SPADE, MAGIE E MONDI IMMAGINARI

 

I mondi dell’heroic fantasy sono svariati. In alcuni casi si tratta di periodi storici reali, come il mondo dell’antichità – soprattutto greco-romana – e quello medievale – soprattutto inglese - e solo la vicenda raccontata è fantastica. In altri i mondi sono immaginari, ma comunque basati su un corpus preesistente ed estraneo alla cinematografia e alla narrativa: la mitologia greca (ma in questo caso la distinzione con l’analogo periodo storico è molto sottile, tanto che abbiamo trattato questi film tutti assieme in un unico capitolo) e quella nordica, le leggende arabe e quelle estremo orientali, e così via. Dedicheremo uno o anche due capitoli a ciascuna di queste ambientazioni, dividendo l’argomento di questo libro per temi omogenei.

 

MONDI FANTASTICI

 

In altri casi ancora i mondi, oltre che essere immaginari, sono inventati per l’occasione, cioè costruiti proprio allo scopo di potervi ambientare la vicenda (dal regista o, più spesso, dall’autore letterario da cui si ricava un film) e dunque modellati per far da sfondo a questa. Si può trattare di terre perdute in posti remoti del nostro pianeta, di altri pianeti, di passati talmente lontani da essere fuori dalla storia (i futuri altrettanto remoti e gli universi paralleli sono altre due categorie possibili ma in realtà pochissimo presenti) o addirittura di posti fuori dal tempo e dallo spazio, "terre di mezzo" esistenti solo "in un altro luogo e in un altro tempo". In questo capitolo ci occupiamo di tutti questi mondi "inventati", salvo un paio di eccezioni, come Il signore degli anelli*, che meriteranno capitoli a parte.

 

Terre perdute

I primi mondi "inventati" si trovavano in luoghi sperduti o inaccessibili del nostro pianeta (in effetti, un genere come la fantascienza è nato anche come prosieguo del romanzo di viaggio, una volta che il nostro mondo era stato praticamente tutto esplorato), come ad esempio l’Isola del Teschio in cui viene trovato King Kong nell'omonimo film. Come questa, la maggior parte di pellicole che se ne occupano, quasi tutte di derivazione letteraria, appartengono però alla science fiction, e delle più attinenti al nostro tema diciamo brevemente nel capitolo "Linea di confine".

Tra quelle più propriamente fantasy c’è senza dubbio Orizzonte perduto, ricavato dall’omonimo romanzo di James Hilton nel 1937 da Frank Capra, dove il grande regista, pur con una ambientazione molto lontana dalla provincia americana che gli è usuale, si mostra comunque il cantore del New Deal roosveltiano nel descrivere la mitica Shangri-La, la fonte di eterna giovinezza situata in una valle celata tra i monti ghiacciati del Tibet, i cui abitanti hanno realizzato una vera utopia e vivono in armonia tra di loro e con la natura. Hugh Conway, l’eroe della vicenda capitato dopo un incidente aereo nella città, nonostante vi si trovi benissimo si lascia convincere dai suoi compagni alla fuga. Si porta dietro anche una ragazza del luogo, che invecchia in maniera repentina, mentre gli altri muoiono in una tempesta: il protagonista può così ritornare nella sua nuova patria senza rimorso. Il film ebbe un remake dallo stesso titolo (se di rifacimento si può parlare, trattandosi nel secondo caso di un musical con musiche di Burt Bacharach) nel 1970 ad opera di Charles Jarrot, con risultati non eclatanti ma premiato dal pubblico, richiamato da un prestigioso cast (Peter Finch, Liv Ullmann, George Kennedy, Michael York, Olivia Hussey, Charles Boyer, John Gielgud) per parte sua all’altezza.

