FRANCO RICCIARDIELLO E MARIA IUORIO

Spazio Interno, atrocità, catastrofe

James G. Ballard a Napoli

 

 

Il 30 novembre nella libreria Feltrinelli di piazza Martiri, a Napoli, si è tenuto un convegno monografico su James Ballard organizzato dall'ALTS, Associazione per la lotta contro i tumori al seno. Alcuni dei relatori (Antonio Caronia, Riccardo Dalle Luche, Franco Ricciardiello e Roberto Sturm) hanno sostanzialmente riproposto gli interventi presentati nello scorso luglio 2001 a Cosenza in occasione dell'annuale Festa delle Invasioni, durante le quale si era già svolto il convegno "La mostra delle atrocità - Ballard's day".

Dopo la breve presentazione del presidente dell'ALTS, Roberto Sturm ha assunto le funzioni di moderatore introducendo i relatori e gli interventi di ciascuno.

L'attrice Adele Pandolfi ha letto il suggestivo “Ciò in cui credo”, che permette anche al profano (al quale era in teoria rivolto il convegno) di farsi una rapida idea della violenza dei temi e dello stile di Ballard.

Dopo alcuni cenni biografici sullo scrittore inglese, Roberto Sturm ha illustrato sinteticamente le più significative opere dell’autore, in particolare la "Tetralogia degli elementi" e i romanzi più innovativi e di impatto sul pubblico, come La Mostra delle Atrocità e Crash, integrando con un excursus nei contributi critici di maggiore rilevanza, come quelli di David Pringle e Paul Di Filippo.

Franco Ricciardiello ha preso in esame i racconti brevi di James G. Ballard, nei quali l’autore ha meglio espresso la sua poetica dello "spazio interno". Attraverso brevi letture tratte da La prigione di sabbia, Il giorno senza fine ed Essi ci guardano dalle torri, ha definito i contorni dell’immaginario ballardiano, debitore per molti aspetti al surrealismo di De Chirico.

Domenico Gallo ha presentato il tema della catastrofe, così significativamente presente nella narrativa dell’autore britannico. Diversamente da quanto ha contraddistinto la fantascienza degli anni Sessanta che rivolgeva l’interesse alle problematiche socio-politiche implicite nella catastrofe ambientale, in Ballard la catastrofe diventa strumento per indagare e denudare la psiche, esplorazione del soggetto di fronte a configurazioni spazio-temporali anomale.

Riccardo Dalle Luche ha analizzato l'aspetto psicanalitico dell'opera ballardiana. Se, come ha scritto Ballard, “fiction is a branch of neurology”, la psichiatria è senza alcun dubbio  una componente indispensabile della fiction. I comportamenti psicopatici e perversi dei personaggi ballardiani rappresentano nuove psicopatologie e nuove terapie che la trasformazione tecnologica e sociale consente di liberare.

Ultimo dei relatori, Antonio Caronia si è soffermato sulla centralità del corpo e del suo rapporto con la tecnologia, tema presente sia ne La Mostra delle Atrocità che in Crash. L’universo di Crash, in modo specifico, comporta un superamento della usuale funzionalità del corpo, la cui organicità lascia il posto a nuove geometrie espressive, a nuovi possibili significati forniti dalla fusione orgasmica e distruttiva con la macchina. Ballard ritrova così, seppur con modalità diverse, uno dei concetti cardine del secondo Novecento: quello del corpo senza organi di Antonin Artaud.

Semrpe Antonio Caronia ha chiuso la giornata con una performance di 35 minuti nella quale, accompagnato alla chitarra elettrica dal figlio Stefano, ha letto dal vivo brani tratti da Crash alternati a Pour finir avec le judgement de dieu di Antonin Artaud, proiettando su uno schermo murale un collage di tutte le immagini di amplesso tratte dal film di David Cronenberg.

 

 

ROBERTO STURM

J. G. Ballard: catastrofi interiori e mutazioni del corpo

 

Alcune note biografiche di presentazione – l’autore inglese ha avuto un’infanzia a dir poco insolita - delineano, a grandi linee, gli aspetti che hanno formato il carattere e hanno influenzato la produzione letteraria di Ballard.

Passiamo quindi, sinteticamente, in rassegna le sue opere, iniziando dai racconti, molti dei quali ormai purtroppo introvabili in Italia ma sicuramente punto di riferimento importantissimo per capire l’opera dell’autore inglese nella sua globalità e complessità.

