IL SIGNORE DEGLI ANELLI - IL RITORNO DEL RE

(The Lord of the Rings: The Return of the King, Nuova Zelanda-USA 2003, 170’, C)

Stesso cast tecnico dei precedenti (salvo: Mont.: Annie Collins, Jamie Selkirk). Stessi interpreti più John Noble, Miranda Otto, Alan Howard.

Trama: Con la sconfitta di Saruman, la compagnia si divide nuovamente. Gandalf e Pipino si recano a Minas Tirith, capitale di Gondor, assediata dall’esercito di Sauron. L’assedio è rotto dall’arrivo di Theoden e dei Rohirrim prima, e poi da quello di Aragorn, Legolas e Gimli, alla testa dell’esercito dei morti. Il nemico è sgominato, ma non prima che il reggente Denethor (Noble), in preda alla follia, si sia suicidato e Theoden sia caduto abbattuto dal principe dei Nazgul, che a sua volta viene ucciso da Eowyn (Otto) e Merry. Intanto a Mordor Gollum riesce a convincere Frodo a scacciare Sam facendogli credere che stia complottando contro di lui per sottrargli l’Anello. Ma Sam non si lascia abbattere e, messosi sulle tracce dei suoi compagni, arriva appena in tempo per salvare Frodo dal gigantesco ragno Shelob, nella cui tana è stato condotto da Gollum. Frodo è stato paralizzato dal veleno del mostro e Sam, ritenendolo morto, prende l’anello con l’intenzione di proseguire la missione: troppo tardi si rende conto del suo errore. Frodo viene catturato dagli Orchi e coraggiosamente Sam deve infiltrarsi nella loro fortezza per liberarlo. I due arrivano finalmente a Monte Fato. All’ultimo momento però Frodo rifiuta di distruggere l’anello e anzi lo indossa. Interviene Gollum, che glielo sottrae mozzandogli il dito: nella lotta che ne segue, questi cade nella lava insieme all’anello. Sauron è sconfitto, e Aragorn è incoronato re di Gondor. Gli hobbit tornano nella Contea ma Frodo è stato troppo profondamente segnato dagli eventi per poter tornare alla normalità e insieme a Bilbo, Gandalf e gli altri portatori dell’anello, lascia la Terra di Mezzo sull’ultima nave degli elfi. Commento: Salutato da molti critici come il più bello della trilogia e premiato con undici Oscar (uguagliando il record di Ben Hur e Titanic), tra cui quelli per la regia e per il miglior film, Il ritorno del re è la riprova di quanto sia stata indovinata la scelta di Peter Jackson di girare i tre film insieme, come se si trattasse (e come in effetti è) di un’unica opera in tre atti. Nel film conclusivo non si hanno infatti né le cadute di tensione narrativa né i cedimenti alla commercializzazione della saga che hanno caratterizzato altre trilogie cinematografiche, da Il Padrino e Guerre stellari* alla più recente e pretenziosa Matrix. Il ritorno del re porta a compimento in maniera coerente i vari intrecci iniziati e complicati nei film precedenti, ma allo stesso tempo ha una sua identità precisa e particolare. Se La compagnia dell’anello* era un film quasi intimo nel definire i personaggi e i loro rapporti, e Le due torri* mostrava il lato più tenebroso e claustrofobico dell’universo tolkieniano, Il ritorno del re invece è un film dal respiro epico, in cui vengono messi alla prova il valore e l’integrità sia degli eserciti che degli individui, ed è anzi proprio la tensione fra lo scontro eroico e grandioso fra le schiere del Bene e quelle del Male da una parte e il dramma personale dei singoli che vi sono coinvolti dall’altra a costituirne la cifra più originale. Ad una prima visione è facile rimanere quasi sopraffatti dalle scene più spettacolari e suggestionanti che rendono in maniera tangibile sia la grandezza e decadenza del regno di Gondor che la desolazione e la malignità di Mordor: le cerchia di mura di Minas Tirith che si arrampicano vertiginosamente intorno da uno sperone di roccia, i terrificanti Nazgul sui mostruosi destrieri alati che fanno strage dei cavalieri di Gondor, l’assedio in cui sfilano giganteschi olifanti montati da compagnie di arcieri e poderose macchine da guerra trainate da troll. Una volta superato lo stupore, però, ci si rende conto che in realtà il fulcro del film è costituito non dagli effetti speciali ma dai personaggi, che Jackson delinea con abilità e delicatezza, in un gioco di rimandi in cui si articolano alcuni dei temi del film (e del romanzo). Così i caratteri dei vari re e capitani – la disperata arroganza di Denethor, la calma e malinconica saggezza di Theoden, la crescente autorevolezza di Aragorn, la rassegnata obbedienza di Faramir – offrono diverse prospettive sul tema del rapporto tra autorità e dirittura morale, mentre il complesso legame tra Frodo, sempre più soggetto al potere dell’anello, Sam, fedele nonostante i torti subiti, e il tormentato Gollum/Smeagol (alle cui è origini è dedicato il prologo del film), sviluppa quello dell’amicizia e della lealtà. Rispetto a Le due torri*, Il ritorno del re rimane relativamente più aderente al romanzo tolkieniano, tenendo presenti le necessità e le limitazioni del mezzo cinematografico: si perdono così personaggi secondari ed episodi anche importanti (in particolare la liberazione della Contea dalla tirannia di Saruman, la cui soppressione è comunque simmetrica a quella delle avventure degli hobbit tra la Contea e Brea nel primo film), che però, nell’economia del film, sarebbero risultati inutilmente dispersivi. Naturalmente non tutte le scelte di Jackson sono indovinate: l’esercito dei morti, ad esempio, manca di originalità e ricorda un po’ troppo un B-movie dell’orrore, mentre l’episodio (che non trova alcun riscontro in Tolkien) in cui la vita di Arwen viene a dipendere dal fato dell’anello non pare avere altra motivazione che non quella di ampliare la parte di Liv Tyler. Sarebbe comunque ingeneroso, nonché ingiusto, soffermarsi su questi difetti minori di fronte al magnifico risultato di Jackson. Presa nella sua interezza, la riduzione cinematografica del Signore degli anelli, che fino a pochi anni fa sembrava un’impresa impossibile, appare ormai non soltanto come l’opera di riferimento per il cinema fantasy del futuro, ma soprattutto come un vero e proprio capolavoro senza qualificazioni di genere. (LS)