La terra perduta più famosa di tutte è naturalmente Atlantide, sulla quale si sono scritti i classici fiumi di inchiostro. In campo cinematografico ha avuto particolarmente fortuna la versione della leggenda romanzata da Pierre Benôit nel suo romanzo L’Atlantide del 1919, che invece di immaginare un continente a metà strada tra Europa ed America, la situa nel bel mezzo del Sahara. Qui giungono due legionari francesi dispersi, il capitano Morange e il tenente di Saint-Avit, che restano soggiogati dalla figura dell'immortale regina Antinea. Il primo riesce a resistere al morboso fascino, finendo però ucciso dal compagno, ormai totalmente dipendente da Antinea e destinato a tornare come inebetito ad Atlantide dopo una vana fuga. La trama del romanzo è abbastanza rispettata nei vari film da esso ricavati: i due più classici sono del periodo del muto, Atlantide di Jacques Feyder (1921) e l'omonimo di Georg Wilhelm Pabst (1932). La prima edizione sonora della storia è del 1948, stavolta una produzione americana con ben quattro registi al timone: si tratta di L'Atlantide, diretto da Arthur Ripley, Douglas Sirk, John Brahm e Gregg Tallas, film povero di mezzi e di inventiva, fallimentare tentativo di proporre una nuova Antinea femme fatale con le sembianze di Maria Montez, che sostituisse l'irraggiungibile fascino di Brigitte Helm nella versione di Pabst (ma anche di Stacia Napierkowska nella versione di Feyder). Dopo la versione comica con Totò e Tamara Lees, Totò sceicco (1950, di Mario Mattioli), e un'altra modernizzata e più fantascientifica, Antinea, l'amante della città sepolta (1961, di Edgar G. Ulmer e Giuseppe Masini) l'ultima riduzione del romanzo di Benôit dal titolo omonimo è del 1991, stavolta nelle dimensioni di un costosissimo kolossal televisivo (uscito anche sul grande schermo), diretto da Bob Swaim. Fedele nell'adattamento, Atlantide risulta però una pellicola piuttosto lenta e noiosa nel ritmo, come ogni grande produzione storica-mitologica destinata alla televisione, nonostante l'utilizzo di validi attori tra i quali Fernando Rey, Orso Maria Guerrini e soprattutto la sensualissima Anna Galiena, perfetta con tutto il suo fascino mediterraneo a rendere l'ambigua carica erotica della regina perduta. È palese infatti che l’attrattiva principale di questi film, al di là della trama, risiede tutta nella figura della regina, col suo potere di ipnotizzare e portare alle perdizione ogni uomo che giunga al suo cospetto.

Benôit trasse probabilmente ispirazione per il suo personaggio da un’altra regina immortale, Ayesha, la Donna eterna del romanzo di H. Rider Haggard (1887), primo di una serie che coinvolge anche il personaggio di Allan Quatermain. Ayesha è la regina della città perduta di Kor, anche questa volta in Africa, ma nel centro inesplorato, dove la situazione rispetto ad Atlantide è invertita: è Ayesha, innamoratasi per la prima volta dopo duemila anni, che è destinata a morire bruciata nella "fiamma della vita" che in precedenza la rigenerava. Il cinema si è interessato di Ayesha molte volte: ben cinque nel periodo del muto, poi nel 1935 con La donna eterna diretto da Irving Pichel e Lansing Holden, in cui gli sceneggiatori hanno deciso inopinatamente di trasporre l’azione nell’Artico, immaginando una spedizione organizzata da un professore di Cambridge sulla base del ritrovamento di vecchi documenti. La musica altisonante di Max Steiner e la scenografia in stile Art Déco, accompagnate da balletti esotici tipici del teatro di Broadway, ne fanno una pellicola sfarzosa e godibile visivamente, ma assolutamente priva del pathos necessario. Più rispondente al romanzo La dea della città perduta* (1966, di Robert Day), ambientato nella Palestina del 1918, con un biondo esploratore inglese, sosia di un grande sacerdote morto da 2000 anni, catturato dai guerrieri di colore della regina che da altrettanto tempo regna su una città perduta nel deserto e che, di lui invaghita, gli propone di condividere l'immortalità. Il successo del personaggio intepretato da Ursula Andress, che in quel periodo rivaleggiava in bellezza con la Raquel Welch di Un milione di anni fa (tanto che i due film, entrambi produzioni Hammer, venivano spesso abbinati in doppio spettacolo), portò appena due anni dopo ad un seguito, o per meglio dire un rifacimento, con La donna venuta dal passato (1968, di Cliff Owen) interpretato stavolta da una inferiore Olinka Barova. Altri film dalla stessa fonte sono Il sortilegio delle Amazzoni (1949, di John Auer), mentre è del tutto scollegato con il ciclo di Haggard l’incredibile She (1985, regia di Avi Nesher, che pure nei credits riconduce la sua ispirazione allo scrittore britannico), con una bellissima Sandhal Bergman ereditata dall'appena uscito Conan il barbaro*, al quale il film si richiama, per quanto sia da considerarsi una specie di parodia della saga di Mad Max, girato da un degno epigono di Ed Wood (è un film talmente delirante che merita un visione da ogni appassionato di film di serie Z).