A questo seguiranno i romanzi appartenenti alla tetralogia degli elementi (Vento dal nulla, Deserto d’acqua, Terra bruciata e Foresta di cristallo), che insieme ad altri - più o meno dello stesso periodo (ad esempio Hello America, ambientato in un’America post-catastrofe, così drammaticamente attuale dopo l’11 settembre e La civiltà del vento) – che fanno parte del filone dei romanzi catastrofici di Ballard, in cui l’autore inglese concretizza la sua teoria dell’inner space. Lo spazio interno che prende il posto di astronavi e di pianeti alieni. Infatti il suo articolo apparso nel maggio 1962 sulla rivista New Worlds “Qual è la strada per lo spazio interiore?” verrà assunto come manifesto da alcuni scrittori (Brunner, Moorcock, Delany, Disch ed altri) che sapranno rinnovare e rinvigorire radicalmente un genere letterario da anni fermo su medesimi linguaggi e stesse tematiche.

La mostra delle atrocità e Crash rappresentano un’evoluzione della produzione ballardiana, romanzi molto particolari che hanno avuto un impatto emozionale molto forte sul pubblico e che non hanno mancato (specialmente la trasposizione cinematografica di Crash, portata sul grande schermo dal regista canadese Cronenberg) e non mancheranno (soprattutto La mostra delle atrocità, recentissimamente riproposto da Feltrinelli) di scatenare polemiche. In queste opere Ballard esprime al massimo le capacità eversive della propria narrativa, anticipa tematiche cyberpunk e anticipa, soprattutto, i processi che stanno portando il corpo umano verso una mutazione. Tecnologia che si unisce alla biologia, metallo che contamina la carne e viceversa.

Durante l’analisi dei testi saranno presi in considerazione anche contributi critici di David Pringle, Paul Di Filippo e Ubaldo Fadini che aiuteranno a dare diverse e interessanti chiavi di lettura all’opera dell’autore inglese.

Nel 1988 Ballard scrive Running Wild (Un gioco da bambini, Anabasi, 1992), che può essere considerato lo spartiacque della produzione dell’autore inglese. Dopo la parentesi semi autobiografica con i romanzi L’impero del sole, portato sul grande schermo dal regista statunitense Spielberg e La gentilezza delle donne, testi fondamentali per capire da quali esperienze Ballard abbia attinto ispirazione per molte delle sue opere, l’autore inglese lascia definitivamente la fantascienza, ammesso che si possa parlare di semplice fantascienza per catalogare le sue opere, e intraprende la strada del thriller psicologico. Anche questa definizione risulta alquanto riduttiva per etichettare i suoi romanzi più recenti perché Ballard, come un esperto chirurgo, seziona le personalità dei protagonisti delle sue storie (Cocaine Nights, Baldini & Castoldi, 1997, Il paradiso del diavolo, Baldini & Castoldi, 1998 e Super-Cannes, Feltrinelli, 2000) che vengono gradualmente ma inesorabilmente inglobate dal paesaggio circostante (o viceversa), dove un lento e irreversibile declino psichico colpisce la maggior parte dei personaggi.

In Super-Cannes torna prepotentemente alla ribalta la tecnologia che gioca un ruolo fondamentale in tutta la vicenda. L’autore, come suo solito, ci porta all’interno del delirio psichico dei suoi personaggi, dentro un microcosmo (un complesso residenziale) nato dalle loro ossessioni, dalle pulsioni di corpi che stanno mutando passo passo con una tecnologia che sta cambiando le abitudini e l’organizzazione sociale di Eden-Olympia, un complesso tecnologico dove vivono i dirigenti delle più potenti multinazionali e lavorano diecimila persone. Curati dallo psichiatra del complesso con dosi sempre più massicce di psicopatia.

Sarà questa la cura del futuro per alcuni tipi di psicopatologie?

 

 

FRANCO RICCIARDIELLO

Mitologie del futuro prossimo: immagini e lingua nei racconti di J.G.Ballard dal surrealismo allo spazio interno

 

James Graham Ballard è noto al grande pubblico soprattutto come autore di opere lunghe. In realtà, per lo meno fino a quando è rimasto scrittore quasi esclusivamente di science fiction, ha espresso il meglio della propria scrittura nei racconti piuttosto che nei romanzi: è infatti nelle storie di lunghezza limitata che trova il compimento più esemplare la sua poetica dell'inner space, dello spazio interiore, come ambito di indagine letteraria in opposizione all'outer space, lo spazio esterno al sistema solare che era invece lo scenario preferito della fantascienza dell'epoca.

