FRANCO RICCIARDIELLO

Ursula Kroeber Le Guin

Edf Enciclopedia della Fantascienza a cura di Vittorio Barabino e Mirko Tavosanis

 

 

Per molti anni, Ursula Kroeber Le Guin (nata nel 1929 a Berkeley, California) è stata praticamente l’unica autrice di science-fiction conosciuta al pubblico italiano. Pensare di tradurre Joanna Russ era ancora largamente al di là di qualsiasi velleità letteraria dell’editoria nostrana, e le poche altre eccezioni sono più che altro una testimonianza di quanto fosse indispensabile per un’autrice imparare a scrivere come un uomo per essere pubblicata (e letta in Italia). L’intera produzione narrativa di Le Guin fino all’anno 1968 è comunque assolutamente in linea con questa visione androcentrica e sessista della fantascienza: poiché la teconologia - e in misura ancora maggiore la scienza - è giurisdizione tradizionale dell’intellettuale di sesso maschile, una letteratura che si proponesse una speculazione in questo campo doveva fare propria questa discriminazione in modo pressoché automatico.

[Per chi fosse interessato alla discriminazione antifemminile nella storia della scienza, con un occhio di riguardo alla fisica, è consigliabile leggere “I pantaloni di Pitagora” (Pythagora’s trousers, 1995, Instar Libri, Torino 1996) dell’australiana Margaret Wertheim, ex fotomodella con tanto di copertina su Vogue e oggi scienziata divulgatrice in possesso di due lauree all’università di Sydney.]

Tutti i romanzi prima di questa data possiedono le consuete caratteristiche di genere: letteratura dignitosa che non spinge l’acceleratore sull’avventura, con una trama forse leggermente statica ma comunque sorretta da una forte struttura narrativa. Intento dichiarato dell’autrice, come nelle opere successive d’altronde, è l’indagine sulla natura dell’umanità attraverso la sua proiezione in un remoto futuro. L’ambientazione della sua intera narrazione fantascientifica è coerente e comune: può cambiare il nome del pianeta in cui si svolge la vicenda o le sue caratteristiche, ma è evidente il suo collocarsi in un universo condiviso e cronologicamente scandito da una vera e propria “scaletta” di romanzi. Ne “Il mondo di Rocannon” (Rocannon’s world,1966), la resistenza della cultura indigena di un lontano pianeta alla penetrazione esterna è guidata da un essere umano “adottato”; in “Pianeta dell’esilio” (Planet of exile, 1966) si racconta la sopravvivenza di un nucleo di coloni umani contro gli autoctoni; “Città delle illusioni” (City of illusions, 1967), forse la migliore prova di questo periodo, vede una vicenda ambientata su una Terra quasi spopolata e tecnologicamente regredita, comunque inserita all’interno dell’universo futuro; “Il mago di Earthsea” (A wizard of Earthsea, 1968) è invece un fantasy.

Il cambiamento di qualità avviene nel 1969 con un’opera che vale all’autrice il premio Hugo e il premio Nebula, le onoreficenze più ambite della science-fiction USA: “La mano sinistra delle tenebre” (The left hand of darkness, 1969), scritto due anni prima, rimane una delle opere fondamentali della fantascienza mondiale. Malgrado non si trasformi radicalmente, lo stile di Le Guin compie una vistoso cambio di direzione per due motivi:

1.        la descrizione di personaggi femminili non più solo come contorno a protagonisti maschili: in questo caso, la sua scrittura è influenzata dalla critica femminista, in particolare da The Norton book of Literature by women

2.        una pesante intrusione ideologica nella struttura di riferimento della sua produzione

“La luce è la mano sinistra delle tenebre, e le tenebre la mano destra della luce”: sono lo yin e lo yang, la dicotomia positivo/negativo, zero/uno, la semplificazione binaria della struttura profonda della realtà simboleggiate nella differenza sessuale.

Inviato come ambasciatore su un pianeta della consueta federazione umana del futuro remoto, il protagonista deve imparare a convivere con una cultura in cui non esiste la differenza fra i sessi. Gli abitanti di Gethen infatti si differenziano fisiologicamente soltanto durante determinati periodi dell’anno, nei quali ognuno assume caratteristiche sessuali maschili o femminili a seconda del sesso del partner del momento. Uno dei governanti di una delle due strutture politiche del pianeta, una specie di monarchia medievale ideologicamente contrapposta a una sorta di stato protocomunista, rivelerà tutta la propria carica di ambiguità sessuale quando si troverà a tu per tu con il protagonista, da soli in una lotta per la sorpavvivenza contro gli inospitali ghiacciai del pianeta, proprio durante il kemmer, il periodo sessualmente attivo per i getheniani.

A questa svolta nella produzione dell’autrice statunitense fa seguito uno stallo di alcuni anni durante i quali prosegue la saga fantasy con “Le tombe di Atuan” (The tombs of Atuan, 1971) e “La spiaggia più lontana” (The farthest shore, 1972), produce un freddino “La falce dei cieli” (The lathe of Heaven, 1971) e il romanzo ecologista ante-litteram “Il mondo della foresta” (The word for World is Forest, ma è solo con “I reietti dell’altro pianeta” (The dispossessed, 1974), conosciuto anche come “Quelli di Anarres”, che torna a collezionare i premi Hugo e Nebula lasciando una seconda pietra miliare nella letteratura di genere e travalicandone nello stesso tempo ampiamente in confini.

Ancora una volta, lo sfondo della vicenda è una dicotomia fra un pianeta densamente popolato (Urras), società dei consumi tecnologicamente avanzata e governata da un sistema capitalista, e la sua luna Anarres popolata da una colonia di anarchici sfuggiti all’opulenza liberista del primo. Alcuni secoli dopo la scissione, il maggiore scienziato dell’umanità futura è Shevek, un abitante di Anarres che non trovando nella propria società la capacità economica di convertire le attitudini personali in benefici scientifici, accetta di trasferirsi sul capitalista Urras. Biasimato da una socità anarchica ingessata nell’ortodossia, disgustato dalla violenza repressiva della civiltà che lo accoglie, Shevek si troverà a fare ritorno sul proprio pianeta a mani vuote dopo una parabola umana che tratteggia i confini di un’utopia che il sottotitolo del romanzo definisce “ambigua” (An Ambiguous Utopia).

L’orizzonte della scrittice si avvicina molto di più al presente con il romanzo “La soglia” (The beginning place, 1980), mentre “Sempre la valle” (Always coming home, 1985) è costruito come una romanzo breve incastonato in una collezione di reperti apocrifi, infilati uno dietro l’altro come in una collana, in cui Le Guin sembra divertirsi a rifare il verso al padre, famoso antropologo, e alla madre Theodora Kroeber, etnologa di una certa fama. Lo sfondo è quello delle culture autoctone dell’America settentrionale proiettate nel lontano futuro, e quello che ne esce è una nuova utopia, più nitida ma forse non per questo meno ideologizzata di The Dispossessed.

Negli anni seguenti l’autrice ha proseguito la propria attività con opere brevi che, senza brillare di luce propria, rivelano un mestiere consumato e un occhio molto attento al messaggio se non propriamente alla solvibilità ideologica, comunque senza mai identificarsi acriticamente nella political correctness di tanti suoi compagni di strada.

 

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