A. I. - INTELLIGENZA ARIFICIALE

(USA, 2001, 150', C)

Regia: Steven Spielberg. Scenegg: Steven Spielberg, da un'idea di Stanley Kubrick. Sogg.: Ian Watson, dal racconto di Brian W. Aldiss Supertoys che durano tutta l'estate ("Urania" Mondadori). Fot.: Janusz Kaminski. Mus: John Williams. Mont: Michael Kahn. Ef. Sp: Eric Christiansen, Dennis Muren, Michael Lantieri, Jim Charmatz, ILM. Scenogr.: Richard Johnson, Tom Valentine. Prod.: Steven Spielberg, Bonnie Carter, Kathleen Kennedy per Warner Bros/Amblin. Con: Haley Joel Osment, Jude Law, Frances O'Connor, Sam Robards, Jake Thomas, Brendan Gleeson William Hurt, Jude Law.

Trama: Siamo sulla Terra, in un futuro imprecisato (ma collocabile, secondo fonti esterne, attorno al 2142). In seguito ad un disastro ecologico in cui tra l'altro lo scioglimento delle calotte polari ha provocato l'innalzamento dei mari, la drastica riduzione di risorse naturali ha costretto l’umanità a limitare strettamente la riproduzione. Per aiutare gli uomini, chiamati orga (organici), sono stati sviluppati degli esseri meccanici altamente sofisticati, i mecha (meccanismi), androidi che replicano perfettamente le fattezze umane ma che sono incapaci di provare emozioni. I coniugi Swinton, Monica (O'Connor) e Henry (Robards), subiscono un trauma: il loro figlio dodicenne Martin (Thomas) è gravemente malato e deve essere ibernato in attesa di trovare una cura. Per lenire il dolore della moglie, Henry, che lavora per la ditta produttrice di mecha Cybertronics, accetta di sperimentare un nuovo modello, sviluppato dal Professor Hobby (Hurt), un robot bambino capace di amare i propri "genitori". David (Osmond), il robot dall’apparente età di circa dodici anni, cerca con tutti i mezzi di conquistare l'affetto della "madre", la quale sembra riversare su di lui l’affetto per il figlio. Quando però Martin torna a casa guarito, Monica inizialmente cerca di trattare David come una sorta di figlio minore, ma una serie di incidenti causati dal desiderio di amore di David la convince della necessità di restituire il robot alla ditta produttrice. Rendendosi però conto che ciò ne implica la demolizione, finisce per abbandonarlo in un bosco insieme a Teddy, un orsacchiotto meccanico. David comincia così una lunga peregrinazione alla ricerca della "Fatina dai Capelli Turchini" di Pinocchio che, come nella favola che Monica gli leggeva, possa trasformarlo definitivamente in essere umano. Catturato da un gruppo di militanti anti-mecha e destinato a venire distrutto alla Flesh Fair ("fiera della carne"), sorta di spettacolo gladiatorio in cui i robot sono le vittime, riesce a fuggire insieme a Gigolò Joe (Law), un androide costruito per prestazioni sessuali, che lo conduce a Rouge City. Qui David interroga un oracolo meccanico che profetizza che il ragazzo/robot troverà la Fatina a New York, sepolta sotto le onde. In un grattacielo di Manhattan i cui piani superiori emergono dal mare David scopre invece un laboratorio del Professor Hobby, il quale rivela anche di avere costruito David nell’immagine del proprio figlio morto. Temendo di perdere la propria individualità e di dovere interrompere la sua ricerca, David fugge di nuovo con l’aiuto di Gigolo Joe, che però viene catturato. A bordo di un piccolo mezzo anfibio, David scopre una statua della Fatina in un parco dei divertimenti sommerso, ma un incidente blocca il suo mezzo sotto i flutti, sospendendolo in un gesto di eterna supplica verso la statua. Passano 2000 anni. L’umanità scompare dal pianeta, e David viene ritrovato da una spedizione di umanoidi (alieni, o eredi dei robot?), i quali lo riattivano ed esaudiscono il suo desiderio di rivedere la madre, clonata grazie ad una ciocca di capelli provvidenzialmente custodita da Teddy. Il procedimento di clonazione però può restituire la vita solo per un brevissimo periodo, fino a quando il soggetto non si addormenti. David vive così una giornata perfetta insieme alla madre, che finalmente gli concede tutto il suo amore.