Mediante un breve viaggio in una serie di racconti risalenti agli anni Sessanta (La prigione di sabbia, Il giorno senza fine, I pazzi, I mille sogni di Stellavista e il ciclo di Vermilion Sands, Essi ci guardano dalle torri) è possibile definire i contorni dell'immaginario del primo Ballard: desolati paesaggi dimenticati in anse del tempo, isole di civiltà decaduta, reliquie di un passato tecnologico che ha lasciato cicatrici nella coscienza dei protagonisti. Queste deserted cities of the heart, desolate città del cuore per citare il titolo di un romanzo di John Shirley, diventano lo scenario di storie psicologicamente involute, in cui l'alienità del paesaggio devastato si riflette sulla psiche dei protagonisti. Il punto di vista di Ballard, quasi sempre un maschio inglese della classe media, assume la funzione di un occhio privilegiato le cui percezioni della realtà appaiono incomprensibilmente distorte: in questo ambiente nel quale le frontiere psicologiche fra il sé e gli altri si sbriciolano progressivamente, i personaggi di Ballard entrano in relazione con enigmatiche figure femminili che come buchi neri mentali distorcono lo spazio e il tempo psichici, risucchiando la residua lucidità dell'occhio narrante.

Il fulmineo incipit di questi racconti ci precipita fino dalle primissime parole in medias res, nel cuore di una vicenda nella quale l'Evento che ha prodotto lo straniamento (di solito una catastrofe, dunque un avvenimento pubblico) è già avvenuto; ciò che rimane da descrivere è la catarsi individuale, l'evento privato dei personaggi: un dramma con pochi attori (protagonista, antagonista, deuteragonista) che è la storia vera e propria, alla fine della quale i rapporti di equilibrio risulteranno irrimediabilmente sconvolti.

Ciò che interessa il primo Ballard, in definitiva, è l'impatto del futuro sull'uomo, che del senso del meraviglioso rappresenta il lato oscuro: non per nulla i suoi paesaggi alieni sono debitori, con le loro geometrie di ombre nette nella luce solare, angoli retti, forme stampate sullo sfondo orizzontale di uno scenario desolato, del surrealismo di De Chirico.

 

 

DOMENICO GALLO

Catastrofi interne ed esterne

 

James Ballard nasce a Shangai nel 1930. Dal 1942 al 1945 viene internato in un campo di prigionia giapponese. Rientrato in Inghilterra nel 1946, inizia a pubblicare i suoi primi racconti nel 1956. Nel 1962 pubblica il suo primo romanzo definito “catastrofico”. In The Wind from Nowhere, un vento misterioso spazza la Terra provocando una progressiva regressione mentale dei protagonisti. The Drowned World descrive la vita sulla Terra dopo lo scioglimento delle calotte polari: il medico protagonista del romanzo si adatta al nuovo clima, un nuovo Triassico, iniziando una mutazione a ritroso. The Drought racconta di una Terra distrutta dalla siccità, mentre in The Crystal World si assiste a un’inspiegabile cristallizzazione che si diffonde tra indifferentemente tra minerali, vegetali e animali.

La fantascienza degli anni Sessanta è sicuramente una delle più creative ed esplosive. Sia negli USA che in Gran Bretagna gli autori si raccolgono in un movimento denominato New Wave che intende far convergere la fantascienza alla letteratura. Nonostante James Ballard sembri appartenere a questo movimento, di cui, tra l’altro, scrive una sorta di manifesto, il suo obiettivo è rivolto in direzione diametralmente opposta rispetto agli altri scrittori. Tutte le scritture degli anni Sessanta che la fantascienza mette in campo sono direttamente rivolte alle componenti politiche e sociali.