 

Ere lontanissime

A volte, è il lontano passato a fare da sfondo perfetto per un fantasy epico: aldilà dell’era Hyboriana di Conan, di cui parliamo altrove, e dei suoi inevitabili cloni, possiamo qui citare Il re scorpione* (2002, di Chuck Russell), rutilante esplosione di effetti speciali e muscoli ipertrofici, ad uso e consumo del suo interprete principale, il wrestler The Rock, ambientata in un remoto passato della Terra, dove il protagonista Mathayus è un mercenario accadico rivolto all’eliminazione di un malvagio signore della guerra, Memnone, consigliato da una veggente (Cassandra, interpretata dalla suadente bellezza orientale Kelly Hu). Nato come spin-off de La mummia: il ritorno (dove il Re Scorpione appare brevemente in un’epica battaglia nelle prime scene del film, per poi tornare come la colossale creatura da cui prende il nome nel finale), il film trasforma il personaggio in un guerriero senza macchia e senza paura e lo rende partecipe di una sarabanda di improbabili duelli e scaltre imprese, degni dei peggiori prodotti made in Italy, una pacchianata simbolo del cinema fantastico di serie Z, ma dal grande budget che imperversa nei cinema di tutto il mondo all’inizio del nuovo Millennio. Di notevole suggestione visiva, oltre che contenutisticamente rilevante, è invece Il gigante di Metropolis* (1961, di Umberto Scarpelli), ambientato 20.000 anni fa nell'impero omonimo, tecnologicamente avanzatissimo e ormai privo di anima sensibile, destinato a crollare con l'avvento della "sana" barbarie dell'eroe Obro. Tematiche fortemente howardiane per una pellicola algida e sanguigna al tempo stesso, stilizzata e potente, un vero unicum nel ripetitivo panorama del fantapeplum italiano degli anni Sessanta, capace di legare in modo davvero efficace fantascienza e fantasy pura.

Sempre in un lontano passato, simil howardiano, dove una tremenda glaciazione sta per spazzare via la civiltà, si ambienta Fire and Ice*, ottimo lungometraggio di animazione girato nel 1983 da Ralph Bakshi, con il supporto di Frank Frazetta, di cui parliamo nel capitolo dedicato ai cartoni.

 

Altri pianeti

Qualche volta sono altri pianeti, spesso molto lontani, ad offrire il palcoscenico adatto alla narrazione fantastica: se l’esempio più "alto" di questa che potremmo definire science fantasy è indubbiamente la saga di Guerre stellari* – ed in particolare il primo film, quello del 1977, che aldilà dell’ambientazione spaziale contiene tutte le caratteristiche del fantasy propriamente detto – altre pellicole possono essere enumerate in questa sede.

Gor (1988, di Fritz Kiersch) e il suo seguito Ritorno a Gor (1989, di John Cardos) sono la trasposizione sul grande schermo della famigerata saga di "Gor", un pianeta posto sul lato nascosto del Sole, dove il terrestre John Cabot diventa un possente guerriero e vive numerose avventure. Se la saga letteraria scritta da John Norman – e giunta ben oltre il ventesimo episodio – ha dato adito a ferocissime polemiche e critiche per i suoi contenuti sessisti e sadomasochisti, i due film non meritano neppure questa querelle, data la pochezza assoluta di trama e contenuti, tardo esempio del fantasy post Conan, che qui cercava una rivalutazione dal sostrato letterario utilizzato come base (di per sé del tutto dimenticabile).

I dominatori dell’universo (1987, di Gary Goddard) sono invece collocati sul pianeta di Eternia, un tempo prospero e rigoglioso, adesso ridotto a mal partito per opera del malvagio Skeletor e dei suoi seguaci. La lotta per il predominio del pianeta si sposterà sulla Terra, dove il biondo ed erculeo He Man e gli altri eroi del Bene dovranno trovare la Chiave Cosmica per avere la meglio sulle perfide orde del Male. Il film, che ha origine da una serie di cartoni animati a sua volta ispirata ad una linea di pupazzi della Mattel, doveva ispirarsi a Conan il barbaro*, ma essendo vietato ai minori, non era adattato alla produzione di giocattoli per bambini, così il personaggio eponimo diventò He Man.

