FRANCO RICCIARDIELLO

“Torino”: un metodo (narrativo) per veicolare informazione compressa

Intercom n.

 

 

Sono completamente d’accordo con quanto ha scritto Umberto Eco nelle “Postille a “Il nome della rosa (Alfabeta n. 4, 1983): “Un narratore non deve fornire interpretazioni della propria opera, altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, che è una macchina per generare interpretazioni”. Poche cose sono infatti più sconfortanti per un autore che motivare a posteriori il significato di quanto ha scritto.

È perciò con un certo imbarazzo personale che ho proposto agli altri amici della redazione di pubblicare questo intervento come prefazione alla ristampa integrale di un mio racconto pubblicato nel febbraio del 1995 sulla 5^ Raccolta Millelire di Stampa Alternativa, intitolata “Fantasia”.

Il racconto di cui parlo è “Torino”; a richiesta del curatore dell’antologia, Franco Forte, provvidi ad “accorciare” il racconto di alcune cartelle per mantenermi nella lunghezza standard richiesta per i fascicoletti della pubblicazione. Oltre a sforbiciare alcune frasi e paragrafi un po’ ovunque nello svolgimento, scelsi di amputare del tutto un episodio situato immediatamente prima del climax e ambientato — a differenza del resto della narrazione che si svolge completamente nella città che dà il titolo al racconto — a Damasco. La narrazione acquistava così unità di spazio senza perdere parti essenziali; si riusciva cioè a comprendere il meccanismo della vicenda anche senza quel frammento, soprattutto perché riassumevo il significato dell’episodio mancante in una breve ellissi della lunghezza di alcune righe. Mi sono tuttavia reso conto in seguito che, senza quella scena ambientata in Siria, la trasformazione del protagonista Edo Bertinetti da intellettuale perseguitato dal regime a suo oppositore in armi può risultare forzata; inoltre, l’episodio in questione attribuisce un significato parzialmente differente all’esecuzione capitale di cui è incaricata Costanza Gremmo.

Con il pretesto di proporre una riedizione integrale del racconto ai lettori di Intercom, ho perciò pensato di fornire alcune spiegazioni di contorno sulla struttura narrativa di Torino e sul “background” storico e distopico che lo sorregge. La ragione principale di queste spiegazioni, non richieste, deriva da una breve conversazione con Ernesto Vegetti all’Italcon 1996 a Courmayeur, durante la quale mi sono reso conto che l’impalcatura storica del racconto poteva essere facilmente fraintesa.

 

Il rischio di essere frainteso

Dalla conversazione con Vegetti ho infatti compreso che il “mondo alternato” in cui ho ambientato il mio racconto poteva essere scambiato con una ipotetica ucronia in cui l’Asse avesse vinto la Seconda guerra mondiale, e il progresso tecnologico dell’umanità fosse stato tale da raggiungere alcune conoscenze scientifiche diversi anni prima che nel “nostro” mondo. Illustro infatti nel racconto (ambientato in un 1966 “parallelo”) un ampio uso di calcolatori funzionanti con dischi di vinile.

Mi propongo in questa prefazione di ricostruire l’ipotesi storica che ha prodotto il cambiamento temporale, e anche di illustrare una mia teoria di compressione dell’informazione che dovrebbe permettere l’eliminazione dal testo narrativo di lunghe spiegazioni o, meglio ancora, di quella che in scrittura creativa si definisce esposizione, comprendendo con questo termine tutte le precisazioni che non derivano da scene ma da un intervento di prosa di lunghezza più o meno breve.

 

Compressione dell’informazione

La compressione dell’informazione dovrebbe permettere al lettore di ricevere dal testo letterario una quantità di indicazioni molto superiore a quella esplicitamente fornita dall’autore; questo è possibile se la narrazione si svolge in un terreno di conoscenza comune che permette allo scrittore di veicolare informazione semplicemente citando alcuni avvenimenti che si suppone il lettore conosca a menadito.