James Ballard invece si concentra sul duplice movimento implicito nella catastrofe ambientale, senza interessarsi alle motivazioni scientifiche o alle metafore sociali e politiche. E’ evidente che il suo interesse per la catastrofe si limita a quello della psiche, alla progressiva paralisi del soggetto di fronte a eventi che si manifestano come configurazioni spazio-temporali anomali. Ma queste anomalie sono strumenti usate per denudare il cervello e le sue funzioni. Quale migliore opportunità di una società costretta a ritirarsi per concedere spazio ai comportamenti che risiedono nei recessi più profondi della psiche. Non a caso Ballard abbandona appena gli è possibile l’ingombrante immaginario della fantascienza, per costruire le sue storie in luoghi in cui i vincoli sociali, economici e politici sono estremamente blandi: jungle, isole equatoriali, suburbi, terreni abbandonati.

A partire da Empire of the Sun, la sua strumentale autobiografia, diventa sempre più evidente che il focus narrativo non è tanto l'uomo che è vittima della catastrofe o la catastrofe stessa, piuttosto le influenze dell’isolamento sul comportamento, isolamento che in molti casi può verificarsi anche nelle pieghe della nostra società. Non può essere dimenticata la storia personale di Ballard, gli avvenimenti e le reazioni che stanno alla base della sua infanzia, ma sembra che la sua narrativa abbia un andatura archeologica. Compito dell’archeologo è rimuovere da un reperto le stratificazioni più recenti che impediscono il manifestarsi dell’oggetto in tutta la sua primitiva potenza. Ballard con il suo cinquantennio di scritture fa altrettanto.

Per Ballare lo “spazio esterno” non è solo quello interstellare, ma anche lo spazio politico e sociale della fantascienza degli anni Cinquanta, e in questo si distanzia da molti artisti a lui contemporanei che vedono proprio in questa fantascienza fonte d’ispirazione. Penso a Sun Ra, Jefferson Airplane, Hawkwind, Magma, Pink Floyd, Gong e David Bowie, riferendosi alla cultura rock sia inglese che statunitense.

Di fronte ad avvenimenti come quelli statunitensi (gli attentati ai grattacieli di New York, al Pentagono, a Oklahoma City, le lettere esplosive di Una bomber, la diffusione dell’antrace) l’attenzione di Ballard non può che spostarsi sull’attesa del terrorista prima del dirottamento, sui suoi micro-movimenti in un anonimo motel, sulla solitudine della vedova del vigile del fuoco morto durante i soccorsi, sulle percezioni di un fotografo ritagliate dall’obiettivo della sua macchina fotografica, sulla noia del turista dei disastri che osserva.

La catastrofe, dunque, consente il contatto tra il sistema dei media e il sistema nervoso, è il catalizzatore che produce questa interfaccia dalle strane dimensioni. Dimensioni strane soprattutto dal punto di vista temporale. Del resto i media sono estremamente pervasivi, o meglio Ballard ci presenta i risultati finali di questa pervasività, quando il logo si ritira e lascia i suoi grandiosi relitti: Kennedy, Liz Taylor, Ronald Reagan, Mae West, Satana Manson. Ricordi che si sovrappongono a quelli ancestrali, al permanere nella coscienza degli stadi evolutivi.

Quello della catastrofe è un tempo particolare. Da un lato sembra congelato, sembra non scorrere in quanto i media hanno perduto il loro effetto regolatore, dall’altro ere differenti e lontane s’intersecano e convivono, come è stato in The Drowned World e in Rushing Paradise.

Se osserviamo le persone che oggi vivono nelle strutture aperte degli ex manicomi, vedremo come si concentrino solo su limitati e contraddistintivi elementi. Nelle sale di comunità, la televisione emette i suoi raggi in abbienti spesso deserti, sintonizzata su canali assurdi. I comportamenti si riproducono uguali a se stessi e il tempo sembra non trascorrere. Questo è il paradigma di molta narrativa di Ballard, come aveva intuito all’inizio della sua carriera nel romanzo The Crystal World, uno spazio tridimensionale che trasla rigidamente al ritmo della reazione chimica degli avvenimenti, verso la tragedia come in Rushing Paradise.