Altro misto di fantasia e fantascienza è quello che abbiamo in Krull*(1983, di Peter Yates), dove spade e mostri si intersecano alla magia ed alla scienza, a pistole laser ed altri mondi: la storia del principe Colwyn (Ken Marshall) alla ricerca dell’amata principessa Lyssa, rapita dai servi della Bestia e trasportata in una magica torre che si teletrasporta lontano da un giorno all’altro è narrata con poca scaltrezza dallo sceneggiatore Stanford Sherman ed il risultato è un mediocre science fantasy, lontano anni luce dal suo modello principale, la saga di Guerre stellari*, ma anche da buona parte dei fantasy più puri che si giravano in quegli anni.

Un lontano pianeta, circondato da tre soli, è anche il mondo dove si ambientano le avventure di Dark Crystal*, ottimo fantasy con pupazzi animati diretto nel 1982 dalla coppia Jim Henson, creatore dei celebri Muppetts, e Frank Oz. Da molti ritenuto un vero capolavoro dell’animazione, Dark Crystal* è anche uno dei pochi film capaci di restituire sullo schermo le emozioni delle fantasy quest alla base delle opere di Tolkien e dei suoi migliori successori: la ricerca del cristallo perduto da parte del giovane elfo Jen, trama portante della pellicola, racchiude in sé tutto il fascino per il mistero e l’avventura che costituiscono gran parte della cosiddetta high fantasy.

 

A spasso nel tempo

Talora anche il viaggio nel tempo fa la sua comparsa nelle pellicole fantasy: un esempio in tal senso è il per il resto mediocre Kaan principe guerriero 2 (1991, di Sylvio Tabet), seguito delle avventure di Kaan (Dar nell’originale), che questa volta si trova costretto a seguire nel tempo, fino alla Los Angeles dei giorni nostri, i suoi due arcinemici, Archlon e la strega Lyranna, alla ricerca di un’arma definitiva. Con l’aiuto della giovane Jackie Trent (la fulgida Kahri Wuhrer) ed a bordo della sua fiammante Porsche Carrera, il guerriero capace di parlare con gli animali sconfiggerà ancora una volta il Male ed i suoi accoliti.

Un viaggio nel tempo verso un medioevo fantastico è quello che tocca ad Ashley Williams, meglio noto semplicemente come Ash, il commesso del reparto ferramenta di un grande magazzino del Michigan, eroe con qualche macchia ed anche un po’ di paura de L’armata delle tenebre* (1993, con Sam Raimi al timone di comando), la migliore parodia del genere fantasy orrorifico, con Bruce Campbell nel ruolo del giovane eroe, armato di motosega e fucile a canne mozze che deve sconfiggere un vero e proprio esercito di morti prima di poter tornare nel suo mondo (con sorpresa finale).

Una insolita vicenda fantastica che ha a che vedere con un viaggio nel tempo è quella narrata in Navigator - Un'odissea nel tempo* (1988, di Vincent Ward), produzione neozelandese di non pochi meriti stilistici, oltre che di spiccata originalità. Nella Cumbria del XIV secolo sta per giungere la peste e Griffin, bambino-veggente, sogna che l'unico mezzo possibile per salvarsi è attraversare il cuore della terra in un viaggio propiziatorio per andare a porre una croce sul campanile di una chiesa che si trova agli antipodi, in Australia. Ma il viaggio si tramuta in un'odissea temporale: una volta sbucati dall'altra parte del mondo, Griffin e il suo gruppo si ritrovano nella Sidney del 1988. L'impresa, comunque, riesce, anche se il prezzo da pagare sarà purtroppo alto: costerà infatti la vita del piccolo veggente. Pellicola intrigante, girata in bianco e nero per la parte medievale e a colori per quella moderna, ricca di simbolismo e in grado anche di commuovere.

Altro viaggio nel passato medievale è quello che capita a Martin Lawrence in Black Knight (2001, di Gil Junger), che ci narra le vicende di un addetto al padiglione medievale di un parco divertimenti che, per un colpo in testa, si trova trasportato nel XIV secolo, dove sarà coinvolto in una lotta per il trono, con tutto quello che ne consegue (è praticamente una commedia).

Una breve citazione merita, se non altro per essere chiaramente ispirata nel titolo originale al gioco di ruolo di Dungeons & Dragons, Sfida oltre il futuro - Il demone delle galassie infernali (diretto nel 1985 da una pletora di registi, tra cui John Buechler e Charles Band, che è il produttore di questo film il cui titolo originale è The Dungeonmaster), storia di un giovane studente di informatica costretto da un mago proveniente da un’altra dimensione a una serie di prove erculee, attraverso sette scenari diversi – alcuni dei quali dichiaratamente fantasy, come quello in cui affronta un drago – per poter liberare la sua amata e sconfiggere il perfido mago.