La principale “situazione implicita” nel racconto consiste in un parallelo tra l’Italia ucronica del mio 1966 e l’Iraq reale del 1991 (guerra del Golfo). Le analogie che dovrebbero rappresentare il “terreno comune” fra l’autore e i suoi lettori sono le seguenti:

Benito Mussolini = Saddam Hussein

Invasione della Svizzera = Invasione del Kuwait

Intervento militare egiziano = Intervento militare USA

“Coventrizzazione” di Torino = Bombardamento di Baghdad

Occupazione francese intorno a Torino = Occupazione siriana di lembi di Iraq

Insurrezione comunista = Insurrezione curda e sciita

L’intento di questa trasmissione “compressa” di informazioni è quello di snellire la narrazione. Ho potuto così permettermi di ridurre la maggior parte delle spiegazioni sulla situazione politica e militare a 4 frasi soltanto, grazie a un parallelo fra Torino e Baghdad. Da diversi indizi infatti il lettore sapeva già che:

·       L’Italia era una dittatura;

·       aveva perduto una disastrosa guerra contro una coalizione di nazioni militarmente superiore;

·       i punti strategici del paese erano stati bombardati selvaggiamente per fiaccare la resistenza all’invasione militare;

·       in quanto principale centro dell’industria metallurgica pesante, Torino era stata rasa al suolo da un bombardamento intensivo (coventrizzazione);

·       il Governo fascista si era arreso scatenando un’insurrezione che aveva precipitato l’Italia in una temporanea anarchia.

Dopo di che, per descrivere l’antefatto immediato degli eventi narrati è stato sufficiente aggiungere le seguenti frasi alla penultima scena (nella versione di Stampa Alternativa le frasi sono diverse perché sono parte dell’episodio soppresso):

 

Sette giorni dopo Galeazzo Ciano ordinava l’invasione della Svizzera, che il Regio esercito portava a termine quasi senza colpo ferire. Le Nazioni Unite mettevano insieme un colossale esercito d’intervento, ottenevano l’appoggio di Francia e Austria, preparavano l’invasione del territorio italiano. Mussolini non recedeva, faceva votare l’annessione della Svizzera; l’aviazione egiziana e siriana iniziava un bombardamento notturno di dimensioni apocalittiche sulle installazioni militari, le fabbriche e altri obbiettivi strategici in tutta Italia, senza riguardo per la popolazione civile.

 

Sopravvivenza dell’Asse

Nel racconto, ambientato nel 1966, l’Italia è ancora un regime fascista, Mussolini è capo del Governo e Galeazzo Ciano è il suo delfino. Questo fatto ha potuto generare il malinteso sull’ambientazione. In realtà, nel mio racconto non solo l’Asse non ha vinto la Seconda guerra mondiale, ma non c’è mai stata una seconda guerra mondiale.

Si legge infatti di bombe intelligenti egiziane, di aviazione egiziana, si indica nell’Egitto e nella Siria i capifila dell’Onu nel ruolo di punire l’Italia; fra gli alleati delle “nazioni industrializzate” (i paesi arabi) ritroviamo alcuni vicini dell’Italia: Francia e Austria per la precisione. D’altronde, durante la guerra del 1991 il bombardamento dell’Iraq fu agevolato dalla Siria e dall’Arabia Saudita, che ebbero anche un ruolo attivo nell’occupazione del territorio iracheno.

La diversificazione fra il nostro universo e il mondo parallelo del racconto deve situarsi dunque molto prima della Seconda guerra mondiale: non si spiegherebbe altrimenti come il ruolo di nazioni industrializzate — anche se con una tecnologia differente da quella che conosciamo — sia stato assunto dai paesi arabi. Non ho fatto una riflessione precisa sul momento del distacco né sull’episodio che lo avrebbe causato (in quanto non rilevante per la costruzione del racconto); ma si può immaginare una data di poco anteriore alla rivoluzione industriale, a metà del XVIII secolo per esempio.

Il ribaltamento di ruolo tra il terzo mondo (Europa) e i paesi più avanzati (Medio oriente) non comportava per forza di cose che un regime tirannico in Italia dovesse assumere i connotati del fascismo e scontare la figura di Benito Mussolini; tuttavia, ancora una volta ho optato per questo espediente narrativo per evitare spiegazioni lunghe e noiose. Anche la figura di Cesare Pavese (che nel racconto sopravvive al tentativo di suicidio del 1951) è scelta in quanto paradigmatica della condizione dello scrittore nel periodo del ventennio.

In conclusione, non è assolutamente nelle mie intenzioni individuare la ragione per cui il mondo del racconto è divergente rispetto a quello reale, ed è per questo che non cito nessun episodio che possa aver prodotto un deragliamento del flusso del Tempo; ciò che mi interessa è un’ambientazione già sottintesa per la storia che voglio narrare; come ho potuto constatare dalla repulsione di alcuni lettori di fantascienza classica, soprattutto una storia d’amore.

 

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