Quando anni fa conobbi James Ballard ed ebbi l’occasione di parlare con lui, mi stupii di quanto rivendicasse il suo legame con la letteratura inglese e in particolare con Charles Dickens. Se fossi stato più sveglio e meno ottenebrato da alcuni preconcetti, gli avrei chiesto di parlarmi di quel legame che ora mi appare così evidente con William Shakespeare…

 

 

RICCARDO DALLE LUCHE

J.G.Ballard e la psicopatologia della sopravvivenza

 

Poiché i microcosmi ballardiani prevedono sempre un mutamento della mente sintono e sincrono con quello ambientale, la psicologia è parte integrante dei suoi testi fin dalle opere più propriamente di genere fantascientifico (dove grossolani riferimenti junghiani hanno consentito di parlare di una tetralogia archetipica) ed è ovvio che i “tecnici” che sorvegliano e controllano questi mutamenti,  psichiatri e psicologi divengano personaggi obbligatori.  Se, come Ballard ha dichiarato, “Fiction is a branch of neurology (..)”,  la psichiatria è senza alcun dubbio una componente indispensabile della fiction.

Alla psichiatria e agli psichiatri tradizionali, che dimostra misteriosamente di conoscere talora in modo sorprendente (e, dal punto di vista psicologico ed umano talora meglio degli psichiatri stessi), Ballard riserva osservazioni asciutte, icastiche e spesso trancianti, di regola improntate all’insofferenza e alla derisione, o ad una esplicita critica istituzionale, senza però mai misconoscere la sofferenza in prima persona che gli psichiatri immettono ed esprimono nella loro pratica. Agli psichiatri Ballard contrappone figure di psicopatici (Vaughan, Crawford...)  a loro modo santi e rivoluzionari che perseguono progetti di trasformazione  dell’organizzazione sociale (spesso sovvertendo la funzione e le finalità della tecnologia e degli  habitat tecnologici) al fine di sollevare gli esseri umani dall’apatia, l’anedonia e la depressione in cui annegano. Come a volte risulta  difficile differenziare, nei modi e nei loro progetti, gli psichiatri da questi loro antagonisti, i comportamenti psicopatici e perversi rappresentano allo stesso tempo nuove psicopatologie e nuove terapie che la trasformazione tecnologica e sociale consente di liberare e realizzare per espellere il dolore mentale connesso alle perdite e  alle “organizzazioni della colpa” che generano, per infrangere il vissuto di estraneità a se stessi e alla realtà che si esprime nella noia, nella depersonalizzazione, nella frammentazione dell’identità, patologie che Ballard mostra di conoscere molto bene insieme alle varie tossicodipendenze proliferate negli anni ’60 e ’70. Psicopatie e perversioni sono soluzioni concrete ed efficaci, soprattutto quando diventano la norma e la regola non scritta all’ìnterno di enclaves microsociali, gruppi di avanguardia o di sperimentazione artistica e sociale ai quali Ballard ha appartenuto, stando a quando è scritto nella sua pretesa autobiografia The kindness of Women, ma anche alle loro trasfigurazioni letterarie nelle associazioni di marginali (autoemarginati più che emarginati) come in Crash o Concrete island o nelle organizzazioni elitarie neo aristocratiche, come gli abitanti dei complessi residenziali di Condominium, Cocaine Nights e Super-Cannes; al contrario i trattamenti psichiatrici,  farmacologici o psicoterapeutici,  che implodono sui soggetti in un vacuo tentativo di normalizzazione, risultano inefficaci e tragici sia per i pazienti che per i medici. E’ perfino prevedibile che lo psichiatra coprotagonista dell’ultimo romanzo di Ballard (Wilder Penrose, in Super Cannes) non prescriva più affatto farmaci ma veri e propri gruppi d’azione di gesta psicopatiche e perverse come cura per i top manager, una follia minore in grado di prevenire la follia cui li condurrebbero i ritmi e le responsabilità di attività di lavoro globalizzate e miliardarie. La piccola follia psicopatica temporanea dei top manager di Eden Olympia equivale alla benigna (benevola) psicopatologia (“benevolent psychopathology”)  inventata e realizzata da Vaughan in  Crash: una follia minore –che tuttavia fa comunque le sue vittime- che preserva da una follia maggiore, alla quale lo stesso Io come nozione soccombe (ad esempio nel personaggio di Travis/Trabert/Talbot   de La mostra delle atrocità e in quello di Sally di  The kindness of Women.