Il viaggio nel tempo è poi sfruttato in una lunga serie di apocrifi della saga arturiana e in praticamente tutte le riduzioni (e variazioni) del romanzo Un americano alla corte di re Artù, ma ne parliamo meglio nel capitolo sul Medioevo.

 

Terre di Mezzo

Uno dei più diffusi scenari del fantasy, sia esso letterario che cinematografico, è quello del "mondo di mezzo", definizione di comodo, derivata ovviamente dal capolavoro di Tolkien (che meriterà una trattazione a parte), indicante un’ambientazione autonoma, modellata su schematizzazioni riscontrabili nel passato del nostro pianeta (dal medioevo occidentale, generalmente), ma alimentata da caratteristiche estranee alla realtà storica del medesimo (come la presenza di magia e di creature fantastiche) e perciò dotata di esistenza autonoma.

Sono numerose le pellicole che possono essere fatte rientrare in questo schema: pensiamo per esempio ad uno dei migliori film di Ridley Scott, Legend*, del 1985, dove il classico ambiente dei fairy tales britannici (con fate, unicorni, folletti ed altre delicate creature fantastiche) viene preso a prestito per una romantica storia avventurosa, che lega due giovani (Tom Cruise e Mia Sara) nella lotta contro il male incarnato di Tenebre (variante del più "terreno" Satana, magistralmente interpretato da Tim Curry).

Altra meravigliosa realtà alternativa è quella del mondo medievaleggiante di Willow* (1988, di Ron Howard), splendida reinterpretazione dell’epopea tolkieniana, con i simpatici nanetti capitanati da Willow nel ruolo di paladini del Bene nella perenne contrapposizione alle forze del Male (qui rappresentate dalla perfida regina), chiaro riferimento agli Hobbit dello scrittore inglese.

Un’altra Terra di Mezzo, mediata dalla presenza di un libro di racconti, è quella celeberrima di La storia infinita* (1984, di Wolfgang Petersen), inventata dalla fantasia dello scrittore Michael Ende e diventata protagonista di altre due pellicole seguenti, contenitore delle vicende di Bastian, un bambino preso di mira dai coetanei che trova rifugio nelle pagine di una fiaba avventurosa ambientata nel mitico regno di Fantàsia, del quale a poco a poco diventerà non solo protagonista, ma anche eroe salvatore.

Simile a questa, in quanto derivato da un libro di racconti, è anche il regno di Florin, ambientazione dell’avventura narrata da un nonno (Peter Falk) al suo nipotino (Fred Savage) nel classico La storia fantastica* (1987, di Rob Reiner), rutilante fairy tale che ironizza sul genere con grazia ed abilità per merito di una regia e di un cast raramente così ispirato. Alla stessa stregua si può considerare Terra di Mezzo anche il labirinto fantastico in cui si aggira Sarah (Jennifer Connelly), la giovane protagonista di Labyrinth* (1986, di Jim Henson, il creatore dei Muppets), porta di accesso al castello del re degli Gnomi, Jareth (David Bowie), forse un prodotto della sua fervida immaginazione adolescenziale.

Il fantastico regno di Axholm – ovvero un semplice medioevo occidentale miscelato con magie assortite e creature fantastiche – è alla base di non una, ma ben due pellicole, di qualità men che modesta, prodotte nel profluvio di pellicole fantasy che imperversarono nei tardi anni Ottanta dalla factory di Roger Corman, padrona dei B-movies: sono Il regno dei malvagi stregoni (1985, di Hector Olivera) e il suo seguito L’anello incantato (1988, di Charles B. Griffith), film realmente orribili sotto ogni punto di vista, giunti da noi nel mercato dell’home video. Concludiamo citando la saga di Mortal Kombat, composta dalla pellicola omonima (1995, di Paul Anderson) e da Mortal Kombat - Distruzione finale (1997, di John R. Leonetti), ispirate al celebre videogioco della Sega, in cui le bieche creature di Outworld, una sfera ultradimensionale, sfidano tutti i campioni di arti marziali della Terra in infiniti combattimenti per la conquista del pianeta, guidati dall'essere semidivino e benevolo verso gli uomini Radon (prima interpretato da Christopher Lambert e poi da James Remar): due pellicole francamente noiose ed infantili nella loro roboante insulsaggine, basata quasi unicamente su spossanti scontri corpo a corpo tra comunque pittoreschi personaggi umani e non.