FRANCO RICCIARDIELLO

Maurizio Manzieri

 

 

Nessuno mi crede quando dico che per i miei acquisti scelgo i libri dalla copertina. E’ un criterio decisamente più razionale della trama: questa si riferisce al suo contenuto, mentre la forma con cui è scritto un romanzo può essere assolutamente indipendente dall’argomento. Ho preso cantonate solenni per scegliere un libro dalla trama, raramente mi è capitato con la copertina.

Ogni illustratore fornisce dell’opera una propria personale interpretazione, ma è esattamente quanto avviene per qualsiasi lettore. Se chiediamo un parere sul medesimo romanzo a due lettori, potremmo ottenere interpretazioni differenti. Se vogliamo, l’approccio ermeneutico dell’illustratore è il medesimo del critico o del lettore, però la sua personale versione (l’illustrazione) sollecita a sua volta una lettura. Poiché tuttavia si tratta di una interpretazione di una opera preesistente, comporta automaticamente un giudizio a priori anche di quella.

La funzione dell’illustrazione di copertina è quella di mettere il potenziale acquirente direttamente in sintonia con l’atmosfera del libro, e dunque con la sua forma piuttosto che con il suo contenuto.

Per questa ragione sono rimasto molto contento quando Maurizio Manzieri è stato incaricato dallo staff editoriale di Urania di illustrare il mio romanzo “Ai margini del caos”, e nel momento in cui è stato richiesto il mio parere su una copertina alternativa (una rielaborazione in negativo del dipinto di Böcklin che è protagonista dell’avventura) mi sono espresso per la tavola di Manzieri. La figura della protagonista del romanzo, Vic, è resa in modo intenso, commovente. La sua espressione estatica ricorda immagini della pittura fiamminga, ma in più dei suoi occhi c’è una consapevolezza dell’orrore che sta dall’altra parte della tela squarciata. La sua postura è plastica e artificiosa allo stesso tempo. Quelle braccia allacciate dietro la schiena fanno pensare perché dovrebbe mettersi in quella posizione per osservare un quadro?

Ho sentito parlare per la prima volta di Maurizio Manzieri nel 1981, quando il mio primo racconto in assoluto apparve su una antologia dell’Editrice Nord dedicata ai partecipanti a un concorso letterario. La copia dell’antologia che ancora possiedo riporta la mia personale classifica: al primo posto è segnalato “Milena” di Maurizio Manzieri, un raccontino di viaggi nel tempo. Chi pensa che sia stata una fortuna per la fantascienza italiana che Manzieri sia diventato disegnatore e non autore, dovrebbe piuttosto leggere il mio racconto.

A volte mi sorprendo a pensare che la realtà fenomenica dovrebbe imparare dall’arte di illustratori come Manzieri: i suoi cieli sono decisamente più credibili, le sue donne più espressive, i suoi colori hanno spesso una varietà maggiore e più gentile di quelli del visibile. Nella texture della pelle umana, nelle forme plastiche di luce ed ombra sui muscoli, nel rendering dei suoi giochi di luce, nelle increspature iperrealistiche dei vestiti, nelle labbra dischiuse delle sue donne è già contenuta in nuce una realtà che non teme confronti con la Materia: e come tutte le forme espressive che scelgono il realismo del dettaglio, il risultato è un feticismo della Materia: una sintesi mimetica ispirata dalla letteratura non-mimetica per eccellenza, una metonimia visuale della Realtà. Dunque, se è vero che la fantascienza è la “metafora epistemologica” per eccellenza, allora la pittura digitale ne è la metonimia.

Vercelli, ottobre 1998

 

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