 Creando personaggi di curati e curanti, Ballard assume, come scrittore, il ruolo gerarchicamente superiore di chi tiene il controllo di entrambi; fantasticandosi come medico e paziente, nelle proiezioni dei suoi personaggi, lo scrittore può dedicarsi al giuoco solitario ed un po’ isterico, ma anche esilarante, di esternare frammenti della propria esperienza di sofferenza psichica ed inquadrarla concettualmente scimmiottando più o meno a sproposito (ma a volte sorprendentemente a proposito), il linguaggio medico-psichiatrico; può togliersi letteralmente il lusso di immaginare una sorta di psichiatria antipsicoanalitica, non rivolta alla normalizzazione e all’adattamento sociale, bensì alla creazione di mondi alternativi retti da sistemi morali e valori completamente diversi da quelli generatori del “Disagio della civiltà”, un vissuto di sfondo in quasi tutti i testi ballardiani. Ma anche se i modi prospettati per lenirla non sono affatto ortodossi, la sofferenza mentale che li rende necessari è molto ben descritta e verosimile (…).

 

 

ANTONIO CARONIA

Geometrie senza organi: da Artaud a Ballard

 

La mostra delle atrocità esplora con drammaticità, ironia e senso del paradosso, il media landscape, il paesaggio dei media che, secondo l’autore, già negli anni Sessanta stava strutturando non solo l’immaginario del pubblico, ma lo stesso sistema nervoso della specie (“icone neuroniche sulle autostrade spinali”). I grandi eventi luttuosi propagandati dai media (la morte di Marilyn Monroe, l’assassinio di Kennedy, il disastro dell’Apollo) divengono delle mitologie dell’era tecnologico-mediale, che hanno bisogno di essere rimesse in scena, se si vuol tentare di dare loro quel senso che avevano perso nella divulgazione della tv e dei giornali.

La centralità del corpo e del suo rapporto con la tecnologia, in questa operazione di introiezione e rielaborazione individuale dell’immaginario, è al centro tanto di La mostra delle atrocità quanto del successivo Crash. In questo romanzo Ballard ha fatto di più che percorrere una delle possibili perversioni sessuali dell’era tecnologica. Ha mostrato come l’autonomizzarsi della tecnologia e del capitale, il dominio del lavoro morto sul lavoro vivo, renda inutilizzabili non solo i tradizionali percorsi linguistici, ma anche la più profonda attività comunicativa ed espressiva del corpo. Il programma di Vaughan, in Crash, è l’attraversamento parossistico, l’intensificazione morbosa e catastrofica del rapporto con la tecnologia (sub specie automobilistica) per fornire al corpo una nuova possibilità di senso, una nuova frontiera dell’identità.

L’universo di Crash comporta un superamento della usuale funzionalità del corpo, la cui organicità deve essere superate in vista di nuove geometrie espressive, di nuovi possibili significati forniti dalla fusione orgasmica e distruttiva con la macchina. Ballard ritrova così, partendo da esigenze diverse e con modalità diverse, uno dei concetti cardine del secondo Novecento: quello del corpo senza organi di Antonin Artaud. Lo spezzarsi del corpo, il suo ricomporsi al di fuori della dittatura linguistica imposta all’esperienza dall’ordine sociale, torna più volte nell’opera di Artaud: in ultimo, nella trasmissione del 1947 censurata dalla radio francese Pour en finir avec le jugement de dieu (Per farla finita con il giudizio di dio), in cui scoppia letteralmente la visione e la rivendicazione del nuovo corpo:

E legatemi se volete,

ma non c’è nulla di più inutile di un organo.

Quando gli avrete fatto un corpo senza organi,

lo avrete allora liberato da tutti i suoi automatismi e reso alla sua autentica libertà.

“Il corpo senza organi, l’improduttivo, l’inconsumabile, serve da superficie per la registrazione di tutto il processo di produzione del desiderio.” (Deleuze e Guattari). Nel corpo straziato dagli incidenti automobilistici che domina in Crash, Ballard inscrive una nuova versione, più sommessa e disincantata, ma ugualmente radicale, dell’obiettivo che innervò tutta la vita di Artaud: “spezzare il linguaggio per raggiungere la vita.”

Fino a ieri non era forse possibile vedere una connessione fra due autori così diversi. Se ciò è possibile adesso, è perché entrambi hanno annunciato, con grande acutezza e largo anticipo sui tempi, una mutazione dei corpi e dei sé che solo oggi, con l’avvento delle tecnologie informatiche e l’instaurarsi del quadro sociale e immaginario che va sotto il nome di postfordismo, si dispiega pienamente, diviene esperienza quotidiana, nuovo senso comune.

 

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