen Collins

òConaire Peadar, Peter O'Connor

òFlaitbartàig Fionnula, Fionnula O'Flaherty

Ogànach, gioventù

Seanòin, vecchio

Sinn Féin, noi da soli

Tra na Rosann (o Rossan), la spiaggia di Rosann

Troichead àtha (o Droichead àtha), Drogheda

 

 

 

an ogànach :

 

an muir                 il mare

beo                   vivo                 Colm O'Higgins

dirìm                    scopo                  Seàn McBride

domhan               terra                Orla McEoin

duibheagàn     abisso                Deirdre

gaoth                   vento                 Fionnula òFlaitbartàigh

ionadaìl           agente                  Peadar òConaire

leannàn           innamorata      Caitlin òCoileain

othar          paziente          Padraic McSweeney

saighdiùir           soldato          Seàghan òCathan

sioraì          eterno           Franco Oppezzo

trìocha         trenta

 

an seanòin :

 

aer               aria                      Alfons Demeulenaere

sealgaire         cacciatrice       Susanne Ashbury

 

 

 

CRONOLOGIA DEGLI AVVENIMENTI NARRATI NE "LA ROCCA DEI CELTI"

 

±3000 a.C. Sioraì giunge nella Valle del Boyne. Nascono i Seanòin. f3000-2800 a.C. Sioraì si reca in Italia. Regno dei Seanòin; An Muir è imprigionato.

±2800 a.C. Sioraì torna in Irlanda. Nascono gli Ogànach. Nella guerra che segue, i Seanòin fuggono in Inghilterra.

±2800-2600 a.C. Regno degli Ogànach; Sioraì vive con Duibheagàn.

±2600 a.C. Migrazione a Caiseal Mumhan. Alcuni Seanòin tornano in segreto a Caiseal Aonghousa.

±2600-2200 a.C. Sioraì vive a Caiseal Mumhan con Gaoth.

±2200 a.C. Diaspora. Gli Ogànach si disperdono. Leannàn, Othar e Triocha partono per un viaggio di dieci anni che li porterà a visitare il Galles, l'Inghilterra e la Bretagna.

±2200-1700 a.C. Sioraì, Gaoth e An Muir viaggiano in Gran Bretagna, Gallia, Italia, Egitto, Mesopotamia, Persia, India, Cina e Indocina. Al ritorno si fermano nella Pianura Padana.

±1700 a.C. Sioraì scrive le sue memorie; Gaoth e An Muir sono con lui.

±1700-1000 a.C. Sioraì e Gaoth vivono nella Pianura Padana.

±1000 a.C. Sioraì si reca nella Valle del Reno a visitare le prime tribù celtiche.

±1000-2000 a.C. Sioraì vive in Irlanda con Leannàn. Gaoth è in Italia.

±200 a.C. Sioraì torna in Europa, si reca in Grecia con Gaoth.

±100 a.C. Gaoth rifiuta di tornare in Irlanda con Sioraì e si ferma in Grecia. Sioraì si reca in Scozia.

±50 a.C. Sioraì toma a vivere con Leannàn.

432 d.C. San Patrizio giunge in Irlanda. Predica il cristianesimo.

±500 d.C. An Muir rinnega la validità della fede cristiana per gli Ogànach.

1170 Gli inglesi sbarcano per la prima volta in Irlanda; con loro tornano i Seanòin.

1558-1603 Sealgaire impersona il ruolo di Elisabetta I d'Inghilterra.

±1700 Leannàn e Othar hanno un figlio insieme.

1790 Leannàn torna a vivere con Sioraì dopo un'esperienza come monaca di clausura.

1798 Fallita la rivolta degli Irlandesi Uniti di Wolfe Tone, Sioraì fugge in Europa giurando a Leannàn di non tornare mai più da lei.

1835 Nasce l'ultima figlia di Leannàn.

1841 Sioraì torna in Irlanda durante la Peste delle Patate per aiutare più gente possibile.

1844 La figlia di Leannàn muore di stenti.

1848 Sioraì torna a vivere con Gaoth, impersonando un medico di campagna.

1910 Leannàn vive a Tipperary dove conosce James McBride.

1916 James McBride si arruola nell'esercito britannico. Il lunedì di Pasqua la Fratellanza Repubblicana Irlandese insorge a Dublino.

1917 James McBride muore nella battaglia di Passchendaele.

1921 Leannàn si reca nelle Fiandre a cercare la tomba di James McBride. Guerra dei Black and Tans: Sioraì combatte nell'IRA, Gaoth milita nel Cumann na mBan.

1922 Guerra civile in Irlanda. Sioraì combatte nell'Esercito Nazionale, Gaoth simpatizza con i Repubblicani.

1923 Sioraì torna in Italia.

1941 Leannàn cambia volto e diventa una dottoressa scozzese in India.

1944 Sioraì muore a Milano durante un bombardamento.

1961 Nasce a Vercelli Franco Oppezzo.

1989 Franco Oppezzo si reca in Irlanda.

1990 Franco Oppezzo scopre il segreto di Sìoraì.