Critica: Contrastanti, come c'era da aspettarsi, i primi giudizi su questa pellicola, molto attesa in quanto si tratta di un progetto incompiuto di Stanley Kubrick. C'è chi l'ha considerato il più bel film in assoluto di Spielberg (con ciò evidentemente minimizzando l'apporto di Kubrick, limitato al soggetto) e chi invece ne scrive come della vera eredità filmica (al posto di Eyes Wide Shut) di quest'ultimo (evidentemente relegando Spielberg al mero ruolo di regista/esecutore). In mezzo, oltre alla facile trovata di considerarlo un film di "Spielbrick", c'è chi ne ha analizzato le singole parti mettendo in evidenza ora le costanti del cinema spielberghiano (il sentimentalismo facilone, il ruolo dei ragazzini pre-adolescenti, ma anche l'abilità nelle inquadrature e gli effetti speciali) ora quelle di Kubrick (la denuncia sociale, il ruolo dell'intelligenza artificiale già affrontato in 2001, la visione del futuro), desunte dall'enorme quantità di materiale lasciato: una cassa intera di appunti, bozze di sceneggiatura e soprattutto qualche centinaio di disegni che Spielberg assicura di avere utilizzato. Rimane comunque difficile stabilire in maniera definitiva il rispettivo contributo dei due autori: ad esempio, il parallelismo tra la storia di David e quella di Pinocchio, che pare un tipico tocco spielberghiano, era già previsto nel progetto originale di Kubrick; la terza parte del film, in cui alcuni critici hanno voluto vedere un cedimento di Spielberg al lieto fine, ricorda certamente Incontri ravvicinati, ma per certi aspetti anche la scena conclusiva di 2001. Controversa anche la decisione di vietare la visione del film ai minori di 13 anni negli stati Uniti, che ne avrebbe limitato il successo al botteghino. Su alcuni punti c'è comunque identità di vedute: l'interpretazione di Haley Joel Osment è considerata straordinaria, la musica di John Williams una delle più belle da lui scritte, gli effetti speciali superbi, la lunghezza generalmente ritenuta eccessiva. Si tratta comunque di un film di notevole originalità che torna ad uno dei grandi temi della fantascienza, il robot, spostando la prospettiva dalla questione della differenza fra umano e artificiale, affrontato con sensibilità da classici come Blade Runner ma anche banalizzato da film più recenti come L'uomo bicentanario, a quella della responsabilità etica del creatore verso le proprie creature - questione che acquista risonanze metafisiche sottolineate dal commento di Gigolò Joe che <<coloro che ci hanno creati sono sempre alla ricerca di chi li ha creati>>. Nonostante le spettacolari sequenze della "Flesh Fair" nella seconda parte del film, A. I. favorisce un ritmo disteso, che permette di delineare in dettaglio i personaggi ed i loro rapporti. David in particolare emerge come una figura delicata e fragile, ma allo stesso tempo tenacemente aggrappata alla speranza di riuscire a riscattare la propria condizione di "diverso": il suo stupore di fronte al fallimento degli affetti, alla violenza, all’odio, ne fa un simbolo della dolorosa condizione dell’innocenza destinata ad essere vanificata dall’esperienza di vita, ma che allo stesso tempo sopravvive sotterranea nell’animo umano, come lo stesso David che, paradossalmente, sopravvive alla civiltà che lo ha generato e ne diventa l’ultimo testimone. Insomma, anche a prescindere dal parere della vedova di Kubrick (<<A Stanley sarebbe piaciuto>>), un film da vedere.

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